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XXIX domenica tempo ordinario anno A

Bernardo Strozzi, Il tributo della moneta, Firenze Uffizi, prima metà del XVII sec.

Is 45,1.4-6; 1Tess 1,1-5; Mt 22,15-21

“Mostratemi la moneta del tributo! Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: Di chi è quest’immagine e l’iscrizione? Gli risposero: di Cesare! Allora disse loro: rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”

Gesù è messo alla prova da farisei e erodiani. Essi costituiscono un primo gruppo che sfida Gesù in modo polemico. Alla loro provocazione seguirà quella dei sadducei sulla questione della risurrezione e poi ancora i farisei sul comandamento più grande e sulla signoria del messia nei confronti del re Davide. In tal modo Matteo vede raccogliersi contro Gesù i maggiori gruppi che guidavano Israele in quel tempo. Gli pongono davanti ad una moneta utilizzata per pagare una tassa ai romani che dominavano la Palestina. “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?” La domanda recava in sè un tranello. Riconoscere il tributo significava affermare il dominio romano e venir meno al riferimento all’unico Dio Signore. Rifiutare il tributo a Cesare poteva condurre all’accusa di rivolta contro i romani che erano le forze di occupazione e avevano il controllo militare e sociale della Palestina. Sulla moneta peraltro c’era l’effigie di Cesare e questo fatto poteva essere riconoscimento idolatrico di un potere che si pensava come divino.   

Il riferimento a Cesare emerge quindi perché nelle monete era scolpita l’effigie dell’imperatore. Le parole di Gesù risultano enigmatiche. Gesù non ha la moneta e con le sue parole smaschera coloro che volevano metterlo in difficoltà denunciandone l’atteggiamento ipocrita: proprio loro hanno in mano la moneta segno dell’idolatria. Di fatto non offre una risposta ma respinge il tranello e rinvia ad una responsabilità dei suoi interlocutori: ‘Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’.

Un primo livello di interpretazione di questa espressione può essere nella direzione di scorgere come Gesù ponga una distinzione tra la sfera di Cesare, quella della politica, e ciò che compete a Dio. La frase è una grande indicazione che apre a non confondere la dimensione della fede con altri aspetti della vita, come l’ambito politico o quello economico, che hanno una propria autonomia. Non dalla fede deriva necessariamente una opzione politica o economica. A Cesare vanno pagate le tasse perché la sfera economica è di competenza dello Stato, le monete portano l’effigie dell’autorità imperiale e allo stato si deve rispondere nel riconoscimento delle competenze proprie. Si tratta di affermazione di separazione tra la sfera religiosa e quella dello stato e di un riconoscimento della responsabilità umana nel condurre le cose di questo mondo. D’altra parte a Dio spetta un riconoscimento che non viene meno e che non può essere preso o sostituito da nessun Cesare.

Tuttavia c’è un altro livello su cui riflettere. Ciò che sta a cuore a Gesù è l’urgenza di accogliere il regno di Dio. Sono giunti i tempi ultimi e la sua chiamata è a donare la vita in riferimento a Dio. Che cosa compete a Dio? Che cosa è da riferire a Lui? Le monete portano l’effigie di Cesare segno del potere statale. Gesù non intende il suo annuncio del regno di Dio come  proposta di instaurare un potere terreno che si contrappone a quelli esistenti. Tuttavia presenta una critica radicale ad ogni potere introducendo l’invito a dare a Dio ciò che è di Dio. C’è una riferimento della vita a Dio che non può essere ridotta alla sfera di Cesare e che pone la questione di relativizzare ogni potere terreno e non considerarlo assoluto. La dimensione politica non può essere il tutto ed esaurire la vita della persona, anzi c’è un primato da dare al riferimento a Duo.

Le monete recano iscritta l’immagine di Cesare, ma dov’è l’immagine di Dio? Il riferimento va immediatamente ai testi della Genesi in cui si parla dell’uomo immagine di Dio (Gen 1,26). La vita umana è in se stessa immagine di Dio. Dare a Dio quello che è di Dio implica allora scorgere l’immagine di Dio è impressa in ogni volto e da qui deriva il compito di ritornargli ciò che è suo, ovvero la cura per la vita dei suoi poveri e il dono di se stessi.

Se nelle monete imperiali appare l’effigie di Cesare, nel volto dell’uomo vivente traluce l’immagine di Dio. A Dio allora compete non solo una sfera tra altre della vita umana ma è da dare a Dio la totalità dell’esistenza. Gesù non si pone tuttavia nei termini di un fondamentalista. Ci sono ambiti dell’esistenza che provengono da Dio ma affidati alla responsabilità umana di creature a cui è stata affidata una autonomia ed un mandato. Ma non si tratta di una competenza assoluta e che elimina o esclude il riferimento fondamentale a Dio.

I discepoli di Gesù sono chiamati innanzitutto a non confondere l’immagine di Dio con l’immagine di Cesare, a non identificare in una forza politica o in un governo umano la presenza di Dio, unico Signore che sta oltre ogni realizzazione umana. Sono poi chiamati a riconoscere l’immagine di Dio presente in ogni persona che esige un riferimento totale della vita pur riconoscendo gli ambiti di competenza della politica dell’economia e delle altre sfere dell’esistenza: si tratta di una competenza autonoma, ma non sganciata, non autosufficiente. Questa non può pretendere di esaurire l’intera esistenza umana né può pretendere di assoggettarla come mero ingranaggio di un sistema. Gesù rivendica per sé la libertà profonda di fronte al tranello che gli è posto e richiama i suoi alla fatica della libertà che non è mai scissa da responsabilità e cura.

Alessandro Cortesi op

Scelte quotidiane di giustizia

Nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ si può ritrovare una dura critica al sistema economico dominante a livello globale fondato su una visione neoliberista presentata come indiscutibile. Al n. 22 si legge: “Persistono oggi nel mondo numerose forme di ingiustizia, nutrite da visioni antropologiche riduttive e da un modello economico fondato sul profitto, che non esita a sfruttare, a scartare e perfino ad uccidere l’uomo. Mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati. Cos ì al n. 168: Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti.

E’ una critica ad una economia che uccide e che genera scarti, considerando gli stessi esseri umani come scarti da lasciare ai margini e di cui poter fare a meno.

Nel 1993 si tenne all’arena di Verona una grande assemblea di “Beati i costruttori di pace”. L’assemblea aveva come slogan “Quando l’economia uccide, bisogna cambiare”. In quell’evento fu espressa una  forte denuncia al sistema capitalista come responsabile di ingiustizia a livello globale e si indicavano azioni di cambiamento nell’ambito economico.

Da lì prese origine l’esperienza dei Bilanci di giustizia, un orientamento a promuovere il cambiamento possibile a partire dalla dimensione locale e dall’attenzione agli stili di vita. L’insistenza è stata posta in articolare sui comportamenti quotidiani e sull’importanza di orientare gli stili di vita personali e collettivi ad un consumo responsabile e critico nella propria vita di tutti i giorni.

Coloro che hanno aderito a questo progetto hanno utilizzato lo strumento del bilancio: ogni mese si trattava di verificare le modalità di spesa in vista di orientarle nel senso di riduzioni di sprechi, di uso più responsabile delle risorse e nel rispetto dell’ambiente. I bilanci individuali inviati alla segreteria nazionale della Campagna, divenivano oggetto di valutazioni e studi complessivi. Questo sforzo che toccava il quotidiano ha condotto a modificare stili di vita e a scorgere la possibilità di un uso più consapevole delle risorse e di scelte di sobrietà che hanno condotto ad attuare una liberazione dalla logica di consumo per dare primato alle relazioni sociali. Caratteristica di questo impegno è il suo partire dal basso con l’intento di contribuire ad un cambiamento che progressivamente coinvolga ambiti sempre più ampi della società. 

Anche i Gruppi di acquisto solidale e i Distretti di economia solidale si sono sviluppati nell’ottica di perseguire finalità analoghe a quelle dei Bilanci di giustizia.

Un gruppo di ricerca interuniversitario Territori in libera transizione (Tilt) ha condotto uno studio sull’esperienza dei Bilanci “Pratiche e visioni del cambiamento e dell’apprendimento”. Lo studio ha posto in risalto le caratteristiche dell’esperienza evidenziandone il ruolo educativo e l’incidenza nel trasmettere una sensibilità per la giustizia, la solidarietà e la custodia dell’ambiente. Ha altresì evidenziato lo sforzo di tenere insieme in modo creativo approfondimento teorico sulle diverse questioni attinenti al consumo, all’utilizzo dell’energia e alla gestione delle spese e individuazioni di azioni pratiche. Oltre a tutto questo tale resistenza alla dipendenza da un consumo che nel contesto attuale è divenuto ossessivo e onniavvolgente, la pratica di ricerca di nuovi stili di vita ha aperto anche la via a considerare aspetti della spiritualità nella vita. L’appiattimento su di una dimensione puramente materiale costituisce uno dei più grandi impoverimenti dell’esistenza.

Bilanci di giustizia costituisce a tutt’oggi un’esperienza che ha sollevato un grave problema del nostro tempo individuando vie per attuare dal basso un cambiamento tanto più urgenti nel quadro attuale in cui l’emergenza ambientale e climatica e la pandemia pone nuove sfide a rivedere stili di vita e modalità di utilizzo delle risorse e di consumo.

Sono queste le esperienze  che esprimono quanto la enciclica ‘Fratelli tutti’ indica come impegno da valorizzare:  

“È possibile cominciare dal basso e caso per caso, lottare per ciò che è più concreto e locale, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo, con la stessa cura che il viandante di Samaria ebbe per ogni piaga dell’uomo ferito. Cerchiamo gli altri e facciamoci carico della realtà che ci spetta, senza temere il dolore o l’impotenza, perché lì c’è tutto il bene che Dio ha seminato nel cuore dell’essere umano. Le difficoltà che sembrano enormi sono l’opportunità per crescere, e non la scusa per la tristezza inerte che favorisce la sottomissione. Però non facciamolo da soli, individualmente. Il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità; ricordiamoci che «il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma» (FT 78).

Alessandro Cortesi op

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