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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5938Sir 35,12-18; 2Tim 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

La preghiera è atteggiamento di chi si scopre povero e si apre a stare sotto lo sguardo di Dio sostegno del povero, dell’orfano e della vedova. In Dio nutre fiducia e attesa perché Egli ‘ascolta la preghiera dell’oppresso, non trascura la supplica dell’orfano’.

“Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. Due uomini salirono al tempio a pregare…”. Luca presenta un insegnamento di Gesù che riguarda la contrapposizione di due modi di pregare, una falsa preghiera e per contro lo stare davanti a Dio in autenticità.

La chiave di lettura di questa pagina è la critica a chi ritiene di essere giusto. Il fariseo e il pubblicano, l’esattore delle tasse, sono presentati in un comune movimento che li accomuna: entrambi si recano al tempio, tutti e due sono ritratti in un momento della preghiera, ma vivono la stessa esperienza due atteggiamenti profondamente diversi.

La preghiera del fariseo è espressione di una tensione religiosa preoccupata dell’osservanza della legge – e tutto questo è buono, positivo, importante: per Israele infatti la legge è cammino di vita è via per accogliere l’incontro con Dio. Ma il fariseo vive questo ripiegato su di sé, in una ricerca di perfezione individualistica e senza compassione. La osservanza scrupolosa nell’ambito della vita ordinaria è centrata sul suo io. Così la sua preghiera esprime la vita di quell’uomo religioso attento a compiere le pratiche rituali, scrupoloso nel praticare il digiuno, puntuale nel pagare le tasse. La sua vita è condotta secondo prospettive di rettitudine: è una vita buona e impegnata. La sua preghiera tuttavia rivela un atteggiamento di fondo che lo rende chiuso all’incontro con Dio perché presenta a Lui solo i suoi buoni comportamenti come suo possesso e come sua affermazione: a Dio non chiede nulla, presenta solo la sua giustizia. Parla con Dio ma si presenta come un padrone tutto preoccupato del proprio io. La sua preghiera è quella di un ricco che offre a Dio le sue ricchezze, ciò che ha accumulato per avere ricompensa. E’ in fondo un tentativo di piegare Dio alla sua grandezza piuttosto che un ricercare il volto di Dio stesso. Inoltre nella sua vita, pur impegnata, c’è senso di superiorità e disprezzo nei confronti degli altri ‘ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri disonesti e adulteri…’.

La sua tensione morale risulta vanificata dalla freddezza nel suo cuore, dall’assenza di un umile affidamento, dal mancare nel riconoscere il proprio limite.

La figura del pubblicano, l’esattore delle tasse, è posta a contrasto. La sua non è una vita irreprensibile ma è segnata dal peccato: esercitava un mestiere mal visto, a servizio della potenza occupante romana nella Palestina del tempo, visto come persona da evitare perché sfruttatore dei poveri. Non si trova a suo agio nel tempio, luogo di culto e per questo rimane in fondo. La sua preghiera si risolve in una semplice invocazione: ‘Dio, abbi pietà di me peccatore’. E’ una sorta di grido e di supplica in cui si riconosce nella condizione di peccato. Non elenca inutili giustificazioni del suo comportamento. Vive un affidamento in verità. In queste poche parole sta ciò che Gesù chiede ai suoi: mettersi in verità di fronte a Lui non ricchi della propria autosufficienza, ma affidando a Lui la propria povertà. Il pubblicano è sincero nel suo rivolgersi senza difese e ponendosi nelle mani di Dio e a lui affidando tutto.

La sua vita è segnata dalla consapevolezza del peccato, dal senso di non farcela con le sole sue forze. Non parla di sé a Dio, ma riconosce la possibilità che la presenza di Dio nella sua vita lo cambi. Riceve il perdono di Dio, accoglie la sua misericordia perché non è prigioniero del suo io, non è ripiegato su di sé. Non è migliore del fariseo, né più umile, ma affida a Dio la sua scontentezza per la sua situazione, il desiderio di cambiare: riconosce il primato di Dio nella sua vita. Affida a Dio il peso che aveva nel cuore nella consapevolezza del suo essere peccatore.

“Io vi dico: questi tornò a casa giustificato”. La preghiera è esperienza di gratuità e di salvezza che viene da Dio e per questo anche nella liturgia nel invocazioni all’inizio , dicendo Signore pietà, e alla fine ‘Agnello di Dio… abbi pietà noi’, riprendono questa semplice preghiera e richiamano all’umiltà quale condizione umana davanti a Dio.

Alessandro Cortesi op

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Autenticità

E’ uscito in questi giorni un libro di un noto giornalista italiano, Mario Calabresi, che è stato direttore di grandi testate come La Stampa (dal 2009 al 2015) e La Repubblica dal 2016 a febbraio 2019. Il suo libro ha un tratto particolare: unisce un puntuale riferimento autobiografico, ad un momento particolare della sua vita, con il rinvio all’esperienza di molti, possibile per tutti, quando ci si trova di fronte, in modo inatteso ad un evento che cambia l’esistenza, che può in qualche modo chiuderla, renderla buia, triste, ripiegata, rancorosa, inutile.

Per Calabresi questo momento è stato una mattina di febbraio quando convocato del gruppo proprietario de La Repubblica, gli è stato comunicato che era finito il suo incarico di direttore. La sua agenda era zeppa di appuntamenti e progetti, i suoi pensieri erano tutti proiettati nella progettazione di piani e impegni per la redazione. Uscito dalla riunione, senza concordare un comunicato diplomatico in cui sarebbe risultato che la sua dimissione risultava da un accordo tra le parti, in un breve tweet comunicò la decisione degli editori e la fine del suo incarico di direttore.

“Quando sono uscito da Repubblica la diplomazia avrebbe voluto che concordassi un comunicato congiunto in cui si diceva che eravamo d’accordo su tutto e che passavo a un altro incarico. Ma non sarei stato in grado di mantenere quella versione, e ho detto la verità. Quando prendi questa strada, sei senza ritorno”.

Improvvisamente si trovò davanti una pagina bianca della sua vita con il rischio di rimanere travolto dal senso di delusione, di vuoto e di rassegnazione. Una pagina d ascrivere con caratteri nuovi e con sulle spalle il peso del rifiuto e del giudizio negativo. Come un pugile che inaspettatamente subisce un ko. Ma per lui il mattino dopo ha inaugurato un nuovo tempo: scrivere questo libro, com’egli confessa è stata la terapia per superare un momento di insuccesso, di fallimento, per risalire da una situazione presentatasi come ingiustizia e motivo di abbattimento e delusione.

La mattina dopo è stato inizio di un cammino: “Ho avuto una decina di giorni per prepararmi. Mi sono detto: Mario, stai attento. Senza lavoro, può essere un disastro. Ti alzerai e penserai di dover andare in ufficio, allora ti trascinerai a comprare i giornali. E poi a fare la spesa alle 11 del mattino insieme ai pensionati. Devi trovarti delle cose da fare che abbiano un senso, altrimenti finisci per naufragare (…) la mattina dopo è quando si rompe il tuo equilibrio e ognuno ha la sua. Uno perde il lavoro, uno va in pensione, uno perde una persona cara. La dimensione del dolore può essere differente, ma non ci può essere una scala” (dall’intervista a Elle a cura di Federica Furino).

Si è così messo a camminare non solo in passeggiate quotidiane, ma anche interiormente: “Mi sono messo a camminare. Un’ora e mezza tutti i giorni, senza telefono e senza musica nelle orecchie. Camminando vedo le cose con lentezza e mi rimetto in comunicazione con me stesso”.

‘La mattina dopo’ è un libro che parla di tanti pezzi di vita che possono essere rimessi insieme, come un vaso rotto, che non potrà tornare quello di prima ma da cui può sorgere un nuovo mosaico. Così le tante storie, le tante mattine, le più diverse di chi, trovandosi in una situazione inattesa e dolorosa ha deciso di tenere la schiena diritta e di affrontare ancora la vita dicendo dei sì, non lascianodsi piegare dai no, non lasciandosi vincere dalla pesantezza del dolore e della disperazione. In fondo una scelta di affidamento alla forza della vita, un distacco dal proprio io per aprirsi al rifuggire dal fariseismo di chi tutto nasconde e dissimula per scegliere invece la pericolosa via di una autenticità sofferta, ma che sola può rendere capaci di vivere veramente.

Alessandro Cortesi op

 

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