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Corpo e sangue di Cristo – anno A

IMG_3801.JPGDt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…”

Il ricordo fondante per Israele è un cammino. Quel tempo del deserto rimane punto fermo della memoria a cui tornare, da mantenere nel cuore nei giorni della stabilità e della tranquillità. La fede come incontro con Dio sorge in quel cammino, si nutre della precarietà di quell’esperienza. Nel deserto unico sostegno è la promessa e l’attesa: nel non avere altre certezze si apre lo spazio a scoperte inedite. Nel deserto Israele ha compreso di non bastare a se stesso, ha abbandonato ogni pretesa di autosufficienza e di grandezza. Lì non si può pensare che la felicità stia nel possesso, o nell’abbondanza. Lì si può sperimentare la fame e con essa la sete più profonda del cuore umano. ‘Ricordati che nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame’. Il deserto è spazio della fatica, della fame, della scoperta di essere vulnerabili. E nel deserto il Signore educa a scoprire il senso di un cammino. La fame genera un vuoto che può farsi protesta, ma anche invocazione, attesa e sorpresa per un dono. La manna, dono inatteso è un segno: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane è dono che richiede di non essere accumulato. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno e non accaparrata. Per poter ascoltare la fame anche degli altri e per condividere.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Il pane che Gesù dà è la sua vita. Mangiare il pane distribuito significa entrare in rapporto con lui. Rimanere in lui, vivere per lui: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

E’ questo entrare in rapporto con lui la porta per rimanere. Il IV vangelo parla di vita eterna: è termine che rinvia non ad un futuro lontano ma ad un presente che si apre a dimensioni profonde. Il nostro vivere dipende dal dono di vita di un Altro che si è dato in tutta la sua esistenza, ‘corpo e sangue’ per noi. E Giovanni nel cap. 6 del suo vangelo concentra il riferimento al segno del pane che diviene eucaristia, un entrare in rapporto con Gesù nel mangiare il pane di vita.

I racconti dei vangeli sinottici uniti alla testimonianza di Paolo nella prima lettera ai Corinzi riportano che nel quadro dell’ultima cena Gesù prese il pane e disse ‘questo è il mio corpo dato per voi’. Quel pane spezzato è segno della sua vita spezzata e data: Gesù non intende la sua esistenza come un tesoro da trattenere ma si dà ai suoi. Rivela così il senso profondo della vita: un dono da condividere.

Di fronte all’ostilità e al rifiuto Gesù non è fuggito, non ha mutato direzione: ha continuato a vivere nell’orizzonte che ha segnato la sua missione. Fino alla fine non è venuto meno nell’annunciare il regno di Dio, nell’attuare segni di accoglienza e di guarigione. Sono segni che il mondo nuovo è stato inaugurato. Gesù affronta anche l’arresto e la passione nell’affidamento pieno al Padre, nella fiducia che il regno si attua. Il segno dell’Eucaristia indica per i discepoli una chiamata a diventare dono e non possessori o consumatori delle cose e degli altri.

Gesù intende la sua vita, il suo corpo, ‘dato per tutti’: il suo amore ha un carattere aperto e rende partecipi del suo rapporto con il Padre: ‘io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’ (Gv 17,26). Gesù desidera rimanere con i suoi e continuare il rapporto iniziato nel tempo. E’ desiderio che si allarga ad un popolo numeroso, alla storia dell’umanità.

‘Questo è il mio corpo dato per voi’: l’Eucaristia è il segno della consegna di Gesù. Gesù indica un amore altro rispetto al possesso ed alla strumentalizzazione degli altri. Vive invece la vulnerabilità di chi si affida e di chi si lascia prendere.

Veramente l’uomo non ha fame e sete solo di pane: ha fame e sete profondamente di lasciarsi incontrare da una presenza di amore che lo prende e apre orizzonti sconfinati al suo vivere sin da ora. C’è una vita in dimensioni nuove che già inizia quando ci si apre al dono di un amore che si dà gratuitamente e ci fa rimanere in Lui: chi mangia ha la vita eterna. E c’è anche una promessa: io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Questo cammino, sin d’ora è luogo di esperienza di una vita con i tratti della gioia dell’incontro, della comunione. Un pane che fa camminare nella vita e verso la vita, scoprendo sin da qui un dono che è radice e fondamento del nostro cammino.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. Benché molti e diversi, la chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri, è dono di forza per continuare a camminare nella direzione del costruire rapporti di pace.

Alessandro Cortesi opCelia Smith -- Bird-Sculptures-made-from-Wire.jpg

(Celia Smith, Bird sculptures made from wire)

Nel tempo della regressione

Stiamo vivendo un tempo in cui ha preso piede un movimento contrario ad un orientamento verso un mondo più giusto, capace di riconoscere la dignità di ogni persona, teso verso la promozione di equità e diritti. Più vicino a noi in Ungheria, in Polonia, ma anche in Turchia, in India, in Russia, negli USA di Donald Trump si possono scorgere i sintomi tangibili di una pervasiva corrente di regressione (H.Geiselberger (ed.), La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, Einaudi 2017).

Chiusure, affermarsi di regimi autoritari, nostalgie di società divise in privilegiati e senza diritti. Nuove forme di dittature si vanno affermando non solo in alcune regioni ma in modo diffuso e cavalcano desideri e paure sorti nel quadro della globalizzazione, nella crisi economica, nell’impoverimento di alcune classi sociali. Da qui i desideri di deglobalizzare il mondo e chiudersi in circuiti di sicurezza e appartenenza. Quando Trump promette ai bianchi di tornare ad avere una sovranità culturale su tutti gli altri si torna indietro al tempo della dominazione dei bianchi sui neri e ad intendere l’umanità divisa tra noi e loro, tra chi è superiore e chi è inferiore.

L’antropologo indiano Arjun Appadurai osserva che è “la perdita di sovranità economica che provoca ovunque una reazione basata sull’idea di sovranità culturale”. Il neoliberismo globale provoca un nazionalismo a sfondo etnico, terreno di coltura di ogni genere di populismo.

Zygmunt Bauman, nel saggio redatto per questo libro prima della sua morte avvenuta lo scorso gennaio,  vede nella divisione tra noi e loro nel mondo in cui non si accoglie la sfida di una grande idea di convivere insieme e nella divisione in tribù che sono giustapposte le une accanto e contro le altre, il punto di origine di un antagonismo che sfocia solo nell’affermazione del più forte.

“In un territorio popolato da tribù, le parti in conflitto evitano e rinunciano senza esitazione a convincersi e a convertirsi a vicenda; l’inferiorità di un membro — di un membro qualsiasi — di una tribù straniera è e deve restare una debolezza predestinata, eterna e incurabile, o almeno deve essere vista e trattata come tale. L’inferiorità dell’altra tribù è la sua condizione permanente e irreparabile, il suo stigma indelebile destinato a vincere ogni tentativo di riabilitazione. Una volta che la divisione tra “noi” e “loro” è stata istituita secondo queste regole, lo scopo di ogni incontro fra gli antagonisti non è più lo stemperamento, ma la ricerca o la creazione di ulteriori prove del fatto che qualsiasi stemperamento è irragionevole e fuori questione”.

Nel suo saggio Bauman cita papa Francesco scorgendo un orizzonte alternativo alla grande regressione nell’impegno a lungo termine di educare al dialogo: «Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i percorsi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando».

Lo stesso Francesco aveva parlato del ‘paradosso dell’abbondanza’in un coraggioso messaggio all’Expo di Milano del 2015 sul tema del cibo: “c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo paradosso continua a essere attuale. Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica. Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la inequità (…) : “No, a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa” (EG 53). Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole. Attenzione: qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti “gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi” (ibid., 53). È dunque necessario, se vogliamo realmente risolvere i problemi e non perderci nei sofismi, risolvere la radice di tutti i mali che è l’inequità. Per fare questo ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della inequità”.

Ricordare il cammino percorso e sostare sul segno del pane. Pane condiviso nel dialogo e pane spartito nella distribuzione tra i  molti. Nel pane spezzato dell’eucaristia sta l’indicazione di un cammino da percorrere, terreno su cui orientare i passi nel tempo della grande regressione.

Alessandro Cortesi op

Date loro voi stessi da mangiare…

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La condivisione dei pani, è racconto ripetuto più volte nei vangeli e nella redazione è posto in stretta relazione con l’eucaristia (viene esplicitato nel discorso di Gesù presentato nel IV vangelo al cap. 6).

E’ gesto che interroga per coglierne il significato per noi oggi, per un cammino di fede. Il gesto dei pani infatti fu un gesto della condivisione: furono pani e pesce condivisi. A questo gesto fa riferimento il rito religioso dell’eucaristia.

In questo passaggio si è attuata una trasformazione che ha generato uno spostamento ed uno svuotamento dei significati del gesto di Gesù. Uno spostamento contro cui già Paolo era consapevole quando scriveva alla comunità di Corinto, che viveva un rito senza che cambiasse la vita: alcuni infatti non aspettavano gli altri, non accoglievano (1Cor 11). Un rito rischia come tutti i rituali religiosi, di farsi abitudine che pacifica le coscienze ma non modifica la vita. Può anche divenire un atto di esteriorità e di visibilità. Al centro viene posta l’adorazione e la devozione, ma non si attua un cambiamento della comunità chiesa né della società.

Questo gesto ha subito un altro cambiamento: l’eucaristia è divenuto sacramento della presenza di Dio da adorare, da vedere e nella storia si è giunti al non comunicarsi più (con l’uso di non comunicarsi se non ci si era confessati, oppure ad un allontanamento dall’eucaristia in quanto il sacramento anziché essere aiuto per la vita è divenuto ostacolo al camminare nella fede. Ma Gesù ha scelto il pane per dire e significare la sua presenza… dal mangiare si è passati al vedere all’adorare, ma il pane è da mangiare.

L’eucaristia non è il premio dei buoni, ma il pane dei pellegrini, è il cibo per andare avanti nel cammino: è prendere forza nella relazione con Gesù perché la sua presenza ci trasformi e cambi dentro. Accogliere l’eucaristia non è proclamare che siamo buoni ma riconoscerci bisognosi di alimento e di far rimanere la sua presenza in noi, per essere cambiati. Tutti e insieme. Non è un mezzo per un incontro da soli a soli con Gesù, ma è un mangiare che fa divenire, insieme ed in relazione, corpo di Cristo. Questo è molto importante perché abbiamo reso la ‘comunione’ un rito e un fatto privato, mentre essere comunicanti significa entrare in relazione, vivere una nuova appartenenza: ci apparteniamo gli uni e le une agli altri

E’ importante pensare che nel gesto di Gesù stava il desiderio di condividere la mensa, il cibo. Gesù suscitò reazione e scandalo perché a tavola sedeva insieme con peccatori e pubblicani, con gli esclusi e i poveri che lo seguivano e diceva che gli ultimi dovevano essere i primi.

Questo modo di vedere la vita di Gesù si scontra con il modo che noi abbiamo di concepire i rapporti sociali. Gesù non invitava a praticare una sorta di elemosina in questa esperienza della mensa. Il messaggio racchiuso nel gesto della condivisione dei pani costituiva l’indicazione di un modo nuovo di pensare i rapporti e la vita nella società. Un modo che fosse riflesso e accoglienza del progetto di Dio. Per Gesù la possibilità di incontrare Dio non sta fuori dalla storia ma dentro la vita nella concretezza degli incontri. Amare Dio, incontrare il Padre è un’esperienza che sta dentro ad un cambiamento della vita, cambiando il modo di vedere gli altri, le cose aprendosi allo stile di Dio stesso che è quello della condivisione.

Gesù ha vissuto proponendo un progetto di una società completamente diversa da quella in cui viviamo. Voleva una società in cui le persone fossero considerate come uguali con uguale dignità e diritti, tutti importanti e unici.

Noi oggi viviamo una drammatica contraddizione. Un modello di società secondo lo stile della convivialità e della condivisione è in netto contrasto con il sistema economico che ci viene imposto e domina il nostro quotidiano. E’ questo un sistema pensato e gestito per produrre disuguaglianze e iniquità: disuguaglianze di tipo economico con la concentrazione del capitale mondiale in pochi paesi e in grandi imprese multinazionali nelle mani di pochi senza scrupoli nell’usare violenza e dominazione, con il dominio della finanza e lo svuotamento del lavoro delle persone. Sperimentiamo disuguaglianze nel campo dei diritti: milioni di persone non sono riconosciute nel loro essere appartenenti all’unica famiglia umana, e sono costretti a vivere nella paura e nella clandestinità.

Con tutti questi generi di disuguaglianze le religioni possono divenire luoghi di conferma e sostegno di un sistema oppressivo e spesso ne stanno al servizio: utilizzano i loro rituali per tranquillizzare coscienze e perpetuare i sistemi della violenza e della morte.

Oggi è la festa dell’eucaristia. La memoria dei gesti di Gesù che ha invitato i suoi dicendo ‘date loro voi stessi da mangiare’ e nella condivisione dei pani ha accompagnato a scorgere che nel condividere c’è incontro e abbondanza per tutti, apre una domanda: cosa significa continuare i gesti di Gesù? A cosa ci chiama oggi il vangelo?

Alessandro Cortesi op

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XX domenica del tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN0805Prov 9,1-6; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

“A chi è privo di senno ella dice: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete”. Nel libro dei Proverbi la sapienza è personificata nel profilo di una donna che prepara la sua casa e la rende luogo per accogliere chi apprende e si apre alla vita. Invita così a condividere il pane e il vino. E’ immagine domestica per indicare il cammino della sapienza come dono, e come incontro che si attua nella vita, nell’esperienza della condivisione. Pane e vino sono metafora per gli insegnamenti che portano a vivere. C’è un nutrimento materiale e un cibo che introduce all’autentico senso della vita e si attua nel condividere e nell’ospitalità.

Nel IV vangelo, a differenza dei sinottici, non sono riportate le parole di Gesù sul pane e sul vino nell’ultima cena. Nel racconto dell’ultima cena sta il gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli. E’ il senso profondo dell’eucaristia stessa: segno della vita data in dono e vissuta come servizio. Tuttavia echi delle parole dell’ultima cena si possono ritrovare nel capitolo 6. Dopo aver distribuito i pani Gesù parla del pane di vita. C’è un pane essenziale per la vita dell’uomo che scaturisce direttamente da Gesù: egli stesso lo provvede. Il suo distribuire i pani assume valore di segno. Uomini e donne cercano la vita. Lui stesso, l’inviato del Padre, ha il potere di donarla. Così accompagna i discepoli a passare dalla fame del pane come nutrimento del corpo ad un desiderio di vita piena. C’è un pane da mangiare e un pane che può nutrire la fame di vita. Gesù presenta se stesso come il pane vivo (vv. 51-59): ‘Io sono il pane vivo’. Il segno del pane rinvia alla sua carne, la sua vita umana nella concretezza e fragilità. ‘Carne’ è espressione assai forte per indicare la sua umanità debole, concreta: fa riferimento al suo corpo. E’ il mistero dell’incarnazione: il Dio di Gesù si fa vicino nella condizione di uomo a condividere pienamente la vita umana. Egli parla del mangiare la sua carne e bere il suo sangue come partecipazione alla sua vita: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me io in lui’ (Gv 6,56) La presenza di Cristo si fa vicina come pane di vita. Partecipare del suo corpo significa partecipare alla sua vita, dimorare e rimanere in Lui. E’ questa la comunione con il corpo di Cristo che sta al cuore dell’eucaristia.

Queste parole rinviano alla passione e morte di Gesù, alla sua vita spezzata, al sangue sparso e dato in dono. L’Eucaristia è segno non solo della morte ma dell’intera esistenza di Gesù spezzata come pane e racchiude il senso della vita di coloro che seguono Gesù: “Come il Padre che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Gesù è il pane disceso perché la sua vita proviene dal Padre e si dà per la vita del mondo. La sua esistenza è dono per una possibilità di vita nuova per tutti. Partecipare alla sua vita significa dimorare e rimanere in Lui, prolungare nelle scelte e azioni della propria vita il modo in cui Gesù ha inteso la sua vita. C’è un presente in atto e c’è una promessa: la vita eterna è già iniziata, tuttavia c’è un’attesa che deve ancora compiersi ed è fondata sulla promessa ’io lo risusciterò nell’ultimo giorno’. Tutto questo sperimentiamo quando ci comunichiamo all’Eucaristia.

La lettera agli Efesini prospetta una via di saggezza nei ‘tempi cattivi’. “Fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi”. Il cristiano è chiamato a vivere scegliendo una linea di sapienza, non da stolto. Il tempo e i giorni sono chiamata per attuare uno stile di vita seguendo le tracce di Gesù. Nel tempo segnato da difficoltà e prove è importante ‘comprendere qual è la volontà di Dio’. Alcune attitudini distinguono la persona saggia: scegliere uno stile di sobrietà, lasciare spazio all’agire dello Spirito nei cuori, rivolgersi al Signore nella preghiera di affidamento, maturare capacità di gratitudine, scegliere come criterio della vita lo stile di Gesù, cioè vivere nel suo nome.

IRAQ_-_ADOTTA_(it)_1028_Lettera_di_monAlcune riflessioni per noi oggi

Il gesto della donna del libro dei Proverbi che prepara la tavola invitando a condividere il cibo coloro che devono imparare nell’esperienza apre a considerare l’importanza di educare nella condivisione. Ogni apprendimento avviene nella relazione: si impara facendo e nel fare insieme si condivide. Non viene così trasmessa solamente una tecnica, una abilità, ma si passa una vita, si comunica un significato delle cose su cui si lavora, si genera una relazione. Questa attitudine di imparare e vivere l’esperienza insieme può essere aiuto per comprendere lo spessore di ogni percorso educativo e anche per saper dar valore ai momenti in cui condividendo l’esperienza si nutre quella fame di senso della vita che è presente e nascosta nei cuori.

La presenza di Dio nell’esperienza cristiana si rende vicina in un pasto: questo è carico di conseguenze per il modo di intendere la vita di credenti. Le prime comunità vivevano il momento dello spezzare il pane nella memoria di Gesù insieme al momento della convivialità dell’agape in cui si mangiava insieme, come segno di una fraternità concreta. La fame nel mondo è ancora un dramma che segna il nostro tempo, esito di ingiustizie e scelte di discriminazione. La popolazione umana mondiale è di circa 7 miliardi di persone e nel mondo si produce cibo per 12 miliardi i persone. E tuttavia 842 milioni di persone soffrono ancora la fame. Nel 2014 è stata lanciata la Campagna “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro” con mobilitazione di enti ed organismi del mondo ecclesiale italiano. Suo obiettivo è promuovere consapevolezza ed impegno sugli squilibri del pianeta, avendo come aspetto centrale l’elemento educativo. Il documento base della campagna sottolinea: “La realizzazione del diritto al cibo come diritto umano fondamentale si scontra con una situazione di squilibrio globale, le cui cause fondamentali sono da ricercarsi, più che in eventi esterni incontrollabili, in scelte politiche dannose e sconsiderate: nei modelli di produzione, nel commercio, nel consumo. Questa situazione di forte squilibrio deve essere dunque affrontata sin dalle sue radici. E per fare questo è necessario porre attenzione agli elementi strutturali che provocano questi squilibri”. Per questo la questione non è solo nella produzione dl cibo ma anche nella distribuzione e nel commercio. Qualcosa si può fare a partire da scelte quotidiane e possibili a tutti. L’attenzione a non sprecare, ad attuare uno stile sobrio di vita, saper scegliere nella spesa, sostenere alternative alla produzione e al consumo in termini di solidarietà e sostenibilità sono forme di attenzione per favorire l’accesso al cibo, e a un cibo sano, così difficile per molti.

Un anno fa, nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014, centoventimila cristiani che abitavano a Qaraqosh in Irak hanno abbandonato la piana di Ninive per trovare rifugio in Kurdistan. Furono costretti a fuggire dall’avanzata dell’ISIS lasciando alle loro spalle le loro case e le loro attività. Si sono rifugiati a Erbil nel Kurdistan irakeno e da allora hanno vissuto nella condizione di profughi. Nonostante queste sofferenze queste comunità sono una testimonianza di fede e di affidamento al Signore nella difficoltà e nella prova quotidiana. “Il Signore protegge la mia vita, di chi avrò timore. Se i malvagi mi assalgono e si accaniscono contro di me, saranno loro avversari e nemici a inciampare e finire a terra. Se anche un esercito mi assedia il mio cuore non teme. Se contro di me si scatena una battaglia anche allora ho fiducia” (Salmo 27). Un tra le testimonianze di quei giorni riporta: «È impossibile descrivere quanto è accaduto in quei giorni. Intere famiglie hanno perso tutto. Per paura di essere uccisi dall’IS sono scappati senza neanche prendere i documenti». Nei tempi cattivi vi sono comunità che si mantengono fedeli al Signore. Questa esperienza insieme a tante altre in Siria, ci riporta alla condizione dei cristiani d’Oriente in questo tempo drammatico. Il patriarca dei caldei irakeni Raphael Sako, nel libro dal titolo Più forti del terrore. I cristiani del Medio oriente e la violenza dell’Isis, ed. EMI, scrive: “La fede da noi non è una speculativa, è una questione di amore e di attaccamento alla persona di Cristo. E’ come la farina nel pane, non si può estrarla. E’ la cosa più grande per la quale per la quale si è pronti a sacrificarsi. Credere è essere”. La fede come la farina nel pane. La vita di credenti aggrappata alla vita di Gesù pane vivo. Motivi per ricordare la solidareità con chi vive nella prova, per pensare al futuro delle comunità dei cristiani d’Oriente, e per riflettere sull’esperienza della fede e sulla sua concretezza nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

XVII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCF59762Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Nel Primo testamento Eliseo è profeta che attua un distribuzione di pani: accogliendo un uomo che gli ha portato alcune primizie, lo invita a distribuire i pani alla gente. “Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: ‘Ne mangeranno e ne avanzerà anche.’ Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore”.

I venti pani d’orzo e farro, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è abbastanza: non solo tutti ne mangiarono ma anche ne avanzarono, secondo la parola del Signore. Con pochi pani il profeta aveva sfamato tanta gente, a partir da un gesto di condivisione.

Il segno del pane è al cuore del capitolo 6 del IV vangelo. La narrazione del segno dei pani nel IV vangelo (Gv 6,1-15) reca alcune tracce del ricordo del gesto di Eliseo. Il pane si rende necessario di fronte ad una grande folla che ha bisogno di mangiare. Un discepolo, Filippo, osserva che il denaro che hanno non è sufficiente anche solo per un pezzetto di pane a testa. Così anche Andrea vede l’esiguità dei pani e dei pesci a disposizione a fronte di tante persone. Ma Gesù stesso prende i cinque pani d’orzo e due pesci e li distribuisce e ce n’è per tutti. Un chiaro riferimento alla vicenda del profeta Eliseo.

Anche si possono cogliere anche rinvii alla figura di Mosè e alla manna e alle quaglie, cibo per il cammino nel deserto (Es 16; Num 11). Nel mondo giudaico era infatti presente l’attesa di Mosè che tornando avrebbe rinnovato il miracolo della manna. Gesù viene così presentato in rapporto a Mosè e Eliseo, grandi profeti.

L’episodio dei pani è situato in un luogo distante dai centri abitati e in un tempo vicino alla Pasqua, elementi che offrono una chiave di lettura per ascoltare il lungo discorso di Gesù sul ‘pane’. Le persone sono una folla immensa (cinquemila), Gesù stesso distribuisce il pane; egli ordina poi di raccogliere gli avanzi perché nulla vada perduto, a differenza della manna che deperiva se era raccolta in quantità superiore al bisogno. I dodici canestri con il loro numero sono simbolo del popolo d’Israele e dell’intera umanità.

Il IV vangelo al momento dell’ultima cena di Gesù non riporta le parole sul pane e sul calice ma pone qui, al capitolo 6, alcuni riferimenti all’eucaristia. Il verbo usato per dire l’azione di Gesù è ‘render grazie’ (eucharisteo): “Allora Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie (eucharistesas), li distribuì a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero”.

Il segno dei pani costituisce uno dei ‘segni’ nella prima parte del vangelo (cap.1-11), che rivelano l’identità di Gesù ed invitano ad andare oltre. Accompagna ad una comprensione della sua persona. Gesù stesso distribuisce i pani: con questo gesto rivela se stesso. Il culmine del suo rivelarsi sta nell’espressione di Gv 6,35: “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Di fronte a questo segno però sorge una profonda incomprensione delle folle. Esse riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”. Egli fugge quella ricerca generata solo dal fatto di essere stati saziati. Prende le distanze dalla ricerca di un messia da strumentalizzare a servizio di interessi e necessità.

Il IV vangelo presenta Gesù come colui che convoca il banchetto della fine dei tempi annunciato dai gesti di Elia e di Eliseo, aperto a tutti, e sollecita chi ne fa parte ad aprirsi ad un nuovo modo di intendere l’esistenza.

L’accenno alla vicinanza della festa di pasqua rinvia al banchetto dell’Eucaristia: il segno del pane raccoglie in sé tutta la vita di Gesù, e spinge ad intendere la vita come pane da spezzare. La condivisione e la distribuzione del pane (il cibo, i beni, le energie, le competenze e con essi tutto ciò che abbiamo e ciò che siamo) costituisce esperienza indispensabile per vivere l’incontro con Gesù stesso.

DSCN0759Alcune riflessioni per noi oggi

Condividere il pane nel tempo degli egoismi. Al banchetto della terra oggi condividere il pane diviene un segno che può rivelare un’umanità capace di compassione.

Si sta svolgendo a Milano l’Expo 2015 sul tema ‘nutrire il pianeta’. Il 1 maggio 2015 papa Francesco ha inviato un video-messaggio in occasione dell’inaugurazione. In esso diceva: “(Gesù) ci ha insegnato a chiedere a Dio Padre: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. La Expo è un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà. Cerchiamo di non sprecarla ma di valorizzarla pienamente! In particolare, ci riunisce il tema: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Anche di questo dobbiamo ringraziare il Signore: per la scelta di un tema così importante, così essenziale… purché non resti solo un “tema”, purché sia sempre accompagnato dalla coscienza dei “volti”: i volti di milioni di persone che oggi hanno fame, che oggi non mangeranno in modo degno di un essere umano. Vorrei che ogni persona – a partire da oggi –, ogni persona che passerà a visitare la Expo di Milano, attraversando quei meravigliosi padiglioni, possa percepire la presenza di quei volti. Una presenza nascosta, ma che in realtà dev’essere la vera protagonista dell’evento: i volti degli uomini e delle donne che hanno fame, e che si ammalano, e persino muoiono, per un’alimentazione troppo carente o nociva. Il “paradosso dell’abbondanza” – espressione usata da san Giovanni Paolo II parlando proprio alla FAO (Discorso alla I Conferenza sulla Nutrizione, 1992) – persiste ancora, malgrado gli sforzi fatti e alcuni buoni risultati. Anche la Expo, per certi aspetti, fa parte di questo “paradosso dell’abbondanza”, se obbedisce alla cultura dello spreco, dello scarto, e non contribuisce ad un modello di sviluppo equo e sostenibile. Dunque, facciamo in modo che questa Expo sia occasione di un cambiamento di mentalità, per smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane – ad ogni grado di responsabilità – non abbiano un impatto sulla vita di chi, vicino o lontano, soffre la fame. Penso a tanti uomini e donne che patiscono la fame, e specialmente alla moltitudine di bambini che muoiono di fame nel mondo”.

Due giorni fa una persona si è fatta esplodere nel giardino di un centro culturale a Suruç, città della Turchia sudorientale al confine con la Siria. L’esito di questa esplosione è stata l’uccisione di trentadue ragazze e ragazzi turchi e un centinaio di feriti. Appartenevano alla Federazione delle associazioni giovanili socialiste e stavano organizzando il loro servizio a Kobane, al confine con la Siria, per partecipare alla ricostruzione della città, simbolo della lotta all’Isis. Da una parte ragazze e ragazzi che si sentivano coinvolti nel dolore e nelle speranze di un popolo da aiutare a sollevare. Dall’altro la folle lucidità omicida di chi con questo gesto pensava di render gloria a Dio, con l’idea di un Dio assetato di sangue e di violenza. Da un lato quindi una giovane che aspirava al premio dei martiri – secondo una visione deformata della religione – dall’altro autentici testimoni di solidarietà umana che contro la loro volontà hanno perso la vita. La morte dei ragazzi di Kobane, la meglio gioventù turca, ci ricorda il senso del condividere. Essi, giovani con progetti e sogni aperti al futuro, intendevano dedicare tempo ed energie per chi viveva nelle macerie della guerra e della barbarie.

Possiamo fare nostro ciò che osserva la scrittrice Joumana Haddad: “a dire la verità, non vorrei dimenticare: non vorrei mai vivere in un mondo dove sia «normale» camminare sui cadaveri per andare a scuola in Libano, dove sia normale sentire che di persone bruciate vive in Siria e venire a sapere che una diciottenne si è fatta saltare in aria in Turchia… Non vorrei vivere in un mondo dove noi esseri viventi saremo più morti dei morti perché avremo perso l’unica cosa che ci rende degni di vita: la nostra umanità” (Non dimentichiamo è l’unico modo di resistere all’Isis, “Corriere della sera”, 22 luglio 2015).

Alessandro Cortesi op

XX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Prov 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

Parole che generano ‘scandalo’, che fanno inciampare. Sono le parole di Gesù al cuore del discorso del cap. 6 di Giovanni. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Non come la manna ma pane vivente, vita fatta pane. “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

Il IV vangelo non riporta nel momento dell’ultima cena le parole di Gesù sul pane e sul vino. Le pone invece qui al cap. 6. Al momento dell’ultima cena ricorderà il senso di questo gesto del mangiare pane e vino che sono segno della sua vita donata. Il senso profondo sta nel vivere la vita come servizio fino alla fine, sta nel cingersi di un asciugatoio, chinarsi e lavare i piedi ai suoi chiamandoli amici.

Gesù usa due termini ‘carne’ e ‘sangue’ che agli orecchi degli ebrei suoi contemporanei suonavano come parole dure. ‘Carne’ significa tutta la precarietà dell’esistenza umana, la sua povertà e debolezza. Nel IV vangelo sin dalla prima pagina compare questo termine: “E la Parola, quella Parola che era presso il Padre e tutto riceveva e dava a Lui da sempre, si è fatta carne e ha messo la sua tenda in mezzo a noi”. Il volto di Gesù che si è manifestato nelle sue parole e nei suoi gesti è quello di chi sta da sempre presso il Padre e ha condiviso l’esistenza debole dell’umanità che è ‘carne’.

Ed ora dicendo ‘se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo’, Gesù indica la sua vita nel suo aspetto di fragilità come il luogo in cui avere vita. E poi parla di ‘sangue’: carne e sangue indica la totalità dell’esistenza, non una sua parte. Bere il sangue andava contro un precetto della legge, perché nel sangue c’è la vita e secondo Levitico non si può bere il sangue degli animali perché esso contiene un segreto di vita che non può essere violato.

Gesù dice che la sua esistenza nella sua fragilità è cibo che dà vita, e il suo sangue può essere bevuto per rimanere in lui, per poterlo incontrare e scoprire nel rapporto con lui il senso della propria esistenza. Questo senso sta nel vivere per qualcuno. “Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Non è discorso di morte ma di vita. Vivere per Gesù significa scoprire la propria casa, dove rimanere e dimorare.

Vivere l’Eucaristia in modo autentico dovrebbe condurci a rimanere, cioè a scoprire un rifugio dove trovare riparo e protezione, senso della nostra vita. Ma anche tappa per andare avanti e procedere nel cammino. E’ indicazione di dimorare, rimanere nell’amore che non ha fine.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. La nostra vita si pone già in una dimensione di ‘per sempre’. Gesù parla del mangiare il pane che dà, la sua vita, la sua carne come luogo in cui avere già la vita per porsi nella direzione dell’attesa della risurrezione che sarà. Ma già ora è vita che supera la morte perché scoprire e vivere l’amore è già vivere nella dimensione della vita di Dio.

Possiamo riflettere sul senso dell’eucaristia come luogo di testimonianza del dono e  dell’ospitalità di Gesù per noi. Non potrebbe essere questa ospitalità la testimoninaza che le chiese oggi potrebbero offrire consapevoli della loro inadeguatezza di fronte al dono ricevuto, ma anche nella semplicità di offrire un segno profondo di accoglienza? Tre istituti ecumenici due protestanti (Strasburgo e Bensheim) e uno cattolico (Tübingen), nel 2003, hanno proposto alcune tesi per una ospitalità eucaristica da vivere oggi. Di questo testo riprendo solo un punto: “Le Chiese concordano sul fatto che Gesù Cristo stesso, come colui che dona e dono al tempo stesso, invita alla Cena/Eucaristia. Ci riuniamo nel suo spirito. Ogni gesto ecclesiale – il modo in cui la comunità di fede celebra la Cena del Signore, chi agisce in persona Christi, come annuncia il suo messaggio e lo rende comprensibile – ha il suo senso e la sua legittimità nella funzione di richiamare alla mente Gesù Cristo. La Chiesa non è al di sopra dell’ospitalità eucaristica, ma è al suo servizio. Essa non “dispone” della Cena eucaristica. Piuttosto essa è e rimane sempre accogliente, anche se è essa che formula l’invito alla Cena del Signore nel suo nome”.

Alessandro Cortesi op

Cene ultime (III parte) – Cenacoli fiorentini del Quattrocento

(in rapporto ad una visita ai Cenacoli del ‘400 di Firenze – 31 marzo 2012)

“Venuta la sera si mise a tavola con i dodici. Mentre mangiavano disse : ‘In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà’. Ed essi profondamente rattristati cominciarono ciascuno a domandargli: ‘Sono forse io Signore?’. Ed egli rispose: ‘Colui che ha messo con me la mano nel piatto è quello che mi tradirà. Il figlio dell’uomo se ne va , come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato”  (Mt 26, 21-24).

Dopo che Gesù nell’ultima cena ha comunicato ai suoi la tragica parola che riguarda il tradimento, la narrazione evangelica non si attarda a descrivere il clima di quel momento. Ma proprio questo attimo è colto dagli artisti come tempo da fissare cercando di esprimere nel ritratto dei volti di Gesù e degli apostoli e nella loro gestualità i sentimenti, le reazioni, i pensieri e tutto quanto era contenuto nel cuore di ognuno dei presenti e nell’ambiente del cencaolo.

Questo momento fu così scelto da grandi artisti del Quattrocento fiorentino per decorare la parete di fondo dei grandi refettori conventuali. Secondo la tradizione monastica il momento del pranzo comune doveva essere vissuto in silenzio e nella meditazione. Esso costituiva un tempo per collegare il momento del nutrimento al mistero del dono dell’eucaristia e all’ultima cena di Gesù con gli apostoli.

Durante il Trecento la scena dell’Ultima Cena aveva costituito uno dei momenti ripresi nei cicli di affreschi riguardanti la vita di Gesù e la sua passione in particolare.  A Firenze l’esempio trecentesco di ultima cena si può trovare nel refettorio dei francescani di santa Croce. Di fatto l’ultima cena costituisce uno degli elementi dell’affresco dell’intera parete che risulta coperta  interamente da diverse immagini che rinviano tra l’altro alla vita di san Francesco e di san Bonaventura. Siamo nel 1340 circa e l’opera è di Taddeo Gaddi. L’ultima cena è rappresentata alla base di una grande croce che affonda le radici proprio sulla mensa eucaristica. La croce ha i caratteri del lignum vitae, l’albero che genera frutti di vita. Così ai piedi della croce sono raffigurati san Francesco e san Bonaventura, l’iniziatore del movimento francescano e colui che ne diede organizzzazione. Francesco e Bonaventura sono proposti come esempi dis antità ce trae la sua linfa dal dono di vita di Cristo nell’eucaristia.

Agli inizi del Quattrocento, l’invenzione della prospettiva offre un potente strumento per poter raffigurare la cena secondo modalità nuove e la cena diviene motivo considerato a sé stante e dipinto in modo da occupare l’intera parete di fondo dei refettori.

Un secolo più tardi rispetto al cenacolo di Taddeo Gaddi, nel 1447, nel refettorio dell’antico monatsero delle benedettine di sant’Apollonia, Andrea del Castagno affresca con l’immagine dell’ultima cena la parete di fondo, ad ovest e si rifà all’impostazione di Taddeo Gaddi. In questo refettorio anche qui la cena è posta al di sotto di una fascia superiore in cui vengono presentati i momenti della crocifissione, della risurrezione di Cristo e della deposizione nel sepolcro. Nella scena della risurrezione Andrea Del Castagno presenta un Cristo dal volto imberbe che esce dalla tomba portando un vessillo di vittoria, in una raffigurazione che sottolinea la freschezza giovanile di una nuova vita che ha vinto i lacci della morte.

Andrea Del Castagno riprende l’impostazione che già Giotto aveva dato alla sua raffigurazione della cena nella Cappella degli Scrovegni, già ripresa da Taddeo Gaddi, ed utilizza la prospettiva per dare profondità allo spazio che appare quasi schiacciato. Arricchisce poi di una nuova luce l’intero ambiente. Il cenacolo appare come una scatola aperta da un lato, una quinta teatrale al cui interno è in atto il dramma dell’ultima cena. Si tratta di una esecuzione pitorica secondo le regole della prospettiva che Filippo Brunelleschi aveva individuato e che trovò accoglienza negli artisti del primo Quattrocento a Firenze.

La scena della cena è inserita in un ambiente coperto da un tetto di cui è visibile un versante della copertura in coppi ed embrici alternati e con un soffitto a travicelli. Andrea descrive la sala del cenacolo adorna di marmi preziosi. Alle pareti sono infatti visibili pannelli con lastre di marmo policromo. Gli apostoli sono seduti su un sedile marmoreo e alle loro spalle è visibile un arazzo ornato con fiori. Sopra i riquadri marmorei delle pareti un intreccio di trentatré occhielli e mezzo con una raffinata allusione all’età di Cristo al momento della morte.

Le figure degli apostoli sono presentate in una monumentalità che ne esalta i tratti psicologici di ognuno. Con intensa penetrazione dei sentimenti e dei caratteri infatti Andrea esprime nella raffigurazione dei volti le reazioni di fronte all’annuncio del tradimento da parte di Gesù. La scena è attraversata da un forte movimento e da una partecipzione di emozioni. Gesù al centro ha lo sguardo rivolto a Giovanni che è reclinato con il capo sulla tavola, appoggiato al braccio destro.

Pietro appare  stupito e interrogativo e volge lo sguardo preoccupato verso Gesù. Alla sua destra Giacomo tiene un bicchiere tra le due manied è come immobile pensieroso. Accanto a lui Tommaso appare raffigurato in atteggiamento di chiaro scetticismo, con il capo rivolto verso l’alto e la mano sul mento a sostenerlo.

Tommaso è l’apostolo che nel IV vangelo afferma la sua esigenza di vedere per credere anche dopo che gli altri gli riferiscono ‘Abbiamo visto il Signore’. “Se non vedo nelle sue mani il legno dei chodi e non metto la mia mano nel suo fianco , io non credo” (Gv 20,25). All’estremità sinistra della tavola Filippo sta discutendo con il vicino seduto alla sua destra. Così dalla parte opposta si riconosce Andrea con la folta capigliatura bianca riccioluta e la barba che discende abbondante  come cascata si rivolge ad incontrare lo sguardo rattristato e intimidito di Bartolomeo che forse pone a se stesso la domanda se non sia lui in qualche modo il traditore del maestro. Accanto a lui Taddeo sembra quasi voler allontanare con il gesto delle mani questo annuncio che a lui appare un peso troppo grande da sopportare. E all’estremità destra della tavola Simone si copre la faccia con la mano in un gesto sconsolato quasi a dire l’impossibilità di quanto sta per avvenire. E l’ultimo apostolo a destra ha il volto con uno sguardo quasi impietrito. Giuda appare distaccato dagli altri, l’unico senza il disco dorato dell’aureola sul capo, posto davanti  a Gesù, con la chioma nera e la barba scura, lo sguardo penetrante e  e il naso adunco.

Circa trent’anni più tardi, nel 1476, Domenico Bigordi, detto il Ghirlandaio, riprende i motivi di Taddeo Gaddi e di Andrea del Castagno nella raffigurazione dell’Ultima cena nella badia di Passignano. La sua opera doveva rimanere entro vincoli stabiliti dal momento che la parete era già affrescata con le scene della cacciata dal paradiso terrestre e con l’episodio dell’omicidio di Caino. In questo refettorio dei monaci vallombrosani  Ghirlandaio raffigura l’ultima cena come  momento di rinnovata offerta dell’alleanza rotta nel peccato dei progenitori e nella violenza fratricida di Caino. Gesù, nuovo Abele, donando se stesso, conferma che Dio non viene meno al dono della sua alleanza che vince anche la violenza e il peccato.

A Firenze Ghirlandaio dipinge altri due refettori: il primo è quello del refettorio di Ognissanti il secondo nel complesso conventuale di san Marco. Egli esegue queste due opere attorno al 1480. I due cenacoli sono assai simili e tuttavia forse, proprio in un confronto dalle differenze si possono riscontrare come essi intendano raffigurare momenti diversi seppur vicini dell’ultima cena.

Nella Cena del refettorio di Ognissanti si rende palpabile il senso dell’agitazione e il movimento dinamico dei corpi, espressione dell’agitazione dei sentimenti, nel momento immediatamente successivo alla parola di Gesù sul tradimento. In questo cenacolo un elemento è proprio e caratteristico. Sulla sinistra in basso vi sono due brocche e sulla destra un bacile: allusione alla lavanda dei piedi e ricordo di questo momento fondamentale della cena. La mensa appare apparecchiata con cura e l’uso della prospettiva consente di far notare allo spettatore i cibi (pane, formaggio, frutta), le ampolle  e le stoviglie sulla tavola.

 

La tovaglia di lino è ricamata con ricami propri della tradizione di tessitura perugina. La tovaglia stesa sulla tavola allude al lenzuolo su cui Gesù viene avvolto nella sepoltura. Sulla mensa sino visibili pani e ampolle che contengono acqua e vino rosso. Anche questo elemento può essere un riferimento alla morte e al fiotto di sangue e acqua dal costato di Gesù dopo la sua morte (Gv 19,34). L’acqua è anche simbolo dell’umanità. Cipriano di Cartagine già nel III secolo così scriveva parlando dell’eucaristia: “quando el calice si mescola l’acqua al vino, il popolo è raccolto intorno a Cristo e la folla dei credenti è riunita e congiunta a colui nel quale ha fede. Questa unione e congiunzione di acqua e vino si realizza mescolandoli nel calice del Signore, in modo che quell’altra mescolanza non si possa scindere, così come la chiesa non può essere divisa e separata da Cristo” (Epistulae 63).

Un ulteriore elemento carico di simbolismi è costituito dalla presenza di frutti di varie specie sulla mensa. A sinistra si riconoscono due mele, poi numerose ciliegie disseminate su tutta la tavola e sull’estremità destra due arance. Si può tentare di collegare questi frutti ad una simbologia racchiusa in essi. Le mele rinviano al peccato, le ciliegie alle gocce di sangue rosso di Cristo, le arance sono simbolo del paradiso. Così pure la raffigurazione della vegetazione che compare dietro la sala del cenacolo, all’esterno, rinvia al giardino lussurreggiante, all’hortus conclusus, lo spazio riferito a Maria ma anche al cuore dei religiosi che nella loro interiorità sono invitati a ritrovare la dimensione di riconciliazione propria dell’Eden. Non sfugge a chi osserva anche la presenza di volatili. In particolare un pavone raffigurato sulla destra ed una pernice sul davanzale della finesta alla sinistra: ancora è qui da cogliere un simbolismo secondo il quale il pavone rinvia all’immortalità ed è simbolo della risurrezione. Mentre la pernice reca in sè un riferimento negativo, connesso alla stoltezza ed alla furbizia. Nel simbolismo racchiuso in questo affrontarsi di pavone e pernice nel cenacolo di Ognissanti si può cogliere l’affrontamento di bene e male. Il pavone in modo simbolico già evoca la risurrezione, mentre la pernice richiama e si collega al gesto di Giuda. Così anche le scene di caccia, con la presenza di uccelli come le anatre o i falconi, sono evocazione della lotta tra bene e male, dello scontro tra malvagità e bontà. Ma la presenza delle quaglie è anche riferimento al miracolo della manna nel deserto, quando al popolo che mormorava Dio inviò la manna come cibo inatteso e gratuitamente donato. Un rinvio all’eucaristia e al gesto di Gesù nell’ultima cena.


Anche il  cenacolo di san Marco è opera del Ghirlandaio. Rispetto a quello di Ognissanti l’atmosfera appare più pacificata, quasi che il momento fissato nell’affresco sia l’attimo in cui dopo l’annuncio del traditore ognuno si ferma , più pensoso a riflettere e a interiorizzare quanto sta per accadere.

Elemento originale e tipico di questo cenacolo è la scritta che appare sulla fascia superiore rispetto alla spalliera dove sono seduti gli apostoli: Ecce dispono vobis sicut disposuit mihi Pater meus regnum ut edatis et bibatis super mensam meam in regno meo.

E’ citazione di Luca 22,29-30: “io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno”. E’ importante questa iscrizione perché rinvia al cuore dell’annuncio di Gesù che concerne il regno, secondo il disegno del Padre, e invita i dodici ad una speranza nel regno che si compirà nella dimensione escatologica. La cena di Gesù è ultima ma rinvia ad un futuro in cui si potrà ancora mangiare e bere insieme: sarà un mangiare e bere insieme con lui, nel regno che è dono del Padre. Questa espressione pone tutta la figurazione dell’ultima cena nel segno del compimento del regno, ed è espressione della speranza di Gesù e della certezza della fedeltà del Padre anche di fronte alla morte. In questo cenacolo compare la figura per certi aspetti enigmatica del gatto che si volge verso lo spettatore, forse rinvio alla figura dell’eretico, forse evocazione della presenza di una forza maligna e del peccato che ha preso Giuda.

Una celebre ultima cena del Quattrocento fiorentino è quella del refettorio delle terziarie francescane legato alla regola della beata Angela da Foligno, opera attribuita al Pietro Vannucci detto il Perugino, attorno al 1485. E’ detto perciò cenacolo del Foligno.

L’atmosfera di questa cena è soffusa di una tenerezza che esprime da un lato attesa e dall’altro di misericordia. Giuda, nella sua posiziome distaccata dalgi altri, davanti a Gesù, si volge guardando a chi osserva, mentre lo sguardo di Gesù raggiunge lui. Quello di Giuda è forse un tentativo di dialogo, un’apertura interrogativa sul dramma che la sua vicenda  rappresenta. Il suo atteggiamento è quasi di ricerca di soccorso nel non sapere uscire dalla spirale del male e  del tradimento. Lamano destra abbandonata sulla tavola la sinistra che regge in mano il sacchetto con il denaro. Lo raggiunge, anche se Giuda non lo incrocia, perché è voltato, lo sguardo di Gesù. Gli comunica solo la tenerezza della compassione e della misericordia, il perdono ancora offerto, senza alcune venatura d’ira e di tensione, ma solo pervaso di nostalgia di amicizia.


Un altro esempio di cenacolo fiorentino è quello affrescato da Andrea Del Sarto (1486-1530) nel refettorio  di San Salvi a Firenze. L’antica chiesa dell’abbazia fondata da san Giovanni Gualberto fu costruita attorno al 1048, in aperta campagna fuori le mura di Firenze. Il convento ospitò la comunità dei monaci vallombrosani. San Salvi era stato vescovo di Amiens nel VII sec. Era questa una tappa nel pellegrinaggio che conduceva in città di Firenze e all’Annunziata. Ai primi anni del ‘500 il convento fu ampliato e furono costruiti il refettorio, lavabo e cucine.

L’affresco fu realizzato tra il 1511 e il 1525 sulla parete di fondo del refettorio davanti all’entrata. Fu compiuto in 64 giornate e combina nello stile elementi dell’arte rinascimentale con spunti del manierismo. La parte iniziata per prima riguarda le pitture del sottarco che inquadra l’Ultima Cena; su di esso sono dipinti 5 medaglioni con rappresentati (da sinistra): San Giovanni Gualberto, San Salvi, la Trinità al centro al posto della più tradizionale Crocifissione, San Bernardino degli Uberti e San Benedetto.

Il padre di Andrea era sarto. da qui l’attributo Del Sarto riferito a Andrea che fu allievo di Piero di Cosimo e poi divenne un artista rinomato che nella sua pittura affianca elementi dello stile di Raffaello, Michelangelo e Leonardo. Nel contempo inaugura la nuova “maniera”. Andrea Del Sarto supera la tradizione  a lui precedente. Innerva tuta la scena di una luminosità che rinvia all’arte di Michelangelo. Offre nel suo tratteggiare le figure una intensa penetrazione psicologica.


Influenzato dal cenacolo di leonardo a Milano risulta Firenze la pittura del Franciabigio nel Cenacolo della Calza mentre Alessandro Allori è autore della raffigurazione della cena nel cenacolo di santa Maria del Carmine ormai nella seconda metà del ‘500

Per approfondimenti:

Cristina Acidini Luchinat, Rosanna Caterina Proto Pisani (edd.), La tradizione fiorentina dei cenacoli, Firenze 1997

Rosanna Caterina Proto Pisani, Il Cenacolo di sant’Apollonia, ed. Sillabe Livorno 2002.

Rosanna Caterina Proto Pisani, Il cenacolo di ‘Fuligno’ a Firenze, ed. Sillabe Livorno 2009.

Luca Frigerio, Cene ultime, ed. Ancora Milano 2011.

Alessandro Cortesi op

Su liturgia e vita

“La liturgia è il grande fiume nel quale confluiscono tutte le energie e le manifestazioni del mistero, da quando il corpo del Signore vivente presso il Padre continua  senza sosta ad essere ‘consegnato’ agli uomini nella chiesa per dar loro la vita. La liturgia  non è una realtà statica: un ricordo, un modello, un principio d’azione, un’espressione di sé o un’evasione angelica. Essa supera  i segni nei quali si esprime e l’efficacia che se ne può percepire. Non è riducibile alle sue celebrazioni, benché vi sia presente interamente. Si serve della parola umana di Dio, scritta nella Bibbia e cantata nella chiesa, senza mai esaurirvisi. È a suo agio in tutte le culture, e nel contempo irriducibile ad ognuna di esse. È comune ad una moltitudine di chiese locali senza mai cancellare la loro originalità. Nutre tutti i figli di Dio, ed è in essi che cresce incessantemente. Benché celebrata senza sosta, non è mai ripetizione: è sempre nuova. Se contempliamo nel cuore della storia l’irruzione di quel fiume di vita che è la liturgia, tutte le nostre separazioni tra celebrazione e vita vengono travolte e superate. Questa forza di attrazione onnipotente del Cristo, iscritta in profondità in ogni evento umano, può illuminarlo e vivificarlo dall’interno. Non possiamo ridurla a qualche sprazzo di comunione, né ad alcuni momenti festivi di celebrazione comunitaria. Quell’evento totale di Cristo che è la liturgia e nel quale siamo costantemente coinvolti, supera sotto ogni aspetto la coscienza di fede e la celebrazione dei credenti, perché assume e penetra  tutta la storia, tutti gli uomini, e ciascuno di loro in ogni sua dimensione, e inoltre tutto il cosmo e tutta la creazione. Per essere trasportati da questo fiume è sufficiente averne raggiunto la sorgente” (Jean Corbon, La liturgia alla sorgente, Qiqajon, Bose 2003, pp. 282-283).

In queste parole di Jean Corbon (1956-2001), uomo spirituale che nella sua vita non solo ha maturato una grande competenza in ambito liturgico ma ne ha vissuto il senso profondo, respirando la sensibilità della grande tradizione orientale, si possono ritrovare alcune indicazioni per impostare un discorso sulla comunicazione verbale e non verbale nella liturgia. La prospettiva suggerita è infatti quella di accostare la liturgia come grande fiume che sgorga da una sorgente di presenza e di incontro.

La liturgia si esprime in segni e parole eppure, ci ricorda questa pagina, supera le parole e i segni: è evento totale di Cristo che si trasmette in tutta la sua esistenza e coinvolge tutta la nostra vita, e il cosmo e la creazione. Così essa non può essere ridotta alla dimensione dei riti, benché vi sia presente interamente anche in essi. Per parlare di linguaggio verbale e non verbale nella liturgia si può partire da questa intuizione di fondo per evitare il rischio di ridurre la questione ad una sorta di prontuario su come leggere una pagina della Scrittura, o come presentare una omelia o come arredare un altare. Da tale orizzonte tutto assume un senso nuovo, tutto diviene segno e coinvolge attenzione e cura, con uno sguardo che sappia però tenere insieme culto e vita accogliendo la grande provocazione di Gesù a vivere la liturgia nel dono di sé fino alla fine come consegna al Padre e all’umanità.

La liturgia in quanto celebrazione può essere letta come “momento cantato di una storia” o “luogo di una conoscenza” – sono espressioni di Giancarlo Bruni, monaco di Bose – ed  essere aiuto, rinvio, collegamento con la liturgia come vita, come evento di trasfigurazione nel Signore Gesù.

Come ricorda Robert Taft: “Nella splendida scena della creazione, il dito datore di vita di Dio si allunga e arriva a toccare il dito steso di Adamo reclinato. La liturgia  è ciò che riempie lo spazio tra queste due dita. Infatti, Dio nella metafora della Cappella Sistina è una mano che crea, che dà vita, che salva, che redime, che sempre si allunga verso di noi, e la storia della salvezza è la storia delle nostre mani alzate (o che rifiutano di alzarsi) in una accoglienza e in un ringraziamento incessanti per questo dono. È chiaro che qui sto usando il termine ‘liturgia’ nel senso più ampio, paolino, fino a includere l’intera oikonomia o commercium, quello scambio continuo salvifico tra Dio e noi, la scala di Giacobbe della storia della salvezza”. (Robert F. Taft, Liturgia. Modello di preghiera, icona di vita,  ed. Lipa Roma 2009, 35).

Parlare di linguaggio verbale e non verbale nella liturgia allora pone innanzitutto su di un sottile crinale: quello di riferirsi sì ai luoghi, ai segni, ai gesti, ai silenzi e alle parole che compongono i riti delle nostre liturgie ma d’altra parte mantenere quella tensione che dovrebbe essere presente nel ridimensionare il valore dei segni e dei gesti, per aprirsi a cogliere la provocazione della liturgia della vita. Ancora Taft ricorda: “Così se la Bibbia è la Parola di Dio nelle parole degli uomini, la liturgia sono le opere di Dio nelle azioni di quegli uomini e donne che vivono in lui” (Robert F. Taft, Liturgia Modello di preghiera icona di vita, ed. Lipa, Roma 2009, 48).

Per esprimere questa delicata soglia su cui stare indicherei un esempio che paradossalmente proviene dalla sensibilità di un artista non credente, Xavier Beauvois, regista del film ‘Uomini di Dio’, che si è lasciato interrogare profondamente dalla testimonianza della comunità dei monaci di Tibhirine.  Nel film a mio avviso è stata resa in modo magistrale la tensione sempre irrisolta tra momento liturgico in quanto celebrazione e momento liturgico in quanto evento di partecipazione alla vita di Cristo che si fa quotidiano e compimento di vita. La liturgia che attraversa il film, e che rinvia all’esistenza stessa dei monaci in terra di Algeria, è liturgia di una vita vissuta come incontro, come accoglienza e offerta di amicizia, oltre ogni calcolo e interesse.  Ed è la liturgia che risale alla testimonianza del martirio di Christian De Chergé e dei suoi fratelli.

E’ così significativo l’accostamento di diverse scene che parlano della medesima liturgia come evento che prende la vita di quei monaci ripresentati come uomini segnati dalla fatica, dalla durezza, dal dubbio, ma anche dallo slancio generoso e dal desiderio di orientare la propria vita verso un compimento di umanità e di fede. Nel film – il cui titolo originale Des hommes et des dieux è stato reso male dalla traduzione italiana Uomini di Dio’ – si parla infatti di una liturgia che passa attraverso una dimensione ‘non verbale’. Essa si esprime nei gesti della cura, della vicinanza, dell’incontro attuato in termini di condivisione e di presenza accanto a chi soffre. Indicherei questa dimensione come la ‘liturgia della vita’: una vita vissuta nell’ordinario della quotidianità come compassione e vicinanza, ma anche come continua crescita a scoprire il proprio bisogno dell’altro e la provocazione del volto del vicino nella propria esistenza. Per i monaci del monastero dell’Atlas quest’incontro si fa provocazione a scoprire che il loro modo di intendere la vita, come uccelli appoggiati su di un ramo, pronti ad andarsene, è collocata in una relazione profonda con chi, pur di religione diversa, dice loro: ‘voi siete il ramo, noi gli uccelli’, che da un momento all’altro possiamo essere portati via dalla violenza.

La ‘liturgia della cura’ si apre – ed è sempre il film che guida a tale scoperta – ad una seconda dimensione della vita liturgica: è quella che indicherei come il momento della celebrazione, l’ambito del rito come spazio e tempo in cui si racchiude, come in un grembo, una profonda apertura e attesa. Sono le parole della preghiera comune, il gesto del ritrovarsi insieme in un luogo, l’alternanza delle voci, il canto teso ad esprimere, nella armonia e nella variazione dei toni, la diversità nell’unità del coro comune, i gesti dell’inchinarsi profondo nell’adorazione e nella lode, la ripetizione dei salmi, l’ascolto delle Scritture lo spezzare il pane nell’Eucaristia. Il tempo e lo spazio della liturgia come celebrazione divengono occasione per dare accoglienza alla “forza di attrazione onnipotente del Cristo”. Ma essa è anche “iscritta in profondità in ogni evento umano” e quindi spazio e tempo della liturgia celebrata divengono occasione di apertura e di riconoscimento di un tempo e spazio allargato in cui accogliere e vivere l’incontro con Dio. Uno spazio più grande più grande: “quanto grande  è la casa di Dio, quanto esteso il luogo del suo dominio…” (Bar 3,24-38).

Lo spazio situato della piccola chiesa al cuore del monastero è luogo che rinvia ad uno spazio più grande e apre alla percezione che “I cieli e la terra sono pieni della tua gloria” come si canta nel Gloria. Così liturgia è anche l’andare tra le montagne dell’Atlante, nel silenzio, è l’interrogarsi da parte del priore della comunità se rimanere o andarsene, è il dubbio che attanaglia uno dei fratelli monaci durante il suo lavoro, è il gesto lento di frère Luc che nella notte prepara le medicine per l’indomani… Liturgia è avvertire il dramma di un incontro con Dio e di una chiamata che si avverte come impossibile da sopportare con le proprie forze nella solidarietà con un popolo nella sofferenza.

E si può riflettere sul senso di spazi sacri che tuttavia divengono luogo in cui non c’è spazio per Dio. Parole di ipocrisia e spazi, gesti, attitudini ammantate di religiosità che nascondono invece un disinteresse a Dio e al volto dell’altro.  Gesù reagisce quando vede una religione che è ridotta a mercato, quando si scontra con un modo di intendere il culto separato dalla vita, anzi una religione in cui al centro sta l’interesse e il tornaconto e l’indifferenza verso ciò che costituisce il senso più profondo del tempio. Gesù compie il gesto di rovesciare i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe proprio nello spazio del tempio.

Nel tempio “gli si avvicinarono ciechi e storpi ed egli li guarì”: Gesù con questo gesto sovverte la spiritualità proposta da un culto di sacrifici e offerte. Si distacca dal rituale del tempio per accogliere ciechi e  storpi, per guarire, per passare facendo del bene (Mt 21,10-17). Si china a lavare i piedi e questo gesto è posto dal IV vangelo proprio al posto delle parole dell’ultima cena nel tentativo di ricordare il significato autentico di quel momento: ripetere il gesto dello spezzare il pane è memoria di salvezza se diviene chinarsi nell’amore.

Tornando alla lettura del film ‘Uomini di Dio’ quale parabola per accostare il senso di una liturgia come comunicazione che avvolge tutta l’esistenza, mi sembra di poter evidenziare in esso anche un terzo livello della liturgia: oltre alla liturgia della vita, oltre la liturgia della celebrazione, è presentata quella che chiamerei la ‘liturgia del quotidiano trasfigurato’. C’è una bellissima scena che corrisponde all’ultima serata trascorsa insieme dai monaci prima dell’irruzione notturna dei guerriglieri che li rapiranno e li condurranno alla morte. E’ narrazione silenziosa di un’ultima cena: la scena si svolge senza parole, segnata da inquadrature in primo piano profondamente evocative di stati d’animo e di condizioni psicologiche. Il movimento della musica, unico elemento sonoro di questa scena, esprime la tragicità del momento ma anche il passaggio dalla tensione ad una pacificazione progressiva e all’abbandono nella scelta che vede il sorreggersi reciproco nella fraternità e nel dare la propria vita senza calcolo e senza condizioni. I gesti sono quelli della quotidianità: il cibo passato di mano in mano, il formaggio francese portato dal fratello rientrato proprio quel giorno dalla Francia, le patatine fritte che piacevano tanto al monaco più anziano. E al centro il vino e il senso della gioia ma anche il riferimento alla passione. I gesti dell’Eucaristia sono così ripresentati nella cena. Ed il  riferimento va a quello che stava per accadere e che in un certo modo era ben presente nelle loro menti, negli sguardi, nei loro pensieri. Un evento quindi, una cena fraterna, che non si limita ad un rito ma diviene vita e si esprime nel ritrovarsi di quella tavola divenuta mensa eucaristica nella logica di vite consegnate a Dio in solidarietà con i loro fratelli musulmani.

Le parole e i gesti di queste diverse liturgie, tutte rinvianti all’unica sorgente, l’evento totale di Cristo, la trasformazione dello Spirito, hanno dimensioni di parole, silenzi, luoghi, decoro, linguaggio verbale e non verbale. Ma ogni elemento diviene funzionale a scoprire la continuità e la vicinanza tra elementi del rito e parole e gesti della vita, nel loro incrociarsi ed essere coinvolgimento nel grande mistero della trasformazione opera dello Spirito. E’ lo Spirito il grande protagonista della liturgia che opera rendendo la vita simile a quella di Cristo, venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti.

In questo quadro di fondo penso che l’attenzione a tutti gli elementi delle nostre celebrazioni, anche i più piccoli e spesso trascurati dovrebbe essere sviluppata con sobrietà e cura. Lo sguardo attento al contesto, alle persone presenti, al coinvolgimento per formare una comunità responsabile insieme, allo scambio di doni può favorire la consapevolezza del legame tra liturgia e vita e aprirsi a leggere la vita come liturgia nello Spirito. Tutto ciò che è linguaggio non verbale e che dice riferimento all’ambiente, all’architettura del luogo, alla disposizione dell’assemblea, alla cura delle cose, alla natura e al cosmo – la luce, i fiori, i colori, la materia degli arredi – il canto, la musica e i gesti, e la cura per quanto attiene al linguaggio verbale, l’espressione di parole significative, scandite dal silenzio che ne dà risalto, acquista allora uno spessore nuovo. Può essere attenzione non di tipo cerimoniale, ripiegata nella preoccupazione di una esecuzione corretta di norme rituali, ma dovrebbe respirare di un’esperienza che conduce a celebrare un evento di vita, che valorizza lo spessore di ogni realtà umana e cosmica, e nel contempo la pone in relazione aprendo lo sguardo alla liturgia della vita e del quotidiano trasfigurato.

Alessandro Cortesi op

Questo articolo è apparso con il titolo ‘Linguaggio verbale e non verbale nella liturgia’ nella rivista ‘Incontri’ 3,6 (2011).

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