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II domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_2642.JPGIs 62,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Il IV vangelo parla di ‘segni’: e Cana è il primo tra i segni. I segni rinviano sempre ad altro, indicano, orientano e suscitano l’apertura per una ricerca ed un cammino. La gioia delle nozze a Cana per il IV vangelo è un segno e insieme molti segni: indica una gioia che attraversa gli incontri umani e ne offre un orizzonte più ampio, la gioia per la presenza di Gesù messia atteso.

Il primo segno a Cana è Gesù che partecipa ad un banchetto di nozze: è segno di una fiducia di Gesù verso l’amore umano, nella sua concretezza e vivezza, quale luogo di comunicazione con Dio. L’amore umano, in tutte le sue molteplici forme, è luogo di apertura all’altro, di uscita da sé, di ospitalità ricevuta e data, di cura e tenerezza, di cammino insieme, di crescita nella scoperta del proprio limite di fronte all’altro, di apertura a relazioni più ampie nella dimensione di un noi con confini aperti: è luogo di incontro con Dio.

A Cana però viene a mancare il vino. La bellezza e l’abbondanza dell’amore è esperienza fragile, sempre esposta alla mancanza. Nel racconto quando il vino viene a mancare è presentata la ‘madre di Gesù’. E sorge un dialogo che lascia interdetti: “Che ho da fare con te, donna”. parole di richiesta di distanza oppure un ritrarsi di fronte ad una proposta che Gesù è restio ad accogliere. Anche questo è un segno…

La chiama ‘donna’, termine che ritorna nel vangelo ogni volta in cui Gesù incontra le donne, sino al momento in cui sotto la croce consegna il discepolo che egli amava alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio’. La donna ai piedi della croce diviene segno della chiesa – come anche nella tunica tutta di un pezzo – a cui Gesù affida i discepoli in un rapporto di reciproco affidamento.

Gesù alla madre, che assume il volto di Sion, dell’Israele popolo dell’alleanza, dice che non è ancora giunta la sua ‘ora’. E’ parola chiave ‘ora’ nel IV vangelo. ‘non era ancora giunta la sua ora’ è quasi un ritornello ripetuto in diversi momenti e indicazione insistente di un’ora verso cui tutto converge (Gv 7,30; 8,20;12,23.27). Un’ora di tempo ma che va oltre il tempo: è evento in cui si raccoglie l’intero cammino di Gesù. L’ora centrale della vita di Gesù è la croce e coincide con l’ora della glorificazione. La gloria di Dio, in modo paradossale, si manifesta nel volto del crocifisso. Alla vigilia della Pasqua l’ultima cena è aperta dalle parole: ‘sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’ (13,1). L’ora di Gesù è ora dell’amore fino alla fine, punto di convergenza di tutti i segni. I suoi gesti orientano così verso la croce: la gloria si identifica con l’amore vissuto fino alla fine. Gesù a Cana si rifiuta di compiere un gesto che susciti meraviglia perché tutto va letto in rapporto a quell’ora.

La madre risponde con l’invito ai servi: ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela. E’ il medesimo invito rivolto dal faraone di Egitto al popolo d’Israele nel racconto di Giuseppe: “Andate da Giuseppe e qualunque cosa vi dica, fatela!” (Gn 41,55). Giuseppe sarà colui che procura il pane nel tempo della carestia, Gesù porta il vino. E di Giuseppe si offre questa descrizione nel racconto: “Potremo trovare un uomo come costui in cui vi sia lo spirito di Dio?” (Gn 41,38). Quello che sembra un rifiuto da parte di Gesù apre invece ad un percorso nuovo in cui entrare. Si tratta di accogliere il segno.

L’acqua contenuta in sei pesanti giare per la purificazione nell’essere distribuita diviene vino. Sono giare per compiere le osservanze prescritte dalla legge. Anch’esse sono un segno: indicano il limite della legge per condurre all’incontro con Dio. Sono rinvio ad una inadeguatezza: sono sei infatti e non sette numero del compimento. Ma sono estremamente capienti. E quell’acqua di cui vengono riempite diviene vino. La legge trova il suo senso profondo nel portare vita e speranza di incontro nuovo. La parola e la presenza di Gesù portano una abbondanza non calcolabile di vita, di gioia. Un vino così buono suscita lo stupore di chi dirigeva il banchetto. Il segno di Cana è così segno di un incontro, la gioia dell’amore ricambiato, e la gioia che non viene meno perché portata da quel vino che rallegra il banchetto.

 “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”: un piccolo particolare presenta una variazione nella narrazione. Proprio ‘ora’ comincia ad attuarsi il momento di una alleanza degli ultimi tempi, la promessa di incontro con Dio. Lo sposo nel racconto non è nominato e in questo silenzio c’è un velato riferimento al volto nascosto di Dio, presenza silenziosa e da scorgere come la gloria stava racchiusa nella nube.

Il ‘banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati’ sta al cuore dell’annuncio dei profeti (Is 25,6). Il vino buono e raffinato è anche traccia che alimenta la speranza nel venire del messia. “Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano” (Os 14,7) : “Ecco verranno giorni – dice il Signore – in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline. Farò tornare gli esuli del mio popolo Israele, e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai divelti da quel suolo che io ho concesso loro, dice il Signore tuo Dio” (Am 9,13-15; cfr. Ger 31,12).

Il segno di Cana parla di tutte queste speranze è anche segno di gioia. I profeti parlavano dell’incontro di Dio che prova gioia per il suo popolo come sposo davanti alla sposa: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,4-5). E’ questa la gioia cantata dal terzo Isaia: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo” (Is 62,1-5)

E’ un segno che pone in cammino per accogliere l’amore di Dio nel volto di Gesù. Il suo primo segno porta una gioia nuova, la gioia del tempo del messia, è lui il vino nuovo e buono che “rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104,15).

Il segno di Cana è così una epifania / manifestazione che invita ad un cammino di fede, a leggere i segni, ad accogliere la gioia. “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. La sua gloria è presente nella gioia dell’amore, nel servizio alla gioia di un incontro, nell’offrire vita in abbondanza.

Alessandro Cortesi op

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Ospitalità e cena del Signore

Entriamo in questi giorni nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani:  è un’occasione per scoprire gli orizzonti di ospitalità a cui siamo chiamati. E’ il Signore Gesù che invita i suoi discepoli e discepole all’ascolto della sua Parola e allo spezzare il pane nella cena. E uno dei punti più critici di questa ospitalità da ricevere innanzitutto dal Signore e offrire agli altri è l’ospitalità eucaristica nella cena del Signore.

Nella vita di Gesù proprio la sua apertura ospitale negli incontri era capace di suscitare nei cuori delle persone a cui si avvicinava un’esperienza di riconoscimento e di liberazione: in termini biblici ciò è espresso con la parola fede. Non necessariamente quella fede che esprime affidamento esplicito a Dio, ma tensione fondamentale dell’esistenza alla vita e a scorgere una luce in essa, a trovare forza per camminare per indirizzare lo sguardo verso un futuro nuovo, per coltivare un’attesa.

Riflettendo sull’ospitalità di Gesù, il gesuita teologo Christoph Theobald osserva: “Quando si reca alla tavola di Simone il fariseo (cf. Lc 7,36-50), si tratta per lui fin da subito di un’ospitalità aperta. Nelle scene evangeliche, quasi mai Gesù si trova in un faccia a faccia. Sempre interviene un terzo: in casa di Simone, è la donna che sopraggiunge e gli bagna i piedi con le sue lacrime  e li asciuga con i suoi capelli…  In definitiva, qual è la posta in gioco di questa ospitalità? È la rivelazione di ciò che la tradizione biblica chiama «fede». Non ancora una fede esplicita in Dio, ma la fede come espressione ultima dell’essere umano, quell’atto fondamentale, del tutto elementare, che scommette sulla vita. Ne vale la pena, c’è di mezzo la vita; essa manterrà la promessa. Nessuno di noi ha scelto di esistere siamo stati tutti messi al mondo, e ciascuno deve riconciliarsi con il fatto di esistere in certe condizioni precise, di tipo sociale, culturale, nazionale, religioso, politico, con i loro limiti terribili: le disuguaglianze di ogni sorta, i confronti che esse producono, le immagini altrui che ci aggrediscono, e via dicendo. L’ospitalità è il luogo della riconciliazione con se stessi. E nessuno può farlo al posto di un altro. Ecco allora il miracolo della reciprocità. Un essere ospitale può generare in me questo atto di fede: la mia esistenza vale la pena di essere vissuta…”. (…) “Perché l’ospitalità è l’espressione ultima di una speranza di non violenza di fronte alla violenza, ora, questa violenza c’è, a tutti i livelli, … più in profondità, tra i concittadini di una stessa società” (C.Theobald,Lo stile della vita cristiana, Qiqajon 2015).

L’esperienza cristiana trova radice nell’esperienza di ospitalità di Gesù e si esprime nella memoria dell’ultima cena, nello spezzare insieme il pane segno dell’ospitalità donata. Ma il banchetto eucaristico non diviene esperienza di ospitalità per le divisioni delle chiese e per le rotture della comunione. La grande contraddizione è vissuta in particolare da chi vive per esempio l’esperienza del matrimonio, come esperienza di amore che conduce a vivere una comunione fondamentale e profonda e contemporaneamente non può condividere l’eucaristia perché appartenente a chiese diverse tra le quali non è riconosciuta la piena comunione.

Ma proprio le cosiddette ‘coppie miste’ sono profezia di quella comunione che è più profonda e supera le differenze: la loro comunione domestica anticipa già la comunione ecclesiale e ne rivela il volto più autentico, quello dell’amore che va avanti come nel movimento del ‘discepolo che Gesù amava’ nel suo correre più veloce di Pietro e nel suo vedere e credere.

Con riferimento alla riflessione in atto nelle chiese della Germania, in cui la questione si presenta in modo vivo e urgente, osserva il docente di teologia dei sacramenti Andrea Grillo: “I vescovi tedeschi, a maggioranza, hanno visto che qui la Chiesa entra in una sorta di contraddizione. Da un lato nega la comunione, perché le Chiese di appartenenza non sono in comunione. D’altra parte riconosce che la comunione nuziale è, per certi versi, più avanzata e più esplicita della stessa comunione eucaristica. Proprio qui, a me pare, la ospitalità eucaristica dovrebbe essere intesa non come una benevola concessione che le singole Chiese possono fare a membri esterni di partecipare alla pienezza dei propri riti, bensì come profezia ecclesiale che riconosce, in coppie miste, la presenza di una chiesa unita e capace di comunione, anticipata dalla vita domestica, che sta in anticipo rispetto alla coscienza istituzionale. Ciò che le Chiese non riescono a riconoscere come comunione, un uomo e una donna possono viverlo appieno, nonostante la loro appartenenza ecclesiale differente” (Andrea Grillo, Ospitalità eucaristica, “Messaggero cappuccino”, nov-dic 2018).

Pensare all’ospitalità eucaristica come anche all’ospitalità in sé, spesso dimentica quella ospitalità di cui Gesù era capace e che è punto di riferimento per scorgere come non è una chiesa che ospita un’altra, ma tutti e tutte siamo ospiti al banchetto del Signore. E’ il Signore che apre spazi di comunione e accoglie e invita alla cena. E il suo ospitare non si pone nei termini di un premio da consegnare a fronte di meriti e fedeltà, ma è riconoscimento e accoglienza che spinge ad aprirsi alla vita innanzitutto, agli altri, ad una speranza al cuore del proprio cammino. Allora eucaristia non è punto di arrivo, ma punto di partenza.

Può essere d’aiuto soffermarsi sull’esperienza umana semplice e quotidiana: la condivisione di un pasto insieme non è solamente punto di arrivo di percorsi familiari ricchi di affetto e di amicizie consolidate, ma costituisce possibilità di incontro con persone che giungono estranee o è addirittura occasione di condivisione al di là delle differenze e delle ostilità, momento che scioglie cuori induriti e conduce a superare le opposizioni e a riconoscere l’altro nella sua verità.

Ancora Andrea Grillo osserva: “L’eucaristia non è solo culmine di una identità già acquisita, ma anche fonte di una identità da costruire, da strutturare, che trova alimento in questa “pratica di comunione sacramentale” per pellegrini in cerca della pienezza. Questa consapevolezza teologica deve diventare, allo stesso tempo, modo di celebrare e modo di vivere l’eucaristia. (…) Tutti, e sottolineo tutti, sono ospiti. Chi presiede, chi proclama, chi canta, chi serve, chi risponde. Tutti sono ospiti perché tutti compiono una sola azione il cui titolare non è altro che Cristo e la sua Chiesa, di cui nessuno è esclusivo rappresentante (…) Quello che ricevi nel sacramento devi farlo diventare il tuo stile di vita: una cultura della ospitalità e della accoglienza non è il caso limite di una coscienza ecclesiale, ma la norma piantata al centro della celebrazione eucaristica. Che riconcilia i diversi e abbatte i muri”. (ibid.)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

III domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

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Gn 3,1-5,10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Un racconto di chiamata fa ripercorrere i passi dei primi discepoli di Gesù. Lungo il mare accolgono subito l’invito Vieni. Ascoltano il suo messaggio e lo seguono.

Gesù inizia ad annunciare il regno ‘dopo che Giovanni fu arrestato’. Sin dall’inizio sul suo cammino è presente l’ombra della vicenda di Giovanni, profeta perseguitato. Gesù inizia dalla Galilea delle genti (Is 8,23). Le sue prime parole nel vangelo di Marco sono la sintesi del suo annuncio: ‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo’. Due indicativi in riferimento al tempo e al ‘regno di Dio’; e due imperativi che indicano le conseguenze dell’ascolto. Un tempo unico da non perdere, un’occasione che segna l’urgenza di accogliere e seguire in un cambiamento radicale della vita. E’ un’urgenza che si accompagna all’invito a cambiare in radice il proprio modo di pensare e di intendere l’intera esistenza.

‘Il tempo è compiuto’: il tempo è ora tempo forte della visita di Dio, tempo della salvezza. Paolo dirà: ‘il tempo ormai si è fatto breve’ evocando l’immagine della nave vicina al porto che scioglie le vele. I marinai sono presi dall’impegno ma già vivono la felicità dell’arrivo, la gioia dell’incontro. Paolo così presenta lo stile di chi vive immerso nel presente ma orientato al senso ultimo della vita. Tutto acquista senso nuovo dall’ incontro con Cristo e genera un vivere in tensione, nell’inquietudine.

Il regno di Dio era attesa presente in vario modo nel contesto in cui Gesù viveva. Su di essa si radica l’annuncio di Gesù che parla della signoria di Dio come di un dono di relazione e vicinanza che genera una trasformazione della storia nella linea della liberazione: il regno – dice Gesù – è già in mezzo a voi, si è avvicinato. Nelle sue parole e nelle sue opere si rende presente come Dio agisce: guarendo liberando, accogliendo gli esclusi, nel servizio. La morte e risurrezione sono il segno del regno giunto.

Da questa indicazione un duplice imperativo ‘convertitevi e credete al vangelo’: il regno è dono gratuito ed è chiamata e responsabilità offerta. Convertirsi implica un mutamento interiore e radicale. Si tratta di una conversione che provoca sul volto di Dio in cui credere innanzitutto, conduce a rivedere le nostre strade sulla base della strada che Gesù ha percorso.

Anche Giona (prima lettura) chiede una conversione con la minaccia e chiedendo urgenza. I cittadini della grande città credettero a Dio e cambiarono vita. Ma soprattutto Giona per primo deve vivere nel suo cuore un faticoso percorso di conversione: è guidato a cambiare modo di pensare a Dio: non il Dio che separa, che vuole appartenenze e privilegi di pochi contro altri, ma il Dio che s’impietosisce e perdona, il Dio che spinge ad andare e ad incontrare il lontano, l’altro, nella grande città.

Marco poi narra la chiamata dei primi quattro discepoli. Il presentarsi di Gesù li coglie nel quotidiano della loro esistenza, mentre lavoravano come pescatori. Gesù ‘vide’ Simone e Andrea Giacomo e Giovanni. Il suo sguardo si fissa su ciascuno con l’irripetibilità e originalità del proprio nome. Li incontra e li osserva nel quotidiano della loro attività, con in mano le reti del loro lavoro di pescatori. La sua parola è un imperativo: ‘su dietro di me!’. Chiede immediatezza di risposta. E la loro risposta si fa decisione e si mettono a seguirlo. E’ rottura con il passato e trasformazione radicale della vita. ‘E subito, lasciate le reti, lo seguirono’. L’avverbio ‘subito’ indica un passaggio carico di prontezza e di risposta ad una urgenza. ‘Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguìto’ dirà Pietro. Ma saranno anche coloro che, abbandonando Gesù, fuggono al momento della sua passione.

Compiono una separazione ed un distacco: lasciano il lavoro, il loro padre Zebedeo e coloro che lavoravano insieme. Iniziano un percorso nuovo, al seguito. La loro vita sarà ancora di ‘pescatori’, dovranno attendere, essere al servizio di dare vita, procurare cibo per altri, ma in modo nuovo. Iniziano a seguire Gesù, a stargli dietro lunga la sua via, discepoli dell’unico maestro venuto per servire e non per essere servito, nel fare della sua vita un dono per tutti.

Sarà un discepolato di uguali, di uomini e donne al seguito di Gesù, vissuto nella condivisione senza maestri e padri se non il Padre che è nei cieli. Si tratta di una profonda rottura con il passato e con il loro presente che si apre alla via del vangelo. L’intero racconto di Marco presenterà Gesù che cammina lungo la via predicando il regno e aprendo faticosamente ai suoi discepoli la strada su cui seguirlo.

Alessandro Cortesi op

WhatsApp-Image-2018-01-08-at-23.12.501-720x1024Chiamata per le chiese

Potente è la tua mano, Signore (Es 15,6). E’ questo il tema della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2018). Ogni anno un tema è scelto da un gruppo di chiese di una diversa regione nel mondo. Quest’anno sono le chiese dei Caraibi ad aver scelto il tema e ad aver proposto un sussidio di preghiera.

Il riferimento all’inno di lode al Signore dopo il passaggio del mar Rosso non è una forma di esaltazione della guerra ma è affermazione del potere di Dio sul male e sul dominio del faraone che genera schiavitù. La destra potente del Signore è simbolo dell’agire di Dio che non rimane indifferente di fronte al male ma opera per liberare. Il passaggio del mare è così una nuova creazione.

Come richiamano le parole di un canto che sarà ripreso nelle celebrazioni: “La mano di Dio
 sostiene la terra; 
essa solleva chi cade, uno per uno. 
Ciascuno è conosciuto per nome e salvato dalla vergogna perché la mano di Dio si è alzata” (The right hand of God*).

Le chiese dei Caraibi sono unite da una storia di colonialismo che ha segnato quelle terre. Quest’anno queste chiese propongono di vivere la celebrazione ecumenica con attenzione a due simboli: la Bibbia e le catene. Le catene sono simbolo di schiavitù, disumanizzazione e razzismo così pure del potere del peccato che ci separa da Dio e gli uni dagli altri. Si propone di far cadere le catene della schiavitù e formare «una catena umana che esprime vincoli di comunione e di azione congiunta contro le moderne forme di schiavitù e ogni tipo di disumanizzazione individuale o istituzionale». La Bibbia è punto di riferimento per il cammino di liberazione, come è stata ed è luce per tanti nel momento della prova.

Anche oggi le chiese sono chiamate a scoprire la comune chiamata di Dio ad essere testimoni di liberazione: “O Dio eterno,
 Tu non appartieni ad alcuna cultura né ad alcuna terra, ma sei Signore di tutte,
 Tu ci chiami ad accogliere tra noi lo straniero.
 Aiutaci con il tuo Spirito 
a vivere come fratelli e sorelle,
 accogliendo tutti nel tuo nome,
 e vivendo nella giustizia del tuo regno.
 Te lo chiediamo nel nome di Gesù.
 Amen”.

Alessandro Cortesi op

 

* The right hand of God

The right hand of God
is writing in our land,
Writing with power and with love;
Our conflicts and our fears,
Our triumphs and our tears,
Are recorded by the right hand of God.

The right hand of God
is pointing in our land,
Pointing the way we must go;
So clouded is the way,
So easily we stray,
But we’re guided by the right hand of God.

The right hand of God
is striking in our land,
Striking out at envy, hate and greed;
Our selfishness and lust,
Our pride and deeds unjust,
Are destroyed by the right hand of God.

The right hand of God
is lifting in our land,
Lifting the fallen one by one;
Each one is known by name,
And lifted now from shame,
By the lifting of the right hand of God.

The right hand of God
is healing in our land,
Healing broken bodies, minds and souls;
So wondrous is its touch,
With love that means so much,
When we’re healed
by the right hand of God.

The right hand of God
is planting in our land,
Planting seeds of freedom, hope and love;
In these many-peopled lands,
Let his children all join hands,
And be one with the right hand of God.

 

XXIV domenica – ordinario B – 2015

gesu_pietroIs 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Una figura dal profilo affascinante ed enigmatico è presentata in alcuni testi del secondo Isaia, al tempo della fine dell’esilio: è il servo di Jahwè. Si tratta di un singolo? E’ figura per indicare tutto l’Israele fedele? Ha il profilo un profeta, fedele al Dio dell’alleanza, e per questo subisce persecuzione, disprezzo, violenza. La sua vita è nell’ascolto della parola di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Tale azione di Dio conduce ad intendere la vita secondo questa chiamata. Anche nella sofferenza e nella solitudine vive una fiducia profonda: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. E’ questa fiducia l’unica forza per sostenere opposizione e dolore. Giunge al punto di subire violenza senza rispondere con la violenza ma attuando una profonda solidarietà con tutti, proprio per testimoniare la sua fede in Dio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”.

‘La gente chi dice che io sia?… e voi chi dite che io sia?’. Il motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo ruota attorno alla questione sull’identità di Gesù di Nazareth riconosciuto come il Cristo, messia. La domanda di Gesù segna una svolta: è posta per la strada e proprio a metà del vangelo. Si collega al cammino di Gesù, verso Gerusalemme, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi lo vuole conoscere, perché da lì si apre il cammino del seguirlo.

‘Tu sei il Cristo’, è la risposta di Pietro. Pietro così presenta l’identità di Gesù, peraltro espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – nella sinagoga di Cafarnao nella guarigione dell’indemoniato, e di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dall’inizio del vangelo Marco è indicata l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio (Mc 1,1). Al momento del battesimo al Giordano con il Battista la voce dal cielo lo aveva espresso: con capacità narrativa Marco la fa udire solo da Gesù, ma la rende palese anche al lettore: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  L’intero vangelo si snoda così attorno alla grande domanda: chi è Gesù? E’ l’uomo dai tratti del profeta, percorre strade in fedeltà radicale al Padre, come figlio e servo. La sua vita è orientata alla cura per il bene di chi incontra: in questi tratti si delinea il profilo del messia.

Nella sua risposta Pietro riconosce Gesù come messia, portatore dell’intervento di Dio, cogliendo in lui le promesse rivolte a Davide che animavano la speranze di Israele. Tuttavia subito dopo Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. La medesima reazione di fronte agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda.

La grande questione per Marco sta sulla modalità dell’essere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù. Sono parole cariche di evocazioni all’esperienza dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio, testimoni sottoposti a persecuzione e condanna. Gesù si pone nel cammino dei profeti e vive la consapevolezza che questa fedeltà alla sua missione lo potrà condurre al rifiuto e a subire la sofferenza.

In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia: ‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù, che apre domande. Non si tratta di una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. E’ piuttosto indicazione di una fedeltà di Gesù fino alla fine proprio in rapporto al Padre e al suo disegno di amore. La sua missione e testimonianza lo conduce ad assumere anche la sofferenza. Non risponde alla violenza con la violenza. Vive invece fino in fondo il dono dicendo che l’amore è più forte di ogni altra cosa. Non cerca la sofferenza e la croce ma la subisce per restare fedele all’annuncio del regno. L’orientamento della sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è, secondo Marco, ‘messia’, ma in un modo paradossale. Non corrisponde alle attese di un messia del potere, politico e nazionalistico. E’ invece messia che salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e con il dono di sé divenendo uomo-per-gli-altri. La sua vita umana racconta il volto stesso di Dio, ne è rivelazione ed è una vita che porta salvezza.

Gesù indica la sua via come cammino a cui partecipare: chiama a ‘stargli dietro’. A Pietro che lo rimprovera dice ‘sta dietro a me Satana’. Satana è figura per indicare tutto ciò che divide. Pietro non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé. Gesù lo invita a ‘mettersi dietro’ nel cammino e smaschera modi di pensare non ‘secondo Dio’. Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire Gesù nel suo cammino. Solo allora si può scoprire la sua identità che coinvolge e cambia la vita. ‘Lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi: d’ora in poi ritorna pressante l’insistenza sulla strada ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede, se non ha le opere è morta in se stessa”

La lettera di Giacomo è ricca di avvertimenti sui rischi reali nel venir meno ad una vita di fede autentica e sincera: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). Non esiste fede in Dio senza un rapporto nuovo, di giustizia, che promuova solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero.

Nella lettera ritorna con insistenza il richiamo all’attenzione ai poveri, a porre al centro della vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26; cfr. 2,17.20.24). L’insistenza sulle ‘opere’ è sempre in rapporto alla relazione con gli altri richiesta dal vangelo. Le ‘opere’ sono così intese come il germogliare di una fede che può attuarsi solamente nella relazione. La vita cristiana può svilupparsi solo nella dimensione comunitaria e in rapporto all’altro. Le ‘opere’ sono il segno del carattere solidale e comunitario della stessa esperienza della fede.

DSCN0992Alcune riflessioni per noi oggi

Le letture di quest’oggi che trovano il loro centro nel riferimento a Gesù Cristo riportano all’essenziale: volgere lo sguardo a Gesù, seguire Lui.

Ci si può chiedere cosa signfiica seguire Gesù nel tempo della migrazione. Il riferimento alla concretezza è ineludibile. Un editoriale di Avvenire di Toni MIra dal titolo ‘Accogliere i profughi nel nome della legge’ del 9 giugno 2015 è richiamo ad una duplice attenzione, al vangelo e alla legge:

“Verità e legalità. Il nuovo polverone sollevato da alcuni governatori di Regioni del Nord a guida o trazione leghista, giunto all’intollerabile arma della pressione ricattatoria sui Comuni che intendono rispettare le regole – quelle dello Stato italiano e quelle dell’etica dell’accoglienza – richiede soprattutto chiarezza su questi due punti. Verità sui numeri, sugli accordi presi, perfino verità (e onestà) sulle parole, sul “di che cosa si parla”. Verità su che cosa significa, di fronte ai profughi, agire «nel nome della legge». Partiamo proprio da qui. Partiamo da chi sta arrivando sulle nostre coste. I cosiddetti “invasori”. Si tratta di richiedenti asilo, di persone che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni. Sono loro che ora chiedono di essere accolti. Ce lo chiedono i loro occhi, ce lo impongono le norme europee e italiane, in primo luogo la Costituzione, all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Un diritto, dunque, che tutti devono rispettare, a partire da chi ha più responsabilità. Che, oltretutto, non può confondere le acque. Non è corretto, infatti, dire che una Regione non può accogliere questi richiedenti asilo perché già ospita tanti immigrati. Perché in questo caso si tratta di migranti per altri motivi, in gran parte economici.

Comodo e cinico, troppo comodo e troppo cinico, utilizzare migranti contro profughi. Ai numeri precisi forniti dal Viminale, che denunciano la grande disparità di accoglienza dei richiedenti asilo tra Sud e Nord, non si può replicare con numeri che riguardano un altro fenomeno. Verità, dunque, rispetto dei diritti umani e del diritto italiano. E anche degli accordi presi. In primo luogo quello firmato da Governo e Regioni il 10 luglio 2014, che prevede la ripartizione dei richiedenti asilo in proporzione alla popolazione italiana residente e ai finanziamenti del Fondo sociale europeo. Un accordo, non una decisione unilaterale del Governo. Ma che ora – questa volta, sì, in modo unilaterale – tre Regioni del Nord vorrebbero violare. Anzi lo stanno già violando visto che proprio Lombardia e Veneto sono lontane dai numeri previsti. E, lo ripetiamo, non si possono giustificare tirando in ballo le “presenze” di immigrati che lavorano come operai in aziende basate nel loro territorio”.

Volgere lo sguardo a Gesù. E’ un impegno che ricorda ai cristiani la chiamata ecumenica: un cammino possibile da ricercare che passi dal conflitto alla comunione. E’ proprio questo – ‘Dal conflitto alla comunione’ – il titolo di un documento redatto dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità, pubblicato il 17 giugno 2013, in vista del 2017 data di inizio della Riforma di Lutero con la diffusione delle 95 tesi nel 1517. Il documento evidenzia: “La memoria storica ha avuto delle conseguenze concrete per le relazioni interconfessionali. Per questa ragione è nel contempo così importante e così difficile un ricordo ecumenico comune della Riforma luterana. Ancor oggi molti cattolici la associano principalmente con la divisione della Chiesa, mentre molti cristiani luterani associano la parola «Riforma» specialmente con la riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà. Sarà necessario prendere sul serio entrambi questi punti di partenza al fine di mettere in relazione reciproca le due prospettive e porle in dialogo” (n.9). (…)Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo. La memoria rende presente il passato. Mentre il passato in sé è inalterabile, la presenza del passato nel presente si può modificare. In vista del 2017, il punto non è raccontare una storia diversa, ma raccontare questa storia in maniera diversa” (n.16).

Si precisa il senso del dialogo ecumenico: “Il dialogo ecumenico implica la rinuncia a schemi mentali che scaturiscono dalle differenze tra le confessioni e che le enfatizzano. Al contrario, nel dialogo i partner cercano di individuare in primo luogo ciò che hanno in comune e solo allora esaminano la rilevanza delle loro divergenze. Queste differenze, tuttavia, non vengono trascurate o minimizzate, perché il dialogo ecumenico è la comune ricerca della verità della fede cristiana” (34).

Nel documento si riprende la comune prospettiva maturata nella riflessione teologica ed espressa nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione.

In ‘Dal confitto alla comunione’ si legge a proposito dell’interpretazione di Lutero: “(106) L’iniziativa di Dio stabilisce una relazione salvifica con gli uomini; in tal modo la salvezza si attua per mezzo della grazia. Il dono della grazia può essere solo ricevuto e, dal momento che questo dono è mediato da una promessa divina, non può essere ricevuto se non mediante la fede, e non mediante le opere. La salvezza si attua soltanto per mezzo della grazia. Lutero, tuttavia, mise costantemente in evidenza che la persona giustificata compirà opere buone nello Spirito. (107). L’amore di Dio per gli uomini è incentrato, radicato e incarnato in Gesù Cristo. Perciò, l’espressione «solo per grazia» deve sempre essere spiegata con l’espressione «solo attraverso Cristo»”.

Il riferimento a Gesù Cristo nella nostra vita apre alla scoperta del dono di grazia che da lui solo riceviamo e della responsabilità che esso suscita per l’agire dello Spirito nei cuori. Ancora siamo in cammino per scoprire come il riferimento a Gesù e il centrarsi su di lui può essere motivo di speranza e nuova vita per il nostro tempo, aprendoci a passaggi dal conflitto alla comunione.

Alessandro Cortesi op

Un abbraccio ecumenico: storia e quotidianità

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In questi giorni un importante incontro si svolgerà in Terra Santa tra Francesco, vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica e Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli. Il loro incontro avverrà a Gerusalemme sede del patriarca ortodosso Teophilos III. Come ha notato Daniel Attinger (in “Popoli” maggio 2014)  “il Patriarca di Costantinopoli, nonostante il titolo di «ecumenico», non può venire a Gerusalemme e compiervi qualche gesto senza il consenso del Patriarca ortodosso di Gerusalemme, Theophilos III. È lui, per gli ortodossi, che accoglie i due visitatori, ma questi è totalmente dimenticato, tanto dai giornalisti, quanto, probabilmente, dalla maggior parte dei teologi e dei curiali cattolici. Di fatto non c’è traccia del suo nome nel programma della visita disponibile sul sito della Santa Sede. Eppure è lui, insieme al Patriarca armeno e al Custode francescano di Terra Santa, che accoglierà i due visitatori nella Basilica dell’Anastasis (Santo Sepolcro), dove si farà memoria, come proposto da Bartholomeos fin da quando ha invitato Francesco, del cinquantesimo anniversario del primo e unico incontro simile avvenuto nel secondo millennio: quello tra Paolo VI e Athenagoras I nel gennaio 1964”.

Proprio Theophilos in questi giorni ricordando quell’incontro ha detto:“Prima di tutto io penso che da quel momento abbiamo veramente cominciato a parlare di dialogo. Abbiamo iniziato a pregare per l’unità, ci siamo accorti di avere persino un obbligo in questo senso imposto dalla Divina Liturgia. Però, prima di porre l’Unità dei cristiani in termini amministrativi, che è sempre molto rischioso, io credo che dovremmo fissare le nostre preghiere  per trovare l’unità dello spirito, della mente e del cuore”. (da Vatican Insider).

 

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L’incontro ricorderà appunto quello di Paolo VI e Atenagora. Nella mia casa ricordo da quando ero bambino un’immagine posta al centro del salotto. Si trattava di un’immagine che ricordava come gli eventi storici erano segni che rinviavano a quell’ecumenismo domestico, a quel tessere relazioni nella vita quotidiana che è esperienza possibile a tutti, nella dimensione domestica. La vita di tutti anche dei piccoli è importante nel cammino storico dell’umanità e nutre e porta a quei passaggi che poi sono ricordati sui libri di storia.

L’immagine era un bassorilievo in bronzo, che ancora oggi trova il suo spazio contornata da una libreria, nel cuore della casa. E’ formella non di grandi dimensioni, di un artista, amico di famiglia, Benedetto Pietrogrande che ne fece dono a Carla e Sergio, miei genitori. Ricordi lontani mi riportano alla memoria la spiegazione dei profili sbozzati di quel bronzo, con uno stile così essenziale ed evocativo, che udii dallo stesso autore quando ci presentò questa sua opera.

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Al centro l’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora, quell’abbraccio che pose fine ad un tempo segnato dalle scomuniche reciproche. Un abbraccio che fu simbolo del cammino del Vaticano II e della scelta del cammino ecumenico  come via di fedeltà al vangelo. Era una via che la chiesa cattolica aveva visto con sospetto e aveva ostacolato emarginando i testimoni più lucidi dell’ecumenismo quale chiamata delle chiese a rispondere alla preghiera di Gesù: ‘che siano uno’. E il Concilio fu il momento che spalancò le porte ad un vento nuovo, il soffio dello Spirito. Quell’abbraccio di due uomini dello Spirito, Paolo VI e Atenagora, fu uno dei grandi segni di quella svolta.

Nel bassorilievo proprio l’incontro dei volti e il gesto dell’accoglienza nell’incrociarsi degli sguardi sta al centro. E attorno a quell’abbraccio alcuni elementi riprendono, quasi a sottolineare i tratti di questo incontro.

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In basso a destra il profilo di Paolo VI senza insegne particolari, solo con il bastone in mano: indicazione dai tratti essenziali di un pastore che si scopre pellegrino, pelllegrino della fede, ma anche inserito in quel cammino di fede del popolo di Dio, e al servizio di un cammino orientato all’incontro nell’attesa e nella ricerca dell’unità. Proprio in quel tempo (erano i primi giorni di gennaio del 1964 poco tempo dopo la chiusura della seconda sessione del Concilio) stava prendendo forma la redazione della costituzione conciliare Lumen gentium. Costituiva la presa di consapevolezza della chiesa come popolo di Dio in cammino, popolo costituito di soggetti diversi segnati da una medesima dignità battesimale e dalla chiamata a partecipare alla vita di Dio, alla santità, nella differenza di servizi e di doni, inseriti nella storia. E nel pellegrinaggio chiamati ad accogliere il dono della comunione e viverla nello scoprirsi chiesa di chiese, chiamate alla comunione nella diversità.

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In alto a destra della formella vi è la la ripresa dell’abbraccio quasi a sottolineare il primato di quell’ecumenismo dell’amore così caro a Atenagora. Una registrazione dello scambio di saluti nel momento dell’incontro rimasta per molto tempo dimenticata è stata riproposta da ‘Vatican Insider’ (Atenagora e Paolo VI. Le parole del fuori onda) e ci riporta le parole che hanno scandito quel momento.

Atenagora ebbe a dire: «Ci è stato fatto il dono di questo grande momento; noi perciò resteremo insieme. Cammineremo insieme. Che Dio… Vostra Santità, Vostra Santità inviato da Dio… il Papa dal grande cuore. Sa come la chiamo? “O megalòcardos”, il Papa dal grande cuore!». Paolo VI gli rispose: «Siamo solo degli umili strumenti. Più siamo piccoli e più siamo strumenti; questo significa che deve prevalere l’azione di Dio, che deve rimanere la norma di tutte le nostre azioni. Da parte mia rimango docile e desidero essere il più obbediente possibile alla volontà di Dio e di essere il più comprensivo possibile verso di Lei, Santità, verso i suoi fratelli e verso il suo ambiente» E ancora Paolo VI: «Nessuna questione di prestigio, di primato, che non sia quello… stabilito da Cristo. Ma assolutamente nulla che tratti di onori, di privilegi. Vediamo quello che Cristo ci chiede e ciascuno prende la sua posizione; ma senza alcuna umana ambizione di prevalere, d’aver gloria, vantaggi. Ma di servire» .OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Sulla parte alta del bassorilievo a sinistra una processione che porta un’icona in cui è distinguibile un’immagine di Maria con il bambino. E’ il riferimento al culto per le icone nella tradizione ordossa, all’importanza dell’icona con la sua valenza sacramentale. Subito dietro a colui che reca l’icona sta un’altra figura con in mano un libro. Scrittura e icona: i segni dell’incontro propri delle grandi tradizioni cristiane che hanno sottolineato la centralità della Parola, la tradizione delle chiese riformate, e di quelle che hanno sottolineato la valenza dell’immagine, le chiese ortodosse. Certamente sulle accentuazioni si è giocata nella storia la divisione, ma la sottolineatura delle differenze e di diversi doni, come evidenziava un grande profeta dell’ecumenismo Oscar Cullmann, è benedizione in vista di una valorizzazione delle diversità e dello scambio dei doni.

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E proprio al di sopra dei profili  di Paolo VI e Atenagora la mensa dell’eucaristia. Il pane il calice, la croce e i volti abbozzati di due figure che concelebrano. La Scrittura, l’icona, l’eucaristia. L’indicazione di una comunione che sorge dall’eucaristia e che si apre nell’orizzonte dell’eucaristia condivisa e insieme celebrata. Il grande sogno e desiderio che da quei giorni di gennaio 1964 hanno segnato l’impegno e la preghiera di tanti che hanno vissuto nell’orizzonte del cammino ecumenico.

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Ma anche è ricordo di un’occasione mancata: Emmanuel Lanne ricordava come dopo la cancellazione delle scomuniche le chiese erano pronte in quel momento a ristabilire anche la comunione ecuaristica e se questo gesto fosse stato compituo sarebbe stato accolto con gioia. Timori, paure di lacerazioni resero incapaci di compiere quel passo, come più tardi nel 1981 il passo della comunione della chiesa cattolica con la chiesa anglicana.

Guido Dotti, monaco di Bose, offrendo una lettura dell’incontro prossimo di Francesco con Bartolomeo ha così osservato: “I successori di Pietro e Andrea parleranno, sì, delle sofferenze, delle angosce e delle speranze dei cristiani in Terrasanta e in Medio Oriente, cercheranno di intraprendere vie condivise per alleviare le sofferenze loro e di tante vittime della guerra e della violenza, denunceranno l’ingiustizia e il sopruso che offende la dignità degli esseri umani, soprattutto dei più deboli, ma il loro sguardo non sarà quello del calcolo politico, degli opportunismi mondani, bensì quello della consapevolezza che «l’ecumenismo di sangue», la condivisione delle prove e del martirio è voce più forte di ogni divisione, è testimonianza evangelica che fa dell’ecumenismo dei martiri un segno credibile dell’annuncio cristiano nel mondo di oggi. Sarà anche l’occasione per condividere preoccupazioni e sollecitudini: «Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri cristiani per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi» (EG, n. 246). (Di nuovo insieme a Gerusalemme, “Popoli” febbraio 2014)

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Questa immagine mi è stata davanti agli occhi per tanti anni nella quotidianità e ricordo di uno stile di umanità e di vita ecclesiale: è un’opera che ricorda come certe scelte e certi passaggi siano fecondi dei cammini dei cuori che solo Dio conosce. In questi giorni potremo assistere all’incontro di Bartolomeo e Francesco forse in qualche modo assordati e distratti dall’ufficialità e dalla retorica, ma potremo anche cogliere il loro abbraccio come segno semplice di quel cammino di accoglienza dell’altro, di ascolto e di dialogo che costituisce oggi la profonda sfida per cammini di umanizzazione e sfida per i singoli e per le chiese in quanto responsabili del vangelo ricevuto.

Alessandro Cortesi op

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