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III domenica di Quaresima – anno A – 2017

Es 17,3-7; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

L’incontro di Gesù con la donna di Samaria, può essere letto a diversi livelli. Un primo livello è quello storico. E’ memoria dell’agire di Gesù: accolse le donne che incontrava manifestando particolare libertà in un contesto sociale in cui le donne erano emarginate. Non ebbe paura di accogliere e lasciarsi toccare da donne considerate impure, peccatrici, da allontanare. Il suo sguardo nell’incontrare le donne apre speranza soprattutto di fronte all’ipocrisia di una classe religiosa maschile che vuole mantenere le donne sottomesse. Gesù accoglie donne anche tra coloro che lo seguono più da vicino. In alcune parabole per parlare di Dio parla dell’agire delle donne che facevano il pane con il lievito e la farina e si chinavano in casa a ricercare una moneta perduta. Per Gesù non ci sono esclusioni nell’incontro con Dio, né privilegi. C’è un altro aspetto storico: la donna di Samaria rinvia alla presenza di una straniera. Gesù nella parabola del samaritano indica lo straniero che si fermò a soccorrere il malcapitato come esempio di chi ha attuato il farsi prossimo, e così ha agito secondo il regno di Dio.

L’incontro di Gesù con la donna di Saamria al pozzo di Giacobbe è tuttavia ricco di una serie di riflessioni teologiche proprie del IV vangelo e come altri incontri è esempio di un percorso di fede.

Il pozzo di Giacobbe è carico di rinvii alle vicende dei patriarchi e alle storie di amore che attorno ai pozzi nascevano. Gesù che incontra la donna di Samaria va letto come incontro di seti diverse, come vicenda di amore tra il dono di Dio e l’umanità assetata.

Un dialogo è all’inizio, a partire dalla richiesta di Gesù: ‘dammi da bere’. Al centro il motivo dell’acqua e della sete. Il IV vangelo ne fa un motivo centrale fino alla croce. Nell’ultimo momento della sua vita Gesù sulla croce manifestando lì la gloria di Dio dirà: ‘ho sete’. La sua sete è desiderio di comunicare l’amore che ha mostrato nel depore le vesti, nel chinarsi, lavare i piedi servire: l’amore del Padre.

La donna vive una profonda incomprensione: si reca infatti al pozzo per cercare acqua ma nel suo cuore è presente una sete profonda. Gesù suscita il cammino di questa donna e la conduce a guardare in faccia la sua inquietudine e le sue attese. Il primo stupore (“tu chiedi da bere a me che sono donna straniera…”) è guidato ad aprirsi a nuove domande: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice ‘dammi da bere’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Vi è un’attesa dell’acqua come elemento per vivere ma c’è una sete più profonda di acqua viva. E’ ancora un motivo che nel IV vangelo viene declinato con riferimento alla grazia e al dono dello Spirito: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito…” (Gv 7,37-39). La sete della donna di Samaria sta dentro alle preoccupazioni quotidiane ma anche le oltrepassa. E nel dialogo si sente compresa da Gesù: non ha marito ma ha avuto tanti uomini. La donna diviene figura del popolo dei samaritani che avevano cinque alture con santuari dove adorare loro divinità e per questo considerati eretici dai giudei (2Re 17,29-32).

Nel dialogo si apre poi la questione del luogo dove adorare Dio: e in questo percorso la donna è accompagnata a concentrarsi su Gesù stesso, sulla sua presenza: non solo un giudeo come il patriarca Giacobbe (4,12), non solo un profeta (4,19) ma il Messia, colui che annunzierà ogni cosa, che fa incontrare Dio (4,25-26).

Gesù non s’impone, né fa pesare la sua presenza. A partire dall’attesa di quella donna, si fa via perché lei stessa possa leggere dentro la sua vita, avvertire la sete come apertura ad affidarsi all’amore (il pozzo era il luogo delle storie d’amore). Dio lo si adora non su un monte (era questa la polemica tra giudei e samaritani) ma ‘in spirito e verità’, nel coinvolgimento della vita. Gesù si offre come via aperta, luogo di incontro con il Padre. Il futuro che la donna spera il venire di un messia è già a sua disposizione, è già presente: ‘Sono io che ti parlo’ (4,26). ‘Sono io’ è eco di quel nome che dice la presenza del Dio vicinissimo nell’umanità ospitale di Gesù. “Credimi donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… ma viene l’ora in cui i veri adoratori lo adoreranno in spirito e verità”. Gesù si rivolge a lei come ‘donna’ e parla di un’ora decisiva. Sotto la croce ritornerà il motivo della ‘donna’ e lì per il IV vangelo è l’ora di Gesù. Sotto la croce Gesù consegna la donna al discepolo e il discepolo alla madre. Il trafitto che nella sua morte rivela la gloria – cioè l’amore – di Dio, consegna a tutta l’umanità – la donna – la testimonianza del discepolo che ha sperimentato l’amore. E’ il sorgere di una nuova storia di incontro.

Credere è un cammino che sta al cuore dell’esistenza, coinvolge le ricerche e le seti della vita personale. E’ anche percorso da condurre insieme, nel comunicare, nel vivere l’amore: la donna va ad annunciare ai suoi compaesani, nella città e ‘molti credettero per le parole della donna’. La fede è un incontro. Ed è sempre un percorso plurale, condiviso, è un ascoltare e sapere, un’esperienza vissuta insieme dello ‘stare con’ Gesù: “lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (4,41-42).

Alessandro Cortesi op

Sete di trasparenza, onestà, chiarezza

Marie Collins, irlandese, da bambina è stata vittima di abusi da parte di un prete. E’ stata una tra i membri della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, voluta da papa Francesco per contrastare il fenomeno della pedofilia nella chiesa cattolica. Ma ha rassegnato recentemente le dimissioni a fronte delle resistenze e della vanificazione del lavoro della commissione.

Il cardinale Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una intervista al Corriere della sera, aveva reagito alle accuse di mancanza di collaborazione respingendo l’idea che “ci sia da un lato il Papa che vuole la riforma e dall’altro un gruppo di resistenti che vorrebbero bloccarla.”

Sul sito di National Catholic Reporter è stata pubblicata la risposta di Marie Collins al Prefetto. Ella ha denunciato come richieste presentate dalla Commissione che avevano l’approvazione del Papa avevano ricevuto rifiuti; ad esempio l’esigenza di rispondere «sempre» alle lettere inviate al Vaticano dalle vittime di abusi, era stata «rifiutata da un ufficiale della Curia».

Ha inoltre denunciato che «La raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti era stata approvata dal Papa e annunciata nel giugno 2015. Finora la Congregazione per la dottrina della fede, ha trovato dei problemi ‘legali’ non meglio specificati, e così (il tribunale) non è mai stato istituito» (cfr. I.Scaramuzzi, Prevenzione della pedofilia. Collins risponde al cardinal Müller, La Stampa Vatican Insider 14 marzo 2017).

In un’intervista a Repubblica Marie Collins mantiene un giudizio positivo sull’impegno e nutre ancora attese positive sul lavoro della commissione.

Tuttavia ha evidenziato i rallentamenti e difficoltà posti a questa azione. Nella lettera di dimissioni scriveva: «Sin dall’inizio del lavoro della Commissione nel marzo 2014 sono rimasta impressionata dalla dedizione dei miei colleghi e dagli auspici sinceri di Papa Francesco di fornire un’assistenza alla questione degli abusi sessuali del clero. Credo che la costituzione della Commissione, la proposta di far partecipare esperti esterni per consigliarla su ciò che era necessario per rendere più sicuri i minori, sia stata una mossa sincera. Tuttavia, nonostante il Santo Padre abbia approvato tutte le raccomandazioni fatte dalla Commissione, ci sono state battute d’arresto costanti. Questo è avvenuto a causa della resistenza da parte di alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del Dicastero più strettamente coinvolto nel trattamento dei casi di abuso, è stata vergognosa».

La scelta delle dimissioni per Collins costituisce un passaggio di chiarezza e di coerenza con il suo impegno: «Quando ho accettato la mia nomina nella Commissione nel 2014 avevo detto che se avessi trovato un conflitto tra quello che stava accadendo dietro le quinte e ciò che veniva detto pubblicamente, non sarei rimasta. Ecco, questo è accaduto. Sento di non avere altra scelta che dimettermi per mantenere la mia integrità».

Marie Collins è esempio di una donna capace di esprimere una profonda sete di giustizia e di cambiamento in questo tempo. E’ una sete presente in tantissime persone che scorgono la gravità dell’abusare dei più piccoli e più indifesi da parte di chi avrebbe il compito di custodirli e proteggerli. Il fatto che tale reato sia diffuso in tanti ambienti oltre a quello ecclesiale non è per nulla una giustificazione a negare il fenomeno, a limitarne la percezione di gravità o a trascurare di mettere in atto mezzi per sradicarlo. Ma di fronte a questa sete di trasparenza e di giustizia sembra che vi siano forti resistenze. Marie Collins si dice frustrata nel percepire resistenze e opera di ostilità al lavoro della commissione da parte degli stessi Dicasteri di Curia.

E’ assai triste constatare tutto questo proprio alla luce di quanto papa Francesco ha scritto nella sua prefazione al libro di Daniel Pittet, dal titolo “La perdono, padre” (ed. Piemme) ex prete oggi sposato e padre di sei figli, vittima di abusi da parte del clero quando era bambino. Parlando dell’incontro avuto con lui Francesco scrive:

“Non potevo immaginare che quest’uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete. Eppure questo è ciò che mi ha raccontato, e la sua sofferenza mi ha molto colpito. Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa (…) Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono. Si tratta di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna”.

La lotta alla pedofilia esige un approfondimento per andare alle molteplici radici di questo male. Lo scandalo di forme di abuso continuate negli anni e coperte dal silenzio o minimizzate dalle autorità non può essere facilmente superato. In primo luogo va offerta maggiore attenzione alla voce delle vittime per guardare con chiarezza questo male, per poterne individuare soluzioni e modalità di prevenzione. E’ infatti questione che dovrebbe condurre a porre in discussione gli indirizzi di formazione dei ministri nella chiesa fino a far ripensare le forme del ministero stesso nella chiesa cattolica.

Si pone la domanda su cambiamenti relativi alla presenza delle donne a tutti i livelli della vita ecclesiale che permane segnata da mentalità di clericalismo e maschilismo. Ma va anche condotta una azione di tutela dei minori, delle vittime nel chiedere trasparenza, nell’esigere chiarezza nel denunciare situazioni di abuso, nel verificare la veridicità delle accuse, nel lottare contro la negazione, la negligenza e le coperture da parte delle autorità e nel predisporre mezzi adatti per evitare che piccoli e vulnerabili siano abusati e sfruttati.

Nella sua lettera di risposta al card. Müller, Marie Collins pone l’interrogativo come mai, se gli strumenti già ci sono, «nessun vescovo è stato ufficialmente e in modo trasparente sanzionato o rimosso per la sua negligenza: se non è mancanza di norme, è mancanza di volontà?».

Presentando le sue dimissioni Marie Collins aveva scritto che quanto la commissione desidera è «migliorare la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili dovunque nel mondo ci sia la Chiesa cattolica» e «anziché tornare indietro in un atteggiamento di negazione e offuscamento, quando una critica come la mia viene sollevata il popolo della Chiesa merita una spiegazione appropriata. Abbiamo tutti il diritto di trasparenza, onestà e chiarezza. I malfunzionamenti non possono più essere tenuti nascosti dietro le porte chiuse dell’istituzione. Ciò accade solo fintantoché coloro che conoscono la verità vogliono continuare a rimanere in silenzio».

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica del tempo ordinario B – 2015

DSCN0967Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto di Genesi, con un linguaggio composto di elementi simbolici e narrativi, cerca di presentare il senso della vita degli esseri umani sulla terra: più che un racconto delle origini può essere letto e accostato come una grande pagina di riflessione sapienziale che pensa al futuro: la domanda che sta al cuore di queste pagine è: come potrebbe e dovrebbe essere la vita degli esseri umani? Quale il loro rapporto con la realtà in cui sono posti? Quale il senso profondo della loro esistenza nella relazione con Dio scoperto come liberatore e insieme creatore di ogni cosa? Il racconto ha alcuni aspetti momenti di concentrazione su aspetti particolari, una serie di messe a fuoco.

Una prima messa a fuoco è sulla condizione dell’essere umano nel rapporto alle cose, alla realtà del mondo in cui è situato. Nel ‘giardino’ dove è posto gli è affidato il compito di dare un nome agli esseri viventi. Ha un compito di parola, che proprio per questo è anche di custodia nel pronunciare e dare un nome. Dare il nome significa un rapporto fatto di conoscenza delle cose, della loro natura, delle loro potenzialità, della loro preziosità. E’ riconoscimento delle altre creature come dono con cui entrare in relazione. All’essere umano in tale quadro sta il compito di aprirsi alla consapevolezza di essere parte: partecipe di un mondo in cui non può e non deve fare da padrone. E’ invece responsabile, soggetto di una chiamata che proviene da Dio ad essere depositario di un affidamento, custode e pastore di un mondo affidato, a cui rispondere con l’impegno della vita. Non un dominatore, ma un custode chiamato a coltivare e custodire.

Tutto ciò è posto nel quadro di un disegno di Dio che va contro la solitudine: ‘Non è bene che l’essere umano sia solo’. E’ posta così in risalto una ricerca profonda: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sta qui una seconda messa a fuoco di questa pagina. La solitudine dell’essere umano è ferita che implica apertura a rapportarsi a qualcuno simile a lui, in una relazione di parola e di libertà.

Nel mondo bello a lui affidato l’essere tratto dalla terra (adam da adamah), partecipe della terra che è sorella e madre, vive il desiderio di qualcuno che ‘gli stia di fronte’. Tutti gli altri esseri viventi sono importanti, ma c’è una relazione unica possibile con una presenza altra e simile: una presenza che sola sta nella parità con lui, di fronte a lui, capace di dialogo, di accoglienza, di intesa. A questo punto è narrato il dono dell’altra persona: anch’essa creatura, uguale in tutto, simile, ma radicalmente diversa, proveniente da un dono insondabile di Dio. Opera di Dio mentre l’Adam, il partecipe della terra, dormiva. Il sonno di Adam è il modo poetico per indicare come l’altra creatura come lui non sia qualcosa proveniente dall’uomo, ma può essere solo presenza accolta come dono, non programmabile e vicina. Il narratore non parla di uomo e donna ma dell’umano.

Il sonno di Adam indica un agire libero e gratuito di Dio e un non sapere: il dono che egli si trova di fronte al suo risveglio implica l’accettazione di un non comprendere (che è rinuncia al possesso). La presenza nuova rimane mistero di gratuità. La isha’ (donna in ebraico) di fronte a ish (uomo) – uguale e diverso essere umano – è presenza scoperta, ritrovata accanto, inattesa e insperata. Anch’essa tratta dalla terra ma che condivide – cioè uguale e non dipendente – l’interiorità e la corporeità di Adam. Adam così reca in sè un mistero di privazione e di completamento. L’uomo tratto dalla terra, dovrà ricercare e ritrovare in isha’ una parte di sé al di fuori di sè per costituire insieme una umanità più grande. Dovrà accettare di non essere completo se non nella relazione e insieme a chi è volto di alterità. Per ricevere un dono dovrà accettare una mancanza e riconoscere un limite.

Isha’ è tratta dalla costola di ish, cioè partecipa della medesima vita, dalla, stessa terra: la ricerca e il desiderio di ish in rapporto a isha’ sarà d’ora in poi ricerca di divenire se stesso, possibile solo nell’apertura all’altra. Isha’ nello stesso tempo è anche diversa da ish: sta di fronte. E’ possibile specchiarsi, riconoscere un volto, ma è impossibile identificarsi perché è presenza altra, il suo volto implora ‘non uccidere’.

E’ simile, ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’ canta l’uomo, nell’inno di gioia dopo il risveglio dinanzi ad una scoperta meravigliosa che spalanca l’esistenza. Ma quest’inno nasconde anche un profondo malinteso. L’uomo parla a se stesso, non si rivolge a chi gli sta di fronte. ‘Carne della mia carne’, nell’esteriorità nella dimensione corporea, ‘osso delle mie ossa’ simile nell’interiorità. Sono parole che racchiudono la bellezza e la fatica della comunicazione. Tuttavia in queste parole di meraviglia dell’uomo si può cogliere un’incapacità a comprendere il dono ricevuto. Intende infatti questa presenza altra come tutta funzionale a se stesso: ‘carne della mia carne’ nega la alterità, sottolinea soprattutto la somiglianza, il ‘mio’, non riconosce la diversità. Si pone come centro e vede la donna come prolungamento di sé e quasi una parte. Ed è questo un errore che segna la vicenda dei rapporti tra uomo e donna. L’uomo non accetta di non sapere, pretende di essere capace di comprendere sino in fondo e non si mantiene nel limite di quel sonno in cui ha ricevuto l’altra in dono.

Da questo dono e disegno che sta al principio sorge la vocazione all’incontro a cercare nel cammino della vita di vivere una relazione fragile (la fragilità sta dietro al termine ‘carne’), nello starsi di fronte come ‘diversi’ e come ‘simili’: ‘Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola’. ‘Per questo’ è annotazione che riconosce la consuetudine della vita. E’ traducibile nell’espressione ‘Poiché le cose stanno così’. ‘Poiché le cose stanno così’, continua l’autore, è necessario abbandonare le relazioni che sino a questo momento aveva dato rifugio e sicurezza. lasciare il padre e la madre, presenze rassicuranti, implica anche evitare che l’altro sostituisca le presenze conosciute. Congiungersi all’altro apre ad un cammino nuovo, diventare allora una carne sola. ‘Carne’ rinvia alle diverse dimensioni della corporeità, dell’interiorità, dell’affettività, ma anche al limite e fragilità di questo cammino. L’uomo e la donna si ricercheranno per formare insieme una vita in tensione a scorgere continuamente la chiamata di Dio sulla relazione.

Nella pagina del vangelo i farisei si accostano a Gesù e gli pongono una questione: ‘È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?’. La Torah prevedeva solamente per il marito la possibilità di allontanare la moglie nei casi in cui avesse riscontrato in lei «qualcosa di vergognoso» (lett. «un atto di nudità»); in tale situazione doveva però darle un atto di divorzio (secondo la normativa di Dt 24,1-4) che le consentiva di unirsi ad un altro uomo senza dover essere tacciata di adulterio. Nel dibattito al tempo di Gesù sono conosciuti diversi orientamenti d’interpretazione di tale questione. Per una tra le autorità del tempo, Shammai, questo ‘qualcosa di vergognoso’ doveva riguardare solo un atto di adulterio della donna, per Hillel poteva riferirsi a qualsiasi cosa che nella donna risultasse sgradita al marito.

Il dibattito sollevato di farisei con Gesù non verteva quindi sulla questione del ripudio, ma sulle cause che permettevano al marito di allontanare la donna. Ciò può trovare conferma nel testo parallelo di Matteo, dove i farisei chiedono a Gesù: ‘È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?’ (Mt 19,3).

Gesù risponde solamente rinviando a Mosè: ‘che cosa vi ha ordinato Mosè?’ i farisei controbattono: ‘Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla’. A questo punto Gesù osserva: ‘Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma’. La norma allora viene da Mosè non per una sua iniziativa, ma a causa della ‘durezza del cuore’: è la sklêrokardia, la causa di tale prescrizione. Mosè per adattarsi al cuore duro che esprime mancanza di amore, conseguenza del peccato (Ez 36,26) ha proposto quella norma.

Le parole di Gesù rinviano ad un ‘principio’. Riprende la Scrittura: ‘Ma all’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola’. In questa risposta compare il riferimento a due passi di Genesi – due testi della Torah quindi – posti insieme. Il primo è tratto dal racconto sacerdotale della creazione, il secondo da quello jahwista. Dio ha creato l’uomo e la donna come due esseri uguali e complementari (Gen 1,27) e li ha chiamati ad unirsi in modo tale da formare quasi un’unica carne (Gen 2,24). Da qui la conclusione: ‘Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto’. Nel disegno del principio uomo e donna sono chiamati ad intendere la propria vita nell’orizzonte dell’unione e l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito in tale modo.

Nella spiegazione poi data in privato ai discepoli, l’evangelista introduce un altro detto: ‘Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; se la donna, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio’. Queste parole pongono in primo piano non tanto la separazione quanto la seconda unione che costituisce l’adulterio. E’ anche sottolineato che la medesima regola è rivolta all’uomo e alla donna. Uomo e donna sono visti in una prospettiva di parità. Una precisazione che si scontrava con il privilegio nella tradizione ebraica di un ripudio da attuare dalla parte maschile e forse opportuna in un contesto (come quello romano), in cui anche le donne avevano la facoltà di divorziare.

La discussione sul divorzio infine si chiude con una scena in cui compare la presenza di bambini: Gesù chiede ai discepoli di non impedire ai bambini di andare da lui e propone questi piccoli come modello per chi vuole entrare nel regno di Dio.

Gesù rinvia a quel progetto del principio e richiama ognuno alla responsabilità del cuore che è lo stare della coscienza di fronte a Dio. Ciò implica aprirsi all’azione del ‘Dio che congiunge’, che ha un progetto di alleanza per ogni uomo e donna. Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri.

Questa parola di Gesù va letta nel quadro progressivo della sua presa di posizione  con una serie di passaggi: innanzitutto richiama la Sacra Scrittura, in particolare in rapporto alla storia della creazione (Gen 1,26 e 2,24) che parla del matrimonio come di una alleanza con Dio. Evidenzia il comandamento per cui l’uomo non deve disfare ciò che Dio ha unito. Nella casa infine, con i suoi discepoli, affronta la questione dell’adulterio: è da tener conto che il contesto in cui questi testi sorgono è quello di una tradizione in cui solamente l’uomo poteva attuare il divorzio e non la donna. La parola di Gesù esige di essere interpretata non nel quadro di un diritto che chiude e si pone come giogo insopportabile (cf. Mt 11,9; At 15,10), ma come parola di salvezza che apre all’esperienza della misericordia e al futuro. Al cuore del suo messaggio sta la bella notizia del regno di Dio e tutte le sue parole vanno lette in questo orizzonte.

DSCN1227(Andrea Roggi, L’amore apre i cuori e la nostra mente – 2015 – Spello)

Alcune riflessioni per noi oggi

La recente enciclica di Francesco, ‘Laudato si’, ha pagine di grande intensità sul progetto di Dio per l’umanità all’interno della creazione. In un passo, riprendendo riflessioni provenienti da varie regioni del mondo afferma (n.85): “Dio ha scritto un libro stupendo, «le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo». I Vescovi del Canada hanno espresso bene che nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio: «Dai più ampi panorami alla più esili forme di vita, la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino». I vescovi del Giappone, da parte loro, hanno detto qualcosa di molto suggestivo: «Percepire ogni creatura che canta l’inno della sua esistenza è vivere con gioia nell’amore di Dio e nella speranza». Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché «per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa». Possiamo dire che «accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte». Prestando attenzione a questa manifestazione, l’essere umano impara a riconoscere sé stesso in relazione alle altre creature: «Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (Paul Ricoeur)”.

Può essere d’aiuto la lettura di una poesia di Elisabeth Green, teologa battista (da Il filo tradito. Vent’anni di teologia femminista, Torino, Claudiana 2011), con uno sguardo femminile al volto di Dio stesso:

Dio è seduta e piange. / la meravigliosa tappezzeria della creazione / che aveva tessuto con tanta gioia è mutilata, / è strappata a brandelli, ridotta a cenci: / la sua bellezza è saccheggiata dalla violenza

[…] guardate! / tutto ritesse con il filo d’oro della gioia, / dà vita a un nuovo arazzo, / una creazione ancora più ricca, ancora più bella / di quanto fosse l’antica! / Dio è seduta, tesse con pazienza, con perseveranza / e con il sorriso che sprigiona come un arcobaleno / sul volto bagnato dalle lacrime.

E ci invita a non offrirle soltanto i cenci / e i brandelli delle nostre sofferenze / e del nostro lavoro./ ci domanda molto di più; / di restarle accanto al telaio della gioia, / e a tessere con lei l’arazzo / della nuova creazione.

Inizia in questi giorni il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. La speranza di molti è che da questo momento sgorghi un messaggio di apertura, di comprensione e di misericordia per poter intendere l’esperienza delle relazioni affettive come un cammino in cui è sempre presente una speranza e una parola di bene da parte di Dio, nella complessità dei percorsi esistenziali e biografici nella loro gioia e bellezza ed anche nelle loro ferite, ritardi, fallimenti. In una recente intervista il card. Walter Kasper ha ribadito l’importanza di leggere anche le Scritture con attitudine che sappia interpretarle nel senso della misericordia e del perdono. Sono queste le chiavi per leggere ogni parola di Gesù donata non come norma che opprime e rinchiude ma come notizia di vita e speranza per la vita e per intendere la vicinanza del regno di Dio:

“Personalmente ritengo che prendere una parola del Vangelo per difendere una propria tesi è una sorta di fondamentalismo, un nuovo fondamentalismo che si fa con una parola. Che non si può sciogliere il matrimonio è cosa chiara e assodata, eppure ci sono passi biblici che menzionano una qualche “eccezione” alla parola del Signore sulla indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (il capitolo 19 di Matteo) e nel caso di separazione a motivo della fede (la prima lettera ai Corinzi, capitolo sette). Tali testi indicano che i cristiani in situazioni difficili hanno conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù”. (Ma le eccezioni sono previste anche nei passi del Vangelo, intervista a Walter Kasper, a cura di Paolo Rodari, La repubblica 1 ottobre 2015).

Siamo chiamati a cogliere la bellezza della proposta di Gesù che richiama il disegno originario di Dio e nel contempo vivere la responsabilità del cuore di fronte a Dio, per comprendere le sue chiamate anche nelle vicende talvolta faticose e difficili della nostra vita nella consapevolezza che “nella vita coniugale sono disseminati molti più ostacoli di quanti non ne ammetta la teologia del matrimonio oggi facilmente idealizzante” (Anne-Marie Pelletier)

La seconda lettura ha al suo centro la condiscendenza di Gesù: pur essendo figlio si è chinato su di noi, ha condiviso in tutto la nostra vita e le nostre fatiche. In questo senso è divenuto il fratello di ogni uomo e donna. Nel suo farsi servo rende possibile scoprire orizzonti nuovi di fraternità: è lui il bambino/servo di Dio che prende la condizione dei bambini, i senza dignità che egli abbraccia e pone al centro della comunità. Se lui è nostro fratello allora l’esperienza di famiglia diviene possibile in un orizzonte che allarga lo sguardo alla famiglia di Dio al suo disegno di relazioni nuove per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

1302283682_st_-nikita_-serbia-048Sap 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7-15; Mc 5,21-43

Nel quadro della missione di Paolo una rilevante importanza ha il progetto della colletta da lui promossa e richiesta tra le comunità per recare aiuto alla comunità di Gerusalemme in difficoltà concrete. A Corinto era stato deciso di attuarla ma stentava ad essere effettuata: perciò Paolo invia Tito con altri per sollecitare a compiere quell’opera (2Cor 8,6).

L’occasione è motivo per presentare le ragioni di uno stile di rapporti per coloro che seguono Cristo. La situazione dell’altro, anche lontano, in difficoltà, è un appello a condividere, ciò che si è e quanto si ha. Paolo presenta l’esigenza evangelica di redistribuire i beni in favore di chi ha meno per fare uguaglianza e per prendersi cura.

Quest’opera generosa è prova della generosità di un amore fatto di premura. Avvertire l’urgenza del bisogno e delle attese degli altri è attitudine di cuori capaci di larghezza, non ristretti in orizzonti chiusi del proprio egoismo. Fino a dare anche oltre le proprie capacità come hanno fatto le chiese della Macedonia, senza calcoli, larghi oltre ogni paura di perdere. “Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza”.

La colletta è ben più che un gesto di elemosina. E’ far proprio il cammino di Cristo, è entrare in un’esperienza di gratuità. L’uguaglianza che si realizza costituisce così un’esperienza della grazia: ‘Da ricco che era si è fatto povero perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà…’.

Vivere tale solidarietà apre a scoprire che nel portare aiuto non si dà solamente ma si riceve e questa esperienza è grazia. C’è un dare da un lato ma c’è anche un ricevere: vi sono doni che giungono da altre ricchezze, di umanità, di vita, di relazione. E’ così lasciarsi coinvolgere nella stessa vita di Cristo che ha fatto della sua vita un dono per gli altri: è lui riferimento fondamentale e criterio delle scelte dei cristiani. Povertà è scelta di liberarsi da tutto ciò che appesantisce e pone ostacolo all’incontro: non è mai esperienza vissuta nella solitudine, ma evento di condivisione. Gesù ha scelto la via della debolezza e della privazione per poter partecipare la sua ricchezza, per poter fare comunione.

Marco presenta al capitolo 5 due miracoli di Gesù, intrecciati nella narrazione. Due segni del suo agire che porta guarigione e libera dalla morte. Al capitolo 4 Gesù era stato presentato come ‘più forte’ delle forze del male (il mare in tempesta) ora è presentato nel suo guarire nel portare liberazione. Al centro della narrazione sono due donne – la figlioletta di Giairo, capo della sinagoga, e la donna che soffriva da dodici anni di emorragie e il filo che collega le due scene è la questione della fede.

La donna che si accosta a Gesù da dietro, è indicata come una che ha perso tutto, quasi un riferimento dei tanti diseredati. Eppure inespressi nel suo cuore stanno nodi di sofferenza, di timore, di speranza. Il suo avvicinarsi è senza parole. Il suo farsi strada tra la folla, lei esclusa come impura, è spinto da una fiducia fondamentale che la fa andare avanti, e la porta a trasgredire la legge che impediva contatti per non trasmettere impurità. Quali le sue attese? Il poter essere riconosciuta, compresa, accolta nella sua sofferenza: intuiva che in Gesù poteva sperare nello sguardo di Dio vicino.

Gesù sente su di sé, proprio nel contatto, la forza dell’affidamento della donna. Il toccare Gesù da parte della donna è diverso dal premere della folla. Gesù non ha paura del contatto. La sua presenza dice che la santità di Dio non tiene lontani ed esclusi ma comunica vita e misericordia. Nel dialogo con la donna offre accoglienza piena a lei e a tutti coloro che sono senza nome. Riconosce un volto, davanti a lui: ‘Và la tua fede ti ha salvata’. Gesù dice così la forza di tale fiducia e ne riscontra la potenza: ‘la tua fede…’. C’è una forza impensabile racchiusa nella fede come accettazione dell’impotenza e affidamento radicale. Marco presenta Gesù come il volto umano, capace di compassione e tenerezza, in cui si rende presente e vicino Dio che salva, e conduce a cogliere la fede dei poveri come forza di salvezza.

La salvezza è un senso nuovo donato e scoperto nella vita: la guarigione ne è segno e indicazione. Passa nel contatto dei corpi: questa donna voleva toccare Gesù. Toccare è relazione. Nel vangelo è continua la disponibilità di Gesù, la sua ricerca del contatto diretto con le persone : toccava i malati, gli esclusi, si lasciava toccare da loro (Mc 1,41; 6,56; 7,33; 8,23-25; 10,13.16). In questo toccare, in una relazione che passa nella corporeità e nella concretezza, Gesù apre ad un riconoscimento e ad una liberazione. Libera dall’esclusione e dal disprezzo, apre a nuove relazioni. Nel silenzio dei suoi gesti, nelle sue parole è raccontato il volto di Dio che Gesù annuncia: un Dio che sta vicino agli esclusi e dice la possibilità di una storia diversa, di ospitalità aprendo a ciascuno un cammino nuovo.

Ancora la fede è tema al cuore dell’incontro con Giairo: egli si getta ai piedi di Gesù e ‘lo pregava con insistenza’ mentre la figlioletta stava per morire. ‘Vieni a posare le mani su di lei perché sia salva e viva’. Poi però tutto sembra ormai finito, la figlioletta è morta. Ma l’invito di Gesù è a ‘non temere, continua solo ad aver fede’.

Gesù si reca nella casa di Giairo, entra proprio lì dove la morte sembra avere posto la parola ultima e definitiva. Si fa incontro alla bambina ormai morta ma il suo modo di guardare alla piccola defunta è diverso: ‘Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta ma dorme’. Marco aveva indicato il ‘dormire’ di Gesù sulla barca durante la tempesta come rinvio alla sua morte. La morte non è parola ultima ma è un dormire che per la parola di Gesù si apre ad un ‘alzarsi’ nuovo. Gesù comunica la sua forza di vita: ‘Talità kum, Io ti dico alzati’: è invito che racchiude l’annuncio della risurrezione. La risurrezione è ‘alzarsi dalla condizione di morte’. La fede a cui Gesù aveva invitato Giairo è potenza di vita. C’è un alzarsi che è già in atto nella fede vissuta come fiducia nella vita.

Alla donna impaurita che aveva cercato di toccare il suo mantello, Gesù dice ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’. Fede non è l’esaltazione della folla, ma è incontro personale che si fa strada nella ricerca sofferta, nel cuore di chi consegna a lui la propria vita e cerca un contatto profondo, personale. Nell’alzare la figlia di Giairo, Gesù manifesta che il dono di salvezza è restituire alla vita in modo pieno fino a superare la morte stessa. Gesù non salva nonostante la morte. Il suo percorso di farsi povero lo ha condotto al rifiuto e alla morte: rifiutato e condannato, è risorto, ‘alzato’. Comunica la forza della risurrezione nel chiederci ‘continua ad avere fede’.

Due donne, capaci di dare vita, sono segnate dalla malattia e dalla morte. Gesù restituisce a queste due donne la capacità di dare vita. Ma in primo luogo accoglie la fede come apertura del cuore ad una vita oltre i limiti della malattia e della morte.

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Alcune riflessioni per noi oggi

La donna che si accosta a Gesù, da dietro, per toccare anche solo un lembo del suo mantello è donna che ha perso tutto: è volto senza nome e senza più nulla su cui contare. Gesù accoglie questa donna riconoscendo la sua fede. E’ indicazione di uno stile che dovrebbe ispirare cammini di chiesa. La domanda da porsi di fronte alle persone, prima di esprimere un qualsiasi giudizio: quante sofferenze nascoste sono racchiuse nel cuore? Quante parole non espresse cercano accoglienza in gesti che chiedono ascolto? Queste domande fanno passare da un accostamento superficiale e insensibile, ad una attitudine di compassione.

Gesù provoca ad uno stile capace di coltivare la compassione. Prima di ogni altra cosa la capacità di ascolto e accoglienza dei cammini umani. Gesù apre futuro a partire dalla condizione in cui la donna viveva, liberandola nel riconoscere che dentro di lei, la sua fede era motivo di salvezza. Non è questa forse la parola di vangelo che oggi dovremmo comunicare a chi incontriamo? E vivere così esperienza di chiesa come comunità che accoglie e dà spazi per guarire, per camminare, per essere restituiti alle relazioni e alla vita con speranza?

E’ fenomeno ormai dirompente la concentrazione e assorbimento dell’attenzione nell’uso dei mezzi tecnologici: smartphone, tablet, computer… Il tempo quotidiano è frammentato dal ricorrere di messaggi e notifiche, di richiami e continue sollecitazioni ad entrare in contatto con gli altri attraverso il mondo virtuale. Ma a questo grande sviluppo corrisponde una sorta di movimento di crescita dell’analfabetismo nella capacità delle relazioni reali. Una sorta di ignoranza della grammatica delle relazioni. nell’incapacità progressiva ad entrare in rapporti diretti, a faccia a faccia, dando il tempo dell’ascolto, della parola, del toccare l’altro nella condivisione di gesti, di parole, di esperienze. Forse oggi c’è da interrogarsi su come vivere un rapporto con la tecnologia che possa lasciar custodire la preziosità del contatto fisico, esperienziale Toccare è entrare a contatto, nel dare attenzione, nell’accettare l’altro. Toccare significa certamente un contatto diretto, un avvertire il contatto corporeo, ma anche un entrare dentro le situazioni, non rimanerne alla superficie, non trattare le vicende personali con la distrazione con cui si attua un click o si sfiora con le dita una schermata. Toccare può essere sinonimo di lasciarsi contaminare dalle realtà, un avvertire su di sé il peso della vita di chi soffre e un prendere nella propria vita la vita e le domande degli altri.

Jeb Bush, della stessa famiglia dei più famosi presidenti USA che tante tragedie hanno portato con scelte di guerre nei decenni scorsi, candidato alla presidenza Usa, ha affermato che la Chiesa deve occuparsi di anime, non di economia. Questa presa di posizione a fronte della critica all’attuale sistema economico suggerita nella enciclica ‘Laudato sì’ è occasione per sollecitare una riflessione sul rapporto tra messaggio del vangelo realtà umana in tutte le sue dimensioni.

Fare uguaglianza è la richiesta di Paolo alla comunità di Corinto. Fare uguaglianza è la grande sfida in un mondo che si scopre segnato dalla grande separazione e ingiustizia che genera disuguaglianze. Uguaglianza non è soppressione delle differenze: siamo oggi ben consapevoli dell’importanza di riconoscere le differenze, ma la disuguaglianza che è non avere punti di partenza uguali, che è mancanza di avere possibilità per esprimere la propria umanità è il grande dramma della separazione tra coloro che sono considerati uomini/donne e coloro che sono ritenuti esclusi, diversi perché non uomini/ non donne.

I gesti di Gesù toccano i corpi e lasciano coinvolgere la sua corporeità. La fede cristiana sorge dall’incarnazione, da un rapporto che non mantiene separate le dimensioni della vita umana. La salvezza come senso pieno della vita passa attraverso anche liberazioni storiche e nella lotta contro tutto ciò che tiene le persone oppresse. Il regno di Dio promesso non è solo dimensione dell’al di là, ma investe la premura per le concrete situazioni di impoverimento e per la giustizia nell’aldiqua. Investe perciò la dimensione politica. Il messaggio del vangelo non offre soluzioni pratiche concrete che sono sempre continuamente da ricercare in ogni tempo e luogo con intelligenza e fatica, ma dà criteri di fondo per orientare la vita.

In particolare è importante la critica e la visione proposta nella ‘Laudato sì’. E’ una critica radicale ad una società mondiale in cui la dimensione economica ha il primo posto e non considera che la vita umana insieme e nella relazione con il cosmo può compiersi solo tenendo insieme aspetti economici, ma anche aspetti sociali e spirituali che costituiscono la vita profonda delle persone. Da qui la provocazione a pensare in modo diverso la stessa economia e i rapporti sociali per percorrere vie alternative e diverse rispetto ad un modello di società ridotta a dimensione mercantile dove tutto – anche le vite umane, il lavoro e la natura – viene ridotto a merce.

Alessandro Cortesi op

XX domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0091Is 56,1-7;  Rm 11,13-15.29-32;  Mt 15,21-28

L’episodio narrato da Matteo è un incontro di Gesù con una donna, definita ‘cananea’. Può essere utile il confronto con il passo parallelo di Marco (7,24-30) che Matteo riprende apportando alcune significative modifiche in rapporto con la sua interpretazione della missione di Gesù e della vita della comunità. Marco aveva indicato quella donna come di origine ‘siro-fenicia’, quindi pagana a e aveva collocato l’incontro direttamente in un territorio a nord di Israele, in terra pagana, impura. Matteo invece dice che Gesù si ritira e si dirige verso il territorio di Tiro e Sidone, ma non vi giunge mai. E’ invece la donna cananea ad essere presentata nel movimento di attraversare i confini per recarsi ad incontrare Gesù riconoscendo in lui il ‘figlio di Davide’, quindi il messia.

Secondo i profeti il compito del messia era quello di procurare pane per ognuno dei figli di Israele (cfr. 2 Sam 6,19) e la questione che si apre tra la donna e Gesù riguarda la possibilità di partecipare ad un banchetto in cui il pane sia per tutti. Non si deve dimenticare che questo incontro avviene nel quadro della narrazione di Matteo inserito tra la prima moltiplicazione dei pani e la seconda.

L’atteggiamento di Gesù nei confronti della donna pagana, uscita dai confini, che grida verso di lui comunicando la situazione di bisogno di sua figlia, è di silenzio e di insensibilità: “non le rispose neppure una parola”. Per Matteo Gesù è messia inviato innanzitutto alla casa di Israele e rende esplicito questo passaggio nella risposta posta in bocca a Gesù di fronte alla preghiera dei discepoli “congedala perché ci grida dietro”: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Appare come la preoccupazione prima di Gesù sia all’interno di confini segnati dalla appartenenza al popolo dell’alleanza e delle promesse. La donna insiste e Gesù a lei risponde in modo assai duro: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. L’uso del termine vezzeggiativo in riferimento ai ‘cani’ non elimina la durezza di questa visione esclusiva, senza alcuna apertura. I cani nel linguaggio del tempo era l’indicazione per ‘i pagani’, e la visione di Gesù appare uniformarsi a quella di una salvezza riservata ad alcuni in una logica di esclusione degli altri. Nella versione originale di Marco c’era una sottolineatura diversa. Nell’aggiunta: “Lascia prima che si sazino i figli” Gesù poneva una questione di tempi e di precedenza: prima le pecore perdute di Israele e poi i pagani. In Matteo la posizione appare più dura e in un orizzonte di chiusura radicale. Gesù è presentato così in una presa di posizione assimilata a quella di chi interpretava il disegno di Dio in un orizzonte di esclusività, oppure in queste parole si può intravedere una prospettiva teologica – propria di Matteo – secondo cui solamente dopo la risurrezione Gesù aprirà a tutti la sua missione che nella sua vita si era concentrata sui peccatori di Israele (cfr. Mt 28,19).

Ma è a questo punto che si inserisce nella narrazione una novità e un elemento che porta a cambiare prospettiva. La donna infatti insiste, accetta di essere tra coloro che non hanno diritto, come i pagani, e tuttavia richiama una possibilità aperta: le briciole che avanzano, che sono il sovrappiù, possono essere nutrimento per i cagnolini: “è vero Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. E’ un dibattito che pone la questione del dono del regno, della condivisione del pane, compito del messia, nell’apertura a quelli di fuori, oltre i confini, i pagani. La donna in questa assunzione coraggiosa e forte del dialogo apre Gesù a cogliere qualcosa che stava al cuore del suo agire e del suo messaggio, ma che ancora non era stato espresso. La fede della donna si fonda sulla certezza che Dio non lascia nessuno nel bisogno perché il suo volto è quello dell’amore aperto e senza confini. La sua parola e la sua fede è fonte di vita per Gesù stesso che libera la sua forza di amore. “Avvenga per te come desideri”.

Nella prima moltiplicazione dei pani infatti tutti coloro che erano presenti avevano potuto avere nutrimento ed erano state raccolte dodici ceste di pezzi avanzati. Il pane non è misurato, è in abbondanza e ne avanza. Le parole della donna, il suo coraggio, la sua fede sono forte sollecitazione per Gesù stesso a maturare una percezione più profonda del venire del regno. La donna genera un cambiamento in Gesù stesso, lo aiuta a cogliere che il tempo di una partecipazione dei pagani alla mensa del pane anche soltanto per mezzo di briciole, è già venuto.

Ma lo apre anche a scoprire che vanno oltrepassati i confini delle divisioni e delle esclusioni e che il pane, segno della missione del messia, può esserci in abbondanza per tutti. Lei chiede briciole e Gesù si aprirà a vivere un segno che dice abbondanza di pane per tutti, anche per i pagani. Questo è il significato delle sette ceste di pani avanzate nella seconda moltiplicazione (dodici nella prima in rapporto ad una abbondanza nei confronti di Israele, sette nella seconda in riferimento ai pagani). Nel quadro del vangelo di Matteo Gesù non si reca in territorio dei pagani, ed è questa donna che varca i confini che lo provoca al passaggio a considerare anche i lontani, gli esclusi, i pagani, partecipi del banchetto del messia. Gesù riconosce ‘grande è la tua fede’. Questa donna si è avvicinata a Gesù con cuore aperto e Gesù riconosce la grandezza di una fede che di per se stessa è forza di vita nuova “‘Donna grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri’ E da quell’istante sua figlia fu guarita”. Gesù diviene traghettatore della fede di questa donna ma la cananea stessa è riconosciuta come traghettatirce di una apertura del cuore di Gesù e di liberazione di forze di vita nuova.

Matteo presenta poi Gesù salire sul monte: il monte come quello del discorso al cap. 5 è luogo dove si manifesta l’autorità di Gesù. Questa volta non si siede per insegnare, ma per guarire. E guarisce folle che provengono dal territorio pagano, dalla Decapoli, come quella donna che proveniva dalla terra dei cananei, oltre i confini. Nell’unica terra di Israele, la terra delle promesse, c’è posto per tutti, per una condivisione in cui sperimenatre la salvezza come dono di vita, di un Dio che ha cura di tutti i suoi figli, capace di un amore senza confini.

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(immagine di san Cristoforo, l’attraversatore, spesso raffigurato nelle pareti esterne delle chiese in Alto Adige)

Alcune riflessioni per noi oggi

La pagina di Matteo parla di confini che sono varcati (in Marco è Gesù il varcatore di soglie e di confini, in Matteo è un donna che ha il coraggio di trasgredire, di passare oltre). Ci possiamo interrogare su come viviamo oggi i confini, quelli visibili e quelli invisibili che dividono anche all’interno dei territori quotidiani coloro che possono stare al banchetto della vita e quelli che vengono considerati esclusi. Possiamo pensare ai modo di vivere la religione che genera confini di separazione, di esclusione, che alimenta sensi si privilegio e superiorità. Questo modo di vivere il confine è il più profondo tradimento della fede. La fede della donna pagana che porta Gesù a crescere, a cogliere dimensioni nuove della sua missione e della sua presenza è traccia di una fede aperta, capace di riconoscimento dell’altro, capace soprattutto di recarsi incontro e di lasciarsi essa stessa cambiare. Fede di attraversatori, di persone capaci di farsi carico e oltrepassare. I modi fondamentalisti di vivere la religione, che oggi si esprimono drammaticamente nelle forme della violenza, della eliminazione degli altri diversi, sono anche presenti laddove la religione è un fatto di appartenenza culturale, costruito su interessi, lobbies, affari e potere sociale, quando non di armi accumulate.

La donna cananea che varca i confini è una provocazione per noi a vivere l’esperienza di fede con la libertà di vivere l’incontro, di saper accogliere la sfida della diversità. E’ la sfida a vivere cammini di umanizzazione varcando confini e scoprendo il confine come luogo di scuola, di apprendimento. Solo nel riconoscimento del proprio limite (limiti personali e collettivi oggi, anche delle chiese e tradizioni), e nella disponibilità a lasciarsi cambiare dall’altro si può incontrare il Dio che va oltre i confini narrato da Gesù.

Diceva Alexander Langer, profeta attraversatore di confini, viaggiatore leggero, nel 1994 ad Assisi: “Io credo che abbiamo due scelte: una è quella che ultimamente è diventata famosa col termine epurazione etnica, cioè ripulire ogni territorio dagli altri, rendere omogeneo, rendere esclusivo, etnicamente esclusivo un territorio, e quindi dire che chi lì non diventa uguale agli altri, perché vuole coltivare la sua diversità, o chi semplicemente viene cacciato da lì, cioè non gli viene neanche permesso di integrarsi, se ne vada, con le buone o le cattive, fino allo sterminio (…) L’altra possibilità è quella che ci attrezziamo alla convivenza, che sviluppiamo una cultura, una politica, un’attitudine alla convivenza, cioè alla pluralità, al parlarsi, all’ascoltarsi. (…) Credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico, sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interculturale o interetnica”.

Alessandro Cortesi op

 

P.S. a questo link lo scritto di Alexander Langer Lettera a san Cristoforo: “… Avevi deciso di voler servire solo un padrone che davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre. Forse eri stanco di falsa gloria e ne desideravi di quella vera. Non ricordo più come ti venne suggerito di stabilirti sulla riva di un pericoloso fiume per traghettare – grazie alla tua forza fisica eccezionale – i viandanti che da soli non ce la facessero, né come tu abbia accettato un così umile servizio che non doveva apparire proprio quella “Grande Causa” della quale – capivo – eri assetato…”.

III domenica di Quaresima – anno A – 2014

ges_e_la_samaritana (affresco XI sec., scuola bizantino-campana, Basilica di s.Angelo in Formis, Capua)

Es 17,3-7; Sal 94; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

Gesù incontra una donna, straniera. L’incontro è un incrocio di seti diverse: è Gesù che per primo presenta la richiesta ‘dammi da bere’. Questo suo primo passo che suscita la meraviglia della donna perchè i rapporti tra giudei e samaritani erano di ostilità ed anche perchè non dovevano esserci contatti in pubblico tra un uomo e una donna, diviene occasione per l’emergere della sete presente nel cuore della samaritana.

Si tratta così di un incontro che conduce ad entrare in un dialogo e in un lento percorso di conoscenza e di rivelazione: è un darsi ad incontrare di Gesù a questa donna, è scoperta per lei del senso della sua vita, è apertura ad una fede vissuta in spirito e verità. Un incontro che non rinchiude in una religione del monte ma che apre.

Nel IV vangelo le persone che Gesù incontra divengono esempi e paradigmi di percorsi umani con i quali chi legge può identificarsi. E il percorso è scoperta del volto di Gesù: nel conoscere lui si apre un itinerario di scoperta del proprio volto e di apertura ad una comunicazione nuova come la donna sperimentò alla fine con i suoi compaesani (Gv 4,39: “molti samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che testimoniava…”).

L’incontro con la donna di Samaria è innanzitutto memoria degli incontri di Gesù, e della sua accoglienza verso le donne, del suo sconfinare andando oltre le barriere che relegavano le donne in ambiti marginali. Gesù rompe con schemi culturali e religiosi che creavano esclusione e distanza. Ma la donna di Samaria diviene anche simbolo di chi è lontano e straniero. Nel suo profilo si può infatti cogliere la vicenda di ogni lontano e straniero che viene accolto nello spazio di ospitalità di cui Gesù era capace non perché possessore di beni, ma perché aperto nel cuore. Non solo: la donna è qualificata come samaritana, appartiene ad un popolo, i samaritani, ritenuto eretico, lontano dal punto di vista religioso. Nel dialogo l’allusione ai cinque mariti è rinvio alle divinità dei cinque popoli di origini non ebraiche che stavano all’origine del gruppo dei Samaritani (2Re 17,24-41) e che adoravano divinità pagane. Infine la donna può essere vista come figura di tutti coloro che hanno nel cuore una sete, una ricerca profonda senza sapere nemmeno dare ad essa un nome.

Gli incontri di Gesù nel IV vangelo sono letti come itinerari di un credere che apre a percorsi di scoperta di un dono racchiuso nella propria vita, della dignità della propria storia, di accoglienza in un rapporto nuovo.

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(affresco IV sec., Ipogeo di via Dino Compagni Roma, cubicolo F)

Il dialogo si svolge attorno all’acqua, in una serie continua di equivoci: la donna cerca un’acqua materiale, Gesù le propone un’altra acqua, un’acqua viva, che non viene meno come quella del pozzo. Poco alla volta apre lo sguardo della donna a conoscere nella sua vita un dono di Dio e a riconoscere nella sua presenza una risposta alla sua sete. Gesù chiede ‘dammi da bere’, ma la sua sete è altra rispetto al bisogno di acqua del pozzo, è passione per donare salvezza, per far scoprire il dono della vita di Dio nel cuore (cfr. Gv 19,28: ‘ho sete’). Proprio lì vicino al pozzo che nella Bibbia è luogo dell’incontro, di inizio di storie d’amore.

Nel dialogo Gesù apre la donna a due grandi orizzonti: il primo è la scoperta che la sua vita non è giudicata, non è tenuta lontana, ma è amata. Il dono di Dio è dono di una vita in cui scoprirsi amati e accolti. L’esistenza di Gesù è il farsi vicino di questo dono.

Ogni persona reca in sè stessa una sete che non può essere placata dall’acqua del pozzo. Gesù accompagna la donna a scoprire la ricerca di amore e di vita che sta nel profondo del suo cuore. La accompagna a scavare nel pozzo della sua vita, a vivere la sua ricerca di un amore che giunge sino alla fine: è quell’amore che Gesù vive nell’amare i suoi fino al segno supremo. Per questo conduce la donna a scoprire il suo volto come quello di profeta, di messia atteso, di salvatore. Lei stessa alla fine diventa testimone presso i suoi compaesani: abbandona l’anfora e va (Gv 4,28).

Il secondo orizzonte che il dialogo sottolinea è che Dio stesso è alla ricerca. La ricerca umana, la sete umana di senso e di amore, è apertura che proviene da un dono e s’incontra con la ricerca di Dio. L’intero dialogo inizia da una richiesta di Gesù che chiede da bere. Così Dio cerca adoratori, persone capaci di riconoscerlo oltre ogni monte. Il monte è luogo in cui si pensa sia racchiusa la presenza di Dio in sistemi religiosi costruzione di uomini. Dio cerca adoratori che accolgano la sfida di un incontro personale, interiore, in Spirito e verità. Spirito è rinvio al dono dell’amore e verità è riferimento all’incontro con Gesù stesso come verità vivente mai esaurita.

DSCF0352Propongo alcuni suggerimenti per una lettura di questa pagina nel nostro presente.

Viviamo un tempo in cui sembra che non vi siano più le grandi domande. E’ il tempo dell’indifferenza, o dell’assopimento di una vita che si accontenta di piccoli cabotaggi, di soddisfare bisogni immediati, senza aperture ad orizzonti di senso globale. L’incontro di Gesù con la donna di Samaria, ripiegata in una ricerca di un’acqua accettata come indispensabile per andare avanti giorno per giorno senza guardare oltre, apre a considerare come quella sete è spazio di una ricerca e di un’attesa più profonda. Gesù apre ad una ricerca di un’acqua – fonte di vita – che possa soddisfare ricerche interiori, nascoste e spesso lasciate agli angoli dell’esistenza. Gesù non disprezza i percorsi e le seti di ogni persona. Vi si inserisce con una domanda. Non impone ma accompagna lentamente ad un conoscenza che è incontro, per scoprire la gratuità dell’amore: se tu conoscessi il dono di Dio…. Anche nelle piccole seti che popolano la vita di ogni persona sta racchiusa una sete più grande e profonda, la sete del senso stesso della vita.

Gesù si fa incontro ad una donna, straniera. In questo incontro c’è una sorta di approfondimento di quanto è espesso nel Prologo: “veniva tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto, a quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio…” (Gv 1,11-12). Il IV vangelo presenta la contraddizione di una accoglienza della luce non dei vicini, ma dei lontani, di quanti sono in ricerca e non hanno la pretesa di possedere la verità. Possiamo chiederci in quale modo manteniamo aperta la nostra vita alla ricerca e non ad una fissità che impedisce di ascoltare la richiesta di Gesù che ci fa uscire dalle nostre chiusure e ci fa entrare in una relazione in cui accogliere l’acqua dello Spirito.

L’incontro di Gesù con la donna di Samaria conduce a riflettere sulla apertura di Gesù all’altro, sulla sua attitudine ad accogliere la domanda al cuore di ogni esistenza, sulla sua scelta di accoglienza delle donne. Viviamo un tempo di violenza a livello globale, che si rende presente in particolare nel rapporto tra uomini e donne. E’ questo un sintomo di una difficoltà a vivere la relazione, ad accogliere chi è diverso: è il frutto malato di una impostazione culturale regolata dalla mentalità maschile del dominio e della competizione in cui non c’è spazio per la gratuità e per l’ascolto. Anche la chiesa ha pesanti responsabilità per questo. Oggi spazi nuovi di presenza delle donne e di crescita di consapevolezza maturate anche indipendentemente dai percorsi ecclesiali sono occasione per scoprire un nuovo modo di intendere la stessa identità, che si costruisce nella relazione, nella capacità di accogliere la diversità, nella fatica e nella gradualità dell’incontro. E’ sfida a superare ogni mentalità di prevaricazione, di pretesa di assimilazione dell’altro, di vivere la pazienza della scoperta mai conclusa dell’altro. L’incontro con la donna di Samaria ci riporta a tornare allo stile di Gesù, alla questione di uscire da mentalità di potere di tipo maschilista che vige nella società e nella chiesa. Si apre l’interrogativo su quali vie percorrere per aprire ad un riconoscimento del contributo delle donne nella vita della società e della chiesa, un riconoscimento che non sia solo retorico in vuote forme di idealizzazione o di elogio che non prevedono percorsi concreti di cambiamento, ma che rechi effettive scelte di attenzione, di ascolto, di spazi riconosciuti, di affidamento di ruoli e responsabilità sinora esclusiva maschile.

Al cuore del dialogo tra Gesù e la donna di Samaria sta la ricerca dell’acqua. L’acqua è elemento che dà vita: l’acqua è realtà che risponde alla sete e poter accedere all’acqua è possibilità di sopravvivenza per persone e popoli. Dovremmo maturare consapevolezza dell’importanza basilare dell’acqua per la vita. Gli sprechi dell’acqua, un modello di vita economica che prevede consumi di acqua che privano popolazioni della possibilità di avere accesso all’acqua potabile pone la questione della attenzione alla vita, non solo dei vicini, ma dei lontani. L’acqua come elemento materiale è connessa anche all’attenzione dello Spirito nella creazione: un rinnovato rapporto con le cose, con i beni comuni apre a vivere l’accoglienza di un dono di Dio per tutti, un dono che va oltre il consumo di beni, ma che implica un modo nuovo di rapportarsi alle cose, di intendere i rapporti con gli altri, nella condivisione.

Gesù infine libera da una religiosità fatta di esteriorità che non genera cambiamento: è la religiosità che chiude la presenza di Dio sui monti contrapposti, a Gerusalemme o nel Garizim. E’ giunto il tempo in cui Dio non deve essere incontrato nei templi, ma in quel tempio che è la vita stessa di Gesù che rinvia al tempio di ogni volto, soprattutto di chi è escluso.

Alessandro Cortesi op DSCF0107

XI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

Le+Roi+David2Sam 12,7-13; Sal 31; Gal 2,16-21; Lc 7,36-8,3

‘Sei tu quell’uomo…’. La parola del profeta smaschera l’incapacità di riconoscere il male che sta dentro al proprio cuore e l’ipocrisia nel nasconderlo. Davide si adira di fronte alla vicenda che il profeta Natan gli riporta come avvenuta nel suo regno: il gesto di un ricco che ha privato un povero pastore dell’unica sua pecora. Davide si ritiene re giusto e saggio, ed in effetti lo è, ma non sa guardare dentro se stesso con verità. Prevale la durezza del suo cuore, l’incapacità di rispettare il debole e l’indifeso che gli sta accanto. Ha usato inganno e sotterfugio per inseguire i propri desideri, per togliere ogni ostacolo alla propria brama di possesso. SI è voluto impadronire non di una pecora, ma di una persona, una donna. E per questo è giunto a far uccidere un suo generale fedele e valoroso, che viveva dedizione e coraggio. Il peccato di Davide è una vicenda di accecamento: non vede davanti a sé l’altro, ma considera solamente la sua volontà di dominio. In tale senso viene meno alla giustizia come fedeltà nella relazione. Il suo peccato è la durezza del cuore nel non sentire più compassione e per questo non si rende conto dell’ingiustizia da lui stesso generata. Ma è il medesimo cuore che di fronte ad un fatto di sopraffazione sobbalza e richiede giustizia. La parola del profeta lo conduce a riconoscere se stesso in quell’uomo che aveva rubato l’unica pecora al povero: ‘tu sei quell’uomo’. E’ parola di rivelazione, di svelamento, di presa di coscienza. E’ anche inizio di trasformazione.

“Hai disprezzato la Parola del Signore facendo ciò che è male ai suoi occhi”. Il profeta conduce Davide a considerare la radice del suo peccato. La sua durezza di cuore esprime un disprezzo verso la parola del Signore: Natan è guida per distogliere da un modo di guardare al peccato come ad una serie di comportamenti, e apre a riconoscerne la radice profonda. Il disprezzo è ascolto negato, non riconoscimento, rifiuto di una parola che coinvolga l’esistenza, incapacità di guardare all’altro come volto degno di attenzione. Il disprezzo della parola del Signore si identifica con la non considerazione dell’importanza di ogni altro nella propria vita.

Tuttavia di fronte al riconoscimento del peccato ancora la parola del profeta conduce ad un passaggio inatteso. La risposta del Signore non è la spietata esecuzione di una condanna senza appello, ma è un dono ed una promessa di vita che rivolge al futuro: “Il Signore ha rimosso il tuo peccato, tu non morirai”. L’annuncio profetico apre a considerare lo stile di Dio che non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva (Ez 18,23). Il cambiamento dello sguardo, la possibilità di osservare la vita secondo un’altra prospettiva, l’apertura al riconoscimento del proprio limite e del proprio egoismo: in questo passaggio di fragilità si apre spazio alla scoperta dell’opera di Dio, che dona la sua parola perché sia feconda di vita. E il suo operare è azione di misericordia.

In questi passaggi è sintetizzato un grande affresco di ciò che significa peccato, del suo riconoscimento nell’esistenza umana e dell’attitudine di Dio che si riassume nella misericordia.

Nel narrare l’incontro di Gesù con la donna peccatrice nella casa di Simone Luca compone quasi una tessitura legando i fili del dono e dell’amore. Lo sguardo di Simone e dei farisei è quello della legge. La sua accoglienza è impeccabile, calcolata, senza ombra di difetto. Ma il suo il suo modo di guardare gli altri e la donna che si avvicina a Gesù è sguardo che si ferma all’esteriorità e ad un giudizio senza appello e di disprezzo: lei è la peccatrice. Non sa vedere ciò che si cela dietro quei gesti. E’ sguardo duro, impietoso e calcolante. Lo sguardo di Gesù è diverso, per lui la donna che lo avvicina e lo tocca è anzitutto una donna, ed è la donna del profumo, coraggiosa nell’entrare in quella casa, capace di gratuità nel versare olio prezioso. Si lascia toccare da questa donna, bagnare dalle lacrime e non ha paura di rendersi in tal modo impuro.

Gesù a Simone parla in parabole. A lui, l’uomo della legge, che tutto aveva predisposto per il banchetto, fa presente la parabola del sovrappiù, del non calcolabile. E’ parabola del dono che fa quasi da eco al gesto della donna: “Un uomo aveva due debitori…” E’ la parabola del ‘condono’ di un creditore che di fronte a due debitori, uno di cinquecento e uno di cinquanta denari, condona un debito che non può essere ripagato. La parabola apre alla domanda e alla provocazione: ‘Chi lo amerà di più?’ Gesù pensa alla condizione di chi è guardato come peccatore: non ha paura di stare a tavola con loro. E per questo di lui dicono che è un “mangione e beone, amico dei pubblicani e peccatori”. Il suo è ben diverso dallo sguardo del ricco. Sa provare compassione. Sa che anche nel cuore di chi è guardato con disprezzo, magaria  causa di discriminazioni dovute a c’è attesa di essere accolto e desiderio di misericordia. Sa anche quanto difficile è vincere la pretesa di essere senza peccato di coloro che si ritengono giusti, i cui peccati rimangono nascosti. Anche verso Simone non ha un atteggiamento di condanna, ma cerca di aprirlo ad una logica diversa: “Simone ho da dirti una cosa…”. Simone gli risponde: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’. Gesù nel volgere il suo sguardo verso la donna e nel ripercorrere i suoi gesti, le restituisce la dignità di considerarla una persona e riconosce la sua capacità di amare, riconosce nei suoi gesti il sovrappiù della gratuità del dono che supera ogni dovuto. Le lacrime, l’olio versato sono questo sovrappiù, sono cose sprecate e dicono la profondità di un amore che non calcola e non ha paura: ‘le sono perdonati i peccati perché ha molto amato’. Tra la parabola dei due creditori e il perdono non c’è una applicazione diretta, ma un capovolgimento, un disordine che rompe la precisione del calcolo e della deduzione. C’è un sovrappiù e un ‘oltre’ dove si parla di amore. E’ la presentazione del circuito tra condono, e amore, tra perdono e amore. E’ ancora un affresco sincero della condizione umana, quel ‘tu’ che reca dentro sé un po’ Simone il fariseo, un po’ il desiderio e la fiducia della donna. Gesù riconosce in quei gesti una fede che salva: ‘la tua fede ti ha salvato’. Ed in questo affresco la traccia del dono, e del perdono, parola iniziale che coinvolge in una corrente di misericordia da accogliere e da ridonare. E’ lo stile di Dio che Gesù rende vicino nel suo agire.

Alcune rapide annotazioni per il nostro oggi.

Mi sembra che queste pagine provochino ad un modo di parlare di Dio nel racconto: la parabola di Natan e quella di Gesù sono esempio di un approccio non deduttivo, argomentato e logico, ma narrativo, evocativo dell’esistenza, ricco di richiami ad una risposta personale e ‘poetico’ nel senso più profondo del termine. La parabola infatti è racconto che genera cambiamento, spinge ad una risposta che trasforma, ben diversa da un discorso di tipo moralistico teso ad indicare comportamenti da seguire. In questo senso è poesia: nell’essere detta e ascoltata genera e fa qualcosa di nuovo, realizza quel fare (poiein) che è trasformazione dell’esistenza e scopert di nuove dimensioni. Una parola significativa e coinvolgente. Gesù accosta le parabole ai suoi gesti. Forse oggi dovremmo scoprire in modi nuovi la pedagogia dei gesti, accompagnata da linguaggi nuovi, aderenti alla vita, che rievocano esperienze e suscitano decisione.

Gesù legge nel gesto della donna del profumo un gesto di vangelo: così facendo suggerisce un modo di stare nella vita ben diverso da chi vive – spesso orgoglioso e sicuro della propria religiosità – in una condizione di superiorità e di sicurezza, nell’attitudine di chi ha solo qualcosa da dare. Gesù si presenta nella disponibilità ad accogliere, a lasciarsi sorprendere da insegnamenti che provengono da gesti inattesi e negli incontri imprevisti. Si rivela così come un povero, capace di lasciarsi colpire dai volti e dai gesti quotidiani, che parlano di Dio, e invita anche noi a capovolgere modalità di intendere la missione stessa nella linea dell’ascolto, della attenzione, della docilità, dell’essere presenti alla vita.

Le letture ci parlano di peccato, perdono, misericordia. Il peccato nella sua radice è venir meno all’accoglienza di un incontro, è non ascoltare la Parola di Dio e non permetterle di  fecondare l’esistenza nella relazione. Così il peccato non può essere ridotto esclusivamente ad alcune sfere personali della vita. La sua portata è sociale, investe le relazioni. Quali sono le durezze più grandi di fronte alla sofferenza dei piccoli che viviamo oggi? Quali sono le incapacità di guardare agli altri scorgendo la fede nascosta? Forse dovremmo maturare una sensibilità capace di comprendere che peccato è presente nell’indifferenza, in attitudini culturali di superiorità che investono i rapporti di popoli e si esplicano nella violenza, nella sopraffazione, nell’emarginazione di tanti. Ancora dovremmo ascoltare rivolta a noi quella parola profetica: ‘Tu sei quell’uomo’. E forse la dovremmo accogliere tuttavia pronunciata con la pazienza di Gesù che, chiamando per nome l’autentico peccatore nella casa dove entra la donna giudicata come peccatrice, si rivolge a lui dicendo: ‘Simone ho una cosa da dirti…’. Perché la poesia di Dio raccontato dal maestro che parlava in parabole possa essere poesia che trasforma anche la nostra vita.

Infine l’incontro della donna con Gesù è una pagina che apre a considerare aspetti spesso trascurati nelle letture religiose: la corporeità, il tatto, il contatto fisico, le lacrime, il profumo. Tutti aspetti propri in particolare dell’universo e della sensibilità femminile. Gesù non chiede alle donne di uniformarsi alle esigenze di un mondo culturale di stampo maschilista. Questa pagina apre ad una attenzione ai testi leggendoli con un sguardo diverso, quello proprio delle donne, recuperando elementi di libertà dell’esperienza della fede originaria. E ciò implica superare anche tante forme di negazione e dell’apporto femminile  e della sensibilità propria delle donne nella vita della chiesa.

Alessandro Cortesi op

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