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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3912Ger 20,10-13; Rom 5,12-15; Mt 10,26-33

“Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere”. Geremia offre uno squarcio sulla sua vicenda personale segnata da una chiamata a farsi profeta uomo della Parola. La pagina è un testo di confessione: la parola uscita dalle labbra di Jahwè si è posata sulle sue labbra inviandolo ad una missione profetica.

L’invio accolto l’ha condotto a vivere situazioni inattese, a subire prove e difficoltà oltre le sue forze. La sua vita è così passata da una condizione di tranquillità al dover affrontare opposizioni e violenza. Annunciare la parola del Signore l’ha condotto a vivere conflitto e crisi. E tutto questo gli ha generato il pensiero di abbandonare tutto, di lasciare ogni impegno. Ciononostante avverte nel cuore un fuoco ardente, quello della Parola. Di fronte a minacce e oppressione matura la consapevolezza che Dio rimane al suo fianco, lo difenderà e i nemici non potranno prevalere.

Geremia sa che il Signore scruta il cuore e la mente: a lui ha affidato la sua vita. Dalla paura e dal senso di impotenza passa alla fiducia e invita anche altri a questa scoperta del volto di Dio che libera: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Le parole sincere rivolte a Dio non nascondono la crisi ed anche il movimento di rivolta, ma si fanno invocazione: la sua vita è legata al filo di questo rapporto, è segno vivente di questo incontro.

“Un uccello non cade a terra senza il volere del cielo, tanto meno l’uomo” (Talmud Shebit 9,38d). Questo diceva la sapienza ebraica. Gesù forse aveva presente tale riferimento. Dio è per lui presenza che si prende cura della sorte dei passeri e conta i capelli del capo. Nel suo vangelo Matteo raccoglie le parole di Gesù nel discorso ‘missionario’ e al centro pone un invito alla fiducia e all’abbandono. I passeri sono tra i più piccoli uccelli ed erano venduti per uno spicciolo. Gesù parla del Padre capace di sguardo alle piccole cose, insignificanti agli occhi dei più, a ciò che non conta. E’ il Dio della cura e dell’attenzione. Il suo sguardo si lascia afferrare dalla vita.

Invita i suoi a non avere paura delle difficoltà, ma mette in guardia difronte a tutto ciò che fa inaridire la vita e le toglie questa fiducia: “Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo ma non hanno il potere di far perire l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna… voi valete più di molti passeri”

La fiducia profonda e serena in Dio vicino non sottrae i discepoli alla fatica della testimonianza nel quotidiano. Nel momento della prova il discepolo dovrà ricordare la testimonianza stessa di Cristo. Gesù non propone ai suoi una affermazione sul piano umano o un futuro di gratificazioni: il cammino da lui percorso sarà anche quello dei discepoli: quello del servizio, del dono.

L’invito a ‘non temere’ ha unica ragione nella cura del Padre e nella comunione con Cristo nel momento della prova. La vita del cristiano sta ‘davanti al Padre mio che è nei cieli’. L’atteggiamento fondamentale del discepolo per Matteo è la fiducia semplice nel Padre che ha cura e conosce i capelli del nostro capo. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

papa-a-barbiana-2017-2Profeti e fedeltà

Nell’ultimo giorno di primavera di quest’anno Papa Francesco si è recato in visita alle tombe di don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967) due figure di preti che hanno segnato la vicenda della chiesa e della società in Italia. Ricorre infatti in questi giorni il cinquantesimo della morte di don Milani.

Don Mazzolari e don Milani sono due profili molto diversi, per formazione, sensibilità e cultura. Vissero in stagioni diverse, don Mazzolari cappellano militare durante la prima guerra mondiale, matura il senso di opposizione alla guerra, fonda le sue scelte su di una radicale adesione al vangelo, condivide le scelte e gli ideali della Resistenza e per questo deve vivere per un certo tempo come clandestino. Fu parroco di Bozzolo nel mantovano negli anni 30-50 fino alla morte nel 1959. Denunciava una chiesa prona al compromesso con i poteri politici e fu emarginato e contrastato dalle gerarchie per le sue critiche ad una chiesa attratta dalle logiche del potere e dell’affermazione mondana.

Don Milani entrato in seminario dopo un percorso di conversione visse la sua esperienza pastorale negli anni ’40 e 50 come cappellano di San Donato a Calenzano, anni in cui maturò quanto nel 1957 espresse in Esperienze pastorali: questo testo presentava una lucida critica a forme di religiosità superficiali pur portate avanti e favorite dal clero in modo acritico. Le sue posizioni suscitarono la reazione della Curia di Firenze. Fu per questo osteggiato ed esiliato, inviato come priore a Barbiana presso Vicchio, una piccola parrocchia sulle colline del Mugello con poche decine di persone residenti e in condizioni ardue di vita. Lì rimase fino alla morte dando vita ad un’esperienza di scuola intesa come luogo di formazione critica per dare voce ai poveri che rimanevano esclusi. A Barbiana maturò l’esperienza di scrittura collettiva di Lettera ad una professoressa.

Fra Mazzolari e Milani ci fu conoscenza attestata da uno scambio di lettere tra il 1949 e il 1958: “l’assunzione radicale del messaggio evangelico nella propria esperienza personale e pastorale; la forte percezione dell’urgenza dell’azione cristiana, un’azione da incarnare nella storia rifuggendo le visioni astratte e spiritualistiche; la volontà di offrire la parola ai poveri, declinata come giustizia in entrambi, con attenzione speciale alla cultura in Milani; la forte critica ad atteggiamenti e impostazioni ecclesiali e politiche considerate sorde alle esigenze degli ultimi”. Così Mariangela Maraviglia ricorda alcuni aspetti comuni che legano questi due preti (M.Maraviglia, Il messaggio evangelico in tutto e per tutto. Quel sentire comune tra Milani e Mazzolari, “Impegno” 2017, 13-22).

Un anno fa papa Francesco ha citato Mazzolari osservando quale tratto della sua vita la vicinanza ai poveri: “Don Primo Mazzolari … era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito, andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere». E a Bozzolo nella sua visita del 20 giugno ha detto: ”Don Mazzolari non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente… Non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”.

Nel 1955 in un saggio anonimo intitolato «Tu non uccidere» don Mazzolari scriveva: “Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra è un punto oscuro dell’umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra”.

A Bozzolo nel suo discorso Francesco ha detto: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto”.

Anche in don Milani è chiara una linea di opposizione alla guerra che si espresse nella Lettera ai cappellani militari scritta durante la sua malattia e che gli causò l’accusa di apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza al servizio militare. Vi esprimeva la convinzione dell’inutilità e dell’ingiustizia delle guerre, cogliendo la differenza con quella che era stata la resistenza.

Don Milani ebbe una particolare attenzione alla parola, all’impegno nel dare voce ai poveri privati della parola. E’ quanto Francesco ha ricordato nel suo discorso dopo aver visitato la stanza della scuola con il grande tavlo al centro dove campeggia la scritta ‘I care’  dove si svolgevano le quotidiane attività della scuola: «Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità”.

E così Francesco ha motivato il suo pellegrinaggio alla tomba di questo prete scomodo: “Vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”.

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L’educazione fu per don Milani come un ottavo sacramento, come ricorda in un bel libro Adele Corradi (Non so se don Lorenzo, ed. Feltrinelli) che collaborò con coinvolgimento profondo all’esperienza della scuola di Barbiana a partire dal 1963. Il suo scritto riporta una serie di impressioni e ricordi che accompagnano a scorgere tratti della personalità di don Lorenzo e la quotidianità dell’atmosfera di Barbiana, segnata dalla passione educativa e dall’attenzione ai bambini protagonisti della scuola che in lei generò apertura e cambiamento: “Prima di conoscere la scuola di Barbiana ero identica alla professoressa contro la quale si è scagliato: un’insegnante vecchio stampo… Ho scoperto che Barbiana era la scuola di cui avevo bisogno, la scuola come avrebbe dovuto essere, la scuola del futuro”.

Mazzolari e Milani, accomunati dalla attenzione ai poveri e dall’opposizione alla guerra. Due figure di profeti che hanno subito ostilità ed emarginazione nella società e nella chiesa, e che nella prova hanno vissuto quella fedeltà basata nel radicamento sul vangelo e sulla fiducia che il Signore rimane fedele.

“La visita del Papa, insieme, a Bozzolo e a Barbiana, in due periferie antiche (di campagna e di montagna) della provincia italiana, assume evidentemente un carattere forte e quasi programmatico: è la sanzione di una linea spirituale e pastorale italiana (che si può far risalire a Rosmini, a Manzoni, a Tommaseo e che giunge a Roncalli e a Montini), minoritaria ma sempre salda nella fede e radicata nella carità, ed è, pure, un’indicazione precisa e vivida, non incerta e non sbiadita, per i vescovi italiani”. (Fulvio De Giorgi, L’impaziente pazienza di don Lorenzo e don Primo)

Il gesto di Francesco di fare memoria della loro esistenza e ricordare oggi la loro eredità nella fedeltà al vangelo, nella vicinanza ai poveri e nella lucida opposizione alla guerra è segno importante che indica una direzione per il futuro, racchiusa nella preghiera di don Mazzolari ripresa al termine della visita:

“Sei venuto per tutti: per coloro che credono e per coloro che dicono di non credere. Gli uni e gli altri, a volte questi più di quelli, lavorano, soffrono, sperano perché il mondo vada un po’ meglio. O Cristo, sei nato ‘fuori della casa’ e sei morto ‘fuori della città’, per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d’incontro. Nessuno è fuori della salvezza, o Signore, perché nessuno è fuori del tuo amore, che non si sgomenta né si raccorcia per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti”.

Alessandro Cortesi op

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I domenica avvento – anno B – 2014

DSCN0470Is 63,16-19. 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia, tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”.

Al cuore della pagina di Isaia sta uno sguardo disincantato sulla condizione del popolo d’Israele. Una condizione impura e portata da forze che trascinano via: le nostre inquità ci hanno portate via come il vento. Lo sguardo è all’iniquità che segna la vita.

Panno immondo, foglie avvizzite: due immagini descrivono una realtà di ingiustizia e di mancanza di vita. Il panno immondo è metafora di una sporcizia che impregna e deturpa. Le foglie avvizzite, senza linfa, cadono, portate via da una corrente che trascina contro la quale non c’è possibilità di resistenza vitale. Immagini evocative di una condizione di morte, di incapacità di futuro. E’ anche il quadro di una esistenza chiusa in una pretesa giustizia che produce iniquità, diseguaglianze, esclusioni.

La pagina è uno sguardo disincantato sul male presente ricondotto all’oblio del rapporto fondamentale con il Dio della vita: “nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te”. Viene così descritta la condizione di chi non è vigile e attento, di chi non è capace di risveglio e di ricordo dell’alleanza, di quel legame fondamentale espresso nell’immagine dello svegliarsi stringendosi a Dio. Piuttosto è frastornato e assopito, senza reazione di fronte all’ingiustizia che domina e di cui si fa complice nell’assuefazione, nel lasciarsi trasportare da una corrente impetuosa e avvolgente.

La voce del profeta presenta in questo quadro l’attesa e la speranza che Dio intervenga in una situazione di tenebre e di presenza del male. Invoca Dio come padre e artigiano che plasma e da’ forma: “tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma. Tutti noi siamo opera delle tue mani”. E’ attesa di una nuova creazione, di un cambiamento, ma anche è indicazione di una condizione di povertà da riconoscere, come argilla che può essere plasmata, modellata, cambiata, e di affidamento a mani che possono dare forme nuove alla vita.

Le parole di Paolo alla comunità di Corinto richiamano al volto di Dio e all’identità profonda della comunità dei credenti: “fedele è Dio dal quale siete stati chiamati alla comunione…”

Il fondamento e la radice della vita della comunità di Corinto è la fedeltà di Dio, e su questa si radica una chiamata alla comunione che è condivisione di tutti i beni materiali e spirituali ed anche comprensione di essere parte di una chiesa di chiese. La vita in accoglienza della fedeltà di Dio si situa non nel ripiegamento individualistico di una religiosità indifferente agli altri, ma nell’orizzonte comunitario. Chiamati alla comunione: è chiamata fondamentale ad intendere in modo nuovo la propria esistenza in rapporti sempre nuovi e aperti.

State attenti: questo invito è accostato nella pagina del vangelo all’imperativo ‘guardate’. La parabola dei servi e dell’uomo partito per un lungo viaggio contiene una pressante solecitazione a rimanere svegli, a custodire un compito ricevuto – a ciascuno il proprio compito – a non lasciarsi prendere da quella dissipazione e distrazione che sono i caratteri di chi vive nella condizione di un sonno che impedisce di assumere la responsabilità del presente. E’ una parabola che parla di assenza ma anche di ritorno. Il Figlio dell’uomo verrà.

La parabola è rivolta ad una comunità chiamata ad una atteggiamento di vigilanza, di cura, e di attenzione al presente. Il compito di ciascuno è invito ad una responsabilità da condurre insieme, ciscuno con un comito che si compone insieme a tanti altri compiti, e ciascuno connesso e interrelato a quello di altri. E’ l’incarico di custodire l’attesa, di prendersi cura delle cose, di vivere un’immersione nella storia e nel lavoro di ogni giorno.

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(in foto: una semplice ‘corona dell’avvento’ artigianale che può essere preparata con i bambini)

Alcune riflessioni per l’oggi

“Come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia”. In questi giorni è stata emanata la sentenza della Corte di cassazione a conclusione del processo Eternit. Di fronte alle tante morti causate dall’utilizzo e dalla lavorazione dell’amianto nell’industria, pur nella consapevolezza dei pericolo per la salute costituiti dal lavorare con queste sostanza il reato è stato dichiarato caduto in prescrizione. E la sentenza è stata giustificata dicendo che sulla giustizia ha prevalso il diritto. Verrebbe da pensare che il diritto applicato nelle sue forme più rigorose diviene somma ingiustizia laddove uno scrupoloso adempimento della legge non tiene conto della vita delle persone, uomini e donne, segnate da attese speranze, relazioni, passioni, segnate da una esigenza di riconoscimento di quanto hanno subito come ingiustizia. La reazione delusa e rattristata dei tanti parenti delle vittime ha fatto emergere l’esigenza di una giustizia che vada oltre l’applicazione di commi legislativi. Una legge senza vita. Le immagini delle foglie avvizzite e del panno immondo possono ben rispecchiare il profilo di una pretesa giustizia che non riconosce l’iniquità che segna anche il nostro presente.

“Chiamati alla comunione”. In questi giorni i disordini che si sono generati nelle periferie di diverse città italiane, a Roma in particolare, hanno riproposto il disagio che investe i più poveri nella realtà della crisi, e con esso l’emergere delle dinamiche dell’individuare capri espiatori da escludere e allontanare. Di qui la protesta contro i rom e contro gli stranieri, di qui gli atti di violenza e le prese di posizione del più bieco razzismo di rappresentanti politici che cavalcano a scopi demagogici il malessere sociale. In queste circostanze le comunità credenti sono interpellate oggi su cosa significa una chiamata alla comunione che rende resposnabili di costruire una convivenza di pace, di accogliere tutti coloro che facilmente vengono considerati scarti ed esclusi, di lottare perché a tutti siano riconosciuti diritti fondamentali. La fedeltà di Dio è nell’orizzonte di una comunione da costruire: per i cristiani qui è in gioco una questione che attiene alla fede nel Dio fedele.

“Vegliare” nel tempo presente dice riferimento alla cura delle cose, ad una spiritualità dagli occhi aperti. La grande tentazione del nostro tempo è rimanere con gli occhi chiusi, ignari, non riconoscendo un compito affidato. Oggi viviamo il diffuso ripiegamento su di una comunicazione solamente virtuale, prevalentemente narcisistica, che non conduce a scontrarsi con le reali condizioni di vita di chi soffre. In un recente discorso ad un convegno dei movimenti popolari Francesco vescovo di Roma si è così espresso: “Alcuni di voi hanno detto: questo sistema non si sopporta più. Dobbiamo cambiarlo, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno. Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia. Noi cristiani abbiamo qualcosa di molto bello, una linea di azione, un programma, potremmo dire, rivoluzionario. Vi raccomando vivamente di leggerlo, di leggere le beatitudini che sono contenute nel capitolo 5 di san Matteo e 6 di san Luca (cfr. Matteo, 5, 3 e Luca, 6, 20), e di leggere il passo di Matteo 25 (….) continuate con la vostra lotta, fate bene a tutti noi”. Le chiamate di Dio non sono eventi straordinari e lontani dalla vita, ma si fanno vicine nelle concrete situazioni: sono chiamate a svolgere un compito e sono disseminate nelle voci ed esperienze che ci incrociano ogni giorno. Giungono dalle richieste ed esigenze di dignità, terra e acqua, casa, lavoro. Possiamo imparare a ‘guardare’ solo dando spazio ad un silenzio e ad un ascolto che non sia estraniazione e fuga dalla realtà, ma determinazione e disponibiità a lasciarsi ferire, con uno sguardo profondo, contemplativo, intelligente alla vita delle persone, a quanto accade attorno a noi.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario anno C – 2013

DSCF46002Mac 7,1-14; Sal 16; 2Tim 2,16-3,5; Lc 20,14-38

Nelle letture di questa domenica si possono forse raccogliere tre parole chiave. La prima è: ‘risurrezione’, la seconda ad essa legata è ‘Dio dei viventi’, la terza è ‘pazienza’.
Di risurrezione si parla nella drammatica vicenda dei fratelli Maccabei. E’ una vicenda di oppressione. Da una parte un potere che intende controllare le dimensioni più profonde delle persone, la fede stessa. Dall’altro la fedeltà inerme di credenti. La testimonianza della madre e dei fratelli maccabei diviene così esempio di una fedeltà che guarda ad una prospettiva di fede oltre la morte. Il martirio è affrontato con lo sguardo che si apre ad una prospettiva nuova oltre la morte: “Tu o scellerato, ci elimini, dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”. La fiducia rivolta a Dio che non abbandona sostiene la fiducia di coloro condotti alla tortura e alla morte violenta. Il Dio a cui si rivolgono i martiri di fronte alla prova è il Dio che è in grado di far risorgere i morti e l’unico motivo che dà loro fortezza nella persecuzione è lo sguardo rivolto al Dio della vita. La sua signoria è al di sopra dei dominatori del mondo. E’ il Dio fedele colui che rialza i suoi fedeli segnati nella prova. La fede dei fratelli si connota anche come contestazione alle forme del potere che pretende di piegare a sé la vita.

Di risurrezione si parla anche nella pagina del vangelo. I sadducei, corrente del giudaismo legata al tempio e all’oligarchia sacerdotale, non credevano alla risurrezione e il caso di scuola posto a Gesù è un modo per ridicolizzare l’idea stessa di risurrezione di fronte alle contraddizioni della ragione. Secondo la cosiddetta legge del levirato (Dt 25,5-6), per dare discendenza ad un uomo che moriva senza figli, la vedova doveva sposare il fratello. La situazione presentata a Gesù è quella di sette fratelli che muoiono senza figli e la domanda ‘di chi sarà moglie quella donna?’ nella risurrezione è domanda retorica. La risurrezione intesa come vita dopo la morte sarebbe così illusione e costruzione irragionevole.
La risposta di Gesù a questa provocazione apre percorsi nuovi: innanzitutto riprende la questione che sta al cuore della legge del levirato, la prospettiva di dare vita e garantire una discendenza come continuità di vita. A tal riguardo Gesù relativizza quella visione che esaltava la discendenza quale unica espressione di fecondità e di vita. Il permanere della vita non si misura solamente nella procreazione di figli che garantiscono un permanere ed una continuità. Non c’è solamente una fecondità bioloigca, ma c’è una fecondità più profonda di vita che proviene come dono da Dio: il Dio dell’alleanza che lega a sé l’umanità e genera ‘figli della risurrezione’. Anche i rapporti familiari sono così relativizzati e la stessa sessualità e capacità di generare. E’ una fecondità che apre a rapporti nuovi in cui al centro sta la fecondità dell’amore che rimane per sempre e supera i confini della morte.
A questo primo passaggio se ne aggiunge un secondo: la questione di fondo è che cosa s’intende per risurrezione: se questa è pensata come un prolungamento della vita terrena, ciò è ben lontano dalla fecondità di vita di Dio. Gesù prende così le distanze da una teologia fatta di costruzioni complicate che non accolgono il cuore della fede. La risurrezione è condizione diversa dalla vita terrena, con caratteri di novità assoluta. Gesù ne parla nei termini di una esperienza di comunione e di incontro con il Dio fedele, apertura ad un dono che solo da Dio proviene. Il nome di Dio rivelato a Mose al roveto ardente è il nome di un Dio dei viventi: ‘Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe’ (Es 3,6). E’ il Dio che custodisce la vita e custodisce i nomi e i volti. ‘Dio non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per lui’. Dio è ‘Dio di’ qualcuno, Dio dei volti concreti e delle storie racchiuse nei nomi, e il senso della vita umana sta ‘nel vivere per’, rivolti a lui e all’altro. L’orizzonte di fondo della fede non sta in costruzioni ardite della mente umana, ma nel tornare al volto di Dio, nel lasciarsi mettere in discussione da Lui. Sta nell’affidamento alla fedeltà di Dio, nel lasciarsi accogliere dal Dio dell’amore che si comunica. Tutta la Scrittura è racconto di comunicazione: Dio che si relaziona come un vivente al suo popolo e a tutta l’umanità. Sarà l’esperienza dell’incontro con Gesù risorto, dopo la sua morte sulla croce, ad aprire ai discepoli il senso profondo di tale speranza. Non si tratta nemmeno di pensare ad una vita oltre la morte in termini solamente spiritualizzati. Gesù annuncia che nulla andrà perduto della vita umana proprio perché Dio è ‘Dio dei vivi’. Rifiuta la provocazione dei sadducei ma rinvia ad una dimensione nuova in cui tutto ciò che appartiene alla vita troverà pienezza.

Nella seconda lettera ai Tessalonicesi compare il termine ‘pazienza’: “Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo”. Si potrebbe tradurre piuttosto tale termine con ‘resistenza’. La upomonè è il ‘rimanere sotto’, il resistere nel tempo della difficoltà. Il pensiero che il Signore è fedele genera l’affidamento a lui anche nel tempo della fatica e di fronte allo scandalo del male.

Alcune riflessioni per noi oggi:
La fede nella risurrezione sta al cuore del cammino di chi ha incontrato Gesù. Il dibattito con i sadducei ci invita a superare tutte le forme ingenue di pensare ad una risurrezione come proiezione di questa esperienza terrena. Nel medesimo tempo è invito a scoprire il riferimento a Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, Dio dei viventi. La provocazione di Gesù ci distoglie da fantasie impossibili sul futuro e ci riconduce a guardare il presente, ad interrogarci su quale tipo di relazioni viviamo. Aprirsi al Dio dei viventi è riporre la fiducia che l’amore è più forte della morte ed apre una fecondità di vita impensabile ed inesauribile. Relazioni di cura per la vita e di amore sono il luogo di una fecondità che già nel presente apre una dimensione di risurrezione.

L’espressione ‘Dio non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per lui’, provoca anche a considerare come ogni vita sia aperta ad un rapporto con Dio. E’ motivo questo di un impegno a scorgere come nei percorsi di vita di ogni uomo e donna sia racchiusa una ricerca ed una tensione di cui farsi custodi.

In molti modi viviamo l’esperienza della prova: prova nella fede, prova nella fatica della vita delle comunità per le incoerenze e i ritardi, prova nella vita civile per il senso di schiacciamento che si avverte d fronte all’illegalità, alla corruzione, alla violenza diffusa. L’invito di 2Tessalonicesi è ad accogliere la speranza che proviene come dono e resistere nella prova, fondando il nostro cammino non sull’evidenza di risultati o sulle nostre forze – di cui conosciamo la fragilità – ma sulla fedeltà del Signore che ci custodisce e “che ci ha dato una consolazione eterna e una buona speranza”. In quali modi la speranza accolta diviene stile di vita nel quotidiano di fronte alle fatiche di ogni giorno, capacità di resistenza, e di resa nella fede?

Credere nella risurrezione è rinvio al presente, a cogliere in quali modi lasciare spazio alla vita. Stiamo vivendo una profonda crisi nell’ambito del lavoro. E’ un’esperienza che segna la vita di tantissimi e che soprattutto mina in molti l’apertura alla speranza. Credere nella risurrezione provoca a leggere ogni momento, ogni situazione come occasione per accogliere vita nuova e per condividere vita con gli altri. La situazione di crisi economica e sociale conduce a ripensare il rapporto con i più deboli, invita a scegliere strade di solidarietà concreta, a pensare un rapporto nuovo tra le generazioni perchè soprattutto i giovani non perdano la speranza nel futuro. E’ anche occasione per smascherare tanti egoismi che si celano dietro a forme di religiosità senza rapporto alla vita, e per orientare la vita a liberarsi: è una liberazione ‘da’ una preoccupazione per difendere sicurezze, interessi, ed anche una liberazione ‘per’ aprirsi ad una vita in cui si aprano sentieri di condivisione. C’è un cammino di resistenza oggi da attuare di fronte a modelli dominanti di intendere la vita economica centrata solamente sul profitto di pochi per aprire percorsi di speranza per tutti.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Gen 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto della creazione non intende essere spiegazione dell’inizio del cosmo, ma interpretazione del senso della vita e della chiamata fondamentale dell’uomo e della donna. Al cuore del messaggio biblico sta l’annuncio che l’essere umano è costituito come immagine di Dio. “Dio creò l’umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). In quest’espressione sta un passaggio fondamentale della lettura ebraica e cristiana sul senso della vita dell’uomo e della donna sulla terra. Il dono di essere immagine di Dio comporta una relazione fondamentale all’altro. La stessa apertura all’incontro con Dio – sembra dirci questo testo – si vive insieme e sta dentro alla relazione dell’uomo con il ‘tu che gli sta di fronte’, uguale e diverso. La lingua ebraica esprime uguaglianza totale nella medesima dignità e diversità irriducibile con un gioco di parole: uomo è ‘ish’ e donna è ‘isha’’. Profondamente uguali ma anche diversi. Essere immagine è qualcosa di ricevuto, ma è anche promessa di un cammino da compiere, di un percorso da attuare nel divenire immagine: ed è cammino di incontro, di apertura. L’esistenza di ogni persona e la vicenda dell’umanità nel divenire immagine di Dio è così posta in rapporto al Dio creatore – che ha fatto ogni cosa bella – ma può attuarsi solo in una relazione in cui l’immagine frammentata viene composta insieme. L’uomo non è chiamato alla solitudine ma all’incontro con un tu che gli ‘sta di fronte’. Il divenire immagine è promessa, chiamata da vivere nell’incontro con l’altro: ‘Maschio e femmina li creò’. L’immagine della ‘costola’ nella cultura semitica porta il riferimento alla vita e nel racconto di Genesi la donna sarà chiamata Eva, la ‘vivente’. Ma anche la costola tolta rimarrà il segno di una mancanza, di una povertà che spinge all’incontro, all’accoglienza dell’altro e dell’altra. Dall’opera creatrice di Dio, il vivente, trae fonte l’incontro dell‘uomo e della donna, e tutto ciò è promessa di vita. La relazione si attua nell’apertura e nell’incontro di diversi: la chiamata a divenire immagine passa attraverso l’altro, in particolare nel rapporto tra uomo e donna. Contro ogni rifiuto della differenza che per la Bibbia si connota come idolatria, questi testi presentano la chiamata profonda dell’essere umano all’incontro riconoscendo differenze chiamate a comunicare e a riconciliarsi.

Nella pagina del vangelo i farisei sfidano Gesù e pongono una questione in termini di liceità nei rapporti tra marito e moglie: è lecito o non è lecito? La questione riguarda la possibilità del ripudio “E’ lecito a un marito ripudiare la propria moglie?” Nella versione di Matteo possiamo trovare l’aggiunta “per un motivo qualsiasi” (Mt. 19,3). Gesù appare innanzitutto in difficoltà di fronte ai termini in cui è posta la questione che intendono ingabbiarlo in dispute di scuola. E non dà risposte sul problema della liceità o meno del ripudio. Sa bene come la norma di Mosè era divenuta occasione per profonde strumentalizzazioni e abusi; radice di ipocrisia e di dominio maschile sulla donna. Gesù non risponde alla questione che riduce l’amore ad una questione di liceità. Richiama invece al cuore, richiama il disegno di Dio, parla della fedeltà a quel principio che è chiamata ad uscire dalla solitudine e di accoglienza per l’altro. Anche Gesù riprende la Scrittura, ma non come i farisei, e si scosta dal loro modo di leggerla. Ricorda il progetto di Dio che l’uomo non sia solo: non vuol farsi imprigionare nella logica del precetto. Offre una lettura liberata dalla preoccupazione per la norma che inaridisce i rapporti, ed apre invece a scorgere nella Scrittura quel soffio di vita che è il desiderio di incontro e di apertura all’altra posto nel cuore di Adamo. Adamo, chiamato a lasciare ogni cosa per poter aprirsi all’incontro, alla relazione. Interpreta così la Scrittura alla luce di un criterio di fondo: il suo sguardo va al progetto del Padre. Richiama l’intenzione profonda di Dio nella creazione: dalle sue mani è uscita una umanità immagine ‘plurale’ della sua stessa vita. Chiamata a divenire e a formare una  immagine nella differenza. Al centro sta il tema dell’alleanza, il gratuito comunicarsi di Dio al suo popolo e all’umanità nella fedeltà: Dio non viene meno alle sue promesse e ai suoi doni. Il rapporto tra uomo e donna è luogo in cui il regno di Dio si compie. E proprio tale esperienza è chiamata ad essere luogo profetico, di annuncio che Dio è fedele. L’amore dell’uomo e della donna ha al suo cuore questa apertura e chiamata: nella sua debolezza e concretezza, nella sua fragilità e nel suo limite essere traccia dell’amore fedele di Dio.

Gesù nel suo dialogo con i farisei ricorda questo annuncio e richiama al quell’ “in principio” che racchiude il sogno di Dio sull’amore umano e la chiamata presente. Nel suo agire incontrando le persone la sua attitudine è stata sempre l’accoglienza e l’ospitalità del cuore. Il suo sguardo – come al pozzo di Sicar con la samaritana – non è mai stato di condanna, di giudizio, ma di  compassione e di tenerezza. Per lui le persone non erano esecutori di principi,  ma nomi e volti e storie: donne e uomini, segnati da ferite e da storie faticose. Sempre ha aperto con la sua parola e con i suoi gesti un futuro di speranza: ha annunciato che Dio è fedele nel suo amore senza limiti.

Leggere questa parola per noi oggi può essere motivo innanzitutto per aprirci a chiedere al Signore di comprendere quale chiamata sta al cuore dei nostri percorsi di incontro e di relazione nelle storie  dell’amore umano.

Molti oggi vivono situazioni di difficoltà, di dolore e di ferite profonde nelle proprie storie di amore iniziate magari con impegno, con responsabilità e speranza ma ad un certo punto hanno vissuto il dolore dell’interruzione e della separazione. Le situazioni sono infinite, diverse e molteplici. Le vite di tanti sono segnate dalla ferita di una rottura avvenuta ad un certo punto. Chi vive il peso di storie interrotte e di separazioni dolorose spesso coltiva nel cuore sofferenza e sensi di colpa e talvolta avverte quasi un fallimento dell’intera esistenza. Leggere questa parola del Signore non deve essere motivo per sentirsi giudicati o lontani dall’amore di Dio. Gesù ci ha mostrato nel suo agire e nei suoi incontri solamente lo sguardo di compassione e di apertura al futuro e ha comunicato la speranza che rende responsabili per vivere l’amore, a partire dal presente. Per tutti in ogni momento sta davanti la chiamata a vivere con un cuore nuovo, capace di fare della propria vita un dono, non guardando al passato ma al futuro. Lui sì sapeva far fiorire anche tutto ciò che sembrava inaridito nel cuore di chi lo accostava. E non dovrebbe saper fare così anche la chiesa oggi, non essere pulpito di condanne e di giudizi ma luogo di annuncio che la fedeltà di Dio – quella sì e forse quella solamente – e il suo sguardo di attesa non viene meno nella vita di ogni uomo e donna? Fare come Gesù che apriva a far sbocciare capacità di amare in modi nuovi e oltre ogni confine e separatezza?

Per tutti questa parola è motivo per non dare spazio all’attitudine del giudizio sugli altri, ma per accogliere ciascuno con la sua attesa di comprensione e di incoraggiamento a crescere nell’amare. E’ anche motivo per chiedere al Signore di tenere accesa la lampada dell’amore, di non cedere alla chiusura che impedisce di aprirsi all’altro, di vivere la fedeltà fondamentale nel fare della vita un cammino per divenire immagine di Dio, nell’uscire dalla solitudine che inaridisce, nel continuare a sperare per se stessi e per tutti.

Alessandro Cortesi op

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