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IV domenica di Avvento anno C

Mi 5,1-4; Eb 10,5-10; Lc 1,39-48

L’immagine di un arrivo imminente, una nascita, di una figura portatrice di speranza, di salvezza, in modi diversi, è al cuore delle letture: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele… Dio li metterà in potere altrui, fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele”. Da uno sconosciuto villaggio di Giuda sta per nascere un nuovo re. Porterà la giustizia e la pace. E’ annuncio di una pace nuova, possibile, portata da qualcuno che avrà funzioni di guida e testimone. Non si attuerà con mezzi di potenza o con la forza, ma nella debolezza, a partire dai margini. Da Betlemme, la casa del pane, uscirà un ‘dominatore’ senz’armi e senza potere. Questo annuncio è speranza per i poveri e apertura ad un futuro nuovo.

Così due donne incinte sono al centro della pagina di Luca, fissate nel momento del loro incontrarsi gioioso: Maria porta in grembo Gesù e Elisabetta porta Giovanni. Nelle parole di Elisabetta a Maria si può trovare traccia di un antico inno di benedizione: “benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! …. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Maria è presentata come la ‘credente’: ha accolto la parola di Dio ed ha intrapreso nella sua esistenza il cammino che è il credere: è beata non solo perché reca in grembo Gesù, ma perché ha accolto nel suo cuore la Parola di Dio e segue Gesù: prima discepola, apre il cammino a tutti i discepoli e discepole che lo seguiranno. E’ figura di chi si affida: ‘Beato chi teme il Signore e cammina nella sue vie’ (Sal 128,1-2). Gesù, rispondendo a chi gli diceva: ‘Beato il grembo che ti ha portato’, risponde “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28). Maria ha ascoltato la Parola e ha inteso la sua esistenza in riferimento alla Parola accolta, attuandola nei passi del suo cammino.

Nelle parole di Elisabetta a Maria ‘a che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ è rievocato sottilmente l’episodio del trasporto dell’arca dell’alleanza: “Davide in quel giorno ebbe paura e disse: come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9). Al passaggio dell’arca, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, il re Davide danzò in modo sfrenato senza vergognarsi, colmo di gioia per tale vicinanza.

Nell’incontro tra Maria e Elisabetta quel ricordo ritorna ed ora è Maria la nuova ‘arca dell’alleanza’, luogo d’incontro tra Dio che visita e l’umanità abitata dalla sua presenza. Dio si rende vicino nel venire di Gesù. In questa visita che sta dentro e oltre l’incontro delle due donne una gioia nuova può sorgere. La storia umana è storia visitata, abitata da una presenza che reca futuro e salvezza: si apre una speranza nuova. E’ venuta dell’atteso, del messia che porta liberazione. Luca presenta nella danza di Giovanni nel grembo di Elisabetta l’espressione di questa gioia: “appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo”.

L’incontro di Maria e Elisabetta racconta una visita e la gioia di un riconoscimento di fede. Dio visita l’umanità e si rende vicino in una presenza vivente. Da qui la gioia: la vita umana e la storia sono visitate da Dio ed ogni incontro umano può essere spazio di questo venire che genera un nascere nuovo.

Alessandro Cortesi op

Natale: incontro e volti

“Dio che ci viene incontro, significa Dio che siamo chiamati a nostra volta ad incontrare, affinché anche di noi non si dica: “Egli era la luce, ma le tenebre non l’hanno accolta”. Perciò siamo chiamati alla vigilanza, a quella dei poveri e degli umili che stanno alla soglia aspettando chi li ama nonostante non siano sempre amabili. Non esiste alcun Natale dove non vi sia un incontro, e nessun incontro vive di un solo volto sempre i volti che si guardano sono almeno due. E uno dei due domanda all’altro qualcosa; e l’altro risponde donando e chiedendo a sua volta” Così scriveva Carlo Maria Martini in una meditazione in preparazione al Natale (Verso il Natale, san Paolo 2018, 57) ricordando che Natale rinvia all’incontro e ai volti.  E richiamando alla vigilanza.

In questo natale alcuni volti richiamano la vigilanza di tutti coloro che cerano di scorgere il farsi incontro di Dio che ascolta il grido del povero.

In questi giorni le prime pagine dei quotidiani pongono in risalto l’aumento del PIL nell’anno in corso e la diminuzione dei tassi di disoccupazione e di inattività nel nostro Paese. Tuttavia l’aumento dell’occupazione risulta assai limitato e si riferisce soprattutto a lavoro dipendente e con contratti a  termine, quindi forme di lavoro precario e senza prospettiva di continuità. E’ peraltro diminuito il lavoro autonomo. La crisi della pandemia ha accentuato un fenomeno in atto da tempo, ossia lo scollamento tra aumento del PIL e andamento della domanda lavoro che appare non offrire prospettive di durata e concentrarsi su forme di lavoro  dipendente e precario, spesso sottopagato. La cosiddetta ripresa dell’economia, da varie parti annunciata, appare segnata dall’aumento delle disuguaglianze e da un modello di lavoro basato sulla precarietà. (cfr. P.Raitano, La precarietà del lavoro non crea occupazione. Una ricerca sfata il mito della flessibilità, “Altreconomia” 8 giugno 2020).

La ‘ripresa’ reca con sé un altro fenomeno drammatico e sconcertante, quello delle morti sul lavoro, spesso causate dalla inosservanza delle misure di sicurezza, da mancanza di vigilanza e da irregolarità e attività in nero attuate da parte delle aziende. Non raramente sono conseguenza di sfruttamento dei lavoratori oltre che alla mancanza di controlli e ispezioni a causa dell’insufficienza di personale.

I volti a cui guardare in questo Natale sono tutti coloro che sono sottoposti ad accettare il lavoro peggiore  con salari bassi, ad impegno intermittente e dovendo soggiacere a part time non scelti.

In questi giorni è stata notizia della continuazione delle indagini sulle violenze attuate nel carcere di santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020: per venti agenti della Polizia penitenziaria è stata decisa la proroga del regime di custodia cautelare nel loro domicilio mentre per 108 indagati è stato richiesto dalla procura di santa Maria Capua Vetere (Caserta) il rinvio a giudizio. Le accuse nei loro confronti sono: tortura, lesioni, abuso di autorità e falso in atto pubblico. Vi è anche chi è indagato per l’omicidio colposo di Lakimi Hamine, detenuto algerino che morì in cella isolamento, lì trattenuto dopo le violenze.

A questa notizia si aggiunge il grido di sofferenza che proviene dai Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) – dieci in Italia con circa 1100 posti (fonte Buchi neri) – dove aumentano i casi di autolesionismo e di tentati suicidi di coloro che vi sono trattenuti. Nel CPR di corso Brunelleschi a Torino, area Ospedaletto, Mamadou Moussa Balde, di origini dalla Guinea, si è tolto la vita il 22 maggio 2021. Era stato trasferito in quel Centro dopo aver subito una aggressione di stampo razzista a Ventimiglia, ad opera di tre italiani. Atti di autolesionismo e tentativi di suicidio sono manifestazione di sofferenze e del percepirsi senza possibilità di appoggio e senza futuro in centri in cui nessun visita è permessa e nessun diritto garantito. E ciò è dovuto anche alle condizioni di effettiva carcerazione imposta a chi non ha compiuto reati  ma è privo di documenti validi per ingresso e soggiorno in Italia.  Negli ultimi giorni Wissem Ben Abdellatif, proveniente dalla Tunisia, è morto per infarto nell’Ospedale San Camillo di Roma dopo essere stato sottoposto a misure di contenimento nel CPR di Ponte Galeria. Ed è del 7 dicembre la notizia che nel CPR di Gradisca d’Isonzo un giovane di origini marocchine di cui non è noto il nome, si è suicidato. Sono questi i volti, con i loro nomi, a cui dare attenzione e per cui essere vigilanti in questo Natale.

Alessandro Cortesi op

Tre movimenti e un nome

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,39-45)

Tre movimenti e un nome possono esssere colti in questa breve scena della visita di Maria a Elisabetta.

Maria si alzò e andò in fretta… E’ un primo movimento: alzarsi è verbo di risurrezione. Dopo aver accolto l’annuncio dell’angelo, una parola proveniente da Dio nella sua vita, Maria si alza e va incontro all’altro. Si muove al di fuori, si dirige verso… in un movimento che la conduce a rendersi disponibile, ad aiutare. Esce per incontrare: dalla Parola accolta sorge in lei una spinta di apertura all’altro. Ed è già questo un movimento di risurrezione che si fa servizio.

Fu colmata di Spirito santo... è questo il secondo movimento: è indicazione di quanto si muove nel mistero della visita. Nell’andare incontro e nel salutare – che è abbraccio di accoglienza senza difese – scende lo Spirito. Lo Spirito santo è il nascosto protagonista della vita di Gesù sin dai primi momenti ed è soffio e respiro del silenzio di Dio che pervade l’esistenza di ognuno. Lo Spirito è lasciato soffiare quando si attua il dialogo nell’incontro che apre a vita nuova.

Il bambino ha sussultato di gioia nel grembo… è un terzo movimento: Maria si reca a far visita ad Elisabetta, e questa visita come ogni visita racchiude un mistero di vita che nasce e cresce. Visitare è aprirsi al mistero racchiuso nella vita dell’altro e il sussulto del bambino rinvia ad un movimento di danza: la danza di Davide nudo davanti all’arca di Dio. C’è un mistero di vita e presenza di Dio stesso racchiuso nei volti umani e nella visita questa scoperta si apre alla gioia perché Egli viene non in modo sorprendente ma nell’ordinario di un ospitare che è anche essere sempre accolti.

Nel saluto di Elisabetta infine compare un nome che indica Maria: è infatti indicata come ‘colei che ha creduto’. Non un titolo altisonante e sovrumano, ma il nome di chi si è posta in cammino nel seguire Gesù. E’ il nome suo e può essere il nome nostro: colui/colei che vive un affidamento di fondo, radicale alla parola di Dio per andare, per incontrare, per inseguire lo Spirito che sempre precede, che fa attraversare i confini e pone in un cammino mai concluso.

Chiediamo che questo Natale sia per noi occasione per alzarsi e vivere l’esperienza di rinascere e risorgere nell’accogliere la Parola di Dio che ci raggiunge in tanti e diversi modi nella vita. Chiediamo che sia occasione per renderci disponibili allo Spirito, ospite silenzioso nei cuori. Chiediamo che sia occasione per assaporare la gioia di un venire di Dio che rende responsabili di visitare questo nostro tempo, chi soffre e chi è oppresso, ogni persona in ricerca.

Alessandro Cortesi op – san Domenico di Fiesole – novena del Natale 21.12.20

IV domenica di Avvento – anno C – 2015

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(Visitazione – Arcabas – palazzo arcivescovile Malines-Bruxelles)

Mi 5,1-4; Eb 10,5-10; Lc 1,39-48

Da Betlemme, piccolo villaggio della regione di Giuda vicino a Gerusalemme una donna sta per dare alla luce una nuova guida, un pastore che pascerà il gregge del popolo. Betlemme è luogo di provenienza di Davide, il re ideale, e l’attesa è per una guida portatrice di giustizia e pace. Un disegno di salvezza e di bene si svolge nella storia non attraverso la potenza umana e la violenza ma attraverso la forza della debolezza, nell’inermità. Betlemme è periferia della storia, è terra dei margini: da lì – annuncia il profeta – uscirà un ‘dominatore’ paradossale, senza armi e potere. Dal piccolo clan presente nella regione di Betlemme, chiamata Efrata, ‘la feconda’, nella sua insignificanza, secondo lo stile di agire di Dio lontano dalle logiche umane della potenza, Dio farà uscire colui che raduna e pasce con la forza del Signore. Un corpo in una storia di famiglia, di carne e sangue, di concretezza umana che attraversa la storia.

“Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco io vengo… per fare o Dio la tua volontà… Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.”

La lettera agli ebrei presenta la vita di Gesù nel suo farsi dono con il suo corpo, la sua esistenza tutta, che mette fine alla logica del sacrificio. Ha compiuto la volontà del Padre offrendo se stesso, il suo corpo. Nel dono di sé ha reso partecipe tutti della vita stessa dell’unico ‘santo’, il Padre. La sua vita appare così come luogo di un ascolto – questo il senso di ‘obbedienza’ – nella coerenza fino alle sue estreme conseguenze, al Padre: fino alla morte è rimasto nell’attitudine di chi è figlio, in ascolto (cfr Eb 5,8). Questo suo esserci, in questo modo, fa di lui il nuovo Adamo: nella sua vita intesa come dono e servizio l’intera sua esistenza è trasformata e animata dallo Spirito (1Cor 15,46).

Accostarsi a Gesù richiede allora tener conto di questo: la corporeità donata nel suo passare, nei gesti e parole, è via per incontrarlo e per accogliere la bella notizia della sua vita: vita pienamente umana e per questo riflesso e racconto del volto di Dio. Fedeltà al vangelo è allora cammino in cui ogni incontro può essere occasione per prendersi cura. Ogni ‘corpo’ sofferente, escluso, maltrattato, reso prigioniero della sofferenza e del male, ci rende presente la chiamata di Dio che si è fatto vicino nel corpo di Gesù.

“benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! …. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Il grembo di due donne sta al centro della pagina di Luca: il grembo di Maria che porta Gesù e quello di Elisabetta che porta Giovanni. Il saluto di Elisabetta a Maria è benedizione. Queste parole evocano il salmo: ‘Il Signore ha giurato a Davide e non ritratterà la sua parola, il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono’ (Sal 132,11). Elisabetta benedice con ammirazione: qualcosa sta avvenendo, una forza di fecondità nuova coinvolge i loro corpi. ‘A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ un eco della domanda presentata da Davide nel trasferimento dell’arca dell’alleanza, luogo della presenza di Dio: “Davide in quel giorno ebbe paura e disse: come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9).

Al passaggio dell’arca Davide danzò, preso da entusiasmo, con libertà, per la gioia di accogliere il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Luca vede in Maria la nuova ‘arca dell’alleanza’, luogo dell’incontro tra Dio e l’umanità. Dio si rende presente in mezzo al suo popolo nella vita fragile di un bambino. Tutto respira una gioia nuova testimoniata da una nuova danza: così Giovanni si muove e quasi salta, come Davide, nel grembo di Elisabetta: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi il bambino ha esultato (danzato) di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”

Maria è ‘colei che ha creduto’: ha accolto la chiamata di Dio, e ha continuato a credere nel cammino della vita: ‘beata’ non solo perché ha portato Gesù, ma perché l’ha accolto portandolo, dando a lui spazio nel suo cuore. Ha camminato come credente sulla strada seguendo lui. Maria è povera di Jahwè che si affida: ‘Beato chi teme il Signore e cammina nella sue vie’ (Sal 128,1-2) e ha seguito Gesù lungo la strada del credere: donna dell’ascolto. A chi si rivolse a Gesù dicendo ‘Beato il grembo che ti ha portato’, Gesù risponde “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28).

Il concepimento di un figlio costituiva in Israele una benedizione segno della presenza di Dio. ‘Un corpo mi hai preparato’: al centro del Natale sta il corpo di Gesù, un corpo fragile, bambino che nasce in un contesto di esclusione e di allontanamento: è il corpo di un bambino, il ‘segno’ indicato ai pastori nella nascita, ed il corpo di Gesù disprezzato, appeso alla croce e sottratto al buio del sepolcro e della morte. Su questa vita, su questo corpo donato Dio ha pronunciato il suo sì.

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(Visitazione – He Qi)

Visitare

Capiterà a molti nei prossimi giorni delle feste di Natale, di fare visita a qualcuno. Natale resta, pur tra le ambiguità e contraddizioni di un momento asservito alla logica del consumo dominante, il momento dei ritrovi familiari, di visite e scambi dei regali. Proprio questa esperienza così ordinaria del visitare, del recarsi presso la casa di qualcuno, di varcare soglie nell’accogliere o salutare, si presta ad una lettura nelle sue pieghe nascoste.

Le nostre esperienze quotidiane trattengono profondità spesso inesplorate. Ogni visitare racchiude un mistero. Il movimento che spinge all’incontro tra chi visita e chi è visitato può essere letto come luogo in cui maturare uno stile coinvolgente la vita. E’ movimento che si pone in contrasto con l’indifferenza ed il ripiegamento stanco, cifra di un mondo proteso a chiudersi nella paura e nell’immobilismo che impedisce ogni uscire.

Visitare implica un partire, un lasciare qualcosa, ambienti familiari e consueti, per dare spazio ad un andare che conduce verso spazi e volti inediti non totalmente conosciuti ed apre ad un incontro nuovo. La visita inizia prima dell’entrare nella casa dell’altro, inizia da un desiderio che spinge ad uscire, si nutre di preparazioni e progetti, nel ricordo, nel pensiero: viene vissuta nel tempo di uno spostamento che è sempre viaggio seppur limitato e cammino di apertura a terre nuove inesplorate, a panorami inconsueti, ad incrociare altre lingue. Una volta vissuta, la visita continua in quel dolce emergere e confondersi di ricordi e di gesti che segue e coinvolge i movimenti del cuore.

Visitare è anche movimento che conduce a varcare soglie, ad affrontare la presenza di altri e ad entrare in un dialogo nuovo, fatto di ascolto, di parole scambiate, di gesti. L’iniziativa stessa di visitare qualcuno è segno dell’importanza della presenza di nomi, volti, storie, nella propria vita, di cui ci si sente parte, intrecciati.

E’ un spazio di gratuità, tempo speso e perso, donato. Quasi un varco che squilibra e contrasta talvolta un’esistenza solamente ripiegata nell’attenzione a sé. Presa in quella fretta che non è premura per l’altro, ma preoccupazione a rincorrere efficienza e risultati: il fare tante cose e sempre più perché il tempo manca.

Nella visita non si produce, piuttosto si genera accoglienza. Il tempo assume una colorazione diversa. I gesti ordinari dell’ospitalità, divengono segni di qualcosa non dicibile: lo spazio dato all’altro nel proprio cuore, nella propria vita. Si va a fare visita ad un malato, a chi vive lontano e non si incontra con facilità, ma si va a fare visita anche ad una persona amica come momento che esprime la gratuità nell’esistere, interruzione e pausa in ritmi segnati da frenesia. E’ emergere della nostalgia dell’incontro che è spinta ad andare e a resistere di fronte a tutto ciò che ruba il tempo per incontrare. Come i terribili ‘signori grigi’ nella vicenda di Momo narrata da Michael Ende, che sottilmente rubando il tempo del gratuito per renderlo solo funzione di efficienza e utilità svuotavano le vite rendendole grigie e asservite. Parabola di un mondo reso incapace di visitare l’altro.

Visitare è verbo dell’amicizia, è indicazione dell’ospitalità data e ricevuta. C’è chi si reca in visita per dovere professionale, ma anche chi fa visita per stare accanto, semplicemente senza nulla attendere o per portare aiuto e conforto. Per dire con il proprio esserci, la tenerezza umana che ci rende vicini, solidali, legati. Portando un fiore, recando una vicinanza: stare con il proprio corpo accanto ad altri è la protesta più grande alla religione dei sacrifici. Non sacrifici e offerte ma persone e corpi nella loro fragilità che scelgono di stare vicino, di farsi carico della vita dell’altro.

Nel tempo in cui cresce la semplificazione dell’opposizione e dell’odio che si nutre di sospetti e di pregiudizi verso l’altro, visitare può essere gesto da riscoprire e da seminare nei solchi di giornate feriali. Senza enfasi e senza inutili orpelli. Ma nella consapevolezza della profondità di un andare che è uscire ed è varcare soglie, vivere il tempo dato alle parole, nella capacità di ascoltare e di essere ascoltati, nello cambio di ospitalità che si attua in ogni visita.

Ritrovo come lo sguardo alla visitazione sia stato un elemento decisivo per la maturazione di una spiritualità che fa proprio della visita una tra le proprie dimensioni fondamentali: è in particolare la visita nell’incontro con l’altro che è il musulmano, intendendo la propria presenza come servizio e atto di visitazione. Si tratta dei testi di Christian de Chergé ritrovati e raccolti da un giornalista, Jean Pierre Flachaire: ne riporto uno rinviando ad una raccolta di altri testi presentati ad una conferenza a Marsiglia nel 2005 e pubblicati in appendice al libro “Più forti dell’odio” (a cura di G.Dotti, ed.Qiqajon 2006, pp.267-280). Il brano che segue è parte di una una lettera indirizzata ad una suora delle Missionarie d’Africa che si trovava nello Yemen nel 1977:

«Come non sentirmi interpellato da quello che hai cominciato a vivere lì, con le tue due sorelle? Questo isolamento per e con Lui; questo popolo che Lui persegue, con e attraverso noi: questo piccolo popolo sul quale si è intenerito, meravigliato, e che è stato, anche per Lui, portatore dello Spirito: “Ti rendo grazie, Padre, perché…”; questo servizio, così paragonabile a quello di Maria nella sua Visitazione: Maria, anche lei portava nel suo intimo, nel silenzio della contemplazione, un segreto che non spettava a lei rivelare (il che la rassicurava, perché non avrebbe saputo come fare il legame e che parole trovare per dire l’Inafferrabile); questa presenza, necessaria, a chi vuole ascoltare “l’altro”, salutare come Elisabetta, con quelle parole di annunciazione, con quei gesti di Vangelo che solo lo Spirito rivela e che restituiscono la Buona Novella a colui che la porta in sé (il suo segreto, dicevo!). In questi ultimi tempi mi sono convinto che questo episodio della Visitazione è il vero luogo teologico-scritturistico della missione nel rispetto dell’“altro” che lo Spirito ha già investito. Mi piace una frase di Sullivan che riassume molto bene tutto questo: “Gesù è ciò che accade quando Dio parla senza ostacoli nel cuore di un uomo”. In altri termini, quando Dio è libero di parlare e di agire senza ostacoli nella rettitudine di un uomo, quest’uomo parla e agisce come Gesù: c’era da aspettarselo! Cerca di essere “senza ostacoli” e non cesserai di meravigliarti… di eucaristizzarti (beh, non è molto eufonico!)».

Christian De Chergé parla dell’incontro con l’altro come l’esperienza grande dell’incontro con il musulmano in terra straniera. In un tempo in cui la violenza impedisce di visitare e di entrare nella casa dell’altro queste parole miti indicano una via: è la pazienza di preparare gli incontri, l’apertura ad ascoltare, la capacità di mettersi in viaggio ed entrare nella casa dell’altro, per scoprire che qualcosa di nuovo nasce. Nel conoscere che sempre è co-nascere non nasce solo qualcosa di nuovo ma si dà spazio ad una forza di fecondità che fa nascere qualcuno in modo nuovo.

Alessandro Cortesi op

visitazione

 

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