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XIX domenica tempo ordinario – anno A – 2020

8532a56c-678a-4be9-b5ae-d8e451da03201Re 19,9.11-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

“Elia giunse al monte di Dio l’Oreb. Ed ecco il Signore passò davanti a lui…” Nel deserto, in un momento di solitudine e desolazione, Elia incontra Dio che gli si fa vicino. Non nel vento forte, non nel fuoco, non nel terremoto ma nel silenzio. Elia si era scontrato con i sacerdoti di Baal che proponevano un culto che rispondeva al desiderio di potenza e di dominio, e conduceva ad abbandonare il Dio dell’esodo e dell’alleanza per cercare sicurezze immediate. Elia si oppone ad un modo di vivere la religione che deresponsabilizza e si fa idolatria. Per questo si era trovato solo e pensava che la sua vita fosse sprecata. Ma proprio in questo momento in cui non ha altri sostegni vive la sconvolgente esperienza del farsi vicino di Dio. Un Dio dicreto che non è nel terremoto, non nel fuoco, non nel vento gagliardo ma nella ‘voce di un leggero silenzio’. Elia avverte una parola su di lui come promessa di futuro e invito a riprendere il cammino.

Dio si fa a lui vicino in modo inaspettato, in punta di piedi. Incontrarlo esige la capacità di ascoltare la voce del silenzio. In questo racconto c’è una critica a varie forme di intendere la religione, le forme della paura e del magico, ed anche alla pretesa di possedere Dio piegandolo a progetti umani. Elia scopre che il Dio che lo chiama è un Dio nascosto, Dio dell’esodo e del deserto: i suoi pensieri non corrispondono ai pensieri di grandezza e di dominio umani. E’ un Dio che spiazza, disorienta e sempre apre ad un ‘oltre’ e ad un ‘altrove’ verso cui andare, dove incontrarlo in modo nuovo. E’ un Dio che coinvolge e invia per una missione che cambia la vita. Anche Elia nel suo cammino di profeta è chiamato a convertirsi ad un volto di Dio che non corrisponde alle sue idee e a lui affidarsi.

La pagina del vangelo narra un altro momento di crisi: dopo la moltiplicazione dei pani Gesù costrinse ai discepoli a recarsi all’altra riva. E’ consapevole che il gesto della moltiplicazione dei pani può aprire a fraintendimenti: lo cercheranno non per divenire comunità che impara a condividere ma per usarlo per risolvere i propri interessi. Es inge i suoi altrove verso la riva dei pagani e lui rimane solo. Matteo a questo punto presenta così la crisi della comunità durante la tempesta nel lago. Riuniti sulla stessa barca i discepoli provano paura di fronte alla violenza del vento e delle onde. Ma Gesù stesso si fa loro incontro proprio in questo momento di paura e impotenza. Dice ai suoi: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Il camminare sulle acque è nella Bibbia prerogativa di Dio (Gb 9,8) e le sue parole evocano l’’Io sono’ il nome di Dio stesso (Es 3,14). La sua parola è di fiducia e incoraggiamento: chiama all’incontro con lui. Anche quando afferra Pietro lo richiama alla fede: ‘Uomo di poca fede perché hai dubitato?’ E Pietro scopre di essere descritto dall’invocazione ‘Signore salvami’. C’è un desiderio di salvezza al cuore profondo dell’esistenza umana.

Sulla barca, di fronte alle forza del male simboleggiate dallo sconvolgimento del mare, la paura è vinta dalla parola di coraggio rivolta da Gesù ai suoi. Gesù si fa vicino e sostiene il cammino della sua comunità simboleggiato dalla barca dove tutti, nessuno escluso, sperimentano la fatica e il disorientamento. Il racconto rinvia ai prodigi dell’esodo quando Dio fece passare Israele attraverso il mare (Es 15,8.16). Gesù apre ai suoi ancora la strada dell’esodo, di liberazione per divenire popolo di Dio.

Al mare, che racchiude il rinvio alle forze del male e della morte, Gesù dice ‘Taci, calmati’. La sua è una parola autorevole più forte del male. Matteo in questo racconto delinea il profilo di Gesù risorto, come il più forte, colui che nella risurrezione ha sconfitto ogni male. E porta la pace. Gesù invita i suoi ad avere fede: il suo farsi vicino vince la paura, libera dal sentirsi dipendenti da forze capricciose e sconvolgenti, ed apre alla fiducia di sapersi tra le mani di un Dio buono, che ci libera da ogni male e rende responsabili di liberazione e di condivisione – come il segno dei pani aveva indicato – per gli altri.

Alessandro Cortesi op

 

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In questi giorni all’età di 104 anni è tornato alla casa del Padre Joseph Moingt, gesuita francese, uno dei maggiori teologi contemporanei.

Entrato a 23 anni nella Compagnia di Gesù dovette arruolarsi nell’esercito francese all’inizio della guerra e subì in seguito la prigionia dei tedeschi in campi tra la Germania e la Polonia. Terminata la guerra, nel 1949 fu ordinato prete e riprese gli studi. La sua tesi sotto la direzione di Jean Daniélou, approfondì temi della teologia trinitaria nella tradizione patristica, in Tertulliano in particolare e il suo studio divenne uno dei testi di riferimento fondamentali per la storia dei dogmi. Iniziò il suo insegnamento di storia dei dogmi e teologia dogmatica alla facoltà di Fourvière dei gesuiti presso Lione sin dal 1955. In quegli anni ebbe modo di partecipare a quell’ambiente intellettuale e spirituale in cui maturava la ‘nouvelle théologie’ che preparò per molti aspetti il rinnovamento del Concilio Vaticano. Vicino a amico di Michel De Certeau insegnò anche alla Ecole Pratique des Hautes dei gesuiti di Chantilly e al Centre Sèvres di Parigi, dal 1974 al 2002. E’ stato anche per molti anni direttore della rivista Recherche de sciences religieuses.

Il suo studio si è posto decisamente sulla linea del Vaticano II dopo il Concilio e nel tempo ha approfondito una riflessione sulla fede unita ad una sensibilità spirituale in ascolto della storia. Attraverso la conoscenza del pensiero cristiano nella storia è giunto a scorgere l’esigenza di ripensare sempre in modo nuovo il vangelo e di tornare lì per vivere la sequela di Gesù.

Nel 1993 ha pubblicato L’Homme qui venait de Dieu (Cerf, 1993), approfondendo una riflessione su Gesù e sul significato della fede in lui in rapporto alle domande e sensibilità del tempo contemporaneo. Poi ha fatto seguito la sua opera Dieu qui vient à l’homme (Cerf, 2002 e 2005). Nella sua ricerca ha sempre cercato di tener presente l’inquietudine propria della fede in particolare nel tempo presente in rapporto alla ricerca umana sul senso della vita. La sua profonda conoscenza della storia del pensiero cristiano lo spingeva ad attuare un ripensamento dei dogmi della fede cercando nuove formulazioni e interpretazioni in rapporto con la situazione contemporanea.

“Nei miei libri, tengo presenti i dogmi della Chiesa, ma li reinterpreto. Non li credo – non li ricevo – così come sono stati formulati, ma mi sforzo tuttavia di pensarli come sono stati creduti. […]. Tengo presente la fede […] che li ha ispirati” (Croire quand même, 178)

In tal senso ha vissuto un rapporto vivo e autentico proprio con la tradizione di cui era profondo conoscitore: “La Tradizione, quella vera, quella che è viva, non è ripetizione, ma incessante innovazione alla ricerca della Verità piena verso la quale lo Spirito Santo conduce i credenti” (Croire quand meme, 41).

Ed ha così messo insieme credere e dubitare perché non vi è autentica fede senza dubbio e ogni dubbio può essere motivo di nuovo cammino e ricerca nell’ascoltare e ricevere una parola sempre nuova verso una verità che sta sempre davanti e oltre.

“Io ho imparato a dubitare, perché è necessario conoscere per dubitare, e a credere, perché è necessario dubitare di ciò che si sa per conoscere ciò che si crede. Avevo imparato a credere e a parlare del Cristo accogliendo la tradizione della Chiesa; ho dovuto reimparare l’uno e l’altro interrogando direttamente il vangelo, con la preoccupazione di cercare la verità più che di ripetere una verità già data”. (L’homme qui venait de Dieu).

Insisteva sul rimanere ancorati alla Scrittura e sull’importanza di ritornare a trovare in essa la fonte del pensare teologico. Coltivava una tensione a comprendere mantenendo peraltro una attenzione al senso della fede di chi vive le fatiche e le gioie della vita ordinaria e quotidiana. Parlava così della religione del vangelo che sta “al cuore dell’umanità, in questo spazio spirituale strutturato dalle relazioni di carità. Dio vive lì. II suo cuore palpita lì, al cuore della nostra 
storia umana. Ecco la vera religione ‘in spirito e verità’” (L’Évangile sauvera l’Église, 145).

Il suo cammino intellettuale ed esistenziale si è svolto nel tentativo di ritornare al vangelo di Gesù facendo scorgere come alla base dell’esperienza cristiana sta una bella notizia di liberazione che implica un impegno di compagnia e di vicinanza alla causa dell’uomo: la causa di Dio è infatti la causa dell’uomo.

“Gesù (…) denuncia le pretese di dominio della religione (…) Nel suo relativizzare l’obbedienza alla legge religiosa dà tutta la sua forza alla legge etica (…) Le istituzioni religiose sono false mediazioni (…) Sono utili nella misura in cui indicano un cammino verso Dio, e sarebbe temerario rigettarle (…) ma non collegano direttamente a Dio anche se esse stesse e i fedeli lo credono” (Dieu qui vient à l’homme, t. 1, p. 387-391).

“Nel nostro tempo in cui rinascono in diversi luoghi del mondo violenti conflitti religiosi, è importante che il cristianesimo si segnali per ciò che lo differenzia da ogni altra religione, per il fatto cioè di non essere fondato sul sacro, sull’autorità di una legge e di una tradizione immemorabile e intoccabile, ma su un vangelo, una buona notizia, una parola di liberazione e di pace” (L’Évangile sauvera l’Église, 87-88).

Ciò per lui ha significato porsi in attenzione delle esperienze dei fedeli, delle difficoltà e delle obiezioni di chi ha abbandonato la chiesa. Da qui anche la sua critica ad un’amministrazione dei sacramenti staccata da una comunicazione della fede nel dialogo che coinvolge:

«La soluzione dei mali presenti non è rimediare all’amministrazione dei sacramenti, ma alla configurazione stessa della Chiesa che si è modellata nel corso dei secoli in vista di trasmettere una religione che Cristo non aveva istituito, con l’intenzione sicuramente di trasmettere così il Vangelo, ma dimenticando troppo presto che la parola evangelica, come ogni altra, si comunica attraverso il colloquio, il dialogo vivo che suscita nella comunità dei credenti e non attraverso i soli riti che la rappresentano. … Il rimedio ai nostri mali non può essere altro che ridare alla comunità dei credenti il libero uso della parola di fede e, per questo, costruire luoghi di Chiesa come luoghi di dialogo e di circolazione della predicazione evangelica» (Esprit, Église et Monde, 65).

Nel 2010 ha pubblicato Croire quand même. Libres entretiens sur le présent et le futur du catholicisme (ed Flammarion 2013).
 In questo testo esprime la sua convinzione di una urgenza di una “riforma radicale del cattolicesimo” a partire dal vangelo nel riconoscere ciò che è autenticamente umano accompagnando i percorsi e le inquietudini dei contemporanei.

Dall’incontro con Cristo sgorga un umanesimo nuovo che sta in rapporto alla pasqua di Gesù, la sua morte e risurrezione: si tratta di un umanesimo evangelico. E’ questa la proposta che Moingt vede essenziale per la vita della chiesa.

“Cristo passando per la morte e la risurrezione ha acquisito una dimensione di umanità universale, è diventato fratello di tutti (…) capace di una relazione personale con ciascuno (..) creando legami di fraternità con tutti (…) E’ promotore di un ‘io’ che è invitato ad integrarsi a un ‘noi (…) chiamato a d allargarsi a ‘tutti’ (….) questo umanesimo evangelico è caratterizzato dalla cancellazione delle frontiere e delle disuguaglianze (…) La rivelazione si manifesta così aperta sull’avvenire dell’umanità, nel senso che anch’essa viene, come la risurrezione, dalla fine della storia, da una storia che dev’essere fatta dagli uomini e per loro” (Dieu qui vient à l’homme, t. 1, 421-422)

Il regno di Dio si attua allora non in termini di pratiche religiose e cultuali ma nell’ambito della vita ordinaria, nelle relazioni e nell’impegno nel mondo:

“Il regno di Dio rientra … nell’ambito della ‘regola d’oro’, non in un dovere della religione, ma in un dovere dell’umanità ….. Questa regola, totalmente indeterminata, è consegnata al nostro desiderio, […] la via della salvezza è ampliamento del nostro senso di umanità. Ne emerge una preziosa conclusione: la salvezza è più vicina a una pratica umanistica che religiosa. …] L’umanesimo evangelico […] si pratica nel campo della secolarità” (Dieu qui vient à l’homme, t.2/2, 979).

“Non si tratta di adorare Dio in un culto ma di amare il prossimo in cui si trova l’assoluto di Dio (L’homme qui venait de Dieu, 483). “La carità diviene principio di salvezza e nessun atto di religione può sostituirla. Non si tratta di votarsi a Dio ma di dedicarsi al prossimo”. (ibid. 489).

Nel suo proporre un rinnovamento profondo della vita della chiesa scorge l’importanza della compagnia e del dialogo: 

“Penso che la salvezza della chiesa non sta nel rafforzare i ranghi del clero. Piuttosto si deve prima stabilire l’uguaglianza alla base ridare la parola di cui i fedeli godevano un tempo nella chiesa, lasciarla diffondere ampiamente perché i cristiani possano assumersi le loro responsabilità, cioè sentirsi responsabili della chiesa e della sua sopravvivenza nel mondo. Non credo da parte mia che la chiesa rischi di sparire per la mancanza di persone consacrate, per la mancanza di preti” (L’Évangile sauvera l’Église, 44)

Un aspetto rilevante di rinnovamento riguarda i ministeri che renderebbe possibile un riconoscimento del ruolo delle donne nella chiesa. A suo avviso la difficoltà fondamentale consiste nel superare un’impostazione teologica secondo la quale il ministero è stato pensato a partire dal riferimento al sacerdozio ministeriale. La sua proposta è quella di ripensare i ministeri a partire dal sacerdozio comune dei battezzati: da tale prospettiva è possibile la considerazione di una ministerialità nuova e differenziata in grado di includere tutte e tutti i fedeli e di non escludere alcune categorie.

“Vedo l’avvenire della Chiesa nelle piccole comunità, dove vi sarebbero cristiani e non cristiani, che insieme rifletterebbero sui loro problemi leggendo il Vangelo e imparerebbero così a vivere insieme seguendo Gesù: sarebbe già una vita nella Chiesa”.

In un’omelia pronunciata a 75 anni da quando fu accolto nella compagnia di Gesù diceva: “Gli rendo grazie per la sua pazienza ad insegnarmi il valore del tempo perduto ad ascoltare gli altri […]. Ciò di cui hai potuto impoverirti per altri va a tuo credito e ti arricchisce, Ecco che cosa ho imparato dalla mia lunga vita e di cui rendo grazie al Signore. Perché ogni perdita gratuitamente accettata è grazia, è sempre guadagno di grazia”.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno A – 2019

Giovanni BattistaIs 35,1-6.8.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

“Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa”. E’ un quadro di speranza e di coraggio. Il profeta sa leggere oltre il buio del presente il venire di una novità che irrompe nella storia e la cambia: ‘dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete’. E’ annuncio di un tempo in cui saranno allontanati tristezza e pianto.

L’immagine della strada esprime questo invito a sperare: nel deserto si apre una via appianata, su di essa cammina una colonna di persone liberate dalla prigionia che camminano verso la pace. Le esperienze di limite e sofferenza si mutano in gioia ritrovata: ‘lo zoppo salterà come il cervo, griderà di gioia la lingua del muto’. La strada appianata è cammino da percorrere primizia di un mondo nuovo in cui tutto ciò che opprime e chiude trova superamento e apertura..

Nella pagina del vangelo è delineato il profilo di Giovanni Battista in un momento di profonda crisi della sua vita. E’ stato imprigionato da Erode e dal carcere invia alcuni suoi discepoli ad interrogare Gesù: ‘sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?’. Giovanni vive la fatica del dubbio: Gesù non sta attuando un rivolgimento della storia, non si sta imponendo con manifestazioni di potenza, non sta neppure realizzando quel giudizio che Giovanni attendeva e aveva presentato nella sua predicazione presso il Giordano. Il suo dubbio racchiude una inquietudine che fa vacillare la sua speranza.

Gesù risponde agli inviati del Battista e li invita a guardare il suo agire: nei suoi gesti di guarigione, di liberazione, di vicinanza ai poveri si sta rendendo presente ciò che Isaia vedeva come una promessa: “andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la bella notizia”.

Nell’agire di Gesù sta prendendo inizio quanto Isaia annunciava: la bella notizia che Dio sta dalla parte dei poveri e oppressi, si pone accanto a loro per liberarli.

I suoi gesti sono segni: quanto Isaia indicava è iniziato in un modo che non corrisponde alle attese umane. Dio non si manifesta con potenza e in modo sorprendente, non si pone nella logica delle potenze umane, ma si fa vicino a chi è più debole. Per questo Gesù dice: ‘beato colui che non si scandalizza di me’. Il suo essere ‘messia’ si attua nei gesti di vicinanza, di cura, di ospitalità. Gesù si mette dalla parte dei poveri e agendo così narra il volto di Dio.

I suoi gesti sono i segni di un mondo nuovo già iniziato. Esso cresce là dove qualcuno continua quello stile che è lo stile di Gesù, nonostante le contraddizioni e le difficoltà.

Vivere l’avvento è tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia e il dubbio di Giovanni. Il sogno di Isaia ci aiuterà a tenere presente la speranza che illumina la nostra vita fondata sulla promessa di Dio. L’inquietudine di Giovanni ci aiuterà a vivere in verità la nostra fede, non come fuga dalla storia o illusione, ma facendo nostro lo stile di Gesù, prendendo le parti dei poveri e continuando a porre quei gesti che sono già inizio del regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

Mattarella Sermig

Uomo forte?

Può essere occasione di riflessione approfondire i risultati del rapporto annuale del Censis sulla situazione italiana, presentato pochi giorni fa a Roma. Da tale indagine sociologica che annualmente offre una fotografia della realtà del Paese emerge un dato tra altri che fa pensare: il 48,2% della popolazione, il che significa quasi un italiano su due, ritiene che auspicabile un «uomo forte che tutto risolve» quale guida che prenda il potere. Si tratta di una posizione che sottolinea la sfiducia nelle istituzioni del Parlamento e dei procedimenti democratici. Si riscontra più diffusa tra persone con minor grado di istruzione e con basso reddito.

L’istituto di ricerca spiega tale dato rilevando «l’inefficacia della politica ed estraneità da essa». In esso è da leggere anche un disagio profondo delle fasce più deboli del Paese che di fronte alla crisi si sentono più indifese ed esprimono il bisogno di una soluzione in qualche modo miracolistica di una figura forte che risolva i loro problemi. Dall’indagine risulta infatti come per la maggior parte delle persone le attese per nuove opportunità nel mondo del lavoro hanno incontrato la delusione. Se da un lato cresce il numero degli occupati tuttavia le ore retribuite diminuiscono e benché diminuisca il numero dei disoccupati vi è insieme un numero rilevante di lavoratori part-time non per libera scelta ma perché costretti ad adattarsi a condizioni imposte. Un lavoratore su cinque opera in part time, e questa tipologia di lavoro è aumentata tra 2007 e 2018 di quasi il 40%. Il tema della disoccupazione per la quasi metà degli italiani dovrebbe costituire la questione più rilevante in ambito di scelte politiche. Il lavoro, secondo il rapporto, è problema più rilevante rispetto all’immigrazione ed alla criminalità su cui si accentrano le insistenze di quanti hanno interesse al crescere della paura.

L’indagine segnala la situazione di incertezza che segna la vita della maggior parte della popolazione nel Paese: a fronte di tale condizione le vie di uscita sono spesso il tentativo di individuare vie per arrangiarsi e per salvarsi da soli, e nel contempo crescono anche pulsioni antidemocratiche. Ciò ha profonde conseguenze sulla tenuta di un tessuto sociale che sempre più appare logorato e sfilacciato: il 75% della popolazione secondo l’indagine non si fida più degli altri con un crescita dell’atteggiamento di rancore e risentimento a fronte di situazione di ingiustizia percepite. La senatrice a vita Liliana Segre ha espresso la sua lettura di tale desiderio di un uomo forte al potere: «Non l’ha provato, il 48% non c’era quando c’era l’uomo forte al potere quindi parla di quello che non sa». Proprio in questi giorni la cancelliera tedesca Merkel ha compiuto la sua prima visita ad Auschwitz: «È successo. Dunque può succedere di nuovo», ha detto, citando Primo Levi. «Provo una vergogna profonda per i crimini barbari che sono stati commessi qui dai tedeschi: crimini che superano i limiti di ogni possibile comprensione… La necessità del ricordo non può essere messa in discussione: si tratta di una parte integrale della nostra identità, e lo resterà per sempre».

Così il prof. Giampaolo Azzoni pro-rettore dell’Univesrità di Pavia commenta il rapporto Censis: “Questo è un rapporto molto buio, persino l’energia positiva è definita “furore di vivere”. In generale c’è una costellazione di fenomeni negativi impressionanti: la crisi demografica, l’emigrazione di massa, il lavoro che non produce reddito, la sfiducia diffusa, l’ansia. Il dato dell’enorme crescita di ansiolitici, più 20%, è sconfortante… Dalla crisi del 2008 abbiamo visto venire meno alcune importanti certezze: il welfare, la sanità per gli anziani (avere un malato in casa può diventare una tragedia), la crisi del lavoro. Questa è la generazione che per la prima volta starà peggio dei propri genitori. Da qui l’incertezza e l’ansia di non farcela”. Alla domanda Quindi siamo senza speranze? risponde “No, ci sono due correttivi significativi che il Censis indica con due belle metafore: le “piastre di sostegno” e i “muretti… stanno a significare che lo scivolamento verso il basso è frenato sia da fenomeni macro, come le piastre, sia da fenomeni micro, i muretti, che svolgono la stessa funzione dei terrazzamenti liguri»… Le “piastre” rappresentano una presenza manifatturiera ancora forte in un’area come Lombardia, Veneto ed Emilia, dove lo scivolamento verso il basso non c’è… I “muretti” invece sono quelle soluzioni, magari locali e limitate ma che producono un movimento positivo antiscivolamento… Occorre adottare un atteggiamento di cura del legame sociale. Il bene fondamentale da preservare è quello. E c’è una correlazione strettissima tra sviluppo del paese e capitale sociale. Le reti di solidarietà ci salveranno. (“Gente sull’orlo di una crisi di nervi I legami sociali sono corrosi, saltati” intervista a Giampaolo Azzoni, a cura di Paolo Colonnello “La Stampa” 7 dicembre 2019).

Oltre alle piastre e ai muretti indicati sono da ricercare altri tipi di resistenze alla deriva possibile. Anche Giovanni Battista forse aspettava un ‘uomo forte’ capace di porre fine ad un mondo malato, ma la sua attesa fu messa in discussione da colui che si presentò con uno stile diverso, come annunciatore della buona notizia di Dio che prende le parti dei poveri, come un re che cavalca un asino, capace di dare la sua vita nel segno dell’accoglienza e della condivisione … I suoi gesti di vicinanza, accoglienza, liberazione, di riconoscimento degli scartati e dei deboli continuano ad essere sfida per costruire una società capace di coltivare fiducia nell’altro e l’utopia di una fraternità concreta, vero antidoto alle paure e ai rancori di ogni tempo.

Visitando il Sermig, Arsenale della Pace fondato a Torino da Ernesto Olivero e da sua moglie Maria che insieme a innumerevoli volontari hanno tramutato l’ex arsenale militare torinese in un luogo di costruzione di accoglienza, solidarietà e preghiera, nell’anniversario dei 55 anni dalla sua fondazione il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto: “Mentre giravo per vedere le novità riflettevo sulla parola arsenale, che è un luogo dove si lavora per produrre armi da guerra. Ma in questo arsenale si lavora per la pace che va difesa e consolidata con opere di pace e un impegno attivo. Questo è un momento di grandi cambiamenti che creano paure, disorientamenti, e generano contrapposizioni pericolose. La paura è contagiosa, ma anche la bontà e la pace lo sono. Le cose al Sermig in questi 55 anni sono state fatte insieme, si tratta di aprirsi agli altri e di far emergere la bontà in ciascuno”.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno A – 2016

img_2152Is 35,1-6.8.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

“Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa”. Il deserto è invitato a gioire e la steppa a fiorire per la felicità. E’ una visione di gioia, di coraggio, un quadro di speranza per una novità che sta irrompendo nella storia: ‘Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi’. Il venire di Dio che salva attua così un rovesciamento inatteso: ‘lo zoppo salterà come il cervo, griderà di gioia la lingua del muto’. L’immagine della strada nel deserto è annuncio di un tempo in cui non vi saranno più tristezza e pianto: nel deserto scorre una via appianata, e su di essa cammina un popolo liberato verso un orizzonte di pace.

La pagina del vangelo presenta il dialogo tra i discepoli di Giovanni Battista e Gesù. Giovanni in carcere per la sua critica del potente Erode invia i suoi a domandare a Gesù: ‘sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?’. Sta qui racchiuso il dubbio di Giovanni, il suo interrogarsi sul messia. La venuta di Gesù non sta compiendo un rivolgimento della storia: non è un messia che realizza quel giudizio che pure era elemento forte della predicazione del Battista. Anzi si presenta come presenza che non s’impone, non compie giudizi eclatanti e non manifesta minacce.

Gesù invita a guardare i suoi gesti. Nel suo agire c’è un annuncio da leggere. Lì si sta rendendo presente la promessa dei profeti: “andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la bella notizia”. Gesù nella sua vita è bella notizia per i poveri perché dice loro che Dio prende le loro parti. Non è portatore di castigo e giudizio ma vive la sua stessa vita nel segno del dono, della vicinanza, della tenerezza.

I suoi gesti sono segni di quel mondo rovesciato che Isaia aveva indicato. Dice infine: ‘beato colui che non si scandalizza di me’. Seguirlo è una sfida difficile. Disorienta chi sogna un messia secondo la misura del potere, dell’affermazione umana.

E’ necessario cambiare il punto di vista: solo chi vive in una situazione di povertà, può aprirsi a questa bella notizia. Gesù si presenta con il volto di chi si prende cura e accoglie attese di liberazione e vita. I suoi gesti sono i segni di un mondo nuovo già iniziato. Esso cresce là dove qualcuno li continua nonostante le smentite e le contraddizioni.

Possiamo tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia e il dubbio di Giovanni. La domanda e l’inquietudine di Giovanni aiuta a vivere in profondità una domanda su Gesù, la sfida di una fede difficile incarnata nella storia. Il sogno di Isaia ci aiuta a guardare alla speranza fondata sulla promessa di Dio che illumina la vita.

Alessandro Cortesi op

 

DSCF0014.JPGAspettare con costanza

Mount Palomar è nome di un osservatorio astronomico in California negli Stati Uniti, dove è situato uno dei più grandi telescopi della terra, luogo di osservazione di uno spazio di stelle e pianeti lontani. Palomar è anche il nome che Italo Calvino ha dato al personaggio di un suo libro proprio pensando a quel luogo di osservazione.

Il signor Palomar desideroso di liberarsi dall’eccesso di parole vuote e senza senso del suo presente, cerca di farsi osservatore di cose minime e vicine, nel silenzio. Conduce così la sua osservazione con una attenzione meticolosa e precisa. “…il signor Palomar ha deciso che la sua principale attività sarà guardare le cose dal di fuori. Un po’ miope e distratto egli non sembra di solito rientrare per temperamento in quel tipo umano che viene di solito definito un osservatore. Eppure gli è sempre successo che certe cose – un muro di pietra, un guscio di conchiglia, una foglia, una teiera – gli si presentino come chiedendogli un’attenzione minuziosa e prolungata…”.

Un prato, l’onda del mare, il volo degli uccelli, un seno nudo, la luna, i cibi in vendita, una pantofola sono elementi di una osservazione minima e scrupolosa. Palomar guarda le cose vicine come se fossero lontane e le cose lontane come se fossero vicine.

Cerca di liberarsi da parole vane e astratte per ridare senso alle parole, passando per il silenzio, evitando le parole scontate: “Anche il silenzio può essere considerato un discorso, in quanto rifiuto dell’uso che altri fanno della parola; ma il senso di questo silenzio-discorso sta nelle sue interruzioni, cioè in ciò che di tanto in tanto si dice e che dà un senso a ciò che si tace”.

Ma nessuna cosa si lascia afferrare completamente e comprendere. Per vincere instabilità e incertezza Palomar cerca di affidarsi ad un metodo di osservazione e descrizione, ma si accorge quanto sia difficile una osservazione di tutto ciò che è attorno e si scontra con l’impossibilità di compiere il desiderio di afferrare e classificare. Pretende di controllare e comprender la realtà, ma si ritrova a non riuscirvi. Sperimenta il fallimento e un rapido sprofondare nella solitudine. Le cose più vicine e familiari gli divengono inconoscibili. Ogni cosa può essere scomposta e ricomposta ma non si giunge a conoscerla. Vive così inquietudine e ricerca perenne, rimettendo continuamente in discussione i risultati raggiunti. Giunge così a volgersi in direzione diversa verso l’interiorità. Matura la convinzione di non poter conoscere nulla di esterno scavalcando se stesso: l’universo si manifesta a lui come lo specchio in cui poter contemplare solo ciò che deriva da una conoscenza rivolta a se stessi.

“Palomar, non amandosi, ha sempre fatto in modo di non incontrarsi con se stesso faccia a faccia; è per questo che ha preferito rifugiarsi tra le galassie; ora capisce che è col trovare una pace interiore che doveva cominciare. L’universo forse può andare tranquillo per i fatti suoi; lui certamente no. La strada che gli resta aperta è questa: si dedicherà d’ora in poi alla conoscenza di se stesso, esplorerà la sua geografia interiore, traccerà i diagrammi dei moti del suo animo, ne trarrà formule e teoremi, punterà il suo telescopio sulle orbite tracciate dal corso della sua vita, anziché su quelle delle costellazioni”. Ma proprio nel momento in cui intraprende tale nuova direzione della sua osservazione e ricerca Palomar muore.

Così ebbe a dire o stesso Italo Calvino che in Palomar delineò un profilo del suo percorso personale e una riflessione sul percorso della società contemporanea “Rileggendo il tutto, m’accorgo che  la storia di Palomar si può riassumere in due frasi: Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”.

“Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra”.

Alessandro Cortesi op

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