la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “donne”

Omelia della veglia nella notte di Pasqua – 2013

DSCF3420

Il tempo regalato nella notte: è questo il primo segno di questa sera. E’ forse tempo per ricordare il senso del nostro tempo. Prima che tempo da sfruttare o da trattenere è tempo da restituire. Il vegliare vuol dire questo. E’ tempo da restituire nel camminare insieme, nell’ascoltare, nel custodire la luce di questa notte. La luce che è Cristo nostra Pasqua: è lui primizia di primavera e di risorgere di vita che ci accoglie e coinvolge.

E poi il fuoco, la luce. E le parole che hanno riannodato, accompagnando a riprendere il filo di un gomitolo, i vari momenti di una storia. Dio che si fa vicino e scende a liberare.

Il canto dell’Exsultet: al suo cuore sta l’elemento decisivo che sostiene la vita dei credenti: non una spiegazione della sofferenza, ma l’annuncio che solo la fiducia incondizionata e totale nel Dio benevolo e misericordioso apre le porte di una vita nella libertà. Nella croce di Gesù, che ha attraversato la sofferenza sta il consolante messaggio che Dio non abbandona nessun angolo della vita umana, anche quello oscuro segnato dall’abbandono, dall’insensatezza, dalla solitudine e dal vuoto. E questo esile annuncio di fede che ha solcato la pesantezza del buio della notte dà la speranza che la sofferenza e il male non è l’ultima parola, ma nella nostra vita e nella vita di ogni uomo e donna c’è l’orizzonte in cui la sofferenza sarà eliminata per sempre. Lui il crocifisso è stato risucitato dal Padre; lui il condannato della croce è costituito Unto e Signore, aprendoci la via della libertà.

E poi l’acqua: l’acqua del primo mare, l’acqua del mar Rosso, l’acqua della liberazione, l’acqua vista dalla Bibbia come rinvio alla parola: come l’acqua scende dal cielo, così la parola, come l’acqua non ritorna senza effetto, e fa germogliare e genera processi vitali frutti, cibo, vita, così la parola “non tornerà a me senza aver operato quanto desidero…”. La parola al centro, la parola di Dio nelle parole di uomini.

Ed è una parola l’annuncio che inizia con una domanda: “perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea”

E’ annuncio che distoglie da un presente chinato sul luogo della morte. Apre ad una ricerca nuova ed offre tracce nel passato. Solo ritornando a quello che Gesù ha fatto e detto si può vivere un incontro nuovo con lui. E’il vivente da cercare portando il ricordo, ma non lasciandosi imprigionare dal ricordo. Facendo del ricordo la spinta per maturare speranza.

Le donne recatesi quando era ancor buio al sepolcro, cercano ma non trovano. La loro ricerca è indirizzata al corpo del Signore. E questa ricerca fallita è illuminata dalla voce di due uomini – dice Luca -, portatori di una parola che viene da altrove. E’ la parola al centro della pagina costruita proprio attorno ad essa: il vivente non va cercato tra i morti, ma va cercato altrove, nei luoghi della vita. I credenti d’ora in poi sono invitati a cercare, a cercare sempre, a cercare oltre.

Non sono invitati ad altro se non a cercare, a cercare il suo corpo come corpo di un Vivente. La fede in lui come ricerca del suo corpo, della sua vita in relazione. Non è casuale questo invito. Nel vangelo di Luca si potrebbero rintracciare tante ricerche di Gesù. Sarebbe bello ripercorrere i vari percorsi della ricerca di Gesù nell’intero vangelo di Luca che sembra proprio tessuto su questo filo di base.[1]

‘Non cercate qui ma altrove…’ è l’invito dei messaggeri di Dio; per contro c’è l’indicazione di una ricerca da iniziare. Non nei luoghi della morte ma altrove. E’ vivo. Ma allora Gesù è da cercare, in un movimento che si pone tra la memoria e il presente, tra il ritorno alla Galilea, la ricerca delle sue tracce e l’inseguire i segni della sua vita.

Troppo spesso abbiamo rinchiuso Gesù in un possesso fissato in sistema religioso o nella prccupazione di costruire e mantenere strutture clericali, o in una dottrina chiusa nella pretesa di ridurre tutto a spiegazione, non aperta a ricerca, al silenzio delle domande radicali, alla fede nuda, al riconoscimento della alterità di Dio nella nostra esistenza. La fede è ricerca, la vita cristiana è ricerca, l’esistenza in rapporto al risorto è cercare nella vita.

Ma il cercare è l’attività di chi non sa, di chi chiede, di chi ha bisogno dell’altro, di chi si apre ad accogliere in modi insospettati il suo passare. Dentro la vita. E’ vivente. In queste parole si apre un modo di intendere la fede come relazione e apertura. Il cercatore è l’opposto del difensore tronfio e presuntuoso, è anche l’opposto di chi pur in atteggiamento umile, pensa di dover solo dare – si pensi alle varie forme di paternalismo così diffuse-: il cercatore è povero in radice. Povero perché sa che da ogni altra povertà può farsi cambiare e può lasciarsi aprire alla verità della sua vita e all’incontro con colui che si è fatto povero per noi… L’indicazione di cercare altrove è il delineare anche di una identità di chi crede, che non potrà mai essere identità senza l’altro, senza interrogare, senza leggere i segni, e senza lasciarsi provocare da altri.

Non cercate qui ma altrove, e forse anche c’è anche un altro invito che dovrebbe risuonare dalla lettura del tema dela rcierca nel vangelo di Luca: non intestardirti a cercare, ma lascia spazio a colui che ti cerca. Prima della ricerca umana c’è una ricerca che precede. Lui per primo viene a cercarci nel cammino della vita, e lui si fa vicino, in modi che lui solo sa, laddove non c’immaginiamo (come dirà il racconto dei due di Emmaus), talvolta nella presenza di uno sconosciuto o di un incontro imprevisto. La messa in guardia di Luca in questa pagina è di capovolgere il modo di pensare religioso. Stare nella vita, leggere il presente, accogliere i volti stranieri, lasciarsi interrogare dalle situazioni, dalle voci diverse, dalle altre culture, lasciarsi ferire dalla critica e dal rifiuto rintracciando anche lì la voce del Vivente che mette in cammino. D’ora in poi colui che è vivo si farà vicino nelle parole della vita, nelle parole scambiate, nei cammini condivisi, nei gesti che profumano di ospitalità.

E’ capace di cercare chi sa confrontarsi con una assenza: tutta la vita credente sorge da una assenza, da una mancanza, come anche tutta la vita umana si pone in una ricerca di un tu che sia di fronte, si confronta con il limite e con la mancanza. In questa esperienza di essere soli, Luca suggerisce che la Pasqua apre ad un percorso nuovo, rompe con i ritorni delusi per aprire sempre a nuove partenze.

Non solo ma ci dice anche che il vivente è più di ogni libro che parla di lui, è solamente nella vita che può essere incontrato, solo immergendoci nell’esistenza, nella comunicazione e nell’incontro è possibile trovare sue tracce che resteranno sempre e solo tracce che rinviano ancora a ricercarlo, mai a pretendere di essere coloro che esauriscono la conoscenza di lui. Così come lui si è fatto incontrare nella sua umanità: ritrovare l’umanità di Gesù, la semplicità dei suoi gesti, il senso profondo del suo passare facendo del bene.

Porto una domanda questa notte: quale è il significato possibile della Pasqua per credenti e per non credenti? Per i credenti è apertura alla ricerca, e direi anche per chi non crede. Etty Hillesum scrisse il 3 luglio 1942, prima di essere portata a morire ad Auschwitz: «Io guardavo in faccia la nostra distruzione imminente, la nostra prevedibile miserabile fine, che si manifestava già in molti momenti ordinari della nostra vita quotidiana. È questa possibilità che io ho incorporato nella percezione della mia vita, senza sperimentare quale conseguenza una diminuzione della mia vitalità. La possibilità della morte è una presenza assoluta nella mia vita, e a causa di ciò la mia vita ha acquistato una nuova dimensione». E ancora parlando di tempi angosciosi “Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me… l’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti  è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio… tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”

Le donne sono le prime che accolgono l’annuncio della risurrezione. E’ indicazione fondamentale: la scelta delle donne in un mondo in cui la loro testimonianza non aveva valore e questa traccia conservata nei vangeli, mantenuta nonostante le possibili critiche a cui si esponeva. E’ traccia importante. Ancor oggi le parole più profonde di vangelo provengono da persone che non hanno diritti riconosciuti di testimonianza, da uomini e donne liberi, non integrati in appartenenze chiuse, non impauriti.  Sono le persone che vivono la fiducia nell’umanità, la ricerca dei volti degli altri, la capacità dei gesti di cura possibili, nel tessere relazioni nuove, anche in situazioni di morte. Sono costoro che fanno avanzare il mondo, credenti o non credenti. In questa fiducia sta il senso della Pasqua che unisce credenti e non credenti, in una medesima apertura a vivere la povertà di questa notte nella possibilità di attendere dagli altri e dall’Altro la luce che è lampada ai nostri passi.

Dono della Pasqua non è solo l’uscire dal luogo della morte di Gesù, ma è il dono di una possibilità offerta a noi di non rimanere chiusi da tutte le pietre che rinchiudono e opprimono la vita. E’ apertura ad una possibilità di libertà, anche nelle situazioni più pesanti e faticose. Nella fiducia in Dio e nell’umanità.

Alessandro Cortesi op


[1] A partire dal momento della sua infanzia quando Gesù viene rimproverato dalle parole di Maria: ‘tuo padre e io ti cercavamo…’ (Lc 2,44-48) Ma poi c’è anche la ricerca della folle che lo cercava dopo che avevano visto le guarigioni di Gesù a Cafarnao (Lc 4,42) e che cercava di toccarlo (Lc 6,19). Ma c’è anche un’altra ricerca, quella di Erode incuriosito, che cercava di vederlo (Lc 9,9). E Gesù nelle parole conservate da Luca invita alla ricerca ‘cercate e troverete’ (Lc 11,9). E d’altra parte Gesù ha parole dure per una generazione malvagia ‘che cerca un segno’ (Lc 11,29) ma ad essa non sarà dato se non ‘il segno di Giona’. E ancora ‘non cercate perciò che cosa mangerete o berrete, e non state con l’animo in ansia’ cercate piuttosto il regno di Dio (Lc 12,29-30): c’è una ricerca che mantiene nell’angoscia e c’è una ricerca che assorbe tutta la attenzione di Gesù, la ricerca del regno di Dio. C’è anche un ricerca presentata nelle parabole. E’ la ricerca di Dio che si fa incontro: un padrone che viene a cercare frutti dal fico piantato nella sua vigna (Lc 13,6). Ma c’è anche una donna che nella casa cerca attentamente se ritrova la dramma perduta (Lc 15,8) e così c’è il pastore che va dietro alla pecora perduta finché la ritrova: la cerca (Lc 15,4) così come il padre che va alla ricerca prima del figlio che si è allontanato da lui e poi dell’altro che è rimasto vicino. E anche Zaccheo – dice Luca – cercava di vedere Gesù, ma scopre di essere per primo da lui cercato: ‘il Figlio dell’uomo è venuto infatti a cercare e a salvare ciò che era perduto’ (Lc 19,10). C’è un contrasto di ricerche: anche scribi e farisei cercano ma nel tentativo di farlo perire (Lc 19,47), e così scribi e sommi sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso (Lc 20,19) ma ebbero paura del popolo. E il racconto della passione inizia ancora con un movimento di ricerca: ‘cercavano di toglierlo di mezzo’ (Lc 22,2) e così ‘Giuda cercava di trovare l’occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla’. Gesù proprio nel Getsemani dice a Pietro: ‘Simone satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te’ (Lc 22,31). L’intero lavoro di Luca come evangelista si pone nell’orizzonte di ‘fare ricerche accurate’ (Lc 1,3).

DSCF3418

Pasqua di risurrezione – Omelia nella notte

At 10,34.37-43; 1Cor 5,6-8; Mc 16,1-8

Notte tra le notti

Questa notte ci parla di fuoco, di luce, di acqua, di olio… ci parla di vita che è più forte della morte. Ci parla di Gesù incontrato come il risorto, il vivente. E’ una notte di veglia e di liberazione. E’ come se fossimo noi ad essere liberati dall’Egitto in questa notte, fatti partecipi di quella storia che segna la nascita del popolo d’Israele. Ci pone sul crinale del rapporto con il popolo dell’alleanza, e ci rinvia alle promesse di Dio che mai sono state revocate. Ci pone in rapporto a Pesach, la festa del ‘saltare’ dell’angelo che saltò le case degli ebrei in Egitto, e ci fa vivere il memoriale di quella Pasqua e della Pasqua vissuta da Gesù che ha inteso la sua morte come dono fino alla fine.

Ma anche questa notte è un’eco della prima notte della creazione, e di tutte le notti segnate dal chiarore delle stelle, in cui Abramo e i credenti di ogni tempo, hanno scorto in bagliori di luci interiori e profonde il segno di una chiamata a partire. E’anche memoria della notte del passaggio del mare, dell’ingresso nel cammino verso la libertà dell’esodo, da non dimenticare, sempre da riprendere e rinnovare. E questa notte ci fa guardare alla notte ultima quando cielo e terra e tutta la storia, e le nostre speranze, e le fatiche e i dolori saranno presi e trasformati nell’ultima venuta del Signore nella gloria.

E’ anche una notte di annunci di gioia. Come dagli antichi amboni delle chiese romaniche a forma squadrata di sepolcro si innalzava la voce del diacono che cantava il canto di gioia dell’Exsultet così anche questa sera abbiamo cantato l’annuncio pasquale: ‘O meravigliosa condiscendenza del suo amore per noi…’. E abbiamo così raccolto l‘eco di quel misterioso annuncio accolto nel cuore dalle donne all’alba del primo giorno della settimana: ‘Non abbiate paura. Non è qui’

Dio nessuno lo ha mai visto, dice il IV vangelo, ma il Figlio, colui che era nel seno del Padre, colui che è divenuto carne, che ha condiviso la debolezza della nostra umanità fragile, lui ce lo ha raccontato. E ce lo ha raccontato nel gesto dello scendere, del cingersi, del lavare. O meravigliosa condiscendenza…

Gesù ci ha raccontato il volto di Dio come presenza capace di amare nel suo gesto dell’ultima cena: la lavanda dei piedi. Gesù ci ha parlato di un Dio che scende e si cinge per noi, per lavare i nostri piedi sporchi. E Gesù raccontandoci questo volto impensabile di Dio che non tiene nulla per sè ma si pone a servire ci dice anche cosa è stata tutta la sua vita. In questa notte ritroviamo la sorgente del nostro incontro con Gesù, il crocifisso che è risorto.

Notte solcata di luce

Lo stupore di questa notte è la meraviglia per la tenue luce del cero che solca il buio ed entra nella chiesa seguito dalle tante fiammelle  delle nostre candele. E’ un gesto che sintetizza la nostra vita. Prendiamo luce dalla vita di Gesù, dalla sua morte e risurrezione. Abbiamo ricevuto questo dono di luce nel battesimo e le fiammelle si dipanano come un piccolo rivo e poi come fiume. E la luce si comunica. Non è forse così la nostra vita?

Abbiamo ricevuto un dono di luce da qualcuno che è stato per noi testimone. Non solo qualcuno ha tenuto per noi in mano nel momento del battesimo quella fiammella, ma se siamo qui questa sera è perché c’è un dono di presenza che ci riporta a Gesù e che abbiamo scoperto in volti vicini e conosciuti. C’è al cuore della nostra vita qualcosa che non viene da noi e che abbiamo ricevuto da altri. E’ questa l’esperienza del credere che si affida alla debolezza della testimonianza.

Per questo possiamo dire grazie al Signore per tutti coloro che abbiamo incontrati come testimoni sulla nostra strada  e sono stati luce, capaci di trasmettere la bellezza dell’incontro con Gesù. Questo è il senso di tante letture che ci parlano nelle Scritture di Gesù stesso.

E possiamo anche scoprire che questa è l’esperienza umana di chi sosta a scoprire che nella propria esistenza ci sono luci di vita che provengono da altri e che fanno sorgere sentimenti di gratitudine, di dono e di stupore. C’è nell’esistenza qualcuno che spalanca orizzonti nuovi, che porta luce dove c’era buio, che offre significato.

Notte di buio e di luce

Eppure ancora il buio è presente nella nostra vita in tanti modi: ed è anche questa esperienza che accomuna tutti. Chi vive la malattia, chi una sofferenza forte, chi vive situazioni in cui il futuro si presenta come minaccioso e fonte di angoscia, chi ha lasciato il suo paese sperando in una vita migliore e si trova a fare i conti con vie che si chiudono davanti. In questa notte tante persone pensano con ansia e preoccupazione al loro lavoro, alla crisi che tocca in modo pesante i più deboli. E possiamo pensare al buio di chi vive in situazioni dove c’è la violenza, la malattia e la disperazione. Se la croce è il segno dell’uomo che produce morte, e dell’ingiustizia che condanna chi è debole e innocente, del male che ci schiaccia, la luce di questa sera è segno che la vita Gesù non è rimasta prigioniera delle forze del male, del buio, ma è fonte di luce. Ha attraversato il buio della morte portando quella luce che è l’amore che si offre, la vita di Dio, in ogni abisso.

Questa luce del cero pasquale che ha solcato il buio della notte ci parla di una luce che vince ogni tenebra, il buio dentro di noi e il buio attorno a noi. Non è una offerta di soluzione di problemi e di angustie, ma è dono di presenza. ‘Non vi lascerò soli’. Gesù non è nel luogo della morte: “Non è qui” è il cuore dell’annuncio pasquale.

Proprio la sua assenza, proprio il vuoto del sepolcro diviene luogo di un incontro nuovo e possibile senza la pretesa di rinchiudere la sua presenza dentro i nostri angusti confini. Il sepolcro vuoto è indicazione per un cammino. ‘Non è qui… vi precede’. Il sepolcro vuoto è quindi indicazione per non pretendere di avere in mano la sua presenza ma per inseguirla, per attenderla, per invocarla, là dove lui si fa vicino. Gli artisti hanno talvolta saputo esprimere questa presenza nuova nel vuoto dell’assenza, nel senso di gioia che apre porte e finestre e fa partire con un senso di presenza nel cuore, interiore che nessuno può portare via. Una assenza che diviene rinvio alla sua vita per trovare lì i criteri per il nostro cammino. Una assenza che ci sospinge a rileggere le Scritture per rintracciare nella storia di alleanza il significato più profondo della sua vita e della sua identità in rapporto al Dio amante e fedele.

E’ il crocifisso che è annunciato come il risorto. Da qui sorge la domanda: dove Gesù si fa vicino? dove si può incontrarlo vivente per noi? Possiamo anche noi incontrare Gesù risorto?

Il giovane che dà l’annuncio alle donne offre un’indicazione: “Vi precede in Galilea”. La Galilea è lo spazio di confine e marginale dove Gesù ha annunciato il regno di Dio, dove ha parlato in parabole, dove ha condiviso la mensa con gente per bene e irregolari. La Galilea  indica i luoghi in cui egli passava facendo del bene, accogliendo i malati e lasciandosi toccare dagli esclusi. La Galilea è luogo in cui Gesù ha accompagnato i suoi a rileggere la Scrittura e ha raccolto la sua comunità, dove ha parlato della sua via come quella di chi è venuto per servire. La Galilea ha i contorni di un quotidiano in cui l’apparente assenza di Dio diviene luogo di una ricerca per lasciarci trovare da lui e per incontrarlo oggi.

Notte attraversata da passi di donne

Questa notte è anche inizio di quel primo giorno della settimana, della visita delle donne con gli oli per ungere il corpo di Gesù. Le donne – ci dicono i racconti della passione – hanno seguito Gesù fino alla fine. Sono state le uniche a seguirlo mentre progressivamente tutti lo hanno abbandonato e non l’hanno capito. Il loro stare vicino a lui non aveva altri interessi, non erano preoccupate per sé. Erano capaci di gratuità e di cura. Capaci di avere lo sguardo dell’amore e di intuire che quella vita perduta per il Padre e per gli altri, era una vita così piena da essere il segno di qualcosa di più grande di inaudito, della vita stessa di Dio. I loro gesti di tenerezza, la libertà di sprecare tempo e denaro per andare a ungere un morto sono i gesti che rivelano le dimensioni dell’affetto. Gesti così pienamente umani da divenire luogo del manifestarsi di Dio stesso. E la loro presenza è alle origini della nostra fede. Ancora non ci apriamo a comprendere e vivere ciò che questo può significare per la vita delle chiese, per la nostra fede. Nel racconto della passione il loro profilo è indicate con poche parole ma cariche di significati: lo seguivano e lo servivano. A loro è affidata la parola ‘Non abbiate paura’.

Quell’olio che portavano in quell’alba racchiude un segreto: è l’olio dell’amore che guarda oltre la morte, è l’olio della cura che racconta della speranza oltre ogni buio, è l’olio della vicinanza che sa vedere nel volto di un condannato lo splendore della vita in Dio. In quell’olio sta un po’ il segreto della Pasqua. Laddove la nostra vita diviene olio sprecato lì c’è una parola che si fa incontro. Non abbiate paura Non è qui nel luogo della morte.  Vi precede. Tutta la nostra vita può aprirsi a rincorrere a stare dietro a colui che sempre ci precede, che sta davanti a noi.

Alessandro Cortesi op

Domenica delle palme e della passione del Signore – 2012

Is 50,4-7; Fil 2,6-11, Mc 14,1-15,47

In questa domenica ascoltiamo per intero la narrazione della passione di Gesù secondo Marco. Caratteristica dello scrivere di Marco è presentare la successione degli avvenimenti in modo sobrio e scarno: lascia parlare i fatti, dà spazio agli eventi eppure nella sua narrazione sta anche una profonda rilettura di quanto è accaduto alla luce della Pasqua.

Al cuore della passione secondo Marco sta la domanda ‘chi è Gesù?’. E’ la domanda che guida tutto il vangelo. Marco aveva iniziato il suo scritto con le parole che esprimevano questo tema di fondo, questione centrale della fede. Gesù è indicato come il messia atteso (‘figlio di Dio’ è titolo del ‘re messia’ per es. nel Salmo 2,7): “Principio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio” (Mc 1,1). Eppure nel corso dell’intera narrazione ogniqualvolta viene intuito un aspetto dell’identità di Gesù chi parla viene messo a tacere: non solo c’è l’intimazione a tacere rivolta ai demoni (1,24; 3,11), ma anche agli apostoli (9,7.9).

In questo vangelo l’identità di Gesù e il significato del suo agire rimangono una questione problematica, al punto che i suoi inviti a ‘tacere’ a non dire nulla di lui sono stati interpretati come una sorta di ‘segreto’. Il segreto che riguarda la sua identità di messia appunto. Ma non di segreto si tratta: piuttosto Marco, da abile narratore, accompagna chi legge il vangelo a scoprire poco alla volta il volto di Gesù, scoprendo che solo si può incontrarlo lasciandosi coinvolgere nel seguirlo, sulla strada che egli ha tracciato. Il lettore è così provocato a porsi in questione e tutti i racconti di incontro mirano a coinvolgere chi legge, a fargli scoprire il cambiamento possibile. Come è accaduto alla donna straniera e pagana siro-fenicia a cui Gesù fa scoprire che in lei era presente una fede che salva (Mc 7,24-30), come il cieco Bartimeo che, guarito dalla cecità, diviene il modello del discepolo che si mette a seguire Gesù verso Gerusalemme (Mc 10,46-52), come la donna anonima che Marco presenta in un gesto delicato e coraggioso dell’unzione del corpo di Gesù a Betania (Mc  14,3-9).

Marco è consapevole del pericolo di costruire un’immagine falsata di Gesù, di proiettare su di lui le attese di un messia diverso da quello che egli effettivamente fu. Soprattutto nel racconto della passione, egli presenta Gesù nella situazione di paura ed angoscia, in preda allo sfinimento ed alla debolezza umana. Presenta Gesù sempre più solo finchè anche gli apostoli lo lasciarono “Tutti allora abbandonatolo, fuggirono” (14,50). Così Marco presenta Gesù debole e inerme sulla croce oggetto della sfida: “ha salvato altri, non può salvare se stesso” (Mc 15,31). Gesù è messia che salva non salvando se stesso, ma perdendo la sua vita.

Tre chiavi di lettura possono essere individuate per accostare queste pagine di Marco:

Una prima chiave di lettura è il grido che accoglie Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme: ‘benedetto…’. E’ una invocazione di gioia ed è saluto di fronte al messia. Ma Gesù è messia che delude le attese la voce della folla ‘benedetto’ (Mc 11,9) all’ingresso a Gerusalemme. E il grido ‘crocifiggilo’ (Mc 15,13-14) fa eco in modo drammatico all’invocazione ‘benedetto’. E’ sempre la folla a gridare, la folla che si lascia prima entusiasmare, poi manipolare. Gesù è così presentato da Marco come ‘re’, come messia, ma c’è un processo drammatico che si svolge perché Gesù è messia che delude le attese di tipo politico e di conquista del potere, quelle attese che avevano suscitato l’entuasismo della folla. La sua via non è orientata alla conquista del potere ma si pone nella logica del servizio: “il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita” (Mc 10,45). Il suo essere re è diverso. Se da un lato Gesù rivendica con questo gesto di ingresso a Gerusalemme in modo silenzioso la sua identità di messia, nello stesso tempo indica come la sua esistenza è vita donata a favore di tutti. Marco sottolinea questa delusione che Gesù genera. Questo costituisce l’ostacolo più forte. L’agire di Gesù che libera e guarisce è percepito come una minaccia dal potere religioso e da quello politico sin dall’nizio del vangelo quando – dice Marco – erodiani e farisei si accordarono per metterlo a morte (Mc 3,6). Gesù non è un messia di tipo politico. Non è venuto a instaurare un nuova forma di nazionalismo o di dominio. Gesù delude quindi profondamente queste attese. Il suo cammino di messia si pone nei termini di una vita perduta nella gratuità. Qui sta la fecondità della sua vita.

Una seconda chiave di lettura della passione di Marco è il gesto compiuto da Gesù nel tempio, quando si mise a scacciare coloro che vendevano e i cambiamonete. Durante il processo è riportato anche un detto attribuito a Gesù: ”Lo abbiamo udito mentre diceva: ’Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro non fatto da mani d’uomo’ (Mc 14,58). Questo gesto di Gesù nel tempio insieme alle sue parole provoca una dura reazione di scribi e farisei che lo interrogano con tono di sfida: “Con quale autorità fai queste cose?” (Mc 11,28). E già si delinea una ostilità e la decisione di eliminarlo: “E cercavano di catturarlo” (Mc 12,12). Marco indica in questo modo la critica di Gesù al tempio e suggerisce che Gesù è il nuovo tempio dell’incontro con Dio: il suo corpo è il luogo di un incontro che si apre ad un’accoglienza da parte di tutti. Il velo del tempio si squarciò – dice Marco – al momento della morte di Gesù (Mc 15,38), simbolo di una nuova comunicazione fra cielo e terra. Così come Gesù aveva visto squarciarsi i cieli al momento del battesimo (Mc 1,10). Tale squarcio è anche segno di un rapporto con Dio che passa attraverso l’incontro con l’umanità crocifissa. Marco nel momento della morte di Gesù presenta il Cristo come nuovo tempio, luogo dell’incontro con Dio che si realizza eliminando ogni barriera che divide lo spazio di Dio dallo spazio dell’uomo, che divide le persone tra vicini e lontani. A tutti, a partire dal centurione pagano è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7).

Una terza chiave di lettura è la presenza dei discepoli: Marco è qui molto abile e molto provocatorio per la chiesa  di ogni tempo. I discepoli che Gesù ha chiamato, che ha condotto a seguirlo, che ha anche inviato nel suo nome, lo abbandonano e lo lasciano solo. Sono presentati nella condizione di chi non riesce e non si apre a comprendere. Hanno un cuore indurito. Non vivono l’ostilità e il rifiuto come i sacerdoti e gli scribi, ma non comprendono fino a tradirlo. Uno di coloro
che Gesù aveva scelto, Giuda, lo consegna in cambio di denaro. Ma anche Pietro lo rinnega. Tutti i discepoli sono coinvolti in questa incomprensione. Marco sottolinea in parallelo le vicende di Giuda e di Pietro che rinnegano il loro maestro. L’agire di Giuda e Pietro incornicia il momento della cena e della passione accentuando la scelta di Gesù di rimanere fedele all’amore, di rimanere obbediente al disegno di gratuità e di vita del Padre, di darsi nonostante il rifiuto e l’incomprensione (Mc 14,10-11.66-72).

Tuttavia nello stesso tempo, mentre tutti fuggono e lo lasciano solo, altre figure si affacciano, e sono presenze di lontani, di discepoli nuovi. E’ una donna che a Betania inattesa giunge nella casa di Simome e rotto il vaso di alabstro versò il profumo sul suo capo (Mc 14,3-9). E’ Simone di Cirene indicato come ‘un tale che passava’ (Mc 15,21) che viene obbligato ad aiutarlo a portare la croce sulla via del Calvario. E’ infine un  centurione, pagano e straniero che sotto la croce, avendolo visto spirare in quel modo dice: ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Proprio nel momento della morte di Gesù  Marco annota due particolari: per la prima volta nel vangelo risuona una professione di fede senza che venga imposto il silenzio. Questa voce che dice l’identità profonda di Cristo sta sulla bocca di un pagano, appartenente al mondo romano, lontano dalla legge e dalle osservanze giudaiche. E’ una professione che riconosce il volto del messia nel crocifisso che ha dato la sua vita per tutti. Ed è una parola che esprime il significato che Gesù stesso aveva dato alla sua vita e alla sua morte e che egli stesso aveva indicato ai suoi nei segni dell’ultima cena: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (Mc 14,24). Ancora un altro discepolo dell’ultima ora è Giuseppe d’Arimatea presentato come “membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio” (Mc 15,43). Giuseppe chiese il corpo di Gesù e comprato un lenzuolo lo depose dalla croce. Marco sembra così dire che l’accoglienza di Gesù si compie in chi lo segue sulla via della croce, in chi nutre apertura e disponibilità a lasciarsi cambiare dall’amore, in chi è aperto alla  ricerca del regno di Dio. Oltre ogni barriera e appartenenza religiosa e culturale.

L’unica presenza che accompagna fino alla fine Gesù nel cammino della passione è quella delle donne: “Vi erano anche alcune donne che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Ioses e Salome, le quali, quando era in Galilea lo seguivano e lo servivano e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15,40-41).  Marco annota questa presenza di servizio e di attenzione, collegandola a quel gesto che apre la passione, il gesto una donna, un gesto fondamentale che offre una luce su tutta la passione: “in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto” (14,9). C’è un’importanza particolare di questo gesto che si situa come interruzione nel complotto per l’arresto. E’ un gesto di attenzione sul corpo di Gesù che contrasta con i maltrattamenti  a cui viene sottoposto nella passione.  Questo gesto apre ad un dibattito: qualcuno indignato osserva che ha sprecato denaro. Questa azione fa da contraltare al gesto di Giuda: Giuda tradisce Gesù in cambio di denaro, la donna di Betania spreca molto denaro per ungere Gesù. Si attua così uno scambio diverso perché il gesto della donna esce dai criteri del calcolo e dell’utilità e si pone nella logica dell’accoglienza, dello ‘spreco’ nell’incontro (14,6-8). Il profumo prezioso sprecato e versato è segno di relazione vissuta nell’amore. E Gesù commentando questo gesto parla del suo corpo: “ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura” (Mc 14,8). Riceve l’unzione come unzione funebre di un vivente e sposta così il senso del gesto: dalla cura e affetto alla profezia della morte. Questa unzione diviene quindi profezia che la morte non sarà l’ultima parola. E’ già annuncio del superamento della morte: per questo l’annuncio del vangelo rimarrà legato alla memoria di lei. Perché è un gesto che richiama il nucleo del vangelo. Perché al cuore del vangelo sta la morte e risurrezione di Gesù, una perdita che diviene feconda. Marco indica Gesù nella passione come il messia che serve passando attraverso la sofferenza e perde la sua vita per salvare. La sua è una vita perduta che diviene feconda di amore.

Leggere oggi la passione di Gesù non può andare senza una domanda su come tale evento può illuminare il nostro presente. Abbiamo vissuto un anno segnato dai rivolgimenti nel mondo arabo. Una lettera di mons. Maroun Lahham vescovo di Tunisi dal titolo “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, apre uno squarcio per leggere la luce e la fecondità  della passione  e risurrezione di Gesù nella nostra storia:

“Se davvero  pensiamo che, agli occhi della fede, l’immolazione nel fuoco di un giovane, questo grande grido di disperazione, e la catena di avvenimenti che ne è seguita, non hanno alcun rapporto con il mistero pasquale, mistero di sofferenza, di morte e di risurrezione del Verbo fatto carne nella nostra umanità; che il grande movimento che pervade il popolo tunisino, il grande soffio di giustizia, la grande sete di pace, l’aspirazione profonda alla dignità non hanno nulla a che vedere con la vita, la morte e la resurrezione di Cristo, allora stiamo seduti su una bella nuvola, a cullarci in passeggere illusioni. Ma se vi è uno stretto rapporto fra il mistero pasquale e la nostra storia, la storia dei popoli, quella di ieri, quella di oggi e quella di domani, abbiamo allora il dovere di dare un senso a questa storia nel nome stesso della nostra fede (…)

In Tunisia questi semi del regno sono maturati soprattutto fuori dalle frontiere visibili della Chiesa, ed è questo che ci ha sorpreso. Vi è certamente qui unalezione di umiltà, come vi è la constatazione che solo Dio è missionario…Il grido di un povero oppresso che ha ridato la speranza a tutto un popolo ci invita ad essere attenti ai segni di Dio che, nel cuore del linguaggio umano, ci svela la sua presenza… In breve non si tratta per no di dare lezioni, ancor meno delle direttive, per quanto belle, senza esservi personalmente coinvolti. si tratta di vivere il presente alla luce dell’amore e delle sue esigenze, nel rispetto assoluto dell’altro, cominciando dal più dimesso e dal più fragile (…)

La vocazione della Chiesa è amare il mondo come Dio lo ama, guardare il mondo con lo sguardo stesso di Dio. Ora, amare il mondo con l’amore di Dio significa cercare di «scrutarne» la storia della salvezza. Infatti, la storia della salvezza di un paese non coincide necessariamente con la storia della Chiesa in quel paese; e questo vale anche per la Tunisia. Membra del corpo del Verbo incarnato noi non ci sentiamo né al di fuori né stranieri ina lcuna storia, quelal del mondo come quella della Tunisia. Ci è anche dato di scorgervi i segni del regno di Dio, nella misura in cui ci lasciamo toccare da coloro che incontriamo nel nome del Vangelo…”.
Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo