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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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V domenica del tempo ordinario – anno C – 2019

DSCN2121Is 6,1-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-1,

La chiamata di Isaia, sacerdote di Gerusalemme, ad essere profeta è descritta in modo solenne come una visione all’interno del Tempio nel momento del sacrificio dell’incenso tra le volute di fumo che riempiono lo spazio sacro. Isaia testimonia un’esperienza della presenza di Dio, la sua gloria. Ma il fumo è velo che impedisce di vedere. Dio si fa vicino ma nel contempo si vela e rimane inaccessibile. Isaia vive l’esperienza di una chiamata che lo coinvolge e gli cambia l’esistenza: e si scopre piccolo e indegno di fronte alla santità di Dio: ‘Santo Santo Santo è il Signore Dio degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria’. Le sue labbra vengono purificate per mezzo del carbone tratto dall’altare: questo gesto indica un fuoco che lo prende e genera parole nuove: è un invio a parlare e farsi annunciatore di una parola come fuoco. ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’ Isaia riceve una missione e risponde con libertà: ‘Eccomi, manda me’.

Appaiono qui due movimenti presenti in ogni chiamata della Bibbia: l’invio come appello gratuito accolto e la disponibilità a partire. Come Abramo, come Mosè, come Samuele, come Amos. Dio prende l’iniziativa, purifica Isaia, lo trasforma e lo invia per una missione nuova che lo prende interamente. Il profeta accoglie questo e dice prontezza e disponibilità: ‘eccomi manda me’. Egli passa così dalla condizione sicura e appagante di sacerdote del tempio di Gerusalemme ad una condizione nuova ed incerta, in cui vive non le sicurezze della religiosità, ma il rischio della fede. Isaia diverrà il profeta della fede che annuncia: ‘se non crederete non avrete stabilità’ (Is 7,9b), il profeta che contrapporrà ai disegni di affermazione basati sulla sicurezza dei carri e dei cavalli, delle armi da guerra, la fiducia nel Dio dell’alleanza come unica arma di salvezza da contrapporre agli imperi del suo tempo. E sarà il profeta del sogno messianico, di un tempo nuovo di pace e gioia in cui le spade saranno trasformate in vomeri e le lance in falci, in cui il lupo dimorerà insieme con l’agnello e la pantera si sdraierà accanto al capretto (Is 11,6)

Sulle rive del lago di Galilea, all’aperto, mentre i pescatori lavano le reti. Un contesto diverso, ma sempre luogo di incontro. E’ la chiamata di Gesù ai suoi. Dopo una notte in cui i pescatori sono rientrati senza aver preso nulla, con la sua barca vuota. “… abbiamo faticato tutta la notte, ma non abbiamo preso nulla”. Gesù invita Pietro a prendere il largo e a gettare le reti ancora, fondandosi sulla promessa. “Sulla tua parola getterò le mie reti”. Pietro si affida alla parola di Gesù e il racconto evoca l’incontro pasquale. Si apre a questo punto l’inatteso: “E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”. E’ abbondanza spropositata che contrasata con il nula di fatto di una notte di fatica. E’ immagine che racconta lo stupore della grazia e del primato dell’agire di Dio nella vita. Di fronte a questo capovolgimento Pietro avverte la sua indegnità. Vede se stesso in modo nuovo: si sente distante, peccatore. Scopre che la sua azione, l’impegno di tutta la sua vita, non dipende dalle sue forze, non sarà percorso di affermazione ma cammino nello stupore della gratuità, nel solo affidarsi alla sua parola.

Luca ha a cuore l’attenzione alla parola. Pietro sarà chiamato ancora a gettare reti nuove sulla parola di Gesù. Non viene allontanato, ma accolto per essere pescatore in modo diverso: pescatore di uomini, per dare la vita nel rapporto con altri, per andare al largo e scorgere nuovi orizzonti. Luca sottolinea la radicalità della risposta di Pietro alla chiamata: “Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. Lasciare tutto è comprensibile solo nella scoperta di qualcosa di più importante che ha il primo posto: il rapporto con Gesù.

Luca insiste sul fatto che rinuncia di altre cose e scelta della povertà sono la via di coloro che si mettono a seguire Gesù. La parola liberante del vangelo apre ad un liberarsi da quanto lega ad un possesso che rende preoccupati e impediti. E qui sorge il paradosso del seguire Gesù: nello scegliere la via della povertà, nel lasciare qualcosa, nel vivere in perdita si scopre che, si trovano relazioni nuove e una gioia che riempie la vita. ‘Non temere’… La vita al seguito di Gesù non è esperienza di paura ma di gioia.

Alessandro Cortesi op

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Fratellanza come chiamata

Nei giorni scorsi ad Abu Dhabi si è svolto uno storico incontro tra papa Francesco e il grande imam dell’università di Al-Ahzar del Cairo Ahamad Al-Tayyb. Nel quadro di un convegno promosso dal Muslim Council of Elders, a cui hanno partecipato 700 leader religiosi di diverse confessioni, essi hanno firmato un documento comune sulla fratellanza.

E’ questo il frutto di molteplici contatti tra rappresentanti della chiesa cattolica e della Università di Al-Ahzar centro prestigioso di saggezza del mondo islamico. Ed è indicato come “Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli”.

La motivazione di fondo che guida questo scritto è la preoccupazione di una vicenda mondiale in cui sono drammaticamente presenti ingiustizie e violenze insopportabili, iniqua distribuzione dei beni che conducono l’umanità ad una distruzione totale. Come ha affermato papa Francesco: “Costruiamo insieme l’avvenire, o non ci sarà futuro… È giunto il tempo in cui le religioni si spendano con coraggio per aiutare la famiglia umana alla riconciliazione”.

Infatti l’estremismo religioso e nazionale insieme all’intolleranza «hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”»

La dichiarazione esorta a “cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione”.

Nel testo compare per contro l’invito a promuovere “i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune». Ostacoli individuati sono la «coscienza umana anestetizzata” ed il “predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti”.

Alcune affermazioni condivise in questo documento sono particolarmente importanti per una recezione all’interno delle singole comunità e per una responsabilità comune da attuare nel cammino dell’umanità.

Si offrono affermazioni forti sulla libertà di credere e di pensiero con una accentuazione interessante sulla sapienza divina quale fondamento del diritto alla libertà di credo e sorgente del pluralismo e delle diversità da accogliere come espressione di tale sapienza:

“La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi”.

Viene enunciato il rapporto tra Oriente e Occidente come opportunità e necessità data alla storia di arricchimento di civiltà e scambio che fa crescere le culture: “Il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture”.

La dichiarazione afferma un concetto di cittadinanza che prevede come tutti i membri delle società debbano essere considerati cittadini e non minoranze su cui avere uno sguardo di discriminazione. E’ un concetto di cittadinanza piena che potrebbe avere conseguenze rilevanti positive in Oriente ma anche in Occidente in modi diversi.

“Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli”.

Un paragrafo del documento è dedicata a riconoscere i diritti delle donne e l’importanza di operare per la liberazione da diverse forme di oppressione e umiliazione della dignità delle donne.

“È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti”.

E’ una dichiarazione che potrà suscitare resistenze, ostacoli e ostilità, ma come ha ribadito Francesco, per parte cattolica si pone pienamente nello spirito del Vaticano II e da parte dell’imam Al-Tayyb costituisce un passaggio che apre una sfida all’interno del mondo islamico orientando il dibattito decisamente nella direzione del dialogo, dell’incontro e della ricerca comune dalla pace. Sono parole che segneranno la storia e se accolte potranno aprire nuovi orizzonti alle responsabilità dei credenti ed essere semi portatori di frutti buoni di pace e giustizia.

Alessandro Cortesi op

 

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