la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3912Ger 20,10-13; Rom 5,12-15; Mt 10,26-33

“Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere”. Geremia offre uno squarcio sulla sua vicenda personale segnata da una chiamata a farsi profeta uomo della Parola. La pagina è un testo di confessione: la parola uscita dalle labbra di Jahwè si è posata sulle sue labbra inviandolo ad una missione profetica.

L’invio accolto l’ha condotto a vivere situazioni inattese, a subire prove e difficoltà oltre le sue forze. La sua vita è così passata da una condizione di tranquillità al dover affrontare opposizioni e violenza. Annunciare la parola del Signore l’ha condotto a vivere conflitto e crisi. E tutto questo gli ha generato il pensiero di abbandonare tutto, di lasciare ogni impegno. Ciononostante avverte nel cuore un fuoco ardente, quello della Parola. Di fronte a minacce e oppressione matura la consapevolezza che Dio rimane al suo fianco, lo difenderà e i nemici non potranno prevalere.

Geremia sa che il Signore scruta il cuore e la mente: a lui ha affidato la sua vita. Dalla paura e dal senso di impotenza passa alla fiducia e invita anche altri a questa scoperta del volto di Dio che libera: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Le parole sincere rivolte a Dio non nascondono la crisi ed anche il movimento di rivolta, ma si fanno invocazione: la sua vita è legata al filo di questo rapporto, è segno vivente di questo incontro.

“Un uccello non cade a terra senza il volere del cielo, tanto meno l’uomo” (Talmud Shebit 9,38d). Questo diceva la sapienza ebraica. Gesù forse aveva presente tale riferimento. Dio è per lui presenza che si prende cura della sorte dei passeri e conta i capelli del capo. Nel suo vangelo Matteo raccoglie le parole di Gesù nel discorso ‘missionario’ e al centro pone un invito alla fiducia e all’abbandono. I passeri sono tra i più piccoli uccelli ed erano venduti per uno spicciolo. Gesù parla del Padre capace di sguardo alle piccole cose, insignificanti agli occhi dei più, a ciò che non conta. E’ il Dio della cura e dell’attenzione. Il suo sguardo si lascia afferrare dalla vita.

Invita i suoi a non avere paura delle difficoltà, ma mette in guardia difronte a tutto ciò che fa inaridire la vita e le toglie questa fiducia: “Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo ma non hanno il potere di far perire l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna… voi valete più di molti passeri”

La fiducia profonda e serena in Dio vicino non sottrae i discepoli alla fatica della testimonianza nel quotidiano. Nel momento della prova il discepolo dovrà ricordare la testimonianza stessa di Cristo. Gesù non propone ai suoi una affermazione sul piano umano o un futuro di gratificazioni: il cammino da lui percorso sarà anche quello dei discepoli: quello del servizio, del dono.

L’invito a ‘non temere’ ha unica ragione nella cura del Padre e nella comunione con Cristo nel momento della prova. La vita del cristiano sta ‘davanti al Padre mio che è nei cieli’. L’atteggiamento fondamentale del discepolo per Matteo è la fiducia semplice nel Padre che ha cura e conosce i capelli del nostro capo. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

papa-a-barbiana-2017-2Profeti e fedeltà

Nell’ultimo giorno di primavera di quest’anno Papa Francesco si è recato in visita alle tombe di don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967) due figure di preti che hanno segnato la vicenda della chiesa e della società in Italia. Ricorre infatti in questi giorni il cinquantesimo della morte di don Milani.

Don Mazzolari e don Milani sono due profili molto diversi, per formazione, sensibilità e cultura. Vissero in stagioni diverse, don Mazzolari cappellano militare durante la prima guerra mondiale, matura il senso di opposizione alla guerra, fonda le sue scelte su di una radicale adesione al vangelo, condivide le scelte e gli ideali della Resistenza e per questo deve vivere per un certo tempo come clandestino. Fu parroco di Bozzolo nel mantovano negli anni 30-50 fino alla morte nel 1959. Denunciava una chiesa prona al compromesso con i poteri politici e fu emarginato e contrastato dalle gerarchie per le sue critiche ad una chiesa attratta dalle logiche del potere e dell’affermazione mondana.

Don Milani entrato in seminario dopo un percorso di conversione visse la sua esperienza pastorale negli anni ’40 e 50 come cappellano di San Donato a Calenzano, anni in cui maturò quanto nel 1957 espresse in Esperienze pastorali: questo testo presentava una lucida critica a forme di religiosità superficiali pur portate avanti e favorite dal clero in modo acritico. Le sue posizioni suscitarono la reazione della Curia di Firenze. Fu per questo osteggiato ed esiliato, inviato come priore a Barbiana presso Vicchio, una piccola parrocchia sulle colline del Mugello con poche decine di persone residenti e in condizioni ardue di vita. Lì rimase fino alla morte dando vita ad un’esperienza di scuola intesa come luogo di formazione critica per dare voce ai poveri che rimanevano esclusi. A Barbiana maturò l’esperienza di scrittura collettiva di Lettera ad una professoressa.

Fra Mazzolari e Milani ci fu conoscenza attestata da uno scambio di lettere tra il 1949 e il 1958: “l’assunzione radicale del messaggio evangelico nella propria esperienza personale e pastorale; la forte percezione dell’urgenza dell’azione cristiana, un’azione da incarnare nella storia rifuggendo le visioni astratte e spiritualistiche; la volontà di offrire la parola ai poveri, declinata come giustizia in entrambi, con attenzione speciale alla cultura in Milani; la forte critica ad atteggiamenti e impostazioni ecclesiali e politiche considerate sorde alle esigenze degli ultimi”. Così Mariangela Maraviglia ricorda alcuni aspetti comuni che legano questi due preti (M.Maraviglia, Il messaggio evangelico in tutto e per tutto. Quel sentire comune tra Milani e Mazzolari, “Impegno” 2017, 13-22).

Un anno fa papa Francesco ha citato Mazzolari osservando quale tratto della sua vita la vicinanza ai poveri: “Don Primo Mazzolari … era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito, andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere». E a Bozzolo nella sua visita del 20 giugno ha detto: ”Don Mazzolari non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente… Non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”.

Nel 1955 in un saggio anonimo intitolato «Tu non uccidere» don Mazzolari scriveva: “Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra è un punto oscuro dell’umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra”.

A Bozzolo nel suo discorso Francesco ha detto: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto”.

Anche in don Milani è chiara una linea di opposizione alla guerra che si espresse nella Lettera ai cappellani militari scritta durante la sua malattia e che gli causò l’accusa di apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza al servizio militare. Vi esprimeva la convinzione dell’inutilità e dell’ingiustizia delle guerre, cogliendo la differenza con quella che era stata la resistenza.

Don Milani ebbe una particolare attenzione alla parola, all’impegno nel dare voce ai poveri privati della parola. E’ quanto Francesco ha ricordato nel suo discorso dopo aver visitato la stanza della scuola con il grande tavlo al centro dove campeggia la scritta ‘I care’  dove si svolgevano le quotidiane attività della scuola: «Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità”.

E così Francesco ha motivato il suo pellegrinaggio alla tomba di questo prete scomodo: “Vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”.

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L’educazione fu per don Milani come un ottavo sacramento, come ricorda in un bel libro Adele Corradi (Non so se don Lorenzo, ed. Feltrinelli) che collaborò con coinvolgimento profondo all’esperienza della scuola di Barbiana a partire dal 1963. Il suo scritto riporta una serie di impressioni e ricordi che accompagnano a scorgere tratti della personalità di don Lorenzo e la quotidianità dell’atmosfera di Barbiana, segnata dalla passione educativa e dall’attenzione ai bambini protagonisti della scuola che in lei generò apertura e cambiamento: “Prima di conoscere la scuola di Barbiana ero identica alla professoressa contro la quale si è scagliato: un’insegnante vecchio stampo… Ho scoperto che Barbiana era la scuola di cui avevo bisogno, la scuola come avrebbe dovuto essere, la scuola del futuro”.

Mazzolari e Milani, accomunati dalla attenzione ai poveri e dall’opposizione alla guerra. Due figure di profeti che hanno subito ostilità ed emarginazione nella società e nella chiesa, e che nella prova hanno vissuto quella fedeltà basata nel radicamento sul vangelo e sulla fiducia che il Signore rimane fedele.

“La visita del Papa, insieme, a Bozzolo e a Barbiana, in due periferie antiche (di campagna e di montagna) della provincia italiana, assume evidentemente un carattere forte e quasi programmatico: è la sanzione di una linea spirituale e pastorale italiana (che si può far risalire a Rosmini, a Manzoni, a Tommaseo e che giunge a Roncalli e a Montini), minoritaria ma sempre salda nella fede e radicata nella carità, ed è, pure, un’indicazione precisa e vivida, non incerta e non sbiadita, per i vescovi italiani”. (Fulvio De Giorgi, L’impaziente pazienza di don Lorenzo e don Primo)

Il gesto di Francesco di fare memoria della loro esistenza e ricordare oggi la loro eredità nella fedeltà al vangelo, nella vicinanza ai poveri e nella lucida opposizione alla guerra è segno importante che indica una direzione per il futuro, racchiusa nella preghiera di don Mazzolari ripresa al termine della visita:

“Sei venuto per tutti: per coloro che credono e per coloro che dicono di non credere. Gli uni e gli altri, a volte questi più di quelli, lavorano, soffrono, sperano perché il mondo vada un po’ meglio. O Cristo, sei nato ‘fuori della casa’ e sei morto ‘fuori della città’, per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d’incontro. Nessuno è fuori della salvezza, o Signore, perché nessuno è fuori del tuo amore, che non si sgomenta né si raccorcia per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti”.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN1514Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

Il libro di Daniele si pone nel quadro della letteratura apocalittica: tentativo di lettura della storia scorgendovi la presenza di Dio nonostante il male e le contraddizioni presenti. Utilizzando molteplici simboli parla di un giudizio in un tempo lontano e introduce la enigmatica figura del ‘figlio dell’uomo’ in un contesto di sconvolgimento del cosmo.

“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”.

Figlio dell’uomo ha qui i tratti di una figura collettiva, un popolo di ‘santi dell’Altissimo’ con una funzione di giudizio che inaugurerà un regno diverso da quello degli imperi umani nella storia. Un giudizio nel quale il male viene definitivamente eliminato (Dan 7,22).

Ad un primo impatto queste pagine suscitano timore e inquietudine, ma intendono proporre un messaggio di speranza per tutti coloro che hanno vissuto la fedeltà: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dan 12,1-3). Nel tempo della persecuzione e della fatica Daniele offre parole di sostegno a chi sperimenta la fatica di resistere e per chi è stato fedele risultando agli occhi umani un fallito. L’ultima parola sulla storia – dice Daniele – è quella di Dio che salva.

“Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte…”. Gesù affida ai suoi la promessa che la nostra storia non è un vagare senza orizzonte ma è situata in un incontro. Il pensiero al futuro non dev’essere motivo di angustia perché sin d’ora c’è una novità in atto, già al di dentro della storia e della vita. Quello che ci è dato è tempo di speranza, di germogli perché è tempo di incontro.

Gesù distoglie così dal farsi domande sulla ‘fine del tempo’, inviata invece a puntare l’attenzione sul tempo in cui è possibile vivere nell’orizzonte di ciò che vale per sempre. Richiama i suoi ad un’attenzione al presente: è già occasione in cui è possibile vivere in modo nuovo. Nel presente è già in atto quella presenza che sarà il fine di tutta la storia. Per questo non è tempo vuoto, ma tempo in cui la vita sta spuntando. Come le foglie del fico mentre l’estate si avvicina. E’ momento per vivere l’incontro con qualcuno che viene. Gesù è già venuto, ma promette ai suoi che tornerà e sarà allora un ritornare definitivo. In questo frattempo è possibile coltivare l’incontro, la novità inaugurata con la risurrezione, fino alla comunione per sempre con Dio e con gli altri. “… sappiate che egli è vicino, alle porte…”: per chi accoglie la promessa di Gesù il futuro assume i contorni di un av-venire in cui al centro sta la presenza del risorto. E’ presenza che spinge all’incontro. Ed è un incontro che apre agli altri, a coloro con cui Gesù si identifica, il povero, il marginale, l’ammalato. Questo approdo finale già offre segni nel quotidiano e nella storia. Il germogliare del fico è una parabola che riguarda la presenza della novità del regno di Dio.

L’atteggiamento da coltivare è apprendere a scrutare e leggere i ‘segni dei tempi’. Viviamo già in un tempo salvato, in cui sono presenti chiamate e trace di salvezza. All’interno di esso sta crescendo come seme il ‘regno’: il regno è la presenza stessa di Gesù che ha incontrato e ha preso su di sè la storia umana e ha inaugurato un nuovo mondo, nuovi rapporti umani, un nuovo rapporto con Dio. Spesso siamo troppo preoccupati di portare qualcosa, quando invece forse l’atteggiamento di una chiesa povera sta nella dimensione dell’ascolto e dell’accoglienza. Ascolto delle chiamate che giungono dalla storia; accoglienza negli incontri con il volto di colui che viene e si fa incontro. Fissando lo sguardo su ciò che Gesù ha fatto. Per questo il presente è tempo di attenzione e responsabilità.

DSCN1472Alcuni motivi di impegno per noi oggi.

Il tempo si è per molti aspetti abbreviato: con i mezzi a disposizione riusciamo a fare tante più cose, e riusciamo a farle contemporaneamente, tendendo a superare ogni limite. La possibilità di comunicazione immediata è grande occasione che ha reso più veloci gli scambi e con essi la possibilità di lavorare, di collaborare, di scambiare idee, scritti, conoscenze. Il rischio che oggi viviamo è quello di lasciarsi sopraffare dagli strumenti a disposizione: è l’esperienza che sperimentiamo di essere talmente assorbiti dalla tensione a sfruttare ogni attimo con l’uso di strumenti tecnologici, da non avere più tempo, parole e attenzione per le persone che ci troviamo davanti. Così non c’è più il tempo che interrompe il lavoro e l’efficienza, non c’è più il tempo libero in quanto tempo liberato da impegni, esigenze e scadenze. E progressivamente viene meno il tempo della gratuità, dei gesti che non producono e non procurano efficienza, delle parole scambiate e che sono semi gettati di legame a scalfire le solitudini degli individui connessi con tutti ma isolati e inascoltati.

Imparate dal fico: ci sono segni da leggere. C’è una disponibilità da maturare a scorgere i piccoli segni. Centrando lo sguardo su Gesù. E’ quello che Francesco ha ricordato in modo chiaro ai delegati al convegno della chiesa italiana a Firenze nei giorni scorsi ridefinendo un indirizzo di stile di chiesa che abbandoni ossessioni che l’hanno segnata e continuano peraltro a segnarla pesantemente.

Con rinvio all’inno di Filippesi cap. 2 ha richiamato ad un cammino di chiesa che assuma l’umiltà di Cristo, il suo scendere e svuotarsi come criterio di fedeltà a lui: “Il primo sentimento è l’umiltà. «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre”.

Il tema del convegno era centrato sull’umanesimo, e la declinazione del tema articolata da Francesco è stata nel senso di liberarsi da pretese di costruzione di una nuova organizzazione di potere. Ha così spostato la riflessione dall’umanesimo – quale riferimento per molti aspetti complesso e con possibili ambiguità – all’umanità di Gesù. In tal modo ha fatto cogliere come sia presente il rischio di una costruzione culturale e ideologica, radicata nella nostalgia di stagioni in cui la società coincideva con una cristianità di tipo culturale e sociale. Riferirsi all’umanità di Gesù assumendo i suoi sentimenti è progetto essenziale che indica un cammino da condurre in modi nuovi, con libertà e apertura di fronte alle situazioni del presente: “Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente (…) L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49)”.

12227767_920009754745010_3831964021268357173_nHa poi richiamato alla direzione di una autentica riforma che si pone nella linea della inquietudine e della novità radicandosi in Cristo con spirito di apertura: “La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22)”.

Interpretando il presente come un cambiamento d’epoca ha infine invitato ad affrontare i problemi come occasioni per cammini nuovi, dove l’incontro, l’accompagnare e l’essere vicini divengono tratti fondamentali di un agire che mette al centro il vangelo: “Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr. Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.

In questo discorso si possono cogliere piccoli segni di qualcosa che sta ancora germogliando e chiede una partecipazione e coinvolgimento di comunità e di persone adulte nella fede.

A conferma di una situazione che dovrebbe cambiae per molti aspetti una coraggiosa e bella lettera di mons. Giovanni Giudici che è stato vescovo di Pavia, che ha raggiunto i 75 anni e ‘uscendo di scena’ confida i suoi pensieri. Qui di seguito un paio di pssaggi e la conclusione della sua lettera pubblicata in ‘Settimana’ (8 novembre 2015):

“Sono persuaso che una certa superficialità nella vita spirituale consente – e forse favorisce – l’enfasi data alla dimensione devozionale dell’esperienza di fede. Quante carovane di pullman e di macchine per i luoghi dove viene riferito che fratelli e sorelle hanno ricevuto rivelazioni private! Mi sono domandato e ancora mi domando se non è possibile porre lo stesso zelo nel proporre iniziative che favoriscano l’ascolto della Parola e la conoscenza dei movimenti dello Spirito nel cuore dei credenti. (…)

“quanti educatori svolgono la loro opera con grande abnegazione e con il dono del proprio tempo e delle proprie energie! Quanti operano nel servizio di carità nelle più varie forme in cui l’amore per il prossimo può essere esercitato! Quanti volontari sono impegnati nella cura per i sofferenti, i più deboli e poveri con una operosità in cui si manifesta intraprendenza e collaborazione. Questa figura di comunità fedele al Signore e attiva nella carità sollecita una presenza dei laici che non sia solo esecutiva ma anche partecipativa e decisionale nei vari ambiti in cui si svolge la vita ecclesiale”.

“… in questa mia condizione di uno che sta uscendo di scena, vorrei dire che mi ha sempre fatto impressione la grandiosità dell’apparato della CEI. Persone, commissioni, libri, pubblicazioni, convegni. Sono proprio tutti utili o necessari? Qualche volta si ha l’impressione che tutto questo ce lo possiamo permettere per la condizione privilegiata in cui ci troviamo a seguito del discreto successo dell’otto per mille. In particolare, desidero ricordare che mi è sembrato istruttivo il progressivo impallidire del Progetto Culturale. Era preannunciato, perché si è voluto riflettere e discutere di questioni che stanno a valle della fede. Il punto centrale è invece l’immissione nella società e nelle sue istituzioni dello spirito del Vangelo. Prego con riconoscenza e gioia per questa Chiesa di cui sono figlio”.

Alessandro Cortesi op

Un abbraccio ecumenico: storia e quotidianità

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In questi giorni un importante incontro si svolgerà in Terra Santa tra Francesco, vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica e Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli. Il loro incontro avverrà a Gerusalemme sede del patriarca ortodosso Teophilos III. Come ha notato Daniel Attinger (in “Popoli” maggio 2014)  “il Patriarca di Costantinopoli, nonostante il titolo di «ecumenico», non può venire a Gerusalemme e compiervi qualche gesto senza il consenso del Patriarca ortodosso di Gerusalemme, Theophilos III. È lui, per gli ortodossi, che accoglie i due visitatori, ma questi è totalmente dimenticato, tanto dai giornalisti, quanto, probabilmente, dalla maggior parte dei teologi e dei curiali cattolici. Di fatto non c’è traccia del suo nome nel programma della visita disponibile sul sito della Santa Sede. Eppure è lui, insieme al Patriarca armeno e al Custode francescano di Terra Santa, che accoglierà i due visitatori nella Basilica dell’Anastasis (Santo Sepolcro), dove si farà memoria, come proposto da Bartholomeos fin da quando ha invitato Francesco, del cinquantesimo anniversario del primo e unico incontro simile avvenuto nel secondo millennio: quello tra Paolo VI e Athenagoras I nel gennaio 1964”.

Proprio Theophilos in questi giorni ricordando quell’incontro ha detto:“Prima di tutto io penso che da quel momento abbiamo veramente cominciato a parlare di dialogo. Abbiamo iniziato a pregare per l’unità, ci siamo accorti di avere persino un obbligo in questo senso imposto dalla Divina Liturgia. Però, prima di porre l’Unità dei cristiani in termini amministrativi, che è sempre molto rischioso, io credo che dovremmo fissare le nostre preghiere  per trovare l’unità dello spirito, della mente e del cuore”. (da Vatican Insider).

 

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L’incontro ricorderà appunto quello di Paolo VI e Atenagora. Nella mia casa ricordo da quando ero bambino un’immagine posta al centro del salotto. Si trattava di un’immagine che ricordava come gli eventi storici erano segni che rinviavano a quell’ecumenismo domestico, a quel tessere relazioni nella vita quotidiana che è esperienza possibile a tutti, nella dimensione domestica. La vita di tutti anche dei piccoli è importante nel cammino storico dell’umanità e nutre e porta a quei passaggi che poi sono ricordati sui libri di storia.

L’immagine era un bassorilievo in bronzo, che ancora oggi trova il suo spazio contornata da una libreria, nel cuore della casa. E’ formella non di grandi dimensioni, di un artista, amico di famiglia, Benedetto Pietrogrande che ne fece dono a Carla e Sergio, miei genitori. Ricordi lontani mi riportano alla memoria la spiegazione dei profili sbozzati di quel bronzo, con uno stile così essenziale ed evocativo, che udii dallo stesso autore quando ci presentò questa sua opera.

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Al centro l’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora, quell’abbraccio che pose fine ad un tempo segnato dalle scomuniche reciproche. Un abbraccio che fu simbolo del cammino del Vaticano II e della scelta del cammino ecumenico  come via di fedeltà al vangelo. Era una via che la chiesa cattolica aveva visto con sospetto e aveva ostacolato emarginando i testimoni più lucidi dell’ecumenismo quale chiamata delle chiese a rispondere alla preghiera di Gesù: ‘che siano uno’. E il Concilio fu il momento che spalancò le porte ad un vento nuovo, il soffio dello Spirito. Quell’abbraccio di due uomini dello Spirito, Paolo VI e Atenagora, fu uno dei grandi segni di quella svolta.

Nel bassorilievo proprio l’incontro dei volti e il gesto dell’accoglienza nell’incrociarsi degli sguardi sta al centro. E attorno a quell’abbraccio alcuni elementi riprendono, quasi a sottolineare i tratti di questo incontro.

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In basso a destra il profilo di Paolo VI senza insegne particolari, solo con il bastone in mano: indicazione dai tratti essenziali di un pastore che si scopre pellegrino, pelllegrino della fede, ma anche inserito in quel cammino di fede del popolo di Dio, e al servizio di un cammino orientato all’incontro nell’attesa e nella ricerca dell’unità. Proprio in quel tempo (erano i primi giorni di gennaio del 1964 poco tempo dopo la chiusura della seconda sessione del Concilio) stava prendendo forma la redazione della costituzione conciliare Lumen gentium. Costituiva la presa di consapevolezza della chiesa come popolo di Dio in cammino, popolo costituito di soggetti diversi segnati da una medesima dignità battesimale e dalla chiamata a partecipare alla vita di Dio, alla santità, nella differenza di servizi e di doni, inseriti nella storia. E nel pellegrinaggio chiamati ad accogliere il dono della comunione e viverla nello scoprirsi chiesa di chiese, chiamate alla comunione nella diversità.

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In alto a destra della formella vi è la la ripresa dell’abbraccio quasi a sottolineare il primato di quell’ecumenismo dell’amore così caro a Atenagora. Una registrazione dello scambio di saluti nel momento dell’incontro rimasta per molto tempo dimenticata è stata riproposta da ‘Vatican Insider’ (Atenagora e Paolo VI. Le parole del fuori onda) e ci riporta le parole che hanno scandito quel momento.

Atenagora ebbe a dire: «Ci è stato fatto il dono di questo grande momento; noi perciò resteremo insieme. Cammineremo insieme. Che Dio… Vostra Santità, Vostra Santità inviato da Dio… il Papa dal grande cuore. Sa come la chiamo? “O megalòcardos”, il Papa dal grande cuore!». Paolo VI gli rispose: «Siamo solo degli umili strumenti. Più siamo piccoli e più siamo strumenti; questo significa che deve prevalere l’azione di Dio, che deve rimanere la norma di tutte le nostre azioni. Da parte mia rimango docile e desidero essere il più obbediente possibile alla volontà di Dio e di essere il più comprensivo possibile verso di Lei, Santità, verso i suoi fratelli e verso il suo ambiente» E ancora Paolo VI: «Nessuna questione di prestigio, di primato, che non sia quello… stabilito da Cristo. Ma assolutamente nulla che tratti di onori, di privilegi. Vediamo quello che Cristo ci chiede e ciascuno prende la sua posizione; ma senza alcuna umana ambizione di prevalere, d’aver gloria, vantaggi. Ma di servire» .OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Sulla parte alta del bassorilievo a sinistra una processione che porta un’icona in cui è distinguibile un’immagine di Maria con il bambino. E’ il riferimento al culto per le icone nella tradizione ordossa, all’importanza dell’icona con la sua valenza sacramentale. Subito dietro a colui che reca l’icona sta un’altra figura con in mano un libro. Scrittura e icona: i segni dell’incontro propri delle grandi tradizioni cristiane che hanno sottolineato la centralità della Parola, la tradizione delle chiese riformate, e di quelle che hanno sottolineato la valenza dell’immagine, le chiese ortodosse. Certamente sulle accentuazioni si è giocata nella storia la divisione, ma la sottolineatura delle differenze e di diversi doni, come evidenziava un grande profeta dell’ecumenismo Oscar Cullmann, è benedizione in vista di una valorizzazione delle diversità e dello scambio dei doni.

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E proprio al di sopra dei profili  di Paolo VI e Atenagora la mensa dell’eucaristia. Il pane il calice, la croce e i volti abbozzati di due figure che concelebrano. La Scrittura, l’icona, l’eucaristia. L’indicazione di una comunione che sorge dall’eucaristia e che si apre nell’orizzonte dell’eucaristia condivisa e insieme celebrata. Il grande sogno e desiderio che da quei giorni di gennaio 1964 hanno segnato l’impegno e la preghiera di tanti che hanno vissuto nell’orizzonte del cammino ecumenico.

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Ma anche è ricordo di un’occasione mancata: Emmanuel Lanne ricordava come dopo la cancellazione delle scomuniche le chiese erano pronte in quel momento a ristabilire anche la comunione ecuaristica e se questo gesto fosse stato compituo sarebbe stato accolto con gioia. Timori, paure di lacerazioni resero incapaci di compiere quel passo, come più tardi nel 1981 il passo della comunione della chiesa cattolica con la chiesa anglicana.

Guido Dotti, monaco di Bose, offrendo una lettura dell’incontro prossimo di Francesco con Bartolomeo ha così osservato: “I successori di Pietro e Andrea parleranno, sì, delle sofferenze, delle angosce e delle speranze dei cristiani in Terrasanta e in Medio Oriente, cercheranno di intraprendere vie condivise per alleviare le sofferenze loro e di tante vittime della guerra e della violenza, denunceranno l’ingiustizia e il sopruso che offende la dignità degli esseri umani, soprattutto dei più deboli, ma il loro sguardo non sarà quello del calcolo politico, degli opportunismi mondani, bensì quello della consapevolezza che «l’ecumenismo di sangue», la condivisione delle prove e del martirio è voce più forte di ogni divisione, è testimonianza evangelica che fa dell’ecumenismo dei martiri un segno credibile dell’annuncio cristiano nel mondo di oggi. Sarà anche l’occasione per condividere preoccupazioni e sollecitudini: «Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri cristiani per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi» (EG, n. 246). (Di nuovo insieme a Gerusalemme, “Popoli” febbraio 2014)

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Questa immagine mi è stata davanti agli occhi per tanti anni nella quotidianità e ricordo di uno stile di umanità e di vita ecclesiale: è un’opera che ricorda come certe scelte e certi passaggi siano fecondi dei cammini dei cuori che solo Dio conosce. In questi giorni potremo assistere all’incontro di Bartolomeo e Francesco forse in qualche modo assordati e distratti dall’ufficialità e dalla retorica, ma potremo anche cogliere il loro abbraccio come segno semplice di quel cammino di accoglienza dell’altro, di ascolto e di dialogo che costituisce oggi la profonda sfida per cammini di umanizzazione e sfida per i singoli e per le chiese in quanto responsabili del vangelo ricevuto.

Alessandro Cortesi op

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