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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXIII domenica del tempo ordinario anno B – 2021

Is 35,4-7a; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

“Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto…”

L’annuncio di Isaia è promessa paradossale: è invito a guardare una situazione nuova umanamente impensabile. Le immagini rinviano ad un tempo nuovo, che vedrà la fine ad ogni male e sofferenza ed apre orizzonti di vita. Un invito rivolto agli oppressi e piegati dal dolore. Non è esito di uno sforzo umano ma dono di Dio che fa sorgere l’inatteso e l’inimmaginabile. La natura tutta ne è trasformata, il deserto si trasformerà in giardino, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. Non si tratta di una favola per far dimenticare la durezza del presente, ma è indicazone di apertura ad un orizzonte di speranza, nella relazione con Dio che ‘viene a salvare’. Le immagini mirano a descrivere la salvezza frutto di un dono di presenza del Dio che libera e salva, un invito rivolto agli smarriti di cuore.

Marco presenta l’episodio della guarigione di un sordomuto per opera di Gesù che nel suo agire porta a compimento le promesse dei profeti.

L’incontro avviene nel Nord della Galilea, un territorio pagano: Gesù compie gesti di bene oltre i confini d’Israele, aprendo orizzonti nuovi. In questa guarigione emergono vari particolare del suo agire: il suo toccare le orecchie, la lingua, il suo guardare al cielo, il suo sospiro, quasi un gemito di sofferenza e compassione culminano nella parola ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Marco sottolinea l’apertura che avviene subito. Gli orecchi odono si scioglie la lingua “e parlava correttamente”. Quel sordomuto passa da un’esistenza legata e impedita ad una posssibilità nuova di incontro e relazione.

I gesti di Gesù nell’incontrare quest’uomo segnato dall’impossibilità di comunicare e che per questo era tenuto lontano e emarginato mirano ad una apertura che diviene riconsegna alla relazione. Nel rapporto con Gesù si attua un recupero di umanità, un’apertura della vita. Ascolto e parola costituiscono elementi essenziali del vivere umano. Marco sottolinea anche che Gesù agisce lontano dalla folla che è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale.

Questa pagina guida a scorgere Gesù, come messia che fa udire i sordi e parlare i muti, compiendo le promesse dei profeti. Con lui ha inizio un modo nuovo di vivere. Ma anche in quest’incontro emerge l’identità di ogni discepolo, che riceve un dono di apertura, ad ascoltare, a rapportarsi con la parola agli altri passare dalla chiusura del silenzio e dell’emarginazione ad una relazione che compie le attese della vita.

Alessandro Cortesi op

Si apriranno gli occhi ai ciechi…

Questa foto raffigura Anna Barbaro e la sua guida Charlotte Bonin che hanno vinto la medaglia d’argento nel triathlon classe ptvi alla paralimpiadi in svolgimento a Tokio. E’ un’immagine molto bella e forte che racchiude non solo l’evocazione di una grande impresa sportiva, nella dura e complessa disciplina del triathlon, ma è anche sintesi dell’insegnamento che proviene da tanti atleti segnati da diverse limitazioni e handicap che stanno partecipando alle paralimpiadi. E’ la foto di un’impresa condivisa: si tratta di un’affermazione di Anna Barbaro non vedente e nel contempo è foto che ritrae un correre insieme in cui il sostegno non sostituisce ma rende possibile il superamento di un limite ed apre la possibilità di una relazione nuova. E si attua in una relazione di vicinanza e compagnia.

Mi sembra una foto che esprime un’apertura degli occhi  possibile a diversi livelli. E’ apertura per chi non vedente, con una guida a cui è legata da un sottile filo riesce a porre i suoi passi nella pista e ad esprimere tutte le sue capacità. Ma è anche apertura possibile degli occhi di chi guarda questa immagine per scorgere in essa uno stile di vita in cui la relazione è luogo di novità e di crescita insieme nella vita. Ed infine è immagine che potrebbe indicare uno stile di rapporti non solo a livello individuale ma collettivo, tra i popoli. Segno concreto di un’utopia possibile.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_E0907Is 35,4-7a; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

Un cieco che recupera la vista, un sordo che comincia a udire… sono immagini che parlano di un rovesciamento e di cambiamento. Una situazione nuova, umanamente impensabile, di apertura e di gioia si sta compiendo. Isaia, con lo sguardo del profeta usa queste immagini per indicare il capovolgimento che un tempo nuovo reca con sé: un mondo sta sorgendo in cui male e sofferenza non avranno posto. E’ una proposta fragile e potente ad un tempo: fragile perché può apparire frutto di una immaginazione che cerca di evadere dal peso del presente. Potente perché è sì un sogno, ma fondato sulla fede in Dio incontrato come colui che non abbandona e che sta vicino.

Quanto Isaia presenta non è esito di uno sforzo umano. E’ piuttosto il frutto di una azione potente di Dio. E’ il Dio dell’inatteso e l’inimmaginabile. E’ un cambiamento che coinvolge l’umanità e la natura stessa perché tutto è in relazione: il deserto si trasformerà in giardino, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua, fuggiranno tristezza e pianto e regneranno gioia e felicità. E’ un sogno ed una speranza che contrasta con la dura realtà del presente. E’ indicazione della certezza che la vita umana non è abbandonata alla solitudine ma è destinata ad una visita e ad un incontro. La gloria del Signore giungerà: ‘egli viene a salvarvi’. Sono immagini che raccontano la salvezza come dono di presenza di Dio che libera e salva. L’esperienza della vicinanza di Dio come liberatore è fondamento di una attesa nel suo ritorno per cambiare la storia, ed è invito rivolto agli smarriti di cuore nel momento della prova, nella fatica del cammino. Nel tempo dello smarrimento queste parole riportano all’evento dell’esodo, alla scoperta che una novità è possibile.

Nel vangelo Gesù è presentato nel suo agire e alcuni gesti riprendono le attese e le promesse dei profeti. Gesù incontra un sordomuto nel Nord della Galilea, in territorio pagano: riportando i gesti della guarigione Marco evangelista indugia sui diversi momenti. Gesù gli tocca le orecchie con le dita, pone a contatto la sua saliva con la lingua di colui che non può parlare, volge gli occhi al cielo. Infine sospira. E’ quasi un gemito che esprime la sua compassione per la condizione del sordomuto e la sua reazione di fronte al male che tiene chiuso l’uomo… “e disse ‘Effata’ cioè ‘apriti’. Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente”.

Marco sottolineando questi particolari intende offrirci alcuni motivi per scorgere l’identità di Gesù e per entrare in rapporto autentico con lui. Innanzitutto i gesti di bene e di salvezza di Gesù sono non solo per il popolo d’Israele, per le pecore perdute della casa d’Israele, ma si aprono a coinvolgere tutti, oltre i confini del puro e dell’impuro. Nel territorio dei pagani Gesù apre un uomo alla parola.

In secondo luogo l’incontro con Gesù è liberazione e apertura. Una vita chiusa nella sofferenza di non poter comunicare con altri si apre alla parola ricevuta e donata, ad ascoltare e ad esprimere il proprio mondo interiore.

In terzo luogo Marco suggerisce che nel rapporto con l’umanità di Gesù, nel suo toccare, c’è una via per divenire pienamente ed essere se stessi: nel contatto esistenziale e corporeo con lui, passa la salvezza.

Infine Marco suggerisce anche che l’identità più profonda di un uomo e di una donna consiste nell’entrare in relazione, nel comunicare, nell’ascoltare e nel rivolgere la parola. Sono le parole dell’affetto e dell’amore quelle che fanno vivere.

Marco sottolinea che questa azione è compiuta da Gesù in disparte lontano dalla folla: la folla è spesso ostacolo ad un incontro autentico e personale con lui, addirittura allontana e fa da schermo. Ancora una volta questa pagina del vangelo ci parla dell’identità di Gesù: la sua presenza apre ad una comunicazione nuova, egli è colui che nell’incontro fa udire i sordi e parlare i muti. E’ lui che inaugura quel mondo nuovo sognato da Isaia. In lui possiamo intravedere anche la nostra identità di uomini e donne chiamati a stare nell’ascolto, di Dio e degli altri, chiamati a chinarci sulle sofferenze di chi è rinchiuso, chiamati a vivere l’apertura del comunicare.

Alessandro Cortesi op

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Apriti!

Nei primi giorni di agosto il Gran Jury della Pennsylvania ha pubblicato un rapporto in cui sono ampiamente documentati abusi sessuali compiuti da trecento preti nei confronti di migliaia di minori e giovani dagli anni ‘40 ad oggi. Si tratta di una inchiesta condotta in modo indipendente dalla magistratura dello Stato che presenta una serie di accuse circostanziate in cui emerge non solo la realtà di sopraffazione e abuso ma anche l’azione condotta da molti vescovi che, conoscendo la situazione, hanno coperto i colpevoli e hanno operato perché le vittime non trovassero ascolto. La preoccupazione per la buona fama della Chiesa prevaleva nel loro agire rispetto all’attenzione alla sofferenza delle vittime. I superiori responsabili non solo non facevano nulla ma nascondevano per salvaguardare i preti colpevoli.

Tale rapporto rivela una situazione che viene ad aggiungersi ad altre realtà in cui situazioni diffuse di abuso da parte del clero si sono attuate negli anni: agli inizi del 2000 emerse la situazione nella diocesi di Boston, poi in Irlanda, in Australia, in Cile. Tutte situazioni in cui abusi sessuali, di potere e di coscienza sono stati non solo perpetrati, ma anche coperti da vescovi e superiori, nascondendo la verità. A tutto ciò ha corrisposto una reazione da parte della s.Sede con una serie di misure e linee guida da seguire per contrastare tali situazioni.

Recentemente papa Francesco ha costretto a dimettersi da cardinale l’ex arcivescovo di Wahington Theodore McCarrick, di 88 anni e ha preso provvedimenti decisi sulla situazione della chiesa cilena dove l’accusa di aver protetto preti pedofili pende su cardinali come Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Santiago di 76 anni. Tutto ciò ha scatenato la reazione di quanti tendono ad opporsi alla linea di Francesco e alla sua esigenza di porsi dalla parte vittime.

In una Lettera al popolo di Dio pubblicata il 20 agosto 2018 Francesco scrive: “Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità. Grido che il Signore ha ascoltato facendoci vedere, ancora una volta, da che parte vuole stare… proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce.”

Si tratta di situazioni che pongono profonde domande alla vita della chiesa: “Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi”.

Francesco usa parole forti per esprimere vergogna e pentimento: “Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”.

E ancora il richiamo è ad una presa di consapevolezza che coinvolga tutte le componenti della chiesa come popolo di Dio in un appello ad una nuova responsabilità: “La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Benché sia importante e necessario in ogni cammino di conversione prendere conoscenza dell’accaduto, questo da sé non basta. Oggi siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 228). Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale…”

Papa Francesco riconosce i ritardi individua le radici del male in “un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa (molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza) quale è il clericalismo”, per cui “dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo”.

La questione dello scandalo degli abusi sessuali perpetuati dal clero pone in discussione un modo di pensare e vivere la vita ecclesiale, il ruolo del ministero, i rapporti all’interno della comunità. La diffusione del male non può far dimenticare il bene di tanti che nella loro vita quotidiana vivono con fedeltà e coraggio il loro servizio, ma apre questioni ineludibili che devono essere affrontate.

Anne Marie Pelletier, teologa autrice di Una fede al femminile (ed. Qiqajon 2018), ha evidenziato in un puntuale intervento dal titolo Bisogna pensare la chiesa a più voci  una serie di questioni che si aprono ed esigono di essere affrontate con urgenza: ““l’imperiosa necessità che si impone oggi di rivedere radicalmente la nostra ecclesiologia. Perché è una maniera deficiente, squilibrata e presuntuosa di intendere e di vivere il potere presbiterale ad essere, in gran parte, a monte dei crimini di pedofilia e degli scandali di autorità. Una teologia piramidale della Chiesa ha sostenuto una identità di prete come cristiano d’élite, al di sopra degli altri battezzati, con giurisdizione sulla vita degli altri (…) Non possiamo più attenerci ad una ecclesiologia elaborata ed attuata esclusivamente dal clero. Bisogna che la Chiesa sia pensata a più voci. Tra cui evidentemente quella delle donne. Queste ultime hanno un’esperienza privilegiata, per così dire, delle ostentazioni di superiorità clericali e degli abusi d’autorità. Hanno anche un rapporto col potere diverso da quello degli uomini, che potrebbe utilmente ispirare l’istituzione”.
(in http://www.la-croix.fr 28 agosto 2018).

La questione “pedofilia del clero” costituisce una realtà che esige di essere guardata con chiarezza e denunciata con lucidità. Essa pone interrogativi che implicano cambiamenti necessari e ineludibili nel modo di concepire il ministero, nella formazione affettiva e umana di responsabili ed educatori, nelle modalità di nomina dei vescovi. Per tutto questo è importante accogliere e sostenere la linea indicata da papa Francesco – in questo momento attaccato da più parti in modo indegno – che con lucidità ha messo al primo posto l’ascolto della vittime e l’esigenza di un rinnovamento che tocca aspetti profondi della vita ecclesiale.

Alessandro Cortesi op

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