la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “fragilità”

Natale del Signore – anno A – 2016

img_2322Natale del Signore – anno A – 2016

Is 9,1-6; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

“Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse…”. Le tenebre sono cifra del momento che viviamo: tenebre di una situazione di violenza diffusa. Viviamo il tempo di una guerra globale e non dichiarata che continua nell’indifferenza e attraversa i luoghi della quotidianità. Assistiamo allo sgretolamento di percorsi in cui nel tempo e faticosamente erano stati riconosciuti dignità e diritti. Viviamo l’accrescersi di manifestazioni di rabbia, razzismo e intolleranza verso gli stranieri. Le tenebre sono anche quelle di un sistema economico e finanziario che genera ingiustizia e soffoca: annienta le vite di popoli ridotti alla fame, toglie il respiro e i sogni ai giovani privandoli di speranza e futuro.

Notte e buio segnano anche le nostre vite ordinarie, i percorsi delle nostre famiglie in tanti modi: perdite di persone care, malattie, difficoltà a sostenere i ritmi di una vita sempre più complessa ed esigente, dolori, difficoltà economiche, preoccupazioni per i figli, per i loro problemi e il loro futuro, egoismi e incapacità di comunicare, incomprensioni, dissidi. Buio è tutto ciò che ci opprime e angoscia. Buio è il luogo delle nostre paure espresse ed inespresse.

Nel buio di queste tenebre, in una condizione di spaesamento l’annuncio di Isaia, profeta che ha uno sguardo lungo sulla storia è psoto al centro della lituriga di Natale: “A coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

E’ annuncio di una luce che è entrata squarciando fessure nelle tenebre. E’ anche una promessa sulla storia che indica un orizzonte di liberazione e di pace: “tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva… ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco”. Isaia scorge un intervento di Dio che libera da pesi insopportabili e da ciò che tiene legato a logiche di oppressione e violenza. E’ un intervento che inaugura un mondo diverso in pace: non ci saranno più passi marziali di soldati che avanzano per uccidere, ma tutto ciò che ha a che fare con la guerra, la guerra delle armi, ma anche l’aggressività e l’odio vicino, è reso vano.

Isaia indica in un bambino il segno della possibilità di inizi nuovi anche in una realtà di tenebre: “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. Questo bambino è un figlio donato: il nome di questo bambino è ‘principe della pace’. Il suo venire apre ad una storia di pace che è orizzonte di tutta la storia umana.

Un bambino nel suo essere inerme, privo di difese e di strumenti di offesa, segnato dalla fragilità estrema e bisognoso di cure. Questo bambino è un figlio affidato, segno della presenza di Dio che è potente rovesciando i criteri della grandezza umana: non s’impone con la forza ma nel suo presentarsi indifeso scardina la logica delle armi e della guerra. Questo bambino è portatore di luce nuova, apre un orizzonte di pace.

“Non temete. Ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo. Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore che è il Cristo, Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia” (Lc 2,10-11)

Il vangelo fa scorgere nel volto di Gesù, bambino, nel momento della sua nascita, i tratti di colui che visse la sua vita come servizio fino in fondo per amore: ‘avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’

Dio ha deciso di abitare in mezzo a noi come uomo. D’ora in poi il luogo dove incontrarlo è nel volto delle persone, negli altri. La luce che ci dona non è per fuggire da questa storia, ma entra nelle tenebre del nostro mondo per salvare questa storia. Natale è evento di povertà e abbassamento di Dio: “Spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, divenendo simile agli uomini: apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato…” (Fil 2,7-9).

Natale è irrompere della promessa e dell’annuncio che oggi è il tempo dell’aurora: il nostro buio è luogo in cui è pronunciato il ‘no’ di Dio ma in cui il suo ‘sì’, la presenza dono di un bambino, è germoglio e primizia di una fioritura in cui ciascuno di noi è coinvolto: è venuto per formarsi un popolo che gli appartenga (cfr. Tt 2,14).

Nelle parole degli angeli, messaggeri di belle notizie, c’è un annuncio a ‘non temere’: indicano inizi nuovi, invitano a mettersi in cammino, a leggere i segni della sua presenza. Una luce, anche solo una debole fiammella è in grado di attraversare le tenebre: là dove essa si leva ritorna a noi il coraggio di sollevarci. Natale è annuncio che la presenza di Dio può nascere e trovare spazio nel cuore di ogni persona. A noi sta accogliere questa presenza, farla crescere in noi. Il quotidiano, il vissuto di ogni momento e di ogni rapporto è luogo in cui far crescere tale incontro, lasciandoci coinvolgere, ponendo i nostri passi su quelli di Gesù, vivendo come lui ha vissuto. Da portare nel cuore oggi è forse solo una domanda: come “vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza”? come rendere questa parola vita ed esperienza delle nostre giornate?

Alessandro Cortesi op

maria-barghouthy-refugee-camp(disegno di Maria Barghouty, bambina siriana rifugiata)

Con il pensiero ad Aleppo

Dopo cinque anni di guerra il popolo siriano è vittima delle violenze e della guerra. Samir Nassar, arcivescovo di maronita di Damasco ricorda la situazione di violenza e sofferenza: «Il rumore infernale della guerra soffoca il canto di gloria degli angeli. La sinfonia angelica del Natale lascia il posto all’odio, a crudeli atrocità compiute nell’indifferenza globale. Oggi chiediamo all’Emmanuele, al Dio-con-noi, di portare, con la sua grazia, i doni di cui la Siria ha urgente bisogno: la pace, il perdono e la compassione»

«Il bambino Gesù ha molti compagni in Siria. Milioni di bambini non hanno più casa e vivono senza riparo, in tende o in alloggi di fortuna, proprio come la stalla di Betlemme. Gesù non è solo nella sua miseria. I bambini siriani, abbandonati, orfani e psicologicamente devastati dalle scene di violenza che hanno provato e visto, vorrebbero tanto essere al posto di Gesù, perchè il Cristo almeno ha sempre i suoi genitori. Questa amarezza si vede nei loro occhi, nelle loro lacrime e nel loro mortificante silenzio».

Nelle parole del vescovo si rifrange la disperazione e il senso di abbandono di chi vive in questo momento in Siria: «Molti bambini siriani invidiano Gesù perché Lui ha trovato almeno un posto umile per nascere e un riparo, mentre alcuni di loro sono nati sotto le bombe o durante un esodo che li ha portati lontano dalla loro patria».

La condizione delle donne è drammatica: «Ci sono in Siria tante madri in difficoltà: madri sfortunate che vivono in condizioni di estrema povertà, costrette ad assolvere ai doveri familiari da sole, senza i loro mariti, morti o dispersi. Donne che cercano in Cristo un po’ di consolazione. Quando guardano alla Sacra Famiglia e vedono la presenza rassicurante di Giuseppe, queste madri piangono per le loro famiglie prive di un padre: questa assenza alimenta paura, ansia e preoccupazione».

«Allo stesso modo gli uomini, disoccupati o stremati dalla fatica di cercare il sostentamento per i loro cari, vedono in san Giuseppe un uomo che ha saputo prendersi cura della sua famiglia, nel momento del bisogno, della fame e del pericolo, anche fuggendo, in un viaggio da profughi, in Egitto».

Per la comunità cattolica maronita «la luce di Cristo è l’unica che porta consolazione e speranza. La sua vicinanza all’umanità, espressa nel mistero dell’Incarnazione, infonde il coraggio di vincere la morte e la fiducia in un futuro fatto di pace, perdono e compassione».

Dalle comunità di Siria che celebrano il Natale proviene un grido di pace. E’ invocazione che chiede di fare di questa festa occasione per ricordarsi degli altri. Natale è chiamata a scorgere la pace come orizzonte che accomuna i diversi cammini nel mondo delle molte religioni e di chi non ha religione. Il grido di preghiera per la pace si fa denuncia per ogni utilizzo della religione per la violenza, per scopi che contrastano con la radice più profonda delle fedi, e si fa ricerca di una pace dono di Dio che sia reso concreto in scelte e azioni, percorso possibile tra diversi popoli.

Natale… col pensiero ad Aleppo invocando la pace.

Alessandro Cortesi op

Annunci

XXXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_2008.jpeg

2Mac 7,1-2.9-14; 2Tess 2,16-3,5; Lc 20,27-38

“Si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia risurrezione…”. La domanda è espressa a partire da un caso costruito ad arte per porre in difficoltà. di chi sarà moglie dopo la sua morte la donna che ha avuto sette mariti in terra? La questione di fondo tuttavia è: cosa c’è dopo la morte?

I sadducei non credevano alla risurrezione e pongono un caso di scuola per mettere alla prova Gesù. E questa domanda implica una questioni più profonda che investe il senso del vivere stesso. Diverse erano le concezioni presenti in Israele sulla condizione dopo la morte. Alcuni, rifacendosi a convinzioni molto antiche, pensavano che la vita trovasse la sua pienezza unicamente in una realizzazione terrena, nel benessere familiare e sociale raggiunto quaggiù. Altri sulla base di una maturazione avvenuta nel contesto della preghiera pensavano che la morte fosse compresa nel disegno di Dio che non poteva venir meno nella fedeltà di Creatore. Alcuni salmi esprimevano tale orizzonte di speranza: “… non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16,10-11). In epoche più recenti di fronte all’uccisione dei fratelli maccabei che si erano opposti contro un sovrano straniero profanatore del tempio e della religione, si fece strada la convinzione di uno stato di vita dopo la morte quale ricompensa dei giusti e condanna per gli empi. Un testo scritto in epoca assai vicina al tempo di Gesù, il libro della Sapienza proponeva una visione di speranza per il giusto fedele a Dio: “agli occhi degli stolti i giusti parve morissero” (Sap 3,2) ma essi vivono anche dopo la morte nell’amore di Dio. In tale quadro di dibattito tra diverse concezioni si pone la domanda dei sadducei a Gesù.

Gesù non entra in difficili dissertazioni sull’aldilà, richiama piuttosto la promessa di Dio. Indica un punto di riferimento solido, la fede nel Dio della vita: ricorda il Dio delle promesse ad Abramo Isacco e Giacobbe. E’ un Dio dei viventi, è il Dio dell’alleanza che continua a comunicarsi. La vita oltre la morte non può essere pensata come mera proiezione dell’esperienza terrena. Sarà una condizione nuova e diversa. Ciò che permane, ma che interroga sin d’ora, è la comunione con Dio. Da qui sorge l’autentica questione che investe il presente di una relazione da custodire e tradurre in scelte di una prassi liberatrice. La promessa di Dio apre possibilità di relazioni nuove, vissute nel suo amore. L’incontro con Dio inizia ora, nella vita di quaggiù, non rimarrà senza futuro, non si racchiude ad una questione  individuale, ma è esperienza di comunione con Lui e con gli altri. Gesù invita a coltivare questo incontro con Dio da subito perchè la sua è presenza del vivente che apre cammino. Chiede di non disperdersi in curiosità che celano una pretesa di dominio sulla propria vita e distolgono dall’impegno nel presente. Credere nella risurrezione è affidarsi al Signore dei viventi. Significa allora spendersi per una vita in cui coltivare l’affidamento a Lui e spendersi per dare possibilità di vita per gli altri.

Alessandro Cortesi op

IMG_1287.jpeg

Fragilità

“Il fatto di sapere che avranno luogo senza conoscere esattamente quando, fa sì che i terremoti siano una delle immagini più potenti della morte, evento certo più di ogni altro, che però non si sa mai con esattezza quando capiterà: potrebbe accadere fra molti anni, ma anche inopinatamente presto. Non è dificile comprendere perché il pensiero del terremoto produca in molti un senso di ansia” (P.Stefani, Il tempo spezzato, 10).*

Il terremoto è evento che sta segnando ultimamente il Centro Italia da più di due mesi con le sue conseguenze di morti, lutti e distruzioni: Accumoli, Amatrice, Norcia, Visso. Ma nel 2012 fu il caso di Carpi e dell’Emilia Romagna, nei giorni della Pasqua del 2009 fu L’Aquila solamente per riferirsi agli ultimi in Italia –  e poi i devastanti terremoti in Nepal, Cina, Pakistan in tempi recenti.

Il terremoto conduce ad interrogarsi sulla fragilità costitutiva della nostra vita esposta ai movimenti della terra, porta a riflettere sulla fragilità della terra stessa su cui posiamo i piedi per trovare stabilità e che improvvisamente rivela il suo carattere di precarietà. Accompagna anche ad interrogarsi sulla fragilità stessa di Dio.

Di fronte alle diverse espressioni del male che feriscono l’esistenza sorge la domanda ‘Dov’era Dio?’: è la domanda che pone in discussione una onnipotenza di Dio pensata in base ai criteri del dominio umano. E’ contestazione rivolta ad un volto di Dio elaborato da forme di pensiero filosofico e religioso, esente dal soffrire. Si fa talora facile scappatoia per non formulare la più impegnativa domanda, fondamentale per la nostra vita ‘Dov’era l’uomo?’.

Se tuttavia ci si sposta a considerare come ‘onnipotente’ può essere aggettivo da rapportare al movimento dell’amore, allora un volto di Dio pensato non secondo i criteri di chi domina e usa violenza e potere, ma accostato alla disponibilità dell’amore e della tenerezza, si presta ad essere associato anche ai termini della fragilità e vulnerabilità. Fragile come chi sceglie di stare accanto e si lascia infrangere, capace di lacrime e di pianto; vulnerabile come chi si china a condividere fino in fondo, solidale con chi è vittima, e piange insieme e apre la speranza che il male, la sofferenza, la morte non sono l’ultima parola.

“L’amore può essere ignorato, frainteso, sprecato, abbandonato, contraddetto. Ecco la fragilità di Dio. Fragile non vuol dire inesistente né vano. In realtà chi scopre questa fragilità e non se ne scandalizza, impara a cercare Dio dove Dio ci cerca: non nella potenza, non nel sovrannaturale, non in tutto ciò che ci evoca il senso del sacro, ma nell’amore creativo, generoso, fedele, paziente, misericordioso. Nell’incontro. Là dove questo amore è vita, dove dunque si incarna, là si lascia a Dio la ibertà di esserci intimo e prossimo” (R.Mancini, Nell’amore creativo, 95).

Dietrich Bonhoeffer parla di un Dio debole, che non fa miracoli, e per spiegare questa sua presenza allude alla disciplina dell’arcano, propria della chiesa antica che manteneva una sorta di riserbo e di segreto su aspetti della propria vita e dei segni della fede: “l’arcano è la consapevolezza che Dio e la realtà mondana formano in Cristo un’unità ‘indivisibile e polemica’. Indivisibile nel senso che Dio si è legato al mondo senza Dio, e polemica nel senso che Dio contesta il mondo nella sua autosufficienza e nella sua incredulità. Ma questo legame di Dio con il mondo che vive senza Dio non è evidente, è nascosto, solo chi conosce attraverso la croce ne è consapevole. Il cristiano, che sa che Dio è presente nel mondo che crede di essere senza Dio, si immerge a sua volta in questo mondo ‘sulle tracce di Dio’ e con la sua testimonianza cercherà di far sì che il mondo scopra che non è senza Dio e la comunità cristiana scopra che Dio non è senza il mondo. (…) Trascendenza nell’aldiqua. Dio nel cuore della realtà, la sequela di Gesù come essere-per-gli-altri” (P. Ricca, Onnipotenza e fragilità: attributi dello stesso Dio?, 153-154).

Gesù nel suo cammino visse fragilità e incertezza: Così ne parla Angelo Casati: “…Tu compagno/ delle umane fatiche/ e dei nostri passi malcerti/ Uomo e non eroe/ nessuna distanza a separare./ Accomunato a noi/ che barcolliamo/ e cadiamo.

Dire la fragilità di Dio, riconoscere stupiti la sua non onnipotenza, significa forse anche approdare all’immagine di un Dio che ha bisogno. Fragilità nella confessione di un bisogno” (A.Casati, Anche tu piangi, Signore, 51)

Come scrisse Etty Hillesum nel suo Diario dal lager di Auschwitz nel 1943: “Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi… tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”.

Nel tempo spezzato della terra che trema e, tremando, frantuma costruzioni, dimore, chiese e riduce in macerie tutto, vite e case, financo i cuori spaventati, siamo forse chiamati a scoprire la fragilità di Dio che si fa vicino e ci chiede di affidarci alla fragilità dell’amore. Lì può essere riconosciuto e scoperto: laddove nello sgretolarsi di dimore fatte da mani d’uomo si dà spazio a dimore fatte di mani e di sguardi che si incontrano e si lasciano incontrare, a costruzioni di percorsi condotti non da soli ma insieme. Lì inizia quel ricostruire che non è oblio e cancellazione del terremoto, ma scoperta che il male che pur ci opprime in forme diverse è vinto, che nella morte è già presente la vita, la risurrezione, potenza fragile dell’amore.

Alessandro Cortesi op

*I testi citati sono tratti da: B.Salvarani (ed.), La fragilità di Dio, Dehoniane Bologna 2013.

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF5302Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Il dialogo tra Gesù e i discepoli sulla sua identità è collocato da Matteo in un territorio al confine estremo nord della terra di Israele. E’ un luogo geografico, ma è anche un confine simbolico. Si tratta del punto più lontano dal tempio di Gerusalemme e dal centro della religiosità ebraica. In questo luogo marginale Gesù introduce la questione sull’identità del ‘Figlio dell’uomo’. Con tale contestualizzazione geografica Matteo intende suggerire qualcosa: proprio nel punto più lontano dai centri della sapienza e del culto è collocato il momento del riconoscimento del volto di Gesù, e contemporaneamente avviene una promessa e un affidamento che rinvia all’identità di una comunità chiamata a seguirlo.

Matteo nel suo vangelo aveva già riportato una voce riguardo all’identità di Gesù: era stata l’affermazione di Erode Antipa che aveva riconosciuto in lui, nel suo modo di agire, la presenza di Giovanni Battista ritornato dai morti (Mt 14,2). Ora è Gesù stesso a porre la questione ai suoi. La pone indicando – nel testo di Matteo – la figura del ‘figlio dell’uomo’. E’ già questa una indicazione sulla sua identità, connessa a quella figura che era attesa con una funzione di giudice alla fine dei tempi.

Le risposte fanno riferimento ad alcuni profeti, come Elia, Geremia o altri. Non sono nomi casuali. Elia e Geremia sono profeti riconosciuti come i più importanti nella vicenda di Israele e le loro storie sono caratterizzate dall’ostilità sperimentata da parte del potere. Furono infatti allontanati e perseguitati per essere stati testimoni di fede e della forza e dolcezza della Parola di Dio.

Il rinvio ai profeti ha un profondo significato: Gesù è identificato con il figlio dell’uomo, con il profilo del profeta: non può essere compreso se non in riferimento ad una storia cdi salvezza che ha un suo compimento, a tutta la vicenda di Israele e nella memoria delle Scritture. Gesù può essere accolto solamente in relazione ad una storia di fede e ad una vicenda di alleanza, ponendosi in ascolto delle Scritture.

Gesù provoca poi i suoi ad una risposta personale indicata con un coinvolgimento della comunità: ‘ma voi chi dite che io sia?’ La risposta di Pietro costituisce una confessione di fede che esprime il suo riconoscere Gesù come messia. Il figlio dell’uomo è così identificato con il figlio del Dio vivente. Al cuore della vita di Gesù sta una relazione, un provenire da Dio, il vivente, e tutta la sua storia si comprende non solo nella relazione con tutti coloro che hanno vissuto la fede di Israele, ma nel suo essere in una relazione fondamentale con Dio. Gesù è figlio perché in relazione al Tu amante del Padre.

Le parole della risposta di Gesù alla confessione di Pietro possono essere lette in stretto rapporto con l’inno di lode al Padre riportato da Matteo (Mt 11,25-30):

“Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Tutto è stato dato a me dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio.

Venite a me voi tutti… e io vi darò riposo…Prendete il mio giogo sopra di voi… e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Matteo riprende in questo brano un testo di Isaia che condannava la pretesa della sapienza da parte di coloro che si ritenevano depositari esclusivi (Is 29,14: “perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti”). Le tre parti di cui è composto il testo corrispondono ai tre momenti della risposta di Gesù a Pietro (Mt 16,17: ‘beato sei tu…’; Mt 16,18: ‘tu sei Pietro e su questa pietra…’; Mt 16,19: ‘A te darò le chiavi…’).

La lode al Padre contiene una beatitudine rivolta ai piccoli e ora questa è rivolta a Pietro. La conoscenza del Padre è riservata ai piccoli e Pietro è qui uno dei piccoli che ha saputo riconoscere non per capacità umane, ma perché affidato a Gesù, il suo volto di messia. Ma ancora non gli è chiaro quale tipo di messia: il suo modo di concepire il messia è ancora legato ai criteri della potenza umana (come si vedrà poco dopo: cfr. Mt 16,22-23). Gesù, subito dopo, lo rimprovera perché il suo cammino di messia è quello del servo sofferente, non quello della gloria e della potenza umana.

Nelle parole rivolte a Pietro Gesù riprende un altro passo di Isaia che è una condanna ai capi dei giudei: “ascoltate la parola del Signore, uomini arroganti, signori di questo popolo… Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata, chi crede non vacillerà” (Is 28,14-18).

Il versetto 19: “Darò a te le chiavi del regno dei cieli: ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, è una ripetizione dell’affidamento a tutti i discepoli in Mt 18,18: “Tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato nei cieli…”.

Al centro sta il nuovo nome di Pietro indicato come Kefa, pietra d’angolo. Sembra che non sia indicazione del momento del cambiamento: Matteo nel vangelo aveva già indicato con questo nome Pietro (e secondo Marco l’aveva ricevuto nel momento della chiamata – Mc 3,16). Si tratta piuttosto della spiegazione di tale mutamento, con la ripresa dell’immagine della pietra d’angolo (cfr. Is 28,14-18). Ancora una volta Matteo utilizza il metodo proprio alla letteratura ebraica del rileggere testi del Primo Testamento con ampliamento e attualizzazione (midrash). Il nome di Pietro/pietra rinvia alla pietra d’angolo del tempio. L’attenzione va allora al tempio di Gerusalemme – e il dialogo si svolge in territorio lontano e di confine – ma qui si rinvia ad un altro tempio, un tempio vivente, costituito da una comunità nella quale a Pietro è riconosciuto un ruolo di sostegno, di appoggio. La sua responsabilità d’ora in poi è legata a riconoscere l’identità di Gesù e a seguirlo sulla sua strada. Ma questo sostegno è da vivere nella fragilità di un affidamento che rinvia sempre oltre: Pietro stesso sperimenta la sua fragilità in questo stare alla sequela.

Ma dietro a queste parole sta anche una polemica rispetto ad una fede che si appoggia sui poteri terreni, così come Isaia metteva in guardia dall’alleanza con l’Egitto per combattere la potenza imperiale dell’Assiria che minacciava Israele. Al tempo in cui veniva redatto il vangelo di Matteo altre alleanze si stavano svolgendo tra il giudaismo rabbinico – dopo la distruzione del tempio – e i romani e forse Matteo intende porre in guardia da tale modo di intendere il cammino di sequela di Gesù. Non è un cammino che può essere condotto secondo le forze umane, con alleanze di potere e di guerra, ma seguendo la via da lui percorsa.

DSCN0107Le chiavi sono un simbolo per indicare una apertura: la comunità di Matteo si aprì alla partecipazione non solo di provenienti dal popolo d’Israele ma vide anche la partecipazione di nuove persone provenienti dal mondo dei pagani. In questo simbolo delle chiavi sta un annuncio di apertura e di scoperta di una rivelazione di Dio ai piccoli e ai lontani, oltre le barriere e le separazioni frutto di una visione di esclusione e di privilegio. E Pietro scioglie la possibilità per tutti, non solo per gli ebrei, di seguire Gesù e di vivere come sua comunità (come attesterà il dibattito di Antiochia e a Gerusalemme riportato negli atti degli apostoli – At 15,6-12).

Già Isaia aveva parlato di una fondazione di una casa nuova: “Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” (Is 28,16). Su questa costruzione nessun flagello potrà portare distruzione e angoscia. Isaia usa questa metafora per parlare di un nuovo popolo che trae il suo inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo di israeliti che sono rimasti fedeli: al centro della loro vita sta la fede che è come roccia e che dà stabilità. Le chiavi quindi sono mezzo per aprire evitando l’atteggiamento dell’ipocrisia e della chiusura che Gesù rimprovera a chi vive nella presunzione della propria sapienza religiosa: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete le porte del regno dei cieli davanti alla gente: di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13). Simone divenuto ‘pietra’ è segno di una comunità aperta in cui è possibile scoprire l’essenziale solo nel riferimento a Gesù e in lui la propria profonda identità. Questa proviene da una relazione, ed è beatitudine dei piccoli.

Si tratta così di scoprire così i piccoli a cui il Padre dona di conoscere il regno dei cieli e di ascoltarli. Questo passo troppo spesso è stato letto come giustificazione di una chiesa costruita su di una gerarchia in cui l’autorità è intesa come potere, impaurito e geloso delle sue prerogative e della sua sapienza. Esso invece suggerisce di accogliere come l’autorità da ascoltare è quella che Gesù indica, l’autorità di chi non ha voce, dei piccoli con cui Pietro è identificato. Ci indica anche che l’essenziale è riconoscere nel modo di vivere di Gesù il suo essere messia, dono di vita e speranza per ogni persona e non altre strutture religiose. E ci invita anche a scoprire che solo nella fragilità e nel lasciarsi interrogare e porre in crisi dal suo cammino si può entrare nel suo progetto che è un mondo di relazioni nuove sin da ora, il regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

 

III domenica di Avvento – anno A 2013

DSCF4066Is 35, 1-10; 
Sal 145;
 Gc 5,7-10; 
Mt 11, 2-11

“Dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete… allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada…”


Smarrimento: è la condizione dell’Israele nell’esilio, ma è anche condizione del nostro presente. Chi si è smarrito percepisce l’incertezza e il panico dell’aver perso il cammino. Scopre quanto sia difficile orientarsi. La nebbia di questi giorni sta lì a ricordarcelo. Nonostante le certezze sbandierate da chi vanta pretese di soluzione il nostro è tempo di smarrimento. Nonostante l’aria fresca della nuova stagione di Francesco, vescovo di Roma, è smarrimento nella chiesa incapace di offrire nelle sue espressioni istituzionali parole e gesti che aprono, che appassionano e spingono a camminare i giovani in particolare. E senso di smarrimento pervade la società per una crisi dai molti volti ma che soprattutto è crisi del vivere insieme, per i fallimenti di un modello di economia e di vita che prometteva certezze e conquiste, per quell’invecchiamento del cuore che è ripiegamento su diritti acquisiti senza scorgere la fatica di chi non ha diritti riconosciuti. Ed è anche smarrimento per l’incapacità di intraprendere vie nuove con creatività, con libertà e gioia.

La promessa di Isaia è un’apertura, indica un sentiero, ma tiene conto dello smarrimento. Anzi fa dello smarrimento la condizione per intraprendere una via non carichi di sicurezze ma spogli: l’annuncio è proprio per gli smarriti. Solo chi si è smarrito può comprendere una parola di coraggio che viene da fuori di lui. Impara a procedere non deciso ma chiedendo e riconoscendosi bisognoso degli altri. Solo chi non ritrova la strada va avanti non a falcate decise ma a tentoni, consapevole della sua fragilità. Isaia invita al coraggio, parla di una strada possibile, di un futuro, spinge a non lasciarsi incatenare dalla tirannia più pericolosa, quella della paura che blocca ed impedisce di camminare, la chiusura e l’isolamento in se stessi. Coraggio, non temete! E’ un coraggio che trova punto di appoggio non su illusioni di una propria potenza ma su Dio che si fa incontro, e va in cerca di chi è smarrito, e prende su di sé, come pastore, le pecore appesantite e gravide, e si fa compagnia dell’umanità fragile e spossata. Le ginocchia vacillanti possono trovare possibilità di sostegno; le mani indebolite possono riacquisire forza da mani tese ad afferrrare e ad accompagnare: è forza che viene da altro e da altrove e conduce a scoprire nello smarrimento la possibilità di affidarsi. E’ un affidarsi a Dio ma è anche affidarsi a chi vicino tende una mano e fa comprendere la vita in modo nuovo.

Anche Giovanni, profeta dell’imminente ira di Dio, che aveva predicato il giudizio ormai prossimo rivela un aspetto inedito del suo profilo. L’asceta del deserto e della parola tagliente si manifesta come uomo attraversato dal dubbio e dagli interrogativi. Si trova smarrito in carcere, si lascia mettere in discussione, è sovrastato da eventi che cerca di leggere con fatica. Davanti a Gesù, al suo comportamento, al suo agire, è scosso da un dubbio: ‘Sei tu colui che deve venire? Sei tu ‘il veniente’?’. Le sue idee sul messia che giudica e separa non corrispondono al rabbi di Nazaret amico dei pubblicani e dei peccatori.

Agli inviati di Giovanni Gesù non offre facili risposte ma invita a scrutare i segni. Li rinvia ai gesti che compie: sono segni di apertura e liberazione. Non sono azioni eclatanti, non si impongono con potenza; suscitano meraviglia e domanda, ma anche opposizione e sospetto. Il suo passare non è quello di chi ha successo e si impone, ma è passare sommesso ‘facendo del bene’, è quello di un messia che rifugge dalle vie del successo e dell’imposizione. I suoi sono gesti di vicinanza ai poveri, non hanno nulla del dominio e per questo regalano speranza. In essi è racchiusa quella luce nascosta nelle promesse dei profeti in cui il regnare di Dio era descritto come umanizzazione della vita e della storia. Perché la causa di Dio è la causa dell’uomo. I suoi gesti raccontano il volto di un messia che è attento agli smarriti e il segno più grande, verso cui tutto converge, sta nell’annuncio ai poveri di una bella notizia. Il suo essere messia trova espressione nella vicinanza ai poveri. Anche lui, come Giovanni, fino ad essere preso, consegnato e poi ucciso. E’ il destino dei profeti. E Giovanni è stato un grande profeta. Ma Gesù dice che il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui: perché quel piccolo può aprirsi al ‘regno’, che ha fatto irruzione, ed è già presente, non è solo promessa di futuro. Giovanni gli fa chiedere ‘sei tu il veniente’, colui che viene e si fa vicino? Gesù chiede di non lasciarsi scandalizzare da questo suo agire che manifesta il volto di un messia debole che rimane con i poveri fino alla croce.

Dovremmo imparare a tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia – il sogno di un mondo in cui gli ultimi ritrovano speranza, lo zoppo saltella e il muto recupera parola – e la domanda e l’inquietudine di Giovanni. Vivere l’attesa propria degli smarriti conduce ad imparare a leggere i segni di un messia che si fa vicino e viene e verrà ancora chinandosi sulle nostre fragilità, stando vicino ai poveri e facendosi trovare là dove vi sono segni di liberazione.

Alessandro Cortesi op

XXXI domenica tempo ordinario anno C – 2013

DSCF4543Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

“Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato”. C’è uno sguardo di Dio sulle cose: è uno sguardo di compassione. La vita di tutte le cose non è lasciata in un abbandono senza attenzione come là dove non esiste sguardo, nell’indifferenza che annulla. Ogni cosa, anche la più piccola, è sostenuta nel suo essere da uno sguardo che ne coglie l’unicità e il significato.

Ed è sguardo di compassione davanti alla fragilità: ne è immagine la poca polvere sulla bilancia o la goccia di rugiada al mattino. Che cosa di più effimero di un po’ di polvere che non pesa nulla sulla bilancia e che un lieve soffio fa scivolare via? Cosa più passeggero della rugiada che evapora quando i primi raggi del sole toccano le foglie intrise di umidità notturna e il primo tepore del mattino riscalda l’aria? Benché le cose siano così fragili, passeggere, esposte a svanire, come polvere, come rugiada, Dio ha uno sguardo che non teme di soffermarsi, e si lascia invadere da stupore, e comunica accoglienza.

E’ anche sguardo che reca in sè promessa di una vita: le cose non rimarranno abbandonate e saranno accolte, trasfigurate nello sguardo creativo. La riflessione sapienziale accompagna a cogliere la benevolenza dello sguardo di Dio ed è interessante che questo passo del libro della Sapienza sia inserito all’interno di una sezione che riflette sul cammino dell’Esodo in cui è condotta una polemica contro l’idolatria e il culto degli animali e delle cose presente in Egitto, da cui Israele è messo in guardia (cfr Sap 11,4-19,22). Ci può essere idolatria delle cose ma si può rilevare lo spessore profondo delle cose, traccia di uno sguardo benevolente. Al di dentro di esse, quale tesoro in esse racchiuso, si può incontrare lo sguardo del creatore: tutte sono venute da lui ed egli ha ritirato se stesso per lasciar spazio ad altro, ad un mondo fragile di realtà segnate dalla precarietà ed anche dal peccato. C’è una traccia di Dio dentro le cose, un soffio che unisce come medesimo respiro la vita del creatore e delle sue creature: ‘il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose’. Così fragili, così esposte al venir meno eppure toccate da un soffio che le sostiene e le fa stare in una relazione. Sta in questa profonda intuizione di una presenza, nascosta eppure realissima, di Dio nella creazione, nelle pieghe più intime della realtà creata, una delle dimensioni della fede cristiana da scoprire ancora. Ed è questo un punto essenziale d’incontro con quella tensione profonda della ricerca umana e di ogni tradizione religiosa che si apre ad una ricerca di un ‘oltre’ a partire dallo sguardo alle cose, dalla meraviglia o dall’esperienza di energia e vita che le cose recano in sè.

Il volto di Dio che traspare da questa pagina è il Dio delle piccole cose, il Dio di cui ritrovare traccia non fuori del mondo, ma nelle cose, nella loro stessa fragilità: un Dio fragile. Lo sguardo di Dio si appoggia come carezza sulle cose e sulle persone. E’ sguardo amante, segno di una presenza che assume il nome di ‘amante della vita’: nella sua grandezza e benevolenza guarda alla possibilità di bene presente nell’umanità. ‘Tu sei indulgente con tutte le cose perché sono tue, Signore amante della vita’. Lo sguardo è comunicazione di un amore che si offre e guarda al cammino umano, non con l’esigenza inflessibile di chi non conosce la sofferenza ed è incapace di compatire, ma con la passione amante di chi conosce debolezza e si prende cura, con la pazienza di un educatore che sa la fatica della crescita, che conosce i passaggi del cammino e sa seminare speranza: “Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore”

E’ questo sguardo forse da accostare allo sguardo che Gesù manifesta nei confronti di Zaccheo. Il ricco esattore delle imposte di Gerico è uomo che aveva molte ragioni per essere impedito dal vedere Gesù e che pure cerca di superare ostacoli e si lascia vincere dalla sua curiosità, dal desiderio di vedere, dalla spinta di ricerca che gli premeva dentro.

Zaccheo – fa notare Luca – supera gli ostacoli che erano questioni legate alla sua vita: basso di statura, capo dei pubblicani e ricco. Esattore delle imposte, immerso in una vita disprezzata e che lo conduceva all’imbroglio, alla fatica quotidiana di conquistarsi uno spazio di vita tra le esigenze dei romani e il sospetto dei suoi compaesani, soprattutto a quella solitudine di non poter avere relazioni di amicizia, di sincerità, quelle relazioni che si costruiscono nella accoglienza della casa. Ed anche per la sua statura non riesce a superare l’ostacolo posto dalla folla. Luca sottolinea come la difficoltà per Zaccheo nel cercare di incontrare Gesù è data dalla folla come insieme anonimo, che non cerca Gesù pur assiepandosi ed acclamandolo guidata da qualche interesse e dall’entusiasmo facile. Ma costituisce una barriera che fa ostacolo alle ricerche profonde e autentiche che sono al fondo dei cuori e che esigono un riconoscimento personale. Zaccheo dimostra la creatività e l’intuizione di divenire se stesso. Salendo l’albero di sicomoro cercava di vedere e pensava così di avere egli stesso superato le difficoltà, con la sua inventiva, con le proprie forze.

Scopre invece che non l’appagamento di una curiosità, ma un cambiamento radicale, la scoperta di dimensioni nuove della sua vita – la salvezza – irrompe come dono. Inaspettatamente vive infatti l’esperienza di essere lui stesso cercato, anticipato, e superato nella sua stessa attesa dallo sguardo di qualcuno che lo precede. Cercava di vedere Gesù ma si scopre per primo cercato da lui. Gesù rivolge a lui il suo sguardo, e Zaccheo viene incontrato da colui che cerca ciò che è perduto. E’ lui che voleva vedere Gesù, ma di fatto è Gesù per primo che alza gli occhi verso Zaccheo, fissa il suo sguardo verso di lui, sa leggere e accogliere la sua ricerca e la conduce ad andare oltre.

Luca presenta qui anche una sorta di progetto di evangelizzazione alla sua stanca comunità. Gesù chiede a Zaccheo di fermarsi in casa sua: “Oggi devo fermarmi in casa tua”. C’è un oggi, un tempo nella vita che apre al fermarsi, al condividere, allo stare insieme. Non è momento di insegnamenti, dottrine, codici, ma di incontro nelle dimensioni quotidiane e domestiche della casa. Nella casa si vive la quotidianità e nella casa si condivide. E si tratta della casa non di una persona dabbene ma di un peccatore. La folla, tutti, ‘mormoravano’ – dice Luca -: “E’ entrato in casa di un peccatore”. In questo mormorare, che esprime il dubbio circa la presenza di Dio in mezzo al suo popolo – come nella mormorazione del deserto per Israele – si rivela paradossalmente quell’identità di Gesù che Luca delinea nel suo vangelo. Colui che è nato e deposto in una mangiatoia perché non c’era posto per lui nell’alloggio (Lc 2,7), trova alloggio entrando nella casa di un peccatore. Luca offre così un ritratto di Gesù: egli è colui che valica i confini che tengono separati giusti e peccatori; è colui che condivide e apre un tempo nuovo, un ‘oggi’ di salvezza che si compie nella condivisione e nell’ospitalità. Gesù è colui che cerca tutto ciò che è perduto.

Dal suo sguardo, dall’ospitalità ricevuta e donata sorge un cambiamento. E’ un cambiamento nella gioia che tocca i rapporti con l’altro. A Zaccheo si spalancano gli occhi: la salvezza diviene per lui rovesciamento dei rapporti di truffa e di ruberia, in rapporti di giustizia e di dono sovrabbondante che va oltre il dovuto. La salvezza è cammino che si apre per intendere la vita nel segno di un incontro che si apre ad altri, e che rimane segnato dallo sguardo e dalla ricerca di Gesù verso di lui.

Penso ad alcuni motivi di riflessione per noi oggi

Lo sguardo di Dio sulla bontà delle cose. Quanto siamo ancora segnati da una mentalità che guarda le cose o con la mentalità dei padroni che possono disprezzare rovinare e depredare le cose, oppure con la mentalità dualista per cui le cose non hanno valore e ciò che conta non ha a che fare con la materialità, con la corporeità delle cose e delle persone. Dovremmo imparare ad accogliere lo sguardo di bene di Dio sulle cose per vivere il rapporto con le cose in termini di cura e di benevolenza, di accoglienza e di custodia. Le cose, nella loro materialità ci insegnano la preziosità di ciò che sembra inutile e fragile, ci insegnano il valore di quanto si offre nella sua inutilità ma come parte di un mondo in cui scoprire le interazioni, ci guidano alla dimensione ecologica del nostro esistere come un vivere nella casa e un compito di ‘fare casa’, tessuto di relazioni e di interazioni sempre da ricostruire e sempre da ritrovare in un equilibrio sempre minacciato da una mentalità del possesso e del profitto. C’è uno sguardo da apprendere anche per prendersi cura di chi è più fragile, mentre solito il nostro sguardo si lascia attrarre da chi è più forte.

Lo sguardo di Zaccheo alla ricerca di Gesù: è paradigma di ogni sguardo che esprime la ricerca interiore, l’apertura a qualcosa che non si è raggiunto nella vita. E’ la ricerca di tanti che desiderano superare ostacoli interiori ed esteriori per rintracciare un senso alla propria esistenza. Gesù accoglie questa ricerca, anzi scorge in questa curiosità, nell’inquietudine che porta nella ad intraprendere viaggi, percorsi, ricerche diverse, uno spazio di disponibilità e di accoglienza. Gesù si è lasciato accogliere. Forse dovremmo essere meno preoccupati di portare qualcosa agli altri e accogliere le ricerche e valorizzare i desideri di ‘vedere’ nell’esistenza, varcare le soglie che dividono giusti e peccatori, persone dabbene e persone marginali e entrare in queste case. Si può scoprire una gioia inattesa…

Zaccheo è una storia di accoglienza e ospitalità: ed è una storia in cui il tempo della vita, l’oggi, si fa luogo di un incontro con Gesù che diviene cambiamento dell’esistenza. Un cambiamento generato dall’incontro. Oggi forse la sfida, in una realtà sociale segnata dalla frammentazione e dalla solitudine che diviene isolamento indifferenza ed esclusione, è quella di creare spazi e luoghi di accoglienza. Luoghi in cui le ricerche, le fatiche, i dubbi delle persone possano essere accolti e accompagnati offrendo condivisione e in un incontro di ricerche. In tanti modi tali ricerche sono nascoste spesso occultate dal clamore della folla: la realtà mediatica, il peso dato all’apparenza esteriore o anche forme di religiosità centrate sulla manifestazione spesso nascondono e impediscono tali cammini. Ci sono percorsi interiori profondi che hanno bisogno di essere ospitati e visitati con la delicatezza di chi si lascia interrogare dall’altro. Gesù porta il vangelo come ricerca di chi è perduto nella dimensione della visita. Lì nella casa si genera, a partire dal varcare soglie che separano, la possibilità di una scelta libera di rapporti nuovi con gli altri.

Un’ultima osservazione: l’aver incontrato Gesù, e in lui aver trovato la salvezza si esprime per Zaccheo, ma anche per ognuno di noi in un rapporto nuovo con gli altri in relazioni nuove che coinvolgono la concretezza della vita, il modo di pensare e usare i beni, le cose, nella linea della giustizia e del dono.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo