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II domenica di Quaresima – anno C – 2016

0002.jpgGen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Venne la parola di Adonai ad Abramo nella visione”. La traduzione letterale del testo può aiutare a cogliere l’esperienza di Abramo. I profeti non solo ascoltano ma in qualche modo ‘vedono’ la Parola efficace di Dio venire incontro a loro, sono perciò veggenti  della Parola (cfr. 1Sam 9,11; 2Sam 24,11; 2Re 17,13): vedono perché coinvolti in un movimento di comunicazione che li prende e trasforma il loro sguardo. Dio stesso è il protagonista. Abramo, chiamato profeta (Gen 20,7) vive questa esperienza di incontro: senza figli chiede a Dio che cosa gli darà e vive la fatica di accogliere la promessa di Dio nella sua vita, la promessa della discendenza.

A questo punto Dio lo condusse fuori: Adonai è il Dio dell’esodo che trae fuori. Conduce Abramo a guardare le stelle. Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia. Abramo vive un affidamento a Dio nella prova: per questo è il padre dei credenti (cfr. Rm 4,13.16-25). Credere per Abramo è porre in Dio la sua sicurezza, fidarsi di lui lasciando che sia Lui a disporre della sua vita.

Nel secondo racconto di questa pagina ancora Dio è presentato come colui che fa uscire: Ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese. Dio dona la terra ad Abramo: in questo sta  il segno di liberazione. Chi dona la terra è colui che riscatta dalla schiavitù. È la prima volta che la vocazione di Abramo è strettamente legata al possesso della terra, ma anche alla vicinanza di Dio come quella del parente più vicino.

Al tramonto Abramo è chiamato a porre animali squartati sulla terra, secondo un rito di alleanza tra popoli che stringono un patto. Il gesto di disporre gli animali divisi era seguito dal percorso dei contraenti che dovevano passare in mezzo agli animali. Esprimeva così una sorta di minaccia di ciò che poteva accadere in caso di infedeltà al patto stabilito (Ger 34,17-20). Ma quella notte solamente un forno di fuoco passa in mezzo agli animali. Nell’immagine del braciere fumante e della fiaccola fumante compare un riferimento all’alleanza del Sinai, quando il monte stesso divenne infuocato per la presenza di Dio (Es 19,16; 20,18; 24,17). Il fuoco è simbolo della presenza di Dio, inafferrabile come forza imprendibile e trascendente. Il rito esprime la relazione personale tra chi contrae alleanza. Abramo obbedisce e assiste in silenzio al passare di Adonai. Solamente Dio passa, Abramo sta solo a guardare. Nel fuoco è la presenza di Dio che passa: Dio solo si impegna a rimanere fedele all’alleanza non verrà meno. Per Abramo quella notte fu inizio dell’esperienza della fede come fuoco che brucia e investe nella gratuità la sua vita. La fede è relazione personale, incontro di vita in riferimento alla presenza del Dio della promessa che apre al futuro di una terra verso cui andare. Il Signore concluse questa alleanza con Abramo…alla tua discendenza io do questa terra dal fiume d’Egitto…al fiume Eufrate.

Luca pone il racconto della trasfigurazione dopo la professione di fede di Pietro che risponde alla domanda di Gesù Voi chi dite che io sia? (Lc 9, 20-21). A questo punto, e per la prima volta, è presentata la prospettiva della passione: Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno (Lc 9, 22).

Gesù si rivolge a tutti: Poi, a tutti, diceva: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc 9, 23). Luca sta forse pensando alla sua comunità che vive la fatica della fedeltà nel tempo al vangelo. Prendere la croce non è ricerca di sofferenza, ma sequela della via seguita da Gesù, condivisione del suo passare come colui che guarisce e risana. Si tratta di prendere la croce ‘ogni giorno’: è cammino che implica la durata e il saper ogni giorno ricominciare. Non solo i grandi momenti eroici, piuttosto la quotidianità, talvolta monotona e non eclatante dell’esistenza. La pagina della trasfigurazione va quindi letta come annuncio della passione di Gesù, e nel contempo annuncio anche della strada che i discepoli sono chiamati a seguire ogni giorno.

La croce di Gesù non è ricerca della sofferenza. E’ piuttosto via di fedeltà all’amore nel dono di sé. Gesù accetta di andare incontro all’ostilità e alla condanna, contestando l’ingiustizia e la violenza degli uomini in coerenza con tutte le scelte della sua vita. La sua stessa morte può essere letta come fedeltà al disegno di bene e di vita che Dio ha sulla storia.

Dinanzi al rifiuto Gesù decide di continuare il suo cammino nella consegna al Padre e agli altri: una vita spesa per gli altri, un pro-esistere. In una fiducia totale di attuare così la chiamata del Padre, il senso della sua vita: Nelle tue mani affido il mio spirito. La croce è così esito di una scelta di coerenza in un darsi che oltrepassa confini e divisioni di tipo politico e religioso. Luca presenta Gesù nella passione come il testimone, che subisce ingiustizia ma rimane fedele con uno sguardo di bene rivolto a tutti, anche ai nemici. Ha parole di perdono, non salva se stesso ma salva gli altri; dona speranza e salvezza a chi si rivolge a lui con fiducia: ‘oggi sarai con me nel paradiso’. In questo senso Luva presenta in gesù il volto di Dio come misericordia.

La trasfigurazione parla della passione ed insieme della risurrezione: è evento luminoso, esperienza di trasparenza. Mosè aveva il volto trasformato dalla luce nei momenti in cui aveva parlato con Dio faccia a faccia (Es 33,11); di lui si parla come del profeta che parlò con Dio ‘bocca a bocca’ (Num 12,7-8). Così pure Elia aveva incontrato Dio sul monte Oreb (1Re 19). Nello stesso modo si parla qui di Gesù nel suo rapporto con Dio, il Padre: il suo volto è trasfigurato.

Mosè Gesù e Elia, parlano del suo ‘esodo’: la morte di Gesù è evocata come ‘esodo’. Tutta la storia d’Israele sta sotto il segno dell’esodo: nel passaggio dalla schiavitù alla libertà, Israele scopre il volto di Dio come liberatore che fa alleanza. L’esodo di Gesù si innesta nell’esodo del popolo d’Israele e dell’umanità e apre alla vita della chiesa come cammino. Pietro che aveva riconosciuto Gesù il Cristo di Dio (Lc 9,20) è tra i testimoni chiamati a far suo questo cammino: li prese con sé e salì sul monte a pregare…. Sta qui il senso del cammino dei discepoli. Gesù li prende con sé perché si aprano ad incontrarlo in un modo nuovo di intendere la vita. La comunità dei discepoli non sarà un gruppo di potere teso a portare una visione politica e sociale da applicare alla storia ma una comunità di testimoni disponibili a lasciarsi trasfigurare da Lui, a guardare Lui solo che si fa incontrare nell’umanità e nella storia, a seguire la strada di servizio che Lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

 

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La notte di fuoco

Eric-Emmanuel Schmitt è un letterato, drammaturgo, autore di varie opere che hanno avuto un successo non solo letterario e teatrale – e rappresentate in più di cinquanta paesi – ma anche nella loro trasposizione cinematografica: si pensi tra le altre alla deliziosa storia di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Più recentemente ha scritto un romanzo dal titolo Il vangelo di Pilato (2000) in cui ripercorre la vicenda di Gesù e gli interrogativi del prefetto romano  rappresentante dell’impero nella Palestina degli anni 20 e 30 del I secolo.

In questi giorni esce l’ultimo suo libro che non è un romanzo ma si connota per essere un testo autobiografico, una narrazione personale e intima del suo percorso di incontro prima con il divino e poi della sua scoperta dei vangeli e di Gesù (Eric-Emmanuel Schmitt, La notte di fuoco, edizioni e/o, 2016).

La narrazione è accattivante perché parte dalla situazione in cui Schmitt viveva, nutrito di studi di filosofia e lontano dall’interrogarsi sul cristianesimo, come egli stesso testimonia: «Ho impiegato molto tempo a pormi il problema del cristianesimo sia perché sono nato alla fine di un secolo che ha accumulato tante guerre e genocidi da proibire ai suoi figli lucidi di credere ancora al bene, sia perché sono cresciuto ateo in una famiglia atea e sia perché ho fatto i miei studi di filosofia in una Parigi divenuta completamente materialista. Non avevo pertanto prestato attenzione alcuna a questa strana storia di un falegname, morto su una croce, costruita da un altro falegname.”

La storia richiama un tempo, il 1989 e un viaggio nelle terre di Algeria. Schmiti partecipa insieme ad un gruppo più vasto del progetto di recarsi nelle terre del massiccio dell’Hoggar in Africa, sulle tracce di Charles de Foucauld (1858-1916) con l’intento di girare un documentario sulla vicenda di questo grande testimone del vangelo che fece del deserto in terra di presenza musulmana il luogo del suo seguire Gesù in una scelta di essenzialità e povertà.

La magia del deserto coinvolge e attrae: “il deserto ci elevava fino ai cieli. Le stelle scintillavano così vicino che avrei potuto coglierle. Pendevano come grosse mele brillanti a portata di mano su quel frutteto chiamato Hoggar. Di notte il Sahara assume un’aria di festa. Mentre sotto il sole infligge l’ascesi, col buio diventa ricco, profuso, generoso, orientale, prodigo di un’orgia di gioielli realizzati dal più pazzo dei gioiellieri, collane, spille, diademi di diamanti, catene d’oro e braccialetti di scintille. Migliaia di stelle ornano lo scrigno di velluto color bistro, e l’argentea luna sovrana, come la regina del ballo, spande tutto intorno la sua imperiosa chiarezza. Ci eravamo allontanati dal fuoco per abituare le pupille alla luminosità degli astri. La terra lugubre amalgamava pianure, dune e rocce in uno stesso crogiolo cinereo. In mezzo ai quei pellegrini avvolti nelle coperte Jean-Pierre, in piedi, ci dava una lezione d’astronomia. Da scienziato all’osservatorio di Tolosa e docente all’università, insegnare in quell’aula stravagante lo faceva vibrare di emozione. Per la prima volta in vita sua poteva indicare una determinata stella con la coda dell’occhio o tracciare col dito sulla lavagna del cielo le linee che formavano una costellazione. Mai Orione, l’Orsa Minore o l’Orsa Maggiore avevano avuto quella consistenza e quella prossimità. In assenza di qualsiasi inquinamento luminoso dovuto alla civiltà il cosmo concedeva i suoi splendori. A me sarebbe bastato contemplarli…”

Tuttavia nello svolgersi di quel viaggio e nel procedere del lavoro avviene l’imprevedibile: Schmitt, allora ventinovenne, perde contatto con il gruppo e si ritrova solo a vagare disperso in un deserto che gli si rivela nei suoi aspetti più inospitali e drammatici. Si trova di fronte al rischio di perdere la vita, nella solitudine. Si scava una buca nel terreno e vi trascorre la notte. Così egli stesso ne narra: “Un giorno, discendendo da una montagna, mi sono messo alla testa della comitiva, impaziente e veloce, senza mai voltarmi indietro, incurante di verificare il tragitto. È capitato quanto, senza dubbio, cercavo: mi sono perduto. Alle sette di sera è piombata la notte, si è alzato il vento, il freddo ha riempito lo spazio, e mi sono trovato solo, a varie centinaia di chilometri dal vicino villaggio, senza né acqua né cibo, consegnato all’angoscia, promesso presto alla morte e agli avvoltoi. Invece di cadere nella paura, ho avvertito, distendendomi sotto un cielo carico di stelle, grandi come mele, il contrario della paura: la fiducia. Durante questa notte di fuoco, ho vissuto un’esperienza mistica, l’incontro con un Dio trascendente che mi placava, mi istruiva e mi dotava di una forza che non poteva provenire da me. Al mattino, come una traccia, in impronta, deposta nel più intimo di me, c’era la fede. Dono. Grazia. Meraviglia. Potevo morire con la fede o vivere con la fede”.

Il giovane drammaturgo conspevole delle sue capacità di pensiero e di scrittura si ritrova meravigliato e trasfigurato, lo sguardo immerso nelle stelle, la sua vita avvolta nel buio della notte nel deserto, nel suo silenzio che non lo impaurisce più come assenza, ma quale atmosfrea che reca il calore di una presenza.

Quella notte si trasforma per lui in una notte di fuoco. In quella notte sotto le stelle che costituiscono il panorama luccicante del deserto, vive l’incontro con l’assoluto che lo immette in una ricerca nuova. Riesce a ricongiungersi con il gruppo nei giorni successivi ma la sua vita è cambiata, segnata da un incontro. Ha vissuto la sua notte di fuoco e come Pascal riconosce il divino che brucia al di là di ogni percorso di ragionamento e di sapere. Blaise Pascal appuntò quel momento del 1654 facendosi cucire nella fodera della giacca quel foglietto memoriale della notte di fuoco, della sua scoperta del Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe, Dio dei viventi che solo alla sua morte fu ritrovato.

In questo percorso Schmitt è spinto a fare della sua attività di scrittore il luogo in cui lasciar scorrere una parola che lo attraversa dentro, facendogli maturare una fede che lo poneva in rapporto con i cammini dell’umanità. In qualche modo anche Schmitt mantiene questa esperienza celata in una ricerca che da quel momento lo conduce a divenire curioso dei percorsi religiosi dell’umanità, fino ad accompagnarlo a leggere e rileggere i vangeli e a riconoscere in quell’esperienza del trascendente la presenza del Dio di Gesù.

“A lungo ho tenuto segreta la mia fede. Mi modificava in sordina. Mentre si scavava il suo alveo, la mia percezione del mondo si arricchiva: leggevo libri che spingevano alla spiritualità, sia orientale che occidentale, entravo nel giardino delle religioni dalla porticina di fondo, quella discreta, la porta dei poeti mistici, uomini ritrosi, lontani dai dogmi e dalle istituzioni, che sentono anziché prescrivere. Allo sguardo umanista con cui vedevo le credenze dei popoli si aggiungeva la fiamma interiore, quella che condividevo con individui di tutte le epoche e tutte le latitudini. Si tessevano fratellanze.

L’universo si ingrandiva. Tornato dallo Hoggar, lo scrittore embrionale che sonnecchiava in me da sempre si è seduto al tavolo ed è diventato lo scriba delle storie che lo attraversano. Sono nato due volte: la prima a Lione, nel 1960, e la seconda nel Sahara, nel 1989. Da allora si sono susseguiti romanzi, opere teatrali, novelle e racconti tracciati dalla mia penna sotto un cielo sereno, a volte con difficoltà, spesso con facilità, sempre con passione.

La notte ispirata mi aveva reso armonico: anziché andare ognuno per conto proprio, corpo, cuore e intelligenza vibravano di concerto. L’esperienza mi aveva conferito soprattutto una legittimità. Un talento rimane fatuo se si mette al servizio di se stesso, senza altro scopo che farsi riconoscere, ammirare o applaudire. Un autentico talento deve trasmettere valori che lo veicolano e lo superano. Dato che una sera ero stato il destinatario di una rivelazione, a mio modo di vedere avevo il diritto di prendere la parola…”

Finchè un giorno, nel dialogo con una giornalista, si sente provocato da una domanda che lo raggiunge e suscita in lui una risposta sincera improvvisamente gli fa trovare la forza di di riconoscere ed esprimere la radice della sua ricerca e del suo scrivere:

“«Come mai nelle cose che lei scrive risplendono tanto amore per la vita e tanta pace del cuore?» continuava a ripetere. «Per quale miracolo è capace di affrontare argomenti tragici senza compiacimento né pathos né disperazione?». La conoscevo, la apprezzavo, sapevo che era protestante, e di fronte alla sua insistente lucidità le ho confessato che avevo conosciuto Dio ai piedi del monte Tahat. «Ci ritornerebbe?» mi ha chiesto. «Ritornarci… Perché?». Una volta è sufficiente. Anche una fede è sufficiente. Quando uno si imbatte nella sollecitazione dell’invisibile bisogna che se la cavi con quel che gli è stato regalato. La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua a essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. Liberi di darne una lettura riduttiva. Liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla. Non mi sono mai sentito così libero come dopo aver incontrato Dio, perché possiedo ancora il potere di negarlo.

Non mi sono mai sentito così libero come dopo essere stato manipolato dal destino, perché posso sempre rifugiarmi nella superstizione del caso. Un’esperienza mistica si rivela un’esperienza paradossale: la forza di Dio non annienta la mia, il contatto tra l’io e l’Assoluto non impedisce che poi l’io torni al primo posto, l’intensità perentoria del sentimento non sopprime affatto le deliberazioni dell’intelletto. «Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo». Sennonché spontaneamente la ragione non ha la minima umiltà, bisogna scuoterla. Pascal, razionalista supremo, filosofo, matematico e virtuoso dell’intelligenza, il 23 novembre del 1654 era stato costretto ad arrendersi: verso mezzanotte Dio l’aveva folgorato. Per tutta la vita, di cui ormai aveva scoperto il significato, aveva portato su di sé, nascosto nella fodera della giacca, il racconto sibillino di quella notte, che lui chiamava la notte di fuoco. «La fede è diversa dalla prova. La prima è umana, la seconda è un dono di Dio. Il cuore, non la ragione, sente Dio. E questa è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione ». Durante la mia notte nel Sahara non ho imparato niente, ho creduto”.”

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCF6356.JPGDt 26,4-10;Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Queste parole che rinviano ad un storia di maltrattamenti e di dolore racchiudono anche la scoperta di un incontro. Il Dio d’Israele si rende vicino in una storia di liberazione: l’alleanza è incontro di vita in un cammino. La fede, accoglienza ed esperienza di tale incontro è espressa come racconto.

Il volto di Dio assume i tratti di una presenza che agisce, e libera: ascolta il grido dalla sofferenza dell’oppresso, scende a liberarlo. E’ il Dio grande e potente e nello stesso tempo il Dio vicino che si prende cura: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. La terra donata diviene il segno dell’attuarsi della sua promessa nel liberare dall’oppressione e dalla violenza.

Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di persone schiacciate dai regimi autoritari, di popoli come quello siriano, devastati dall’oppressione e dalla violenza.

Questa pagina suggerisce due atteggiamenti. Il primo: il credere è cammino e storia che coinvolge l’esistenza e può essere comunicata come racconto. E’ racconto di vita ma è anche racconto perchè la nostra vita è storia, cammino continuo che va facendosi negli incontri e nel tempo.

Il secondo: la fede che si apre al volto di Dio vicino e liberatore non può non generare scelte di vicinanza e di liberazione verso tutti quelli che soffrono a causa di ingiustizie e oppressioni.

Luca, come Matteo, presenta il momento delle tentazioni di Gesù: la conclusione viene posta non su di un alto monte (come fa Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore della città santa. Gerusalemme ha un’importanza tutta particolare per Luca: da lì tutto prende inizio con l’annuncio a Zaccaria, e a Gerusalemme si conclude il cammino di Gesù nei giorni della passione e della morte.

Luca suggerisce così che la prova non è momento passeggero nella vicenda di Gesù, ma attraversa e copre la totalità della sua vita. A Gerusalemme, centro del tempo della storia di Israele e dello spazio, ha il suo culmine. Sulla croce Gesù vive l’affidamento radicale al Padre solo: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Di fronte alle tre ‘tentazioni’, la risposta di Gesù è una sola, il rivolgersi con fiducia a Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”. Gesù non risponde alle richieste di sacro o ad esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane… ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’.

E’ invocato come ‘Figlio di Dio’ titolo del messia, atteso come colui che avrebbe portato la signoria di Dio sulla terra. Viene posta la questione della sua identità. Gesù risponde con il suo agire: non è un messia di una religione del sacro, non è messia portatore di dominio e di potenza politica o religiosa. Gesù rifiuta così la via dell’affermazione di una religione politica e trionfale.

Rigetta infine un messianismo spettacolare: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Non si getta dal pinnacolo del tempio. Il suo essere messia, mai rivendicato in modo esplicito,  trova espressione nel suo ‘passare facendo il bene’. I suoi gesti di bene sono agire che guarisce, risana, ridona speranza a chi è curvato: saranno compiuti per lo più nella distanza dalla folla alla ricerca di spettacolarità, di prodigi, facile ad entusiasmarsi in un’ottica di guadagno. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero, che risponde alla violenza con la mitezza e il perdono.

Luca situa l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo la genealogia. In essa Gesù era stato ricondotto fino ad Adamo. In lui la storia dell’umanità trova un punto di riferimento centrale. Gesù poi vive le prove indicando la prospettiva della sua vita, l’affidamento a Dio: è il Padre misericordioso al centro della sua vita, colui che desidera abbracciare i suoi figli resi capaci di libertà.

Quaresima può divenire tempo per scoprire la nostra storia come racconto, per continuare un cammino in cui al centro scoprire l’agire di Dio che scende a liberare per rendere capaci di umanità.

Alessandro Cortesi op

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Tempo della prova

Il tempo della prova è il tempo dell’autenticità. Non è un tempo di cui è possibile fissare limiti. La prova si presenta in molti modi ed è la sfida di una vita in tutti i suoi momenti. L’intero cammino di chi nella vita s’interroga, non passa distante e distratto di fronte a ciò che accade fuori e dentro, è luogo di prova.

Prova significa incertezza, crisi, fatica di comprendere, senso di impotenza. E’ anche apertura a contestare le facili offerte, le piacevoli soluzioni, a vivere il coraggio di percorrere sentieri non battuti, difficili, nascosti. E’ tempo di passaggi, tempo di sfide in cui imparare volta a volta a rispondere in modo nuovo, non scontato. Tempo della prova è anche tempo in cui non tutto è previsto e calcolato.

Quando si volge lo sguardo indietro si scopre, come la meta stessa la si incontra nel cammino e come il cammino apre ad orizzonti che non si pensavano lontanamente al momento della partenza.

La nostra epoca ha sete di ripensare e rivivere in modi nuovi una ricerca profonda, di spiritualità, di ricerca di Dio, di possibilità di vivere insieme ad altri. Per vie nuove, per vie in cui ciascuna e ciascuno è interpellato e coinvolto personalmente. Senza reti di protezione, senza appoggi fasulli. Smascherando le vuote devozioni e superstizioni che sviano e inquinano le ricerche profonde, nascoste, fuori dalle mappe con confini ben tracciati.

Le sfide della tecnologia che avvolge tutto, la condizione del mondo segnato dal dominio di chi regge le economie e dei poteri finanziari costituiscono oggi il contesto in cui viviamo la grande prova di una vita in cui non accontentarsi delle facili e consolatorie offerte. Sono anche le costruzioni religiose di chiese, il dominio di gerarchie, i sistemi di pensiero e di vita esclusivi, incapaci di incontro, indifferenti agli oppressi. E’ tempo in cui riprendere in mano profondamente la sfida del credere come ‘prova’ per l’umanità intera.

Mariano Corbì (Valencia 1932), pensatore catalano, direttore del ‘Centro di studio delle tradizioni di sapienza’ a Barcellona, ha affrontato la sfida di coltivare una spiritualità connotata per la creatività, capace di oltrepassare i limiti di credenze e ortodossie che escludono. Cercatore di sapienza, il suo impegno è stato quello di rileggere in profondità le tradizioni spirituali diverse che hanno portato a qualità umana nella vita di chi ci ha preceduto, per orientare in modo nuovo il nostro futuro.

Sintetizza gli elementi fondamentali di una ricerca spirituale nell’interesse per la spiritualità , nel distacco da una preoccupazione per sé e dei propri beni, e nel silenzio per concentrarsi e per de-centrarsi sull’Altro e sugli altri. Nel suo percorso di ricerca spirituale nel tentativo di scorgere le trasformazioni del mondo in cui viviamo ha espresso in un testo nelle sue ‘Lettere a Dio’ le profondità di una prova assunta in tutto il suo cammino.

“(…) Credevo che la religione fosse sottomissione e mi sono impegnato in essa, e ho finito per giungere alla libertà.

Credevo che la vita fosse un cammino tracciato, passo dopo passo, ma non c’è cammino.

Credevo che si dovesse credere, e il cammino libera dalle credenze.

Credevo che la religione fosse inquadramento in un esercito ben organizzato e compatto, in cui sentire il respiro e la vicinanza di coloro che marciano con te, e sono stato costretto a scoprire che devo andare completamente solo.

Credevo di sapere ciò che si doveva pensare e sentire, e sono giunto a comprendere che la vita passa per una luce e un fuoco silenzioso.

Credevo di sapere che cosa bisognava fare, e sono giunto a comprendere che non c’è nulla da fare.

Credevo di camminare verso te, e ho dovuto comprendere che nella misura in cui la via si avvicina a te, ti confonde nella nebbia e mi dissolve come un tenue vapore.

Credevo che il cammino di Gesù fosse il cammino della salvezza e ho dovuto comprendere che non c’è nulla da salvare.

Credevo di dovermi sforzare con il tuo aiuto, e ho dovuto comprendere che il lavoro da fare è più tenue e sottile di sforzarsi, perché è un accorgersi misterioso, che più che ‘fare’ è un ‘non-fare’.

Credevo che percorrere il cammino consistesse nel coltivare lo spirito e allontanarsi dalla carne e sono giunto a comprendere che la via del silenzio è una trasformazione del sentire e della percezione.

Credevo che il cammino allontanasse dal mondo, e sono giunto a comprendere che il mondo è il suo discorso, la sua manifestazione, il suo angelo di luce.

Credevo che tu e io fossimo due e sono giunto a comprendere che ‘non ci sono due’.

Credevo che credere in te fosse credere in ciò che non si vede e sono giunto a comprendere che sei il Chiaro, il Manifesto.

Credevo nella chiesa cattolica, apostolica, romana e sono giunto a credere ai cristiani, e agli indù, ai musulmani, a tutti e a nessuno di essi.

Il tuo cammino è un cammino che va di perplessità in perplessità. Per questo è un cammino nascosto.

Cercavo in te la Verità, e ho dovuto comprendere che la Verità non è alcuna formulazione. La Verità, che è la tua verità, è silenzio, presenza e certezza. Questa è anche la mia verità.

Dio liberami dalla paura nel percorso del cammino che mi rimane e libera dalla paura tutti coloro che ti cercano. La paura sta portando fuori strada i pastori e le greggi”. (Tratto da Marià Corbí, Cincuenta cartas a Dios, Madrid PPC, 2006)

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica – ordinario B – 2015

gesu_pietroIs 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Una figura dal profilo affascinante ed enigmatico è presentata in alcuni testi del secondo Isaia, al tempo della fine dell’esilio: è il servo di Jahwè. Si tratta di un singolo? E’ figura per indicare tutto l’Israele fedele? Ha il profilo un profeta, fedele al Dio dell’alleanza, e per questo subisce persecuzione, disprezzo, violenza. La sua vita è nell’ascolto della parola di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Tale azione di Dio conduce ad intendere la vita secondo questa chiamata. Anche nella sofferenza e nella solitudine vive una fiducia profonda: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. E’ questa fiducia l’unica forza per sostenere opposizione e dolore. Giunge al punto di subire violenza senza rispondere con la violenza ma attuando una profonda solidarietà con tutti, proprio per testimoniare la sua fede in Dio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”.

‘La gente chi dice che io sia?… e voi chi dite che io sia?’. Il motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo ruota attorno alla questione sull’identità di Gesù di Nazareth riconosciuto come il Cristo, messia. La domanda di Gesù segna una svolta: è posta per la strada e proprio a metà del vangelo. Si collega al cammino di Gesù, verso Gerusalemme, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi lo vuole conoscere, perché da lì si apre il cammino del seguirlo.

‘Tu sei il Cristo’, è la risposta di Pietro. Pietro così presenta l’identità di Gesù, peraltro espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – nella sinagoga di Cafarnao nella guarigione dell’indemoniato, e di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dall’inizio del vangelo Marco è indicata l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio (Mc 1,1). Al momento del battesimo al Giordano con il Battista la voce dal cielo lo aveva espresso: con capacità narrativa Marco la fa udire solo da Gesù, ma la rende palese anche al lettore: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  L’intero vangelo si snoda così attorno alla grande domanda: chi è Gesù? E’ l’uomo dai tratti del profeta, percorre strade in fedeltà radicale al Padre, come figlio e servo. La sua vita è orientata alla cura per il bene di chi incontra: in questi tratti si delinea il profilo del messia.

Nella sua risposta Pietro riconosce Gesù come messia, portatore dell’intervento di Dio, cogliendo in lui le promesse rivolte a Davide che animavano la speranze di Israele. Tuttavia subito dopo Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. La medesima reazione di fronte agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda.

La grande questione per Marco sta sulla modalità dell’essere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù. Sono parole cariche di evocazioni all’esperienza dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio, testimoni sottoposti a persecuzione e condanna. Gesù si pone nel cammino dei profeti e vive la consapevolezza che questa fedeltà alla sua missione lo potrà condurre al rifiuto e a subire la sofferenza.

In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia: ‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù, che apre domande. Non si tratta di una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. E’ piuttosto indicazione di una fedeltà di Gesù fino alla fine proprio in rapporto al Padre e al suo disegno di amore. La sua missione e testimonianza lo conduce ad assumere anche la sofferenza. Non risponde alla violenza con la violenza. Vive invece fino in fondo il dono dicendo che l’amore è più forte di ogni altra cosa. Non cerca la sofferenza e la croce ma la subisce per restare fedele all’annuncio del regno. L’orientamento della sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è, secondo Marco, ‘messia’, ma in un modo paradossale. Non corrisponde alle attese di un messia del potere, politico e nazionalistico. E’ invece messia che salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e con il dono di sé divenendo uomo-per-gli-altri. La sua vita umana racconta il volto stesso di Dio, ne è rivelazione ed è una vita che porta salvezza.

Gesù indica la sua via come cammino a cui partecipare: chiama a ‘stargli dietro’. A Pietro che lo rimprovera dice ‘sta dietro a me Satana’. Satana è figura per indicare tutto ciò che divide. Pietro non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé. Gesù lo invita a ‘mettersi dietro’ nel cammino e smaschera modi di pensare non ‘secondo Dio’. Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire Gesù nel suo cammino. Solo allora si può scoprire la sua identità che coinvolge e cambia la vita. ‘Lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi: d’ora in poi ritorna pressante l’insistenza sulla strada ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede, se non ha le opere è morta in se stessa”

La lettera di Giacomo è ricca di avvertimenti sui rischi reali nel venir meno ad una vita di fede autentica e sincera: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). Non esiste fede in Dio senza un rapporto nuovo, di giustizia, che promuova solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero.

Nella lettera ritorna con insistenza il richiamo all’attenzione ai poveri, a porre al centro della vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26; cfr. 2,17.20.24). L’insistenza sulle ‘opere’ è sempre in rapporto alla relazione con gli altri richiesta dal vangelo. Le ‘opere’ sono così intese come il germogliare di una fede che può attuarsi solamente nella relazione. La vita cristiana può svilupparsi solo nella dimensione comunitaria e in rapporto all’altro. Le ‘opere’ sono il segno del carattere solidale e comunitario della stessa esperienza della fede.

DSCN0992Alcune riflessioni per noi oggi

Le letture di quest’oggi che trovano il loro centro nel riferimento a Gesù Cristo riportano all’essenziale: volgere lo sguardo a Gesù, seguire Lui.

Ci si può chiedere cosa signfiica seguire Gesù nel tempo della migrazione. Il riferimento alla concretezza è ineludibile. Un editoriale di Avvenire di Toni MIra dal titolo ‘Accogliere i profughi nel nome della legge’ del 9 giugno 2015 è richiamo ad una duplice attenzione, al vangelo e alla legge:

“Verità e legalità. Il nuovo polverone sollevato da alcuni governatori di Regioni del Nord a guida o trazione leghista, giunto all’intollerabile arma della pressione ricattatoria sui Comuni che intendono rispettare le regole – quelle dello Stato italiano e quelle dell’etica dell’accoglienza – richiede soprattutto chiarezza su questi due punti. Verità sui numeri, sugli accordi presi, perfino verità (e onestà) sulle parole, sul “di che cosa si parla”. Verità su che cosa significa, di fronte ai profughi, agire «nel nome della legge». Partiamo proprio da qui. Partiamo da chi sta arrivando sulle nostre coste. I cosiddetti “invasori”. Si tratta di richiedenti asilo, di persone che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni. Sono loro che ora chiedono di essere accolti. Ce lo chiedono i loro occhi, ce lo impongono le norme europee e italiane, in primo luogo la Costituzione, all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Un diritto, dunque, che tutti devono rispettare, a partire da chi ha più responsabilità. Che, oltretutto, non può confondere le acque. Non è corretto, infatti, dire che una Regione non può accogliere questi richiedenti asilo perché già ospita tanti immigrati. Perché in questo caso si tratta di migranti per altri motivi, in gran parte economici.

Comodo e cinico, troppo comodo e troppo cinico, utilizzare migranti contro profughi. Ai numeri precisi forniti dal Viminale, che denunciano la grande disparità di accoglienza dei richiedenti asilo tra Sud e Nord, non si può replicare con numeri che riguardano un altro fenomeno. Verità, dunque, rispetto dei diritti umani e del diritto italiano. E anche degli accordi presi. In primo luogo quello firmato da Governo e Regioni il 10 luglio 2014, che prevede la ripartizione dei richiedenti asilo in proporzione alla popolazione italiana residente e ai finanziamenti del Fondo sociale europeo. Un accordo, non una decisione unilaterale del Governo. Ma che ora – questa volta, sì, in modo unilaterale – tre Regioni del Nord vorrebbero violare. Anzi lo stanno già violando visto che proprio Lombardia e Veneto sono lontane dai numeri previsti. E, lo ripetiamo, non si possono giustificare tirando in ballo le “presenze” di immigrati che lavorano come operai in aziende basate nel loro territorio”.

Volgere lo sguardo a Gesù. E’ un impegno che ricorda ai cristiani la chiamata ecumenica: un cammino possibile da ricercare che passi dal conflitto alla comunione. E’ proprio questo – ‘Dal conflitto alla comunione’ – il titolo di un documento redatto dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità, pubblicato il 17 giugno 2013, in vista del 2017 data di inizio della Riforma di Lutero con la diffusione delle 95 tesi nel 1517. Il documento evidenzia: “La memoria storica ha avuto delle conseguenze concrete per le relazioni interconfessionali. Per questa ragione è nel contempo così importante e così difficile un ricordo ecumenico comune della Riforma luterana. Ancor oggi molti cattolici la associano principalmente con la divisione della Chiesa, mentre molti cristiani luterani associano la parola «Riforma» specialmente con la riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà. Sarà necessario prendere sul serio entrambi questi punti di partenza al fine di mettere in relazione reciproca le due prospettive e porle in dialogo” (n.9). (…)Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo. La memoria rende presente il passato. Mentre il passato in sé è inalterabile, la presenza del passato nel presente si può modificare. In vista del 2017, il punto non è raccontare una storia diversa, ma raccontare questa storia in maniera diversa” (n.16).

Si precisa il senso del dialogo ecumenico: “Il dialogo ecumenico implica la rinuncia a schemi mentali che scaturiscono dalle differenze tra le confessioni e che le enfatizzano. Al contrario, nel dialogo i partner cercano di individuare in primo luogo ciò che hanno in comune e solo allora esaminano la rilevanza delle loro divergenze. Queste differenze, tuttavia, non vengono trascurate o minimizzate, perché il dialogo ecumenico è la comune ricerca della verità della fede cristiana” (34).

Nel documento si riprende la comune prospettiva maturata nella riflessione teologica ed espressa nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione.

In ‘Dal confitto alla comunione’ si legge a proposito dell’interpretazione di Lutero: “(106) L’iniziativa di Dio stabilisce una relazione salvifica con gli uomini; in tal modo la salvezza si attua per mezzo della grazia. Il dono della grazia può essere solo ricevuto e, dal momento che questo dono è mediato da una promessa divina, non può essere ricevuto se non mediante la fede, e non mediante le opere. La salvezza si attua soltanto per mezzo della grazia. Lutero, tuttavia, mise costantemente in evidenza che la persona giustificata compirà opere buone nello Spirito. (107). L’amore di Dio per gli uomini è incentrato, radicato e incarnato in Gesù Cristo. Perciò, l’espressione «solo per grazia» deve sempre essere spiegata con l’espressione «solo attraverso Cristo»”.

Il riferimento a Gesù Cristo nella nostra vita apre alla scoperta del dono di grazia che da lui solo riceviamo e della responsabilità che esso suscita per l’agire dello Spirito nei cuori. Ancora siamo in cammino per scoprire come il riferimento a Gesù e il centrarsi su di lui può essere motivo di speranza e nuova vita per il nostro tempo, aprendoci a passaggi dal conflitto alla comunione.

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

1302283682_st_-nikita_-serbia-048Sap 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7-15; Mc 5,21-43

Nel quadro della missione di Paolo una rilevante importanza ha il progetto della colletta da lui promossa e richiesta tra le comunità per recare aiuto alla comunità di Gerusalemme in difficoltà concrete. A Corinto era stato deciso di attuarla ma stentava ad essere effettuata: perciò Paolo invia Tito con altri per sollecitare a compiere quell’opera (2Cor 8,6).

L’occasione è motivo per presentare le ragioni di uno stile di rapporti per coloro che seguono Cristo. La situazione dell’altro, anche lontano, in difficoltà, è un appello a condividere, ciò che si è e quanto si ha. Paolo presenta l’esigenza evangelica di redistribuire i beni in favore di chi ha meno per fare uguaglianza e per prendersi cura.

Quest’opera generosa è prova della generosità di un amore fatto di premura. Avvertire l’urgenza del bisogno e delle attese degli altri è attitudine di cuori capaci di larghezza, non ristretti in orizzonti chiusi del proprio egoismo. Fino a dare anche oltre le proprie capacità come hanno fatto le chiese della Macedonia, senza calcoli, larghi oltre ogni paura di perdere. “Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza”.

La colletta è ben più che un gesto di elemosina. E’ far proprio il cammino di Cristo, è entrare in un’esperienza di gratuità. L’uguaglianza che si realizza costituisce così un’esperienza della grazia: ‘Da ricco che era si è fatto povero perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà…’.

Vivere tale solidarietà apre a scoprire che nel portare aiuto non si dà solamente ma si riceve e questa esperienza è grazia. C’è un dare da un lato ma c’è anche un ricevere: vi sono doni che giungono da altre ricchezze, di umanità, di vita, di relazione. E’ così lasciarsi coinvolgere nella stessa vita di Cristo che ha fatto della sua vita un dono per gli altri: è lui riferimento fondamentale e criterio delle scelte dei cristiani. Povertà è scelta di liberarsi da tutto ciò che appesantisce e pone ostacolo all’incontro: non è mai esperienza vissuta nella solitudine, ma evento di condivisione. Gesù ha scelto la via della debolezza e della privazione per poter partecipare la sua ricchezza, per poter fare comunione.

Marco presenta al capitolo 5 due miracoli di Gesù, intrecciati nella narrazione. Due segni del suo agire che porta guarigione e libera dalla morte. Al capitolo 4 Gesù era stato presentato come ‘più forte’ delle forze del male (il mare in tempesta) ora è presentato nel suo guarire nel portare liberazione. Al centro della narrazione sono due donne – la figlioletta di Giairo, capo della sinagoga, e la donna che soffriva da dodici anni di emorragie e il filo che collega le due scene è la questione della fede.

La donna che si accosta a Gesù da dietro, è indicata come una che ha perso tutto, quasi un riferimento dei tanti diseredati. Eppure inespressi nel suo cuore stanno nodi di sofferenza, di timore, di speranza. Il suo avvicinarsi è senza parole. Il suo farsi strada tra la folla, lei esclusa come impura, è spinto da una fiducia fondamentale che la fa andare avanti, e la porta a trasgredire la legge che impediva contatti per non trasmettere impurità. Quali le sue attese? Il poter essere riconosciuta, compresa, accolta nella sua sofferenza: intuiva che in Gesù poteva sperare nello sguardo di Dio vicino.

Gesù sente su di sé, proprio nel contatto, la forza dell’affidamento della donna. Il toccare Gesù da parte della donna è diverso dal premere della folla. Gesù non ha paura del contatto. La sua presenza dice che la santità di Dio non tiene lontani ed esclusi ma comunica vita e misericordia. Nel dialogo con la donna offre accoglienza piena a lei e a tutti coloro che sono senza nome. Riconosce un volto, davanti a lui: ‘Và la tua fede ti ha salvata’. Gesù dice così la forza di tale fiducia e ne riscontra la potenza: ‘la tua fede…’. C’è una forza impensabile racchiusa nella fede come accettazione dell’impotenza e affidamento radicale. Marco presenta Gesù come il volto umano, capace di compassione e tenerezza, in cui si rende presente e vicino Dio che salva, e conduce a cogliere la fede dei poveri come forza di salvezza.

La salvezza è un senso nuovo donato e scoperto nella vita: la guarigione ne è segno e indicazione. Passa nel contatto dei corpi: questa donna voleva toccare Gesù. Toccare è relazione. Nel vangelo è continua la disponibilità di Gesù, la sua ricerca del contatto diretto con le persone : toccava i malati, gli esclusi, si lasciava toccare da loro (Mc 1,41; 6,56; 7,33; 8,23-25; 10,13.16). In questo toccare, in una relazione che passa nella corporeità e nella concretezza, Gesù apre ad un riconoscimento e ad una liberazione. Libera dall’esclusione e dal disprezzo, apre a nuove relazioni. Nel silenzio dei suoi gesti, nelle sue parole è raccontato il volto di Dio che Gesù annuncia: un Dio che sta vicino agli esclusi e dice la possibilità di una storia diversa, di ospitalità aprendo a ciascuno un cammino nuovo.

Ancora la fede è tema al cuore dell’incontro con Giairo: egli si getta ai piedi di Gesù e ‘lo pregava con insistenza’ mentre la figlioletta stava per morire. ‘Vieni a posare le mani su di lei perché sia salva e viva’. Poi però tutto sembra ormai finito, la figlioletta è morta. Ma l’invito di Gesù è a ‘non temere, continua solo ad aver fede’.

Gesù si reca nella casa di Giairo, entra proprio lì dove la morte sembra avere posto la parola ultima e definitiva. Si fa incontro alla bambina ormai morta ma il suo modo di guardare alla piccola defunta è diverso: ‘Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta ma dorme’. Marco aveva indicato il ‘dormire’ di Gesù sulla barca durante la tempesta come rinvio alla sua morte. La morte non è parola ultima ma è un dormire che per la parola di Gesù si apre ad un ‘alzarsi’ nuovo. Gesù comunica la sua forza di vita: ‘Talità kum, Io ti dico alzati’: è invito che racchiude l’annuncio della risurrezione. La risurrezione è ‘alzarsi dalla condizione di morte’. La fede a cui Gesù aveva invitato Giairo è potenza di vita. C’è un alzarsi che è già in atto nella fede vissuta come fiducia nella vita.

Alla donna impaurita che aveva cercato di toccare il suo mantello, Gesù dice ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’. Fede non è l’esaltazione della folla, ma è incontro personale che si fa strada nella ricerca sofferta, nel cuore di chi consegna a lui la propria vita e cerca un contatto profondo, personale. Nell’alzare la figlia di Giairo, Gesù manifesta che il dono di salvezza è restituire alla vita in modo pieno fino a superare la morte stessa. Gesù non salva nonostante la morte. Il suo percorso di farsi povero lo ha condotto al rifiuto e alla morte: rifiutato e condannato, è risorto, ‘alzato’. Comunica la forza della risurrezione nel chiederci ‘continua ad avere fede’.

Due donne, capaci di dare vita, sono segnate dalla malattia e dalla morte. Gesù restituisce a queste due donne la capacità di dare vita. Ma in primo luogo accoglie la fede come apertura del cuore ad una vita oltre i limiti della malattia e della morte.

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Alcune riflessioni per noi oggi

La donna che si accosta a Gesù, da dietro, per toccare anche solo un lembo del suo mantello è donna che ha perso tutto: è volto senza nome e senza più nulla su cui contare. Gesù accoglie questa donna riconoscendo la sua fede. E’ indicazione di uno stile che dovrebbe ispirare cammini di chiesa. La domanda da porsi di fronte alle persone, prima di esprimere un qualsiasi giudizio: quante sofferenze nascoste sono racchiuse nel cuore? Quante parole non espresse cercano accoglienza in gesti che chiedono ascolto? Queste domande fanno passare da un accostamento superficiale e insensibile, ad una attitudine di compassione.

Gesù provoca ad uno stile capace di coltivare la compassione. Prima di ogni altra cosa la capacità di ascolto e accoglienza dei cammini umani. Gesù apre futuro a partire dalla condizione in cui la donna viveva, liberandola nel riconoscere che dentro di lei, la sua fede era motivo di salvezza. Non è questa forse la parola di vangelo che oggi dovremmo comunicare a chi incontriamo? E vivere così esperienza di chiesa come comunità che accoglie e dà spazi per guarire, per camminare, per essere restituiti alle relazioni e alla vita con speranza?

E’ fenomeno ormai dirompente la concentrazione e assorbimento dell’attenzione nell’uso dei mezzi tecnologici: smartphone, tablet, computer… Il tempo quotidiano è frammentato dal ricorrere di messaggi e notifiche, di richiami e continue sollecitazioni ad entrare in contatto con gli altri attraverso il mondo virtuale. Ma a questo grande sviluppo corrisponde una sorta di movimento di crescita dell’analfabetismo nella capacità delle relazioni reali. Una sorta di ignoranza della grammatica delle relazioni. nell’incapacità progressiva ad entrare in rapporti diretti, a faccia a faccia, dando il tempo dell’ascolto, della parola, del toccare l’altro nella condivisione di gesti, di parole, di esperienze. Forse oggi c’è da interrogarsi su come vivere un rapporto con la tecnologia che possa lasciar custodire la preziosità del contatto fisico, esperienziale Toccare è entrare a contatto, nel dare attenzione, nell’accettare l’altro. Toccare significa certamente un contatto diretto, un avvertire il contatto corporeo, ma anche un entrare dentro le situazioni, non rimanerne alla superficie, non trattare le vicende personali con la distrazione con cui si attua un click o si sfiora con le dita una schermata. Toccare può essere sinonimo di lasciarsi contaminare dalle realtà, un avvertire su di sé il peso della vita di chi soffre e un prendere nella propria vita la vita e le domande degli altri.

Jeb Bush, della stessa famiglia dei più famosi presidenti USA che tante tragedie hanno portato con scelte di guerre nei decenni scorsi, candidato alla presidenza Usa, ha affermato che la Chiesa deve occuparsi di anime, non di economia. Questa presa di posizione a fronte della critica all’attuale sistema economico suggerita nella enciclica ‘Laudato sì’ è occasione per sollecitare una riflessione sul rapporto tra messaggio del vangelo realtà umana in tutte le sue dimensioni.

Fare uguaglianza è la richiesta di Paolo alla comunità di Corinto. Fare uguaglianza è la grande sfida in un mondo che si scopre segnato dalla grande separazione e ingiustizia che genera disuguaglianze. Uguaglianza non è soppressione delle differenze: siamo oggi ben consapevoli dell’importanza di riconoscere le differenze, ma la disuguaglianza che è non avere punti di partenza uguali, che è mancanza di avere possibilità per esprimere la propria umanità è il grande dramma della separazione tra coloro che sono considerati uomini/donne e coloro che sono ritenuti esclusi, diversi perché non uomini/ non donne.

I gesti di Gesù toccano i corpi e lasciano coinvolgere la sua corporeità. La fede cristiana sorge dall’incarnazione, da un rapporto che non mantiene separate le dimensioni della vita umana. La salvezza come senso pieno della vita passa attraverso anche liberazioni storiche e nella lotta contro tutto ciò che tiene le persone oppresse. Il regno di Dio promesso non è solo dimensione dell’al di là, ma investe la premura per le concrete situazioni di impoverimento e per la giustizia nell’aldiqua. Investe perciò la dimensione politica. Il messaggio del vangelo non offre soluzioni pratiche concrete che sono sempre continuamente da ricercare in ogni tempo e luogo con intelligenza e fatica, ma dà criteri di fondo per orientare la vita.

In particolare è importante la critica e la visione proposta nella ‘Laudato sì’. E’ una critica radicale ad una società mondiale in cui la dimensione economica ha il primo posto e non considera che la vita umana insieme e nella relazione con il cosmo può compiersi solo tenendo insieme aspetti economici, ma anche aspetti sociali e spirituali che costituiscono la vita profonda delle persone. Da qui la provocazione a pensare in modo diverso la stessa economia e i rapporti sociali per percorrere vie alternative e diverse rispetto ad un modello di società ridotta a dimensione mercantile dove tutto – anche le vite umane, il lavoro e la natura – viene ridotto a merce.

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF5302Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Il dialogo tra Gesù e i discepoli sulla sua identità è collocato da Matteo in un territorio al confine estremo nord della terra di Israele. E’ un luogo geografico, ma è anche un confine simbolico. Si tratta del punto più lontano dal tempio di Gerusalemme e dal centro della religiosità ebraica. In questo luogo marginale Gesù introduce la questione sull’identità del ‘Figlio dell’uomo’. Con tale contestualizzazione geografica Matteo intende suggerire qualcosa: proprio nel punto più lontano dai centri della sapienza e del culto è collocato il momento del riconoscimento del volto di Gesù, e contemporaneamente avviene una promessa e un affidamento che rinvia all’identità di una comunità chiamata a seguirlo.

Matteo nel suo vangelo aveva già riportato una voce riguardo all’identità di Gesù: era stata l’affermazione di Erode Antipa che aveva riconosciuto in lui, nel suo modo di agire, la presenza di Giovanni Battista ritornato dai morti (Mt 14,2). Ora è Gesù stesso a porre la questione ai suoi. La pone indicando – nel testo di Matteo – la figura del ‘figlio dell’uomo’. E’ già questa una indicazione sulla sua identità, connessa a quella figura che era attesa con una funzione di giudice alla fine dei tempi.

Le risposte fanno riferimento ad alcuni profeti, come Elia, Geremia o altri. Non sono nomi casuali. Elia e Geremia sono profeti riconosciuti come i più importanti nella vicenda di Israele e le loro storie sono caratterizzate dall’ostilità sperimentata da parte del potere. Furono infatti allontanati e perseguitati per essere stati testimoni di fede e della forza e dolcezza della Parola di Dio.

Il rinvio ai profeti ha un profondo significato: Gesù è identificato con il figlio dell’uomo, con il profilo del profeta: non può essere compreso se non in riferimento ad una storia cdi salvezza che ha un suo compimento, a tutta la vicenda di Israele e nella memoria delle Scritture. Gesù può essere accolto solamente in relazione ad una storia di fede e ad una vicenda di alleanza, ponendosi in ascolto delle Scritture.

Gesù provoca poi i suoi ad una risposta personale indicata con un coinvolgimento della comunità: ‘ma voi chi dite che io sia?’ La risposta di Pietro costituisce una confessione di fede che esprime il suo riconoscere Gesù come messia. Il figlio dell’uomo è così identificato con il figlio del Dio vivente. Al cuore della vita di Gesù sta una relazione, un provenire da Dio, il vivente, e tutta la sua storia si comprende non solo nella relazione con tutti coloro che hanno vissuto la fede di Israele, ma nel suo essere in una relazione fondamentale con Dio. Gesù è figlio perché in relazione al Tu amante del Padre.

Le parole della risposta di Gesù alla confessione di Pietro possono essere lette in stretto rapporto con l’inno di lode al Padre riportato da Matteo (Mt 11,25-30):

“Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Tutto è stato dato a me dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio.

Venite a me voi tutti… e io vi darò riposo…Prendete il mio giogo sopra di voi… e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Matteo riprende in questo brano un testo di Isaia che condannava la pretesa della sapienza da parte di coloro che si ritenevano depositari esclusivi (Is 29,14: “perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti”). Le tre parti di cui è composto il testo corrispondono ai tre momenti della risposta di Gesù a Pietro (Mt 16,17: ‘beato sei tu…’; Mt 16,18: ‘tu sei Pietro e su questa pietra…’; Mt 16,19: ‘A te darò le chiavi…’).

La lode al Padre contiene una beatitudine rivolta ai piccoli e ora questa è rivolta a Pietro. La conoscenza del Padre è riservata ai piccoli e Pietro è qui uno dei piccoli che ha saputo riconoscere non per capacità umane, ma perché affidato a Gesù, il suo volto di messia. Ma ancora non gli è chiaro quale tipo di messia: il suo modo di concepire il messia è ancora legato ai criteri della potenza umana (come si vedrà poco dopo: cfr. Mt 16,22-23). Gesù, subito dopo, lo rimprovera perché il suo cammino di messia è quello del servo sofferente, non quello della gloria e della potenza umana.

Nelle parole rivolte a Pietro Gesù riprende un altro passo di Isaia che è una condanna ai capi dei giudei: “ascoltate la parola del Signore, uomini arroganti, signori di questo popolo… Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata, chi crede non vacillerà” (Is 28,14-18).

Il versetto 19: “Darò a te le chiavi del regno dei cieli: ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, è una ripetizione dell’affidamento a tutti i discepoli in Mt 18,18: “Tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato nei cieli…”.

Al centro sta il nuovo nome di Pietro indicato come Kefa, pietra d’angolo. Sembra che non sia indicazione del momento del cambiamento: Matteo nel vangelo aveva già indicato con questo nome Pietro (e secondo Marco l’aveva ricevuto nel momento della chiamata – Mc 3,16). Si tratta piuttosto della spiegazione di tale mutamento, con la ripresa dell’immagine della pietra d’angolo (cfr. Is 28,14-18). Ancora una volta Matteo utilizza il metodo proprio alla letteratura ebraica del rileggere testi del Primo Testamento con ampliamento e attualizzazione (midrash). Il nome di Pietro/pietra rinvia alla pietra d’angolo del tempio. L’attenzione va allora al tempio di Gerusalemme – e il dialogo si svolge in territorio lontano e di confine – ma qui si rinvia ad un altro tempio, un tempio vivente, costituito da una comunità nella quale a Pietro è riconosciuto un ruolo di sostegno, di appoggio. La sua responsabilità d’ora in poi è legata a riconoscere l’identità di Gesù e a seguirlo sulla sua strada. Ma questo sostegno è da vivere nella fragilità di un affidamento che rinvia sempre oltre: Pietro stesso sperimenta la sua fragilità in questo stare alla sequela.

Ma dietro a queste parole sta anche una polemica rispetto ad una fede che si appoggia sui poteri terreni, così come Isaia metteva in guardia dall’alleanza con l’Egitto per combattere la potenza imperiale dell’Assiria che minacciava Israele. Al tempo in cui veniva redatto il vangelo di Matteo altre alleanze si stavano svolgendo tra il giudaismo rabbinico – dopo la distruzione del tempio – e i romani e forse Matteo intende porre in guardia da tale modo di intendere il cammino di sequela di Gesù. Non è un cammino che può essere condotto secondo le forze umane, con alleanze di potere e di guerra, ma seguendo la via da lui percorsa.

DSCN0107Le chiavi sono un simbolo per indicare una apertura: la comunità di Matteo si aprì alla partecipazione non solo di provenienti dal popolo d’Israele ma vide anche la partecipazione di nuove persone provenienti dal mondo dei pagani. In questo simbolo delle chiavi sta un annuncio di apertura e di scoperta di una rivelazione di Dio ai piccoli e ai lontani, oltre le barriere e le separazioni frutto di una visione di esclusione e di privilegio. E Pietro scioglie la possibilità per tutti, non solo per gli ebrei, di seguire Gesù e di vivere come sua comunità (come attesterà il dibattito di Antiochia e a Gerusalemme riportato negli atti degli apostoli – At 15,6-12).

Già Isaia aveva parlato di una fondazione di una casa nuova: “Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” (Is 28,16). Su questa costruzione nessun flagello potrà portare distruzione e angoscia. Isaia usa questa metafora per parlare di un nuovo popolo che trae il suo inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo di israeliti che sono rimasti fedeli: al centro della loro vita sta la fede che è come roccia e che dà stabilità. Le chiavi quindi sono mezzo per aprire evitando l’atteggiamento dell’ipocrisia e della chiusura che Gesù rimprovera a chi vive nella presunzione della propria sapienza religiosa: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete le porte del regno dei cieli davanti alla gente: di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13). Simone divenuto ‘pietra’ è segno di una comunità aperta in cui è possibile scoprire l’essenziale solo nel riferimento a Gesù e in lui la propria profonda identità. Questa proviene da una relazione, ed è beatitudine dei piccoli.

Si tratta così di scoprire così i piccoli a cui il Padre dona di conoscere il regno dei cieli e di ascoltarli. Questo passo troppo spesso è stato letto come giustificazione di una chiesa costruita su di una gerarchia in cui l’autorità è intesa come potere, impaurito e geloso delle sue prerogative e della sua sapienza. Esso invece suggerisce di accogliere come l’autorità da ascoltare è quella che Gesù indica, l’autorità di chi non ha voce, dei piccoli con cui Pietro è identificato. Ci indica anche che l’essenziale è riconoscere nel modo di vivere di Gesù il suo essere messia, dono di vita e speranza per ogni persona e non altre strutture religiose. E ci invita anche a scoprire che solo nella fragilità e nel lasciarsi interrogare e porre in crisi dal suo cammino si può entrare nel suo progetto che è un mondo di relazioni nuove sin da ora, il regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

 

XIX domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF56011 Re 19,9-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

‘E subito costrinse i discepoli a salire sulla barca’. Con un passaggio repentino segnalato dall’avverbio ‘subito’ e da un verbo di comando (costrinse) Matteo suggerisce l’atteggiamento di Gesù a seguito del segno del pane condiviso. Ora può congedarsi dalla gente, dopo aver risposto alla fame ma prima indica ai discepoli che non è il loro posto quello in cui si raccoglie la stima o il successo per un grande segno. Gesù li distoglie così dalla logica del miracolo e li ‘costringe’ a precederlo sull’altra riva, ma non vi sarà alcun precedere. Marco (Mc 6,45) puntualizza che si tratta della direzione di Betsaida. Gesù frequenta piccoli villaggi sulle rive del lago. Inizia così una traversata che non giunge a compimento.

Frattanto Gesù sale sul monte da solo, in preghiera. Il cuore della sua vita sta nel rapporto con il Padre e la sua solitudine è ricca di un dialogo racchiuso nel suo silenzio, un dialogo di accoglienza di tutta la sua vita come dono, e di ogni cosa come proveniente dal Padre, come sua benedizione, come i pani accolti e donati perché fossero distribuiti sono accolti come benedizione.

La traversata dei discepoli incontra però una tempesta ed un vento contrario. Matteo nel descrivere la navigazione dei discepoli ha tratti propri rilevabili dal confronto con il racconto originario di Marco: precisa che la barca è lontana ‘diversi stadi’, una distanza assai limitata e ben diversa dalla annotazione di Marco che ‘erano in mezzo al mare’. Matteo inoltre dice che ‘la barca era sballottata’ dalle onde mentre Marco parla della difficoltà dei discepoli nel remare (Mc 6,48). Questi tratti possono suggerire come nella lettura di Matteo non si tratta di descrivere un grande prodigio, ma un racconto che ha un significato per la comunità. Gesù liberamente e per primo viene incontro alla sua comunità, camminando sul mare ‘nella quarta veglia della notte’ cioè sul far del mattino. Il mare è simbolo di tutte le forze del male e il male in tempesta è simbolo delle contrarietà e ostacoli che la comunità sperimenta. Gesù si fa incontro ai discepoli mentre si apre il tempo del mattino. Il suo farsi incontro sul mare richiama il passaggio del mare nel racconto dell’esodo. Lì, ‘alla veglia del mattino’ (Es 14,24) il Signore intervenne procurando il disastro dei carri degli egiziani, suscitando un forte vento d’oriente(Es 14,21) e questo passaggio rimarrà fisso nella memoria di Israele. Il Salmo 77 ad esempio canta la presenza del Signore vicino al suo popolo, che passò sul mare e le sue orme rimasero invisibili. La paura dei discepoli e la parola di Gesù ‘Coraggio, io sono’ sono avvicinabili ai percorsi dell’esodo, all’esperienza di Mosè che nel deserto accoglie la rivelazione del nome ineffabile di Dio come promessa di fedeltà e di compagnia ‘Io sarò con te’ (Es 3,14).

Matteo presenta questo racconto della traversata incompiuta come un incontro con Cristo con tratti che richiamano le esperienze dopo la Pasqua: un’esperienza di Lui che si dà ad incontrare, aprendo ad un nuovo modo di vedere e iniziando la storia di una fiducia che ha lui d’ora in poi come punto di riferimento della vita. Ma Matteo pur riprendendo questo racconto da Marco aggiunge una parte propria: in Marco al centro sta la figura di Gesù e lui solo. In Matteo l’attenzione si sposta anche sui discepoli. Pietro è il discepolo che chiede di camminare sulle acque nell’andare incontro a Gesù. E’ un particolare funzionale a sottolineare la ‘fede piccola’ di Pietro e dei discepoli che poco dopo Gesù rimprovera. Pietro intende porsi in atteggiamento di verifica e intende sottoporre ad una prova: ‘se sei davvero tu…’ Non vive la fiducia in modo pieno. Pietro peraltro vuole fare quello che sta facendo Gesù, ma è una pretesa che non comprende le esigenze del seguire Gesù. Non si tratta di fare quello che compie lui, ma di seguirlo: è questa la chiamata dei discepoli. Pietro pone qui una pretesa di porsi in qualche modo sul piano del maestro. Inizia a scoprire cosa significa seguire Gesù quando grida ‘Signore salvami’. Comprende cosa significa seguirlo quando sperimenta che senza di lui non può fare nulla, non può pretendere di imitare e di compiere gesti pur buoni e eroici. ‘Signore salvami’ è il suo grido e il paradigma di ogni preghiera credente. Nell’afferrarlo Gesù dice una parola sulla fede di Pietro: ‘uomo di poca fede, perché hai dubitato?’. Se Marco sottolineava nella sua versione l’incomprensione dei discepoli, Matteo conclude l’episodio con una professione di fede da parte dei discepoli ‘che erano sulla barca’: ‘Tu sei veramente il figlio di Dio’. E’ una dichiarazione che riporta a livello della comunità quel passaggio costituito dal riconoscimento in Gesù del volto del messia. Ma è un cammino che implica un cambiamento di modo di intendere il messia stesso e di mettersi a seguirlo nel trovare salvezza non nelle forze umane, non nei carri e cavalli, ma nella sola fiducia a lui rivolta, seguendo lui solo.

Teaser Mossoul Chrétiens-1Alcune riflessioni per noi oggi

L’interesse principale di Matteo sembra ruotare attorno alla ‘barca’: egli sta probabilmente pensando alla comunità. La barca naviga tra i pericoli, segnata dalla paura e da una fede debole. Nella sua navigazione più che le forze avverse, è scossa dalla paura, dalla scarsa fiducia che impedisce di riconoscere il Signore. Matteo presenta così la più grande debolezza della comunità: il lasciarsi prendere dal timore, il non saper invocare con fede ‘Signore salvami’. La ‘barca’ della comunità può superare la paura ed ogni male solo se si affida al Signore. Gesù, colui che incontra il Padre nel silenzio nella scelta non dell’affermazione e del compromesso con il potere ma nel servizio e nella condivisione.

Viviamo in questi giorni la paura e l’angoscia di comunità cristiane, le antiche comunità cristiane del Medio oriente, dell’Irak, della zona di Ninive (Mosul Qaraqosh) costrette a fuggire perché perseguitate e costrette a lasciare le loro case e i loro beni. Centinaia di migliaia di persone nella piana di Ninive. Una catastrofe umanitaria, una situazione di ingiustizia e di violenza che vede la timidezza e il disinteresse per popolazioni avvertite lontane. Un esodo di persone costrette ad allontanarsi per la loro fede religiosa insieme ad altre minoranze. Enzo Bianchi ha scritto “in Iraq come in Siria non è a rischio solo la sopravvivenza di una comunità cristiana presente nella regione fin dai primissimi secoli: è a rischio l’umanità intesa come capacità di sentirsi ed essere responsabili del proprio simile; è a rischio quella dote umana di esprimere sentimenti e istanze morali che chiamiamo cultura; è a rischio il patrimonio etico della convivenza, del dialogo, del confronto per fronteggiare insieme il duro mestiere del vivere; è a rischio il rapporto stesso con il creato” (La Stampa 8 agosto 2014).

In queste tempeste della violenza e del male che hanno responsabili e menti direttrici, il grido ‘Signore salvaci’ è appello ad una condivisione di destino e ad una sequela che renda capaci di umanità e di attenzione.

Così per le popolazioni di Gaza da cui proviene l’appello a non pregare solamente per la pace ma a stare accanto a chi soffre in una tempesta di male che vede operatori di crimini e vittime. E’ il grido che proviene dalle comunità cristiana presente a Gaza e che condivide la condizione di oppressione di tutti coloro che vive nella Striscia subendo l’umiliazione e l’aggressione di Israele: “Chiediamo alle chiese di assumersi le loro responsabilità verso la terra Santa, la terra delle loro radici, se veramente si preoccupano per le loro radici, per la Terra Santa e la sua gente. Molte chiese sembrano essere indifferenti o intimidite ad agire. Le chiese devono fare pressione su Israele e anche sui loro governi nazionali per porre fine all’impunità di Israele e renderla responsabile”

“Siamo i cristiani della parrocchia di Gaza e, come tutti gli altri palestinesi della Striscia, siamo sotto una pioggia di bombe anche quando i vostri giornali parlano di tregua e di ritiro. Lo sapete che anche a noi arrivano le telefonate dell’ IDF che ci chiedono di abbandonare la Chiesa e, visto che non l’abbiamo lasciata, ci hanno bombardato la scuola, terrorizzando gli sfollati e costringendo le suore e i bambini disabili a rintanarsi in chiesa? 8…) Siamo contenti che gli stessi preti che in questi giorni scelgono di tacere, promuovono ogni anno pellegrinaggi in Terra Santa, ma chiediamo loro, di aprire gli occhi sulle conseguenze che da anni l’occupazione e la colonizzazione producono sulla nostra vita di sopravvivenza e umiliazioni” (da un messaggio dei cristiani di Gaza comunicato da don Nandino Capovilla).

Tempeste della storia presente che ci rendono attenti a scoprire il volto di Cristo che ci viene incontro con una chiamata ad essere comunità liberata dai legami con il potere, con il desiderio di comodità e di successo, per seguire il volto del messia che ha percorso la via della vicinanza alle vittime, della croce come dono e solidarietà.

Alessandro Cortesi op

Solennità dei ss. Pietro e Paolo

arton89At 12,1-11; Sal 33; 2Tim 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

Piero e Paolo sono accostati in un’unica memoria, in un festa che ricorda le due figure di apostoli, chiamati in modi diversi e inviati dal Signore, che hanno inteso la propria vita in un rapporto profondo vivente e radicale con Gesù.

Il quadro presentato dalla pagina di Matteo è situato all’interno di una parte del vangelo ben strutturata, dove compare la confessione sull’identità di Gesù come messia, il riferimento alla comunità che Gesù voleva alla cui base sta l’incontro con lui e il seguirlo. Pietro è presentato come discepolo, coinvolto nell’incontro con Gesù, capace per dono del Padre di leggere la sua identità di messia, ma appare anche come discepolo chiamato a cambiare la sua idea di messia e viene rimproverato aspramente a ‘rimanere dietro’ al maestro.

Questa sezione del vangelo di Matteo (16,13-17,27) è infatti segnata dai due annunzi della passione (16,21-23; 17,22-23) e dalle parole sulle condizioni per seguire Gesù (16,24-28). Pietro è anche protagonista dell’episodio del tributo che chiude la sezione (17,24-27). Al centro dell’intera sezione è narrato il momento della trasfigurazione (17,1-13): anche lì Pietro ha un ruolo particolare in rapporto a Gesù ed in compagnia degli altri due discepoli. Ma a questo momento di manifestazione fanno seguito, le parole sull’incapacità dei discepoli ad operare guarigioni, e a seguire Gesù (17,14-21), porle che possono essere lette in parallelo al rimprovero di Gesù a Pietro che lo riconosce come Figlio del Dio vivente,

L’intera sezione si può dire che ruoti attorno alla tematica di una ricerca dell’identità di Gesù che apre ad un rapporto profondo con lui, ed introduce in un cammino in cui intendere la propria identità nell’incontro di conoscenza vitale. E’ un cammino in cui il profilo di Pietro si distingue come quello del discepolo: se per un verso è presentato con funzione di primo e di guida, viene anche ricondotto alla dimensione fondamentale che regge tutta la sua vita, la fede in Gesù e il camminare dietro a lui. Pietro, colui che è detto ‘beato’ perché disponibile ad accogliere un dono di rivelazione del Padre, è anche rimproverato, è ricondotto a rivedere la sua pretesa di autosufficienza, è detto ‘satana’ e viene invitato a cambiare radicalmente il suo modo di pensare la via di Gesù e la sua stessa vita.

L’episodio della confessione messianica è situato dal punto di vista geografico nel luogo più lontano da Gerusalemme, dalle parti di Cesarea di Filippo nell’estremo nord della Palestina. Una collocazione che intende indicare anche la distanza rispetto alla mentalità sacerdotale del culto di Gerusalemme e alla costruzione di una istituzione, il tempio, che si pone come escludente. La domanda posta da Gesù sull’identità del figlio dell’uomo: “Gli uomini chi dicono che sia il figlio dell’uomo?” richiama la questione che era stata quella di Erode (Mt 14,12).

Si può cogliere in questa domanda già un accostamento alla figura di Gesù con quella del ‘figlio dell’uomo’, espressione che poteva indicare semplicemente ‘un uomo’, ma che era già usata nelle fonti di Matteo per indicare la vicenda di Gesù nella linea della sofferenza e dei tempi ultimi (Mt 8,20). ‘Figlio dell’uomo’ è espressione presente nel libro di Daniele (7,13-14) con rinvio al popolo d’Israele, ma anche indicazione di un personaggio che si è ritrovata in scritti del tempo contemporaneo a Gesù – Enoc e IV Esdra attestati nella biblioteca di Qumran – rinvio ad una figura singola e personale con un particolare funzione in rapporto agli ultimi tempi, al tempo decisivo.

Nelle risposte alla domanda di Gesù non compare solo l’idea già di Erode che Gesù fosse Giovanni Battista ritornato alla vita, ma compare anche un riferimento al nome di Geremia, il profeta che aveva dovuto subire ingiurie e persecuzione violenta. Proprio Geremia era stato individuato come nemico dalla classe dei sacerdoti e degli anziani per il suo coraggio di profeta. Già la presenza di questi nomi è indicazione di quali sono le vie per scoprire l’identità profonda di Gesù.

Sotteso a tali rinvii sta infatti l’invito a cogliere come Gesù può essere compreso solamente nel tornare alla lettura delle Scritture – così come nell’episodio della trasfigurazione verrà sottolineato nell’accostamento a lui di Mosè ed Elia – e la sua via è drammaticamente in continuità e in rapporto a quella dei profeti che sono stati rifiutati e sono stati vittime di violenza e condanna. Anche testi dell’annuncio della passione relativi alla via del figlio dell’uomo richiamano infatti i passaggi della vicenda stessa di Geremia.

La domanda di Gesù rivolta direttamente ai discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?” accentua la richiesta di una presa di posizione diretta, di un coinvolgimento non solo intellettuale, ma di riconoscimento della sua identità come motivo di cambiamento della vita e di accoglienza del rapporto con lui. “Pietro disse: Tu sei il messia, il figlio del Dio vivente”. Tale riconoscimento, che esprime la fede della prima comunità e l’affermazione che Gesù è messia (figlio di Dio) come presenza che apre ad incontrare il volto di Dio Padre, è accolto da Gesù come dono di rivelazione: “Beato sei tu, Simone bar Jonà, perché carne e sangue non te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. Queste parole riprendono un testo del Primo Testamento, rinviano al racconto che viene ampliato e applicato ad un contesto nuovo: si tratta di un midrash in relazione a Is 28. Si legge infatti in Is 28,14-18 una dura critica ai capi dei giudei. In polemica con gli uomini arroganti signori del popolo di Gerusalemme che hanno fatto alleanza ‘con gli inferi’ e con la morte scegliendo gli imperi più forti pe combattere l’Assiria e hanno ridotto la città e il tempio ad una costruzione basata sull’ingiustizia, Dio annuncia il suo progetto che è una costruzione nuova: “Ecco io pongo una pietra in sion, un apietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non si turberà. Io porrò il diritto come misura e la giustizia come una livella” (Is 28,16-17).

Nella pagina di Matteo Pietro, che ha colto l’identità del ‘figlio dell’uomo’ è lodato e a lui è affidato un compito che si pone come custodia di tale fede. Pietro è chiamato ad essere pietra solamente in virtù di un dono ricevuto, decentrato rispetto a se stesso. Questo lo mantiene totalmente dipendente da un dono e nella consapevolezza della sua incapacità e piccolezza. Pietro sperimenterà la sua vigliaccheria e il suo tradimento di Gesù, ma sperimenterà anche lo sciogliersi del cuore che avviene nell’accogliere lo sguardo di Gesù quel vangelo dell’accoglienza e del perdono che fu il suo sguardo per lui.

In questo passo sta anche un rinvio ad un altro brano di Matteo (Mt 11,25-30), dove compare l’espressione la preghiera di Gesù di gioia, di ringraziamento al Padre che ha rivelato la conoscenza del figlio non ai sapienti e agli intelligenti ma ai piccoli: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, poiché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli… Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il figlio e colui al quale il figlio vorrà rivelarlo. Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il giogo sopra di voi … e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Queste parole di lode trovano un parallelismo in quelle rivolte a Pietro: “Beato te Simone… perché carne e sangue non te l’hanno rivelato”: il Padre che ha nascosto tali cose ai sapienti e ai dotti è sorgente di una rivelazione che può solo essere accolta nella fede.

Le parole sul nome di Pietro (kefa) che corrisponde a Pietra, non sono tanto un cambiamento del nome. Matteo già in precedenza aveva usato per lui questo nome. Piuttosto intendono essere una spiegazione ampliata a partire dal riferimento al testo di Is 28,14-18. E’ questo un testo in cui Isaia critica aspramente la scelta di una scelta di potere che pone Israele ad aver fiducia nelle alleanze con i poteri del tempo venendo meno alla fiducia in Dio. In Isaia la pietra angolare posta in Sion è la pietra d’angolo che apre alla ricostruzione del tempio e di Gerusalemme.

In Matteo questa pietra d’angolo è vista come la costruzione di una comunità in cui la vicenda di Pietro ha un ruolo fondamentale, perché la sua esistenza è testimonianza di un affidamento a Gesù come figlio dell’uomo. La sua fede innanzitutto, il suo scoprirsi non forte di un potere proprio ma di un dono che viene dal Padre; la sua debolezza, la chiamata a convertire continuamente il suo rapporto con Gesù sulla base della via scelta dal servo sofferente. E possiamo pensare a tutto il cammino di Pietro, dapprima sicuro di sé e certo di non abbandonare mai Gesù, poi debole e impaurito nei giorni della passione, fino a tradire il suo maestro: la sua esperienza fondamentale di incontro con il Risorto si collega alla consapevolezza di essere guardato con un sguardo di perdono e di amicizia.

L’affidamento delle chiavi per aprire o chiudere ‘le porte del regno’ sono espressione simbolica di una responsabilità affidata: le chiavi sono date a Pietro nel suo percorso paradigmatico di fede e sono anche consegna a tutta la comunità (cfr. Mt 18,18) con riferimento a quello sciogliere che è la possibilità di aprire il regno anche ai pagani. E’ ciò che viene raccontato da Atti dei apostoli nella scoperta, non senza resistenze e stupore, da parte di Pietro stesso guidato e spinto dallo Spirito, che Dio non fa preferenze di persone (At 10) e nella sua opera al concilio di Gerusalemme (At 15): la presenza di Pietro è cosi strettamente connessa ad un cammino di comunità che accoglie il dono di aprire le porte del vangelo.

Per questo sono tolte agli scribi farisei le chiavi perché il modo di intendere l’autorità consisteva nella gestione di un potere e di esclusione e non nella logica di scoprire la fecondità e la apertura del vangelo.

Questa pagina è stata spesso letta come passo di riferimento e giustificazione di una istituzione chiesa strutturata in modo gerarchico con un capo che possiede le chiavi per escludere o per accogliere, con potere di scomunica o di perdono. La lettura in parallelo del passo di Mt 18,18 apre a comprendere che il potere di legare e sciogliere è affidato alla comunità nella direzione di un mandato per continuare la cura del Padre che non vuole che nessuno si perda dei suoi piccoli: l’autentico potere affidato alla comunità è quello di offrire testimonianza di riconciliazione, e in tale senso di sciogliere tutto quello che può essere di ostacolo all’accoglienza del vangelo per tutti. E anche davanti all’ostinazione del peccatore la chiamata è quella della preghiera comune.

La vicenda di Pietro nello stesso vangelo di Matteo è ben lontana dall’essere la vicenda di un capo che esclude e che gestisce un potere strutturato in gerarchia. La sua missione si collega alla fede e rimane tutta dipendente dal rapporto con Gesù, da quel riconoscerlo figlio dell’uomo, sulla via del dono e della consegna al Padre e agli altri. Pietro si scopre fragile e in questa fragilità ha il ruolo di aprire le porte a sciogliere barriere e legami che escludono. La pagina apre così il riferimento a quel passaggio dell’apertura del vangelo ai pagani che costituisce il motivo di tensione con un’impostazione religiosa che si pone come escludente perché troppo legata all’istituzione, al tempio stabilito e non a quel tempio che è la comunità vivente che pone la sua unica stabilità nel rapporto vivente e esistenziale con Gesù, lasciandosi decentrare e mettere in crisi da lui che vive il cammino del messia che dona la sua vita.

La domanda di Gesù ai discepoli: ‘Ma voi chi dite che io sia?’ riporta in primo piano la grande domanda al cuore del cammino personale e di comunità. Oggi siamo chiamati a riproporre le domande essenziali e attorno a questa domanda ricercare la risposta che sappia dire un coinvolgimento di vita e non solo un sapere intellettuale o distaccato.

Il dialogo tra Gesù e Pietro apre la questione di come Gesù intendeva la sua comunità: non un’istituzione di potere e una costruzione fatta di complesse architetture giuridiche ma il sogno di comunità aperta, in cammino, al seguito del suo unico Signore, chiesa di chiese che sanno coltivare i rapporti da fratelli e sorelle nell’ospitalità e non nell’esclusione. Comunità di discepole e discepole che accolgono il dono che il Padre offre ai piccoli, che coltivano il senso della preghiera, nel seguire Gesù sulla via facendo memoria dello stile concreto della sua vita, delle sue parole e del suo agire.

Ci possiamo chiedere in quali modi costruire una realtà di chiesa non preoccupata di stabilire confini, appartenenze o orgogli di identità, ma tutta presa dalla ricerca della domanda ‘Ma voi chi dite che io sia?’.

Possiamo anche chiederci come vivere esperienze di comunità che offrano il senso della testimonianza fragile della fede come dono ricevuto e da invocare e l’ospitalità come apertura all’altro, oggi, nel tempo delle rivendicazioni identitarie, dei ripiegamenti e delle esclusioni.

Possiamo anche chiederci quali sono oggi i luoghi in cui operare quel passaggio a sciogliere la posibilità di una accoglienza del vangelo come bella notizia di liberazione e di vita: il prossimo sinodo dei vescovi sulla famiglia affronterà  questioni che toccano profondamente la vita delle persone. Nela premessa del documento preparatorio ‘Strumento di lavoro’ presentato ieri, si offre una chiave di orientamento: la chiesa anche oggi è chiamata a scoprire come vivere la responsabilità della misericordia  ricevuta e di aprire percorsi di impegno nel seguire Gesù:

“Il Sommo Pontefice, nei suoi incontri con le famiglie, incoraggia sempre a guardare con speranza al proprio futuro, raccomandando quegli stili di vita attraverso i quali si custodisce e si fa crescere l’amore in famiglia: chiedere permesso, ringraziare e chiedere perdono, non lasciando mai tramontare il sole sopra un litigio o un’incomprensione, senza avere l’umiltà di chiedersi scusa. Sin dall’inizio del Suo pontificato, Papa Francceso ha ribadito: «Dio mai si stanca di perdonarci, mai! […] noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono» (Angelus del 17 marzo 2013). Tale accento sulla misericordia ha suscitato un rilevante impatto anche sulle questioni riguardanti il matrimonio e la famiglia, in quanto, lungi da ogni moralismo, conferma e dischiude orizzonti nella vita cristiana, qualsiasi limite si sia sperimentato e qualsiasi peccato si sia commesso. La misericordia di Dio apre alla continua conversione e alla continua rinascita”.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

800px-CodexAureus_Cleansing_of_the_ten_lepers(miniatura dal Codex aureus Echternach – 1040 ca.)
2 Re 5,14-17 2; Sal 97; 1Tm 2,8-13; Lc 17,11-19

Guarigione di Naaman, re della Siria recatosi dal profeta Eliseo; guarigione di dieci lebbrosi, che nel cammino si ritrovano tutti guariti. Ci sono storie di percorsi e di guarigioni al centro delle letture. Ma anche una domanda che si apre sulla salvezza. Naaman scopre la presenza di Dio oltre i confini di terre e popoli; il lebbroso straniero, unico che ritorna indietro a ringraziare, nell’incontro con Gesù riceve l’annuncio: ‘la tua fede ti ha salvato’. Guarigione è evento che riporta salute, recupero di serenità e di vita. Un dono ricevuto che è segno di un cammino da compiere, in cui scoprire l’attitudine fondamentale di rendere grazie. La salvezza come incontro va oltre la guarigione ed è scoperta che la vita è visitata ed è in radice dono in cui ringraziare il Dio vicino.

La vicenda di Naaman può essere ripercorsa mettendo in luce alcuni passaggi del racconto: il re potente, straniero, riceve il suggerimento da una schiava deportata, di recarsi presso un profeta sconosciuto, un uomo di Dio in Israele. Non tutto proviene dal potere e dal denaro. Ricco e orgoglioso Naaman vive una profonda mancanza e sofferenza: è malato, e viene indirizzato a mettersi in cammino ad invocare guarigione. La sua sorpresa e la sua ritrosia sono grandi di fronte alla pochezza dei gesti che gli sono richiesti per trovare guarigione.

E dopo aver compiuto un gesto semplice, insignificante ed apparentemente infecondo, come il lavarsi nelle acque del Giordano, Naaman intende sdebitarsi. Ha percezione della ricchezza della salute recuperata, apre i suoi occhi davanti ad un dono inatteso, e vede la grandezza di un’esperienza a cui intende rispondere a suo modo, con quantità di beni e denaro, per coprire il dovuto, per non avere più nulla da dare, per ricambiare. In fondo pagare è modo per non mantenere legami, per saldare il conto dando il dovuto. La sua difficoltà di uomo potente e ricco sta nel riconoscere qualcosa nella sua vita che non può pagare e comprare, che non può mantenere senza avere bisogno di altri, e senza legarsi in una relazione.

Vuole così sdebitarsi ma di fronte a questa intenzione si scontra con il rifiuto del profeta che innanzitutto sposta l’attenzione sul vero protagonista della guarigione: è Dio stesso da ringraziare, non l’uomo di Dio, ma il ringraziare implica entrare in una logica diversa da quella del potere che compra e riversa denaro. Naaman vive così una scoperta che lo spaesa. Chiede così di poter portare una quantità della terra di Israele per poter lodare Dio anche nella sua terra. Naaman, straniero in Israele, povero nella sua malattia e ora guarito, scopre una sorta di ius soli: può anche lui godere di un diritto di stare su quel suolo, su quella terra portata nella sua, e da lì vivere la gratitudine che si esprime nella lode, nell’adorazione.

Viene così guidato a scoprire la gratuità della lode nel riconoscere la presenza di Dio che va oltre i confini. L’incontro con Dio non è rinchiuso solo ad una terra, ma può essere vissuto, in modi nuovi, anche in altre terre, in ogni terra, nell’attitudine della gratuità. E quei sacchi di terra portati da due muli sono quasi immagine di una terra nuova che attraversa i confini ed è la terra del gratuito, del dono che fa sorgere la gratitudine.

Anche la pagina di Luca parla di guarigione e di gratitudine. Dieci lebbrosi si fermano a distanza. La loro condizione era quella di chi doveva stare ai margini della vita sociale. I motivi sanitari di tale distanza si intrecciavano con una interpretazione religiosa della impurità che connotava la loro malattia. Doppiamente esclusi, perché malati in primo luogo e perché la loro condizione era letta come irregolarità dal punto di vista religioso e portatrice di impurità da non toccare. Malati quindi e considerati lontani da Dio.

Essi gridano il loro desiderio di guarigione e Gesù travalica le barriere poste dal sistema religioso. Si fa avvicinare e immediatamente supera quella distanza. Accoglie la loro richiesta, vede in loro innanzitutto persone e li pone in cammino, indica loro di recarsi dai sacerdoti, che devono confermare la guarigione avvenuta. Li invita a recarsi dai sacerdoti del tempio, luogo dell’incontro con Dio, reinserendoli nella condizione di chi è puro. E’ un primo grande gesto e annuncio: non sono lontani da Dio. I gesti di Gesù sono tutti testimonianza del Dio vicino che accoglie a sé e non vuole che nessuno vada perduto.

Ed essi partono, e si scoprono guariti nel cammino. E’ scoperta che la parola già realizza quello che essi scopriranno nel cammino. Vivono una profonda fiducia sulla parola, e nel cammino si ritrovano guariti. Ma uno solo, tra di essi, ritorna indietro per dire il suo grazie, per esprimere la gratitudine a Gesù. In questo gesto di ringraziamento Gesù legge l’apertura del suo cuore al dono e all’incontro che stanno al cuore della fede. Nel suo volto e nel suo grazie legge non solamente la vicenda di un guarito, ma l’esistenza di un salvato. Questo unico che è ritornato sui suoi passi non è giunto dai sacerdoti, non è arrivato al tempio, ma ha scoperto la presenza di Dio vicino nella parola e nel gesto di Gesù. Ha lasciato spazio a quella apertura di affidamento che sta al cuore di uomini e donne, sani e malati, lo spazio della fede come luogo dell’incontro con Dio. Il lebbroso tornato a ringraziare ha vissuto così un primo superamento dei confini del sistema religioso.

Ma c’è anche un secondo superamento che Luca introduce facendo notare come questo unico ritornato a rendere grazie era uno straniero. Era un samaritano e Gesù si accorge di questo: sono valicate e abbattute le barriere che dividono le appartenenze religiose e culturali. Gesù vede nel volto di questo straniero, guarito, capace di ringraziare, il volto di chi ha sperimentato la salvezza: ‘la tua fede ti ha salvato’. Salvezza non si limita ad essere guarigione in quanto salute, benessere fisico e psicologico e possibilità di vita. Salvezza è più in profondità, anche nella vita che si confronta con lo scandalo del male e della morte, la scoperta di un dono e di una relazione che dà un senso nuovo ad ogni gesto, ad ogni parola. La fede viene quindi presentata come relazione con Gesù e, attraverso di lui, con il Dio del dono e dell’accoglienza. E’ un modo nuovo di guardare la vita in cui il ringraziare è rimanere nello spazio di chi si riconosce di fronte ad un dono. E’ possibilità nuova di sperimentare la bellezza della gratuità e la piccolezza grande del ‘grazie’. Fede è accogliere e affidarsi in una relazione in cui la vita si illumina come dono e chiede di essere condivisa.

Per noi oggi penso che ci siano alcune provocazioni che giungono da queste letture.

Possiamo sostare sull’importanza di riconoscere il servizio della guarigione: è innanzitutto guarigione da tutte le distanze che separano le persone, e in particolare di chi, malato, averte più profondamente il peso della propria sofferenza e separazione. C’è una guarigione fisica da tutte le malattie che va cercata perseguita e accompagnata e, insieme e forse anche distinta da questa, una guarigione diversa, una guarigione più profonda, come esperienza di essere salvati, che porta a scoprire la propria vita visitata dall’amore di Dio che non abbandona mai, nemmeno nella malattia e nella morte.

Possiamo lasciarci interrogare dalle parole di Gesù ‘la tua fede ti ha salvato’: la fede è presentata come forza di salvezza della nostra vita, apertura ad un affidamento personale che passa attraverso il contatto con l’umanità di Gesù, con la sua vita (‘Ricordati di Gesù Cristo…’ è l’invito della seconda lettura. Siamo invitati a camminare sulla parola di Gesù e a lasciarci accogliere nel movimento di accoglienza di Gesù e del Padre.

Possiamo sostare sull’importanza della figura dello straniero come l’unico capace di ritornare indietro e riconoscere il luogo in cui Dio si rende presente, quel luogo che non è una terra, un tempio, ma l’umanità di Gesù. Viviamo in un tempo in cui l’incontro con lo straniero è esperienza storica di un incontro con Dio ‘altro e straniero’ che vuole aprirci a considerare come noi stessi siamo stranieri a noi stessi e chiamati a scoprire il suo autentico volto e il nostro nell’incontro con lo straniero.

Dobbiamo sempre imparare, di nuovo, a ringraziare, sia nei modi in cui viviamo la nostra preghiera, sia nella vita quotidiana, di fronte a tutti i piccoli segni che ci fanno toccare con mano la gratuità di doni spesso ricevuti senza accorgersene e di persone che senza riserve sanno vivere guardando alla felicità degli altri.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4482Ab 1,2-2,4; Sal 94; 2Tim 1,6-14; Lc 17,5-10

Violenza, ingiustizia, rapina e oppressione sono le parole che segnano la prima lettura. Abacuc s’interroga di fronte all’ingiustizia opera degli uomini, e al silenzio di Dio. E si pone come sentinella, in piedi ad ascoltare se c’è una risposta a questo lamento. “Fino a quando implorerò aiuto e non ascolti?” Il suo interrogare racchiude il grido di tanti che si lasciano inquietare dai drammi della storia, dalle ingiustizie. Non sono certo le domande – spesso assenti o assai diverse – di chi vive una religiosità fatta di tranquille certezze e assuefazione all’esistente, nella preoccupazione di difendere la propria sicurezza o i propri interessi. E’ piuttosto l’interrogarsi di chi si scontra con il male del presente, di chi sperimenta l’inquietudine, gli interrogativi radicali, ed è disposto a lasciarsi provocare dallo scandalo del male, dal successo e dall’impunità dei malvagi, da ciò che contraddice il disegno di giustizia e di pace di Dio nella storia e pone in crisi la fede. L’incontro con Dio, l’esperienza della fede si fa così lotta, confronto aspro e provocazione: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”. Dio appare assente laddove prevale la violenza e sembra che tutto ciò non abbia fine: “fino a quando?” La domanda reca con sé la fatica di chi vede l’ingiustizia che domina, il violento che mantiene il potere, il diritto calpestato. Abacuc pone la questione se vi sia o meno un senso in questa storia in cui Dio sta in silenzio mentre dilaga l’ingiustizia.

Il suo domandare non ha risposta, ma accoglie un segno: parla di una ‘visione’ da incidere bene su tavolette, da mantenere e fissare. E’ un messaggio che proviene dalla promessa e dalla fedeltà di Dio stesso. L’ingiustizia non avrà l’ultima parola, anche se sembra che tutto vada in un’altra direzione: “soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”. La fede è indicata come atteggiamento da mantenere, nella prova e nel silenzio: viene presentata innanzitutto come affidamento, adesione nonostante la fatica e nonostante le contraddizioni, alla fedeltà di Dio. E’ Lui il fedele e chiede fiducia senza riserve anche se la sua promessa si scontra con l’incomprensibilità del presente: vi sarà vita per chi si mantiene come giusto. Anche se sembra che abbia la meglio chi persegue violenza, inganno, sopraffazione tutto questo ha un termine: e una vita in tale direzione è vita che soccombe. Il giusto vivrà trovando la forza di resistere nel suo affidarsi nel Dio fedele, nel suo continuare a lottare contro l’ingiustizia. In questa visione da incidere nelle tavole del cuore sta una parola di invio a vivere un resistere quotidiano, faticoso, spesso contraddetto, nel realizzare giustizia come fedeltà davanti a Dio e al volto dell’altro.

Sperimentiamo in tanti modi la violenza e il prevalere dei prepotenti e di chi è senza scrupoli. Assistiamo impotenti a sofferenze causate dalla rapina dell’uomo sull’uomo. La crisi economica che per tanti significa preoccupazione, incupimento, depressione è frutto di scelte politiche che derivano da una visione per cui nel mondo non tutte le donne e uomini hanno medesima dignità, di sistemi di pensiero che mirano a preservare i privilegi dei più ricchi e vedono come parte dell’umanità sia da escludere. Un autentico sistema di idolatria e di iniquità. Scelte che mantengono e favoriscono le ricchezze accumulate, i soldi prodotti dai soldi, e non guardano alle sofferenze dei poveri.

Le morti di ormai migliaia di migranti che tentano di attraversare il mare Mediterraneo per raggiungere l’Europa, le stragi a Scicli, a Lampedusa, di cui abbiamo visto immagini e udito resoconti nei giorni scorsi, non sono fatalità ineluttabili, ma il frutto di scelte politiche che hanno ridotto la questione dell’immigrazione ad un problema di sicurezza, e non l’hanno affrontata come fenomeno umano, in cui è in gioco la giustizia sociale, la dignità di ogni essere umano e il riconoscimento di diritti fondamentali. L’ingiustizia si fa concreta in modi di pensare alla vita di chi pensa a se stesso e non intende guardare a vite di persone come noi, che sperimentano la disperazione, la violenza e la miseria. Sono volti di fratelli costretti a lasciare terra e affetti per trovare libertà, pane e dignità. Quelle morti sono anche frutto di scelte criminali di chi sfrutta la miseria e la disperazione, e sono esito dell’ignavia, dell’egoismo e dell’indifferenza di chi non scorge negli esodi degli impoveriti del nostro tempo una questione centrale per la responsabilità umana e per la stessa fede dei credenti. Ci possiamo chiedere: come vivere da giusti – capaci di guardare l’altro – e con fede – affidati alla promessa di Dio che accoglie il povero – queste situazioni?

“Aumenta la nostra fede”: è la preghiera degli apostoli a Gesù, chiamato con il termine ‘Signore’ che è titolo a lui dato dopo la pasqua. E’ una richiesta che viene immediatamente dopo le parole di Gesù sul perdono: fino a settanta volte sette per il fratello che pecca. Ma questo va al di là delle capacità umane, è gesto che rinvia ad una realtà nuova, il regno di Dio, già presente qui ed ora. Ed è tale percezione di impossibilità a generare l’invocazione ‘aumenta la nostra fede’: solo in un affidamento che decentra la vita e fa scoprire una forza che non viene da noi, si apre una possibilità nuova. Il credere si pone nella logica non della conquista ma del dono. La fede va implorata e continuamente è da invocare perché sempre è poca e va ad ogni passo, di nuovo, accolta come dono che non proviene da noi, ma dallo Spirito. Così fede è movimento di amore che è sempre segnato dal senso di pochezza rispetto a quanto si è ricevuto a quello che si dovrebbe dare. La dimensione più profonda della fede sta nel suo essere incontro vivente, affidamento esistenziale come un bambino in braccio a sua madre (Sal 131,2; Is 66,12-13) e scoperta di stabilità che viene da una presenza, dove si può trovare appoggio come roccia nel cammino (Is 65,16)

Gesù propone un’autorità nuova e diversa a chi si affida a lui, una autorità che dovrebbe essere al centro della vita della comunità: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo sicomoro: ‘Sràdicati e trapiàntati nel mare’, e vi ubbidirebbe”. In questo esempio paradossale è indicata un’autorità diversa da chi si fa obbedire secondo la logica del potere mondano: è autorità che non viene da altro se non dall’affidamento a Dio e vive nel servizio. La fede come un granellino minuscolo è piccola cosa, che reca in sé la forza di generare un grande albero. Chi diviene consapevole della pochezza della propria fede – ‘Signore, credo, aiutami nella mia incredulità’ (Mc 9,24)- si apre alla scoperta che cambia e sposta il centro della propria vita. La fede come affidamento ad un Tu vivente e gratitudine reca una forza capace di cambiare profondamente le cose.

Segue la parabola del servo che al ritorno del padrone viene richiesto di altri servizi. E’ un richiamo ad una situazione conosciuta ai tempi di Gesù. Il servo è chiamato a compiere altri gesti, a preparare la cena, a rimboccarsi le vesti, a servire, oltre a tutto il lavoro della giornata. La conclusione diviene parola come stile di vita di una comunità che si accentra sul servizio: “quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: ‘Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare’”. Un primo messaggio della parabola sta nell’indicazione di un’autorità nuova come servizio. La parabola è poi rivolta a scardinare l’atteggiamento religioso che può essere indicata come coscienza mercantile della religione: a chi sosteneva che il proprio agire pur buono dovesse porsi come pretesa davanti a Dio, Gesù presenta una via diversa, invita a cambiare modo di pensare alla relazione con Dio. La fede non si pone nella logica del dare e avere, del premio che corrisponde a meriti, della pretesa che richiede un pagamento di fronte a prestazioni. Non sta nella linea dell’utile, del commercio, ma del gratuito, del dono, dell’affidamento che non pone condizioni e non chiede contraccambi. La parabola chiama ad un cambiamento, a scoprire la fede come incontro vivente nel servizio. Certamente non si tratta di un servizio da schiavi, ma di una relazione viva in cui al centro sta il dono di presenza e comunione accolto con gratitudine. Si può allora forse interpretare la parola ‘servi inutili’ non nel senso di un rapporto da schiavi e quale espressione che reca in sé quasi un certo disprezzo per l’agire di chi accoglie il dono di Dio e opera. La parabola provoca ad andare oltre il paragone di un rapporto di potere umano, spinge a cogliere la differenza d un Dio che non è padrone. Gesù annuncia il volto del Padre che guarda alle piccole cose e ha cura di tutti: nulla e nessuno può essere inutile e vano ai suoi occhi. L’espressione ‘servi inutili’ potrebbe essere meglio reso con la traduzione ‘semplici servi’. Gesù chiede ai suoi di essere persone che vivono un darsi non con la pesantezza di chi rivendica pretese, riconoscimenti, ma con la leggerezza liberante di chi non è preoccupato di se stesso. Indica uno stile di servizio proprio del mite capace di generare spazi di libertà e di relazione. E’ la via di Gesù che si è fatto servo, ha vissuto la sua vita come servizio e si è affidato fino alla fine in una confidenza senza limiti al Padre.

Alessandro Cortesi op

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