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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Domenica della Santa Famiglia – anno B – 2017

IMG_1752.jpg(pagina aggiornata il 30.XII.2017 – mi scuso per l’errore – ac)

Gen 15,1-6; 21,1-3; Ebr 11,8.11-12.17-19; Lc 2,22-40

‘Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Mosè (Maria e Giuseppe) portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore… Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea alla loro città di Nazaret’.

In questo andare e tornare da Gerusalemme, in attenzione alle prescrizioni della legge, è descritto l’incontro nel tempio con il vecchio Simeone e con la profetessa Anna, due anziani presentati come persone in attesa e capaci di accogliere una profonda novità nella loro vita.

La fragilità di una vita appena nata, la freschezza di un bambino entra in una storia segnata dalla vecchiaia e la rinnova. Al centro di questo incontro la chiave per comprenderne il significato sta nelle parole del cantico di Simeone.

Queste sono richiamo ad antichi annunci del profeta Isaia: “Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà” (Is 40,15); “io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49,6); “i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria” (Is 62,2).

Sono memoria di una storia di attesa e di speranza. Simeone non indica qualcosa di futuro che deve venire, ma guarda al presente e si rivolge al bambino che tiene tra le braccia: l’attesa della salvezza ha ora un nome, è qualcuno, è quel bambino, avvolto in fasce, segno debole in cui si rende vicina la debolezza dell’amore di Dio entrata nella storia per cambiare e donare salvezza e speranza per tutti: ‘i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te per tutti i popoli…’

Maria e Giuseppe hanno portato a Gerusalemme il loro bambino per consegnarlo a Dio: sta qui il compimento autentico della legge, una consegna, una restituzione. E quel bambino è luce per Israele e per tutti i popoli. Simeone riconosce in quel volto il compiersi delle promesse sul Messia. Indica il percorso della vita di Gesù: la sua vita sarà sotto il segno della debolezza dell’amore, sarà un ‘segno di contraddizione’. Passando per il cammino della sofferenza e subendo il rifiuto, integrando nella sua via le conseguenze della malvagità umana, e la stessa condanna ingiusta, Gesù ha reso la morte stessa, che contraddice il disegno di vita di Dio, luogo di accoglienza e di manifestazione dell’amore.

La narrazione di Luca è poi attraversata da un corrente di stupore: non solo il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui (cfr. Lc 2,33), ma anche Simeone ed Anna, pur nella vecchiaia hanno occhi che si lasciano muovere dalla meraviglia. La capacità di stupirsi è propria di chi non è chiuso nella propria autosufficienza ma è aperto alla vita come consegna e dono. Accogliere il volto di un Dio che si fa vicino nel segno di un bambino inerme è sfida ad una conversione su come vivere la fede.

Maria e Giuseppe hanno consegnato Gesù il figlio. Abramo, il primo credente, ha vissuto il cammino drammatico dell’affidamento a Dio di Isacco, il figlio della promessa. Ed è questo anche il cammino di fede di ogni persona, di ogni comunità e di ogni famiglia: affidare al Signore la propria vita, i propri figli, perché tutto partecipi al venire di Gesù per servire e dare la vita per tutti, al suo dono di salvezza per tutti i popoli.

Alessandro Cortesi op

IMG_1988.jpg(Pietro Bugiani – Preghiera)

L’equivoco della famiglia

“L’equivoco della famiglia” (ed. Laterza 2017) è titolo di un libro di Chiara Saraceno sociologa torinese, impegnata da anni nella ricerca attorno alle questioni relative alla famiglia e alle sue trasformazioni.

Una prima sottolineatura che il libro evidenzia sin dal titolo è l’equivoco a cui il termine famiglia facilmente conduce. Più che di famiglia si dovrebbe parlare di forme diverse di famiglia, di famiglie al plurale. C’è un carattere dinamico dell’istituto familiare nel tempo. Nelle diverse epoche e contesti la famiglia ha avuto diverse funzioni. “Gli studi antropologici ed etnologici, e da ultimo di storia sociale, hanno mostrato la varietà di esperienze familiari nel passato, contemporaneamente indicando l’impossibilità di ricostruire una vicenda unitaria di trasformazioni, all’interno della quale rintracciare il filo unitario della famiglia” (L’equivoco, 5).

Oggi è difficile determinare un confine alle definizioni e esperienze di famiglia. Se un aggettivo si addice alla condizione delle famiglie oggi è quello di essere s-confinate: “Le famiglie, infatti, si trovano a esistere contemporaneamente nello spazio stretto delle definizioni normative e in quello più indefinito delle relazioni ed esperienze concrete, che spesso eludono le definizioni e i confini normativi” (L’equivoco, 17). Ma le famiglie sono s-confinate anche per la condizione di un’epoca in cui la mobilità geografica impone in diversi modi alle famiglie confini mobili, si pensi alle famiglie migranti, o con coniugi di nazionalità diversa, o alle famiglie in cui qualcuno si trova a vivere altrove per lavoro o studio.

Anche in conferenze Chiara Saraceno ha avuto modo di esplicitare l’idea che non esiste un unico modello di famiglia formulato sulla base di un presunto paradigma naturale. La famiglia è istituzione umana che risente degli influssi della storia e dei movimenti sociali e legata a contenuti e regole che nel tempo hanno subito e subiscono cambiamenti.

“La famiglia esiste dove c’è appartenenza non solo dal punto di vista biologico ma anche affettivo, e dove è presente un radicamento che genera relazione e accoglienza. Tuttavia ciò non si manifesta allo stesso modo in tutte le società umane, acquisendo un significato diverso a seconda del contesto sociale e culturale”. (Leggere la città, Pistoia 2017)

Oggi la famiglia trova espressione soprattutto nella dimensione affettiva e dell’amore. Non sempre non dappertutto è stato così. Lo sposarsi per motivi economici o per accordi di famiglie di origine o per altre ragioni sociali è stato il modo in cui le famiglie si sono formate nel passato.

“Il matrimonio ha attraversato profondi mutamenti nel corso delle ultime tre generazioni, soprattutto a causa dei cambiamenti nelle aspettative per la vita di coppia e l’educazione dei figli: è così passato da un fatto basato sul rispetto e sulla fedeltà coniugale, con finalità quasi esclusivamente riproduttive, a uno dei tanti, possibili modi di convivenza sociale, più legato a un sentimento di amore e di affettività che non alle sole ragioni pratiche” (ibid.)

“Era già avvenuto nei paesi nordici ed anche in Francia e in Germania, dove ormai da diversi decenni il matrimonio aveva perso il ruolo di rito di passaggio, per divenire piuttosto rito di conferma. Non si va a vivere insieme come coppia solo dopo che ci si è sposati. Piuttosto, ci si sposa dopo aver sperimentato qualche anno di vita insieme e sempre più spesso anche dopo aver avuto uno o più figli… siamo quindi di fronte ad un importante cambiamento culturale, oltre che comportamentale, del significato del matrimonio e della sua collocazione nella vicenda della coppia. Rimane da vedere se ciò comporterà anche un indebolimento del matrimonio in quanto tale o solo una sua trasformazione… Considerare, come fa qualcuno, la diffusione delle convivenze senza matrimonio un indicatore di deresponsabilizzazione e incertezza è semplicistico. Al contrario, può essere la conseguenza di una maturata consapevolezza che non basta sposarsi per essere capaci di vivere insieme e lavorare a un progetto di vita comune” (L’equivoco, 19-20)

Proprio il cambiamento culturale relativo alla considerazione della finalità e fondamenti del matrimonio con accento sulla componente della libertà di scelta ispirata dall’amore e in vista di una solidarietà condivisa ha condotto a considerare la possibilità di unione di coppie dello stesso sesso. Da qui il riconoscimento anche giuridico delle coppie omosessuali.

“Le innovazioni giuridiche che in molti paesi hanno portato al riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, e i dibattiti che le hanno accompagnate in tutti i paesi, sono la prova di quanto le definizioni di famiglia e di coppia siano un costrutto insieme culturale e legale, basato sul sentire condiviso circa ciò che è buono e accettabile nei rapporti interpersonali insieme più intimi e socialmente rilevanti, un ‘comune sentire’ che cambia da una società e da un’epoca all’altra” (L’equivoco, 24)

La vita delle famiglie fa riferimento alla vita e la vita precede e va oltre le configurazioni giuridiche benché il riconoscimento giuridico abbia una particolare importanza:

“C’è famiglia ogni volta che, al di là delle definizioni giuridiche, ci si prende responsabilità duratura l’uno verso gli altri. Responsabilità di accudimento, solidarietà e reciprocità”. (Intervista Bergamonews)

La vita delle famiglie è segnata oggi da violenze nascoste e pervasive, da rapporti nei quali una parte spesso le donne si trovano ad essere vittime di non riconoscimento, di oppressione e di violenze psicologiche e fisiche. I modelli di genere non solo riguardanti la sessualità, ma la divisione del lavoro e i ruoli sociali potenzialmente sono produttori di violenza

“La famiglia ha anche un lato oscuro. L’aspetto oscuro si crea proprio perché la famiglia è un luogo di intrecci affettivi emotivi molto profondi che possono generare anche grandi violenze. Queste violenze hanno una radice anche in modelli di genere maschile e femminile asimmetrici e stereotipati, che andrebbero cambiati” (Intervista Bergamonews)

“La violenza sulle donne è la drammatica punta dell’iceberg di rapporti tra uomini e donne basati su modelli di genere polarizzati, che forniscono grammatiche delle relazioni, mappe di navigazione dei rapporti, falsate, che non aiutano ad affrontare gli imprevisti e le delusioni” (L’equivoco, 144)

Viene indicata la prospettiva di una disponibilità generativa quale via per costruire famiglia nella varietà delle forme, ma nella responsabilità di far spazio e accompagnare altri nel cammino della vita:

“Ciò che dovrebbe importare, dal punto di vista non solo della coesione sociale, ma anche dello sviluppo della capacità umana di ciascuno è che venga coltivata, sostenuta e riconosciuta la disponibilità ad instaurare rapporti di responsabilità e reciprocità duraturi, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, ma anche di quelle che l’età ha reso fragili. Senza disponibilità generativa, ovvero senza la disponibilità e capacità di dare spazio ad altri, accompagnandoli nel mondo perché possano percorrere la propria strada, non si dà famiglia, qualunque sia la forma che essa prende” (L’equivoco, 9).

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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Santa Famiglia – anno C – 2015

images-18a65d95a0d85f1dcef1e7e6169aa40d_1.jpg(Maximino Cerezo Barredo – Sacra famiglia 2005)

1Sam 1,21-22.24-28; 1Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52

A Gerusalemme, nel contesto di una festa di Pasqua, Luca presenta la ricerca e il ritrovamento di Gesù da parte dei suoi genitori all’interno del tempio. Il suo insegnamento genera stupore. Il testo è percorso da domande in cui ogni lettore è coinvolto.

Sono così tratteggiati alcuni elementi che riguardano Gesù e altri della nuova famiglia che lui raduna. Gesù parla al rapporto con Dio il Padre. Per scoprire le profondità di questo incontro c’è un cammino da compiere, e con esso una ricerca. Gesù è nel tempio, segno visibile della presenza di Dio, ma dice che la sua vita è ‘nelle cose del Padre’. Il tempio, il luogo dell’incontro con Dio, si sposta da una costruzione umana alla relazione della vita. La sua vita è nell’ascolto e dialogo con il Padre.

Le sue stesse parole non sono comprese. Tutta la sua vicenda umana va ripercorsa in ricerca e in attesa. In questo cammino si potrà scoprire la famiglia di Dio, un tempio non di pietre, ma di presenze, di relazioni che Gesù intende radunare. Al cuore di questo raduno sta la proposta della vicinanza di Dio che si prende cura dei poveri e degli esclusi. Gesù esprime nel suo agire il sogno di un raduno e di una comunione di pecore perdute della casa di Israele. Tutto Israele e con lui l’umanità può aprirsi all’esperienza di rapporti nuovi.

Luca, nel dialogo al cuore del racconto, delinea il percorso di fede di coloro che si pongono a seguirlo: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io angosciati ti cercavamo’. Ed egli rispose: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’.

Il verbo ‘cercare’ è centrale nel vangelo: più volte è indicato in riferimento all’itinerario di Gesù verso Gerusalemme. Si può cercare Gesù in molti modi: c’è una ricerca che conduce a perderlo o si può aprire un’altra ricerca. ‘Stare nelle cose del Padre’ è il cuore della sua esistenza e l’orizzonte finale della ricerca di lui. E’ questo il centro nascosto dell’esistenza di ogni donna e uomo.

Gesù rende vicino il volto del Padre, entrando nella quotidianità della vita di una famiglia, di un popolo, facendosi solidale con una storia umana di cui la famiglia è segno. Sta qui un paradosso da accogliere: la presenza di Gesù non è racchiudibile in un quadro definito, non è imprigionabile all’interno di una ricerca, pur sincera. Non si può accostarlo come qualcuno già conosciuto, di cui si sanno le origini e la sua famiglia. Gesù non può essere trattenuto, non è a disposizione di un clan o di compaesani che pretendono di conoscerlo: ‘Non è il figlio di Giuseppe?’ (cfr. Lc 4,22; Mc 6,2-3). Non si fa imprigionare tra ‘i nostri’. Gesù non appartiene nemmeno ad alcuna religione o chiesa che pretenda di esaurire la sua volontà e la sua presenza. In queste parole così forti rivolte a Giuseppe e a Maria: ’non sapevate che devo stare nelle cose del Padre?’ Luca presenta innanzitutto la indisponibilità di Gesù a qualsiasi ricerca che non si apra ad una dimensione che sta oltre, per accogliere – solo come dono – l’Incondizionato e l’Indisponibile di Dio. Luca presenta Gesù come uomo di preghiera, che riconosce nel rapporto con il Padre il riferimento radicale delle sue scelte umane e del suo agire (cfr. Lc 6,12;9,18; 11,1; 22,39-46).

Gesù non può essere considerato ‘proprietà’, neppure dei suoi. La sua testimonianza è critica al modo di concepire la famiglia come un rapporto esclusivo e proprietario degli altri. Rinvia all’attitudine di fondo della sua vita che genera la possibilità di rapporti nuovi, una famiglia aperta che allarga i confini della tenda.

A questo stile richiama chi lo segue. L’esperienza della famiglia non deve perciò essere chiusa, ma può essere luogo liberante per scoprire relazioni nuove. Gesù è nato in una famiglia umana, all’interno di una corrente di generazioni e di volti: le pagine così belle e dense delle genealogie presenti nei vangeli di Matteo e Luca offrono due diverse prospettive secondo le quali guardare alla ‘famiglia’ di Gesù. Gesù è ebreo – dice Matteo – nato all’interno di questo popolo con radici nella chiamata di Abramo (cfr Mt 1,1-17). Ma la famiglia di Gesù – dice Luca con la genealogia che giunge ad Adamo… figlio di Adamo, figlio di Dio (cfr. Lc 3,23-38) – è anche la famiglia di una umanità che trae origine da Adamo: una famiglia ‘allargata’ a pagani, ai lontani, non esclusiva.

La famiglia di Gesù è quell’umanità ferita: composta dei volti di uomini e donne, segnati dal peccato e salvati. Nella loro vicenda, di carne e sangue, scorre il comunicarsi di Dio che si rende vicino in questa storia, si lascia incontrare tra le pieghe di relazioni umane, ‘regolari’ e ‘irregolari’, nella storia di famiglie e affetti, nella complessità d’intrecci dell’amore terreno. Veramente la storia umana è una polifonia, fatta di tante voci in un contrappunto che insegue, talvolta copre o lascia ancora emergere il canto fermo dell’affidamento al Dio dell’alleanza.

Forse oggi pensare alla famiglia di Gesù implica guardare all’umanità in ricerca, assetata di relazioni autentiche e nello stesso tempo ferita, talvolta incapace di coltivare rapporti profondamente umani. Di questa famiglia Gesù è entrato a far parte; a questa famiglia di persone disperse ed in ricerca Gesù porta il vangelo dell’amore di Dio.

Oggi cambiamenti sociali e situazioni nuove conducono ad un’esperienze più complessa e talvolta problematica della famiglia; il vangelo ci riconduce all’incontro con Gesù, al suo essersi inserito nella vicenda umana divenuta la sua famiglia. Non si fa portatore di un modello culturale di famiglia, ma propone relazioni segnate dall’amore di Dio. E se i dibattiti sulla famiglia, sulle sue crisi e possibilità portassero ad aprirsi al senso della famiglia come luogo di relazioni sincere, di attenzione e cura, ambiente di ricerca, polifonia tra cantus firmus e contrappunti di autentico amore terreno?

Alessandro Cortesi op

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Empatia

“In ogni essere vivente c’è, a differenza dei corpi materiali, un nucleo o un centro che è l’autentico primum movens, ciò da cui, da ultimo, prende il suo avvio il movimento proprio. Tale nucleo è ciò per cui si può dire in senso stretto che l’essere vivente vive, mentre per il corpo che ad esso appartiene vale soltanto il fatto che è animato. La ‘vita’ si imprime nel fatto che il ‘nucleo’ si autodetermina, e questo si verifica per la totalità dell’essere vivente . L’essere delle cose materiali è un mantenersi nel tempo, all’interno del quale la sua condizione o rimane invariata o subisce cambiamenti a causa degli effetti delle circostanze esterne. L’essere degli esseri viventi è un continuo processo di sviluppo, nel quale il mutamento delle condizioni esterne ha la sua origine nel nucleo” (E.Stein, Introduzione alla filosofia, 164-165).

Ritrovo questa citazione di Edith Stein in un agile testo dal titolo ‘Empatia’ curato da Patrizia Manganaro (ed. Messaggero, Padova 2014). Empatia è esperienza di porre il centro non in se stessi, ma di ritrovare una apertura costitutiva in cui l’altro è presenza che ci costringe a guardarci dentro, e ad andare oltre la solitudine, scoprendo un nucleo di speranza racchiuso nella vita.

Accosterei tali riflessioni ad un quadro di vita familiare molto realistico delineato da Réné Pujol:

“se mi guardo intorno: i miei figli e nipoti, tutti in età per vivere l’esperienza di coppia, osservo una bella diversità di matrimoni religiosi o civili, PACS o semplici convivenze. Tra di loro ve n’è uno che ha fatto la scelta radicale di una vita monastica… ortodossa! I loro figli sono, in alcune famiglie, battezzati, in altre no; qualcuno ha celebrato un battesimo repubblicano in comune. Se offro uno sguardo alla nostra famiglia e ai nostri amici scopro vecchie coppie sposate, come noi, ma anche persone sole, o seconde unioni dopo il divorzio. E tra i vicini o conoscenti: omosessuali, coppie libere da ogni legame giuridico, altre che hanno stipulato i PACS o che si sono sposate da poco. (…) Vivono e sono contenti di vivere, apparentemente senza Dio e senza chiesa. Tuttavia, come laico credente, camminando da tanto tempo accanto a loro, con alcuni da sempre, desidero incarnare vicino a loro questa ‘arte dell’accompagnamento’ costitutiva del mio battesimo, che presuppone ‘di imparare a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro’ quale che sia la sua appartenenza o il suo progetto di vita. (…) Trasformeremo il mondo se non lo amiamo già così com’è? Se non diciamo che è già amato da Dio?”

Le relazioni oggi vivono di complessità nuove, per certi aspetti dissimili da altre epoche ma non meno problematiche di altri tempi. Mi chiedo se in questa complessità lo sguardo all’esperienza della famiglia come rete di reazioni che di fatto fa incontrare i percorsi più diversi non sia occasione per una concreta pratica dell’empatia, da vivere e sperimentare lasciandosi pro-vocare dall’altro e scorgere un desiderio di incontro e di dono più forte di ogni egoismo e chiusura, nonostante tutto. E’ quel togliersi i sandali, non per rinuncia a capacità critica, ma per testimoniare un’attesa che sorge da una profonda fiducia in Dio e nell’umanità.

Abbiamo vissuto la costruzione di convivenze umane basate sul dominio, di costruzione di una polis basata sulla violenza e sull’imposizione di modelli di pensiero e viviamo le conseguenze negative del disprezzo dell’altro e dell’esclusione che segna il tempo attuale in tante forme.

La sfida presente oggi è forse quella di accompagnare cammini diversi scorgendo valorizzando e richiamando con gesti a quel nucleo vitale nascosto e presente in ogni cuore che è spinta ad non centrarsi in se stessi, ad aprirsi all’esperienza sempre nuova e indicibile di muoversi verso l’altro e condividere la vita. Una domanda rimane sulla capacità di empatia con le persone, con il mondo: “Trasformeremo il mondo se non lo amiamo già così com’è? Se non diciamo che è già amato da Dio?”

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica del tempo ordinario B – 2015

DSCN0967Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto di Genesi, con un linguaggio composto di elementi simbolici e narrativi, cerca di presentare il senso della vita degli esseri umani sulla terra: più che un racconto delle origini può essere letto e accostato come una grande pagina di riflessione sapienziale che pensa al futuro: la domanda che sta al cuore di queste pagine è: come potrebbe e dovrebbe essere la vita degli esseri umani? Quale il loro rapporto con la realtà in cui sono posti? Quale il senso profondo della loro esistenza nella relazione con Dio scoperto come liberatore e insieme creatore di ogni cosa? Il racconto ha alcuni aspetti momenti di concentrazione su aspetti particolari, una serie di messe a fuoco.

Una prima messa a fuoco è sulla condizione dell’essere umano nel rapporto alle cose, alla realtà del mondo in cui è situato. Nel ‘giardino’ dove è posto gli è affidato il compito di dare un nome agli esseri viventi. Ha un compito di parola, che proprio per questo è anche di custodia nel pronunciare e dare un nome. Dare il nome significa un rapporto fatto di conoscenza delle cose, della loro natura, delle loro potenzialità, della loro preziosità. E’ riconoscimento delle altre creature come dono con cui entrare in relazione. All’essere umano in tale quadro sta il compito di aprirsi alla consapevolezza di essere parte: partecipe di un mondo in cui non può e non deve fare da padrone. E’ invece responsabile, soggetto di una chiamata che proviene da Dio ad essere depositario di un affidamento, custode e pastore di un mondo affidato, a cui rispondere con l’impegno della vita. Non un dominatore, ma un custode chiamato a coltivare e custodire.

Tutto ciò è posto nel quadro di un disegno di Dio che va contro la solitudine: ‘Non è bene che l’essere umano sia solo’. E’ posta così in risalto una ricerca profonda: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sta qui una seconda messa a fuoco di questa pagina. La solitudine dell’essere umano è ferita che implica apertura a rapportarsi a qualcuno simile a lui, in una relazione di parola e di libertà.

Nel mondo bello a lui affidato l’essere tratto dalla terra (adam da adamah), partecipe della terra che è sorella e madre, vive il desiderio di qualcuno che ‘gli stia di fronte’. Tutti gli altri esseri viventi sono importanti, ma c’è una relazione unica possibile con una presenza altra e simile: una presenza che sola sta nella parità con lui, di fronte a lui, capace di dialogo, di accoglienza, di intesa. A questo punto è narrato il dono dell’altra persona: anch’essa creatura, uguale in tutto, simile, ma radicalmente diversa, proveniente da un dono insondabile di Dio. Opera di Dio mentre l’Adam, il partecipe della terra, dormiva. Il sonno di Adam è il modo poetico per indicare come l’altra creatura come lui non sia qualcosa proveniente dall’uomo, ma può essere solo presenza accolta come dono, non programmabile e vicina. Il narratore non parla di uomo e donna ma dell’umano.

Il sonno di Adam indica un agire libero e gratuito di Dio e un non sapere: il dono che egli si trova di fronte al suo risveglio implica l’accettazione di un non comprendere (che è rinuncia al possesso). La presenza nuova rimane mistero di gratuità. La isha’ (donna in ebraico) di fronte a ish (uomo) – uguale e diverso essere umano – è presenza scoperta, ritrovata accanto, inattesa e insperata. Anch’essa tratta dalla terra ma che condivide – cioè uguale e non dipendente – l’interiorità e la corporeità di Adam. Adam così reca in sè un mistero di privazione e di completamento. L’uomo tratto dalla terra, dovrà ricercare e ritrovare in isha’ una parte di sé al di fuori di sè per costituire insieme una umanità più grande. Dovrà accettare di non essere completo se non nella relazione e insieme a chi è volto di alterità. Per ricevere un dono dovrà accettare una mancanza e riconoscere un limite.

Isha’ è tratta dalla costola di ish, cioè partecipa della medesima vita, dalla, stessa terra: la ricerca e il desiderio di ish in rapporto a isha’ sarà d’ora in poi ricerca di divenire se stesso, possibile solo nell’apertura all’altra. Isha’ nello stesso tempo è anche diversa da ish: sta di fronte. E’ possibile specchiarsi, riconoscere un volto, ma è impossibile identificarsi perché è presenza altra, il suo volto implora ‘non uccidere’.

E’ simile, ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’ canta l’uomo, nell’inno di gioia dopo il risveglio dinanzi ad una scoperta meravigliosa che spalanca l’esistenza. Ma quest’inno nasconde anche un profondo malinteso. L’uomo parla a se stesso, non si rivolge a chi gli sta di fronte. ‘Carne della mia carne’, nell’esteriorità nella dimensione corporea, ‘osso delle mie ossa’ simile nell’interiorità. Sono parole che racchiudono la bellezza e la fatica della comunicazione. Tuttavia in queste parole di meraviglia dell’uomo si può cogliere un’incapacità a comprendere il dono ricevuto. Intende infatti questa presenza altra come tutta funzionale a se stesso: ‘carne della mia carne’ nega la alterità, sottolinea soprattutto la somiglianza, il ‘mio’, non riconosce la diversità. Si pone come centro e vede la donna come prolungamento di sé e quasi una parte. Ed è questo un errore che segna la vicenda dei rapporti tra uomo e donna. L’uomo non accetta di non sapere, pretende di essere capace di comprendere sino in fondo e non si mantiene nel limite di quel sonno in cui ha ricevuto l’altra in dono.

Da questo dono e disegno che sta al principio sorge la vocazione all’incontro a cercare nel cammino della vita di vivere una relazione fragile (la fragilità sta dietro al termine ‘carne’), nello starsi di fronte come ‘diversi’ e come ‘simili’: ‘Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola’. ‘Per questo’ è annotazione che riconosce la consuetudine della vita. E’ traducibile nell’espressione ‘Poiché le cose stanno così’. ‘Poiché le cose stanno così’, continua l’autore, è necessario abbandonare le relazioni che sino a questo momento aveva dato rifugio e sicurezza. lasciare il padre e la madre, presenze rassicuranti, implica anche evitare che l’altro sostituisca le presenze conosciute. Congiungersi all’altro apre ad un cammino nuovo, diventare allora una carne sola. ‘Carne’ rinvia alle diverse dimensioni della corporeità, dell’interiorità, dell’affettività, ma anche al limite e fragilità di questo cammino. L’uomo e la donna si ricercheranno per formare insieme una vita in tensione a scorgere continuamente la chiamata di Dio sulla relazione.

Nella pagina del vangelo i farisei si accostano a Gesù e gli pongono una questione: ‘È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?’. La Torah prevedeva solamente per il marito la possibilità di allontanare la moglie nei casi in cui avesse riscontrato in lei «qualcosa di vergognoso» (lett. «un atto di nudità»); in tale situazione doveva però darle un atto di divorzio (secondo la normativa di Dt 24,1-4) che le consentiva di unirsi ad un altro uomo senza dover essere tacciata di adulterio. Nel dibattito al tempo di Gesù sono conosciuti diversi orientamenti d’interpretazione di tale questione. Per una tra le autorità del tempo, Shammai, questo ‘qualcosa di vergognoso’ doveva riguardare solo un atto di adulterio della donna, per Hillel poteva riferirsi a qualsiasi cosa che nella donna risultasse sgradita al marito.

Il dibattito sollevato di farisei con Gesù non verteva quindi sulla questione del ripudio, ma sulle cause che permettevano al marito di allontanare la donna. Ciò può trovare conferma nel testo parallelo di Matteo, dove i farisei chiedono a Gesù: ‘È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?’ (Mt 19,3).

Gesù risponde solamente rinviando a Mosè: ‘che cosa vi ha ordinato Mosè?’ i farisei controbattono: ‘Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla’. A questo punto Gesù osserva: ‘Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma’. La norma allora viene da Mosè non per una sua iniziativa, ma a causa della ‘durezza del cuore’: è la sklêrokardia, la causa di tale prescrizione. Mosè per adattarsi al cuore duro che esprime mancanza di amore, conseguenza del peccato (Ez 36,26) ha proposto quella norma.

Le parole di Gesù rinviano ad un ‘principio’. Riprende la Scrittura: ‘Ma all’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola’. In questa risposta compare il riferimento a due passi di Genesi – due testi della Torah quindi – posti insieme. Il primo è tratto dal racconto sacerdotale della creazione, il secondo da quello jahwista. Dio ha creato l’uomo e la donna come due esseri uguali e complementari (Gen 1,27) e li ha chiamati ad unirsi in modo tale da formare quasi un’unica carne (Gen 2,24). Da qui la conclusione: ‘Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto’. Nel disegno del principio uomo e donna sono chiamati ad intendere la propria vita nell’orizzonte dell’unione e l’uomo non può separare ciò che Dio ha unito in tale modo.

Nella spiegazione poi data in privato ai discepoli, l’evangelista introduce un altro detto: ‘Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; se la donna, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio’. Queste parole pongono in primo piano non tanto la separazione quanto la seconda unione che costituisce l’adulterio. E’ anche sottolineato che la medesima regola è rivolta all’uomo e alla donna. Uomo e donna sono visti in una prospettiva di parità. Una precisazione che si scontrava con il privilegio nella tradizione ebraica di un ripudio da attuare dalla parte maschile e forse opportuna in un contesto (come quello romano), in cui anche le donne avevano la facoltà di divorziare.

La discussione sul divorzio infine si chiude con una scena in cui compare la presenza di bambini: Gesù chiede ai discepoli di non impedire ai bambini di andare da lui e propone questi piccoli come modello per chi vuole entrare nel regno di Dio.

Gesù rinvia a quel progetto del principio e richiama ognuno alla responsabilità del cuore che è lo stare della coscienza di fronte a Dio. Ciò implica aprirsi all’azione del ‘Dio che congiunge’, che ha un progetto di alleanza per ogni uomo e donna. Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri.

Questa parola di Gesù va letta nel quadro progressivo della sua presa di posizione  con una serie di passaggi: innanzitutto richiama la Sacra Scrittura, in particolare in rapporto alla storia della creazione (Gen 1,26 e 2,24) che parla del matrimonio come di una alleanza con Dio. Evidenzia il comandamento per cui l’uomo non deve disfare ciò che Dio ha unito. Nella casa infine, con i suoi discepoli, affronta la questione dell’adulterio: è da tener conto che il contesto in cui questi testi sorgono è quello di una tradizione in cui solamente l’uomo poteva attuare il divorzio e non la donna. La parola di Gesù esige di essere interpretata non nel quadro di un diritto che chiude e si pone come giogo insopportabile (cf. Mt 11,9; At 15,10), ma come parola di salvezza che apre all’esperienza della misericordia e al futuro. Al cuore del suo messaggio sta la bella notizia del regno di Dio e tutte le sue parole vanno lette in questo orizzonte.

DSCN1227(Andrea Roggi, L’amore apre i cuori e la nostra mente – 2015 – Spello)

Alcune riflessioni per noi oggi

La recente enciclica di Francesco, ‘Laudato si’, ha pagine di grande intensità sul progetto di Dio per l’umanità all’interno della creazione. In un passo, riprendendo riflessioni provenienti da varie regioni del mondo afferma (n.85): “Dio ha scritto un libro stupendo, «le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo». I Vescovi del Canada hanno espresso bene che nessuna creatura resta fuori da questa manifestazione di Dio: «Dai più ampi panorami alla più esili forme di vita, la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino». I vescovi del Giappone, da parte loro, hanno detto qualcosa di molto suggestivo: «Percepire ogni creatura che canta l’inno della sua esistenza è vivere con gioia nell’amore di Dio e nella speranza». Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché «per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa». Possiamo dire che «accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte». Prestando attenzione a questa manifestazione, l’essere umano impara a riconoscere sé stesso in relazione alle altre creature: «Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo» (Paul Ricoeur)”.

Può essere d’aiuto la lettura di una poesia di Elisabeth Green, teologa battista (da Il filo tradito. Vent’anni di teologia femminista, Torino, Claudiana 2011), con uno sguardo femminile al volto di Dio stesso:

Dio è seduta e piange. / la meravigliosa tappezzeria della creazione / che aveva tessuto con tanta gioia è mutilata, / è strappata a brandelli, ridotta a cenci: / la sua bellezza è saccheggiata dalla violenza

[…] guardate! / tutto ritesse con il filo d’oro della gioia, / dà vita a un nuovo arazzo, / una creazione ancora più ricca, ancora più bella / di quanto fosse l’antica! / Dio è seduta, tesse con pazienza, con perseveranza / e con il sorriso che sprigiona come un arcobaleno / sul volto bagnato dalle lacrime.

E ci invita a non offrirle soltanto i cenci / e i brandelli delle nostre sofferenze / e del nostro lavoro./ ci domanda molto di più; / di restarle accanto al telaio della gioia, / e a tessere con lei l’arazzo / della nuova creazione.

Inizia in questi giorni il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. La speranza di molti è che da questo momento sgorghi un messaggio di apertura, di comprensione e di misericordia per poter intendere l’esperienza delle relazioni affettive come un cammino in cui è sempre presente una speranza e una parola di bene da parte di Dio, nella complessità dei percorsi esistenziali e biografici nella loro gioia e bellezza ed anche nelle loro ferite, ritardi, fallimenti. In una recente intervista il card. Walter Kasper ha ribadito l’importanza di leggere anche le Scritture con attitudine che sappia interpretarle nel senso della misericordia e del perdono. Sono queste le chiavi per leggere ogni parola di Gesù donata non come norma che opprime e rinchiude ma come notizia di vita e speranza per la vita e per intendere la vicinanza del regno di Dio:

“Personalmente ritengo che prendere una parola del Vangelo per difendere una propria tesi è una sorta di fondamentalismo, un nuovo fondamentalismo che si fa con una parola. Che non si può sciogliere il matrimonio è cosa chiara e assodata, eppure ci sono passi biblici che menzionano una qualche “eccezione” alla parola del Signore sulla indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (il capitolo 19 di Matteo) e nel caso di separazione a motivo della fede (la prima lettera ai Corinzi, capitolo sette). Tali testi indicano che i cristiani in situazioni difficili hanno conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù”. (Ma le eccezioni sono previste anche nei passi del Vangelo, intervista a Walter Kasper, a cura di Paolo Rodari, La repubblica 1 ottobre 2015).

Siamo chiamati a cogliere la bellezza della proposta di Gesù che richiama il disegno originario di Dio e nel contempo vivere la responsabilità del cuore di fronte a Dio, per comprendere le sue chiamate anche nelle vicende talvolta faticose e difficili della nostra vita nella consapevolezza che “nella vita coniugale sono disseminati molti più ostacoli di quanti non ne ammetta la teologia del matrimonio oggi facilmente idealizzante” (Anne-Marie Pelletier)

La seconda lettura ha al suo centro la condiscendenza di Gesù: pur essendo figlio si è chinato su di noi, ha condiviso in tutto la nostra vita e le nostre fatiche. In questo senso è divenuto il fratello di ogni uomo e donna. Nel suo farsi servo rende possibile scoprire orizzonti nuovi di fraternità: è lui il bambino/servo di Dio che prende la condizione dei bambini, i senza dignità che egli abbraccia e pone al centro della comunità. Se lui è nostro fratello allora l’esperienza di famiglia diviene possibile in un orizzonte che allarga lo sguardo alla famiglia di Dio al suo disegno di relazioni nuove per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1050Dt 4,1-8; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23)

Mettere in pratica i comandi del Signore: è questa la via indicata come saggezza nella pagina del Deuteronomio ‘perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore Dio dei vostri padri sta per darvi’. La terra è dono di Dio. Può divenire terra di libertà nel corrispondere ad una responsabilità etica, ma può trasformarsi in terra di esilio.

Il Deuteronomio – testo fondamentale nella riforma religiosa di Giosia del 622 a.C. – riporta lo sguardo ad un tempo precedente e pone insieme tre grandi omelie di Mosè prima dell’ingresso nella Terra promessa. L’esperienza del vivere nella terra promessa ha infatti generato una riflessione sul senso dell’esperienza del popolo liberato dall’Egitto: abitare la terra ricevuta in dono non può essere solo godere di una stabilità ormai raggiunta e non deve ridursi a ricerca di sicurezze e di potere dimenticando il cammino compiuto. Abitare la terra è invece rinvio al ricordo, a ritornare a quella Parola del Dio che ha guidato e rimane vicino ad Israele. E chiede una fedeltà concreta di risposta all’alleanza accolta. La terra rimane sempre un dono di cui rendere grazie. E’ da vivere nella responsabilità di un incontro da custodire. Chiede una fedeltà non di ripetizione ma di creatività. Mantenersi in tale apertura è scoprire come la Parola sta sempre davanti, chiede di essere accolta e compresa in situazioni nuove, genera futuro e non può rimanere bloccata in prescrizioni umane.

Il problema posto a Gesù dai farisei e scribi giunti da Gerusalemme riguarda la questione delle tradizioni: “…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?”. La presentazione dei farisei in opposizione a Gesù e rappresentanti di una religiosità fatta di sola esteriorità non rende ragione della reale situazione al tempo di Gesù: il suo stesso insegnamento per tanti aspetti si avvicinava a quello dei farisei. Ma diviene mezzo, nel racconto di Marco, per esprimere una critica di fondo all’ipocrisia religiosa. Un atteggiamento che attraversa i tempi e pervade il modo di vivere la religione. Una religione ridotta a osservanza di norme e pratiche dettate da una tradizione chiusa perde di vista la fedeltà alla Parola di Dio nei termini di responsabilità e diviene ipocrisia.

La polemica verte prima sull’osservanza di pratiche rituali dei pasti, poi sull’investimento dei beni nel sostegno dei genitori anziani. Gesù affronta il cuore della questione evidenziando il rapporto tra quello che Dio vuole da noi e le tradizioni frutto di elaborazione umana. Si schiera contro l’ipocrisia, un modo di vivere che porta a scambiare i fini con i mezzi. Al posto della fedeltà a Dio, la preoccupazione scrupolosa di una osservanza che non pone in relazione.

Nella sua critica Gesù riprende la predicazione dei profeti che non si stancavano di richiamare ad un culto non delle formalità esteriori, ma capace di impegnare la vita: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Le parole di Gesù pongono la domanda che investe il cuore, il centro delle decisioni. Se il cuore sta presso Dio da lì sgorga un modo di vivere in cui al primo posto stanno le persone. Non ci può essere contrasto o dissociazione tra il riferimento a Dio e lo sguardo agli altri, soprattutto a coloro che non hanno sostegni e difese, ai poveri: “imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17)

Gesù smaschera la pretesa presente in ogni tipo di ipocrisia religiosa, che coincide con il clericalismo: vivere una religiosità lontana dalla cura nell’ascoltare la Parola di Dio, dalla ricerca . La fede non può essere ridotta a norma da eseguire ma richiede un coinvolgimento esistenziale di fronte alle situazioni e alle persone. E’ tradita in radice quando le tradizioni degli uomini vengono ad avere il primato sulla Parola di Dio: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.

C’è anche una seconda osservazione: la sede del bene e del male non sta nelle cose in se stesse, ma è il cuore dell’uomo lo spazio di decisione per il bene o per il male. Gesù presenta così il suo sguardo di bene e di fiducia per tutto ciò che appartiene al cosmo, alla vita: tutto viene da Dio, non può esser cattivo o impuro in sè. Nello contempo pone davanti ad una radicale esigenza di responsabilità: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”.

Puro e impuro derivano da un orientamento che ha sede nel ‘cuore’, e si esprime in comportamenti. Gesù riporta all’interiorità, e pone ogni persona davanti alla sua vita nella situazione di responsabilità, di dover rispondere a se stessa e agli altri, davanti alla Parola di Dio, che si fa ascoltare nel cuore.

La lettera di Giacomo insiste sull’esigenza di una concretezza di scelte e di orientamenti che esprimano la fede nell’agire. La presenza della Parola nella vita dei credenti, piantata nel cuore, esige uno spazio di accoglienza per potersi esprimere in una prassi, per non rimanere una sorta di sapere che non intacca la vita: “Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi”. La lettera rinvia alla centralità nell’esperienza cristiana della visita e della vicinanza a chi è senza sostegni umani: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro sofferenze…”.

DSCN1034Alcune riflessioni per noi oggi

Viviamo giorni in cui le condizioni drammatiche di chi vive la migrazione a causa della guerra e della povertà assume proporzioni sempre più rilevanti. E di fronte a tale fenomeno la reazione scomposta, volgare, colma di cattiveria, di quanti non vedono il dramma esistenziale di persone, e manifestano indifferenza verso sofferenze di uomini e donne come noi. Con uno sguardo che divide in due categorie: chi ha diritto ad una vita dignitosa e chi non è considerato essere umano. Il guardare ai flussi dei migranti con indifferenza e crudeltà, senza fissare i volti, che pure ci sono posti davanti nelle immagini, nelle interviste, nei resoconti riportati da bravi giornalisti, porta a riflettere proprio sulla distanza tra la proclamazione di essere ‘persone religiose’ e la traduzione concreta in atteggiamenti nella vita. La lettera di Giacomo è sferzante: ‘Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi’. In Europa sta crescendo un clima di odio, di esclusione, di costruzione di muri. A tutto ciò penso sia da contrapporre non tanto una critica generica alla politica – anche in tale ambito vi sono persone, gruppi, comunità sociali – ma la testimonianza di credenti e di chiese che, scegliendo con chiarezza la via della povertà, nella rinuncia a privilegi di vario tipo, sanno rimanere fedeli al vangelo che chiede di porre in pratica la Parola di Dio oggi nella solidarietà con chi soffre e nell’accoglienza. Ciò non toglie la fatica di trovare soluzioni concrete e praticabili, ma determina un atteggiamento di fondo, si potrebbe dire un’anima, che sembra oggi venir meno: un’anima di umanità per tutti e di riferimento al cuore del vangelo e della fede per chi crede. Come essere fedeli oggi alla Parola di Dio come via di saggezza – in cui scoprire il senso profondo della vita nostra e di tutti – nella terra da abitare insieme?

La domanda su come attuare oggi la Parola di Dio di fronte alle situazioni delle vita e alle condizioni storiche in cui viviamo è questione che ripropone i termini della sfida posta a Gesù. Cosa vuol dire oggi ascoltare la Parola di Dio e non fermarsi a ripetere tradizioni che sono prodotto di uomini? Come distinguere tra la consegna della Parola di Dio che è tradizione da ricevere e accogliere e ciò che è possibile e doveroso mutare in rapporto ad una comprensione più profonda del vangelo che avviene nel cammino della chiesa, nell’ascolto del tempo? Il Sinodo dei vescovi tra poche settimane si troverà a discutere su questi temi in relazione all’esperienza delle famiglie.

Trovo ricca di motivi di riflessione la suggestione di Michael Davide Semeraro, benedettino biblista (Temi del Sinodo: le chiavi della casa di Dio sono per tutti, in http://www.viandanti.org): “La mia proposta, in vista del Sinodo sulla famiglia, è di sostituire al termine “famiglia” il termine “casa”. Se infatti il termine “famiglia” rischia non solo di dividere ma soprattutto di ferire, il termine “casa” non può che accomunare. Se preferissimo il termine “casa” (cfr Lc 9, 24) a quello di “famiglia”, forse sarebbe più facile porci in un atteggiamento di umile accoglienza di tutte le realtà in cui uomini e donne vivono la loro avventura umana, soprattutto quando si fa alleanza per affrontare insieme la vita, spesso segnata da complessità non cercate, ma che vanno comunque patite, sofferte insieme e, possibilmente, accompagnate e sostenute con spirito fraterno e umana solidarietà. Ormai molte delle nostre case non assomigliano più tanto a quella di Nazaret, né forse neppure a quella di Betania o a quella di Cana di Galilea (…) La famiglia non può essere ridotta alla circolazione di cura e di affetto all’interno della coppia che si apre all’accoglienza, talora iperprotettiva, di uno o più figli. Nella logica che ritroviamo nelle Scritture, siamo messi di fronte ad un lungo cammino di umanizzazione non ancora compiuto e ancora in divenire. Ogni umana convivenza – necessariamente imperfetta e abitata da aspetti positivi e da inevitabili ambiguità – è chiamata a diventare ‘famiglia di Dio’ che si riveli come casa in cui tutti possano trovare il sostegno e il conforto per la propria vita reale.” (cfr. Michael Davide Semeraro, Le chiavi di casa. Appunti tra un sinodo e l’altro, La Meridiana, Molfetta 2015).

La sua riflessione si conclude con l’immagine di una casa in cui nessuno sia tenuto fuori e le cui chiavi possano essere consegnate alla responsabilità di chi desidera farvi parte: “Lo stesso servizio pastorale dovrebbe assomigliare meno ad un blocco dottrinale e di più all’atteggiamento di un padre che parla a suo figlio e non dice esattamente cosa deve fare o non fare, ma consegna finalmente le chiavi di casa, non senza ricordare alcune regole di comportamento, alcune delle quali – sa già in partenza – saranno trasgredite”.

Suggerirei tuttavia un ulteriore passaggio: le chiavi di casa sono del Signore, di nessun altro ‘padrone’ e solo del Padre che ha fatto della sua casa il luogo dell’attesa e dell’accoglienza e se le chiavi sono affidate è per una consegna reciproca. E tutti, senza distinzioni, sono chiamati a consapevolezza di essere ospiti accolti, figlie e figli attesi, segnati dal limite dall’infedeltà e dall’inadempienza, o per lo meno dal non aver fatto abbastanza.

L’ascolto della Parola di Dio non è mai chiuso e apre ad un cammino in cui cogliere come la sua chiamata sta dentro le situazioni e i volti delle persone da accogliere nella nostra vita così come Gesù ha vissuto ospitalità in un cuore che aveva spazio di bene per tutti.

Alessandro Cortesi op

Verso il Sinodo dei vescovi sulla famiglia

Porta-della-Morte-Vaticano-1952-64(Giacomo Manzù, porta della morte, s.Pietro Vaticano)

In questi giorni in cui si rinnovano discussioni e manifestazioni su temi relativi alla famiglia e in cui peraltro ci si avvicina alla seconda sessione del Sinodo dei vescovi che si terrà ad ottobre prossimo, propongo una riiflessione, che suona come appello ed anche come suppllca.

E’ una pagina scritta da un laico credente, René Pujol. E’ una persona anziana. E’ stato negli anni giovanili presidente degli studenti cattolici di Tolosa. Dal 1974 al 2009 è entrato come giornalista in una casa editrice cattolica Bayard, in cui ha diretto per dieci anni la rivista Pèlerin. E’ stato hospitalier a Lourdes, catechista nella sua parrocchia, capo scout nazionale degli Scouts de France. E’ attualmente membro del Consiglio delle settimane sociali di Francia e della Conferenza cattolica dei battezzati francofoni (CCBF) amministratore dell’abbazia di Sylvanès (Aveyron). Nella sua riflessione dice esplicitamente di parlare a partire da un profondo radicamento nella chiesa in cui ha vissuto tutta la sua esistenza.

Pur non avendo occasione di conoscerlo personalmente trovo nelle sue parole un respiro che trasmette la serenità e la libertà del vangelo: sono parole cariche di umanità, di esperienza, di attenzione. Non sono parole che racchiudono esclusione, aggressività e nemmeno quell’attitudine di sospetto e di giudizio pretenzioso verso la vita degli altri che spesso segna i dibattiti in tale ambito. Sono parole buone di cui abbiamo tanto bisogno. Sono parole di un cristiano che proprio per la sua adesione a Cristo si sente chiamato a vivere un’ospitalità capace di compassione, a togliersi i sandali davanti all’altro.

Sono una indicazione che richiama a  mio avviso a quella attitudine evangelica che tanti, uomini e donne nella chiesa stanno cercando di vivere nel loro quotidiano, ma che proprio in virtù di una passione per il vangelo e per l’umanità, stanno attendendo anche come presa di posizione ufficiale da parte del magistero.  Propongo questa pagina in una mia traduzione. La versione originale francese può essere consultata nel blog di René Pujol dove si possono ritrovare anche le note e i riferimenti del testo. (a.c.)

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“Cari Padri eccoci ancora alla prima aurora di questo anno 2015 che vedrà il compimento del sinodo sulla famiglia voluto da papa Francesco.

Ne ho apprezzato l’intuizione, contento di ritrovarvi la generosità dello sguardo del Vaticano II che ha segnato la mia gioventù. Ho seguito la preparazione e poi i lavori della prima sessione, ho apprezzato la franchezza del dibattito, ho temuto per gli irrigidimenti suscitati dopo la relazione intermedia del card. Erdo, ho sofferto per il timoroso ripiegamento di cui è testimonianza la redazione finale dei Lineamenta, che vi sono stati inviati in prospettiva della sessione di ottobre 2015. So che i mesi che verranno saranno decisivi. Come invita la lettera del card. Baldisseri segretario generale del Sinodo, prendo la libertà di indirizzarvi questa lettera ‘aperta’.

Sono nato cattolico, in una famiglia molto credente, e lo sono rimasto sino ad ora, non avendo mai trovato ragioni sufficienti per rimettere in causa questa appartenenza e far vacillare la mia fede in Cristo. Che dire d’altro, senza cadere in forme di esibizionismo? Questo dice tuttavia il mio impegno costante da mezzo secolo nel seno della chiesa, e precisa il punto da cui vi parlo. E’ proprio dal cuore stesso di questo mio radicamento ecclesiale che vorrei dirvi, per il passato immediato la mia delusione, e per il futuro, che tenete nelle vostre mani, la mia fiducia e la mia speranza.

Mi è piaciuto il respiro del ‘rapporto intermedio’

Del rapporto intermedio, molto criticato, ho apprezzato soprattutto questo soffio di libertà che spingeva la chiesa a decentrarsi così come papa Francesco invita. Sicura della bella notizia che essa porta per la coppia e la famiglia, poteva offrire sul mondo uno sguardo ottimista e generoso. Il testo ci invitava a ‘percepire le forme positive della libertà individuale’, a ‘riaffermare il valore e la consistenza propria del matrimonio naturale’ e ‘riconoscere elementi positivi nelle forme imperfette’ del matrimonio civile, della coabitazione e della convivenza, come nei tipi di unione in cui si potevano ‘riscontrare valori familiari autentici’ laddove trovavano posto: ‘la stabilità, l’affetto profondo, la responsabilità di fronte ai figli, la capacità di resistere nelle prove’.

Ho apprezzato, a proposito dei divorziati risposati, l’idea che un approfondimento teologico possa aiutarci a superare l’unica apertura fatta a queste coppie di una ‘comunione spirituale’; così ho apprezzato il riconoscimento che ‘le persone omosessuali hanno doni e qualità da offrire alla comunità cristiana’ e l’invito a ‘prendere atto che esistono (in tali esperienze) casi di sostegno reciproco fino al sacrificio’ (§ 5, 18, 38 et 22). Come giornalista , ne sono stato testimone negli anni ’80, quando molti malati di AIDS, abbandonati dalla loro famiglia, anche cattolica, morivano nella solitudine avendo come unico sguardo amorevole, al momento del loro ultimo respiro, quello dell’uomo o della donna che condivideva la loro vita.

Se mi guardo intorno…

Ed ecco che la sintesi finale, approvata dai partecipanti al Sinodo romano, che serve ora come documento preparatorio al sinodo ordinario di ottobre 2015, al quale siete chiamati a partecipare, ritornava su queste affermazioni ‘audaci’. Come se, al termine dei loro lavori, ‘i padri sinodali (volessero) trovare i modi per riproporre la bellezza del matrimonio cristiano piuttosto che insistere sugli aspetti positivi delle situazioni problematiche’. Al punto di ricentrarsi sul primo punto rinunciando all’altro.

Cari Padri, se mi guardo intorno: i miei figli e nipoti, tutti in età per vivere l’esperienza di coppia, osservo una bella diversità di matrimoni religiosi o civili, PACS o semplici convivenze. Tra di loro ve n’è uno che ha fatto la scelta radicale di una vita monastica… ortodossa! I loro figli sono, in alcune famiglie, battezzati, in altre no; qualcuno ha celebrato un battesimo repubblicano in comune. Se offro uno sguardo alla nostra famiglia e ai nostri amici scopro vecchie coppie sposate, come noi, ma anche persone sole, o seconde unioni dopo il divorzio. E tra i vicini o conoscenti: omosessuali, coppie libere da ogni legame giuridico, altre che hanno stipulato i PACS o che si sono sposate da poco.

Mi trovo a vivere in mezzo a loro. Con felicità e riconoscenza. La domenica, alla messa, le porto senza differenze nella mia preghiera. Vedo in loro una testimonianza: di fedeltà nella coppia, di affetto reciproco e di sostegno, di responsabilità verso i figli, di capacità di resistere nelle prove della vita, di apertura agli altri… in breve tutte qualità percepite come costitutive del matrimonio cristiano per tutte e tutti coloro che accettano che Dio abbia qualcosa a che vedere con il loro amore! Ed essi sanno che verso di loro nutro rispetto, stima e affetto. E desidererei tanto renderli partecipi nella mia chiesa.

Queste ‘periferie’ dove sembra che non vogliate avventurarvi

Senza dubbio vivono in quelle periferie che papa Francesco ci invita a visitare, e dove al momento sembra volervi dissuadere dall’avventurarvi. A meno che vi sia qualche anima da riportare all’ovile. ‘Bisogna accogliere le persone, con le loro esistenze concrete, sostenere la loro ricerca, incoraggiare il loro desiderio di Dio e la loro volontà di fare pienamente parte della chiesa’. ‘Tutte queste situazioni devono essere affrontate in modo costruttivo, cercando di trasformare in occasione di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del vangelo’.

Vedete, cari Padri, coloro di cui vi parlo non esprimono necessariamente, oggi, un desiderio di Dio che li condurrebbe a voler far parte pienamente della chiesa. Vivono e sono contenti di vivere, apparentemente senza Dio e senza chiesa. Tuttavia, come laico credente, camminando da tanto tempo accanto a loro, con alcuni da sempre, desidero incarnare vicino a loro questa ‘arte dell’accompagnamento’ costitutiva del mio battesimo, che presuppone ‘di imparare a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro’ quale che sia la sua appartenenza o il suo progetto di vita.

Quando la chiesa si rifiuta di vedere Dio all’opera nel cuore delle persone

Sulla situazione dei divorziati risposati osservo che vi è ormai proposto ‘un approfondimento ulteriore’ e su quella delle persone omosessuali, la ricerca di una attenzione pastorale in riferimento all’insegnamento della chiesa secondo cui: ‘non c’è alcun fondamento ad assimilare o stabilire analogie, neppure lontane, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia’. Ciò conduce al paradosso che la chiesa si rifiuta di vedere Dio all’opera nel cuore delle persone a meno che questo non corrisponda alla sua comprensione del piano di Dio. Senza neppure domandarsi se tale comprensione rimane valida!

Cari Padri, a distanza di qualche mese dall’evento che segnerà sicuramente la vita della nostra chiesa, misuro la vostra responsabilità e non dubito della vostra determinazione a volerla assumere in fedeltà alla parola di Dio. Sono consapevole dei mutamenti culturali che sono all’opera nelle nostre società e delle tensioni che sorgono dai nostri desideri contraddittori di libertà individuale e di servizio al bene comune. Comprendo la preoccupazione vostra di ricordare alle giovani generazioni come il cammino dell’amore, di fedeltà e di fecondità che è loro proposto risponde alle loro attese più profonde e che Dio può aiutarli ad assumerlo nelle prove della vita. Condivido lo sguardo pastorale al quale i Lineamenta invitano perché nelle nostre comunità nessuno si senta escluso, emarginato, disprezzato a causa di un suo fallimento, della sua sofferenza o del suo semplice desiderio di cercare la felicità.

Trasformeremo il mondo se non lo amiamo?

Ma gli altri, cari padri? Tutti gli altri che, per ragioni che sfuggono a voi e a me, si trovano indifferenti alla chiesa e alla religione? Tutti questi altri in mezzo a cui viviamo nel quotidiano perché sono i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini… non avremmo altro da dire loro che offrire loro un impossibile invito alla conversione? Trasformeremo il mondo se non lo amiamo già così com’è? Se non diciamo che è già amato da Dio? Se non sappiamo godere già del di più di umanità, di solidarietà? Se decidiamo di riservare il nostro sguardo e il nostro cuore alle sole persone che possono entrare nell’ambito della chiesa cattolica, apostolica romana? E saremo ancora fedeli al vangelo di Matteo 25, allo spirito delle beatitudini?

Cari Padri, non voglio abusare del vostro tempo che ci è prezioso. La XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo a cui siete invitati a partecipare ha per oggetto: ‘la vocazione e la missione della famiglia nella chiesa e nel mondo contemporaneo’. Abbiate il coraggio di discernere con noi, con generosità, in questo mondo contemporaneo così denigrato, l’ampiezza e la diversità dei semi del Verbo, per farli crescere insieme, sapendo che a Dio solo appartiene decidere delle condizioni di ingresso nel regno”. (René Pujol)

Domenica nell’ottava di Natale – Santa Famiglia di Gesù Giuseppe e Maria – anno B – 2014

2014-12-19 22.05.43Gen15,1-6; 21,1-3; Sal 104; Eb 11,8-19; Lc 2,22-40

“Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle, e soggiunse: Tale sarà la tua discendenza”. Contare le stelle…: è espressione che richiama un gioco di bambini. Come lo stare con il naso all’insù seduti su un prato a guardare le nuvole che cambiano l’aspetto e formano profili di draghi, eroi e buffi personaggi nei caldi pomeriggi d’estate. Così contare le stelle, lo sguardo stupito, in una notte estiva o sfidando il freddo, intirizziti, nelle notti d’inverno, quando le stelle sembrano gocce di luce o minuscoli fori che bucano la coltre nera del cielo e lasciano attraversare aghi di luce. Guardare le nuvole e contare le stelle: gesti di bambini, che raccontano il gioco di fronte alla grandezza, alla lontananza, all’infinito da cui siamo avvolti. E lasciano aprirsi sguardi a profondità inscrutabili verso alto e nell’intimo. Ed insieme raccolgono lo stupore di fronte a ciò che è grande, irraggiungibile.

Quali emozioni e pensieri, reca con sè, indelebile nello scorrere del tempo, il ricordo di veglie alle stelle vissute a un campo scout o in una traversata nel silenzio della montagna, momenti a volte decisivi per l’orientamento della propria vita, per scelte e scoperte interiori,  indimenticabili. Queste esperienze sono diventata merce rara nel tempo in cui la notte è sconfitta dalle luci artificiali e in cui il tempo per sostare in silenzio nel buio sotto il cielo stellato, non c’è più, sopraffatto da tante altre cose da fare. L’umanità con la sua tecnica è giunta a conquistare i pianeti e ad inviare navette fino alle stelle, ma il cielo stellato rimane quel libro meraviglioso che si apre in notti indimenticabili quando il tempo appare nella sua gratuità come tempo da accogliere, non da sfruttare, per stare lì sotto, a scoprirsi nella povertà di creature, senza utilità immediata, in una piccolezza custodita.

Abramo è invitato a contare le stelle per aprirsi all’impossibile dell’operare di Dio nella sua vita. Ogni percorso umano, ogni esperienza di famiglia sorge da tale meraviglia, lo stupore dell’amore che apre a contare le stelle, ad aprirsi all’incalcolabile, al non programmabile e genera un cammino, faticoso, sotto un cielo che talvolta appare chiuso e senza luce. Il cammino di Abramo è il cammino del credente segnato da una promessa di relazione. La grande famiglia a cui Dio chiama è la famiglia dei popoli, famiglia da accogliere e custodire in modi sempre nuovi negli intrecci di volti e storie che recano in sé una promessa di Dio affidata alla nostra fragilità.

“Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare”.

La solitudine e la discendenza: sono questi i due termini entro i quali si muove la nostra esistenza. Solitudine nello scoprire la condizione esistenziale propria della nostra vita, come Abramo uomo solo e segnato dalla morte. Ma vi può essere una solitudine di isolamento che non comunica, e per contro una solitudine ospitale, che si fa spazio per incontrare, per aprirsi alla meraviglia di ‘colui che è fedele’, feconda di discendenza. Così per Sara e per Abramo, visitati nella loro solitudine e nella loro aridità dal Dio della novità e della vita. “… ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso…”: Sara scopre nel volto degli ospiti nel deserto, alle querce di Mamre, la promessa di ‘colui che è degno di fede’. Il Signore stesso si fa incontro nei volti di stranieri giunti inaspettatamente. Così anche per noi oggi, presso le nostre case.

Nel mistero dell’ospitalità data e ricevuta, che prima di essere apertura di porte è apertura dei cuori, uscita dalla solitudine e disponibilità a lasciarsi incontrare dall’altro. Il Dio umanissimo si rende vicino nella debolezza dell’ospite che arriva inatteso, nel suo bisogno di cibo, casa, lavoro. La vita umana è un’esperienza di scoperta che la realtà della famiglia non è un dato, un modello fissato e statico ma un’esperienza fondamentale impastata di storia, esperienza di relazioni che nel tempo, nelle circostanze conducono ad aprirsi alla promessa di colui che apre la vita ad una novità improgrammabile, come le stelle, come la sabbia che non si può contare.

“Simeone li benedisse…”. C’è un gesto ed una parola che possono cambiare il modo di guardare agli altri, alle situazioni, alle cose: è il gesto e la parola della benedizione. Dire il bene. Non a caso nel vangelo questo gesto è di un anziano: Simeone. L’età, l’esperienza della vita, il cammino percorso e le tante vicende vissute e persone incontrate sono tanti frammenti che conducono a scoprire l’importanza del benedire. Passare dicendo il bene è il frutto di lunga maturazione, è punto di arrivo di percorsi che hanno condotto a liberarsi dalla preoccupazione di trattenere e accumulare. Solamente chi ha maturato libertà da un ripiegamento su di sé è capace di dire il bene, di scovarlo là dove esso si nasconde, di dargli spazio anche dove il male sovrasta e tende a soffocare ogni respiro.

Dire il bene è gesto di chi è capace di futuro guardando oltre a se stesso. E’ il segreto di ogni presenza educativa, capace di cogliere tracce di futuro in un presente confuso, di scorgere piccoli germogli, di coltivare uno sguardo lungo sulla vita e sui volti per scorgere più in là di tutto ciò che provoca delusione e fatica.

Benedire dovrebbe essere il tratto proprio del credente, che non rinchiude la vita in uno schema di dottrina, in un codice da applicare o in un modello da ripetere, sia esso di famiglia, di comunità, di relazioni. Benedire è la sfida a cogliere nella storia la fecondità e la forza di vita dell’amore che è traccia di Dio. Così in un tempo in cui la vita delle famiglie è percorsa da tante tensioni, cambiamenti, differenze benedire è saper guardare il bene presente, quanto preca in sé una promessa e una tensione anche se si tratta solamente di germogli, piccole foglie, fioriture incompiute: l’amore che nasce e cresce, la fedeltà, l’accettazione della fatica, la sofferenza nascosta. Dire il bene è dono che cambia e apre a scoprire che nella vita negli sguardi e nelle parole umane c’è un tratto dello sguardo e della parola di Dio che è solo parola di bene.

Alessandro Cortesi op2014-12-19 22.03.45

Risposta al questionario per il Sinodo dei vescovi

Aligi Sassu s.Andrea PescaraRiporto qui di seguito la Risposta al questionario in vista del Sinodo dei vescovi sulla famiglia elaborata in una discussione del gruppo liturgia che si ritrova presso il convento san Domenico di Pistoia. Chi desidera aderire può inviare un messaggio a breve e il suo nome sarà inserito nella lista di coloro che sottoscrivono.

a.c.

A Mons. Lorenzo BALDISSERI

Segretario generale del Sinodo dei vescovi
c/o Segreteria del Sinodo dei vescovi, 
via della Conciliazione 34

00120 Città del Vaticano
 fax 06 69883392

Risposta al questionario in preparazione al Sinodo sulla famiglia

Siamo un piccolo gruppo di cristiani che si ritrovano settimanalmente nel convento san Domenico di Pistoia (Italia) per riflettere sulle letture della liturgia e prepararci insieme alla Eucaristia domenicale delle ore 19.00 presso la chiesa san Domenico.

Abbiamo accolto con sollievo la proposta di un questionario rivolto non solo ad alcuni ma a tutto il popolo di Dio in vista del Sinodo sulla famiglia e pensiamo che sia molto importante questa novità che attua l’esigenza di ascolto del sensus fidei proprio di tutto il popolo di Dio, come comunità di credenti in cammino insieme.

Alla valutazione positiva del fatto della pubblicazione e dell’invio del questionario ha fatto seguito una impressione perplessa e per lo più negativa sul modo in cui le domande sono formulate. L’impostazione di fondo si rivela segnata dalla preoccupazione di verificare l’applicazione di un impianto dottrinale già codificato e che poco si apre a considerare un ascolto del vangelo in rapporto alle situazioni di uomini e donne che vivono nel tempo. Non sembra esserci nella formulazione delle questioni un ascolto delle effettive relazioni d’amore così come oggi sono vissute dalle persone nella complessità del nostro presente. Tale disponibilità di ascolto è presente nella proposta di aprire un dibattito ma questo andrebbe poi concretizzato anche nello stile delle domande.

Se l’invio del questionario compie le aperture del Vaticano II verso un ascolto che lasci a tutti nella chiesa la possibilità di prendere parola e di essere riconosciuti nella loro dignità di battezzati, la formulazione non sembra accogliere pienamente l’apertura del Concilio a sviluppare una teologia di ascolto del vangelo che si rapporti anche all’ascolto delle situazioni del tempo presente: solamente in questa relazione possiamo rispondere alla chiamata del vangelo nel tempo, in attenzione ai segni dei tempi, riconoscendo un messaggio significativo per le persone di oggi. Sperimentiamo infatti che dove non vi è tale attitudine la chiesa diviene una sorta di setta incapace di parlare al di fuori di gruppi assai limitati e di far scorgere le prospettive umanizzanti del vangelo per tutti.

Nonostante questa difficoltà previa riscontrata abbiamo pensato importante riflettere insieme sulle domande rivolte soprattutto valorizzando il fatto che il questionario non è finalizzato ad individuare risposte a modo di dire sì o no, secondo una prospettiva teorica, ma può essere un primo passo per porre attenzione e lasciarsi interrogare su ciò che succede, nella vita concreta, nelle nostre comunità e famiglie.

Nell’affrontare il questionario abbiamo colto l’importanza della partecipazione richiesta e ci siamo ritrovati non abituati a tale tipo di coinvolgimento: abbiamo così riflettuto sull’importanza di educazione ad uno stile di condivisione e partecipazione che andrebbe coltivato come stile di chiesa.

Abbiamo pensato di non affrontare tutte le domande del questionario ma di concentrarci in particolare sulle domande del punto 4 relativamente alla situazione sempre più diffusa delle convivenze ed alle situazioni dei divorziati risposati.

Nel corso della discussione abbiamo percepito la complessità di temi e questioni che si riferiscono alla vita e toccano aspetti interiori dell’esistenza delle persone. Da un lato abbiamo condiviso la preziosità della bella notizia del vangelo sull’amore, sulle relazioni, su rapporti vissuti nell’affidamento alla grazia di Dio che conduce a vivere un amore con le caratteristiche presentate nell’inno alla carità di 1Cor 13, un amore gratuito, fedele, magnanimo. Ci siamo ritrovati concordi sull’importanza di custodire l’annuncio della preziosità di un amore che rifletta la fedeltà di Dio per l’umanità che non viene mai meno, e l’amore testimoniato da Gesù che ha dato la sua vita in fedeltà al Padre e in solidarietà con tutti, uomini e donne. Qualcuno a tal riguardo ha ricordato l’importanza di una testimonianza e di un accompagnamento ai giovani per scoprire e sperimentare la gioia di un impegno per tutta la vita e la profondità di promesse reciproche fatte affidandosi al Signore.

D’altra parte i concreti percorsi della vita, situazioni vissute personalmente o conosciute di conoscenti, amici e parenti, presentano fragilità, ferite, sofferenze nelle relazioni e negli affetti. Le situazioni vissute realmente pongono domande sulla possibilità di vivere un’esperienza di chiesa che sia espressione effettiva e significativa della accoglienza e della misericordia di Dio per ogni persona. Le nostre osservazioni, ci rendiamo conto, sono frammentarie e non hanno pretesa di essere esaustive. Il dialogo vissuto tra noi in preparazione a questo documento è stata esperienza importante di valutazione di differenti aspetti che vanno tenuti presenti insieme.

In sintesi nel confronto di gruppo che abbiamo svolto sono emerse le seguenti osservazioni condivise che veniamo a presentare.

L’impressione è che il modo in cui sono formulate le domande è lontano dalla realtà e dalla comprensione della reale esperienza delle persone. L’insistenza su di un approccio statistico ai problemi è assai limitato. Certamente vi sono statistiche aggiornate sui fenomeni curate da enti specializzati ma c’è da chiedersi, oltre le statistiche, quanti battezzati oggi lo sono solamente per motivi di tradizione e di tipo anagrafico senza che questo incida nelle scelte della loro vita.

C’è un problema quindi da porre a monte: l’insistenza da parte della chiesa sulla celebrazione dei sacramenti non ha avuto e non ha pari impegno sul versante dell’annuncio del vangelo e dell’accompagnamento in percorsi di fede adulta e di formazione nell’approfondimento di una fede pensata e vissuta e tradotta in scelte di vita.

Nell’ultimo decennio c’è stata un’insistenza a nostro avviso eccessiva da parte del magistero nel concentrare il discorso pubblico sui ‘valori non negoziabili’. Tale insistenza ha provocato la quasi identificazione nella mentalità diffusa tra vangelo e indicazioni in ambito morale, fino a sostituire l’annuncio della bella notizia dell’amore di Dio e della risurrezione con una sorta di elenco di atteggiamenti morali indiscutibili. Tale impostazione si è rivelata incapace di comunicare la preziosità di una esigenza di uno stile di vita che si radica però nell’accoglienza del vangelo e che non confonde fede ed etica: questo linguaggio non riesce a parlare soprattutto ai giovani bisognosi di proposte non autoritarie. Tutti oggi, e i giovani con maggiore autenticità, desiderano essere ascoltati e accolti nelle loro ricerche segnate da tante incertezze e precarietà in particolare nel tempo del pluralismo che implica una fatica più grande ma anche maggiore consapevolezza nel compiere scelte e prendere orientamenti nella vita.

Condividiamo la prospettiva suggerita da papa Francesco nella sua recente intervista alla Civiltà Cattolica avvalorata dai gesti di attenzione e accoglienza verso tutti senza esclusioni ponendo al centro lo sguardo alle persone e all’essenziale del vangelo: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Ci sembra che sia urgente oggi una maggiore sensibilità alla vita reale e alle situazioni in cui concretamente vivono le persone: è una sensibilità che spesso non è coltivata in ambienti clericali spesso chiusi e incapaci di un contatto di vita con le condizioni concrete delle persone.

Sono in forte aumento le convivenze e di fronte a questo fenomeno sarebbe importante offrire parole che siano punti di riferimento in termini positivi e che sappiano anche cogliere i percorsi graduali con cui oggi si scopre la dimensione dell’impegno di amore verso l’altro. Più che affermare in linea generale e teorica i principi andrebbero offerte parole che sappiano accompagnare, incoraggiare ad andare oltre le posizioni acquisite e ad assumere responsabilità di fronte agli altri.

Di fronte a tante esperienze di convivenza si può osservare come vi siano convivenze vissute nell’irresponsabilità oppure come un contratto di tipo commerciale. Altre sono vissute con sofferenza nella precarietà che la situazione del lavoro genera oggi per tantissimi giovani. Altre ancora sono primi passi in vista di un cammino che presenta fatiche nuove in un tempo in cui la facilità delle relazioni è grande ma non è altrettanto facile approfondire la conoscenza di se stessi, degli altri in un cammino di maturazione della vita affettiva e sessuale. I giovani più che mai sono anche molto reattivi di fronte a forme di imposizione per via autoritaria non motivati e che non lasciano spazio all’autenticità e a convincimenti maturati personalmente. Ci sembra che ogni convivenza sia da orientare verso forme di assunzione di responsabilità e da richiamare ad un prendersi carico dell’altro/a e degli altri in cui si coltivi l’amore e non solo il proprio tornaconto.

Così di fronte a tante convivenze che sono primi passi aperti ad una crescita perché non accogliere queste esperienze come un passaggio di crescita con la fiducia nella capacità delle persone di vivere percorsi graduali e nella libertà, trovando modi perché si sentano accolte proprio nel loro cammino e nella loro ricerca? La proposta delle comunità cristiane dovrebbe concentrarsi sul richiamo a maturare in positivo la bellezza di un amore che assume i caratteri della dedizione e del servizio, della gratuità e dell’apertura ai poveri.

Una notazione che è emersa con forza è come la posizione ufficiale della chiesa riguardo in particolare ai divorziati risposati abbia causato sofferenze profonde nelle persone, e abbia costituito una categoria che con l’esclusione dai sacramenti e da ogni ruolo all’interno della comunità cristiana vive una condizione di discriminazione di fatto e di distanza per una colpa percepita come irredimibile. Questa è la situazione vissuta benché una serie di documenti ufficiali della Chiesa insista sulla non esclusione dei divorziati risposati dalla vita ecclesiale e di fede.

Nell’esperienza concreta sembra però che l’unico peccato imperdonabile sia quello dell’essere divorziati risposati. Come qualcuno ha osservato, paradossalmente il non credente che ha convissuto e si è separato e ad un certo punto chiede di sposarsi in chiesa è accolto, e il credente con una separazione alle spalle non è ammesso ai sacramenti. Così pure anche per peccati di particolare gravità come l’omicidio c’è la possibilità della riconciliazione sacramentale, possibilità che non esiste attualmente per i divorziati risposati tranne la soluzione che ha il sapore di ipocrisia di una richiesta di convivenza ‘da fratello e sorella’.

Di fatto la realtà è molto più variegata e chi nella propria coscienza è convinto della propria situazione davanti a Dio accede ai sacramenti. Così pure nella realtà molti preti propongono l’invito a comportarsi secondo coscienza e nella responsabilità davanti a Dio valutando la propria situazione. Tuttavia questa linea presenta limiti perché mostra una schizofrenia ed anche un contrasto tra insegnamento ufficiale e prassi di vaste aree del popolo di Dio. C’è anche esigenza di un indirizzo di fondo generale e poi soprattutto le persone più semplici si trovano ad avere inflitta una sofferenza di esclusione e una durezza nei loro confronti che contrasta con l’annuncio di misericordia .

Tra di noi c’è chi ha conosciuto o direttamente o indirettamente la sofferenza che segna la vita di chi ha vissuto l’interruzione di legami e ne ha costruiti di nuovi talvolta non senza difficoltà e sobbarcandosi pesi ingenti e la sofferenza vissuta da tanti è assai profonda.

Pensiamo che la chiesa dovrebbe innanzitutto porsi in posizione di ascolto delle sofferenze di tante persone che hanno vissuto questo marchio di marginalità e di sentirsi allontanate da Dio. Appare in stridente contrasto l’insistenza sul perdono e la misericordia di Dio in rapporto alla prassi di marginalizzazione di fatto attuata con i divorziati risposati.

Ci sembra che questa logica di esclusione sia in netto contrasto con l’annuncio della misericordia da parte di Gesù, con la sua prassi di convivialità aperta con pubblici peccatori (Mt 11,19; Lc 15,1-2) e con persone considerate ai margini dal punto di vista sociale e religioso (Mt 9,10; Mt 21,31; Lc 7,37-50). Contrasta anche con la possibilità donata da Gesù per tutti di trovare una accoglienza nell’amore gratuito del Padre che apre a tutti il suo perdono e il suo amore (Lc 7,37-50; Lc 19,1-9).

Le situazioni che toccano il mondo affettivo sono estremamente complesse ed anche le rotture di matrimoni e le separazioni hanno cause che non sempre sono identificabili in modo chiaro. Ci può essere una colpa di uno o dell’altra, che conduce ad una sofferenza profonda soprattutto di chi subisce un separazione. Spesso vi è una rottura reciproca, progressivamente approfonditasi, che se anche si manifesta per la colpa di uno, è sorta per una condizione di passività oppure di non sufficiente attenzione alla relazione. E’ importante avere questo sguardo alla complessità di situazioni altrimenti si giudicano le separazioni o in modo moralistico o secondo una logica di giudizio sull’uno o sull’altro dei coniugi.

C’è chi è giunto alla separazione proprio perché ha creduto sino in fondo al matrimonio e non vedeva la possibilità di realizzarlo in una relazione in cui era venuto meno l’amore di dedizione e la reciprocità. In tal senso è da ascoltare la sofferenza e il desiderio di fedeltà nel cuore di tanti che vivono la condizione nella chiesa di esclusi e tenuti ai margini.

Su questo ci sembrano importanti le osservazioni di Oliviero Arzuffi (Caro Papa Francesco. Lettera di un divorziato, Oltre edizioni, Sestri Levante 2013), divorziato risposato che presenta la sofferenza e il disagio di chi vive perdita dell’autostima, pesanti sensi di colpa che ritornano e si accentuano per la presenza dei figli, solitudine ed emarginazione come anche paura di fronte ad ogni passo da compiere. E presenta anche la richiesta alla chiesa di operare un cambiamento nella disciplina oggi vigente.

Vorremmo far presente pur con la sofferenza di chi ha a cuore la vita della chiesa e l’annuncio del vangelo che su tali temi è in atto uno ‘scisma sommerso’ che i dati sociologici difficilmente riescono a rendere. E’ un allontanamento vissuto tacitamente e in solitudine da tanti, anche da preti che non si esprimono in sede pubblica per evitare censure e punizioni. Per molti la durezza delle parole della chiesa ha comportato l’allontanamento radicale e la perdita di ogni legame e di coltivazione della fede. Per altri ha segnato un passaggio di allontanamento critico dalla chiesa rispetto a posizioni ritenute disumane o di allontanamento silenzioso nella solitudine e nell’indifferenza.

Si è osservato a tal riguardo non solo la sofferenza di chi vive in prima persona situazioni considerate irregolari dall’insegnamento ufficiale della chiesa, ma anche le estreme difficoltà dei preti, di chi ha responsabilità nelle comunità cristiane che vede come prioritario l’annuncio evangelico della misericordia e l’invito alla responsabilità e si trova a dover misurarsi con un atteggiamento di tipo moralistico e limitato ad una prospettiva giuridica da parte del magistero, come se il vangelo si riducesse ad una legge con norme da osservare. Nel vangelo le persone vengono prima della legge e la logica di Gesù è che non è l’uomo per il sabato ma il sabato per l’uomo (Mc 2,23-3,6).

La chiesa e i preti non possiedono i sacramenti ma dovrebbero essere consapevoli di avere la responsabilità dell’annuncio del vangelo all’interno del sacramento. E il vangelo va annunciato per suscitare il fascino di essere fedeli ad esso, in un cammino che si connota come cammino di peccatori bisognosi di perdono e di essere curati e accompagnati.

E’ stato osservato come la chiesa dovrebbe aprirsi a riconoscere che i matrimoni possono fallire, anche quelli vissuti con consapevolezza e impegno: il fallimento e la possibilità del venir meno della relazione fanno parte dell’essere umani, limitati e esposti anche a compiere passi falsi ed errori nella vita.

Pensare di risolvere la questione dei divorziati risposati secondo la via del riconoscimento di nullità presenta elementi importanti ma altri assai discutibili. Certamente per molti casi questo è importante e ci sono casi di effettiva nullità perché mancano le condizioni fondamentali di base, ma per molte altre situazioni è una via d’uscita che ha forti elementi di ipocrisia. Appare forte il contrasto tra una dichiarazione che un matrimonio non è mai esistito e la realtà di una vita condotta magari per molti anni, con figli e che a un certo punto ha trovato una fine della relazione.

Inoltre è stato sottolineato come la chiesa dovrebbe parlare alle famiglie non solo individuando i casi di rottura esplicitata ma cogliendo le logiche di rottura anche dove tutto dal punto di vista formale è ‘regolare’: si pensi al fenomeno in forte aumento delle violenze domestiche, dei maltrattamenti. Le logiche seguite da tante famiglie ‘regolari’ tutte proiettate all’arricchimento e pervase da egoismo o che perseguono una vita appiattita sulla dimensione materialistica.

Si parla poi nel questionario di matrimonio sacramentale, ma sembra che l’impostazione sia prettamente appiattita sulla valutazione giuridica: quanti matrimoni celebrati in chiesa sopravvivono senza essere sacramento anche se non vi è rottura esplicita e separazione? Non sempre il matrimonio di due battezzati è sacramento. Questa impostazione prevalentemente giuridica fa ricadere in una logica della legge e non apre ad ascoltare la bella notizia del vangelo sulla vita di coppia, sulla famiglia e sulle relazioni affettive.

Una notazione che è stata fatta è che solitamente la posizione della chiesa viene giustificata a partire da alcuni versetti del vangelo di Marco (Mc 10,1-12) e di Matteo (Mt 19,3-12) in cui Gesù risponde alle questioni postegli in un dibattito con i farisei riguardo all’atto di ripudio. E’ noto come il testo di Matteo presenti rispetto al testo di Marco una eccezione circa la possibilità di ripudio: possibile nel caso di porneia, di difficile traduzione e interpretato come un ‘comportamento immorale’ o ‘impudicizia’. Questa eccezione presentata sin nella prima comunità cristiana è accolta nella tradizione orientale che prevede la possibilità di seconde nozze.

Troviamo limitato e non fedele ad un corretto accostamento ai vangeli leggere questi versetti staccati dal contesto in cui essi sono stati scritti e soprattutto dal contesto del dibattito religioso e sociale in cui sono stati formulati. Se si tiene conto di tale contesto appare come le parole di Gesù non siano finalizzate a determinare norme per i divorziati risposati, piuttosto a evitare la situazione di una poligamia di fatto in cui le donne soprattutto erano le prime vittime di un arbitrio maschile che aveva trovato un primo limite nel libello di ripudio e che Gesù radicalizza nel senso di una difesa dei più deboli.

Ma le questioni di tipo pastorale e teologico che si pongono oggi dovrebbero trovare riferimento non tanto nella puntuale esegesi di un versetto del vangelo, quanto nel generale atteggiamento di Gesù che si è presentato come profeta accogliente e ha vissuto la commensalità con i peccatori aprendo a tutti la possibilità di accogliere l’annuncio del regno.

Ci sarebbe peraltro da considerare anche il testo di 1Cor 7,12-16 il cosiddetto privilegio paolino in cui si riconosce al coniuge convertito che trova ostacolo nel vivere la sua fede la possibilità di separarsi e di accedere ad un nuovo matrimonio. Questo testo fa cogliere la priorità della fede su altre considerazioni e conduce anche a poter pensare alla priorità dell’amore vissuto in modo autentico. L’indissolubilità più che un fatto naturale è istanza che proviene dal vangelo che va compresa in un contesto di fede e non può essere ridotta ad una dimensione puramente giuridica. Matteo nella sua comunità ha già dato esempio di una traduzione pastorale di questa mediazione. Proprio nel vangelo di Matteo la considerazione dell’indissolubilità del matrimonio (Mt 5,31-32) è inserita nel discorso della montagna, sintesi della nuova legge e di ogni legge, indica l’orizzonte profetico della vita del cristiano.

Le posizioni di Gesù non erano segnate da moralismo. Gesù non è preoccupato di offrire prescrizioni etiche e morali ma al cuore del suo annuncio sta il regno di Dio. Così al centro della relazione coniugale come della vita del credente sta una prospettiva di amore di dono (agape) fondata sulla reciprocità e sul piacere condiviso. La chiamata di Dio per il credente nell’esperienza di coppia è a ‘vivere nella libertà’ (Gal 5,13-16) e nel servizio reciproco e se manca la reciprocità fallisce qualsiasi tipo di rapporto. La predicazione di Gesù è profetica e si accompagna con il realismo. L’unione infatti deve essere nella santità tranne il caso di “porneia” (impudicizia come adulterio, come fatto cioè che determina il venir meno della fiducia reciproca): se la scelta cristiana non viene condivisa da uno dei coniugi è meglio la separazione: il vincolo non deve divenire un cappio. Questo, come osserva Paolo, trova ragione nella chiamata di Dio, “perché Dio ci chiama alla pace’ (1Cor 7,17), soprattutto reciproca, non alle contese, o ad una situazione di dissidio e litigio senza soluzione.

Uno sguardo alla storia della problematica ci rende consapevoli che nel primo millennio cristiano benché la rottura del matrimonio fosse considerata peccato si apriva però ad una riammissione ai sacramenti. Non vi era la condizione di vivere “come fratello e sorella” col nuovo coniuge. Nei primi secoli della Chiesa i divorziati potevano essere accolti nuovamente nella Chiesa dopo un percorso penitenziale e la comunità accoglieva le nuove nozze. In qualche modo la rottura irreversibile del rapporto affettivo tra due coniugi veniva assimilato alla morte di uno dei coniugi che, allora come ora, lasciava libero il coniuge sopravvissuto di risposarsi. Tale prassi era comunemente accettata nella Chiesa dei primi secoli.

Come ha posto in luce Giovanni Cereti il canone 8 del primo concilio di Nicea (325 d.C.) conferma tale prassi quando indicava la riammissione degli eretici novaziani nella Chiesa a condizione che esplicitassero una dichiarazione in cui accettavano, oltre alle dottrine e alle prassi che li avevano contrapposti alla chiesa, anche la riammissione ai sacramenti per i ‘digami’. Cereti, dopo una approfondita analisi individua nei ‘digami’ coloro che vivevano in seconde nozze. Questo elemento è importante per cogliere come la prassi della chiesa sia mutata nel tempo e nel primo millennio, pur considerando il divorzio un peccato grave, era tuttavia attuata una prassi di riammissione ai sacramenti che oggi permane nella tradizione ortodossa nelle Chiese orientali.

Vari interventi hanno sottolineato come oggi le problematiche derivanti da una situazione culturalmente diversa dal passato esiga una capacità di ascolto e di discernimento a fronte di situazioni estremamente diverse tra loro. Ad esempio è diversa la situazione di persone pur battezzate ma che non hanno coltivato un cammino di fede e derivano criteri di vita morale dalle mode e da un atteggiamento di tipo utilitarista e consumista anche nel campo delle relazioni. Diversa è la situazione di chi ha incontrato, magari non per sua colpa, il fallimento del proprio matrimonio oppure di chi ha sperimentato il venir meno della relazione pur in un matrimonio preparato e vissuto con impegno di consapevolezza e di fede. C’è chi dopo un matrimonio che si è interrotto ha vissuto il ricomporsi di una relazione di coppia e di famiglia con fedeltà e sincerità verificata nel tempo vivendo dedizione ai figli e affrontando fatiche e sofferenze che questa nuova condizione comporta insieme all’accompagnamento di figli. Di fronte a queste situazioni viene da chiedersi se non sia da riconoscere che laddove si è maturata una relazione fedele nella gratuità e nella fatica della vita quotidiana lì è presente il sacramento del matrimonio come dono dello Spirito che è Spirito dell’amore.

A partire dalla sofferenza e dai cammini di tanti che hanno costruito nuovi legami ci si può chiedere se le seconde nozze siano un’esperienza sbagliata oppure se essa non possa essere una autentica unione in cui è in atto il sacramento. Quando una persona decide davvero di iniziare una vita nuova si può “in molti casi riconoscere che è proprio la seconda unione che si manifesta come viva e vitale che deve essere considerata come ciò che Dio ha veramente unito e che è probabilmente questa seconda unione che può essere riconosciuta come il segno dell’amore fedele di Dio nei confronti di un popolo peccatore”.

Nel 1993 alcuni vescovi della regione dell’Alto-Reno avevano proposto che situazioni di persone divorziate che dopo un certo tempo avevano costruito nuove relazioni potevano trovare modi di vivere una riammissione ai sacramenti dopo un periodo di discernimento e di accompagnamento affidando ad una responsabilità di coscienza aiutata a confrontarsi con il vangelo e con la comunità. Essi si dichiaravano contrari ad una riammissione indiscriminata ufficiale e formale dei divorziati risposati alla comunione e affermavano la necessità di “verificare ogni singolo caso: non ammettere indiscriminatamente, non escludere indiscriminatamente».

Benché quella proposta abbia trovato rifiuto in una lettera della Congregazione della fede tuttavia ci sembra che debba essere portata avanti e approfondita come anche sostiene una presa di posizione della diocesi di Friburgo del maggio 2012 (Divorziati risposati nella nostra Chiesa) e il documento sull’accompagnamento dei divorziati separati risposati civilmente pubblicato nell’ottobre 2013. In esso si offrono motivate ragioni per una apertura che fa proprio l’atteggiamento di fondo di Gesù, che era vicino alle persone e pieno di rispetto, e si afferma: “In seguito ad una decisione assunta in maniera
responsabile, si può, in una situazione concreta, aprire la possibilità di ricevere i sacramenti del
battesimo, della santa comunione, della confermazione, della riconciliazione e dell’unzione degli
 infermi, nella misura in cui ci si trovi nella disposizione di fede concretamente richiesta”. In questo testo si apre alla possibilità di una benedizione sulla coppia e di una preghiera comune, dopo un periodo di discernimento e di accompagnamento spirituale, spesso richiesta da coppie sposate civilmente in seconde nozze che partecipano alla vita delle comunità.

Nel nostro incontro qualcuno ha sottolineato l’importanza di non fermarsi ad una impostazione giuridica, anche perché l’annuncio della bella notizia sul matrimonio dovrebbe trovare la chiesa impegnata a sottolineare la prospettiva dell’indissolubilità del matrimonio non tanto come precetto, ma come una prospettiva a cui tendere connessa alla storia delle persone, e sempre più grande delle effettive attuazioni.

A tal riguardo ci sembra di poter condividere i suggerimenti del teologo Giannino Piana che scrive:
“Non è forse possibile fare qui riferimento – è questa la nostra opinione oggi peraltro condivisa da molti esegeti – alla nota distinzione introdotta dalla riflessione teologico-morale tra norma-precetto e norma escatologico-profetica? La prima ha il carattere di norma chiusa, alla quale occorre aderire incondizionatamente, senza alcuna limitazione; la seconda è, invece, una norma aperta, che spinge costantemente l’uomo in avanti e lo sollecita ad un impegno di permanente conversione. La radicalità del messaggio di Gesù sulla indissolubilità assumerebbe, in quest’ultimo caso, il significato di un ideale di perfezione, che per il credente ha connotati decisamente normativi – non si tratta di un pio consiglio riservato ad alcuni (pochi) eletti -; ma che va, nello stesso tempo, opportunamente mediato di fronte a situazioni particolari, come d’altronde già si verifica – lo si è visto – nell’ambito degli stessi testi evangelici. A conferma di questo assunto vi è, d’altra parte, l’inserimento del principio dell’indissolubilità nel contesto del discorso della montagna (Mt 5, 31- 32), le cui grandi indicazioni che devono guidare la condotta del discepolo alla sequela di Gesù sono totalmente ispirate all’ideale di perfezione: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48)”.

Intendiamo l’invito ad essere perfetti come tensione a vivere come persone complete, secondo la misura di ognuno, nel rispondere alle chiamate del Signore in una apertura del cuore ad accogliere l’amore di Dio e ad una conversione a Lui da mantenere come attitudine costante nella vita.

Nel dibattito è emerso come ciò che è importante è rispondere alla questione sulla misericordia: tutti siamo figli di Dio e per questo l’approccio a questi problemi dovrebbe essere più vasto. C’è chi ha sottolineato la difficoltà di intendere queste problematiche secondo una logica della ‘regola’. Tutti siamo peccatori e in cammino: chi può dirsi ‘regolare’ davanti al vangelo e a Gesù? Il parlare di situazioni irregolari conduce ad una sorta di separazione tra chi è a posto e chi no. E potrebbe anche far pensare ad un senso di superiorità di chi è regolare rispetto ad altri che sono ‘irregolari’. Sarebbe da sottolineare che è irregolare chi non vive l’amore secondo le esigenze dell’agape (1Cor 13). Il messaggio del vangelo è annuncio del ‘regno di Dio’, la vicinanza di Dio per i peccatori che scoprono, toccati dalla gratuità del suo amore, la propria inadeguatezza, mai adeguata ad una regola, e la possibilità di camminare nel vivere più a fondo il comandamento dell’amore.

In tal senso particolare importanza andrebbe data alla dimensione della coscienza da coltivare con una formazione e un accompagnamento a leggere la propria esperienza scorgendo la chiamata del Signore nelle situazioni diverse e particolari. Tutti siamo chiamati ad una conversione continua e l’esperienza di chi vive la sofferenza della rottura di un matrimonio apre tutti ad una comprensione nuova di vicinanza e solidarietà.

Siamo stati colpiti da alcune parole di papa Francesco: “Premesso che – ed è la cosa fondamentale – la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire” .

Sarebbe importante anche a tal riguardo un approfondimento da attuare soprattutto ascoltando la voce delle donne sulla teologia riguardante la sessualità. Ancora la visione della sessualità nell’insegnamento ufficiale della chiesa e nella prassi ha risvolti di idealizzazione disincarnata da un lato e di negazione e condanna come realtà negativa dall’altro. L’attuale situazione di liberazione sessuale, se per certi versi rappresenta una banalizzazione e non considerazione dello spessore della sessualità – nella stessa linea anche se con esiti opposti della negazione e del rifiuto della sessualità – dall’altro è una provocazione nuova del nostro tempo, per scoprire la sua concreta valenza nella vita umana e nella relazione e per non ridurre la complessa dinamica dell’amore al solo aspetto della fisicità.

Come si può manifestare un volto di chiesa capace di testimoniare l’ospitalità di Gesù verso tutti di fronte a chi, divorziato, ha ricostruito legami con altri? Una proposta è quella di riconoscere la nuova unione dopo un periodo di verifica con una benedizione della nuova unione che ne dica il senso di un cammino aperto e pur sempre chiamato a conversione come la vita di ogni credente consapevole del peccato e aperto a crescere nella conversione.

Si può anche tenere presente della riflessione in atto in altre chiese: per la Chiesa valdese l’accettazione delle nuove nozze è un segno di solidarietà della comunità dopo un impegnativo percorso pastorale successivo al divorzio, che viene concepito come un male grave ma minore. Il riferimento alla prassi delle Chiese orientali che, alla luce del principio della “economia” permettono le seconde nozze come segno della condiscendenza di Dio di fronte al limite umano ed anche al peccato potrebbe essere un riferimento importante.

Pensiamo sia urgente quanto papa Francesco ha detto in una recente intervista a La Stampa (15 dicembre 2013) invitando a «facilitare la fede, più che controllarla». Ci ritroviamo nelle sottolineature da lui pure espresse in una recente intervista a Civiltà cattolica: «San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo e la trasmissione da un’epoca all’altra del depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo. Ecco, la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio. Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata».

Pensiamo sia importante a tal riguardo vivere uno stile ecclesiale di comprensione, di misericordia e compassione. Vediamo urgente oggi individuare vie concrete che dicano la possibilità per tutti di trovare misericordia e di comprendere la propria vita come cammino mai concluso, pur nella fragilità, verso l’incontro con il Signore e nel servizio agli altri: questo implica tornare alla logica evangelica del primato delle persone sulla legge e della finalizzazione della legge stessa alla vita delle persone chiamate a percorsi di responsabilità.

Misericordia, compassione, responsabilità, ospitalità accogliente, senso della vita come cammino, sono le parole che oggi possono suscitare quel fascino del vangelo non come possesso ma come bella notizia per uomini e donne del nostro tempo e per poter vivere un’esperienza di chiesa chiamata ad accogliere sempre la misericordia di Dio ricevuta come dono di riconciliazione e di nuovo inizio e ad essere non padroni della fede ma collaboratori della gioia degli altri (2Cor 1,24).

Pistoia, 3 gennaio 2014
Piazza san Domenico 1, 51100 Pistoia

I componenti il gruppo di risposta (in ordine alfabetico)

Giuseppe Alibrandi
Giorgio Brembilla
Luca Chiti
Tiziana Ciampi
Rita Corrieri
Alessandro Cortesi
Paola Fedi
Aldo Fedi
Elettra Giaconi
Angela Iucchi
Mauro Lucarelli
Margherita Magni
Isabella Manara
Alberto Niccolai
Nada Filippi
Giovanni Pieraccioli
Raffaella Pettinà
Cecilia Turco
Gloria Zucconi

Sottoscrivono il documento (aggiornamento al 5 gennaio 2014)

Franco Bertini
Franco Burchietti
Giacoma Cannizzo
Vincenzo Caprara
Chiara Cei
Fausto Ciatti
Francesca Cortesi
Sergio Cortesi
Piero Erle
Carlo Dini
Ugo Fanti
Guido Galeotti
Tania Groppi
Luca Innocenti
Grazia Lupi
Carla Madricardo
Giovanni Mandorli
Paolo Massaini
Mariangela Maraviglia
Paolo Morosi
Isabella Poli
Silvia Potenti
Alessandra Saccardo
Maria Veronica Sforzi
Tiziana Traversari

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – anno A – 2013

Sano-Di-Pietro-Flight-to-Egypt-2-Sir 3,2-14; Col 3,12-21; Mt 2,13-23
Tre parole possono guidarci tra le letture di questa domenica, dedicata alla santa Famiglia, per riflettere sul Natale, sul significato di questa memoria di una nascita che ci parla del farsi vicino di Dio nella nostra vita e per trovare alcune indicazioni per la vita di famiglie concrete nel nostro tempo. Viviamo il rischio di una idealizzazione della vita familiare, intesa spesso secondo modelli borghesi, senza attenzione ai cambiamenti, alle tensioni, alle fatiche della vita di famiglia che come ogni esperienza umana avverte le inquietudini e gli interrogativi del proprio tempo. La vita di famiglia è luogo in cui si concentrano i legami più profondi e insieme e talvolta in contrasto con questi le tensioni e le ferite più dolorose.

‘Figlio soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita…’
La prima lettura apre uno squarcio sul rapporto con i genitori e pone uno sguardo alla vecchiaia. Apre a cogliere la vita familiare come una rete di relazioni in cui sono poste insieme e vicine generazioni diverse. Una vita di legami in età diverse. Oggi più che in altri tempi viviamo la sfida ad accogliere persone di diverse età. Vi sono categorie di esclusi: i giovani che sono tenuti ai margini da una società che non lascia loro spazi per trovare modo di esprimersi nel lavoro e nel mettere a frutto le loro competenze e le loro speranza. E d’altra parte c’è anche una emarginazione degli anziani, considerati spesso un peso per una società in cui al primo posto sta la ricerca di efficienza e l’esigenza di rimanere inseriti nel mondo della velocità, della produttività, della prestanza fisica e intellettuale. ‘Onorare’, ‘soccorrere’, ‘essere pazienti’, i tre atteggiamenti espressi dalla pagina del Siracide, sono movimenti che riportano in direzione contraria rispetto ad un individualismo oggi pervasivo che intende i rapporti solamente in funzione del proprio interesse. Sono i movimenti di chi si sofferma davanti ai volti e riconosce l’importanza di ognuno, impostando il proprio passo su quello degli altri, di chi è più lento. Sono gli atteggiamenti di chi scopre che la vita di famiglia non è solo assecondare un proprio desiderio di avere persone per sé, con cui condividere la piacevolezza e la serenità ma è cammino fatto di tempo, in cui sono presenti fatiche e dolori, in cui maturare attenzione alla reale situazione di persone nei diversi momenti della loro esistenza. Oggi tanti si trovano a vivere l’impegno di accompagnare e assistere genitori e parenti anziani: spesso si pensa quest’esperienza come qualcosa che distoglie dagli impegni, dalla vita stessa di famiglia tutta proiettata in altre direzioni. Si può leggere questa situazione come una chiamata del nostro tempo. E’ luogo che riporta al senso profondo della vita come accompagnamento, in cui accogliere il dono di ogni età, la ricchezza di chi ha bisogno di essere aiutato. E non solo all’interno della propria cerchia nell’indifferenza verso gli altri, secondo quelle forme di tribalismo presenti laddove si intende la famiglia come piccola cerchia di difesa. Stare accanto ad un anziano, pazientare di fronte a chi perde la lucidità e la prontezza è esperienza che fa crescere insieme, ed educa soprattuto chi offre aiuto: gli fa scoprire la fragilità della vita umana, apre al senso profondo dell’essere uomini e donne bisognosi degli altri, legati insieme. Fa anche scoprire la sete più autentica di ogni vita che è sete di presenza e di affetto. Imparare ad onorare i volti, nella loro fragilità è prima indicazione per una vita di famiglia che non si chiude nell’egoismo familista, ma che scopre la famiglia come legame con chi è più debole.

‘sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto…’
Questa espressione può essere pensata in riferimento innanzitutto alla vita quotidiana delle famiglie in cui ogni giorno è da riscoprire il senso del perdonare, del superare malintesi e freddezze, il ‘rivestirsi di tenerezza e di bontà’. Non è sempre facile soprattutto quando si vive il senso di una ferita, o un momento di stanchezza o quando è difficile comprendere gli altri nel momento che stanno vivendo. Ma è anche espressione che provoca le comunità cristiane, la chiesa ad essere testimone di quello sguardo di tenerezza e perdono che è stato lo sguardo di Gesù su ogni persona e situazione. Penso a cosa può significare oggi ‘rivestirsi di carità’ cioè ‘amore accogliente e gratuito’ verso tutte le forme nuove di famiglia che sono presenti nell’attuale contesto. Come poter dare oggi speranza e guardare con benevolenza i percorsi diversi del nostro tempo? Penso in particolare ai giovani che andrebbero aiutati e sorretti nella loro ricerca. Le esperienze delle convivenze oggi sempre più diffuse, se talvolta sono scorciatoie facili vissute nel disimpegno, spesso sono passaggi vissuti con fatica che dovrebbero trovare accompagnamento e incoraggiamento per aprirsi, secondo i tempi di ogni coppia, a maturazioni nuove e per essere accolti come provocazione all’autenticità dei rapporti. Penso poi a chi vive situazioni di matrimoni che hanno incontrato l’interruzione, la rottura e a chi ha ricostruito talvolta con fatica e non senza difficoltà nuovi legami. ‘Rivestirsi di carità’ significa innanzitutto non giudicare, non cadere in atteggiamenti di chi si ritiene giusto davanti agli altri, ma imparare a farsi prossimi di ogni cammino e solidali con le domande e le sofferenze. Nella chiesa si dovrebbero trovare modi per generare una accoglienza di tutti, la possibilità della riconciliazione ed ammissione ai sacramenti invitando alla responsabilità di coscienza di fronte al Signore. In questo periodo è possibile rispondere da parte di comunità al questionario inviato dal Papa sulla famiglia in vista di un prossimo Sinodo. Penso sia da auspicare che si trovino modi di riconoscimento e di benedizione di nuovi percorsi di famiglia anche dopo il venir meno di un primo matrimonio, laddove questi sono segnati da responsabilità e sincerità, riconoscendo in essi una chiamata del Signore. Vivere questa attenzione conduce a scoprirsi sempre più comunità di persone bisognose di salvezza, in cammino nel cercare di vivere un amore sincero, ma anche consapevoli del limite e della fragilità a cui siamo tutti esposti. Al cuore dell’atteggiamento di Gesù sta la tenerezza e la magnanimità, quella capacità di larghezza, di spazio del cuore capace di accoglienza: sta qui una sfida di testimonianza evangelica nel nostro tempo.

‘Alzati prendi con te il bambino e sua madre…’
La vicenda di Gesù è segnata da un ‘prendere con’. Gesù nasce in una famiglia che vive la condizione di chi deve fuggire, la condizione di esule. Certamente Matteo rilegge il percorso della famiglia di Nazaret come un ritornare sui passi del cammino di Israele, individuando così in Gesù l’Emmanuele, presenza di ‘Dio con noi’. Dio ha accompagnato il cammino di liberazione dall’Egitto: Gesù si fa solidale con il popolo dell’alleanza. Vive in prima persona il percorso dall’Egitto, subisce la minaccia e la violenza del grande re del suo tempo Erode prima poi Archelao. Gesù è il figlio come Israele: ‘Dall’Egitto ho chiamato mio figlio…’. Gesù nasce in una famiglia costretta a lasciare la propria casa. Il suo cammino è quello dei migranti di tutti i tempi, vittime di poteri che incutono paura e minacciano morte. Il volto di Dio che Gesù ci rivela è un Dio solidale con le vittime. E’ una provocazione per noi oggi a cogliere nel cammino di tante famiglie oggi esposte alla precarietà della lontananza e del vivere in paesi stranieri, una chiamata di Dio per noi che proviene dalla loro vita, dalla loro domande dalle loro attese. Infine un’ultima osservazione: la famiglia che Gesù desidera si allarga oltre i confini delle appartenenze di sangue e i vincoli familistici, è famiglia di discepole e discepoli che cercano il regno di Dio, è prospettiva di condivisione e ospitalità che si apre a legami nuovi e si fa solidale con chi famiglia non ce l’ha.

Alessandro Cortesi op

Domenica della Santa Famiglia – anno C – 2012

DSCF2186Sir 3,2-6.12-14; Col 3,12-21; Lc 2,41-52

“Ogni anno i suoi genitori si recavano a Gerusalemme per la festa di Pasqua”. Nel contesto di un pellegrinaggio per la festa di Pasqua è situato da Luca un episodio di quando Gesù aveva dodici anni. Un festa di Pasqua che rinvia alla Pasqua di Gesù e a tutto il suo cammino.

E’ un episodio che offre uno sguardo su anni di cui poco si sa della vita di Gesù: gli anni di Nazareth, della sua infanzia, della sua giovinezza. Per prima cosa dovremmo cogliere un elemento importante. Il silenzio di Nazareth è un silenzio da conservare. Luca lo conserva rileggendo solo alcuni momenti alla luce della Pasqua. Il suo sguardo sulla vicenda di Gesù lo coglie in continuità  con tutto il cammino del Primo Testamento che giunge sino a lui.

Invita poi a cogliere come al cuore del crescere di Gesù, nella sua maturazione umana, nella sua relazione con i genitori sta una realtà decisiva, il suo rapporto con il Padre. “Non sapevate che devo stare nelle cose del Padre mio?”  Stare nelle cose di Dio indicato come Padre suo… Tutta la vita di Gesù si pone nella relazione fondamentale con il Padre, nel vivere l’ascolto e fedeltà al Padre, che nella sua predicazione e nei suoi gesti egli presenterà con il volto dell’Abbà misericordioso.

Al centro di questo racconto non sta tanto la preoccupazione di offrire una cronaca di una avvenimento accaduto nell’infanzia di Gesù, quanto di tracciare uno squarcio sulla sua identità, sul suo cammino umano quale luogo di un rapporto unico e profondo con il Padre. Tutte le relazioni umane sono poste in una nuova luce e Gesù è presentato come un ragazzo ebreo che fa della relazione con Dio, il Padre, il criterio di fondo della sua esistenza, delle sue scelte. Nella sua umanità traspare una dimensione profonda che è quella di una sapienza che genera stupore.

Gesù è trovato dopo tre giorni nel tempio seduto in mezzo ai dottori: Luca delinea così la figura di Gesù proprio nel tempio, luogo della dimora di Dio. Lì, nel tempio, Gesù ascoltava e interrogava i dottori “ E tutti quelli che udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”. Lo stupore di fronte a Gesù è uno dei tratti dei racconti dei primi capitoli di Luca. Chi lo accosta vive un sentimento di meraviglia, e proprio tale capacità di stupirsi è suggerita da Luca come uno dei caratteri della fede.

E’ anche un racconto che parla di ricerca: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre  e io ti abbiamo cercato angosciati… Perché mi cercavate?”. Nelle parole di Maria c’è una preoccupazione di ricerca. La risposta di Gesù – difficile da comprendere – presenta orientamento nuovo da dare alla ricerca su di lui: c’è una ricerca di lui che deve passare attraverso il seguire la sua strada. E’ la strada della fedeltà al Padre, quella che conduce Gesù a subire l’ostilità, il rifiuto e la condanna. Su questa strada si deve orientare la ricerca di lui, nelle cose del Padre suo…

Anche Maria non comprende la risposta di Gesù. Come lei anche i discepoli non comprenderanno. Tuttavia Luca presenta un tratto essenizale della figura di Maria: “sua madre serbava tutti questi avvenimenti nel suo cuore”. Maria è presentata come la ‘sumballousa’, colei che tiene insieme, che si interroga, che cerca di leggere gli avvenimenti come luogo di una parola di Dio sulla sua vita, anche se non comprende. E’ una indicazione sull’attitudine della fede che caratterizza Maria nel suo stare accanto a Gesù.

Questa pagina è letta nella festa della santa famiglia. Si potrebbe dire che Gesù scardina modalità di pensare alla famiglia basata su modelli culturali di chiusura. La beatitudine presentata più avanti nel vangelo è: “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la compiono”  (Lc 11,27-28). Al cuore del suo percorso sta il rapporto con il Padre che conduce ad intendere in modo nuovo tutti i rapporti. A Gesù sta a cuore che nella vita vi sia una ricerca di affidamento e di ascolto del disegno di amore del Padre su ciascuno dei suoi figli. Gesù nella sua vita ha manifestato non la preoccupazione di presentare un modello di famiglia, ma ha agito in modo da accogliere ogni persona richiamando allo sguardo di misericordia di Dio. Per lui non ci sono esclusi o persone da tenere lontano, ma ognuno, qualunque sia stato il suo cammino e qualunque sia la sua condizione è chiamato a rispondere ad una chiamata che pone in ricerca, a ‘stare nelle cose del Padre’, ad aprirsi all’amore gratuito e fedele, ad accogliere questo rapporto di amore che rende capaci di relazioni nel dono di sè.

Questo racconto di Luca ci parla anche di difficoltà e di incomprensione nella vita: non tutto è chiaro, c’è una ricerca da vivere, ci sono momenti difficili da affrontare. E’ il cammino di ogni famiglia umana. Ma si potrebbe cogliere un duplice richiamo: Gesù deve stare nelle cose del Padre. Ognuno è chiamato a scoprire la chiamata di Dio nella sua vita, a lasciare spazio alla relazione fodnamentale con Dio in cui tutte le altre relazioni trovano senso. In secondo luogo anche nella fatica di comprendere è da mantenere l’apertura allo stupore e la capacità di mettere insieme, di interrogarsi su situazioni e avvenimenti in cui è presente una parola di Dio per noi. Questa attitudine di ricerca, di ascolto, di lasciarsi interrogare dalle situazioni, dai cammini delle persone non dovrebbe forse e essere anche l’attitudine di una chiesa capace di vivere in pellegrinaggio, capace di prendere con sè inquietudini, incertezze, ricerche delle persone cercando in ogni percorso una chiamata di Dio?

Oggi sperimentiamo tante difficoltà che attraversano la vita delle famiglie,  in particolare delle donne che sono fatte oggetto di violenza proprio all’interno delle mura delle case che dovrebbero invece essere luoghi di cammino insieme nella relazione. Viviamo anche una realtà spesso segnata dalla violenza nell’uso stesso delle parole, da atteggiamenti di emarginazione e disprezzo, da prese di posizione che colpevolizzano. Tante persone soffrono nel sentirsi escluse a diversi livelli, sociale e religioso. Abbiamo bisogno di parole buone, capaci di dire il  bene su percorsi d’amore, senza giudicare, capaci di invitare alla responsabilità di ricerca e di crescita sempre possibile. Sentiamo il bisogno di parole come quelle che Gesù pronunciava aprendo futuro e dando speranza. Abbiamo bisogno di gesti che aprano a cogliere come il Padre ha un disegno di bene e uno sguardo di compassione su tutti i suoi figli.

Alessandro Cortesi op

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