la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0894Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

La parabola dei due figli a cui il padre chiede di andare a lavorare nella vigna apre all’interrogarsi sulla coerenza tra parole e azioni e sulla concretezza dell’agire. Il primo risponde ‘sì’, ma poi non va, il secondo dice ‘no’ poi invece decide di andare. L’andare è innanzitutto un movimento interiore, il farsi strada di una scelta, l’apertura del cuore ad un appello. I due figli rispondono in modo diverso: alla disponibilità espressa dal primo non corrisponde una azione conseguente. Al rifiuto del secondo segue invece un cambiamento e un operare concreto.

Matteo insiste su un punto a lui caro: seguire Gesù non è questione di proclamare parole ma si attua nel compiere la volontà del Padre: “Non chiunque mi dice Signore Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli… “ (Mt 7,21-24).

Ascoltare e ‘fare’ la parola del Padre, metterla in pratica, è il cammino del discepolo. Nell’agire dei due figli si può scorgere un cambiamento possibile: c’è chi si mette in cammino, cambia e si lascia coinvolgere per andare nella vigna.

In questa parabola c’è una critica ad una religione solo esteriore fatta di parole. Viene denunciata l’ipocrisia di coloro che dicono e non fanno (Mt 23,3) attitudine tipica di chi vive una religiosità che si limita all’apparenza o a parole che non si concretizzano in scelte di vita. E’ richiamo quindi alla sincerità del parlare di fronte alla parola di Dio.

Nella parabola c’è anche un messaggio sul volto di Dio: la sua chiamata è per tutti, senza esclusioni, è invito aperto ad entrare nel regno dei cieli e a divenirne responsabili: lavorare nella vigna. Ma cambiare è difficile. Per questo ‘i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio’. Divengono essi esempio di chi ha avuto il coraggio di un cambiamento: “i pubblicani e le prostitute hanno creduto alla predicazione di Giovanni voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”. Giovanni trovò rifiuto nel mondo religioso ed invece trova accoglienza in chi giungeva da lontano. C’è chi riconosce la sua situazione di peccato ed ha un cuore disponibile. Si sono lasciati toccare dalla via della giustizia annunciata da Giovanni, da un annuncio che li interroga e questo diviene forza di cambiamento.

Sono loro esempi di cuore aperto all’accoglienza e a lascirsi coinvolgere con sincerità. Gesù ha incontrato persone tenute ai margini ed escluse dalla vita religiosa e sociale che di fronte a lui si sono sentite comprese e liberate.

Hanno scoperto una speranza nuova nella loro vita. Hanno sentito la sua fiducia nella possibilità di ricominciare. In lui pubblicani e prostitute, considerati fuori dalla salvezza e lontani da Dio, hanno fatto esperienza di essere accolti, toccati dalla misericordia ed hanno iniziato una vita nuova.

Questa pagina è richiamo ad un cambiamento, la conversione, esperienza non di un momento ma cammino sempre da ricominciare. E’ scelta di dire sì e compiere concretamente la volontà del Padre. Convertirsi è passare ad un modo nuovo di pensare a Dio, scoprire il suo sguardo di amore e il suo invio.

E’ credere e affidarsi ad un dono di vita oltre i nostri pensieri: Matteo vede nel movimento attorno al Battista una apertura di chi era ritenuto escluso. La predicazione di Giovanni fu una predicazione sulla via della giustizia: chiamava a un cambiare direzione e mentalità, per prepararsi ad un tempo nuovo. Gesù indica una via di misericordia e chiede di seguirlo in questo cammino.

Alessandro Cortesi op

IMG_0074.JPGSentimenti

Esplorare emozioni e sentimenti: potrebbe essere questo un impegno rilevante nel tempo in cui tutto è ridotto a calcolo e a programmazione e i vari aspetti della vita sono valutati nei termini freddi dell’utilità, dell’efficienza e dei risultati produttivi.

Gli stimoli che ci raggiungono con sempre maggiore intensità, soprattutto con i nuovi strumenti della tecnologia, generano reazioni diverse nelle giornate di piccoli e adulti. La nostra vita è così presa da una corrente di emozioni, movimenti immediati dell’animo alle tante sollecitazioni e informazioni cui spesso non si riesce a tener fronte. Sperimentiamo così la fatica di andare al di là delle reazioni immediate che sorgono da tali stimoli continui e pervasivi perché è difficile trovare modi e tempi per divenire consapevoli e per compiere una lettura di quanto si muove in noi.

Ma c’è un sottile confine e un lento lavorio che solo può far passare dall’emozione ai sentimenti. Solamente il tempo vissuto insieme e condiviso accompagna il bambino a rendersi conto delle proprie emozioni a non rimanerne schiacciato e a divenire capace di leggersi dentro, di ascoltare ciò che si muove nel cuore e orienta la vita. Perché cammini e scelte sono intrapresi a partire non da un astratto e freddo calcolo ma seguendo ciò che si nutre di passione e fa innamorare.

Il lavoro di educare le emozioni e farle divenire sentimenti esige la pazienza di ascolto di se stessi e degli altri, richiede il coraggio di guardare in faccia tutto ciò che inquieta, impaurisce, angustia o rende felici e leggeri. Imparare a leggere le emozioni richiede innanzitutto l’onestà verso se stessi di non nasconderle e l’apertura del parlarne di fronte ad altri. Trovare modo di esprimere le proprie emozioni aiuta a crescere. Così i bambini – ma anche gli adulti – che hanno opportunità di parlare delle proprie emozioni, di raccontarle e di guardarle negli occhi nel racconto, nel dialogo, nelle diverse forme di espressione non verbale si aprono ad orizzonti di responsabilità: farsi domande come ‘perché mi sento triste?, o ‘perché ho paura?’ oppure interrogarsi su emozioni positive come il sentirsi felici, il percepire tranquillità o il sentirsi amati maturano attitudini nuove. Aprono alla capacità di affrontare i diversi momenti della vita senza lasciarsi travolgere nel gorgo di stimoli subiti e non compresi. Sono passaggi di libertà.

Come osserva lo psichiatra Eugenio Borgna “Le emozioni fragili, come le virtù deboli, hanno in sé stimmate lucenti e dolorose dell’umanità ferita, ed è questa a renderle così umane e così arcane”. E ancora “… non ci possono essere relazioni autentiche con gli altri se non quando ci sia in noi la percezione radente della natura profonda delle nostre emozioni che si rivela nella loro fragilità; e questa da una parte ci induce a nasconderle, a proteggerle, a difenderle, a farle crescere e a farle maturare nella solitudine dell’incontro con la nostra anima, e dall’altra ci porta a riconoscere le fragilità degli altri, a sentirle come nostre, a sorreggerle, a creare ponti che trascendano la nostra individualità, e ci immergano nella infinitudine dell’intersoggettività” (Eugenio Borgna , La fragilità che è in noi, Einaudi 2014).

Il passaggio di crescita è quando dall’emozione si passa ad una consapevolezza, a poter interpretare quanto si muove nell’animo. La maturazione di sentimenti si compie non d’un tratto, ma poco alla volta, passo dopo passo, in un lento e complesso cammino ed è uno dei tratti fondamentali che apre a vivere la relazione con gli altri. Per poter ascoltare le emozioni degli altri e per vivere una empatia nella fragilità. C’è una intelligenza emotiva che ha un suo alfabeto, da imparare insieme alla grammatica dei sentimenti. Nella vita è importante tenere insieme intelligenza e cuore. E’ questa grammatica ad offrire gli elementi di base per articolare parole pronunciate e gesti vissuti nel silenzio che non siano vuotei ma capaci di tessere comunicazione. “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù …”

Alessandro Cortesi op

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IV domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCN2133.JPGGs 5,9-12; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Luca nel suo vangelo sottolinea come Gesù nel suo agire testimonia il volto del Padre suo come volto di misericordia. Gesù si è fatto vicino alle persone sofferenti, ha operato per liberare dall’oppressione, ha accolto gli esclusi mangiando insieme con loro.

All’inizio del capitolo 15 Luca presenta la reazione di scribi e farisei di fronte allo stile di Gesù: ‘costui riceve i peccatori e mangia con loro’. A questo punto Luca pone tre parabole che rinviano all’agire di Dio stesso e che sono presentate come ragione di un agire di convivialità ospitale. Sono le parabole della ricerca del perduto e della cura: espressione del volto di Dio come misericordia. Misericordia è un cuore capace di prendere su di sé la sofferenza di chi è misero.

La vicenda dei due figli è narrazione di una storia di affetto e di cura. Al centro sta lo sguardo di un padre appassionato di creare relazione con i suoi figli. Egli mostra in modi diversi il suo desiderio che lo stare nella sua casa sia esperienza di gioia e di incontro. I figli sono amati e accolti e non sono né servi né estranei. Il suo abbraccio sorge dalla compassione, è segno di un’accoglienza senza riserve. E suscita scoperta nuova di una possibilità di stare in relazione, da figli e da fratelli.

Il sentire di quel padre è assimilato a quello di una donna capace di tenerezza e accoglienza. È affetto che lo prende nelle viscere. ). E’ amore dai tratti femminili e materni: “Sion ha detto: il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,14-15). I tratti di quel padre evocano un volto di Dio amante e vicino che lascia liberi, attende, va incontro. Così lascia che il primo figlio si allontani in ricerca di una emancipazione senza legami.

Per quel figlio si commuove nel profondo mentre lo attende e Luca richiama il modo con cui Geremia parlava dell’amore di Dio verso il suo popolo: “Fammi ritornare e io ritornerò, perché tu sei il Signore Dio mio… Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti, dopo averlo minacciato me ne ricordo più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza” (Ger 31,18-20; cfr. Os 11,8)

Il Padre sta al centro di questa vicenda di abbandono della casa da parte del figlio minore nella ricerca di una propria autonomia: lo attende, lo scorge da lontano, gli corre incontro e lo abbraccia. Anticipa ogni richiesta; pone gesti di gratuità che rivelano la qualità del suo amore: la misericordia. Per il figlio che torna si fa festa. E’ una festa non per un pentito, carica di esigenza e di rimprovero, ma una festa di gioia autentica per chi è accolto come persona libera, come uno sposo: il padre stesso pronto si mette al suo servizio e lo fa sedere al centro della festa (cfr. Lc 12,37). Non è un padre giudice, ma un padre preoccupato della libertà dei suoi figli, rispettoso dei loro percorsi, volto di misericordia.

Poi esce fuori a cercare l’altro figlio. Era quest’ultimo l’uomo integerrimo, colui che aveva vissuto nella casa con dedizione e impegno ma in modo freddo, come un estraneo. Con lo sguardo di giudice impietoso, con la convinzione di esser giusto al punto da poter disprezzare gli altri, simile a quel fariseo che pregava: ‘Ti ringrazio Dio perché non sono come tutti gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri…’ (Lc 18,11-12). Ma il padre anche per lui ha comprensione. Il suo sguardo mite assume anche la sua sofferenza. Anche quel figlio ha bisogno di scoprirsi amato, perdonato nella sua chiusura e nella sua incapacità ad amare. Ha bisogno di compiere un percorso per poter guardare l’altro in modo nuovo. L’altro è da lui visto con disprezzo come il ‘tuo figlio’. Ma il padre si rivolge anche a lui con i modi di un affetto senza limiti: ‘figlioletto’. ‘Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’..

La misericordia spiazza e disorienta: è volto di Dio che rivela le dimensioni più profonde e le nostalgie dell’essere umano, di essere compreso, di essere accolto nel proprio limite e nell’errore, di essere cambiato nella benevolenza di un abbraccio.

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Riconciliazione

In my country è il titolo di un film uscito nel 2004 (regista John Boorman) che riprende le testimonianze di Antjie Krog, poetessa e giornalista membro della Commissione per la verità e riconciliazione in Sudafrica, nel libro Terra del mio sangue (trad. ital. ed. Nutrimenti 2006). E’ un film che riporta ad una vicenda che ha segnato la storia del Sudafrica negli anni successivi al superamento delle leggi dell’apartheid. A conclusione della prima scena del film è riportata la sintesi degli eventi: “Nel 1994 in Sudafrica il brutale sistema dell’apartheid è finalmente terminato. Nello spirito di una piena riconciliazione il Presidente Nelson Mandela e i leader del suo partito, l’African National Congress, hanno offerto la possibilità di avere l’amnistia a coloro i quali si erano macchiati di abusi dei diritti umani a condizione che raccontassero la verità e potessero provare di aver obbedito a degli ordini di superiori. Le vittime avrebbero avuto così la possibilità di raccontare le loro storie e di avere un confronto con le persone di cui erano state vittime. 21.800 persone hanno testimoniato di fronte alle Commissioni di Verità e Riconciliazione e alcune di queste sono state fedelmente riportate nel film”.

Il film narra così l’attività di un giornalista americano nero del Washington Post, Langston Whitfield (interpretato da Samuel L. Jackson) mandato in Sud Africa per eseguire un reportage sulla Commissione per la verità e la riconciliazione, istituita dal governo presieduto da Nelson Mandela nel 1996. Durante il suo lavoro conosce la giornalista Anna Malan (interpretata da Juliette Binoche), una afrikaan appartenente alla popolazione dei bianchi del Sudafrica, sensibile ai diritti della popolazione nera e interessata alla ricerca di giustizia anch’ella impegnata in reportage per la radio di Stato.

Il film conduce a ripercorrere lo svolgimento delle attività della Commissione per la verità e la riconciliazione in cui si dava possibilità alle vittime di rendere pubbliche le violazioni dei diritti umani che avevano subito, le varie forme di oppressione di tortura e vessazione. La funzione di tali tribunali non era intesa secondo una finalità punitiva, ma potevano concedere l’amnistia ai colpevoli di crimini a patto che vi fosse un riconoscimento dei crimini commessi nell’orizzonte di verità, con una dichiarazione di pentimento da parte dei colpevoli e fosse data una possibilità pubblica delle vittime di raccontare le violazioni subite.

Tutto questo nell’ottica di suscitare la percezione dell’ingiustizia attuata nei crimini commessi e di evitare lo svilupparsi di risposte di violenza e di vendetta in un spirale che non avrebbe avuto fine. Soprattutto la giornalista Anna che proveniva dalla parte della popolazione bianca che aveva oppresso i neri partecipa con coinvolgimento schierandosi decisamente dalla parte delle vittime. Ma nel corso della ricerca che le apre consapevolezza sul dolore procurato dall’ingiustizia e su lati sconosciuti della vita condotta senza attenzione alle vittime, è condotta a ricostruire anche una storia del suo ambiente e di rileggere in modo nuovo la vicenda sua personale e della sua famiglia. Giunge così a scoprire che il suo fratello ha perpetrato crimini di tortura allo scopo di far sì che la famiglia potesse vivere sicura. Scopre in modo drammatico il coinvolgimento pur indiretto nella realtà dell’ingiustizia e della violenza, ed è condotta ad una nuova lettura della sua stessa vita scorgendo una responsabilità nell’ingiustizia.

Nelson Mandela ebbe a dire di questo film “Interessante non solo per gli abitanti del Sudafrica, ma anche per le persone di tutto il mondo, che saranno coinvolte dai grandi interrogativi dell’umanità quali la riconciliazione, il perdono e la tolleranza”.

Quella del Sudafrica è stata un’esperienza storica nell’accogliere la sfida a costruire giustizia non secondo la logica della punizione e della vendetta, ma secondo l’affermazione della verità e la possibilità del perdono.

Alla base di tale processo è stato l’atteggiamento di legame e relazione reciproca verso l’altro che in lingua bantu è espresso dal termine ubuntu. Esso esprime la un attitudine di legame e benevolenza verso il prossimo perché ciò che riguarda uno riguarda anche l’altro. Ubuntu esprime la convinzione di un legame che tiene insieme perché una persona è tale solamente nel rapporto con gli altri e perché gli altri esistono. Il teologo Robert J. Schreiter nella sua opera The ministry of reconciliation: spirituality and strategies ha indicato ‘le tre dimensioni centrali del processo sociale della riconciliazione’: far emergere la verità, non fare concessioni sulla giustizia, dare valore al concetto di perdono. Sono questi i tre elementi specifici che hanno reso possibile il lavoro della Commissione.

Così ha scritto Desmond Tutu, vescovo anglicano premio Nobel per la pace nel 1984, nel suo libro Non c’è futuro senza perdono (Feltrinelli 2001): “noi sosteniamo che esiste un altro tipo di giustizia, la giustizia restitutiva, a cui era improntata la giurisprudenza africana tradizionale. Il nucleo di quella concezione non è la giustizia o il castigo. Nello spirito dell’ubuntu, fare giustizia significa innanzitutto risanare le ferite, correggere gli squilibri, ricucire le fratture dei rapporti, cercare di riabilitare le vittime quanto i criminali, ai quali va data la possibilità di reintegrarsi nella comunità che il loro crimine ha offeso. (…) Perdonare e riconciliarsi non significa far finta che le cose sono diverse da quelle che sono. Non significa battersi reciprocamente la mano sulla spalla e chiudere gli occhi di fronte a quello che non va. Una vera riconciliazione può avvenire soltanto mettendo allo scoperto i propri sentimenti: la meschinità, la violenza, il dolore, la degradazione…la verità. ”

Sono parole che ci rinviano ad un passato che apre ad uno sguardo crtico sul presente sugli apartheid in atto, sull’indifferenza e incapacità di vivere secondo lo spirito dell’ubuntu nell’Europa frantumata dagli egoismi oggi e nel mondo.

Riconciliazione è il nome del disegno di Dio nella creazione e nella storia, un disegno di pace e di dialogo, che significa fare pace nella giustizia. “se uno è in Cristo è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor 5,17-21).

Alessandro Cortesi op

Ss. Trinità – anno B – 2015

girotondoDt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

“Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”.

Cieli e terra, lassù e quaggiù. Sono le dimensioni della nostra esistenza. Ci sono i cieli lontani ma anche i cieli vicini, quelli interiori, quelli dentro al cuore. C’è una terra che sta sotto i piedi, la zolla di terra dove ha luogo l’esistenza quotidiana e il nostro lavoro e c’è una terra desiderata e sognata, quella che sta davanti a noi e che attrae nella tensione al futuro. Dio è presenza che avvolge cieli e terra, l’alto e il basso. Ma anche il tempo e i tempi della vita, il passato, il presente, il futuro, con tutte le stagioni e le età.

Contro le visioni che separano cieli e terra, luoghi del divino e luoghi dell’umano, nella Bibbia il volto di Dio è percepito come presenza personale dentro la vita, in tutte le sue dimensioni. Sta oltre, è ‘lassù’, ma anche è presente ‘quaggiù’. Il Dio lontano, il ‘totalmente altro’ è anche il vicinissimo, più intimo a noi di noi stessi. L’incontro con Dio non è allora esperienza remota, riservata a persone o momenti eccezionali, ma può essere esperienza vicina. Può essere vissuta nel cuore dell’esistenza, nei suoi momenti, nel quotidiano. Racchiude una presenza che mai è dominabile, sempre oltre e mai a disposizione di pretese di controllo e potere, e nessuna cosa e nessun uomo può essere considerato dio: per la Bibbia la grande incomprensione nei confronti di Dio, il grande peccato anche, sta nell’idolatria e nella costruzione di falsi divinità a cui dedicare tutta la vita.

Il Dio dei cieli e della terra è presenza che si fa incontro, comunica se stesso e rivolge la parola: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?”

Udire la voce è scoprire una parola donata ed entrare in un dialogo. Israele come popolo, guidato dai grandi profeti uomini dell’ascolto, ha scoperto l’agire di Dio nella propria storia, si è sentito chiamato e coinvolto. Per accostarsi a Dio, la via da percorrere attraversa l’esistenza: si tratta di ascoltare una storia. La sua chiamata non è per costituire in stato di privilegio ma comunicazione di un dono di alleanza e di liberazione. L’intera vicenda di Israele trae origine dalla chiamata di Dio che suscita un’apertura universale.

Gesù indica il volto di Dio chiamandolo Abbà, Padre. I vangeli testimoniano un rapporto vissuto in modo unico con Abbà da parte di Gesù. Si è affidato totalmente all’Abbà soprattutto nei momenti decisivi e drammatici della sua esistenza: così nell’orto degli ulivi (Mc 14,36; cfr Gv 11,41; 17,1). Ma anche nei momenti quotidiani delle sue giornate in cui il suo ritirarsi in disparte, lontano dalla folla, in preghiera, rimase nella memoria dei suoi. Tutto ciò è esplicitato nella prima comunità dopo la Pasqua con l’espressione a lui attribuita di ‘figlio’ (Mc 13,32; 12,6; Mt 11,27; 22,37; Lc 10,22). Gesù è figlio perché tutta la sua vita è stata in rapporto al Padre Abbà. In lui ogni discepola e discepolo è invitato a scoprirsi figlia, figlio, e insieme fratello e sorella. E’ l’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, quando Gesù dona ai suoi di vivere la gioia di una sua presenza nuova nello Spirito.

Paolo esprime tale consapevolezza: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio”. Gridare Abbà è un dono di respiro, di voce. Ma è come vagito di un bimbo che cerca il volto che l’ha portato. E’ grido non di schiavi ma di figli. E’ voce di un’esistenza che si scopre in relazione ed avverte la propria fragilità. E’ un respiro che sta oltre la nostra misura e che pure è al più profondo di noi stessi. La presenza dello Spirito si incontra con lo spirito al cuore della vita. C’è un soffio di vita che proviene da Dio che è attesa e apertura al soffio dello Spirito. “Dio è Spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,24). Il termine Spirito (ruach) nella lingua ebraica è femminile ed esrpime la forza e la energia del soffio.

C’è una presenza dello Spirito nella natura e nella storia oltre ogni confine. Figli di Dio sono tutti coloro che sanno lasciare spazio all’agire dello Spirito. Negli appelli alla cura, alla accoglienza, alla riconciliazione, al servizio, alla benevolenza lì è presente un soffio silenzioso dello Spirito. Tutti coloro che intendono la vita non chiusa nei propri interessi ma per gli altri, chi vive di attenzione per chi è solo, chi accompagna deboli e indifesi, chi lotta per la giustizia e sta accanto a chi è oppresso, chi accompagna a crescere passo dopo passo, chi con il proprio lavoro e la propria attività quotidiana rende il mondo più umano, chi semina bellezza per dissetare ricerche di gratuità, chi vive il rispetto mite per gli esseri viventi e per le cose, tutti costoro sono persone disponibili all’opera delicata dello Spirito. E’ una chiamata che attraversa tutta l’umanità e il cosmo stesso. Lo spirito soffia nel desiderio umano di pane e di dignità, nella ricerca di affetti e di riconoscimento, nella costruzione di relazioni di ospitalità e cura, nella gratuità di chi spende il tempo nella preghiera e di chi lo vive nel servizio e nella dedizione ad educare.

“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo… ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”

L’incontro con Gesù risorto è anche invio: ora la sua presenza si fa vicina in modo nuovo nello Spirito. Gesù affida la sua promessa ai suoi discepoli dopo la Pasqua sul monte, come sul monte – secondo Matteo – aveva pronunciato il discorso in cui chiamava ‘beati’ tutti coloro che potevano scorgere nei suoi gesti la vicinanza di Dio. Li chiama ad andare e consegna anche una promessa. E’ una missione con orizzonti vasti: i discepoli sono inviati a tutti i popoli. Inviati a immergere (battezzare) nella vita di Gesù, a comunicare l’incontro con lui che coinvolge la vita, e a trasmettere le sue parole, la sua testimonianza. E’ un invio per far crescere persone libere capaci di ascolto della chiamata a seguirlo, capaci di vivere come lui ha vissuto, nel servizio. Ed è anche affidamento di una promessa. ‘Sarò con voi’: è questa la parola al cuore della speranza che sorregge la vita di chi segue Gesù.

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(Le Corbusier, Notre Dame du Haut Ronchamp)

Alcune riflessioni per l’oggi

Sostare sul volto di Dio come comunione conduce a pensare la vita personale e la vita di comunità. Siamo così chiamati a scoprire l’origine e  la radice della vita in un dono di relazione. Di qui siamo chiamati a compiere quell’immagine che è ancora promessa.

Essere docili all’agire dello Spirito non è facile: esige disponibilità interiore, libertà, coraggio nel lasciarsi condurre laddove lo Spirito attrae. “quando uno stormo si alza in volo – dice un proverbio africano – vuol dire che qualcuno per primo vi ha dato inizio”. Certamente esige ascolto, delle persone, delle situazioni, della natura. solamnete una vita più semplice può renderci sensibili a quella sintonia da trovare tra lo Spirito e il nostro spirito.

Insistenti segnali di esclusione e di chiusura sono presenti nella vita sociale: ‘andare’ è il verbo della missione. Ma missione non significa fare qualcosa, né entrare in una logica di proselitismo. La riflessione soprattutto dopo il Vaticano II ha condotto a scoprire che la chiesa non ha una missione, ma il suo essere stesso è missione, è coinvolgimento nell’invio di Gesù, è seguire le chiamate dello Spirito. Andare, vivere la missione oggi si declina nei termini del dialogo e dell’incontro, dell’ospitalità e della visita. Credere in un Dio comunione è oggi sfida a dire nella vita la fiducia nei rapporti e nel costruire tessiture di ‘noi’, di ascolto e di cura come luoghi in cui lasciare spazio al suo venire.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno B – 2015

DSCN0497At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

“Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata…”. La pietra scartata è immagine biblica che racconta come agisce Dio: Dio va alla ricerca dell’ultimo, guarda il dimenticato, solleva e rovescia la condizione di chi è senza appoggi, si china sulle vittime e su chi non ha altro sostegno. Il suo agire è diverso dall’attitudine diffusa che scarta ed esclude. Lo stile Dio è la tenerezza di chi va alla ricerca del perduto. La sua potenza si rivela nello scendere e risollevare chi è indebolito e vittima senza difese.

Dall’esperienza di Dio che prende la pietra scartata sgorga la lode del salmo: “Ti rendo grazie perché mi hai risposto, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore, una meraviglia agli occhi nostri” (Sal 117).

In rapporto a questo agire di Dio la prima comunità cristiana legge la risurrezione di Gesù: essa riconosce in lui il volto dello sconfitto, dell’umiliato sulla croce. Proprio lui è stato costituito ‘signore’ in virtù della potenza di Dio. Ed è lui pietra scartata, a divenire base della costruzione di un edificio nuovo, della vita di una comunità che in lui trova unico fondamento.

In questo orizzonte è colto un senso profondo della vita, la risposta alla attesa di felicità: non c’è altra salvezza da ricercare in altre soluzioni o progetti. In Gesù – è questa l’esperienza della prima comunità cristiana – si incontra l’azione potente del Padre che accoglie chi è scartato ed eliminato. In Gesù trova speranza la vicenda di tanti poveri che non hanno appoggio umano e si affidano al Dio fedele, capace di rovesciare i potenti dai troni e di innalzare gli umili.

“Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre… noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”. Al cuore della prima lettera di Giovanni sta una parola sull’identità del credente: il suo centro sta al di fuori di sé: è qualcuno che ha accolto un amore quale dono del Padre. La sua identità fa riferimento così ad un amore ricevuto, ad un Altro. Da lì proviene la meraviglia per la gratuità di un incontro. Il credere è esperienza di comunione. Dio ha il volto dell’amore: chi sperimenta l’amore, che raggiunge nei gesti umani della vicinanza, dell’accoglienza, della cura, nella concretezza della sua vita, può comprendere qualcosa del volto di Dio.

Il credente scopre così di essere figlio, meglio, partecipe di una comunità di figlie e figli. “Non solo siamo chiamati figli di Dio, ma lo siamo realmente”. ‘Figlio’ è un nome che dice legame: una dipendenza originaria da cui la vita ha tratto il suo inizio. E’ il legame profondo della generazione, un codice scritto nelle profondità dell’essere, nella psiche, nelle cellule del proprio corpo. Ma la condizione di figli non è solo un fatto biologico. Si è figlie e figli in quanto si attuano e si scoprono nell’esistenza legami e relazioni in cui la solitudine è vinta nell’incontro e riempita dalla cura e dalla presenza di qualcuno vicino. Scoprire di essere figli è cammino in un amore ricevuto, è meraviglia per la gratuità che avvolge senza merito, dono che segna la propria esistenza, è l’apertura a trovare radice della propria vita nel dono di altri. Così la vita dei cristiani è esistenza di figli, scoperta di un dono che precede e di uno sguardo appassionato, quello di un padre-madre, Dio come ‘tu amante’, che non dimentica le nostre vite e non è indifferente a nessuno.

La prima lettera di Giovanni ricorda anche che il nostro essere figli si colloca all’interno di una tensione tra il momento presente, con tutte le sue contraddizioni, ed un futuro di compimento. ‘Noi saremo simili a lui’: è una promessa ed anche un invito a scorgere le profondità dell’esistenza. C’è un dono di somiglianza sin d’ora in atto che apre a responsabilità e a scelte libere. Dentro ad esistenze che vivono la fatica e la precarietà c’è una chiamata ad una esperienza dell’amore più profonda e piena: ‘lo vedremo così come egli è’: è la grande promessa e attesa della fede. E’ la promessa di una vita aperta all’esperienza dell’amore che non siamo in grado di esprimere.

“Io conosco il Padre e do la mia vita per le pecore”. Gesù è la pietra scartata che è divenuta testata d’angolo: la sua vita è stata in tutti i suoi momenti testimonianza di amore gratuito e liberante del Padre. Per il modo in cui ha vissuto è stato scartato. La sua vita è stata una discesa nella debolezza dell’amore, fino a perdere la vita stessa per i suoi, le sue pecore.

L’immagine del pastore è cara alla Bibbia: Dio stesso è presentato come pastore e il suo agire contrapposto ai pastori, i capi del popolo, preoccupati dei propri interessi e non della cura delle pecore. Pastore è infatti chi nutre, che alimenta la vita, che avverte la propria esistenza legata e dipendente da quella delle pecore. Tutt’altro dall’idea del pastore come capo e dominatore che vive la superiorità del comandare.

Gesù è indicato come ‘pastore bello’. Nel suo agire nel suo volto si rende visibile il volto di Dio. Nel suo essere pastore si compie secondo il IV vangelo un farsi vedere del volto di Dio come colui che procura vita, che ha cura della vita di tutti.

Per i pastori del tempo di Gesù alcune poche pecore costituivano una piccola proprietà che consentiva loro la sussistenza: erano care come la propria vita. Il pastore conosce le sue pecore e le pecore ‘conoscono me’: conoscere nel IV vangelo verbo con una particolare importanza: esprime una relazione di vita, un’esperienza e parla di reciprocità: c’è un rapporto unico e personale. Non solo il pastore conosce ma anche le pecore conoscono.

Gesù dà la sua vita per i suoi, diviene uno scarto secondo le logiche del potere umano. Ma proprio in questo offrire la vita manifesta il volto di Dio. La debolezza della libertà è il massimo potere sulla vita, nel suo darsi si manifesta l’amore del Padre che dà salvezza, senso e compimento alla vita. Il volto di Dio è lì in una vita donata fino alla fine, nel chinarsi di chi serve, nell’amore che si dona per gli altri.

La pagina apre un’ulteriore approfondimento: ‘ho altre pecore che non provengono da questo recinto; e anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Gesù come ‘pastore’ compie un raduno nel suo donare la sua vita: sta qui il senso più profondo della sua testimonianza, il dono di sé è forza che raccoglie e genera la possibilità di incontro, di superamento della dispersione Lo sguardo di Gesù va oltre ogni recinto che racchiude.

Earth_Day_FestivalAlcune osservazioni per noi oggi

Pietro parla di Gesù come pietra scartata per rispondere alla domanda suscitata dall’aver portato beneficio ad un uomo infermo. Nel nome di Gesù si pone l’azione dei discepoli. Nel nome di Gesù, pietra scartata, Pietro ritrova il criterio di fondo di un agire che guarda a chi è infermo.

In questi giorni ancora abbiamo ancora assistito ad eventi tragici in cui centinaia di uomini donne bambini sono morti nel mare Mediterraneo per il capovolgimento di barconi su cui erano stati caricati come sfruttati e schiavi, quasi al termine del lungo viaggio che li ha condotti dalle regioni interne dell’Africa, la Somalia l’Eritrea, il Mali, il Gambia, sino alle coste della Libia. Cercavano salvezza e hanno trovato la morte. Sono loro oggi le pietre scartate di un mondo in cui l’indifferenza e la preoccupazione per difendere la propria ricchezza impedisce di perseguire scelte di cura e solidarietà tra i popoli. I loro volti sono un appello a pensare il nostro agire nel nome di Gesù pietra scartata, a ritrovare in lui il criterio di scelte che sappiano prolungare il suo ‘passare facendo del bene’. La salvezza passa attraverso un salvare vite umane, le vite da trarre in salvo dai flutti del mare, ma anche le vite da trarre in salvo dall’indifferenza e dall’egoismo…

Tommaso di Francesco, evidenziando le radici della questione di un Occidente responsabile delle guerre e miserie dei Sud del mondo, s’interroga su modi nuovi di fare memoria del 25 aprile come festa di liberazione che investa il presente : “E invece, se di fronte a questo vuoto e disastro politico, facessimo del 25 aprile — attanagliato quest’anno del 70esimo da ritualità e conflitti — anche il 25 aprile della liberazione dei migranti dai muri della Fortezza Europa, dalle nuove guerre e miserie, dalla condizione «clandestina» e dalle stragi amare alle quali sono condannati? Se per ricordare e rivitalizzare la memoria della Resistenza dessimo la parola — e i contenuti sulle nuove oppressioni — ai sopravvissuti dei naufragi e ai tanti immigrati che fanno crescere il nostro Pil e la nostra demografia?” (Il 25 aprile dei migranti, “Il manifesto” 22 aprile 2015)

Toccante la preghiera laica di Erri De Luca pronunciata in riferimento a quanto avvenuto nel canale di Sicilia:

Mare nostro che non sei nei cieli

e abbracci i confini dell’isola e del mondo

sia benedetto il tuo sale e sia benedetto il tuo fondale


accogli le gremite imbarcazioni senza una strada sopra le tue onde

i pescatori usciti nella notte le loro reti

tra le tue creature che tornano al mattino

con la pesca dei naufraghi salvati


Mare nostro che non sei nei cieli

all’alba sei colore del frumento

al tramonto dell’uva di vendemmia

che abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste


Mare nostro che non sei nei cieli

tu sei più giusto della terra ferma pure quando sollevi onde a muraglia

poi le riabbassi a tappeto

custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale

fai da autunno per loro da carezza, da abbraccio

da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire.

(Erri De Luca a LA7 Piazza pulita 20 aprile 2015)

Il riferimento al pastore andrebbe spogliato dei riferimenti metaforici e riportato ad una dura concretezza: l’esperienza dei pastori è comunanza di vita con le pecore, fatta di fatica, di tempo, di silenzio, di mani indurite. Il tempo dei pastori è speso totalmente nella cura: il chiamare per nome le singole pecore, il saperle riconoscere una ad una è capacità propria di chi vive la fatica di una vita spesso ingrata. La vita dei pastori è dura. Nel passaggio ad intendere il pastore in senso metaforico come ‘guida’ si è perso il senso profondo della concretezza di un’esperienza che è in primo luogo di condivisione totale di vita e di incontro e si è ingenerata anche l’idea di una comunità-gregge.

Nella vicenda di Israele pastore è Abramo, pastore è Mosè, come Davide era bambino pastore quando fu chiamato dal pascolo. I profeti hanno pagine durissime (Ezechiele in particolare) contro i pastori preoccupati solo di se stessi, dei propri interessi. E’ l’idea ripresa nelle parole di Gesù: ci sono pastori che sono mercenari e non si curano delle pecore.

Forse dovremmo pensare ai pastori come persone preoccupate per alimentare vita, per aprire percorsi di vita per gli altri… capaci di custodia di persone, ma anche capaci di custodia della vita nelle sue espressioni diverse, in un rapporto nuovo con la terra. Ci si aprirebbe a scoprire come pastori non sono una categoria di guide avvolte da un’aurea sacrale. Piuttosto profilo del pastore è nascosto in tutte e tutti coloro che custodiscono la vita di altri, la fanno maturare, non chiudono recinti, ma seguono con pazienza per aprire cammini nuovi, dove ci sia vita, dove ci sia cura, dove ognuna e ognuno si senta riconosciuto come unico. Profeti di una cura della terra in attenzione ai semi di vita, preoccupati di non disprezzare e calpestare il respiro della vita nelel sue diverse forme e di aprire vie di maturazione e condivisione. Pastori capaci di custodia oltre i recinti culturali e religiosi.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0427Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Matteo colloca nel suo vangelo, tra il capitolo 21 e 22, subito dopo la domanda rivolta a Gesù sulla sua autorità – “con quale autorità fai tali queste cose? (Mt 21,23) – tre brevi parabole. La prima è la parabola dell’uomo che chiede ai due figli di andare a lavorare nella vigna; la seconda è quella dei vignaioli che maltrattano i servi inviati dal padrone e uccidono il figlio; la terza è la parabola del re che fece un banchetto di nozze ma gli invitati non vollero andare. Matteo riprende qui materiale già presente in Marco (la parabola dei vignaioli al cap. 12) e con paralleli in Luca (Lc 14,15-24 la parabola degli invitati in un diverso contesto). La collocazione di queste parabole accostate insieme conduce a cogliere un messaggio di fondo: la storia della salvezza è un dono di relazione. C’è un protagonista al centro che chiama, che invita, che si offre. Al cuore dell’esistenza credente sta una chiamata, un invito da parte di Dio, ed è un invito aperto che si fa appello e invio. Tuttavia questa offerta di incontro e di vita si scontra drammaticamente con la possibilità del rifiuto, con la non accoglienza, con la durezza di chi non si lascia smuovere, cambiare, convertire e con l’ipocrisia di chi si limita a parole vuote, a proclamazioni di discorsi che non toccano la vita e non cambia il suo agire.

Di fronte agli inviati, i profeti di Israele, Giovanni Battista infine Gesù e gli inviati del messia si può cogliere una storia di accoglienza da parte di chi si rende disponibile ad un cambiamento ma anche il dramma del rifiuto. Matteo sintetizza tutto questo in una breve parabola, quella del padre e dei due figli.

(E’ da notare In alcune traduzioni l’ordine delle risposte dei figli appare diverso. Nelle versioni che si rifanno alla lezione del codice Vaticano si riporta per primo il figlio che dice sì alla chiamata ad andare lavorare nella vigna e poi non ci va. Altre traduzioni riportano invece la sequenza di altri codici importanti che pongono prima il figlio che risponde di no e poi si pente e va a lavorare. La prima versione sembra essere influenzata dall’interpretazione che vedeva nelle figure dei figli un riferimento ad Israele, il popolo che per primo è stato chiamato, e ai pagani che per ultimi hanno accolto e risposto all’invito della salvezza).

Il riferimento della parabola non è tanto al popolo d’Israele contrapposto ai pagani, ma va piuttosto alla predicazione del Battista: “Venne infatti a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto: i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto. Ma voi, vedendo ciò non vi siete pentiti, neppure alla fine, per credere in lui”. C’è uno sguardo a quella che era stata la proposta del Battista vicina e collegata a quella di Gesù.

Il rimprovero è rivolto ai sommi sacerdoti e ai capi del popolo ed è quello di non essersi pentiti, di non aver lasciato spazio ad un cambiamento capace di coinvolgere la concretezza dello stile di vita neppure ‘alla fine’.

La parabola è racchiusa tra due domande: ‘Che ve ne pare?’ all’inizio e, alla fine, “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. E’ provocazione a lasciarsi coinvolgere e a prendere orientamenti pratici.

La prima sottolineatura del dialogo tra il padre e i due figli riguarda la distanza tra il dire e il fare. C’è una contrapposizione tra il figlio che ha detto no e poi è andato a lavorare, e l’altro che ha risposto sì ma poi non ha compiuto la volontà del Padre.

E’ questa una sottolineatura cara a Matteo. Il discorso della montagna era stato concluso proprio nella contrapposizione tra chi dice “Signore, Signore!” (Mt 7,21.22) e non compie la volontà del Padre e chi invece fa la volontà del Padre che è nei cieli. A ben guardare nessuno dei due figli ha risposto pienamente, nessuno ha vissuto un ascolto pieno. E tuttavia questo non è importante. Ciò che conta è la disponibilità a lasciarsi mettere in discussione, a ripensare anche in un secondo momento, e cambiare la propria vita in modo operativo e concreto. Anche ‘alla fine’. Non solo dire ma fare la volontà del Padre. Seguire quella via della giustizia che Giovanni aveva indicato come fedeltà a Dio che chiede un cambiamento, un nuovo orientamento della vita con conseguenze concrete e pratiche.

Questa parabola denuncia in secondo luogo l’ipocrisia di coloro che dicono e non fanno (Mt 23,3): è l’attitudine tipica di chi religioso si limita ad una esteriorità o a discorsi che non hanno poi riscontro nella prassi. E’ questo l’atteggiamento di chi nasconde dietro l’apparenza del ‘dire’, una vita in cui non vi è attuazione del vangelo. E’ il dramma di persone religiose, di uomini del culto, di tutti coloro che chiusi all’interno di un mondo costruito su sicurezze non si lasciano interrogare e provocare dai profeti e non si lasciano cambiare. Nemmeno di fronte a testimoni come Giovanni, che con il suo annuncio destabilizzava ogni ricerca di potere.

“I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. C’è invece chi, pur vivendo in situazioni morali lontane dal vangelo, ha un cuore disponibile. Si sono lasciati toccare dalla via della giustizia annunciata da Giovanni battista. Si lasciano commuovere da un annuncio che li interroga e questo diviene forza di cambiamento e di nuovo cammino.

E’ una situazione ben diversa da chi nasconde la propria infedeltà al vangelo dietro una facciata di perbenismo e di espressioni religiose. E’ questa la sottile ipocrisia che risolve la fede in una apparenza per essere lodati e non ricerca un cambiamento profondo del vissuto interiore in scelte e atti concreti.

Gesù coglie un’apertura sincera e disarmata, senza ipocrisia, in chi pur avendo vissuto situazioni di disonestà, e di immoralità si apre al cambiamento, si espone a manifestare le sue ferite, inadempienze, errrori, ripensa le sue vie e non pretende di giustificarsi nascondendo il proprio comportamento lontano dalla via della giustizia.

Gesù si faceva vicino a chi era tenuto lontano manifestando l’ospitalità del Padre che ha a cuore la vita di ognuno e apre al perdono e al cambiamento. Se ne stava lontano dal mondo religioso chiuso alla inquietudine e alla ricerca, si stupiva invece nello scoprire che qualcuno non aveva paura di perdere la faccia nel cambiare e nell’intraprendere sentieri di autenticità della vita e di incontro con lui.

DSCN0388Alcune osservazioni per noi oggi

Siamo soliti leggere questa pagina pensando ai due figli come a soggetti distinti. Forse dovremmo cogliere come nella nostra vita e nel nostro cuore sono compresenti le attitudini dei due figli, di chi risponde no e poi fa e di chi risponde sì e poi non si muove. Matteo insiste sulla verifica che non si ferma alle enunciazioni verbali ma va alle azioni, alle scelte di vita: non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli…

La vita al seguito di Gesù si pone come ascolto di una chiamata che è invio e conduce ad un lavorare nella vigna. Nella parabola si sottolinea l’atteggiamento del ripensare, del riflettere del ricredersi. E’ l’attitudine di chi si mantiene aperto, capace di mettersi in discussione, libero nel considerare i propri errori e le proprie valutazioni e prese di posizioni errate. La disponibilità a non considerarsi a posto è base per scoprire orizzonti nuovi nella vita. Il cammino in cui vi sia spazio per pentirsi è un cammino di libertà, che apre oltre le nostre acquisizioni. Apre all’importanza di ascoltare e di lasciarsi cambiare nel rapporto con gli altri e con le situazioni per vivere la via della fedeltà al Signore. Il riconoscee di aver sbagliato costituisce non un segno di debolezza e di incoerenza, ma un passaggio di libertà e di consapevolezza del limite. L’autentico credente sa che tutta la vita è ascolto e cammino sempre nuovo.

Oggi siamo a conoscenza di tante situazioni di povertà, di bisogno, di ingiustizia che richiamerebbero un impegno e una dedizione in tanti modi. E accogliere questo porta a cambiamenti nella nostra vita. Eppure l’atmosfera prevalente è quella dell’indifferenza, della pigrizia che blocca di fronte all’urgenza di smuoversi da una condizione di sicurezza e tranquillità. Si vive così nella conoscenza, nel’informazione di autentici drammi vicini e lontani che toccano persone, ma non ci si commuove. E’ un sapere che non conduce a prendere decisioni per azioni concrete e che talvolta si accompagna a discorsi che non conducono all’impegno. La parola di Gesù è una provocazione ad ascoltare le chiamate di Dio nel quotidiano, soprattutto nella storia delle vittime dell’iniquità del nostro tempo, e accogliere l’invito a lavorare in questa vigna.

Alessandro Cortesi op

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