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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXX domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1505.JPGGer 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Nel ‘libro della consolazione’ il profeta Geremia invita alla speranza e parla di un raduno opera del Signore (Ger 30-31). Come nell’esodo Israele ha sperimentato la presenza di Dio vicino e liberatore, ora vive un nuovo cammino, un nuovo esodo guidato dalla mano potente di Dio verso il futuro della promessa. Ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Nel lasciarsi riportare da Jahwè nella terra dopo l’esilio tutti trovano possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. In quest’esperienza Israele scopre ancora la vicinanza di Dio come presenza materna, tenera capace di accompagnare chi più fa fatica.

Nel suo vangelo Marco racconta la guarigione di un cieco al termine di una lunga sezione iniziata con la domanda di Gesù ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Da allora Gesù sulla strada parla ai suoi discepoli della ‘via’ che egli sta percorrendo. E’ la via di un messia che incontra sempre più l’opposizione alla sua testimonianza, e incontra il rifiuto e l’ostilità. Sulla strada Gesù guida i suoi per renderli discepoli, ma loro non comprendono. La guarigione di un cieco apre al capitolo 11 in cui Gesù entra a Gerusalemme, come messia umile, che cavalca un asino. entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace.

Alla vigilia dei giorni di Gerusalemme Marco fa capire che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto lì sta per accadere. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi percorre via del dono e del servizio.

Il cieco di Gerico diviene l’autentico discepolo: incapace di vedere, deve essere aperto ad un nuovo modo di vedere. Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. ‘Figlio di Davide’ è un titolo con valenza politica: il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

Nella sua cecità il povero lungo la strada riconosce in Gesù il re diverso dai dominatori. La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando. A lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e si mette a seguirlo. Sulla via verso Gerusalemme.

Il cieco è discepolo che invoca ‘che io riabbia la vista’. “Và la tua fede ti ha salvato” gli dice Gesù. Nel suo grido e nel suo desiderio è già in atto la salvezza. Il cieco ritrova la capacità di vedere e diviene discepolo, cioè colui che segue.

Il discepolo per Marco è colui che si mette a seguire Gesù lungo la strada. Ma per percorrerla è necessaria una forza ed una luce, uno sguardo capace di cogliere nei cammino di Gesù la vicinanza di Dio che libera. Il cieco diviene così uno dei discepoli irregolari del vangelo, di quelli che in modo inatteso seguono Gesù mentre i suoi non comprendono ancora e lo abbandonano.

Alessandro Cortesi op

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Li raduno dalle estremità della terra…

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla”.

Leggendo queste parole non si può non pensare a tutti coloro che hanno lasciato la loro terra e sono in condizione di esilio oggi. In particolare tutti coloro che hanno dovuto fuggire per lasciare case e territori dove è impossibile restare a causa della presenza di violenza e guerra. Nel mondo secondo i dati dell’Alto Commissariato per i rifugiati (UNHCR) sono 68,5 milioni le persone che sono in fuga da guerre e persecuzioni.

Sono fughe di cui non si ha percezione nella chiusura che caratterizza lo sguardo di chi vive nelle aree più ricche del mondo, il mondo occidentale. La migrazione di coloro che cercano rifugio per lo più rimane all’interno del paese o si dirige verso paesi vicini, ai confini, dai quali chi è coinvolto spera quanto prima di far ritorno, appena la situazione offra segni di tranquillità e di possibilità di lavoro. Ma spesso questo non si realizza e il permanere lontano e nella condizione di profugo diventa esperienza che segna tutta la vita. Dovremmo prendere consapvolezza che l’85% di coloro che fuggono da guerre e persecuzioni risiede in paesi poveri nel Sud della terra. Solamente una minima percentuale raggiunge i paesi ricchi dell’occidente.

In particolare i luoghi di particolare emergenza e crisi sono in Africa – oltre che in Myanmar dove è in atto e continua la persecuzione verso la minoranza musulmana dei popoli rohyngia – soprattutto nella Repubblica democratica del Congo e  in Sud Sudan, per la situazione di conflitto che continua nonostante la fragile pace e dove 6 milioni di persone secondo la FAO hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria nella carestia che si sta diffondendo nel Paese.

Tra i cinque paesi in cui è più alta la percentuale dei rifugiati vi sono infatti due Stati africani: il Sud Sudan (con 2,4 milioni rifugiati) al terzo posto dietro Siria e Afghanistan, e la Somalia (con 986.400 rifugiati) dopo il Myanmar.

Nella Repubblica Democratica del Congo la situazione è drammatica: devastata da anni di guerra e instabilità politica, è questo uno dei paesi più poveri del mondo. C’è un contrasto impressionante tra questa povertà e l’immensa ricchezza di materie prime e di colture presenti nel Paese. Sono risorse minerarie come il coltan, diamanti, oro, rame, cobalto, zinco e manganese, e risorse forestali, con una biodiversità di animali (i gorilla e okapis tra altri) e  vegetali e terre agricole fertili per colture come caffè, olio di palma e tè. Ma sono risorse che vengono sfruttate e su cui si giocano gli interessi economici dei Paesi occidentali, con l’utilizzo di gruppi locali nei conflitti.

Durante il 2017 c’è stato un estendersi del conflitto che devasta il paese. La popolazione civile che risiedeva soprattutto nelle regioni Nord e Sud Kivu, in Tanganica, nell’Alto-Katanga e nella zona di Kasai, è stata costretti ad abbandonare le case e cercare rifugio altrove. Tra 2016 e 2017 c’è stato un raddoppio degli sfollati interni al Paese (da 2,2 milioni a 4,4 milioni) con un numero drammatico nel Nord Kivu, circa un milione di persone. Molti si sono recati oltre il confine del Paese negli Stati vicini. E’ da notare che la popolazione della Repubblica Democratica del Congo nella condizione di rifugiati è per tre quarti composta da donne e bambini.

Nel documentario Sea Sorrow – Il Dolore del Mare Vanessa Redgrave ha presentato una denuncia delle cause di tanta sofferenza e di tanto male: «I nostri paesi occidentali puntano soprattutto a vendere armi ed è per questo che continuiamo ad assistere a così tante guerre e a così tanta distruzione».

L’Ordine domenicano a livello mondiale ha indicato la situazione della Repubblica Democratica del Congo come un motivo di attenzione per un popolo segnato da decenni da guerre devastanti e da violazioni di diritti in cui sia forze armate governative sia gruppi armati sono in conflitto per il controllo dei ricchi giacimenti di risorse naturali del Paese. Il periodo di avvento 2018 sarà un tempo dedicato alla preghiera per questo popolo, alla sensibilizzazione per conoscere la condizione di ingiustiza presente in queste regioni e per atttuare opere di solidarietà verso coloro che sono oppressi nel Paese.

Alessandro Cortesi op

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XX domenica – tempo ordinario A – 2017

IMG_0371Is 56,1.6-7; Rom 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore e per essere suoi servi, li condurrò sul mio monte santo…”

Il tempio è casa di preghiera per tutti i popoli: sarà aperto, nella visione di Isaia e diverrà luogo di incontro anche con con gli stranieri che hanno aderito al Signore. Nel tempo dell’esilio, a contatto con popoli stranieri Israele scopre che il disegno di salvezza e alleanza è aperto per tutti. L’incontro con Dio non esclude ma va al di là dei confini che dividono i popoli: anche popoli stranieri potranno partecipare alla gioia.

Il rapporto con lo straniero è ambivalente in Israele. Da un lato implica sospetto e timore: bisogna guardarsi dagli stranieri per non venir meno alla fedeltà al Dio della liberazione e del patto, e non cadere nel grande peccato l’idolatria. D’altra parte la presenza dello straniero è un segno e memoria che fonda la stessa fede. E’ ricordo della condizione di oppressione e schiavitù vissuta in Egitto, come stranieri disprezzati, ed è memoria della condizione dell’esodo, del cammino in cui Israele ha incontrato la presenza vicina di Dio.

L’alleanza e l’elezione non sono privilegi, ma recano in sé una missione ed un’apertura per tutti i popoli. È questo l’approfondimento che proviene dalla dolorosa esperienza dell’esilio. Il disegno di pace di Dio ha orizzonti universali.

L’incontro con lo straniero ricorda sempre che Dio è ‘altro’, è ‘straniero’ lui stesso: il Dio diverso da ogni creatura, si fa vicino nella presenza che chiede accoglienza. L’ospitalità in questo contesto è terra sacra, spazio di fede.

Nella pagina del vangelo è narrato l’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea, nel territorio pagano, di Tiro e Sidone. La donna si presenta a Gesù con una richiesta e un’invocazione. L’incontro si fa occasione per un insegnamento sulla salvezza oltre i confini d’Israele. Gesù è venuto per radunare i figli dispersi di Israele. La donna straniera gli dice che anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni – con questo termine erano indicati così i pagani -. Il testo riflette le difficoltà presenti nella comunità di Matteo nell’accogliere i non-ebrei. Le parole di Gesù indicano l’orizzonte in cui egli si mosse: ‘non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele’. E’ quanto Gesù stesso chiede ai dodici (Mt 10,5). Gesù presenta nella sua compassione il modo di agire di Dio che si prende cura, così quando guarda le folle, pecore perdute e senza pastore (Mt 9,36).

La donna non accampa diritti, non chiede il pane dei figli ma chiede ma dice che ce n’è per i figli ed anche per altri. Nelle sue parole sta la comprensione profonda che la presenza di Gesù è vicinanza della misericordia di Dio per tutti. Gesù scorge nella sua richiesta una fede grande, oltre i confini di Israele e per questa fede dice che la figlia della donna è guarita. La guarigione diviene segno di una salvezza per tutti non solo per i giudei ma anche per i pagani.

Gesù loda la fede di questa donna pagana piena di coraggio che con la sua preghiera lo costringe e lo apre ad un orizzonte nuovo. Questa pagina fa scorgere la scoperta della prima comunità che la predicazione di Gesù fedele al Dio d’Israele nel contempo è per tutti, anche per i pagani e stranieri. Paolo esprimerà tutto questo con le parole: ‘Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù’ (Gal 3,28).

C’è una fede che si fa presente in percorsi diversi. Gesù loda la fede di questa donna e la indica come ‘davvero grande’. Le strade della fede sono diverse, celate nell’interiorità. E non vi sono limiti di appartenenza religiosa etnica e culturale alla forza della fede. Questa donna anonima straniera è testimonianza della forza del vangelo che ogni uomo e donna avverte nel profondo al di là delle fedi e delle appartenenze culturali.

Alessandro Cortesi op

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Straniero

«Le scarpe hanno una relazione plastica con l’essere umano. È il contrario dell’idea di stabilità: le togli quando torni a casa, le indossi quando esci. È simbolo di movimento, cammino, viaggio. Per i musulmani, poi, ha un significato speciale: le tolgono all’ingresso delle moschee perché non sono pulite, portano con sé la sporcizia della strada. Ho scelto un simbolo concreto della sofferenza di cui fanno esperienza i rifugiati, arrivati da chissà dove a piedi, un simbolo reale della violazione delle leggi e dell’indifferenza per la geografia. Le scarpe si portano dietro l’impatto di tutto quello che hanno calpestato»

Con queste parole un artista siriano Thaer Maarouf spiega la sua scelta di aver inviato le scarpe usate dai migranti siriani giunti in Europa attraverso la Turchia e i Balcani a dodici responsabili dei governi europei e non solo. Un ricordo, un monito, una provocazione artistica…

Intervistato da “Il manifesto” (Chiara Cruciati, Dodici scarpe in cerca di asilo, “Il manifesto” 13 agosto 2017) Maarouf ha descritto le reazioni ricevute in risposta: «Non mi attendevo alcuna reazione dai governi Ma la risposta di quello spagnolo è stata incoraggiante: mi hanno inviato una lettera in cui danno i dettagli della loro assistenza ai rifugiati e dei piani futuri. Il governo britannico invece ha rispedito il pacco indietro, senza dare alcuna spiegazione. A carico del destinatario: ho pagato io per il loro rifiuto». Così pure ha fatto il governo del generale Al-Sisi in Egitto.

Nell’omelia per la festa di santa Rosalia a Palermo il 25 luglio scorso il vescovo Corrado Lorefice ha parlato della mancanza di futuro come nuova peste dei nostri giorni ed ha accostato nella sua riflessione lo sguardo a due esodi: ha parlato innanzitutto dell’esodo dei giovani siciliani costretti ad abbandonare la propria terra a causa della mancanza di lavoro e di opportunità nella vita sociale:

“L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani”.

Ha poi parlato dell’esodo dei migranti che lasciano le terre del Nordafrica e dell’Africa subsahariana e raggiungono le coste della Sicilia.

“E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia”

Ha raccontato di questi due esodi per contrastare una diffusa attitudine a contrapporli, a metterli l’uno contro l’altro, riversando la colpa della mancanza di lavoro ai poveri che giungono dai Sud del mondo. Ed ha così parlato dell’idiozia che permea tanti discorsi vani e tante reazioni che riempiono le pagine dei quotidiani e alimentano paura e razzismo: “sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia”.

Due esodi da non contrapporre ma in cui scorgere gli appelli che giungono dalla storia in cui è presente una chiamata di Dio da accogliere, per un cambiamento, per una conversione. Sono appelli soprattutto a non perdere di vista i riferimenti fondamentali di una vita autenticamente umana.

Enzo Bianchi si è interrogato sulle vicende dei migranti presentata come una emergenza da affrontare. Con sguardo critico ha capovolto il mantra di questi tempi secondo cui l’emergenza è costituita da un’invasione in atto. E’ piuttosto un’altra la grande emergenza da fronteggiare. Ciò che manca è una visione chiara del dovere umanitario di soccorrere e la responsabilità per pensare, con quell’arte politica che è la prudenza, modalità di inserimento e di lavoro che implicano una impostazione di scelte economiche, un cambiamento di stili di vita e una scelta chiara di progettare insieme una società solidale, in cui al centro vi sia la dignità di vita di ogni persona e la scelta di ospitalità. L’emergenza più radicale è perdere di vista tali orizzonti:

“L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea” (Enzo Bianchi, I migranti e il dovere di restare umani, “La Repubblica” 11 agosto 2017).

Alessandro Cortesi op

Giovedì santo – cena del Signore

Maestro Guglielmo, Ultima Cena : Cattura di Cristo (1199 circa) – Cripta della Cattedrale di San Zeno (Pistoia).jpg

Maestro Guglielmo, Ultima cena / Arresto di Gesù, Cripta Cattedrale Pistoia – 1199

Omelia

“Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano: lo mangerete in fretta. E’ la Pasqua del Signore”

Giovedì santo: memoria della pasqua. E’ la pasqua lontana del popolo di Israele che ci parla di una partenza improvvisa, di una notte di liberazione. E’ una storia rimasta impressa nella memoria e che è divenuta rito per rivivere nel presente l’esperienza di quella notte, l’incontro con il Dio che fa uscire.

Celebrare è vivere il tempo in modo nuovo, scorgere che il nostro tempo è legato insieme ad altri tempi. Il rito, quest’esperienza umana che interrompe il tempo ci provoca a ricordare, a scorgere quanto sta dentro e quanto sta oltre il nostro tempo C’è uno spessore del tempo da scoprire. Questo tempo è un tempo visitato, è spazio di un incontro di alleanza, di storia con Dio.

“mangerete l’agnello con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano…”

Uomini, donne bambini, anziani in questi giorni si stanno mettendo in cammino, sono bloccati nel loro cammino da muri e barriere. Sono stati spinti dal non poter sostenere più la schiavitù, da una ricerca di libertà, attratti da una promessa che fa loro intravedere luce nel buio e nella desolazione del loro presente. E’ la vicenda dell’esodo di popoli che continua e si ripete.

Oggi viviamo questo rito, legati al popolo d’Israele, e legati a tutti i popoli che nel tempo si sono messi in cammino, a quelli che sono ora in cammino, a tutti coloro che sperano di uscire da schiavitù, da violenza, dalla paura. Celebriamo la pasqua per ricordarci che Dio che ha chiamato Israele è Dio di ogni cammino di liberazione, Dio che fa partire, i fianchi cinti, il bastone in mano… In questa storia è nascosta una memoria di compagnia, di promessa, di speranza.

Pasqua è memoria che provoca la vita. E’ ricordo di un cammino da intraprendere, di un passaggio sempre da compiere. Non c’è da sostare, bisogna partire e ripartire. I fianchi cinti, i sandali ai piedi: sono i segni di chi si mette in viaggio e si apre ad una novità, ad un rischio, ad una speranza. Il partire di tanti oggi, il cammino di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla distruzione, è domanda aperta per noi, è vita che ci rinvia a quel partire nella notte, ad un esodo da condividere, oltre i confini di sistemi religiosi in cui abbiamo rinchiuso il volto del Dio vivente, che vuole libertà e vita, salvezza, per ogni uomo e donna. La chiamata di Dio sta fuori, si fa presente nella vita di chi è oppresso, nei percorsi di chi sogna liberazione.

Ascoltare gli esodi di questo tempo, vivere la pasqua come memoria che ci raggiunge nella vita è provocazione ad vivere la fede come cammino, senza garanzie, senza sicurezze. Si può rimanere chiusi, ripiegati sul proprio passato, invecchiati a ripetere le stesse cose, prigionieri della propria storia e della propria virtù. Chi parte guarda lontano, sa guardare oltre.

I sandali, le scarpe, sono indispensabili per chi cammina. C’è un partire fisico e c’è un partire del cuore. Ci sono sandali da indossare sandali da togliersi davanti al cammino di chi giunge con i sandali consumati.

I fianchi cinti sono il vestito di chi non ha una casa propria, sicurezze di attività ma vive la sincerità di scoprirsi inerme e vulnerabile, capace di rivolgere la parola, di dialogare, di chi vive una leggerezza buona rispetto alle cose. Solo chi non ha tutto e sa accontentarsi di poco può apprezzare le cose le cose più semplici, può provare gioia: l’acqua, un riparo, il cibo, il lavoro, gli incontri. E’ questa la grazia del deserto, del cammino.

3402241555_df61d26799.jpgAffresco Lavanda dei piedi – s.Angelo in Formis 1080 ca.

“Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita…

Anche Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti: lui che è presentato dai vangeli sempre in cammino, che sulla via ha istruito i suoi discepoli, che sulla strada ha compiuto i suoi gesti più belli, che ha aperto la possibilità di vedere a quel cieco che poi si mise a seguirlo proprio sulla strada. Lui che sulla strada trovava i luoghi della sosta e del riposo e dell’incontro. Ed erano luoghi di parola, di amicizia, di fraternità.

Quand’era a tavola si alzò: non dovrebbero essere così anche le nostre comunità? luogo di fraternità, dove ci si può ristorare durante il cammino, dove attorno alla tavola ci si accoglie, luogo dove si può passare (fare pasqua, appunto) scoprendo apertura di condivisione? Sono domande aperte per la chiesa, per le chiese, ma anche per le nostre case, per le nostre comunità. E avvertiamo la distanza, il tradimento di cui noi siamo responsabili.

Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti. Se li è cinti con un asciugatoio nel gesto del servo, di chinarsi e lavare i piedi. Ci ha raccontato così, nel silenzio di gesto, il senso della sua esistenza.

I discepoli dei saggi indiani si chinano per toccarne i piedi, e con questo gesto dicono la loro inferiorità. In molte culture vi è usanza che i figli si inchinino ai piedi dei genitori e toccandoli esprimano il loro rispetto.

Gesù pone un gesto che esce da questi significati. Non lava nemmeno i piedi ai poveri come si fa oggi nelle celebrazioni. Lava i piedi a poveri come lui, a uomini come lui, ai discepoli. Lava i piedi agli amici. Facendo questo non pone un gesto di ossequio e nemmeno di umiliazione. Impedisce d’ora in avanti di essere omaggiato come i maestri. I suoi discepoli sono maestri come lui. Per questo tale gesto rinvia ad una reciprocità e apertura. Si pone un’interruzione dell’inchino dei sudditi, della sottomissione a gerarchie di ruoli e di meriti.

Un bel testo di Erri De Luca dal titolo Elogio dei piedi, ci ricorda l’importanza dei piedi:

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Gesù ci ha raccontato che si vive pasqua quando la vita è cammino, nella scoperta di sé, della propria identità più vera in relazione con gli altri. Si è chinato, l’opposto dell’innalzarsi. E in questo chinarsi sta racchiusa la sua storia, la via del suo abbassamento, contro ogni pretesa di grandezza.

Viviamo una religiosità fatta da un lato fatta di devozioni, osservanze, dall’altro relegata in costruzioni intellettuali oppure in un fare preoccupato del proprio io, del proprio apparire. E nel contempo stesso ci scopriamo capaci di ripiegamenti di egoismo, di indifferenza e cattiveria fino alla violenza contro l’altro, la violenza del disprezzo, del disinteresse, dell’esclusione.

Forse proprio per questo, davanti ad una comunità che aveva perso il senso dello spezzare il pane l’autore del IV vangelo pone una provocazione: nel momento della cena ricorda che la sera di pasqua Gesù aveva compiuto un gesto sconvolgente, inatteso. Il maestro ha compiuto il gesto dello schiavo si è messo a lavare i piedi ai discepoli.

Con l’asciugatoio attorno ai fianchi ci ha detto anche che questo cammino non è di solitudini, ma di incontri, e di servizio. Con i più vicini, con i più lontani. Gesù iniziò a lavare i piedi ai suoi e chiese proprio a loro di continuare a fare questo: sta qui il senso profondo del gesto che le prime comunità chiamavano lo spezzare il pane. Spezzare il pane, memoria di una vita condivisa. Scorgere che spezzare il pane rinvia ad intendere la vita come cammino in cui scoprire il servizio, l’accogliere l’altro: perché lavare i piedi è gesto del servo ma è anche segno bello dell’ospitalità. La prima mossa di lavare i piedi all’ospite è quella di Abramo che alle querce di Mambre accoglie tre ospiti sconosciuti e per prima cosa offe loro ombra per ristorarsi e acqua per lavarsi i piedi (Gen 18,4).

Celebrare la pasqua è occasione per fermarci e fare nostra la domanda di Pietro. ‘Signore, tu lavi i piedi a me?’ Non è già la scoperta che questo dovrò farlo anch’io, che dovremo seguire l’esempio di Gesù, che dovremo lavare i piedi agli altri… questo è forse troppo.

Forse celebrare è scoprire questa profondità della nostra vita: non un agitarci per tante cose, ma un lasciarci incontrare. Possiamo solo fermarci a vivere lo sconcerto perché… ‘tu, proprio tu, lavi i piedi a me’. e la meraviglia perché quei fianchi cinti per partire sono i tuoi fianchi… e la gratitudine perché quei fianchi sono cinti con il grembiule della cura, dell’attenzione. Le sue pieghe racchiudono quella tenerezza e quella misericordia che è cosa rara oggi: tanto predicata quanto lontana dal nostro presente.

E tutti noi siamo coinvolti in questo tuo lavare i piedi. E questo forse è già tutto nel tramonto di questo giorno in cui ci troviamo a ripetere ‘Rimani con noi, in mezzo a noi, perché si fa sera…’

Alessandro Cortesi op

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Sieger Köder, Ultima cena

II domenica di Quaresima – anno C – 2016

0002.jpgGen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Venne la parola di Adonai ad Abramo nella visione”. La traduzione letterale del testo può aiutare a cogliere l’esperienza di Abramo. I profeti non solo ascoltano ma in qualche modo ‘vedono’ la Parola efficace di Dio venire incontro a loro, sono perciò veggenti  della Parola (cfr. 1Sam 9,11; 2Sam 24,11; 2Re 17,13): vedono perché coinvolti in un movimento di comunicazione che li prende e trasforma il loro sguardo. Dio stesso è il protagonista. Abramo, chiamato profeta (Gen 20,7) vive questa esperienza di incontro: senza figli chiede a Dio che cosa gli darà e vive la fatica di accogliere la promessa di Dio nella sua vita, la promessa della discendenza.

A questo punto Dio lo condusse fuori: Adonai è il Dio dell’esodo che trae fuori. Conduce Abramo a guardare le stelle. Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia. Abramo vive un affidamento a Dio nella prova: per questo è il padre dei credenti (cfr. Rm 4,13.16-25). Credere per Abramo è porre in Dio la sua sicurezza, fidarsi di lui lasciando che sia Lui a disporre della sua vita.

Nel secondo racconto di questa pagina ancora Dio è presentato come colui che fa uscire: Ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese. Dio dona la terra ad Abramo: in questo sta  il segno di liberazione. Chi dona la terra è colui che riscatta dalla schiavitù. È la prima volta che la vocazione di Abramo è strettamente legata al possesso della terra, ma anche alla vicinanza di Dio come quella del parente più vicino.

Al tramonto Abramo è chiamato a porre animali squartati sulla terra, secondo un rito di alleanza tra popoli che stringono un patto. Il gesto di disporre gli animali divisi era seguito dal percorso dei contraenti che dovevano passare in mezzo agli animali. Esprimeva così una sorta di minaccia di ciò che poteva accadere in caso di infedeltà al patto stabilito (Ger 34,17-20). Ma quella notte solamente un forno di fuoco passa in mezzo agli animali. Nell’immagine del braciere fumante e della fiaccola fumante compare un riferimento all’alleanza del Sinai, quando il monte stesso divenne infuocato per la presenza di Dio (Es 19,16; 20,18; 24,17). Il fuoco è simbolo della presenza di Dio, inafferrabile come forza imprendibile e trascendente. Il rito esprime la relazione personale tra chi contrae alleanza. Abramo obbedisce e assiste in silenzio al passare di Adonai. Solamente Dio passa, Abramo sta solo a guardare. Nel fuoco è la presenza di Dio che passa: Dio solo si impegna a rimanere fedele all’alleanza non verrà meno. Per Abramo quella notte fu inizio dell’esperienza della fede come fuoco che brucia e investe nella gratuità la sua vita. La fede è relazione personale, incontro di vita in riferimento alla presenza del Dio della promessa che apre al futuro di una terra verso cui andare. Il Signore concluse questa alleanza con Abramo…alla tua discendenza io do questa terra dal fiume d’Egitto…al fiume Eufrate.

Luca pone il racconto della trasfigurazione dopo la professione di fede di Pietro che risponde alla domanda di Gesù Voi chi dite che io sia? (Lc 9, 20-21). A questo punto, e per la prima volta, è presentata la prospettiva della passione: Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno (Lc 9, 22).

Gesù si rivolge a tutti: Poi, a tutti, diceva: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc 9, 23). Luca sta forse pensando alla sua comunità che vive la fatica della fedeltà nel tempo al vangelo. Prendere la croce non è ricerca di sofferenza, ma sequela della via seguita da Gesù, condivisione del suo passare come colui che guarisce e risana. Si tratta di prendere la croce ‘ogni giorno’: è cammino che implica la durata e il saper ogni giorno ricominciare. Non solo i grandi momenti eroici, piuttosto la quotidianità, talvolta monotona e non eclatante dell’esistenza. La pagina della trasfigurazione va quindi letta come annuncio della passione di Gesù, e nel contempo annuncio anche della strada che i discepoli sono chiamati a seguire ogni giorno.

La croce di Gesù non è ricerca della sofferenza. E’ piuttosto via di fedeltà all’amore nel dono di sé. Gesù accetta di andare incontro all’ostilità e alla condanna, contestando l’ingiustizia e la violenza degli uomini in coerenza con tutte le scelte della sua vita. La sua stessa morte può essere letta come fedeltà al disegno di bene e di vita che Dio ha sulla storia.

Dinanzi al rifiuto Gesù decide di continuare il suo cammino nella consegna al Padre e agli altri: una vita spesa per gli altri, un pro-esistere. In una fiducia totale di attuare così la chiamata del Padre, il senso della sua vita: Nelle tue mani affido il mio spirito. La croce è così esito di una scelta di coerenza in un darsi che oltrepassa confini e divisioni di tipo politico e religioso. Luca presenta Gesù nella passione come il testimone, che subisce ingiustizia ma rimane fedele con uno sguardo di bene rivolto a tutti, anche ai nemici. Ha parole di perdono, non salva se stesso ma salva gli altri; dona speranza e salvezza a chi si rivolge a lui con fiducia: ‘oggi sarai con me nel paradiso’. In questo senso Luva presenta in gesù il volto di Dio come misericordia.

La trasfigurazione parla della passione ed insieme della risurrezione: è evento luminoso, esperienza di trasparenza. Mosè aveva il volto trasformato dalla luce nei momenti in cui aveva parlato con Dio faccia a faccia (Es 33,11); di lui si parla come del profeta che parlò con Dio ‘bocca a bocca’ (Num 12,7-8). Così pure Elia aveva incontrato Dio sul monte Oreb (1Re 19). Nello stesso modo si parla qui di Gesù nel suo rapporto con Dio, il Padre: il suo volto è trasfigurato.

Mosè Gesù e Elia, parlano del suo ‘esodo’: la morte di Gesù è evocata come ‘esodo’. Tutta la storia d’Israele sta sotto il segno dell’esodo: nel passaggio dalla schiavitù alla libertà, Israele scopre il volto di Dio come liberatore che fa alleanza. L’esodo di Gesù si innesta nell’esodo del popolo d’Israele e dell’umanità e apre alla vita della chiesa come cammino. Pietro che aveva riconosciuto Gesù il Cristo di Dio (Lc 9,20) è tra i testimoni chiamati a far suo questo cammino: li prese con sé e salì sul monte a pregare…. Sta qui il senso del cammino dei discepoli. Gesù li prende con sé perché si aprano ad incontrarlo in un modo nuovo di intendere la vita. La comunità dei discepoli non sarà un gruppo di potere teso a portare una visione politica e sociale da applicare alla storia ma una comunità di testimoni disponibili a lasciarsi trasfigurare da Lui, a guardare Lui solo che si fa incontrare nell’umanità e nella storia, a seguire la strada di servizio che Lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

 

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La notte di fuoco

Eric-Emmanuel Schmitt è un letterato, drammaturgo, autore di varie opere che hanno avuto un successo non solo letterario e teatrale – e rappresentate in più di cinquanta paesi – ma anche nella loro trasposizione cinematografica: si pensi tra le altre alla deliziosa storia di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Più recentemente ha scritto un romanzo dal titolo Il vangelo di Pilato (2000) in cui ripercorre la vicenda di Gesù e gli interrogativi del prefetto romano  rappresentante dell’impero nella Palestina degli anni 20 e 30 del I secolo.

In questi giorni esce l’ultimo suo libro che non è un romanzo ma si connota per essere un testo autobiografico, una narrazione personale e intima del suo percorso di incontro prima con il divino e poi della sua scoperta dei vangeli e di Gesù (Eric-Emmanuel Schmitt, La notte di fuoco, edizioni e/o, 2016).

La narrazione è accattivante perché parte dalla situazione in cui Schmitt viveva, nutrito di studi di filosofia e lontano dall’interrogarsi sul cristianesimo, come egli stesso testimonia: «Ho impiegato molto tempo a pormi il problema del cristianesimo sia perché sono nato alla fine di un secolo che ha accumulato tante guerre e genocidi da proibire ai suoi figli lucidi di credere ancora al bene, sia perché sono cresciuto ateo in una famiglia atea e sia perché ho fatto i miei studi di filosofia in una Parigi divenuta completamente materialista. Non avevo pertanto prestato attenzione alcuna a questa strana storia di un falegname, morto su una croce, costruita da un altro falegname.”

La storia richiama un tempo, il 1989 e un viaggio nelle terre di Algeria. Schmiti partecipa insieme ad un gruppo più vasto del progetto di recarsi nelle terre del massiccio dell’Hoggar in Africa, sulle tracce di Charles de Foucauld (1858-1916) con l’intento di girare un documentario sulla vicenda di questo grande testimone del vangelo che fece del deserto in terra di presenza musulmana il luogo del suo seguire Gesù in una scelta di essenzialità e povertà.

La magia del deserto coinvolge e attrae: “il deserto ci elevava fino ai cieli. Le stelle scintillavano così vicino che avrei potuto coglierle. Pendevano come grosse mele brillanti a portata di mano su quel frutteto chiamato Hoggar. Di notte il Sahara assume un’aria di festa. Mentre sotto il sole infligge l’ascesi, col buio diventa ricco, profuso, generoso, orientale, prodigo di un’orgia di gioielli realizzati dal più pazzo dei gioiellieri, collane, spille, diademi di diamanti, catene d’oro e braccialetti di scintille. Migliaia di stelle ornano lo scrigno di velluto color bistro, e l’argentea luna sovrana, come la regina del ballo, spande tutto intorno la sua imperiosa chiarezza. Ci eravamo allontanati dal fuoco per abituare le pupille alla luminosità degli astri. La terra lugubre amalgamava pianure, dune e rocce in uno stesso crogiolo cinereo. In mezzo ai quei pellegrini avvolti nelle coperte Jean-Pierre, in piedi, ci dava una lezione d’astronomia. Da scienziato all’osservatorio di Tolosa e docente all’università, insegnare in quell’aula stravagante lo faceva vibrare di emozione. Per la prima volta in vita sua poteva indicare una determinata stella con la coda dell’occhio o tracciare col dito sulla lavagna del cielo le linee che formavano una costellazione. Mai Orione, l’Orsa Minore o l’Orsa Maggiore avevano avuto quella consistenza e quella prossimità. In assenza di qualsiasi inquinamento luminoso dovuto alla civiltà il cosmo concedeva i suoi splendori. A me sarebbe bastato contemplarli…”

Tuttavia nello svolgersi di quel viaggio e nel procedere del lavoro avviene l’imprevedibile: Schmitt, allora ventinovenne, perde contatto con il gruppo e si ritrova solo a vagare disperso in un deserto che gli si rivela nei suoi aspetti più inospitali e drammatici. Si trova di fronte al rischio di perdere la vita, nella solitudine. Si scava una buca nel terreno e vi trascorre la notte. Così egli stesso ne narra: “Un giorno, discendendo da una montagna, mi sono messo alla testa della comitiva, impaziente e veloce, senza mai voltarmi indietro, incurante di verificare il tragitto. È capitato quanto, senza dubbio, cercavo: mi sono perduto. Alle sette di sera è piombata la notte, si è alzato il vento, il freddo ha riempito lo spazio, e mi sono trovato solo, a varie centinaia di chilometri dal vicino villaggio, senza né acqua né cibo, consegnato all’angoscia, promesso presto alla morte e agli avvoltoi. Invece di cadere nella paura, ho avvertito, distendendomi sotto un cielo carico di stelle, grandi come mele, il contrario della paura: la fiducia. Durante questa notte di fuoco, ho vissuto un’esperienza mistica, l’incontro con un Dio trascendente che mi placava, mi istruiva e mi dotava di una forza che non poteva provenire da me. Al mattino, come una traccia, in impronta, deposta nel più intimo di me, c’era la fede. Dono. Grazia. Meraviglia. Potevo morire con la fede o vivere con la fede”.

Il giovane drammaturgo conspevole delle sue capacità di pensiero e di scrittura si ritrova meravigliato e trasfigurato, lo sguardo immerso nelle stelle, la sua vita avvolta nel buio della notte nel deserto, nel suo silenzio che non lo impaurisce più come assenza, ma quale atmosfrea che reca il calore di una presenza.

Quella notte si trasforma per lui in una notte di fuoco. In quella notte sotto le stelle che costituiscono il panorama luccicante del deserto, vive l’incontro con l’assoluto che lo immette in una ricerca nuova. Riesce a ricongiungersi con il gruppo nei giorni successivi ma la sua vita è cambiata, segnata da un incontro. Ha vissuto la sua notte di fuoco e come Pascal riconosce il divino che brucia al di là di ogni percorso di ragionamento e di sapere. Blaise Pascal appuntò quel momento del 1654 facendosi cucire nella fodera della giacca quel foglietto memoriale della notte di fuoco, della sua scoperta del Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe, Dio dei viventi che solo alla sua morte fu ritrovato.

In questo percorso Schmitt è spinto a fare della sua attività di scrittore il luogo in cui lasciar scorrere una parola che lo attraversa dentro, facendogli maturare una fede che lo poneva in rapporto con i cammini dell’umanità. In qualche modo anche Schmitt mantiene questa esperienza celata in una ricerca che da quel momento lo conduce a divenire curioso dei percorsi religiosi dell’umanità, fino ad accompagnarlo a leggere e rileggere i vangeli e a riconoscere in quell’esperienza del trascendente la presenza del Dio di Gesù.

“A lungo ho tenuto segreta la mia fede. Mi modificava in sordina. Mentre si scavava il suo alveo, la mia percezione del mondo si arricchiva: leggevo libri che spingevano alla spiritualità, sia orientale che occidentale, entravo nel giardino delle religioni dalla porticina di fondo, quella discreta, la porta dei poeti mistici, uomini ritrosi, lontani dai dogmi e dalle istituzioni, che sentono anziché prescrivere. Allo sguardo umanista con cui vedevo le credenze dei popoli si aggiungeva la fiamma interiore, quella che condividevo con individui di tutte le epoche e tutte le latitudini. Si tessevano fratellanze.

L’universo si ingrandiva. Tornato dallo Hoggar, lo scrittore embrionale che sonnecchiava in me da sempre si è seduto al tavolo ed è diventato lo scriba delle storie che lo attraversano. Sono nato due volte: la prima a Lione, nel 1960, e la seconda nel Sahara, nel 1989. Da allora si sono susseguiti romanzi, opere teatrali, novelle e racconti tracciati dalla mia penna sotto un cielo sereno, a volte con difficoltà, spesso con facilità, sempre con passione.

La notte ispirata mi aveva reso armonico: anziché andare ognuno per conto proprio, corpo, cuore e intelligenza vibravano di concerto. L’esperienza mi aveva conferito soprattutto una legittimità. Un talento rimane fatuo se si mette al servizio di se stesso, senza altro scopo che farsi riconoscere, ammirare o applaudire. Un autentico talento deve trasmettere valori che lo veicolano e lo superano. Dato che una sera ero stato il destinatario di una rivelazione, a mio modo di vedere avevo il diritto di prendere la parola…”

Finchè un giorno, nel dialogo con una giornalista, si sente provocato da una domanda che lo raggiunge e suscita in lui una risposta sincera improvvisamente gli fa trovare la forza di di riconoscere ed esprimere la radice della sua ricerca e del suo scrivere:

“«Come mai nelle cose che lei scrive risplendono tanto amore per la vita e tanta pace del cuore?» continuava a ripetere. «Per quale miracolo è capace di affrontare argomenti tragici senza compiacimento né pathos né disperazione?». La conoscevo, la apprezzavo, sapevo che era protestante, e di fronte alla sua insistente lucidità le ho confessato che avevo conosciuto Dio ai piedi del monte Tahat. «Ci ritornerebbe?» mi ha chiesto. «Ritornarci… Perché?». Una volta è sufficiente. Anche una fede è sufficiente. Quando uno si imbatte nella sollecitazione dell’invisibile bisogna che se la cavi con quel che gli è stato regalato. La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua a essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. Liberi di darne una lettura riduttiva. Liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla. Non mi sono mai sentito così libero come dopo aver incontrato Dio, perché possiedo ancora il potere di negarlo.

Non mi sono mai sentito così libero come dopo essere stato manipolato dal destino, perché posso sempre rifugiarmi nella superstizione del caso. Un’esperienza mistica si rivela un’esperienza paradossale: la forza di Dio non annienta la mia, il contatto tra l’io e l’Assoluto non impedisce che poi l’io torni al primo posto, l’intensità perentoria del sentimento non sopprime affatto le deliberazioni dell’intelletto. «Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo». Sennonché spontaneamente la ragione non ha la minima umiltà, bisogna scuoterla. Pascal, razionalista supremo, filosofo, matematico e virtuoso dell’intelligenza, il 23 novembre del 1654 era stato costretto ad arrendersi: verso mezzanotte Dio l’aveva folgorato. Per tutta la vita, di cui ormai aveva scoperto il significato, aveva portato su di sé, nascosto nella fodera della giacca, il racconto sibillino di quella notte, che lui chiamava la notte di fuoco. «La fede è diversa dalla prova. La prima è umana, la seconda è un dono di Dio. Il cuore, non la ragione, sente Dio. E questa è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione ». Durante la mia notte nel Sahara non ho imparato niente, ho creduto”.”

Alessandro Cortesi op

IV domenica di avvento – anno B 2011

2Sam 7,1-5.8-12.14.16; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

La pagina di Luca è quasi un tessuto in cui i rinvii al Primo Testamento costituiscono una trama nascosta ma presentissima. Ad iniziare dalla notazione del tempo: ‘al sesto mese’. E’ primo rinvio di una serie di indicazioni di tempo che attraversano i primi due capitoli del vangelo di Luca. Al sesto mese, qui indicato, seguono i nove mesi dell’attesa, e poi quaranta giorni dopo la nascita fino alla presentazione al tempio. In tutto 490 giorni cioè settanta settimane: è una allusione al tempo indicato dal profeta Daniele nel suo libro per volgere lo sguardo all’orizzonte di liberazione e di salvezza che egli dice si affaccerà dopo appunto settanta settimane. La profezia delle settanta settimane di Daniele – ci sta dicendo Luca – sta compiendosi in quanto accade in quella casa sconosciuta di Nazaret, nella Galilea luogo di confine e della mescolanza, di contatto tra Israele e mondo pagano.  Tempo di compimento, tempo di realizzazione di antiche attese.

Così il saluto “Rallegrati”  è eco delle profezie di Sofonia: “Rallegrati figlia di Siomn, grida di gioia Israele.. il signore ha revocato la tua condanna” (3,14). E ancora: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele (…) Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia…” (Sof 3,12-20). E’ gioia della figlia di Sion ma è gioia derivata,contagiata da uno sguardo di salvezza da parte di Dio.

La pagina di Luca riprende il clima di gioia, di novità, della percezione del germogliare di una realtà nuova che pervade questi annunci per Sion. Maria assume così i confronti della donna che compie la chiamata di Sion, donna che raccoglie in sé la vicenda di un popolo popolo e ne segna il cammino, la comunità dei poveri di Jahwè: nell’episodio del roveto ardente il nome di Dio rivelato a Mosè è il nome che dice vicinanza e fedeltà: ‘Io ti sarò accanto’ è il suo nome (Es 3,14). Dio non abita in costruzioni fatte dall’uomo ma la sua presenza vivente si compie nell’esistenza di coloro che vivono per lui, che ricevono da lui la loro vita e la affidano alle sue mani.

Maria accoglie questa promessa di un figlio: “lo chiamerai Gesù”. E tale nome significa “Dio salva”. Luca rilegge, riportandolo in filigrana, il dialogo tra il profeta Natan e Davide (2Sam 7,12-16: la prima lettura di oggi): il profeta contesta il re che vuole costruire una casa, cioè un tempio, a Dio. Il profetsa riporta la parola del Signore: non sarà il re Davide a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, un ‘casato’, a Davide, un tempio non di muratura ma un tempio vivente, una discendenza. Questo capovolgimento dei progetti di Davide vede in Gesù la realizzazione della promessa. Ed essa si collega alla grande parola ad Abramo: una terra e una discendenza come le stelle del cielo.

Come l’ombra di Dio copriva la tenda dove era conservata l’arca dell’alleanza segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, nel cammino dell’esodo, così ora l’ombra dell’Altissimo copre con la sua ombra Maria, e lo Spirito scenderà. In Maria si rende vicina la ‘dimora’, la presenza vicina di Dio che pur rimane inafferrabile come la luce riparata dall’ombra che la vela. Nulla è impossibile a Dio. Dio rende possibile quanto è impossibile: Dio apre la salvezza laddove c’è sterilità e segni di morte.

Ma tutto questo si compie nella casa. In contrapposizione al tempio che costituiva il contesto della prima scena del vangelo di Luca, che aveva presentato Zaccaria nel momento dell’offerta dell’incenso, siamo qui immersi nella ferialità della casa. Qui si compie il cammino di ascolto di Maria, la ‘serva’ come i profeti ‘servi’, la povera di Jahwè, che rinvia al percorso del credere di ogni credente.

C’è un suggerimento a vivere l’ascolto del Dio della casa, luogo delle relazioni e della gioia scoperta nella disponibilità del fare spazio e dell’accogliere. E c’è una sottile contestazione del Dio del tempio desiderato e rincorso da chi vuole costruire una casa a  Dio. E’ Dio stesso che costruisce una casa: ma questa casa è il volto di un figlio, e rinvia ai volti che chiedono e attendono di essere riconosciuti. E invita ad evitare il rischio di cercare la chiesa delle costruzioni, per aprirsi a saper scorgere, oltre le apparenze, oltre le pretese, alla chiesa del quotidiano, delle case, dei volti, dei legami.

Alessandro Cortesi op

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