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Solennità della Ss. Trinità – anno B – 2018

Spirito-Santo(Dina Figueiredo – Spirito Santo)

Dt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

“Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”.

Nell’esperienza della fede di Israele Dio è presenza nascosta e vicina: non è una tra le creature della terra, sta infatti ‘lassù’, luogo del divino, nelle altezze dei cieli, metafora di una dimensione non racchiudibile entro i confini del creato. Nel medesimo tempo si fa vicino ed irrompe nel ‘quaggiù’, nei luoghi della vicenda umana, sulla terra.

Il Dio unico e vicino, è il non dominabile, non racchiudibile. Non sta nelle mani dell’uomo, non è uno tra gli elementi del cosmo. Per questo tutto nel creato viene così sdivinizzato e il mondo è restituito ad essere mondo dell’uomo. Nessuna manifestazione naturale, nessun essere per quanto meraviglioso, nessun uomo o donna possono prendere il posto di Dio. Dio è altro.

Ma il Dio che sta lassù è anche il vicinissimo, E’ presenza che soffia non sopra ma dentro le cose, con il suo spirito che è respiro di vita donata. ascolta il grido del popolo che soffre e scende a liberarlo. è coinvolto nella vita del popolo. Abramo padre dei credenti è l’esempio di chi ha ascoltato una parola interiore, una chiamata di Dio. E così Mosè. Quest’esperienza del cuore, non di uno solo ma di popolo, viene espressa con l’immagine del fuoco che avvolge il roveto e non lo consuma. Un fuoco che arde e non dà morte ma porta vita.

Da lì sorge una storia di incontro che si delinea come amore impegnativo e di relazione. Israele lo esprime nei termini dell’alleanza, un patto di dono e fedeltà: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?”.

I testi biblici non offrono una definizione di Dio ma raccontano l’esperienza di un popolo nell’incontro della fede. Il suo volto si delinea solo in una storia. E’ una storia sospesa, fondata sull’affidamento: la fede è espressa con l’immagine di appoggiarsi su un piccolo appiglio di roccia, una parola accolta nel cuore, una promessa custodita e trasmessa, una stabilità fragile. Israele scopre l’agire di Dio negli eventi della storia. La sua è esperienza non tanto della ricerca umana di Dio, quanto del venire di Dio in cerca dell’uomo. E’ un venire, il suo, che continuamente si ripropone in modi nuovi, e passa per la chiamata di persone che si fanno voce della sua Parola, che annunciano la sua fedeltà, che allargano i confini di un raduno.

Nei vangeli un dato fondamentale del profilo di Gesù è indicato nel suo rapporto con l’Abbà, Dio il padre. Partecipe della fede del suo popolo Gesù, come ebreo vive la fede dei padri. Nella sua vita manifesta la coscienza di un rapporto particolare con l’Abbà: a lui si affida senza riserve. Nella sua preghiera sta la profondità del suo rapporto con Dio. All’Abbà si rivolge nella solitudine e soprattutto nei momenti di scelta e di prova. Si affida a Dio di cui annuncia il regno, come vicinanza che apre senso della vita e salvezza per chi non ha speranza. La sua preghiera respira di una confidenza unica fino al grido sulla croce in cui affida a Dio il suo grido che esprime l’esperienza dell’abbandono. Marco riporta che il centurione vedendolo morire a quel modo, sotto la croce, disse ‘Veramente quest’uomo è Figlio di Dio’. Dopo la Pasqua la comunità riconosce a Gesù i titoli di ‘Figlio’ e Signore.

L’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, si può sintetizzare nell’esperienza dello Spirito che fa sentire accolti, figlie e figli: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio”.

Dire Abbà non è esito di sforzo umano: è in radice un dono, opera dello Spirito, dono della Pasqua (cfr Gv 20,22). Nello Spirito, lasciando spazio a lui, colui che ricorda tutto quello che Gesù ha detto (cfr. Gv 14,26) e consola (Gv 14,15), la comunità vive l’esperienza di essere coinvolta in un evento di comunione: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… in quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (cfr. Gv 14,20).

Se il volto di Dio è comunione il volto autentico di ogni persona e dell’umanità stessa è nell’orizzonte della comunione. La comunità di Gesù dovrebbe essere segno e strumento, profezia e annuncio, di tale comunione nel cammino della storia. L’esperienza di vita nelle famiglie, delle comunità umane, dei rapporti tra i popoli, può trovare nel volto di Dio Trinità, una promessa, una chiamata ed un orizzonte di speranza.

Alessandro Cortesi op

Versione 2Dubitare

Pagano: Ti prego, fratello, guidami a capirti quando parli del tuo Dio. Dimmi: che cosa sai del Dio che adori?
        Cristiano: So che tutto ciò che so, non è Dio, e che tutto ciò che concepisco, non gli è somigliante, ma che egli è al di sopra di tutto”.

E’ questo un rapido scambio di battute tra il pagano e il cristiano, protagonisti dell’opera Dialogo tra un pagano e un cristiano di Niccolò Cusano. Filosofo, teologo, vescovo del XV secolo, Cusano, in questo intenso dialogo fa emergere profonde domande ed apre nuovi orizzonti nel pensare Dio stesso. Presenta soprattutto il pericolo insito in ogni pretesa umana di dire Dio e di nominarlo. E’ continuo il rischio di rinchiuderlo in una gabbia che non lascia spazio al suo essere Altro. Il ‘dare il nome’ è sempre indirizzato a piccole cose e di fronte a Dio ogni nome è incapace a disegnarne il profilo. Così Cusano parla di un non sapere riguardo a Dio che tuttavia costituisce la grande e autentica saggezza: è una dotta ignoranza.

“È piccola cosa quella che è nominata. La grandezza di ciò che non può essere concepito, rimane ineffabile”.
 Ineffabile, ma anche sopra ogni nome, oltre.

La grandezza di certi testimoni della fede e del pensiero sta nell’introdurre a domande inquietanti: essi spingono ad uscire da comode certezze e da situazioni acquisite. L’avventura della vita umana forse troppo spesso non ha il coraggio di affacciarsi sugli strapiombi dei grandi interrogativi che fanno percepire la fragilità, l’incertezza, il dubbio. C’è un sottile crinale che non si delinea fuori dei cuori ma li attraversa all’interno, in modi che difficilmente sono giudicabili. Tra questi soprattutto il crinale tra credere e non credere: ognuno reca in sé stesso un non credente e un credente che tra loro si parlano e s’interrogano in un ininterrotto dialogo interiore. E domande inquietanti sorgono. “Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa» (Carlo Maria Martini).

E’ questa l’attitudine che si ritrova nei cercatori e camminatori su vie di confine, laddove l’ascolto dell’altro pone in questione dati acquisiti:

“La mia fede in Dio è tutta intrisa di dubbi e sento che non potrebbe essere altrimenti, perché credere è affidarsi a ciò che è oltre i propri orizzonti. Trovo spiritualmente esaltante questo affidarmi all’oltre i miei orizzonti, dove le mie certezze si indubbiano e da quelle crepe intravedo l’oltre in cui esisto. Io, dalla fede intrisa di dubbi, provo prossimità con l’ateo dall’ateismo intriso di dubbi. I re magi dovevano proprio essere personaggi così: non riuscivano a negare che quella stella mai vista avesse un senso; d’altra parte non sapevano dove li avrebbe condotti qualora l’avessero seguita”.

Così parla di ‘una fede intrisa di dubbi’ p.Luciano Mazzocchi, sensibile all’incontro di fedi e culture, testimone del dialogo tra vangelo e zen. E così continua suggerendo il movimento del credere come un volare in un cielo che qualsiasi volo non può rinchiudere o comprendere e che pure lo custodisce: “L’uccello gusta di volare dentro il cielo che rimane sempre più ampio del suo volo; lo preferisce a un qualsiasi spazio recintato tutto suo. La fede è gusto religioso del dubbio, vissuto con fiducia, senza indietreggiare. Ma tutto svanisce se il dubbio viene eretto a criterio assoluto: non è più dubbio. Si può fare la farsa di dubitare, mentre non ci si vuole minimamente spostare dal tepore del dubbio. Non ci si vuole mettere in cammino. Perché chi sa dove si può andare a finire! La fede è gaudio esistenziale di esistere “finito” dentro l’”infinito”. Di essere sempre ambedue gli aspetti, senza che uno assorba l’altro. Se il finito assorbe l’infinito, l’infinito cessa di essere infinito mancandogli il finito; e viceversa. L’uccello vola sospeso dentro il vuoto del cielo; il credente cammina immerso nel mistero della vita”.

E’ forse bene ricordare che al dubbio non si oppone il credere, ma la certezza, il sapere. E il credere stesso è popolato di domande, di inquietudini in cui grande è la consapevolezza del non sapere. Il credere non si confonde con una via intellettuale di conoscenza, ma vive di fiducia, nel ‘dire sì’ consegnandosi, di un sapere anche, ma particolare, che proviene dallo sguardo dell’amore. Per questo si mantiene solo nel cammino. Traccia ne è l’esperienza del dono, della cura, dell’amore.

Tiene insieme inquietudine, la fatica del dubbio, come uno stare al bivio, e cammino che si affida continuando a superare l’immobilità. Non si nutre di evidenze ma di intuizione profonda che indica una direzione. Non vive di spiegazioni ma di testimonianza accolta e di promessa. E’ continuamente cercato e atteso nel lasciarsi coinvolgere. E proprio il percorso umano fatto di incontri, di parole scambiate, di silenzi, nell’incapacità di esprimere il segreto delle cose o di trovare parole per dire se stessi, lì è luogo di una ricerca che, affidandosi, rimane sospesa… “Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono…”

Alessandro cortesi op

 

 

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