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XXXIII domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN1514Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

Il libro di Daniele si pone nel quadro della letteratura apocalittica: tentativo di lettura della storia scorgendovi la presenza di Dio nonostante il male e le contraddizioni presenti. Utilizzando molteplici simboli parla di un giudizio in un tempo lontano e introduce la enigmatica figura del ‘figlio dell’uomo’ in un contesto di sconvolgimento del cosmo.

“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”.

Figlio dell’uomo ha qui i tratti di una figura collettiva, un popolo di ‘santi dell’Altissimo’ con una funzione di giudizio che inaugurerà un regno diverso da quello degli imperi umani nella storia. Un giudizio nel quale il male viene definitivamente eliminato (Dan 7,22).

Ad un primo impatto queste pagine suscitano timore e inquietudine, ma intendono proporre un messaggio di speranza per tutti coloro che hanno vissuto la fedeltà: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dan 12,1-3). Nel tempo della persecuzione e della fatica Daniele offre parole di sostegno a chi sperimenta la fatica di resistere e per chi è stato fedele risultando agli occhi umani un fallito. L’ultima parola sulla storia – dice Daniele – è quella di Dio che salva.

“Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte…”. Gesù affida ai suoi la promessa che la nostra storia non è un vagare senza orizzonte ma è situata in un incontro. Il pensiero al futuro non dev’essere motivo di angustia perché sin d’ora c’è una novità in atto, già al di dentro della storia e della vita. Quello che ci è dato è tempo di speranza, di germogli perché è tempo di incontro.

Gesù distoglie così dal farsi domande sulla ‘fine del tempo’, inviata invece a puntare l’attenzione sul tempo in cui è possibile vivere nell’orizzonte di ciò che vale per sempre. Richiama i suoi ad un’attenzione al presente: è già occasione in cui è possibile vivere in modo nuovo. Nel presente è già in atto quella presenza che sarà il fine di tutta la storia. Per questo non è tempo vuoto, ma tempo in cui la vita sta spuntando. Come le foglie del fico mentre l’estate si avvicina. E’ momento per vivere l’incontro con qualcuno che viene. Gesù è già venuto, ma promette ai suoi che tornerà e sarà allora un ritornare definitivo. In questo frattempo è possibile coltivare l’incontro, la novità inaugurata con la risurrezione, fino alla comunione per sempre con Dio e con gli altri. “… sappiate che egli è vicino, alle porte…”: per chi accoglie la promessa di Gesù il futuro assume i contorni di un av-venire in cui al centro sta la presenza del risorto. E’ presenza che spinge all’incontro. Ed è un incontro che apre agli altri, a coloro con cui Gesù si identifica, il povero, il marginale, l’ammalato. Questo approdo finale già offre segni nel quotidiano e nella storia. Il germogliare del fico è una parabola che riguarda la presenza della novità del regno di Dio.

L’atteggiamento da coltivare è apprendere a scrutare e leggere i ‘segni dei tempi’. Viviamo già in un tempo salvato, in cui sono presenti chiamate e trace di salvezza. All’interno di esso sta crescendo come seme il ‘regno’: il regno è la presenza stessa di Gesù che ha incontrato e ha preso su di sè la storia umana e ha inaugurato un nuovo mondo, nuovi rapporti umani, un nuovo rapporto con Dio. Spesso siamo troppo preoccupati di portare qualcosa, quando invece forse l’atteggiamento di una chiesa povera sta nella dimensione dell’ascolto e dell’accoglienza. Ascolto delle chiamate che giungono dalla storia; accoglienza negli incontri con il volto di colui che viene e si fa incontro. Fissando lo sguardo su ciò che Gesù ha fatto. Per questo il presente è tempo di attenzione e responsabilità.

DSCN1472Alcuni motivi di impegno per noi oggi.

Il tempo si è per molti aspetti abbreviato: con i mezzi a disposizione riusciamo a fare tante più cose, e riusciamo a farle contemporaneamente, tendendo a superare ogni limite. La possibilità di comunicazione immediata è grande occasione che ha reso più veloci gli scambi e con essi la possibilità di lavorare, di collaborare, di scambiare idee, scritti, conoscenze. Il rischio che oggi viviamo è quello di lasciarsi sopraffare dagli strumenti a disposizione: è l’esperienza che sperimentiamo di essere talmente assorbiti dalla tensione a sfruttare ogni attimo con l’uso di strumenti tecnologici, da non avere più tempo, parole e attenzione per le persone che ci troviamo davanti. Così non c’è più il tempo che interrompe il lavoro e l’efficienza, non c’è più il tempo libero in quanto tempo liberato da impegni, esigenze e scadenze. E progressivamente viene meno il tempo della gratuità, dei gesti che non producono e non procurano efficienza, delle parole scambiate e che sono semi gettati di legame a scalfire le solitudini degli individui connessi con tutti ma isolati e inascoltati.

Imparate dal fico: ci sono segni da leggere. C’è una disponibilità da maturare a scorgere i piccoli segni. Centrando lo sguardo su Gesù. E’ quello che Francesco ha ricordato in modo chiaro ai delegati al convegno della chiesa italiana a Firenze nei giorni scorsi ridefinendo un indirizzo di stile di chiesa che abbandoni ossessioni che l’hanno segnata e continuano peraltro a segnarla pesantemente.

Con rinvio all’inno di Filippesi cap. 2 ha richiamato ad un cammino di chiesa che assuma l’umiltà di Cristo, il suo scendere e svuotarsi come criterio di fedeltà a lui: “Il primo sentimento è l’umiltà. «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre”.

Il tema del convegno era centrato sull’umanesimo, e la declinazione del tema articolata da Francesco è stata nel senso di liberarsi da pretese di costruzione di una nuova organizzazione di potere. Ha così spostato la riflessione dall’umanesimo – quale riferimento per molti aspetti complesso e con possibili ambiguità – all’umanità di Gesù. In tal modo ha fatto cogliere come sia presente il rischio di una costruzione culturale e ideologica, radicata nella nostalgia di stagioni in cui la società coincideva con una cristianità di tipo culturale e sociale. Riferirsi all’umanità di Gesù assumendo i suoi sentimenti è progetto essenziale che indica un cammino da condurre in modi nuovi, con libertà e apertura di fronte alle situazioni del presente: “Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente (…) L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49)”.

12227767_920009754745010_3831964021268357173_nHa poi richiamato alla direzione di una autentica riforma che si pone nella linea della inquietudine e della novità radicandosi in Cristo con spirito di apertura: “La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22)”.

Interpretando il presente come un cambiamento d’epoca ha infine invitato ad affrontare i problemi come occasioni per cammini nuovi, dove l’incontro, l’accompagnare e l’essere vicini divengono tratti fondamentali di un agire che mette al centro il vangelo: “Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr. Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.

In questo discorso si possono cogliere piccoli segni di qualcosa che sta ancora germogliando e chiede una partecipazione e coinvolgimento di comunità e di persone adulte nella fede.

A conferma di una situazione che dovrebbe cambiae per molti aspetti una coraggiosa e bella lettera di mons. Giovanni Giudici che è stato vescovo di Pavia, che ha raggiunto i 75 anni e ‘uscendo di scena’ confida i suoi pensieri. Qui di seguito un paio di pssaggi e la conclusione della sua lettera pubblicata in ‘Settimana’ (8 novembre 2015):

“Sono persuaso che una certa superficialità nella vita spirituale consente – e forse favorisce – l’enfasi data alla dimensione devozionale dell’esperienza di fede. Quante carovane di pullman e di macchine per i luoghi dove viene riferito che fratelli e sorelle hanno ricevuto rivelazioni private! Mi sono domandato e ancora mi domando se non è possibile porre lo stesso zelo nel proporre iniziative che favoriscano l’ascolto della Parola e la conoscenza dei movimenti dello Spirito nel cuore dei credenti. (…)

“quanti educatori svolgono la loro opera con grande abnegazione e con il dono del proprio tempo e delle proprie energie! Quanti operano nel servizio di carità nelle più varie forme in cui l’amore per il prossimo può essere esercitato! Quanti volontari sono impegnati nella cura per i sofferenti, i più deboli e poveri con una operosità in cui si manifesta intraprendenza e collaborazione. Questa figura di comunità fedele al Signore e attiva nella carità sollecita una presenza dei laici che non sia solo esecutiva ma anche partecipativa e decisionale nei vari ambiti in cui si svolge la vita ecclesiale”.

“… in questa mia condizione di uno che sta uscendo di scena, vorrei dire che mi ha sempre fatto impressione la grandiosità dell’apparato della CEI. Persone, commissioni, libri, pubblicazioni, convegni. Sono proprio tutti utili o necessari? Qualche volta si ha l’impressione che tutto questo ce lo possiamo permettere per la condizione privilegiata in cui ci troviamo a seguito del discreto successo dell’otto per mille. In particolare, desidero ricordare che mi è sembrato istruttivo il progressivo impallidire del Progetto Culturale. Era preannunciato, perché si è voluto riflettere e discutere di questioni che stanno a valle della fede. Il punto centrale è invece l’immissione nella società e nelle sue istituzioni dello spirito del Vangelo. Prego con riconoscenza e gioia per questa Chiesa di cui sono figlio”.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Dan 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-18; Mc 13,24-32

Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce… un linguaggio strano quello di Gesù in certi passaggi: è linguaggio di simboli che fanno pensare. Sono parole da interpretare al di là di un livello immediato. In esse è racchiuso uno sguardo che interpreta il presente e si spinge a scorgere oltre l’immediato: non c’è solo una storia di violenza e di tragedie che si susseguono e rendono vivo il senso del male e della distruzione, ma questa storia è orientata verso un orizzonte in cui l’ultima parola non sarà quella dei forti e quella del male. Ci sono cose grandi e potenti che incutono timore, come le grandi pietre del tempio, ma tutto questo si sgretola, viene meno. E c’è un contrasto radicale tra il venir meno delle potenze del mondo e del cosmo e la raccolta di chi viene e si china a raccogliere volti e presenze. Sarà raccolta in un incontro, in un raduno.

E’ linguaggio di apocalisse che non significa catastrofe ma rivelazione. Apocalisse è svelamento, lettura che toglie il velo ad una storia in cui è presente la violenza e la contraddizione e ne ravvisa il senso profondo e ultimo. Non quindi un discorso sulla fine dei tempi, ma un discorso su ciò che è ‘ultimo’. E l’ultimo non è qualcosa di lontano e disperso in un futuro irraggiungibile, ma è già qui. L’ultimo è il senso racchiuso nei gesti, nelle scelte, nelle parole di ogni giorno. L’ultimo non sta solo alla fine dei tempi ma è già presente nel tempo che ci è dato.

Con un linguaggio che sembra parlare della fine del mondo Gesù attira l’attenzione sul fatto che quanto sembra grande e invincibile viene meno e fa cogliere come la nostra vita può aprirsi ad un senso profondo che è in altre direzioni. Annuncia il volto di Dio che raduna, e parla di una presenza, il Figlio dell’uomo, come colui che viene e radunerà, da ogni estremità della terra e del cielo.

‘Dalla pianta del fico imparate… quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina’. L’estate è vicina: è la tenera attesa generata dai piccoli segni che nel momento dell’inverno e della prova, nel freddo, annunciano un tempo diverso e fanno vivere appesi all’attesa, protesi verso un ‘non ancora’ che però già spunta e si scorge nei segni da scorgere, da custodire con cura e attenzione, da lasciar crescere…

‘Sappiate che egli è vicino alle porte’. Non c’è solamente e non tanto qualcosa da sperare, ma l’attesa è rivolta a qualcuno. Nel suo venire, – Gesù descrive la figura del figlio dell’uomo come ‘il veniente’ – il tempo acquista uno spessore nuovo e diverso. Diviene spazio accogliente di un’attesa visitata. La nostra vita non va verso la solitudine ma verso l’incontro.

E’ una parola che invita a non restare prigionieri di una curiosità e di un’ansia tutta pagana di tenere sotto controllo tutto, il mondo e anche Dio: non si tratta più di guardare con terrore a quando e come sarà la fine del mondo. E spiegazioni e le previsioni della scienza non mancano. Sarà una grande catastrofe? Sarà una implosione di galassie? E neppure mancano le previsioni della fine che di tempo in tempo alimentano le paure collettive e le forme diverse di fuga dal pensiero della fine. Sembra che a Gesù tutto questo non interessi. Quanto a quel giorno e quell’ora nessuno lo sa… La fine è già qui: il venire del figlio dell’uomo si attua in un presente che rischia di scorrere via senza trovarci attenti a scorgerne la preziosità e l’importanza. Nell’ora che non sai c’è un venire, un farsi vicino, c’è qualcuno che può essere incontro da accogliere e ospitare. Il veniente si rende vicino nel volto dei venienti, dei migranti di ieri e oggi…

Per questo l’invito posto a conclusione del vangelo di Marco è quello di vegliare. Rimanere svegli nel tempo che ci è dato si connota come impegno a scorgere i piccoli segni che annunciano un venire che non fa stare soli, ma ci fa scoprire accolti.

Viviamo un tempo di crisi che reca con sé le paure per la fine del mondo. Si tratta piuttosto della fine di un mondo – generata da precise responsabilità e dall’egemonia di un sistema economico e finanziario che non regge più -. Ci appaiono grandi potenze che regolano le sorti dell’umanità: queste potenze vengono meno. Anziché affidarsi alle illusioni dei nuovi falsi profeti che invitano a riporre fiducia nei potentati e nelle logiche di una finanza che schiaccia i poveri, siamo invitati a stare svegli, a ripensare la vita nella conversione al vangelo. La crisi che viviamo, la fine di un mondo può essere occasione a esercitare la vigilanza: stare nella crisi non nella disperazione ma con lo sguardo lungo e profondo, lo sguardo che porta a cambiare la vita secondo modalità di sobrietà e di condivisione, che si pone dal punto di vista degli ultimi, che porta a nuove forme di solidarietà, che impara e accoglie la speranza che viene dal vangelo.

In ogni tempo i grandi potentati sembrano garantire e promettono sicurezza e futuro e d’altra parte forme di distrazione sono elargite da essi a piene mani (panem et circenses) per far sfuggire alle paure, per tranquillizzare a buon prezzo. Il paternalismo del potere è pervasivo e penetra profondamente condizionando modi di pensare e generando assuefazione e consenso. La parola di Gesù invita a scorgere una differenza: c’è qualcosa che passa e richiede uno sguardo capace di distanza, di indifferenza, ma anche di critica precisa e radicale. Ma c’è qualcosa che rimane: ‘le mie parole non passeranno’. C’è qualcosa di stabile a cui aggrapparsi: è una parola debole, che si espone ad essere considerata inutile e incapace nel quadro di un mondo dei dominatori e dei furbi, dei distratti e buontemponi. Ma è la debolezza dell’amore la parola più profonda della vita umana che rimane per sempre.

Attendere e vigilare. Sono due attitudini proprie del credente. Viviamo giorni in cui per chi vive a Gaza la fine del mondo è già presente e portata dai bombardamenti che colpiscono indiscriminatamente. I civili, le persone inermi sono coloro che pagano il prezzo di una spirale di ingiustizia e della violenza assurda che colpisce senza misura. In questo tempo siamo invitati a vigilare, a fare il possibile per fermare le armi innanziuttto e perché possano avviarsi nuovi percorsi di riconoscimento e di pace giusta. Anche e proprio nei momenti più faticosi l’invocazione dell’attesa Marana thà, ‘vieni Signore Gesù’ e l’impegno a vegliare e stare accanto a chi soffre si fa più urgente.

Alessandro Cortesi op

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