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I domenica di Quaresima – anno B – 2021

Gn 9,8-15; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

“Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra”. L’arcobaleno è segno dell’alleanza, dono di salvezza proveniente da Dio. L’arcobaleno che unisce insieme cielo e terra esprime due grandi messaggi. Il primo riguarda l’inizio di una storia di armonia e di pace. L‘arco da guerra appeso per sempre e che non verrà più usato significa che il disegno di Dio sulla creazione e sulla storia umana in quanto vicenda di tutti i popoli è un disegno di pace in cui la violenza sia eliminata per sempre. Il secondo grande messaggio è che questo progetto riguarda non solo l’umanità ma tutta la creazione nella sua interezza. Il diluvio aveva rappresentato il prevalere di forze disordinate, della violenza e del male. Ora l’arco da guerra, simbolo di ogni arma, viene appeso per sempre. Sorge un progetto di pace che chiede di porre attenzione al rapporto che lega tutti gli esseri, inconsiderazione di tutti gli animali, le piante, le creature inanimate, gli elementi della creazione. E’ una alleanza  che coinvolge tutta l’umanità prima ancora della alleanza con Abramo e con il popolo d’Israele: guarda infatti a tutti i popoli e all’umanità nella diversità dei popoli. Ed indica un rapporto da coltivare e custodire, il rapporto con la terra e con tutti gli esseri creati: l’arcobaleno è segno che annuncia un orizzonte di vita: Dio si lega all’umanità indicando vie di pace e si lega all’intera creazione in quanto luogo di una riconciliazione che coinvolge insieme umanità ed ogni realtà creata, dagli animali a tutte le cose più piccole.

Nella lettera di Pietro il diluvio è richiamato in riferimento al battesimo: l’intera quaresima è cammino battesimale per riscoprire come nelle acque del battesimo, vi è un dono da accogliere di rinascita per aprire la vita ad una novità: la chiamata al cuore del cammino cristiano è diventare nuove creature in Cristo, nostra Pasqua.

La pagina del vangelo di Marco indica il senso del cammino di quaresima racchiuso nella narrazione delle tentazioni di Gesù nel deserto e nel suo primo annuncio del regno che si è fatto vicino e della chiamata ad una conversione come cambiamento della vita. Il testo dice solamente che Gesù viene ‘spinto fuori’ dallo Spirito, nel deserto: in risalto appare l’azione dello Spirito nella vita di Gesù quasi come forza che costringe. Lo Spirito sceso su Gesù nel battesimo ora lo conduce nel deserto e Gesù lì ripercorre il tempo simbolico dei quaranta giorni di Mosè (Es 24,18). E’ il medesimo cammino di Elia (Re 19,8) e in Gesù è riflesso l’intero cammino del popolo d’Israele (Dt 8,2). Condivide la prova e la fatica dei tanti cammini nel deserto, momenti di prova e di durezza. Proprio nel deserto, nonostante la prova, Israele aveva incontrato Dio come liberatore e vicino (Os 2,16) e Gesù nel deserto manifesta la sua fedeltà al Padre che guida la sua esistenza.

Al centro di questa scena vi è infatti il confronto con Satana, il divisore, personificazione di ogni dominio di male, il grande avversario con cui Gesù si confronta non solo in un momento, ma  in tutta la sua vita: Gesù è il più forte, venuto per legare il suo nemico e per saccheggiarne la dimora. In tutta la sua vita conduce una lotta contro il male nelle diverse forme in cui si presenta. La tentazione, che inizia nel deserto e lo accompagna fino alla croce, riguarda la questione del suo orientamento di fondo, il modo di concepire la sua identità. La tentazione di Gesù è la possibilità di non affidarsi al Padre Abbà, di non percorrere la via del dono di sé e di annuncio del regno fino alla fine. Ma nella prova Marco nel suo vangelo presenta Gesù nel suo pregare: “Abbà Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36) … La tentazione di Gesù è quella dei discepoli quando rifiutano di seguire il messia che vive la via del dono di sè fino alla fine.

La scena presentata da Marco di Gesù nel deserto pone in risalto la presenza delle bestie selvatiche e degli angeli. Una nuova armonia è inaugurata. Gesù inizia una creazione nuova segnata dalla pace, dall’accogliere un dono di riconciliazione che viene da Dio; anche le fiere sono presentate come animali tranquilli: una pace inedita inizia con tutte le creature. Nel deserto Gesù è presentato come uomo nuovo, il Messia che vince Satana perché sceglie la via del figlio dell’uomo venuto per servire e dare la sua vita. In questo sta la novità dell’annuncio del regno che diviene chiamata ad un cambiamento, per un mondo nuovo che inizia sin da ora, di rapporti fraterni, di accoglienza della vicinanza di Dio misericordia, di accoglienza conviviale.

Alessandro Cortesi op

Conversione

Lo spiritualismo diffuso che comporta il ritorno nostalgico a forme di vita religiosa centrate sulla pratica individualistica e su ricerche di sacralità espone al rischio di confondere le esigenze di un cammino di fede con le tranquillizzanti pratiche di una religione che appaga e fa sentire sicuri e immuni rispetto agli altri. Si può così vivere la quaresima secondo modalità che conducono a ripiegarsi in forme individualistiche preoccupate di fuggire il peccato in modo difensivo, nell’indifferenza a concepire la propria vita legata ad altri, nella preoccupazione unicamente della ‘salvezza della propria anima’. Sono questi modi pur ancora diffusi che rivelano incapacità di scorgere come le esigenze stesse del tempo quaresimale, la preghiera, l’elemosina, il digiuno, non sono pratiche di devozione che rinchiudono la vita in una sorta di narcisismo e compiacimento delle proprie virtù ma sono forti provocazioni a quel digiuno e a quel culto autentico che i profeti richiamavano con forza: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto” (Is 58,7-8).

Proprio l’immagine dell’arcobaleno che rinvia ad una alleanza con tutti i popoli e con la terra stessa ci può aiutare a scorgere esigenze di conversione non in termini di un individualismo ripiegato su di sè, egoista e indifferente, ma negli orizzonti di una risposta alle chiamate di Dio che si rendono vicine nei segni dei tempi. La crisi ecologica, l’emergenza ambientale, la situazione di degrado e  di devastazione delle risorse operata dall’umanità è un luogo di possibile risveglio di responsabilità per accogliere oggi un appello ad una conversione ecologica. E’ questa una autentica conversione a cui guardare e in cui porre in atto scelte concrete che non distolgono dal rapporto con gli altri, uomini e donne di una medesima famiglia umana. Tale conversione richiama a far proprio il cammino di Gesù in attenzione alle sofferenze della creazione e dei poveri. Sta qui un luogo di verifica del medesimo rapporto con il Dio di Gesù Cristo.

A tal riguardo  interessanti sono le sollecitazioni di Gaël Giraud, già professionista nel mondo della finanza e della banche, oggi gesuita e voce particolarmente attenta ad indicare percorsi di transizione ecologica: è questo infatti il titolo di una sua opera “Transizione ecologica” (ed. EMI 2015): “La transizione ecologica sta ai prossimi decenni come l’invenzione della stampa sta al XV secolo o la rivoluzione industriale al secolo XIX. O si riesce a innescare questa transizione e se ne parlerà nei libri di storia; o non si riesce, e forse se ne parlerà fra due generazioni, ma in termini ben diversi!”.

Egli ricorda alcuni tratti innanzitutto dell’emergenza ecologica che oggi stiamo vivendo: “a livello globale gli sconvolgimenti ecologici già iniziati sono molto importanti: l’estinzione della biodiversità (l’80% degli insetti sono scomparsi nelle aree naturali protette d’Europa), l’erosione del suolo e la diminuzione delle rese agricole (l’Italia ne è particolarmente colpita), la crescente scarsità di accesso all’acqua dolce (alcune regioni d’Italia potrebbero perdere fino all’80% di accesso all’acqua dolce entro il 2040, secondo i dati del World Resources Institute) a causa dello sconvolgimento del ciclo dell’acqua indotto dal cambiamento climatico. E il riscaldamento stesso causerà grandi trasformazioni: alcune zone d’Italia, calde e umide, diventeranno invivibili in estate già nella seconda metà di questo secolo. Tuttavia, non si tratterà di proteggerci con l’aria condizionata, perché l’aria condizionata è un grande emettitore di CO2.” (Gaël Giraud, autore del manifesto sulla Transizione ecologica: «L’Italia rinunci alla dipendenza dal petrolio»)

La sua analisi non si ferma alla denuncia delle condizioni di degrado ed alla elencazione di danni in atto ma indica anche orizzonti concreti di impegno: “Ci sono quattro aree principali di lavoro su cui dobbiamo concentrarci. Anzitutto, la trasformazione del mix energetico italiano verso le energie rinnovabili: eolico, fotovoltaico (ora sappiamo come fare il fotovoltaico organico che dipende molto poco dai minerali), geotermia e marea. In seconda battuta, va perseguita l’efficienza energetica negli edifici: sappiamo come realizzare edifici ad energia positiva, che producono più energia di quella che consumano. Dobbiamo quindi rinnovare tutti i nostri edifici a livello termico, iniziando da quelli pubblici. In terzo luogo, dobbiamo ottenere un’autentica efficienza energetica nei trasporti. Questo significa, a breve termine, mettere fine all’utilizzo dell’automobile termica, quella che funziona con energia derivata da carbone fossile. Con cosa dovremmo sostituirla? Con l’auto elettrica ma, soprattutto, con il treno. (…) Infine, i due settori economici – agricoltura e industria – vanno rinnovati, perseguendo l’agroecologia e l’industria verde. Abbiamo bisogno di un’industria che conserva acqua, energia e minerali, costruita sul riciclaggio massiccio di tutto il materiale non rinnovabile (riescono a farlo in Cina, perché non possiamo farlo noi?), sulla vendita di funzionalità (e non più oggetti), con manufatti molto semplici, facili da riparare e riciclare. Attenzione, esiste una grande e buona notizia: tutto questo straordinariamente crea posti di lavoro”. (Gaël Giraud, autore del manifesto sulla Transizione ecologica: «L’Italia rinunci alla dipendenza dal petrolio»)

Potrebbe sembrare che questo tipo di indicazioni poco abbia a che fare con modi consueti di intendere la spiritualità confusa con pratiche devozionali che spesso celano la coltivazione di un egoismo e indifferenza alla sofferenza dell’altro. Una spiritualità ad occhi aperti che non rimanga indifferente al grido di sofferenza della terra e dei poveri è proprio la grande provocazione di un tempo che richiama ad una solidarietà nuova con i poveri e con il creato. Essa comprende sguardo agli altri, ai popoli, alla famiglia umana interrelata e legata in un’unica vicenda in cui superare i fattori di iniquità e ingiustizia e sguardo a quell’altro particolare costituito dalla realtà creata che è anch’essa vittima degli egoismi e della insaziabile avarizia umana. Come ricorda papa Francesco nella lettera enciclica Laudato sì (2015, nn. 218-220):

“Ricordiamo il modello di san Francesco d’Assisi, per proporre una sana relazione col creato come una dimensione della conversione integrale della persona. Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze, e pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro. I Vescovi dell’Australia hanno saputo esprimere la conversione in termini di riconciliazione con il creato: «Per realizzare questa riconciliazione dobbiamo esaminare le nostre vite e riconoscere in che modo offendiamo la creazione di Dio con le nostre azioni e con la nostra incapacità di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore». 219. Tuttavia, non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. I singoli individui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni”. La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria. 220. Tale conversione comporta vari atteggiamenti che si coniugano per attivare una cura generosa e piena di tenerezza. In primo luogo implica gratitudine e gratuità, vale a dire un riconoscimento del mondo come dono ricevuto dall’amore del Padre, che provoca come conseguenza disposizioni gratuite di rinuncia e gesti generosi anche se nessuno li vede o li riconosce: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra […] e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,3-4). Implica pure l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale. Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri. Inoltre, facendo crescere le capacità peculiari che Dio ha dato a ciascun credente, la conversione ecologica lo conduce a sviluppare la sua creatività e il suo entusiasmo, al fine di risolvere i drammi del mondo, offrendosi a Dio «come sacrificio vivente, santo e gradito» (Rm 12,1). Non interpreta la propria superiorità come motivo di gloria personale o di dominio irresponsabile, ma come una diversa capacità che a sua volta gli impone una grave responsabilità che deriva dalla sua fede”.

Alessandro Cortesi op

       

Solennità della ss.Trinità – anno A – 2020

img_8393Es 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-28

Nel colloquio con Nicodemo, un uomo saggio in sincera ricerca, Gesù parla di Dio come un volto amante: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.”

Al cuore di Dio sta un movimento di donare, di consegnare: così anche è indicato il ‘consegnarsi’ di Cristo. C’è un dono del Padre e il dono del Figlio e tutti sono per la vita e la salvezza dell’uomo. Vivere questo incontro, dice Gesù a Nicodemo, non è questione di capacità o di sapienza umana, ma è una nascita ‘di nuovo’ e ‘dall’alto’. Non è esito di uno sforzo umano ma frutto dello Spirito da accogliere con gratitudine.

Gesù dice anche ‘io e il Padre siamo una sola cosa’ (Gv 10,30): tutta la vita di Gesù sta sotto il segno del dono per farci entrare nella comunione di amicizia con il Padre.

Il quarto vangelo parla così del ‘Figlio’, colui che da sempre sta in rapporto di accoglienza e di dono nei confronti di Dio, il Padre, sorgente della vita e dell’amore.

Gesù ha vissuto la sua esistenza come dono e servizio agli altri: il IV vangelo espriem tuto questo con un gesto, il lavare i piedi. La sua vita è umanizzazione del Dio vicino e compassionevole, affonda le sue radici nel mistero dell’amore di Dio il Padre che nessuno ha mai visto. Gesù è così presentato come il Figlio, l’interprete del Padre per noi, colui che nella sua vita ha raccontato il Padre: ‘Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere’ (Gv 1,18).

Gesù ci ha reso vicino il volto di Dio comunione: il suo progetto non è giudicare il mondo, ma che il mondo si salvi. E’ un volto affascinante e nuovo: ha i caratteri dell’amore personale, della cura e della passione perché ogni persona, il mondo – quel ‘mondo’ che nel linguaggio del IV vangelo è la realtà segnata dal peccato e dal male – anch’esso trovi cambiamento, apertura, salvezza.

Gesù aveva annunciato un modo nuovo di essere presente e aveva parlato dello Spirito di verità che avrebbe guidato i suoi alla verità tutta intera, ad un incontro con lui, nuovo, nell’assenza. Nel dono di Gesù hanno potuto scorgere l’umanizzarsi di Dio amore che si dona.

Paolo esprime questo dicendo che lo Spirito è la presenza Dono che sta all’origine di ogni regalo, colui che suscita i servizi diversi nella comunità ed ogni gesto di fraternità e comunione. La pace è dono che ci raggiunge per mezzo di Gesù: per mezzo suo possiamo accostarci con la fede a Dio; “Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato” (Rom 5,1-5).

Noi tutti siamo come bambini che sono stati adottati e sono autentici figli: “Dio ha inviato nei vostri cuori lo Spirito di suo Figlio che esclama. Abbà, Padre. Non siete più schiavi ma figli. E se siete figli siete anche eredi. Così vuole Dio” (Gal 4,6-7).

A conclusione della seconda lettera ai Corinzi, Paolo fa scorgere il profondo legame tra il volto del Dio trinitario e una vita aperta alla pace, a rapporti nuovi tra di noi:

“… vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13).

Alessandro Cortesi op

img_8441Volto di Dio e ecologia

George Monbiot giornalista britannico in un recente articolo (Insegniamo l’ecologia a  scuola, “Internazionale” 31 maggio 2020) osserva come nelle teorie economiche convenzionali la considerazione dell’uomo al centro dell’universo sia fattore generativo di un modo di intendere i rapporti nel senso della competizione e del dominio sul pianeta e parla di una sua esperienza nel tempo del lockdown:

“Durante il lockdown ho fatto una cosa che sognavo da tempo: ho sperimentato l’educazione ecologica. Non è stato facile, e non penso di aver fatto tutto nel modo giusto. Ed è difficile convincere un bambino a vederti ora come genitore, ora come insegnante. Però, lavorando con una bambina di otto anni e una di nove (mia figlia piccola e la sua migliore amica) sto scoprendo che quel sogno non è ridicolo. Non parlo di ecologia come materia isolata, ma di una cosa ancor più sostanziale, cioè l’ecologia e le scienze della Terra messe al cuore dell’istruzione, visto che sono al cuore della vita. Abbiamo cominciato costruendo un quadro gigantesco formato da quindici pannelli formato A4. Ciascun pannello rappresenta un habitat, dalle montagne all’oceano profondo, e su ognuno abbiamo attaccato immagini della flora e della fauna che lo abitano. Il quadro diventa così la piattaforma da cui partiamo per esplorare i processi di ogni ecosistema e della Terra nel suo complesso. Gli ecosistemi a loro volta sono come chiavi per aprire altre porte. Un esempio: l’ecologia della foresta pluviale ti spinge ad approfondire la fotosintesi, la chimica organica, gli atomi e le molecole, e da qui il ciclo del carbonio, i combustibili fossili, l’energia e l’elettricità”.

Da tempo è in atto una riflessione che sollecita a ripensare le modalità di impostare la didattica e con essa un’impostazione di fondo del nostro vivere il rapporto con la creazione. Queste osservazioni che richiamano ad un ripensamento dell’insegnamento partire dalla conoscenza della natura, suggerendo anche di sfruttare le possibilità della didattica all’aperto, si collegano ad un approfondimento dello stesso modo di pensare il volto di Dio.

“Noi… abbiamo incominciato a comprendere Dio, nella coscienza del suo spirito per amore di Cristo, come il Dio Uni-Trino, come quel Dio che rappresenta in se stesso la comunione singolare e perfetta di Padre, Figlio e Spirito santo. Ma se comprendiamo Dio non più in modo monoteistico come il soggetto unico e assoluto, bensì in modo trinitario, come l’unità del Padre, Figlio e Spirito, il suo rapporto con il mondo da Lui creato verrà concepito non più come unilateralmente basato sulla signoria, bensì come rapporto, variegato e complesso, di comunione. E’ appunto questa l’idea di fondo che troviamo in una teologia non-gerarchica, decentralizzata, comunionale (J.Moltmann, Dio nella creazione. Dottrina ecologica della creazione, Queriniana Brescia 1992 2 ed., 13)

Così scrive Jürgen Moltmann uno tra i più grandi teologi contemporanei che ha approfondito il tema del rapporto tra volto di Dio comunicato da Gesù e creazione.

E’ un’impostazione che implica un cambiamento radicale nel considerare il rapporto tra esseri umani e creazione.

“Stando alle tradizioni bibliche tutto l’agire divino, nei suoi effetti, è pneumatico. E’ lo Spirito Colui che porta a compimento l’opera del Padre e del Figlio. Per cui il Dio Uno e Trino ispira incessantemente anche la sua creazione. Tutto ciò che è, esiste e vive per il continuo afflusso di energie e possibilità derivanti dallo spirito cosmico. (…) egli non si oppone ad essa in modo soltanto trascendentale, ma le è anche immanente. Il fondamento biblico su cui poggia questo modo di intendere la creazione nello Spirto ci è dato dal Salmo 104,29-30: Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito sono creati e rinnovi la faccia della terra” (ibid. 21-22)

“ (…) La dottrina trinitaria della creazione non parte quindi da una contrapposizione tra Dio e mondo, per definire poi Dio e mondo, Dio come non mondano e il mondo come non divino. Parte invece da una tensione immanente in Dio stesso: Dio crea il mondo e al tempo stesso lo compenetra. Lo chiama all’esistenza e al tempo stesso, mediante il mondo, manifesta la propria esistenza. Il mondo vive della e nella forza creatrice di Dio” (ibid 26-27).

E’ una linea di pensiero che ha portato ad un approfondmento nella teologia e nella vita delle chiese e ha visto un momento fondamentale la riflessione dell’enciclica Laudato sì, pubblicata cinque anni fa. Questo documento unisce insieme la considerazione della ingiustizia e l’emergenza ecologica come due facce di una medesima fondamentale sfida che l’umanità oggi si trova ad affrontare nell’ascolto del grido della terra insieme al grido dei poveri provocati dall’ingiustizia globale.

E viene altresì sottolineato come la stessa spiritualità cristiana dovrebbe respirare di una nuova apertura relazionale proprio a partire da un rapporto nuovo con la creazione in cui scorgere la presenza stessa di Dio che è relazione (LS 240):

“Le Persone divine sono relazioni sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente (Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q. 11, art. 3; q. 21, art. 1, ad 3; q. 47, art. 3). Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità”.

Alessandro Cortesi op

Domenicani e diritti umani – Congresso Salamanca 2016 – Dichiarazione finale

14212036_1248578908522237_7378358086190417939_n.jpegDOMINICANS IN THE PROMOTION AND DEFENCE OF HUMAN RIGHTS: PAST, PRESENT, FUTURE

Salamanca, Spain 1 – 5 September 2016

Final Statement

In this 800th Jubilee Year of the Dominican Order being entrusted by the Church to go forth and preach the Gospel, we, 200 Dominican friars, sisters, laity, nuns, priest associates and youth, ministering in 50 countries in all corners of the world, have gathered in Salamanca, Spain, from 1-5 September, 2016, to reflect on how our Dominican Family can renew its mission through the promotion and defence of human rights.

While the terminology of “human rights” is relatively recent, there is a growing consciousness in the Church that the focus on human rights touches and unifies every aspect of our work to respect and defend the inherent dignity and freedom of each and every person which is at the heart of the Good News that Jesus, the Incarnate Word, came to preach:

  • People and Creation. Respect for human dignity and the promotion of human rights are inseparable from respect and protection of Creation in all its integrity. There cannot be a flourishing human species, exercising human rights, if Earth’s eco-systems are depleted and unprotected. This broad respect for the whole of Creation gives flesh to the Church’s understanding of the “common good”.
  • Justice and Peace. Human rights enable us to translate the principle of justice into concrete, binding commitments. Human rights are recognized by the international community as constitutive of a peaceful and democratic order. All persons have rights, freedoms and responsibilities, which in turn enable each one to build a just world and nurture peace.
  • Multiple Dimensions of Rights and Responsibilities of Each Person. Human rights are now categorized into civil, political, economic, social and cultural rights. They are understood as universal, indivisible, and interdependent, while respecting cultural diversity. These principles, while not readily applied in our world, correspond to the emphasis of Catholic Social Teaching on the whole person.
  • Intellectual Life and Experience. Each of the human rights challenges us to reconsider the purpose of our study and research. They call us to direct our intellectual pursuits to exploring the meanings and structural roots of violations of dignity and freedom. This focus can only be accomplished if we continuously listen with respect and compassion to the testimonies of those who suffer.

Following Jesus and Dominic, we, therefore, are called to preach this Good News in a way that can touch the hearts of all people: those who suffer, those standing with them, those indifferent to them, those oppressing them, and those who abuse God’s gift of creation.

It is, therefore, no accident that we are meeting in Salamanca. We wish to breathe in the spirit that inspired our brothers, Pedro de Cordoba, Antonio de Montesinos, Bartolome de las Casas, Francisco de Vitoria and other Dominicans of the 16th century centered around the Salamanca School. In close collaboration, they expanded the meaning of human community. Emphasizing the need to recognize and protect the rights of indigenous peoples of the “new world”, Vitoria with his brothers laid the foundation of International Law and the need for global community and cooperation that has inspired the founders of the United Nations, today’s primary institution to promote global justice and peace.

Surveying the history of our Dominican Family, we recognize that often we have failed to promote and defend the rights of all. Nevertheless, throughout the ages, and even today, we acknowledge many brothers and sisters who are shining witnesses of compassion and defenders of the poor, the marginalized, the oppressed and the earth.

We recognize that we still have a long way to go to become true defenders of the rights of those who suffer, and so, gathered at this Congress, we commit ourselves to the following actions.

1.Embrace as an integral part of our Dominican charism the mission of justice and peace as constitutive to the preaching of the gospel.

2.Integrate Catholic Social Teaching and the defence of human rights into all aspects of the formation of the Dominican Family – brothers, sisters, nuns, laity, associates, priest fraternities, youth, and other movements and members of the family.

3. Promote the study of Laudato Si as a means for teaching an integral ecology that combines the well-being of humans with the whole of creation.

4. Adopt and promote the Salamanca Process which calls on Dominicans, our educational institutions, and ministerial programs to direct our study, research, analysis, and action towards addressing the challenges our world faces, thus creating a passionate synergy between our intellectual and apostolic lives.

5. Create and strengthen networks that enable collaboration at all levels of our mission.

6. Improve our structures of communication, using modern technologies effectively and seeking alternatives when necessary.

7. Develop and strengthen structures at all levels that facilitate the Dominican Family working together to address the root causes of injustice.

8. Strengthen the Dominican presence at the United Nations by ensuring that the voices of those suffering human rights abuses are heard at the highest levels through the sharing of the Dominican family on the ground and by increasing resources dedicated to that mission and concrete justice and peace projects.

9. Be in solidarity with our brothers and sisters whose mission experience is difficult and dangerous due to political, religious or economic factors.

10. Support those who take prophetic stands, like our early brothers and sisters, against sinful structures of power that oppress people and violate the whole of creation.

As we embark on this new stage of our history, we ask forgiveness for our many omissions, attitudes and actions against human rights, that have prevented the Good News being spread. We rely on the grace of God and the outpouring of the Holy Spirit so that, inspired only by the compassion of Jesus, we may become messengers of Truth and our preaching may bring hope to the millions of victims of violations of human rights and of the Earth that are crying out for Good News and for a new future.

Qui di seguito la versione spagnola e francese

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LOS DOMINICOS EN LA PROMOCIÓN Y DEFENSA DE LOS DERECHOS HUMANOS. PASADO, PRESENTE, FUTURO

Salamanca, España 1 – 5 de septiembre de 2016

Declaración final

En este año jubilar del octavo centenario de la Orden de Predicadores, a quien la Iglesia ha confiado la predicación del Evangelio, del 1 al 5 de septiembre, nos hemos reunido en Salamanca (España), 200 frailes, hermanas, laicos, monjas, sacerdotes asociados y jóvenes que ejercemos nuestro apostolado en 50 países de todos los rincones del mundo. Hemos reflexionado sobre cómo nuestra Familia Dominicana puede renovar su misión mediante la promoción y defensa de los derechos humanos.

Si bien la terminología “derechos humanos” es relativamente reciente, en la Iglesia hay una conciencia cada vez mayor de que centrarse en los derechos humanos unifica y afecta a cada uno de los aspectos de nuestro trabajo a favor del respeto y la defensa de la dignidad y la libertad inherentes a cada persona que están en el núcleo de la Buena Noticia que Jesús, la Palabra Encarnada, vino a predicar.

  • Las personas y la creación. El respeto de la dignidad humana y la promoción de los derechos humanos son inseparables del respeto y la protección de la Creación en toda su integridad. No puede haber una especie humana próspera, que ejerza los derechos humanos, si los ecosistemas de la Tierra están exhaustos y desprotegidos. Este respeto general por toda la Creación da cuerpo a la comprensión que la Iglesia tiene del “bien común”.
  • Justicia y Paz. Los derechos humanos nos permiten traducir el principio de la justicia en compromisos concretos y vinculantes. Los derechos humanos son reconocidos por la comunidad internacional como constitutivos de un orden democrático pacífico. Todas las personas tienen derechos, libertades y responsabilidades, que, a su vez, permiten a cada cual construir un mundo justo y promover la paz.
  • Las múltiples dimensiones de los derechos y responsabilidades de cada persona. Los derechos humanos se clasifican actualmente en derechos civiles, políticos, económicos, sociales y culturales. Se entienden como universales, indivisibles e interdependientes, dentro del respeto a la diversidad cultural. Aun cuando estos principios no se aplican fácilmente en nuestro mundo, se corresponden con el énfasis que la Doctrina Social de la Iglesia pone en la totalidad de la persona.
  • Vida intelectual y experiencia. Cada uno de los derechos humanos nos desafía a reconsiderar la finalidad de nuestro estudio y nuestra investigación. Nos llaman a dirigir nuestra actividad intelectual a abordar los significados y las raíces estructurales de las violaciones de la dignidad y la libertad. Solo lograremos centrarnos en esto si escuchamos continuamente, con respeto y compasión, los testimonios de la gente que sufre.

Siguiendo a Jesús y a Domingo, también nosotros somos llamados a predicar esta Buena Noticia de modo que pueda llegar a los corazones de todas las personas: las que sufren, las que están junto a ellas, las que permanecen indiferentes, aquellas que las oprimen y las que abusan del regalo de la creación que Dios nos ha dado.

Por eso, no es accidental que nos reunamos en Salamanca. Deseamos participar del espíritu que inspiró a nuestros hermanos, Pedro de Córdoba, Antonio de Montesinos, Bartolomé de las Casas, Francisco de Vitoria y demás frailes del siglo XVI que conformaron la Escuela de Salamanca. Colaborando estrechamente entre ellos, ampliaron el significado de la comunidad humana. Al insistir en la necesidad de reconocer y proteger los derechos de los pueblos originarios del “Nuevo Mundo”, Vitoria, con sus hermanos, puso los fundamentos del Derecho Internacional y mostró la necesidad de una comunidad y cooperación globales, que ha inspirado a los fundadores de las Naciones Unidas, el principal foro existente en la actualidad para la promoción de la justicia y la paz globales.

Al recorrer la historia de nuestra Familia Dominicana, reconocemos que en muchas ocasiones no hemos promovido ni defendido los derechos de todos. Sin embargo, en las distintas épocas y también hoy, reconocemos a muchos hermanos y hermanas que son testigos brillantes de la compasión y defensores de los empobrecidos, los marginados, los oprimidos y defensores de la Tierra.

Reconocemos que aún tenemos un largo camino por delante para llegar a ser verdaderos defensores de lo que sufren, por eso, reunidos en este congreso, nos comprometemos con las siguientes acciones:

  1. Acoger como parte integral de nuestro carisma dominicano la misión de justicia y paz como constitutiva de la predicación del Evangelio.
  1. Integrar la Doctrina Social de la Iglesia y la defensa de los derechos humanos en todos los aspectos de la formación de la Familia Dominicana –hermanos, hermanas, monjas, laicos, asociados, fraternidades sacerdotales, jóvenes y otros movimientos y asociaciones.
  1. Promover el estudio de Laudato Si como medio para enseñar una ecología integral que combine el bienestar de los seres humanos y el de toda la creación.
  1. Adoptar y promover el Proceso Salamanca, que llama a la Familia Dominicana, a nuestras instituciones educativas y programas de apostolado, a orientar nuestro estudio, investigación, análisis y acción para abordar los desafíos que afronta nuestro mundo, y a crear una sinergia entre nuestra vida intelectual y nuestra vida apostólica.
  1. Crear y fortalecer redes que permitan la colaboración en todos los niveles de nuestra misión.
  1. Mejorar nuestras estructuras de comunicación, haciendo uso de las tecnologías modernas de modo eficaz y buscando alternativas cuando sea necesario.
  1. Desarrollar y fortalecer, a todos los niveles, estructuras que faciliten que la Familia Dominicana trabaje unida para abordar las causas que están en la raíz de la injusticia.
  1. Fortalecer la presencia dominicana en las Naciones Unidas, asegurando que las voces de quienes sufren abusos en sus derechos humanos sean escuchadas en los niveles más altos, mediante la comunicación de los miembros de la Familia Dominicana que trabajan sobre el terreno, y aumentando los recursos dedicados a esa misión tanto como para proyectos concretos de justicia y paz.
  1. Ser solidarios con nuestros hermanos y hermanas cuya experiencia de misión es difícil y peligrosa, debido a factores políticos, religiosos o económicos.
  1. Apoyar, como hicieron nuestros primeros hermanos y hermanas, a quienes asumen posturas proféticas contra las estructuras pecaminosas de poder que oprimen a las personas y violentan la totalidad de la creación.

Al adentrarnos en esta nueva etapa de nuestra historia, pedimos perdón por nuestras muchas omisiones, actitudes y acciones en contra de los derechos humanos que han impedido que la Buena Nueva se difundiese. Confiamos en la gracia de Dios y la efusión del Espíritu Santo para que, inspirados solo por la compasión de Jesús, podamos llegar a ser mensajeros de la Verdad y nuestra predicación pueda llevar esperanza a los millones de víctimas de las violaciones de los derechos humanos y de la Tierra que claman por una Buena Noticia y por un nuevo futuro.

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LES DOMINICAINS DANS LA PROMOTION ET LA DÉFENSE DES DROITS HUMAINS : PASSÉ, PRÉSENT, FUTUR

Salamanque, Espagne 1 – 5 Septembre 2016

Déclaration Finale

Il y a 800 ans l’Église confiait à l’Ordre des Dominicains la mission de prêcher l’Évangile. A l’occasion de ce Jubilé, 200 frères, sœurs, laïcs, moniales, prêtres associés et jeunes dominicains, œuvrant dans 50 pays, se sont rassemblés à Salamanque en Espagne, du 1er au 5 septembre 2016, pour réfléchir sur la façon dont la Famille Dominicaine peut renouveler sa mission à travers la promotion et la défense des droits humains.

Bien que la terminologie de « droits humains » soit relativement récente, nous assistons dans l’Église à cette prise de conscience croissante : en portant notre attention sur les droits humains nous rejoignons et unifions tous les aspects de notre travail pour la défense de la dignité et de la liberté inhérentes à toute personne humaine, qui sont au cœur de la Bonne Nouvelle que Jésus, Verbe Incarné, est venu prêcher :

  • Personnes et Création. Le respect de la dignité humaine et la promotion des droits humains sont inséparables du respect et de la protection de la Création dans toute son intégrité. Il ne peut y avoir une espèce humaine épanouie, jouissant de l’exercice de tous ses droits, si les écosystèmes de la terre sont épuisés et si on ne les protège pas. Le respect intégral de toute la Création s’intègre dans ce que l’Église entend par « bien commun ».
  • Justice et Paix. Les Droits Humains nous permettent de traduire le principe de la justice dans des engagements concrets et exigeants. La communauté internationale les reconnaît comme partie intégrante d’un ordre pacifique et démocratique. Toutes les personnes ont des droits, des libertés et des responsabilités, ce qui permet à tout un chacun de construire un monde juste et de promouvoir la paix.
  • Les multiples dimensions des droits et des responsabilités des personnes. Lorsque l’on parle des droits humains, on distingue maintenant les droits civils, politiques, économiques, sociaux et culturels. Ils sont universels, indivisibles et interdépendants, dans le respect de la diversité culturelle. Ces principes, même s’ils ne sont pas facilement appliqués dans notre monde, constituent pourtant le nœud de l’Enseignement Social de l’Église sur la personne humaine.
  • La vie intellectuelle et l’expérience. Chacun de ces droits humains nous lance le défi de reconsidérer le but de notre étude et de notre recherche. Notre travail intellectuel est appelé à analyser la signification et les causes structurelles des violations de dignité et de liberté. Ceci ne peut se faire que si nous prêtons sans cesse une oreille respectueuse et compatissante aux témoignages de ceux qui souffrent.

Ainsi, à la suite de Jésus et de Dominique, nous sommes appelés à prêcher cette Bonne Nouvelle de telle manière qu’elle puisse toucher les cœurs de toutes les personnes : celles qui souffrent, celles qui les assistent, celles qui sont indifférentes à leurs souffrances, celles qui les oppriment, et celles qui violent ce don de Dieu qu’est la Création.

Ce n’est donc pas par hasard que nous nous sommes réunis à Salamanque. Nous avons voulu nous imprégner de l’esprit qui animait nos frères, Pedro de Cordoba, Antonio de Montesinos, Francisco de Vitoria, Bartolomé de Las Casas et autres Dominicains du XVIème siècle formés à l’École de Salamanque. En étroite collaboration les uns avec les autres, ils ont affirmé le sens de la communauté humaine. En insistant sur la nécessité de reconnaître et protéger les droits des peuples indigènes du « Nouveau Monde », Vitoria et ses frères ont posé les fondements du Droit International et ont témoigné de la nécessité d’une communauté et d’une coopération mondiales, ce qui inspira les fondateurs des Nations Unies, devenues aujourd’hui la principale institution pour la promotion de la Justice et de la Paix au niveau mondial.

En relisant l’histoire de notre Famille Dominicaine, nous reconnaissons que nous avons souvent omis de promouvoir et défendre les droits universels. Toutefois, tout au long de notre histoire – et c’est encore le cas aujourd’hui – beaucoup de frères et de sœurs ont été des témoins lumineux de la compassion et se sont faits les défenseurs des pauvres, des marginalisés, des opprimés et de la planète.

Nous reconnaissons que le chemin à parcourir pour être de véritables défenseurs des droits de ceux et celles qui souffrent est encore long. Aussi, ressemblés dans ce Congrès, nous nous engageons aux mesures suivantes :

  1. Assumer comme partie intégrante de notre charisme dominicain la mission de Justice et Paix. Elle est constitutive de la prédication de l’Évangile.
  1. Intégrer l’Enseignement Social de l’Église et la défense des droits humains dans tous les aspects de la formation de la Famille Dominicaine – frères, sœurs, moniales, laïcs, associés, fraternités de prêtres, jeunes et autres mouvements membres de la Famille.
  1. Promouvoir l’étude de Laudato Si comme un instrument d’enseignement d’une écologie intégrale qui combine le bien-être des personnes humaines et celui de toute la création.
  1. Adopter et promouvoir le « Processus de Salamanque » qui invite les Dominicains, nos Institutions académiques et nos programmes d’apostolat à diriger notre étude, nos recherches, nos analyses et nos actions vers la recherche de réponses aux questions que le monde actuel nous pose, et créer ainsi une synergie passionnée entre notre vie intellectuelle et notre vie apostolique.
  1. Créer et renforcer les réseaux qui permettent la collaboration dans notre mission à tous les niveaux.
  1. Améliorer nos structures de communication, utiliser efficacement les technologies modernes et chercher des alternatives, si nécessaire.
  1. Développer et renforcer des structures à tous les niveaux pour permettre à la Famille Dominicaine de mieux s’en prendre ensemble aux causes profondes de l’injustice.
  1. Renforcer la présence dominicaine aux Nations Unies en s’assurant que les voix de ceux dont les droits humains sont violés soient entendues au plus haut niveau, d’une part grâce aux rapports de la Famille Dominicaine présente sur le terrain, et d’autre part en augmentant les ressources nécessaires à cette mission et aux projets concrets de Justice et Paix.
  1. Être solidaires de nos frères et sœurs dont l’expérience de mission est rendue difficile et dangereuse par des facteurs politiques, religieux ou économiques.
  1. Soutenir les prophètes d’aujourd’hui qui dénoncent, comme nos premiers frères et sœurs, les structures de péché d’un pouvoir qui opprime les gens et viole l’intégrité de la création.

Alors que nous inaugurons une nouvelle étape de notre histoire, nous demandons pardon pour nos omissions, nos attitudes et nos actions contre les droits humains, qui ont fait obstacle à la diffusion de la Bonne Nouvelle. Nous implorons la Grâce divine et l’effusion de l’Esprit Saint afin qu’’inspirés par la compassion de Jésus, nous devenions des messagers de la Vérité : que par notre prédication nous puissions rendre espoir aux millions de victimes violées dans leurs droits humains et dans ceux de la Terre, qui aspirent à une Bonne Nouvelle et à un futur nouveau.

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XXVII domenica del tempo ordinario B – 2015

DSCN0967Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto di Genesi, con un linguaggio composto di elementi simbolici e narrativi, cerca di presentare il senso della vita degli esseri umani sulla terra: più che un racconto delle origini può essere letto e accostato come una grande pagina di riflessione sapienziale che pensa al futuro: la domanda che sta al cuore di queste pagine è: come potrebbe e dovrebbe essere la vita degli esseri umani? Quale il loro rapporto con la realtà in cui sono posti? Quale il senso profondo della loro esistenza nella relazione con Dio scoperto come liberatore e insieme creatore di ogni cosa? Il racconto ha alcuni aspetti momenti di concentrazione su aspetti particolari, una serie di messe a fuoco.

Una prima messa a fuoco è sulla condizione dell’essere umano nel rapporto alle cose, alla realtà del mondo in cui è situato. Nel ‘giardino’ dove è posto gli è affidato il compito di dare un nome agli esseri viventi. Ha un compito di parola, che proprio per questo è anche di custodia nel pronunciare e dare un nome. Dare il nome significa un rapporto fatto di conoscenza delle cose, della loro natura, delle loro potenzialità, della loro preziosità. E’ riconoscimento delle altre creature come dono con cui entrare in relazione. All’essere umano in tale quadro sta il compito di aprirsi alla consapevolezza di essere parte: partecipe di un mondo in cui non può e non deve fare da padrone. E’ invece responsabile, soggetto di una chiamata che proviene da Dio ad essere depositario di un affidamento, custode e pastore di un mondo affidato, a cui rispondere con l’impegno della vita. Non un dominatore, ma un custode chiamato a coltivare e custodire.

Tutto ciò è posto nel quadro di un disegno di Dio che va contro la solitudine: ‘Non è bene che l’essere umano sia solo’. E’ posta così in risalto una ricerca profonda: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sta qui una seconda messa a fuoco di questa pagina. La solitudine dell’essere umano è ferita che implica apertura a rapportarsi a qualcuno simile a lui, in una relazione di parola e di libertà.

Nel mondo bello a lui affidato l’essere tratto dalla terra (adam da adamah), partecipe della terra che è sorella e madre, vive il desiderio di qualcuno che ‘gli stia di fronte’. Tutti gli altri esseri viventi sono importanti, ma c’è una relazione unica possibile con una presenza altra e simile: una presenza che sola sta nella parità con lui, di fronte a lui, capace di dialogo, di accoglienza, di intesa. A questo punto è narrato il dono dell’altra persona: anch’essa creatura, uguale in tutto, simile, ma radicalmente diversa, proveniente da un dono insondabile di Dio. Opera di Dio mentre l’Adam, il partecipe della terra, dormiva. Il sonno di Adam è il modo poetico per indicare come l’altra creatura come lui non sia qualcosa proveniente dall’uomo, ma può essere solo presenza accolta come dono, non programmabile e vicina. Il narratore non parla di uomo e donna ma dell’umano.

Il sonno di Adam indica un agire libero e gratuito di Dio e un non sapere: il dono che egli si trova di fronte al suo risveglio implica l’accettazione di un non comprendere (che è rinuncia al possesso). La presenza nuova rimane mistero di gratuità. La isha’ (donna in ebraico) di fronte a ish (uomo) – uguale e diverso essere umano – è presenza scoperta, ritrovata accanto, inattesa e insperata. Anch’essa tratta dalla terra ma che condivide – cioè uguale e non dipendente – l’interiorità e la corporeità di Adam. Adam così reca in sè un mistero di privazione e di completamento. L’uomo tratto dalla terra, dovrà ricercare e ritrovare in isha’ una parte di sé al di fuori di sè per costituire insieme una umanità più grande. Dovrà accettare di non essere completo se non nella relazione e insieme a chi è volto di alterità. Per ricevere un dono dovrà accettare una mancanza e riconoscere un limite.

Isha’ è tratta dalla costola di ish, cioè partecipa della medesima vita, dalla, stessa terra: la ricerca e il desiderio di ish in rapporto a isha’ sarà d’ora in poi ricerca di divenire se stesso, possibile solo nell’apertura all’altra. Isha’ nello stesso tempo è anche diversa da ish: sta di fronte. E’ possibile specchiarsi, riconoscere un volto, ma è impossibile identificarsi perché è presenza altra, il suo volto implora ‘non uccidere’.

E’ simile, ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’ canta l’uomo, nell’inno di gioia dopo il risveglio dinanzi ad una scoperta meravigliosa che spalanca l’esistenza. Ma quest’inno nasconde anche un profondo malinteso. L’uomo parla a se stesso, non si rivolge a chi gli sta di fronte. ‘Carne della mia carne’, nell’esteriorità nella dimensione corporea, ‘osso delle mie ossa’ simile nell’interiorità. Sono parole che racchiudono la bellezza e la fatica della comunicazione. Tuttavia in queste parole di meraviglia dell’uomo si può cogliere un’incapacità a comprendere il dono ricevuto. Intende infatti questa presenza altra come tutta funzionale a se stesso: ‘carne della mia carne’ nega la alterità, sottolinea soprattutto la somiglianza, il ‘mio’, non riconosce la diversità. Si pone come centro e vede la donna come prolungamento di sé e quasi una parte. Ed è questo un errore che segna la vicenda dei rapporti tra uomo e donna. L’uomo non accetta di non sapere, pretende di essere capace di comprendere sino in fondo e non si mantiene nel limite di quel sonno in cui ha ricevuto l’altra in dono.

Da questo dono e disegno che sta al principio sorge la vocazione all’incontro a cercare nel cammino della vita di vivere una relazione fragile (la fragilità sta dietro al termine ‘carne’), nello starsi di fronte come ‘diversi’ e come ‘simili’: ‘Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola’. ‘Per questo’ è annotazione che riconosce la consuetudine della vita. E’ traducibile nell’espressione ‘Poiché le cose stanno così’. ‘Poiché le cose stanno così’, continua l’autore, è necessario abbandonare le relazioni che sino a questo momento aveva dato rifugio e sicurezza. lasciare il padre e la madre, presenze rassicuranti, implica anche evitare che l’altro sostituisca le presenze conosciute. Congiungersi all’altro apre ad un cammino nuovo, diventare allora una carne sola. ‘Carne’ rinvia alle diverse dimensioni della corporeità, dell’interiorità, dell’affettività, ma anche al limite e fragilità di questo cammino. L’uomo e la donna si ricercheranno per formare insieme una vita in tensione a scorgere continuamente la chiamata di Dio sulla relazione.

Nella pagina del vangelo i farisei si accostano a Gesù e gli pongono una questione: ‘È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?’. La Torah prevedeva solamente per il marito la possibilità di allontanare la moglie nei casi in cui avesse riscontrato in lei «qualcosa di vergognoso» (lett. «un atto di nudità»); in tale situazione doveva però darle un atto di divorzio (secondo la normativa di Dt 24,1-4) che le consentiva di unirsi ad un altro uomo senza dover essere tacciata di adulterio. Nel dibattito al tempo di Gesù sono conosciuti diversi orientamenti d’interpretazione di tale questione. Per una tra le autorità del tempo, Shammai, questo ‘qualcosa di vergognoso’ doveva riguardare solo un atto di adulterio della donna, per Hillel poteva riferirsi a qualsiasi cosa che nella donna risultasse sgradita al marito.

Il dibattito sollevato di farisei con Gesù non verteva quindi sulla questione del ripudio, ma sulle cause che permettevano al marito di allontanare la donna. Ciò può trovare conferma nel testo parallelo di Matteo, dove i farisei chiedono a Gesù: ‘È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?’ (Mt 19,3).

Gesù risponde solamente rinviando a Mosè: ‘che cosa vi ha ordinato Mosè?’ i farisei controbattono: ‘Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla’. A questo punto Gesù osserva: ‘Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma’. La norma allora viene da Mosè non per una sua iniziativa, ma a causa della ‘durezza del cuore’: è la sklêrokardia, la causa di tale prescrizione. Mosè per adattarsi al cuore duro che esprime mancanza di amore, conseguenza del peccato (Ez 36,26) ha proposto quella norma.

Le parole di Gesù rinviano ad un ‘principio’. Riprende la Scrittura: ‘Ma all’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola’. In questa risposta compare il riferimento a due passi di Genesi – due testi della Torah quindi – posti insieme. Il primo è tratto dal racconto sacerdotale della creazione, il secondo da quello jahwista. Dio ha creato l’uomo e la donna come due esseri uguali e complementari (Gen 1,27) e li ha chiamati ad unirsi in modo tale da formare quasi un’unica carne (Gen 2,24). Da qui la conclusione: ‘Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto’. Nel disegno del principio uomo e donna sono chiamati ad intendere la propria vita nell’orizzonte dell’unione e l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito in tale modo.

Nella spiegazione poi data in privato ai discepoli, l’evangelista introduce un altro detto: ‘Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; se la donna, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio’. Queste parole pongono in primo piano non tanto la separazione quanto la seconda unione che costituisce l’adulterio. E’ anche sottolineato che la medesima regola è rivolta all’uomo e alla donna. Uomo e donna sono visti in una prospettiva di parità. Una precisazione che si scontrava con il privilegio nella tradizione ebraica di un ripudio da attuare dalla parte maschile e forse opportuna in un contesto (come quello romano), in cui anche le donne avevano la facoltà di divorziare.

La discussione sul divorzio infine si chiude con una scena in cui compare la presenza di bambini: Gesù chiede ai discepoli di non impedire ai bambini di andare da lui e propone questi piccoli come modello per chi vuole entrare nel regno di Dio.

Gesù rinvia a quel progetto del principio e richiama ognuno alla responsabilità del cuore che è lo stare della coscienza di fronte a Dio. Ciò implica aprirsi all’azione del ‘Dio che congiunge’, che ha un progetto di alleanza per ogni uomo e donna. Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri.

Questa parola di Gesù va letta nel quadro progressivo della sua presa di posizione  con una serie di passaggi: innanzitutto richiama la Sacra Scrittura, in particolare in rapporto alla storia della creazione (Gen 1,26 e 2,24) che parla del matrimonio come di una alleanza con Dio. Evidenzia il comandamento per cui l’uomo non deve disfare ciò che Dio ha unito. Nella casa infine, con i suoi discepoli, affronta la questione dell’adulterio: è da tener conto che il contesto in cui questi testi sorgono è quello di una tradizione in cui solamente l’uomo poteva attuare il divorzio e non la donna. La parola di Gesù esige di essere interpretata non nel quadro di un diritto che chiude e si pone come giogo insopportabile (cf. Mt 11,9; At 15,10), ma come parola di salvezza che apre all’esperienza della misericordia e al futuro. Al cuore del suo messaggio sta la bella notizia del regno di Dio e tutte le sue parole vanno lette in questo orizzonte.

DSCN1227(Andrea Roggi, L’amore apre i cuori e la nostra mente – 2015 – Spello)

Alcune riflessioni per noi oggi

La recente enciclica di Francesco, ‘Laudato si’, ha pagine di grande intensità sul progetto di Dio per l’umanità all’interno della creazione. In un passo, riprendendo riflessioni provenienti da varie regioni del mondo afferma (n.85): “Dio ha scritto un libro stupendo, «le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo». I Vescovi del Canada hanno espresso bene che nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio: «Dai più ampi panorami alla più esili forme di vita, la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino». I vescovi del Giappone, da parte loro, hanno detto qualcosa di molto suggestivo: «Percepire ogni creatura che canta l’inno della sua esistenza è vivere con gioia nell’amore di Dio e nella speranza». Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché «per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa». Possiamo dire che «accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte». Prestando attenzione a questa manifestazione, l’essere umano impara a riconoscere sé stesso in relazione alle altre creature: «Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (Paul Ricoeur)”.

Può essere d’aiuto la lettura di una poesia di Elisabeth Green, teologa battista (da Il filo tradito. Vent’anni di teologia femminista, Torino, Claudiana 2011), con uno sguardo femminile al volto di Dio stesso:

Dio è seduta e piange. / la meravigliosa tappezzeria della creazione / che aveva tessuto con tanta gioia è mutilata, / è strappata a brandelli, ridotta a cenci: / la sua bellezza è saccheggiata dalla violenza

[…] guardate! / tutto ritesse con il filo d’oro della gioia, / dà vita a un nuovo arazzo, / una creazione ancora più ricca, ancora più bella / di quanto fosse l’antica! / Dio è seduta, tesse con pazienza, con perseveranza / e con il sorriso che sprigiona come un arcobaleno / sul volto bagnato dalle lacrime.

E ci invita a non offrirle soltanto i cenci / e i brandelli delle nostre sofferenze / e del nostro lavoro./ ci domanda molto di più; / di restarle accanto al telaio della gioia, / e a tessere con lei l’arazzo / della nuova creazione.

Inizia in questi giorni il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. La speranza di molti è che da questo momento sgorghi un messaggio di apertura, di comprensione e di misericordia per poter intendere l’esperienza delle relazioni affettive come un cammino in cui è sempre presente una speranza e una parola di bene da parte di Dio, nella complessità dei percorsi esistenziali e biografici nella loro gioia e bellezza ed anche nelle loro ferite, ritardi, fallimenti. In una recente intervista il card. Walter Kasper ha ribadito l’importanza di leggere anche le Scritture con attitudine che sappia interpretarle nel senso della misericordia e del perdono. Sono queste le chiavi per leggere ogni parola di Gesù donata non come norma che opprime e rinchiude ma come notizia di vita e speranza per la vita e per intendere la vicinanza del regno di Dio:

“Personalmente ritengo che prendere una parola del Vangelo per difendere una propria tesi è una sorta di fondamentalismo, un nuovo fondamentalismo che si fa con una parola. Che non si può sciogliere il matrimonio è cosa chiara e assodata, eppure ci sono passi biblici che menzionano una qualche “eccezione” alla parola del Signore sulla indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (il capitolo 19 di Matteo) e nel caso di separazione a motivo della fede (la prima lettera ai Corinzi, capitolo sette). Tali testi indicano che i cristiani in situazioni difficili hanno conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù”. (Ma le eccezioni sono previste anche nei passi del Vangelo, intervista a Walter Kasper, a cura di Paolo Rodari, La repubblica 1 ottobre 2015).

Siamo chiamati a cogliere la bellezza della proposta di Gesù che richiama il disegno originario di Dio e nel contempo vivere la responsabilità del cuore di fronte a Dio, per comprendere le sue chiamate anche nelle vicende talvolta faticose e difficili della nostra vita nella consapevolezza che “nella vita coniugale sono disseminati molti più ostacoli di quanti non ne ammetta la teologia del matrimonio oggi facilmente idealizzante” (Anne-Marie Pelletier)

La seconda lettura ha al suo centro la condiscendenza di Gesù: pur essendo figlio si è chinato su di noi, ha condiviso in tutto la nostra vita e le nostre fatiche. In questo senso è divenuto il fratello di ogni uomo e donna. Nel suo farsi servo rende possibile scoprire orizzonti nuovi di fraternità: è lui il bambino/servo di Dio che prende la condizione dei bambini, i senza dignità che egli abbraccia e pone al centro della comunità. Se lui è nostro fratello allora l’esperienza di famiglia diviene possibile in un orizzonte che allarga lo sguardo alla famiglia di Dio al suo disegno di relazioni nuove per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

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