la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0920(Lando Landini, Uscì per assumere operai per la sua vigna…, Pistoia 1985, part.)

Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

“Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e vi aveva piantato scelte viti… Egli aspettò che producesse uva ma essa fece uva selvatica… Ebbene la vigna del Signore è la casa di Israele”.

Come nel Cantico dei cantici anche Isaia vede nella vigna un simbolo: la ‘vigna in fiore’ del Cantico evoca la bellezza affascinante della donna amata e così Isaia legge la vigna come la casa d’Israele. La vigna è quindi simbolo in cui si rispecchia la vicenda del popolo di Dio.

La vigna del diletto è situata su di un fertile colle e oggetto del lavoro di cura e coltivazione che l’amato ha svolto. Nonostante questa attenzione la vigna ha prodotto uva selvatica. Da qui la delusione e il fallimento delle attese. Anziché attuazione del diritto (mishpat) vi è spargimento di sangue innocente (mispah), al posto della giustizia (sedaqah) c’è il grido degli oppressi (se’aqah). Con giochi di parole Isaia propone nel simbolo della vigna infeconda il dramma dell’infedeltà d’Israele nei riguardi di Dio che ha avuto cura di lui.

L’attesa paziente di Dio che ha cura del popolo viene delusa. Il motivo della vigna ritorna nella letteratura profetica (cfr. Os 10,1). Geremia riprende il motivo dell’infedeltà d’Israele ma anche il desiderio di Dio di racimolare un resto disponibile ad ascoltarlo nonostante l’irresponsabilità dei cattivi pastori (Ger 2,21; 6,9; 12,10). Ezechiele usa tale metafora per parlare di Israele nell’esilio (Ez 17,1-10; 19,10-14) e richiama l’esigenza della fedeltà a JHWH (17,24).

Isaia presenta anche una prospettiva nuova in cui il Signore stesso richiama ad un ritorno e dice che la sua fedeltà non viene meno: “Io il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che venga danneggiata, io ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, io muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. O, meglio, si stringa alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace!” (Is 27,2-5)

La prospettiva finale è di pace, di riconciliazione e di speranza: un ritorno in cui sarà il Signore a raccogliere tutti i suoi figli dispersi e questi ‘si prostreranno al Signore, sul monte santo, in Gerusalemme’ (Is 27,13).

La parabola dei vignaioli omicidi – che è piuttosto una allegoria in cui ad ogni elemento corriponde un riferimento ‘altro’ – è posta da Matteo nei giorni ultimi di Gesù a Gerusalemme prima dell’arresto e della passione. In essa è ripreso chiaramente il riferimento alla vigna di isaia cap. 5. Ma essa è narrata come una storia di ostilità e rifiuto in cui si affaccia la violenza ripetuta prima sui servi inviati e fino all’eliminazione del figlio del padrone. La parabola si fa aspra denuncia del rifiuto dei capi del popolo che si ripete come infedeltà a Dio e all’alleanza. Ma in questa drammatica storia che in filigrana presenta la vicenda stessa di Gesù come giusto perseguitato e eliminato, c’è una fedeltà che si ripropone, la fedeltà del figlio.

Nella comunità di Matteo la parabola acquista un ulteriore significato: non è solo messaggio a quei capi religiosi di Israele che condannarono Gesù, ma è esempio di ogni rifiuto condotto da chi pretende di essere padrone, di chi non accoglie e rifiuta gli inviati da Dio con la violenza giungendo sino ad uccidere. La vigna sarà data ad altri vignaioli, eppure essa rimarrà sempre quella vigna di Israele, la vigna delle promesse senza pentimento da parte di Dio.

Il messaggio centrale della parabola sta nella riaffermazione della fedeltà di amore di Dio: nonostante il rifiuto non viene meno la cura e l’amore di Dio. Gesù è pietra scartata dai costruttori ma sarà pietra iniziale di una nuova costruzione. Matteo nella parabola descrive così il dramma di una storia della salvezza che vede in Gesù colui che è scartato, ma porta nuova vita e apre ad un futuro nuovo.

“Dio…, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato” (Sal 80,9-16)

Alessandro Cortesi op

IMG_0921.JPG(Lando Landini, Uscì per assumere operai per la sua vigna…, Pistoia 1985, part.)

Vigna

La vigna è nome che tiene insieme l’uno e i molti. E’ composizione di elementi diversi. Le radici delle viti, i loro fusti, ed insieme le ampie ramificazioni, i tralci, e le grandi foglie a forma di cuore. La vigna è insieme uno e molteplicità. E’ coltivazione di un campo in cui s’intreccia fecondità della terra e lavoro umano. La vigna richiede particolare cura e attenzione: senza una attenta potatura le viti non producono i grappoli dell’uva. Le varie fasi della coltivazione, dalla coltratura del terreno alla legatura dei tralci alla ramatura sono opera che impegna nello scorrere delle diverse stagioni, nel tempo.

La vigna diviene così metafora di un grande processo di vita che unisce insieme la terra e l’uomo. Lo sguardo e la capacità umana incontrano la terra se ne fanno custodia e accompagnamento per una fecondità di vita. La vigna può essere vista come immagine che racconta dell’ambiente in cui viviamo, dei luoghi in cui insieme sulla terra si costruisce relazione. E’ una relazione che vede tante presenze: l’ambiente naturale, le persone che operano, tutti gli elementi che compongono un noi formato di elementi della terra e di presenze umane. E’ relazione anche con la creatività e la capacità di progettare e di creare.

La vigna insomma dice ‘noi’, un noi plurale e in relazione e dove la relazione coinvolge la vita stessa della terra. Racconta di storie in cui non c’è solo riuscita ma tanta fatica e attesa. Talvolta anche fallimento: una improvvisa grandinata, una stagione di siccità, una errata valutazione dei tempi di maturazione dell’uva può condurre a perdere parte o tutto il raccolto. La vigna parla di terra che restituisce con la sua generosità e di un operare umano che deve stare in ascolto dei ritmi della terra.

La vigna evoca anche la fiducia che nonostante il mancato frutto e stagioni andate male la cura e la continuità di coltivazione porteranno esito. La vigna parla di attaccamento e di speranza, di sguardo lungo su quanto può maturare nonostante la mancanza di risultato evidente e la delusione.

La vigna è anche luogo di lotta contro tutto ciò che costituisce minaccia alla sua vita: i parassiti, le malattie che attecchiscono e si diffondono. Nessuna parte di essa può considerarsi preservata e la malattia di una parte rischia di avere diffusione e di portare alla morte. Nella vigna l’attenzione a che ogni processo di corruzione non attecchisca e si diffonda dev’essere continua, quotidiana.

La vigna è metafora di un vivere in cui tutto è interrelato, come la città, ma con la sua collocazione in campo aperto, esposta alla luce del sole e ai venti che smuovono le foglie, in questo essere insieme di respiro della terra e sguardi di volti umani. E’ organismo vivente in cui c’è una linfa che attraverso le radici giunge fino ai pampini più esili, ed anche organismo vivente perché il lavoro che ruota attorno alla vigna è operare di molti che si incontrano e sono invitati a collaborare mettendo ognuno il suo tassello in un’opera comune e per un esito condiviso. Attenzione nel lavoro della vigna è non far restare nessuna parte trascurata o senza respiro, è far sì che l’acqua giunga e possa fecondare la linfa che scorre nei rami. E’ collaborazione infine nella vendemmia che è raccolta insieme di un dono da accogliere con gratitudine e del frutto di una fatica e di una attesa da vivere con gioia.

La vigna è metafora di un vivere non da isolati ma insieme…

Alessandro Cortesi op

X domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(La vedova di Nain – acquerello di Silvia Gastaldi)

1 Re 17,17-24; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

Un gesto di guarigione e di vita è al centro del racconto di 1Re 17: “il figlio della padrona di casa, la vedova di Sarepta, si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare”.

La visita di Elia è percepita dalla vedova segnata dalla perdita del marito e ora del figlio come una accusa, una sorta di rimprovero: un ricordo di iniquità. La vedova reca in sé forse l’immagine di un Dio del giudizio e del castigo. Anche la malattia e la morte del figlio divengono rimprovero e senso di colpa per un suo peccato. Così la visita dell’uomo di Dio è vissuta dalla vedova come una accusa che pesa su di lei e aumenta il dolore.

Ma il messaggio profondo del racconto è l’annuncio che volontà di Dio non è la morte né il caricare di colpe i suoi figli e figlie. La vedova segnata dal dolore e dalla perdita è invece lei stessa che conduce a scorgere il volto di Dio della vita che dà respiro e conduce il profeta a scoprire la sua missione. La medesima vedova nel gesto della sua condivisione della poca farina e del poco olio rimasto nel tempo della carestia aveva vissuto l’accoglienza di Elia aprendo quell’incontro ad una fecondità inattesa: la farina non venne meno e l’olio non si esaurì.

Il racconto è narrazione di un dono di vita ma anche della scoperta dell’identità del profeta: non portatore di giudizio e di colpevolizzazione, ma chiamato a portare vita e non condanna. Chiamato a dare vita e non a togliere possibilità di respirare. Elia diviene profeta perché dona respiro e comunica il respiro di Dio. Invoca il respiro di vita per quel corpo del figlio della vedova e apre a scorgere un volto di Dio che non vuole la morte ma la vita. Dio del respiro e della liberazione per rapporti nuovi. Il testo sembra suggerire la fonte della vita: nella sua preghiera Elia dice: “Signore mio Dio vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ha ospitato?”. Il gesto di ospitalità della vedova è seme di vita che coinvolge il profeta, il figlio, lei stessa, restituita alla relazione.

Nel gesto dell’uomo di Dio che invoca il respiro della vita è racchiuso il significato profondo della profezia. Essere profeta è annunciare che il Dio dell’alleanza è Dio del respiro, della vita, che si china ed è sensibile alla sofferenza del suo popolo. Nell’incontro con la vedova ad Elia si apre il senso del suo invio come profeta. E la vedova scorge un nuovo volto di Dio che non vuole il male, la malattia e la morte ma è soffio di vita. “La debolezza di una povera vedova diventa dunque grembo di profezia per una storia affamata e assetata di salvezza. Una vedovanza davvero feconda!” (Lidia Maggi, Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, ed. Claudiana, 112)

“… ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei”. La scena descritta nel racconto di Luca inizia con l’incrociarsi di due movimenti in direzioni contrarie: da un lato la processione della folla immersa nel dolore che segue il feretro del figlio della vedova. In senso opposto il movimento di Gesù con i discepoli e coloro che lo seguono. Due movimenti che riassumono cammini diversi: uno segnato dal pianto e dalla morte e l’altro in cui è presente uno sguardo sensibile, una parola di risurrezione ed una presenza di vita. L’incontro avviene sulla strada, ai crocicchi di un villaggio, Nain. E’ incontro inatteso, presentato come un confronto radicale tra morte e vita, tra il pianto e lo sguardo che si ferma e ‘vede’.

Gesù non passa indifferente e il suo cammino si lascia fermare quando il suo sguardo incrocia occhi di pianto. Il suo vedere sa scorgere le profondità di una sofferenza che lo tocca dentro. L’invito ‘non piangere’ sgorga da un vedere di chi sa fermarsi e guardare la vita prendendo su di sé la vita altrui. “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: ‘Non piangere!'”. Queste parole racchiudono l’esistenza intera di Gesù: nel suo cammino terreno Gesù vive la capacità di soffrire insieme, di avvertire su di sé la sofferenza di coloro che incontra. Compassione per lui è movimento di prendere su di sé, di avvertire come proprio quel dolore. La sua parola ‘non piangere’ è già indicazione che la vita di Dio è più forte della morte. Gesù compie quanto il salmo 56 attribuisce alla delicatezza di Dio: “I passi del mio vagare tu li hai contati, nel tuo otre raccogli le mie lacrime: non sono forse scritte nel tuo libro?”

L’invito a ‘non piangere’ accompagna alla parola ‘Io ti dico: Alzati’. Luca evidenzia l’autorevolezza di Gesù, la sua libertà nell’indicare e rendere presente l’agire di Dio. ‘Alzarsi’ infatti è verbo di risurrezione: in questo gesto è già evocato il risorgere di Gesù: la sua vita non è rimasta prigioniera della morte. La sua vita è stata un alzarsi perché restituita alla parola perduta dell’amore, al dono.

Luca sottolinea che il giovane si sedette e cominciò a parlare. Risorgere è poter comunicare, è possibilità di entrare in comunicazione con una parola. Gesù restituì il giovane alla madre. Risorgere è anche essere restituiti al rapporto. Ed è movimento che investe la vita sin dal presente, è esperienza in cui aprirsi ad un parlare di incontro e comunicazione: è anche esperienza di restituzione. Gesù restituisce ad una relazione che non è solo futuro, ma presente nuovo.

Il gesto di Nain può così essere letto come profezia del volto di Dio. Gesù annuncia il Padre che è Dio di compassione e di vicinanza, che non vuole la morte, ma alla vita. Il gesto di Gesù restituisce il figlio all’incontro e alla vita. Questa apertura è possibilità di vivere nella risurrezione già nel presente: sta qui il senso nascosto di un gesto che non è tanto miracolo meraviglioso da cui essere schiacciati nel senso del sacro, ma indicazione della possibilità di incontrare il Dio della vita nel presente. Quando qualcuno è restituito alla parola da offrire e ricevere, quando si attua la compassione che di fronte al dolore invita a non piangere già è presente profezia del Dio che asciuga ogni lacrima e desidera la vita per i suoi figli e figlie.

Gesù vive questo gesto facendo scorgere il senso della sua vita nell’incontro con una vedova: nel volto di quella vedova in lacrime è presente la parola del vangelo, quale bella notizia per la vita. Dio è presenza che restituisce per comunicare. Questo è possibile nella morte e oltre la morte. Risurrezione non è solamente annuncio di una condizione futura ma significa scorgere nel presente una vita in cui Dio visita. “Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo ‘Un grande profeta è sorto tra noi’ e: ‘Dio ha visitato il suo popolo'”. Quella vedova senza appoggi e che rimane silenziosa, è donna segnata dalla povertà, dalla mancanza che suscita la vicinanza e compassione di Gesù. In quell’incontro si apre uno squarcio sulla visita quale movimento proprio di Dio: Gesù è profeta di un Dio che visita restituendo all’amore, alla relazione.

Alessandro Cortesi op

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Parole perdute

“Le parole perdute nascoste in fondo al cuore/ aspettano in silenzio un giorno migliore/un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice

Ritrovare te stesso, senza avere vergogna/di ogni tuo sentimento, in questa grande menzogna/dell’uomo reso libero ma schiavo del profitto/e intanto il tempo passa, passa (…)

Le parole perdute hanno camminato tanto/oltre le apparenze in eterno movimento/tra quello che vorremmo e quello che dobbiamo/con l’anima in conflitto per quello che non siamo

Le parole vissute le ritrovi nelle strade/aspettano in silenzio le belle giornate/e un lampo di coraggio per tornare in superficie/un tempo felice, un tempo felice

(…) amami amore mio, voglio crederci ancora/stringimi amore mio, ritornerà l’aurora/ritornerà l’aurora, ritornerà l’aurora/un tempo felice, ritornerà l’aurora”

‘Le parole perdute’ è titolo di una canzone di Fiorella Mannoia, cantautrice italiana, inserita in un’antologia di suoi pezzi del 2014. Come lei stessa ha avuto modo di affermare “questa canzone ha un testo più politico di quanto sembri. Solo apparentemente ‘Amami amore mio’ è riferito a un partner: è rivolto a tutti noi”.

L’invocazione ‘amami amore mio’ si accompagna al richiamo alle parole perdute. Sono queste parole nascoste in fondo al cuore, parole del cammino, parole che si impastano con la vita divenendo scelte e orientamenti di relazione, di incontro. Farle rivivere recuperandole dallo smarrimento in cui sono cadute esige atti di coraggio, pazienza per farle tornare in superficie. Le parole perdute sono le parole che esprimono nostalgia di relazione e recano con sé anche esigenza di impegno, disponibilità a far fatica, a rischiare per poter essere restituite alle voci, ai cuori, per divenire parole comuni, condivise.

Parole perdute sono tali per la presenza di schiavitù nuove, il dominio del profitto, l’assoggettamento ad una vita in cui vale solo il tirare dritti e non pensare agli altri, l’indifferenza del non fermarsi a guardare per scorgere nel volto dell’altro dell’altra, un volto simile, una richiesta di aiuto e un pianto.

Parole perdute sono quelle assenti in ogni gesto di violenza che si ripete in modo tragico contro le donne nel nostro presente, segni drammatici di immaturità nel vivere le relazioni, di incapacità di comunicare, di accogliere l’unicità e la libertà di chi sta di fronte.

Parole perdute sono quelle da recuperare non nel rinvio a mondi virtuali, ma nel reimparare un alfabeto ed una grammatica del quotidiano, nell’apprendere a sillabare nuovamente. E così dire parole amiche ormai dimenticate, pensate come inutili, parole nuove che aprono a cercare, e parole sconosciute accolte da voci che a volte sono solo cariche di pianto e sofferenze nascoste, da ascoltare, da accompagnare. Parole perdute sono quelle da restituire ad una vita in cui scoprire il legame profondo che tiene insieme ogni volto e il reale, per alzarsi alla capacità di stringersi insieme in un cammino dove ciò che è comune sia avvertito come proprio e profondo.

 “Amami amore mio, sono parole semplici/amami amore mio, noi resteremo complici/amami amore mio, che il tempo corre in fretta/stringimi amore mio, tienimi stretta.

Che i sogni si allontanano, ce li portano via/i sogni si allontanano, ce li portano via/stringimi amore mio, che siamo ancora in tempo/amami amore mio, noi siamo ancora in tempo/noi siamo ancora in tempo, noi siamo ancora in tempo/un tempo felice, felice”

Alessandro Cortesi op

Ss. Trinità – anno B – 2015

girotondoDt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

“Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”.

Cieli e terra, lassù e quaggiù. Sono le dimensioni della nostra esistenza. Ci sono i cieli lontani ma anche i cieli vicini, quelli interiori, quelli dentro al cuore. C’è una terra che sta sotto i piedi, la zolla di terra dove ha luogo l’esistenza quotidiana e il nostro lavoro e c’è una terra desiderata e sognata, quella che sta davanti a noi e che attrae nella tensione al futuro. Dio è presenza che avvolge cieli e terra, l’alto e il basso. Ma anche il tempo e i tempi della vita, il passato, il presente, il futuro, con tutte le stagioni e le età.

Contro le visioni che separano cieli e terra, luoghi del divino e luoghi dell’umano, nella Bibbia il volto di Dio è percepito come presenza personale dentro la vita, in tutte le sue dimensioni. Sta oltre, è ‘lassù’, ma anche è presente ‘quaggiù’. Il Dio lontano, il ‘totalmente altro’ è anche il vicinissimo, più intimo a noi di noi stessi. L’incontro con Dio non è allora esperienza remota, riservata a persone o momenti eccezionali, ma può essere esperienza vicina. Può essere vissuta nel cuore dell’esistenza, nei suoi momenti, nel quotidiano. Racchiude una presenza che mai è dominabile, sempre oltre e mai a disposizione di pretese di controllo e potere, e nessuna cosa e nessun uomo può essere considerato dio: per la Bibbia la grande incomprensione nei confronti di Dio, il grande peccato anche, sta nell’idolatria e nella costruzione di falsi divinità a cui dedicare tutta la vita.

Il Dio dei cieli e della terra è presenza che si fa incontro, comunica se stesso e rivolge la parola: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?”

Udire la voce è scoprire una parola donata ed entrare in un dialogo. Israele come popolo, guidato dai grandi profeti uomini dell’ascolto, ha scoperto l’agire di Dio nella propria storia, si è sentito chiamato e coinvolto. Per accostarsi a Dio, la via da percorrere attraversa l’esistenza: si tratta di ascoltare una storia. La sua chiamata non è per costituire in stato di privilegio ma comunicazione di un dono di alleanza e di liberazione. L’intera vicenda di Israele trae origine dalla chiamata di Dio che suscita un’apertura universale.

Gesù indica il volto di Dio chiamandolo Abbà, Padre. I vangeli testimoniano un rapporto vissuto in modo unico con Abbà da parte di Gesù. Si è affidato totalmente all’Abbà soprattutto nei momenti decisivi e drammatici della sua esistenza: così nell’orto degli ulivi (Mc 14,36; cfr Gv 11,41; 17,1). Ma anche nei momenti quotidiani delle sue giornate in cui il suo ritirarsi in disparte, lontano dalla folla, in preghiera, rimase nella memoria dei suoi. Tutto ciò è esplicitato nella prima comunità dopo la Pasqua con l’espressione a lui attribuita di ‘figlio’ (Mc 13,32; 12,6; Mt 11,27; 22,37; Lc 10,22). Gesù è figlio perché tutta la sua vita è stata in rapporto al Padre Abbà. In lui ogni discepola e discepolo è invitato a scoprirsi figlia, figlio, e insieme fratello e sorella. E’ l’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, quando Gesù dona ai suoi di vivere la gioia di una sua presenza nuova nello Spirito.

Paolo esprime tale consapevolezza: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio”. Gridare Abbà è un dono di respiro, di voce. Ma è come vagito di un bimbo che cerca il volto che l’ha portato. E’ grido non di schiavi ma di figli. E’ voce di un’esistenza che si scopre in relazione ed avverte la propria fragilità. E’ un respiro che sta oltre la nostra misura e che pure è al più profondo di noi stessi. La presenza dello Spirito si incontra con lo spirito al cuore della vita. C’è un soffio di vita che proviene da Dio che è attesa e apertura al soffio dello Spirito. “Dio è Spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,24). Il termine Spirito (ruach) nella lingua ebraica è femminile ed esrpime la forza e la energia del soffio.

C’è una presenza dello Spirito nella natura e nella storia oltre ogni confine. Figli di Dio sono tutti coloro che sanno lasciare spazio all’agire dello Spirito. Negli appelli alla cura, alla accoglienza, alla riconciliazione, al servizio, alla benevolenza lì è presente un soffio silenzioso dello Spirito. Tutti coloro che intendono la vita non chiusa nei propri interessi ma per gli altri, chi vive di attenzione per chi è solo, chi accompagna deboli e indifesi, chi lotta per la giustizia e sta accanto a chi è oppresso, chi accompagna a crescere passo dopo passo, chi con il proprio lavoro e la propria attività quotidiana rende il mondo più umano, chi semina bellezza per dissetare ricerche di gratuità, chi vive il rispetto mite per gli esseri viventi e per le cose, tutti costoro sono persone disponibili all’opera delicata dello Spirito. E’ una chiamata che attraversa tutta l’umanità e il cosmo stesso. Lo spirito soffia nel desiderio umano di pane e di dignità, nella ricerca di affetti e di riconoscimento, nella costruzione di relazioni di ospitalità e cura, nella gratuità di chi spende il tempo nella preghiera e di chi lo vive nel servizio e nella dedizione ad educare.

“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo… ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”

L’incontro con Gesù risorto è anche invio: ora la sua presenza si fa vicina in modo nuovo nello Spirito. Gesù affida la sua promessa ai suoi discepoli dopo la Pasqua sul monte, come sul monte – secondo Matteo – aveva pronunciato il discorso in cui chiamava ‘beati’ tutti coloro che potevano scorgere nei suoi gesti la vicinanza di Dio. Li chiama ad andare e consegna anche una promessa. E’ una missione con orizzonti vasti: i discepoli sono inviati a tutti i popoli. Inviati a immergere (battezzare) nella vita di Gesù, a comunicare l’incontro con lui che coinvolge la vita, e a trasmettere le sue parole, la sua testimonianza. E’ un invio per far crescere persone libere capaci di ascolto della chiamata a seguirlo, capaci di vivere come lui ha vissuto, nel servizio. Ed è anche affidamento di una promessa. ‘Sarò con voi’: è questa la parola al cuore della speranza che sorregge la vita di chi segue Gesù.

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(Le Corbusier, Notre Dame du Haut Ronchamp)

Alcune riflessioni per l’oggi

Sostare sul volto di Dio come comunione conduce a pensare la vita personale e la vita di comunità. Siamo così chiamati a scoprire l’origine e  la radice della vita in un dono di relazione. Di qui siamo chiamati a compiere quell’immagine che è ancora promessa.

Essere docili all’agire dello Spirito non è facile: esige disponibilità interiore, libertà, coraggio nel lasciarsi condurre laddove lo Spirito attrae. “quando uno stormo si alza in volo – dice un proverbio africano – vuol dire che qualcuno per primo vi ha dato inizio”. Certamente esige ascolto, delle persone, delle situazioni, della natura. solamnete una vita più semplice può renderci sensibili a quella sintonia da trovare tra lo Spirito e il nostro spirito.

Insistenti segnali di esclusione e di chiusura sono presenti nella vita sociale: ‘andare’ è il verbo della missione. Ma missione non significa fare qualcosa, né entrare in una logica di proselitismo. La riflessione soprattutto dopo il Vaticano II ha condotto a scoprire che la chiesa non ha una missione, ma il suo essere stesso è missione, è coinvolgimento nell’invio di Gesù, è seguire le chiamate dello Spirito. Andare, vivere la missione oggi si declina nei termini del dialogo e dell’incontro, dell’ospitalità e della visita. Credere in un Dio comunione è oggi sfida a dire nella vita la fiducia nei rapporti e nel costruire tessiture di ‘noi’, di ascolto e di cura come luoghi in cui lasciare spazio al suo venire.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno B -2015

DSCF5501Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie…” C’è una differenza radicale, una distanza incolmabile indicata da queste parole che esprimono il rapporto tra Dio e la condizione umana. Dio è altro, diverso, non riducibile alla misura umana. Le vie umane non possono incrociare le sue vie. La voce profetica è una provocazione a mettersi davanti a Dio come ‘colui che è Altro’, riconoscendo una distanza invalicabile. Il nostro parlare di Dio, il nostro tentativo di nominare Dio stesso e di rinchiuderlo entro la pochezza dei nostri pensieri deve tener conto e sostare su queste parole: ‘i miei pensieri non sono i vostri pensieri’. C’è una distanza come dal cielo alla terra, incommensurabile.

Eppure questa parola profetica non parla solo di una distanza ma insieme e in modo paradossale sottolinea anche una vicinanza inattesa: da quel cielo lontano e irraggiungibile, come la pioggia e le neve, la parola di Dio si fa vicina, scende e feconda la terra, luogo della vita umana, e la trasforma. Ne sorge un processo di fecondazione e può fiorire un frutto di vita, qualcosa di nuovo, che fa trarre seme, il tesoro da consegnare per la vita futura, e pane, possibilità di vita come nutrimento e senso del quotidiano. Il Dio lontano si è fatto vicinissimo, il suo disegno è nei termini della comunicazione e dell’incontro. Entra nella storia e la sua presenza è da scorgere nella vicenda del cosmo.

Da qui l’invito: “Cercate il Signore mentre si fa trovare”. Il Dio lontano è anche il vicinissimo, che si comunica. La sua parola non rimane esterna, al di fuori, ma permea la terra e l’umanità come pioggia, come neve, come acqua che si diffonde e irrora la terra. La sua parola non è distante e inavvicinabile, ma è vicina, sta dentro alle cose. E’ da cercare come cercatori di tracce e di parole…

Se da un lato questa parola è provocazione a non rendere Dio una costruzione della nostra piccolezza, una proiezione della miseria dei nostri pensieri, dall’altro questa pagina è anche annuncio di vicinanza, apre alla ricerca non solo di una traccia di Dio, ma della sua parola, del suo comunicarsi dentro le cose, la realtà umana, il nostro vivere.

Non solo: il Dio umanissimo è il Dio che si fa vicino e nell’incontro trasforma, cambia e rende capace la storia umana di fecondità di vita nuova: capace di frutti che portano seme e portano pane. L’incontro apre ad un cambiamento impensabile, al sorgere di una nuova creazione, ad una fecondità inimmaginabile.

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(Lucio Fontana, 1899-1968 – Concetto spaziale Attese 1968)

La scena del battesimo di Gesù nel vangelo di Marco è una bellissima lettura teologica del rapporto che Gesù nella sua vita ebbe con Giovanni detto il battezzatore.

Quando Gesù si immerge ‘vide i cieli squarciarsi’ – dice Marco. E’ una potente immagine, rinvio ad un’altra lacerazione che Marco pone a conclusione del vangelo al momento della morte di Gesù: “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo” (Mc 15,38). L’intero vangelo è posto tra questi due squarci, al battesimo/immersione nelle acque e alla croce/immersione nella morte. Due spazi separati, cielo e terra vengono congiunti in tale aprirsi. Lo spazio di Dio non è più lontano, inaccessibile. Né è raggiungibile solo attraverso la mediazione del sommo sacerdote che entrava nel Santo dei santi dopo aver oltrepassato il velo. Il cielo non è più luogo di Dio contrapposto alla terra luogo degli uomini. Il mondo di Dio è vicino nell’umanità di Gesù, il crocifisso. L’incontro con Dio è possibile in quell’umanità con cui Gesù si è reso solidale fino alla fine. Nuovo Adamo nella sua vita indica il senso della vita umana, la dignità di ogni volto.

Al momento in cui Gesù uscì dall’acqua dice Marco ‘venne una voce dal cielo’. Si tratta di una voce proveniente dall’alto, dal Padre, che porta in sé indicazione sull’identità di Gesù. Gesù è un ‘tu’ per il Padre, il Tu amante della sua vita. Gesù è anche indicato come ‘il figlio’: il cuore dlela vita sta nella relazione al Padre suo. Infine Gesù è l’amato, eletto: “in te ho posto la mia gioia”. Il testo racchiude così un’evocazione di espressioni del secondo Isaia, profeta della fine dell’esilio, dove la parola di Jahwè si rivolge alla figura di un enigmatico profeta: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui: egli porterà il diritto alle nazioni… Così dice il Signore Dio che crea i cieli e li dispiega , distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita…” (Is 42,1.5) E ancora “il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome… Mi ha detto: Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria” (Is 49,1.3).

Il momento dell’immersione nelle acque è visto da Marco come passaggio della chiamata di Gesù, apertura di un cammino in cui gli si rende chiaro la direzione della sua missione. La sua vita è guidata nella forza del soffio di Dio, lo Spirito: solamente lui – secondo Marco – vide i cieli aperti e scendere lo Spirito come colomba. E’ unto dallo Spirito come profeta e messia. Un’esperienza interiore che viene così espressa per cogliere sin d’ora nel cammino di Gesù, le profondità della sua identità di profeta e di messia chiamato a ‘scendere’ e servire fino alla morte.

Il momento del battesimo è inizio di una missione a cui Gesù si scopre mandato, inviato: per gli altri, per tutti. Sarà ‘messia’ ma un ‘messia’ non a misura delle attese umane e della ricerca umana di potere. La sua vita di cui il Padre si compiace è una vita che si fa servizio e prende su di sé la storia di sofferenza degli uomini.

DSCF5514Una riflessione per noi oggi.

I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Dio è altro dai nostri pensieri… Si avverte la tragica autenticità di questa affermazione in momenti come quelli che stiamo vivendo in questi giorni,  in cui il nome di Dio è invocato – come nella strage perpetrata a Parigi – per rivendicare atti di violenza dell’uomo sull’uomo, ed è posto a sigillo di atti omicidi tesi a soffocare la libertà con il terrorismo e l’uso di armi portatrici di morte.

Di fronte alla barbarie e alla violenza siamo provocati a non cadere nella logica dell’intolleranza e della vendetta. Siamo di fronte alla sfida di costruire un mondo in cui non prevalga la logica della violenza e della sopraffazione: è la sfida a vivere ogni orientamento culturale e appartenenza religiosa come fattore non di violenza verso l’altro ma di ricerca di pace e di giustizia. E’ la sfida a pensare la possibilità di una convivenza insieme nel mondo del pluralismo delle culture, delle convinzioni e delle fedi.

Non è facile soprattutto quando prevale la scelte della violenza e del terrore: la più profonda risposta alla violenza del terrorismo non sta nella scelta di vie di guerra e di uso della violenza. Di fronte alla ferocia e alla violenza di chi nomina, in tal modo bestemmiandolo, il nome di Dio per uccidere dev’esserci chiarezza nella condanna e nella presa di distanza nei confronti di questo radicale tradimento della fede, di ogni fede, e una scelta chiara nel cercare e percorrere altre vie.

Dovremmo oggi sapere aiutare tutti i musulmani credenti ad operare la distinzione tra un autentica attitudine religiosa che mai può negare la dignità del volto umano e il tradimento dell’ispirazione religiosa con la scelta dell’intolleranza. Dovremmo aiutare ad esprimere con chiarezza la distanza dalle forme del terrorismo che si servono di riferimenti religiosi tradendone in radice l’ispirazione di una autentica fede. E’ un cammino che investe la nostra responsabilità cristiana nel tempo, nella memoria anche di come i cristiani abbiano perpetrato nella storia violenza, oppressione e scelte di uso delle armi e come ancor oggi giustificano o attuano scelte di oppressione e violenza. E’ un cammino di crescita in umanità per tutti e di immersione in questo presente che ci chiede di uscire insieme da ogni logica di esclusivismo e di violenza.

Davanti a tali episodi si levano voci di intolleranza, di vendetta, di odio. Ma altre vie possibili sono da ricercare: le vie in cui l’affidamento a Dio non può andare insieme all’esclusione o all’eliminazione dell’altro, le vie in cui lottare contro l’ingiustizia e per il riconoscimento della comune umanità e del comune destino che ci lega insieme sulla terra. Contro la decomposizione di una società che vive la disintergazione della paura viviamo la sfida di ricercare vie che gettino ponti nella quotidianità e conducano ad incontrare le persone con le loro storie.

Per questo anche ogni atteggiamento di disprezzo, di denigrazione, di diffamazione delle più profonde convinzioni dell’altro è, a mio avviso, espressione di una libertà immatura, incapace di comprendersi nella relazione, di scorgere un limite dettato dalla presenza dell’altro, dall’imperativo ‘non uccidere’ proveniente dal volto altrui, chiusa a lasciar crescere le possibilità di incontro.

La violenza perpetrata in nome di Dio è espressione di chiusura alla ricerca di Dio. C’è invece una chiamata da accogliere in questo tempo a cercare Dio mentre si fa trovare nel volto di quell’umanità sfinita e sofferente, la concreta umanità di volti vicini e lontani con cui Gesù si è fatto solidale fino alla fine.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica – tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0441Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Il motivo della vigna unisce le letture di questa domenica. La parabola dei contadini violenti di Matteo è la terza parabola del cap. 21 che parla dell’atteggiamento del rifiuto dell’annuncio del regno. Benchè vi possano essere riferimenti ad una realtà sociale e al rapporto tra padroni e contadini, questa pagina può essere letta come una allegoria con riferimento alla storia. A differenza della ‘parabola’ che nel linguaggio di Gesù è annuncio del regno in un paragone che parte dalla narrazione con riferimento alle vicende quotidiane della vita, la ‘allegoria’ è una costruzione narrativa in cui ad ogni elemento della vicenda corrisponde il riferimento ad altro. In questo caso il proprietario può essere interpretato in riferimento alla presenza di Dio, gli inviati sono i profeti, i contadini sono i capi del popolo, la vigna è il popolo di Israele, il figlio è riferimento a Gesù quale inviato del Padre.

Matteo riprende con modifiche proprie questa pagina già presente nel testo di Marco. In Marco il proprietario ha diritto solamente su una parte dei frutti e non su tutto come in Matteo. Si parla di tre invii di un servo da parte del proprietario in cui si assiste ad una progressivo accrescersi dell’ostilità e della violenza: il primo infatti è percosso, il secondo è colpito alla testa e il terzo è ucciso. In Matteo invece i servi inviati sono diversi, la seconda volta più numerosi dei primi e ad ogni invio corrisponde una medesima reazione violenta contro di loro: “uno lo percossero, uno lo uccisero, uno lo lapidarono”. In Matteo i diversi invii corrispondono alla presenza di diversi profeti in Israele, e si può individuare in questa scansione il riferimento dapprima ai profeti anteriori, poi ai profeti posteriori in fedeltà alla suddivisione delle parti della Bibbia ebraica.

Il racconto pone in risalto l’attitudine a voler possedere la vigna da parte dei contadini a cui era stata affidata. Nella scena finale, quando il proprietario decide l’invio del proprio figlio compare un riferimento alla vicenda del rapporto tra Dio e Israele. Gesù è indicato come il figlio e l’erede. Si può qui ritrovare un richiamo al salmo 80: “Visita questa vigna, proteggi colui che la tua destra ha piantato il figlio che hai reso forte per te”.

In Matteo l’allusione alla sorte di Gesù si fa più chiara che nella versione di Marco. In rapporto alla morte di Gesù avvenuta fuori delle mura di Gerusalemme (cfr. Eb 13,12) Matteo modifica il testo di Marco e dice che prima fu gettato fuori della vigna e poi ucciso.

In tal modo la conclusione dell’allegoria si conclude con una domanda di Gesù ai sommi sacerdoti e ai capi: “Quando verrà dunque il padrone della vigna che cosa farà a quei contadini? (Mt 21,40).

I sommi sacerdoti comprendono che Gesù stava parlando di loro e si riconoscono nella figura dei contadini. Non solo essi non hanno voluto consgenare i frutti della vigna ma sono anche responsabili del fatto che la vigna non ha portato frutti. Per questo ad altri contadini sarà affidata la vigna e gli renderanno frutti a loro tempo. Fuori di metafora si può intendere che è qui denunciata la responsabilità dei capi del popolo innanzitutto nel rifiutare la venuta dei profeti come inviati di Dio e infine anche Gesù, ma connesso a questo non vi sono frutti nella vigna perché non vengono accolti i profeti e Gesù stesso.

“Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” è chiave di lettura dell’intera pagina. Matteo designa questi altri contadini con il termine ‘popolo’ (ethnos), un termine che si espone a diverse interpretazioni. Può essere una ripresa del riferimento a “coloro che vi precedereanno nel regno di Dio”, i pubblicani e le prostitute di cui aveva parlato nella parabola precedente (Mt 21,31-32), tutti coloro che hanno ascoltato l’annuncio di Giovanni il battezzatore, Gesù e i missionari cristiani. Forse il termine può essere riferito ai responsabili della comunità intesa come la casa d’Israele insieme a tutti coloro che aderiscono ai profeti e a Gesù con riferimento al detto sui dodici apostoli che giudicheranno le dodici tribù d’Israele. Il termine ‘popolo’ può riferirsi anche a quel popolo costituito da tutti coloro che sono chiamati a portare frutti e che solamente alla fine si riveleranno come coloro che hanno agito secondo il vangelo (cfr. Mt 25,31-46), non dicendo Signore Signore (cfr. Mt 7,21-23), ma facendo la volontà del Padre nell’attenzione e della cura all’altro. Questo versetto ha potuto dare adito a interpretazioni che vedono una sorta di sostituzione per cui la chiesa verrebbe a sostituire il popolo d’Israele, antico popolo di elezione. Ma in nessun luogo della parabola si parla di un rigetto della vigna. E la chiave di lettura sta nel cantico della vigna di Isaia (Is 5): “la vigna del Signore… è la casa d’Israele”. La vigna è svelata così come potente metafora ad indicare una relazione: tutto viene da una attenzione viva, da una cura fatta di azioni tra Dio e il suo popolo. Il testo non dà nessun motivo per parlare della sostituzione della vigna di Israele con un’altra vigna (che sarebbe la chiesa come vero Israele): piuttosto il vero israele è identificato con Gesù, la pietra scartata che diviene pietra d’angolo.

Questa pagina presenta così alcuni tratti drammatici: il suo nucleo originale risale al momento in cui si fa più forte l’ostilità contro il profeta di Nazaret. E Gesù, davanti alla possibilità di un esito della sua vita che si stava delineando segnato dall’ostilità fino alla violenza, pronuncia queste parole davanti ai suoi avversari e per loro. Evoca la vicenda di sofferenza di una lunga serie di ‘servi’, con allusione ai profeti. Richiama la durezza della violenza nei confronti degli inviati, fino all’invio del ‘figlio’. “Costui è l’erede. Su uccidiamolo e avremo noi la sua eredità. Lo presero lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. “Che cosa farà il padrone della vigna a quei contadini?”
La conclusione, tirata dagli ascoltatori, è: “darà in affitto la vigna ad altri agricoltori”. E’ un monito severo a chi si ostina nel rifiuto, a chi pretende di essere possessore e padrone di un popolo. Un monito verso chiunque pretenda di possedere e di far proprio con la violenza il disegno di salvezza, di gioia, il regno di Dio. Dio continuerà a portare avanti il suo disegno: lo condurrà attraverso la debolezza e fragilità della pietra scartata. Gesù denuncia la violenza di chi giunge a togliere di mezzo anche il figlio. Parla di se stesso come del ‘figlio’ rinviando così allo svelamento della sua identità più profonda. Ma sceglie la via di non reagire alla violenza, di non seguire la medesima logica. Rinvia alla preghiera dei salmi: la pietra scartata diviene preziosa e fondamentale nel disegno di Dio. E’ questa la linea seguita da Dio in tutta la storia della salvezza . Gesù comprende la sua vicenda di passione come quella della pietra scartata. E in questo offre anche spazio alla luce della risurrezione.

DSCN0397Alcune riflessioni per noi oggi

I contadini della vigna sono presi solamente dalla preoccupazione di impadronirsi della vigna in considerazione del loro interesse. E’ questo un atteggiamento di chi avendo un compito di presidenza e di guida pretende di occupare il potere e di asservirsi degli altri, anziché vivere la propria responsabilità come attenzione, ascolto delle voci dei piccoli e cura per la crescita di tutti. E’ rischio sempre presente nella chiesa e nelle comunità dove chi sta a capo può pretendere di prendersi tutto lo spazio, non accetta il confronto, impone la propria visuale in modo ideologico come normativa, non vivendo l’autorità come ascolto condiviso della Parola, come un far crescere, come un lavorare per un cammino comune. In questi giorni è uscito un libro di Vinicio Albanesi presidente della comunità di Capodarco (prete di strada e studioso di diritto canonico) dal titolo ‘Il sogno di una chiesa diversa. Un canonista di periferia scrive al papa” (ed. Ancora). In una presentazione del libro il 30 settembre a Tv2000 ha detto: “Il Signore predicava, guariva, ammoniva, ma si commuoveva, viveva. Chiesa da campo è l’umanità che a volte ti chiede aiuto, consiglio, conforto, perdono. Se tu ti arrocchi nel rito, nelle cose stantie… L’organizzazione della Chiesa è troppo clericale, verticistica e fatta di persone celibi. Questa cupola va distrutta, perché la Chiesa è il popolo di Dio, che certo ha bisogno di una guida. Ma se ce l’hai tetragona e distante… Quindi auspico un cambiamento delle strutture, dalla Curia romana fino alle parrocchie. Se io ti offro uno schema in cui il mio essere prete dipende ed è in continuo contatto con il popolo del Signore, ho individuato nel sinodo permanente – un insieme di persone coniugate e no – quello che gestisce la vita della Chiesa. Nel Codice di diritto canonico abbiamo ridotto i battezzati a sudditi. Deve essere l’alto che cede, altrimenti il suddito non è degno di parola. La prima cosa che ti dicono è che non sei ortodosso (…) La gerarchia è principio di unità, ma accanto alla gente, al popolo di Dio. Io sono guida, parroco, ma in alcuni momenti vado supportato e anche ripreso, perché non sono infallibile”.

Gesù fa riferimento al salmo 118,22-23: la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. C’è un operare di Dio che lavora nei cuori e lo stile di Dio è quello di scegliere chi dal punto di vista umano ha meno doti e capacità perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio di una propria grandezza. Accogliere il suo operare genera così la meraviglia di un mondo nuovo possibile in cui nessuno venga scartato o emarginato. Proprio la pietra scartata che è Gesù è divenuta la pietra su cui fondare la costruzione di una comunità nuova, in cui al centro non sta l’efficienza ma l’accoglienza. Oggi viviamo il dramma di una logica che pervade l’economia ma penetra anche nei rapporti sociali: qualcuno è visto come da scartare. Non vi è spazio per la compassione nel guardare ogni volto, ogni pietra possibile di una costruzione del vivere comune come importante. In contrasto con la logica dello scarto, questa parola provoca a pensare come dare spazio ad ogni scartato dalla società del benessere per mettere al primo posto la relazione, l’importanza del riconoscere in ogni volto l’immagine di Dio. Contro ogni discriminazione e esclusione. E’ questo anche uno stimolo alla creatività nello scoprire come da ciascuno e insieme si potrebbero trovare modi e risorse per uscire insieme dalla crisi, per percorrere vie di condivisione. Mettendo insieme i pezzi scartati e creando mosaici nuovi di convivenza.

In questi giorni (2 ottobre) in cui ricorre la giornta mondiale per la nonviolenza che coincide con il compleanno di Gandhi, ascoltare questa parola ripropone la grande questione della scelta nonviolenta al cuore dell’esperienza di Gesù, rivelazione del volto di Dio come amore che si comunica nella debolezza dell’offrirsi, dell’affidarsi. Le situazioni di violenza che in vari modi occupano i nostri giorni sono appello a chi si lascia interrogare d Gesù a chiedersi quale testimonianza di nonviolenza, a partire dagli stili quotidiani di rapporto con gli altri siamo chiamati a testimoniare. Forse nel tempo della violenza essere segno e presagio di un mondo nonviolento è l’appello di Dio nel presente.

Alessandro Cortesi op

Solennità della Ss. Trinità – anno A – 2014

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(nella foto: Villa Maria College Chapel – Santiago de Chile)

Es 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-28

“Gesù disse a Nicodemo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”

Dalle testimonianze dei vangeli sull’esperienza storica di Gesù emerge il rapporto unico e profondo che lo legava al Padre. La sua preghiera ne era un segno, il suo ritirarsi da solo sul monte per vivere un dialogo personale con l’Abba. E così anche l’orientamento radicale della sua esistenza di compiere unicamente la volontà del Padre. Il suo annuncio e testimonianza si possono sintetizzare nelle parole: ‘il regno di Dio è vicino’. Dopo la Pasqua la comprensione dei discepoli sulla vita di Gesù si apre a dimensioni nuove: essi scorgono allora che nei suoi gesti e nelle sue parole stava nascosto il mistero profondo della sua persona e della sua identità. Scoprono che Gesù non è stato solamente un grande profeta di un passato ormai concluso, ma è vivente, vicino che si dà ad incontrare. L’intera sua sua vita è stata segnata dalla relazione con il Padre, dal sapersi ‘mandato’ dal Padre: “Lo Spirito del Signore è su di me… Egli mi ha scelto per portare ai poveri la bella notizia della salvezza” (Lc 4,18). Ricordano quanto Gesù fece e disse quando era con loro e cercano di esplicitarlo. Nella luce nuova della Pasqua scoprono in modo nuovo che la vita stessa di Gesù affonda le sue più profonde radici nella vita di Dio, anche la sua morte è divenuto luogo dell’affidmaneto più profondo. Il quarto vangelo parla così del ‘Figlio’, colui che da sempre sta in rapporto di accoglienza e di dono nei confronti di Dio, il Padre principio di ogni cosa. A partire dal modo in cui Gesù ha vissuto, dal suo donarsi poco alla volta scorgono il volto di Dio narrato nei suoi gesti e da lui reso vicino: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito…”

Il volto di Dio è amore che si dona. Gesù, uomo che ha fatto della sua vita un percorso di dono e di servizio agli altri ha narrato il volto del Padre. Nella sua vita si scorgono dimensioni più profonde di quelle umane: è il messia, l’inviato, il servo che ha compiuto la volontà del Padre che nessuno ha mai visto. E’ lui, dice il IV vangelo, il Figlio del Padre, l’interprete del Padre per noi, colui che lo ha raccontato divenendo parabola di Dio: ‘Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere’ (Gv 1,18).famiglia1

Ricordarono anche le promesse di Gesù che aveva parlato loro di un Consolatore che sarebbe rimasto con loro, lo Spirito di verità.

Nel colloquio con Nicodemo, un uomo saggio ed in ricerca, Gesù parla del volto di Dio: è il volto di chi ‘dà’. C’è un dono del Padre e il dono del Figlio e tutti sono per la vita e la salvezza dell’uomo. Vivere questo incontro, dice Gesù a Nicodemo, non è questione di capacità o di sapienza umana, ma è opera di una nascita ‘di nuovo’ e ‘dall’alto’, opera non dello sforzo umano ma dello Spirito, da implorare e da accogliere. Così il IV vangelo esprime l’identità di Gesù: ‘io e il Padre siamo una sola cosa’ (Gv 10,30): tutta la sua vita sta sotto il segno del dono per farci entrare in questa comunione di amicizia con il Padre.

Gesù ha reso vicino il volto di Dio comunione: il suo progetto non è giudicare il mondo, ma che il mondo si salvi. E’ un volto affascinante e nuovo: ha i caratteri dell’amore personale, della cura e della passione perché tutto il mondo trovi salvezza. Paolo esprime questo dicendo che lo Spirito è la presenza Dono: “Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato” (Rom 5,1-5).

Le ultime parole della seconda lettera ai Corinzi, fanno scorgere il profondo legame tra il volto di Dio comunione e la nostra vita, vita non di schiavi ma di figli (cfr. Gal 4,6-7), chiamata ad accogliere il dono della comunione e a renderlo : “Fratelli, vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13).

Alessandro Cortesi op

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Il nome e il volto di Dio vanno venerati nel silenzio. E’ questa una attitudine propria degli autentici credenti che percepiscono la delicatezza e il rischio di un parlare su Dio che diviene immancabilmente una chiacchera umana, spesso vuota quando non ambigua. Una delle affermazioni meno considerate di Tommaso d’Aquino è che di Dio è molto più quello che non conosciamo di quello che possiamo pensare di conoscere. Per questo accostarsi a parlare di Dio può essere possibile solamente togliendosi i sandali. Un togliersi i sandali dovuto anche ai rischi del parlare di Dio riducendolo ad una costruzione che giustifica le ideologie umane, i sistemi di potere politico o religioso, le ingiustizie dell’iniquità e dello sfruttamento. In nome di Dio nella storia sono state compiute le violenze e le ingiustizie più atroci. Il suo nome è stato posto sulle bandiere di eserciti, inciso sui cinturoni dei carnefici di Auschwitz, invocato prima di provocare attentati o posto a sigillo di dichiarazioni di guerra fino ai nostri giorni. C’è una pronuncia del nome di Dio invano che è grande peccato del nostro presente quando non si legge il suo nome unito ai nomi dei sofferenti, degli oppressi e di chi chiede giustizia.

Una festa dedicata al volto di Dio Trinità può essere occasione per riflettere sul volto di Dio di Gesù Cristo partendo da quel passaggio fondamentale del prologo del IV vangelo: “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui ce lo ha raccontato” (Gv 1,18)

Due immagini nella storia dell’arte presentano la tradizione occidentale e quella orienatle sul volto di Dio di Gesù Cristo. Nell’affresco di Masaccio in santa Maria Novella a Firenze al centro dell’immagine sta il crocifisso: è l’uomo della croce morente che manifesta una umanità affidata totalmente affidata al Padre. La croce è tenuta dalle braccia aperte del Padre raffigurato nella classica iconografia di un anziano di anni, con lo sguardo fisso e la barba bianca. Non un Dio impassibile, ma un Dio della compassione e della sofferenza. Gesù sulla croce parla di “uno della Trinità che ha sofferto” come insistevano nei secoli dei dibattiti cristologici coloro che intendevano porre accento sulla identità divina del Figlio. Sulla croce la morte ha toccato la vita di Dio stesso: lì, nell’evento della morte di Gesù è narrato il volto di Dio. Paolo parla di Gesù come di colui che ‘mi ha amato e si è consegnato per me’ (Gal 2,20): la croce è rivelazione dell’amore che si affida e consegna fino alla fine.
L’affresco di Masaccio suggerisce anche un altro aspetto del volto di Gesù in rapporto al Padre. La centralità della croce nell’immagine parla della storia umana del profeta di Galilea: è una croce piantata sulla terra e dice riferimento all’intero cammino di Gesù. La vicenda di Gesù è segnata da una consegna, dal tradimento di qualcuno tra coloro che aveva scelto per stare con lui, e anche dall’abbandono di tutti gli altri. Gesù è consegnato ma tutta la sua vita nelle sue dimensioni più profonde è una consegna: ad una lettura più profonda si può vedere come Gesù liberamente si è consegnato, ha fatto della sua esistenza una pro-esistenza, un darsi fino alla fine per gli altri e in ascolto al Padre. La croce è evento che dice qualcosa di Gesù come ‘figlio’, presenza che sta in relazione. Ha inteso la sua vita totalmente nella relazione davanti al Padre, con lui e per l’umanità. Dio lo trattò da peccato in nostro favore (2Cor 5,21), è diventato egli stesso maledizione per noi (Gal 3,13;). L’intero percorso di Gesù comincia ad essere compreso dalle prime comunità cristiane dopo la Pasqua come una ‘discesa’: si è svuotato assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,7-8). Nel suo discendere Gesù giunge ad aprire e liberare gli abissi più remoti e lontani dell’esistenza umana: è quanto viene espresso in 1Pt 3,19: ” e nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere”. La sua discesa è svuotamento che giunge a toccare gli inferi, simbolo della solidarietà con tutti gli abbandonati della storia.

L’ora della croce in questo affresco è l’ora della grande rivelazione del Padre e del Figlio: il Figlio narra il volto di un Dio che discende negli abissi della morte, passa attraverso la morte, e si fa carico del peccato umano, vivendo così la vicinanza più radicale con la vicenda dell’umanità. Non un Dio lontano e impassibile ma un Dio che si carica del peccato per liberare l’umanità e aprirla ad una storia nuova. Non c’è più alcun luogo della storia che può dirsi lontano e inascoltato dal Dio di Gesù.
Sulla croce Masaccio presenta anche l’allusione allo Spirito. Nel IV vangelo al momento della morte ‘Gesù consegnò lo Spirito’ (Gv 19,30). Gesù consegna lo Spirito. La sua consegna al Padre, la consegna del Padre che dà il Figlio per la vita del mondo, si fa consegna dello Spirito. E’ dono del soffio che fa nuove tutte le cose, genera comunità, apre alla comunione. Lo Spirito è dono del Risorto per noi: sulla croce è così narrato un volto di Dio non solo come mistero del mondo ma come Dio amore, non solitudine ma relazione: il Padre fonte di ogni relazione e di ogni gratuità, il Figlio che da sempre si è lasciato amare e vive l’ascolto e la gratitudine dell’amore come obbedienza e risposta; lo Spirito vincolo del Padre del Figlio, presenza-dono, che unisce e tesse la comunione.

Nell’affresco di Masaccio il volto di Dio amore si comunica nella croce piantata al cuore della vicenda umana e della storia a coinvolgere una storia di chiesa, di comunità chiamata ad entrare in questa vicenda di incontro. L’uso della tecnica della prospettiva e la presentazione dei personaggi sotto la croce, con le figure dei committenti in un altro piano, è allusione ad un evento che percorre la storia, ad una comunione che unisce storia di Dio  e storia dell’umanità. Coinvolge coloro che, entrando a s.Maria Novella dalla porta di via degli Avelli dopo aver attraversato il piccolo antico cimitero, dopo essere passati attraverso il ricordo della morte, evocata anche nella parte inferiore dell’affresco (nella raffigurazione del cadavere con su scritte le parole: ‘io fui già ciò che voi siete, quel che io sono voi ancor sarete’) , si trovano coinvolti come figli, partecipi di una vicenda di amore, di vita, di risurrezione.

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Nella tradizione orientale una tra le icone che evocano la presenza di Dio descrivendo un evento biblico è l’icona dell’ospitalità di Abramo, opera del monaco Roublev: in essa si possono distinguere tre angeli raffigurati in una immagine che evoca la visita dei tre ospiti ad Abramo alle querce di Mamre nell’ora più calda del giorno (Gen 18). La quercia sullo sfondo e la roccia sono due simboli che ricordano come l’evento di Mamre è momento della rivelazione di Dio che sul monte si rivela e si fa incontrare ad Abramo nel momento dell’ospitalità offerta e ricevuta. In ogni gesto di ospitalità c’è una traccia di Dio.

I tre angeli sono per un verso uguali: i medesimi volti, i medesimi abiti che li coprono – pur se i colori con la loro simbologia, sono diversi – i medesimi troni su cui siedono come sovrani. Ma sono anche diversi: c’è un gioco di sguardi che traccia tra i tre una circolarità. Fonte e sorgente è il volto della figura dell’angelo di sinistra con il mantello dorato segno della trascendenza divina (figura che evoca il Padre) e passa per l’angelo al centro (il Figlio), in tunica blu e mantello rosso (evocazione della divinità, umanità e della passione), che china il capo in segno di accoglienza di una missione e di ascolto. Con la sua mano accenna ad indicare l’agnello posto al centro della mensa che sta nel mezzo. La corrente degli sguardi giunge all’angelo di destra (lo Spirito santo) unito agli altri due dal medesimo colore blu della tunica e con un manto verde, colore della speranza. Unendo i volti dei tre lungo le aureole con una linea si può così disegnare un cerchio e la loro posizione è tale che apre uno spazio di inserimento e di accoglienza da parte di chi si pone davanti all’icona. Ma anche i gesti delle mani e delle dita in qualche modo sono segni di un dialogo profondo e intimo, che avvolge da un lato i tre e dall’altro li apre ad accogliere in una ospitalità che si fa apertura e porto.

trinita-di-rublev-520x245L’unità dell’unico Dio, ci dice questa immagine, non è una realtà immobile senza vita e senza passione. E’ piuttosto un movimento senza posa, una danza di sguardi e di presenze, di parola donata e ricevuta. Il volto di Dio di Gesù Cristo è totale inabitare dell’uno nell’altro; è quella relazione che è nostalgia profonda di ogni relazione umana. Il rimanere l’uno nell’altro in una reciprocità di gioia e di dono. Ed è un continuo muoversi, una danza appunto, che sorge da un donarsi e da un rimanere, espressi nella sensibilità della teologia orientale con il termine ‘pericoresi’ (reciproco stare l’uno nell’altro). Lo Spirito in questa linea di lettura è l’estasi di Dio, colui che apre la relazione del Padre e del Figlio in una circolarità che si allarga. La chiesa è allora icona della Trinità, ma più profondamente tutta la vicenda umana, la struttura stesa dei singoli e delle comunità umane portano un’impronta di questa vita che è relazione come origine e sorgente e come patria e porto a cui tendere.

Alessandro Cortesi op

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