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V domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF2821Is 6,1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

Il fallimento, la sorpresa, l’inadeguatezza. Tre elementi che sono al cuore della narrazione di questa pagina e che possono condurci a riflettere su un incontro con Gesù che non è solo quello dei primi apostoli che Gesù ha incontrato sulle rive del lago di Genezaret, ma è anche l’incontro all’origine – sia esso consapevole o meno – del cammino di ogni uomo e donna: una chiamata, una relazione originaria e gratuita. La narrazione di Luca della chiamata sulla riva del lago dopo una pesca fallimentare è storia che rimane aperta e allarga gli orizzonti oltre i confini di un ricordo. E forse è anche quell’incontro che tanti portano nel cuore anche se non gli sanno dare un nome quando s’interrogano sul senso della propria vita, quando lasciano spazio a ciò che va oltre la superficie, al di là delle apparenze.

Il fallimento. Pietro è pescatore, nella sua vita il lavoro è ciò che riempie il suo vivere e nel lavoro, nell’abbondanza delle reti tirate sulla barca, trova il senso e la gratificazione che dice la sua identità. Ma Pietro con i suoi vive anche la fatica del fallimento, le uscite vane e i ritorni mesti dopo una notte trascorsa a lavorare e chiusa senza aver preso nulla. Dietro quella parola sconsolata e delusa, ‘non abbiamo preso nulla’, sta l’allusione al fallimento che segna la vita. Oggi la dimensione del fallimento è spesso negata, per lo più nascosta. I modelli proposti sono vincenti, e quando il mondo crolla sotto i piedi è difficile accettare le situazioni, la vicinanza degli altri, e addirittura se stessi. Il fallimento attraversa in modo improgrammabile la vita. C’è il fallimento nel lavoro, nel mancato adempimento di speranze e attese; è anche il fallimento che interrompe esperienze di vita, percorsi di amore. E’ il fallimento che giunge inatteso laddove c’erano pensieri di futuro, programmi e pianificazioni e la vita invece interrompe percorsi preordinati imponendo scelte su strade non contemplate. Il fallimento è momento di verità: saperlo riconoscere apre a poter affrontare la vita con i suoi limiti, a scoprire che non si è padroni, ma creature fragili, esposte ad ogni genere di imprevisto. Eppure i modelli, irraggiungibili, ideali, sono quelli delle persone riuscite, che centrano sempre l’obiettivo, i vincenti e privilegiati, che non hanno mai assaporato il pane duro e amaro di tempi, lavori, separazioni e solitudini o di ambienti e situazioni subite e da attraversare.

In quella notte non avevano preso nulla. Gesù si fa incontro ad una compagnia di falliti, pescatori che avvertivano l’incapacità delle loro forze e l’inutilità della loro fatica. Questo suo farsi incontro nel fallimento e il suo invito a prendere il largo non sono senza significato, proprio all’inizio del cammino di coloro che lo seguiranno. La chiamata stessa avviene proprio in quel momento. Al cuore di un fallimento sta un riconoscimento di autenticità. Lì si rivela il volto più fragile, ma per questo anche il più vero, delle persone. Riconoscere il proprio venir meno è passaggio che apre a consapevolezza di dimensioni nuove della vita. Solamente chi ha percepito in qualche modo la sorda sofferenza della propria incapacità e del mancato compimento di progetti e speranze è persona che ha fatto il passaggio da un mondo adolescenziale ingenuo viziato e gonfio di sé ad uno stato nuovo, laddove si scopre che la vita non è solo conquista, realizzazione, privilegio. E’ esperienza sconsolante accorgersi come a fronte di tanti che sperimentano fallimenti che diventano abissi da cui non è più possibile risalire, fa fronte una massa di persone che non ha mai vissuto tali passaggi e vive il cammino dell’esistenza, in mondi di sogno e di privilegio, in una presuntuosa indifferenza della sofferenza altrui. Gesù si fa incontro a persone che sperimentano il fallimento, che sanno chiamare per nome l’esito di una notte di lavoro perduto, che non si nascondono di fronte all’esito insufficiente delle loro opere e dei loro sogni.

La sorpresa: la prima sorpresa è il gesto di Gesù che sale su quelle barche vuote, e proprio di lì si pone ad insegnare. La seconda sorpresa è la parola di Gesù ‘Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca’. E’ una parola che invita ad uscire, ad allargare orizzonti e pensieri, a non fermarsi e lasciarsi chiudere entro confini angusti. Potremmo pensare alle stanze chiuse di ambienti culturali e religiosi insensibili alle sfide dell’altro, del nuovo, dell’oltre, ad appartenenze che non fanno respirare e che mantengono in una costrizione della mente e della libertà. Prendere il largo è invito che sorprende quando si è prigionieri di un fallimento che diviene giudizio sulla vita. Lo sguardo di Gesù sulle persone che incontra non è uno sguardo inquisitore né indifferente. Il suo invito non chiude, ma spinge al largo, apre storie nuove. Il suo sguardo accoglie il fallimento e sa guardare oltre: sa indicare direzioni inedite. Prendere il largo è aprirsi a dimensioni nuove, scoprire che proprio il fallimento è occasione di nuove navigazioni, di nuovi cammini, non più soli, ma visitati da una presenza e aperti ad un incontro diverso.

La sorpresa è innanzitutto una sorpresa di contrasto, tra l’esito insignificante di una fatica appena conclusa senza risultato e una nuova partenza, un nuovo prendere il largo. “… ma sulla tua parola getterò le reti”. La prima sorpresa nel cuore di Pietro e degli apostoli è la sorpresa per una parola che apre e non chiude, che fa respirare e che spinge a partire. Una parola di speranza ed una parola che genera fecondità inattese. Una parola ben diversa da tutte le parole che inchiodano con un giudizio, che escludono in una catalogazione che non guarda alle persone; diversa anche dalle parole vuote di chi vende illusioni e non prende su di sé fallimenti e sofferenze degli altri, ma ne fa occasione di propaganda politica irresponsabile e di perseguimento di propri interessi.

“Presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano”. La seconda sorpresa sta proprio sull’efficacia della parola. Sta qui nascosta la dimensione poetica della parola di Gesù: le sue parole sono capaci di cambiare situazioni, di aprire esistenze, di generare cammini di relazione. Sono parole che operano e creano cose nuove. Luca esprime tale fecondità di una parola che non rimane senza effetto nella misura esorbitante di una pesca non programmata e insperata.

E’ anche la sorpresa espressa da Pietro quando vede la sua vita germogliare ad una dimensione nuova mai prima pensata. “Allontanati da me che sono un peccatore”: Pietro avverte davanti a Gesù la sua inadeguatezza, la sua distanza. E’ ancora un passaggio di autenticità: il pescatore di Galilea vive la meraviglia di quella pesca abbondante come esito di un dono che lo supera e lo cambia nel cuore. Non più un lavoro rinchiuso nell’angustia di un quotidiano chiuso e op, ma un lavoro come servizio dove non si tratta di prendere pesci, ma di entrare in rapporto di vita con gli altri. Così Pietro rilegge tutta la sua vita in modo nuovo. Vive l’esperienza della fede come senso di affidamento nella consapevolezza di una alterità irriducibile eppure vicinissima. E chiede a Gesù di allontanarsi perché avverte una presenza altra e tuttavia talmente vicina che gli sconvolge la vita. Finora ha inseguito forse un modello di pescatore, teso a vincere, a realizzare pesche eccezionali nell’affermazione di sé e della sua forza. Scopre che tutto è dono, scopre soprattutto che il dono è presenza, e lo situa in relazioni nuove che gli capovolgono l’esistenza e tutto gli fa apparire in una luce nuova.  Le parole di Pietro sono quindi parole di una fede che si scopre inadeguata.

Tre considerazioni sul nostro presente:

Il fallimento: perché non guardare la vita chiamando per nome i  nostri fallimenti e scorgendo in essi una parola e uno sguardo di speranza, lo sguardo di Gesù che ci apre a prendere il largo, a non fermarci lì. Guardare la vita dalla parte dei falliti porterebbe ad uno sguardo molto più profondo, più capace di compassione, più in grado di volgersi a ciò che è essenziale.

La sorpresa. Il credente è persona chiamata alla sorpresa. Sorpresa di un partire verso orizzonti  larghi e aperti, dove scoprire una fecondità inattesa della propria vita, dove scoprire la riconoscenza per un dono scoperto come presente. Chiamati alla sorpresa di un invito che spinge a mettersi in relazione, a cambiare direzione dell’esistenza. Non tanto la ricerca di risultare vincenti, non l’inseguire un’affermazione di riuscita, ma lo stare in relazione, in rapporti di vita.

L’inadeguatezza. Viviamo un tempo di individualismi e di massimalismi. C’è chi ripropone anche il vangelo in modi talmente esigenti da essere disumani, solo per superuomini, per esseri eccezionali. Forse accettare la propria inadeguatezza, il cambiamento radicale che Gesù chiede nel modo di concepire la vita, ma anche la sua vicinanza proprio nei nostri fallimenti apre ad una possibilità di vivere il seguirlo spossessati di tante certezze. Inadeguati quindi, ma prendendo il largo. Un nuovo modo per dire la povertà non nei termini di una manifestazione di capacità superiori, ma nei termini della condivisione con tanti che nei fallimenti e nelle piccole riuscite della vita scoprono la parola di Gesù che apre a scoprire dimensioni inedite dell’esistenza, nell’incontro, nel servizio, nella relazione per gli altri: ‘vi farò pescatori di uomini’. Inadeguati e lasciando spazio a lui solo, alla sua parola feconda.

Alessandro Cortesi op

XIX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

1Re 19,4-8; Efes 4,30-5,2; Gv 6,41-51

C’è una incredibile forza nel racconto del percorso di Elia, il profeta del fuoco. Aveva ascoltato la Parola del Signore, Elia. Se n’era fatto testimone davanti al re, e aveva denunciato il potere politico che aveva perso il riferimento al senso della sua funzione. Aveva vissuto l’affidamento al Dio dei padri e aveva fatto della Parola la sua forza nella sfida ai sacerdoti di Baal. Aveva vissuto così la fedeltà al Dio dell’esodo ma si trova ora ad essere isolato e braccato.

La scena di Elia nel deserto è così una immagine che si fissa nella memoria e fa ritrovare nel volto di quest’uomo distrutto la vicenda di tanti, che avvertono il peso della fatica e il fallimento della loro missione fino al punto di pensare di aver sbagliato tutto e di chiedere di mettere la parola fine ad un percorso percepito come inutile.

“Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”.
 In queste parole non c’è più la forza del profeta che con la sua testimonianza aveva osato sfidare il potere politico e quello religioso: c’è invece tutta la delusione di chi avverte la fatica di un cammino più pesante di ogni previsione. E c’è anche la percezione della propria inadeguatezza e insufficienza, e l’emergere di una comprensione nuova di se stesso. Spogliata delle illusioni, e degli entusiasmi di chi affronta a fronte alta le difficoltà. Elia, in fuga da chi voleva ucciderlo vive ora senza più alcuna sicurezza. Il deserto è il luogo di una autenticità scoperta oltre ogni illusione religiosa. Elia è solo con la sua incapacità. Gli si fa chiaro che non sa reggere alle situazioni, percepisce il suo limite e viene meno ogni pretesa.

Appare così nel suo essere semplice uomo, senza qualità particolari, non migliore dei suoi padri, non eroe, non capace di forza di fronte alle avversità, ma impaurito e fragile. Preso da paure e debole anche nella fede: non profeta del fuoco, ma profeta senza difese né certezze di cui farsi forte. Forse anche preso dal dubbio: quella lotta e tutto il suo agire avevano un senso? Eppure proprio in questo momento in cui egli diviene il volto del povero, senza più nulla per sè, Dio non lo lascia solo. Lo spogliamento da tutto ciò che poteva prendere il posto di Dio lo apre alla possibilità di un incontro che lo raggiunge come dono, inatteso. Il deserto è luogo della prova ma anche luogo di scoperta di una presenza non porgrammabile e non oggettivabile. Un angelo, messaggero di gratuità, gli accosta del cibo, una focaccia cotta e un orcio d’acqua, cibo essenziale per andare avanti, per procedere nel cammino.

E, con il cibo, l’invito ad alzarsi: ‘Alzati e mangia’. Elia è avvvicinato e toccato, una prima e una seconda volta, e ascolta una parola che lo invita ad alzarsi: è ancora lungo il cammino. La vicinanza di Dio in un messaggero che gli porge un pezzo di pane e in un orcio d’acqua, per prendere forza e per continuare a camminare. E’ cammino reso possibile solo da quel gesto: lo aprirà ad andare fino al monte di Dio l’Oreb, a vivere un incontro con Dio nel deserto, scoprendo il Dio delle piccole cose, non del fuoco, non del terrenoto, ma della voce di un leggero silenzio. Fino all’Oreb, il monte di Dio. Fin là dovrà camminare, Elia, con la forza datagli da quel cibo. Il cibo è per andare avanti, non tanto per aver risolte le paure e le difficoltà, ma per procedere, certo però di una incapacità e di una vicinanza: l’incapacità propria, la vicinanza di Dio.

Ma questo lo libera dalle paure che gli facevano ritenere la sua vita ormai inutile e lo liberano anche dalle false immagini di Dio per spingerlo a camminare. Dio sta oltre la sfida con i profeti di Baal. Quando Elia rimane nudo, come Adamo nel giardino, spogliato delle sue attese e pretese, allora si apre lo spazio per un cammino nuovo e per scoprire che Dio si nasconde facendosi vicino in un messaggero che porge un pezzo di pane, in una focaccia e un orcio d’acqua, in una parola che fa alzare e camminare. E questa presenza di messaggero ricorda a noi che Dio si rende presente laddove c’è chi porge una focaccia di pane e un po’ d’acqua, nella gratuità.

Gesù nella lunga pagina del cap. 6 del IV vangelo parla di se stesso come pane disceso dal cielo. Cibo per camminare, per andare avanti, per alzarsi, come Elia e per scoprire che Dio non è lontano e assente dal nostro quotidiano. Un cibo disceso, un cibo donato: Io sono il pane disceso dal cielo… il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo…

Pane è nutrimento per poter vivere. Gesù vive tutta la sua esistenza come dono: cibo donato. E in questo suo vivere racconta il volto di Dio che scende e si fa vicino. “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

La presenza di Dio Padre sta al cuore e all’origine della vita di Gesù, e sta così al cuore dell’esistenza di ogni credente: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44).

E Gesù riprende la parola dei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui viene a me”. C’è un ascolto del Padre che avviene nei modi che solo il Padre sa. E’ un ascolto possibile a tutti. E è aperto a chiunque si lascia toccare da una presenza che è dono. E’ ascolto anche da prestare ad ogni gesto che è pane spezzato. Chi nella sua vita agisce nella gratuità e nel dono già esprime il senso profondo dell’esistenza. Solo l’amore fa partecipare alla comunione con Dio, Amore che vince la morte. Tutto questo non è questione di strategie, o di organizzazione, ma di un lasciarsi attirare nella corrente del dono: Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre mio…

E ci dovrebbe rendere spogli come Elia, che accoglie inaspettatamente un po’ di cibo per camminare ancora, e ci dovrebbe rendere attenti a scoprire la possibilità di vivere i gesti del dono, dello scendere e del servire, i gesti di Gesù che sono ciò che rimane e fa vivere noi stessi e gli altri.

 

Alessandro Cortesi op

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