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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0149_2.jpg1 Re 19,16-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è investito della chiamata a seguire il grande profeta Elia quando viene coperto dal mantello gettato su di lui. La sua vita cambia: il mantello diviene così simbolo di una svolta, indica una chiamata ed un invio. Lascia il suo lavoro, la cura dei buoi che guidavano la sua aratura e si pone al servizio di Elia, lo segue divenendo suo discepolo: si apre il cammino alla missione del profeta. Sarà uomo di Dio; la sua missione non è un attività da eseguire ma consiste nel rimanere in ascolto, nello stare sotto la parola di Dio, esserne annunciatore senza temere i potenti. Alla morte di Elia, Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14), con esso aprirà ancora le acque, segno di un esodo che si rinnova: testimoniare la parola di Dio è apertura di percorsi di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Nei suoi gesti Eliseo si manifesta ‘uomo di Dio’, testimonia che Dio è liberatore e vicino, e non segue le logiche di dominio umane. Il mantello ricevuto al momento della sua chiamata gli apre la strada ad attuare in modo nuovo il percorso di liberazione dell’esodo, un percorso personale, e che si allarga a divenire esperienza di popolo.

“mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo si diresse decisamente verso Gerusalemme.. mentre andavano per strada un tale gli disse…”. La strada verso Gerusalemme è luogo del camminare di Gesù, percorso che simboleggia l’intera sua vita. Le prime testimonianze su Gesù lo presentano come ‘colui che è passato facendo del bene…’ (cfr. At 10,38). Il suo cammino è un andare attraversando strade luogo di incontro, ma anche un rimanere in cammino interiore: sulla strada Gesù incontra, dialoga, e coinvolge nel suo itinerario.

Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: decide liberamente di affrontare il rifiuto che si oppone al suo camminare, al suo passare facendo del bene. Si dirige verso la città del tempio e della classe sacerdotale, centro dei poteri politico e religioso che si sentono minacciati dalla sua predicazione inerme. Ma Gerusalemme è anche il luogo dell’alzarsi dalla morte, dell’orizzonte di pace a cui il suo stesso nome fa riferimento.

Il suo cammino diviene anche proposta ai suoi di mettersi in cammino, di uscire dalle tranquille sicurezze, per vivere la sfida e la precarietà del viaggio. Israele era nato come popolo nel cammino dall’Egitto alla terra promessa. La fede biblica è impregnata del senso del camminare, nel deserto, nella scoperta della presenza di Dio vicino, pellegrino e nomade con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, a guardare al futuro come suo dono.

Nel cammino Gesù rifiuta ogni logica di violenza anche di fronte a chi non vuole riceverlo. Rimprovera i suoi che pensano di mandare il fuoco quale segno di Dio. Gesù si distanzia da tutto ciò: il fuoco che vuole accendere è di tipo totalmente diverso dal fuoco che distrugge, è piuttosto fuoco di dedizione nonostante il rifiuto.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo; Gesù stesso rivolge l’invito ‘seguimi’. Al cuore di questo brano Luca indica così la questione del seguire Gesù. ‘seguire’ è verbo che racchiude tutta la vita di chi si pone in relazione con Gesù. Non si tratta di acquisire un sapere riservato o particolari abilità. Seguire non è neppure sinonimo di una esecuzione obbediente di un codice di comportamenti o di regole stabilite. E’ piuttosto movimento dell’intera esistenza: è verbo di movimento, implica scelte libere, ad ogni passo incontra rischi, sfide, imprevisti, esige creatività, impegno e lotta per andare avanti. Seguire sulla strada implica soprattutto una condivisione di vita, entrare in un rapporto personale.

La strada, interiore ed esteriore costituisce il luogo in cui il rapporto si attua nella vita. Gesù chiama con urgenza e con una sorprendente radicalità. A differenza di Eliseo Gesù chiede un’apertura al futuro che non lasci spazio a chiusure o nostalgie del passato. Chi decide di seguire Gesù è chiamato a condividere la sua precarietà, non ci saranno ‘tane sicure’ o nidi protetti. E’ chiamata ad una vita che non può lasciarsi imprigionare dalla morte: ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’. Gesù pone una esigenza radicale che coinvolge tutta l’esistenza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’aratro preso tra le mani è simbolo di scelte capaci di durata nell’affidamento a lui. E’ un aratro per rivolgere le pesanti zolle della terra della nostra vita, un aratro per poter seminare e rendere la terra accogliente di un dono.

Il cammino racchiude l’esistenza di Gesù e nell’appello seguimi Gesù coinvolge la nostra nella sua: è una chiamata alla speranza, alla vita condivisa, al generare una convivenza di pace.

Luca presenterà l’esempio della vita del discepolo come l’andare per la strada: i due discepoli, sconsolati, di Emmaus, incontrano proprio sulla strada uno sconosciuto che si affianca, li segue e si ferma con loro accendendo un fuoco di presenza e di gioia nel loro cuore. Il camminare di Gesù con noi è cammino di compagnia e di vicinanza: nel dialogo si fa progressivamente strada il riconoscimento la scoperta del significato della sua morte e l’apertura alla novità della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_0143_2.jpgFuoco dal cielo

“L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo”

E’ un pensiero di Aung San Suu Kyi, leader della resistenza nonviolenta da trent’anni in Birmania, che sintetizza la sua azione e la sua testimonianza. Fondatrice della Lega Nazionale per la democrazia nel 1988, Premio Nobel per la pace nel 1991. Benché avesse vinto le elezioni del 1990 fu costretta agli arresti domiciliari per quindici anni in un paese in cui le forze militari, in seguito ad un colpo di stato nel 1962, hanno tenuto per decenni il controllo del parlamento instaurando una dittatura e soprattutto dominando l’economia instaurando un monopolio di aziende che ha generato ingenti ricchezze per i generali. Una clausola della costituzione redatta appositamente contro San Suu Kyi le impedisce di essere presidente. Dopo la vittoria nelle prime elezioni libere svoltesi nel novembre 2015 dopo 54 anni di dittatura, non ha così potuto ottenere la carica di presidente, affidata al suo amico d’infanzia Htin Kyaw, ma certamente guiderà le politiche del governo nonostante il persistente controllo e la presenza in parlamento di una forte componente dei militari.

Aung San Suu Kyi ha resistito in stile di nonviolenza alla privazione di libertà a cui è stata sottoposta ed ha sopportato la sofferenza del distacco dai suoi figli e dal marito, fino a non poterlo vedere nel tempo della malattia che l’ha condotto alla morte. The Lady – questo è il soprannome con cui è stata indicata, divenuto il titolo del film di Luc Besson del 2011 – ha mantenuto fedeltà ad una solidarietà con il suo popolo sulle tracce dell’insegnamento buddista e dell’esempio di Gandhi della nonviolenza, con fermezza ma senza mai cedere alla logica della violenza propria dei generali del regime. Famosa è la canzone a lei dedicata dagli U2, dal titolo Walk on, vai avanti (estratto dall’album “All That You Can’t Leave Behind”:

“E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E’ tutto ciò che non puoi lasciare indietro
E se la tenebra è per tenerci separati
E se la luce del giorno sembra essere molto lontana
E se il tuo cuore di vetro si spezzasse
E per un secondo tu tornassi indietro
Oh no, sii forte
Vai avanti, vai avanti
Quello che possiedi, non possono rubartelo
No, non possono nemmeno sentirlo
Vai avanti, vai avanti
Stai al sicuro questa notte
Stai facendo la valigia per un posto
Dove nessuno di noi è stato
Un posto che deve essere creduto per essere visto
Avresti potuto volare via
Un uccello che canta in una gabbia aperta
Che volerà solamente, volerà solo verso la libertà
Vai avanti, vai avanti ……”

Orchidea d’acciaio è stato il nome con cui San Suu Kyi è stata descritta per la sua decisione unita alla gentilezza a cui mai è venuta meno.

“Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Si voltò e li rimproverò…”(Lc 9,54-55)

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

DSCF6375.JPGGer 1,4-19; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

“Ti ho stabilito profeta delle nazioni… cingiti i fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò”.

Dio stesso si rende presente nella testimonianza del profeta: le sue parole sono rinvio alla volontà di Dio, alle sue promesse. I profeti in Israele operano una critica radicale a pratiche religiose che tuttavia generano ingiustizia, si pongono contro comportamenti che negano la dignità dell’uomo, non hanno paura nel denunciare le istituzioni del regno o del sacerdozio in quanto funzionali a disegni di dominio umano, indifferenti al prendersi cura del forestiero, dell’orfano, della vedova.

Gesù viene indicato da Luca come un profeta. “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi… nessun profeta è bene accetto in patria”. Anche Gesù è profeta e vive la sorte dei profeti: il rifiuto, il sospetto, l’ostilità. Nei primi passi della sua vita pubblica presenta l’annuncio di una bella notizia: Dio è vicino, si prende cura delle sorti di chi è oppresso e imprigionato, di chi fa fatica, dei poveri. I gesti di Gesù indicheranno questo stile di cura e di vicinanza per portare liberazione: il suo annuncio è un tempo nuovo di rinnovamento e liberazione (con rinvio alla memoria del tempo del giubileo che era anno della remissione dei debiti della redistribuzione delle terre e della giustizia sociale).

Luca presenta Gesù come profeta che vive la sua missione in rapporto alle Scritture. Reca l’annuncio che Dio è vicino, per salvare, oltre le barriere che i poteri umani e religiosi tendono a porre. L’accoglienza dello straniero e la fiducia generosa sono luoghi in cui Dio si rende presente: la vedova di Zarepta e il lebbroso, incontrati da due profeti del Primo Testamento Elia e Eliseo sono esempi da ricordare.

Erano persone povere e disponibili, che non appartenevano al popolo d’Israele e per questo né credenti né puri. Elia è accolto da una vedova pagana che divide con lui l’ultimo pane rimasto. Eliseo guarisce un lebbroso di nome Naaman originario della Siria: in lui ritrova disponibilità e umiltà. Elia nella sua visita alla vedova che stava per morire nella carestia, fa sì che il pane e l’olio non vengano meno. Eliseo dona guarigione. Ma entrambi sono aperti proprio da questi poveri a scoprire il volto di Dio.

Gesù viene rifiutato, ed è cacciato dalla città perché il suo discorso non corrisponde alle attese dei suoi compaesani. Non vi è disponibilità ad accettare che una chiamata di Dio possa venire dal ‘figlio di Giuseppe’, così vicino e ordinario. Il suo agire pone in crisi una religiosità fatta di appartenenze, di privilegi, di contrapposizioni con ‘chi non è dei nostri’. Sconvolge anche una religione di un Dio distante e garante di uno stato di separazione. Le sue parole e l’esigenza di passare dalla Scrittura alla sua persona mette in crisi, obbliga a ripensare la fede stessa e la vita in modo nuovo. Dalla sua bocca uscivano ‘parole di grazia’. Dio si fa vicino donando liberazione e vita buona con la vicinanza e la difesa delle vittime e degli oppressi, non solo per alcuni ma per tutti. Dio si fa vicino nei poveri: con la loro vita sono portatori di vangelo. Questo annuncio viene rifiutato perché pone in crisi, spinge ad un cambiamento nel modo di pensare il volto Dio e di intendere il rapporto con lui.

Gesù invita a cogliere come l’azione di Dio si sta già attuando laddove si vive ospitalità, attenzione a chi è dimenticato, cura per gli oppressi: sono i gesti della vedova e la fiducia del lebbroso i segni del vangelo. Gesù presenta così la bella notizia, il vangelo, al centro del suo agire. E’ forse questo il nostro primo compito di credenti oggi: saper riconoscere e dare spazio a questi segni dell’operare di Dio che si lascia incontrare oltre i confini delle religioni, delle chiese, dei gruppi e fa fiorire l’apertura al suo regno nei cuori di chi si apre all’altro.

 

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Maestro e profeta

E’ morto all’ospedale di Nairobi qualche giorno fa, il 19 gennaio. Il suo nome è comparso rapidamente sulle agenzie per scomparire presto coperto dalle risonanze più forti e dai richiami di nomi di chi perpetra violenze e si impone con le armi spianate e con l’uso della religione per avere predominio ricchezze, gloria.

Il suo nome è Salah Farah, era un maestro. Anch’egli era in viaggio, nel pullmann che il 21 dicembre 2015 stava percorrendo la strada in direzione Mandera in Kenya insieme a tanti altri passeggeri, di diversa religione e provenienza. Quando improvvisamente si scatenò l’attacco di un gruppo di miliziani del gruppo terroristico fondamentalista di al Shabaab si trovò in mezzo all’inaspettato: dividevano cristiani e musulmani per abbattere i cristiani, secondo la modalità già attuata nella strage di Garissa. Salah era musulmano.

«Ci hanno detto se sei un musulmano sei al sicuro. C’erano alcuni che lo non erano e si nascondevano. Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci in pace. Siamo fratelli, cristiani e musulmani devono aiutarsi reciprocamente».

Le sue parole davanti ai colpi delle armi non riuscirono ad opporre resistenza, nemmeno scalfirono il pensiero di chi, accecato da un modo di concepire la religione come strumento di negazione degli altri, scaricò anche su di lui il suo odio. Due uomini rimasero uccisi, tre feriti. Colpito e ferito, Salah da allora non è riuscito a superare le complicazioni insorte.

Nei giorni in cui fu ricoverato al Kenyatta National Hospital a Nairobi era in grado di ricordare quei momenti e ne parlò in alcune interviste: «La gente dovrebbe vivere in pace. Solo la religione ci distingue dai cristiani ma siamo fratelli, per questo chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani e viceversa, così da vivere insieme in pace».

Salah rimane maestro e profeta, nella sua morte. Maestro di un modo di intendere la fede oltre le barriere di sistemi religiosi, per farne motivo di incontro. Profeta di un modo di incontrare Dio riconoscendolo nel volto degli altri.

Alessandro Cortesi op

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