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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXXIV domenica tempo ordinario – anno A – Cristo re dell’universo – 2020

Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-16.28; Mt 25,31-46

La grande scena della separazione delle genti conclude la sezione del discorso escatologico del vangelo di Matteo centrato sui temi dell’attesa (parabola del servo fedele), della vigilanza (parabola delle vergini stolte e sagge) della responsabilità nel tempo (parabola dei talenti). La scena inizia indicando un tempo del venire del figlio dell’uomo: “quando il Figlio dell’uomo verrà…”. L’esito ultimo della storia non sarà il vuoto e la solitudine, ma vedrà un venire, sarà un incontro. La vicenda dell’intera famiglia umana va verso un futuro che ha i tratti di un avvento: qualcuno ci verrà incontro.

Gesù è indicato come ‘figlio dell’uomo’, espressione ripresa dal libro di Daniele (cap. 7) che indicava una figura con la funzione di giudizio sull’intera storia. Il figlio dell’uomo che verrà è il medesimo Gesù che ha annunciato beati i poveri, beati i miti beati, quelli che hanno fame e sete della giustizia. E’ colui che ha chiamato a seguirlo dicendo che il regno dei cieli è vicino; è colui che ha radunato una comunità chiamata a porre al centro i piccoli, in cui nessuno vada perduto e a vivere il perdono come stile di vita. E’ colui che ha inviato i suoi apostoli a dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto. Di fronte al sommo sacerdote nel quadro del processo finale che gli chiedeva ‘se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio’ (Mt 26,64), Gesù dirà: ‘vedrete il Figlio sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo’. Il giudizio sulla storia – dice Matteo – si compie in rapporto a Gesù che ha dato la sua vita per tutti. 

La scena del giudizio ultimo dev’essere letta scorgendo l’accento sulla prima parte segnata dall’invito: ‘venite benedetti del Padre mio…’. La seconda parte che presenta atteggiamenti contrastanti è articolata secondo lo schema letterario che intende  far risaltare quanto è detto nella prima. Si apre allora una chiamata sin d’ora alla comunità. La fine della storia sarà una grande accoglienza, e sarà una parola definitiva di comunione ‘Venite’. E’ una comunione offerta in un incontro che esige responsabilità perché non basta dire ‘Signore Signore’ per entrare nel regno dei cieli (Mt 7,21). L’invito a venire è accostato ad una chiara indicazione che il giudizio si compie già nelle scelte storiche del presente e nell’agire concreto nel rapporto con gli altri, con coloro che sono gli impoveriti e le vittime nella storia.

L’incontro della comunione finale sarà un dono non come riconoscimento di una appartenenza religiosa, né di un culto vuoto, ma quale svelamento di una prassi vissuta nella gratuità. Sono accolti tutti coloro che hanno vissuto la vita in attenzione all’altro, anche senza sapere che in quei gesti di cura, ascolto, attenzione incontravano Gesù stesso presente nei poveri. “Quando ti abbiamo visto…?” Il loro agire è stato un prendersi cura dell’altro, un gesto di umanità.  E tutti i gesti  indicati sono rivolti all’altro povero, che vive nella povertà radicale della condizione umana espressa dalle varie situazioni dell’aver fame e sete, dell’essere senza casa e aver bisogno di assistenza, del vivere una storia ferita e stare in condizione di emarginazione.

Il re rivolge un discorso molto laico: ero affamato e mi avete dato da mangiare… Richiama gesti che hanno a che fare con la concretezza della vita e con l’accoglienza del povero. Nel suo invito ‘venite’ si può così cogliere anche un altro messaggio: l’incontro con Gesù si sperimenta nella storia, nell’incontro con il volto dei poveri. D’ora in poi egli si identifica con i più piccoli dei fratelli: “tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l’avete fatto a me”. E’ una identificazione scandalosa: Gesù si dà ad incontrare al di fuori di ogni accampamento, al di là di ogni chiesa.  Sovverte ogni appartenenza ed ogni pretesa di limitare la sua presenza in qualche luogo o rappresentanza.

Dopo la risurrezione i discepoli si chiedevano: dove è possibile incontrare il volto di Cristo ora che non è più tra noi come prima? Matteo con questa pagina risponde dicendo: Gesù continua a venirci incontro e incontrarlo è possibile: chi incontra i volti dei poveri si apre all’incontro con Lui, vede cambiare la sua esistenza ed attua così il senso più profondo della sua vita.

Alessandro Cortesi op

Un anello, l’orrore e la speranza

Una barca blu semiaffondata, un anello, uno zainetto e pochi vestiti. Questi pochi resti sono stati ritrovati dagli operatori della nave della ONG Open arms giunta sul luogo di un naufragio avvenuto da poche ore nelle acque del Mediterraneo.

E’ quel Mediterraneo che sempre più assume i contorni di un enorme cimitero. Cimitero non solo di una schiera innumerevole di vite umane, donne, uomini, bambini, ma anche cimitero di quegli ideali di dignità, di diritti proclamati e solennemente enunciati in Trattati internazionali e dichiarazioni ufficiali dall’Unione europea che proprio su di essi dovrebbe trovare le ragioni della propria esistenza e di ogni suo progetto.

Quello zainetto ritrovato sulla barca semiaffondata apparteneva forse ad una delle vittime inghiottite dal mare e vederne la foto ha portato a toccare con mano la fragilità dell’esistenza, fatta di poche cose, preziose e  da custodire. Alcuni fogli scritti in arabo con disegni di farfalle, due anelli nuziali con i nomi incisi sul lato interno – Ahmed e Doudou – maglie, indumenti, effetti personali. Il tutto ben ripiegato e protetto dentro sacchetti di plastica per evitare che l’acqua e la salsedine nella traversata potessero danneggiare queste poche cose, il tesoro di un vita, il seme di una speranza, che racchiudevano, nel silenzio della loro materialità, l’affidamento di un futuro possibile e diverso.

In quello stesso giorno la Open arms aveva soccorso molti migranti – circa cento persone tra cui alcuni bambini e donne incinte – a bordo di un gommone che aveva improvvisamente ceduto e le persone erano tutte cadute in acqua, senza salvagente e prive di dispositivi di sicurezza. Alcuni nonostante i soccorsi erano morti: tra di essi un bambino di sei mesi.

Le poche cose di quello zainetto facevano riandare ad altre tragedie dei medesimi giorni e di anni e anni. E costituiscono un ricordo tangibile del desiderio e della forza che spinge innumerevoli persone a partire, come da sempre è accaduto nella storia umana, inseguendo sogni, aneliti, cercando pane e fuggendo da pesi insostenibili. 

Nei giorni dopo il ritrovamento, il 14 novembre, Alessandra Ziniti, giornalista di Repubblica scriveva: “Forse queste poche tracce di Ahmed, stese ad asciugare sul ponte della Open Arms, entreranno come un missile in qualche casa sull’altra sponda del Mediterraneo. Forse serviranno quantomeno a placare l’angoscia di chi non sa. O forse rimarranno solo testimonianza di quello che accade ogni giorno in un mare che negli ultimi giorni ha restituito più di 30 cadaveri sulle spiagge libiche … E’ tutto quello che resta dell’amore giovane di Ahmed e Doudou, finito in fondo al Mediterraneo in un giorno di novembre”.

Ma non è stata questa l’ultima parola di tale triste ritrovamento. Leggendo la notizia sui quotidiani, alcuni volontari di Medici senza Frontiere hanno riconosciuti Ahmed e Doudou, accolti alla Casa dei Gabbiani nei pressi di Agrigento.

Erano stati soccorsi dai pescatori di un peschereccio mentre il barchino dal colore azzurro dove avevano trascorso le ultime drammatiche ore, affondava. Partiti da Zawija in Libia il 19 ottobre – dove si erano recati alla ricerca di un lavoro lasciando il loro paese d’origine l’Algeria – avevano deciso di imbarcarsi con altre famiglie, consci del rischio cui andavano incontro. Erano rimasti senza più carburante durante la traversata fino alla notte del 21 ottobre. Tra le onde quella notte furono trascinati via in cinque tra coloro che erano insieme a loro e tra loro una bambina di pochi anni che viaggiva insieme con il fratellino e la mamma.

“E’ un orrore senza fine quello che vediamo. Se gli Stati europei non vogliono fare il proprio lavoro, il minimo che possono fare è lasciare che le navi umanitarie di ricerca e soccorso facciano il loro. Devono lasciarci tornare in mare per salvare vite” così Ester Russo psicologa di MSF indica ad Alessandra Ziniti quello che al minimo si potrebbe fare (La favola di Ahmed e Doudou, “La Repubblica” 16 novembre 2020), pronunciando parole che risentono della sua vicinanza quotidiana a vite spezzate nel dolore nel silenzio.

Cosa pensare alla luce di questa favola che lascia il cuore pesante e rattristato nonostante il sollievo di sapere che Ahmed e Doudou sono vivi e hanno potuto recuperare le loro poche cose preziose?

Si può pensare a come i viaggi dei migranti siano simili ai viaggi di ogni uomo e donna che recano con sé i loro sogni, la loro vita e quanto sta a cuore. Quelle cose rivelano una comunanza di sentimenti, di appartenenza alla medesima umanità che dovrebbe far sorgere un senso di compassione e di vicinanza. E da qui far maturare anche la ricerca di modi diversi di pensare le nostre società perché non rimangano chiuse e abbrutite ma possano aprirsi ad un futuro nuovo.

D’altra parte sapere che nel Mediterraneo da anni e anni si sta svolgendo una continua strage nell’indifferenza di governi europei bloccati dalla paura e dall’incapacità di elaborare un progetto che guardi al domani è motivo di sconforto da un lato e di urgenza per non lasciarci contagiare da questo virus del cinismo e dell’ignavia più pericoloso del virus della pandemia in atto. 

E’ motivo anche per allargare lo sguardo a considerare i vari luoghi in cui oggi vengono attuate politiche che violano diritti umani fondamentali, non lontano dalle nostre case, ad esempio al confine est dell’Italia dove da mesi si stanno compiendo autentiche deportazioni illegali nei termini di respingimenti a catena (tra Italia, Slovenia, Croazia fino ai confini esterni della UE) senza alcuna possibilità da parte dei migranti di presentare richiesta di protezione e di aver riconosciuta la sacra dignità di esseri umani.

E, ancora, pensare alle politiche di delegittimazione e di autentica persecuzione attuate nei confronti delle ONG che in assenza di politiche di ricerca e soccorso da parte dell’Europa hanno intrapreso progetti per prestare soccorso in mare, apre ad una reazione di impegno, di solidarietà e di sostegno per tutti coloro che sono oggi testimonianza di una umanità che resiste senza protagonismi vacui, senza ricerca di visibilità e di riconoscimenti. Sono loro testimoni di vangelo vissuto oltre le mura, al di fuori di confini confessionali e di appartenenza, coloro che rispondono all’invito ‘ero straniero e mi avete visitato. C’è chi oggi ci ricorda questa parola con i gesti della vita. E diviene monito contro l’assopimento e l’indifferenza che segna questa vecchia Europa e pervade l’aria facendo mancare il respiro.

Alessandro Cortesi op       

XXIV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_2009Es 32,7-14; 1Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui riceve i peccatori e mangia con loro’. Allora egli disse loro questa parabola…”

Dopo questa introduzione seguono tre parabole che compongono la sola e unica parabola annunciata: colui che va in cerca della pecora perduta, la donna che cerca la moneta perduta e il padre che attende e va incontro ai figli perduti. In tutte c’è una perdita, un’attesa o una ricerca ed un ritrovamento.

Farisei e scribi sono ‘coloro che mormoravano’: era questo l’atteggiamento del popolo d’Israele nel deserto (Es 16,2-3.7.12; Num 16,11): il lamento deluso di chi nel deserto perde fiducia nella vicinanza di Dio e giunge ad avere nostalgia della schiavitù d’Egitto, dove almeno ‘eravamo seduti presso la pentola della carne’. E’ la risentita espressione della mancanza di fede e del rifiuto ad affidarsi alle promesse del Dio liberatore.

Un altro tipo di persone sta di fronte a Gesù: chi ‘si avvicinava per ascoltarlo’. L’ascolto in Luca è l’attitudine propria del discepolo: sono i pubblicani e i peccatori, gli irregolari dal punto di vista religioso. Per loro le parabole acquistano un significato particolare perchè sono accolte in un ascolto della vita.

Le prime due insistono sulla ricerca, della pecora e della moneta. Per chi si pone alla ricerca ciò che è perduto vale più di tutto il resto. Si delinea un messaggio centrale: Gesù annuncia il volto di Dio Padre, un padre dal volto materno, tenero, che si pone alla ricerca dell’uomo.Un Dio dal volto di donna che si china a cercare nella penombra una moneta rotolata via. E che così può essere riconosciuto al cuore dell’esperienza quotidiana di chi era escluso dai circuiti principali della religione.

Segue la parabola più lunga costituita di tre grandi movimenti: il primo è la richiesta del figlio minore di essere autonomo e di andarsene dalla casa del padre. E’ allontanamento per avere autonomia, ma poi si delinea come fallimento e si interrompe in quella decisione di ‘ritornare’. Tuttavia le ragioni di questo ritorno sono ancora il desiderio di avere una sicurezza quotidiana, di poter trovare da mangiare almeno come i salariati nella casa del padre. Il punto di svolta sta qui, non tanto la delusione per una felicità lontano dalla casa, ma la consapevolezza di aver sbagliato percorso e la decisione di tornare indietro: una ‘conversione’ che lo riconduce dove era partito. Tuttavia egli si aspetta ancora quella che può esser definita la soluzione del buon senso: la richiesta al padre è ‘trattami d’ora in poi come uno dei tuoi garzoni’.

La seconda scena vede al centro la figura del padre: il figlio che torna è atteso e viene anticipato nel suo desiderio di presentarsi a lui chiedendo di poter ritornare. Il volto del padre è segnato da uno sguardo che attende da lontano e non lascia spazio alle parole ma solo a gesti: l’abbraccio che fa ricominciare una storia di incontro. Per primo, con l’affetto che non fa calcoli e non pone condizioni si getta al collo e lo baciò. I segni della gioia sono l’abito più bello, l’anello al dito, i calzari ai piedi, la festa.

L’amore di questo padre trasforma una storia di morte in una storia di vita: ‘mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. Il padre buono pone la fretta nel lasciare alle spalle la situazione passata per lasciare spazio solo alla gioia di ritrovarsi.

La terza scena è anche questa volta occupata dal padre, dal suo uscire verso il figlio maggiore. Anche quel figlio viveva nella casa ma da estraneo, come uno schiavo. Non aveva compreso la cosa più importante, la gioia del rapporto. Anche verso di lui vi sono parole di misericordia e di invito. Per vivere un modo nuovo di stare in quella casa ma anche per scoprire cosa significhi essere fratelli: ‘figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’.

La parabola propone un itinerario di scoperta del volto di Dio padre che non viene meno nella ricerca e nell’attesa di cammini di incontro e di riconoscimento dell’altro come fratello.

Alessandro Cortesi op

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Padre/madre

Le figure della madre e del padre in questo tempo hanno visto in Massimo Recalcati un profondo interprete da un punto di vista psicanalitico che ha sondato le attuali tendenze, limiti e aperture (Cosa resta del padre, Cortina 2011; Le mani della madre, Feltrinelli 2015)

Il primo volto della madre – dice Recalcati – sono le sue mani. La madre è colei che risponde al grido di aiuto del bambino, la sua prima soccorritrice. Dove una vita inerme trova accoglienza lì c’è una madre. La madre offre poi al figlio uno sguardo: immergendosi in esso e riflettendosi, un bambino incontra il mondo: gli orizzonti possono aprirsi e dilatarsi. Il desiderio della madre è il lievito che fa crescere e accompagna. Un terzo elemento è il seno, che la madre offre al bambino rispondendo al bisogno di cure che le sono richieste.

Madre è nome di cura particolare e nella cura è anche trasmissione del desiderio che apre strade ai figli, apprendendo nel tempo la faticosa attitudine del lasciarli andare. In una visione patriarcale della maternità quando una donna diventa madre smette di essere donna. Ma è proprio questo un movimento da contrastare: anche i figli hanno bisogno che le madri restino donne. Nel tempo dell’incuria, il nostro tempo segnato da disprezzo e indifferenza, occorre lasciare nuovo spazio alla dimensione dell’attenzione: un amore che unisce desiderio, accoglienza ma anche capacità di distacco e autonomia.

Perché si possa parlare di padre – ancora secondo Recalcati – è necessario non solo guardare a un atto biologico. Ma il divenire padre si compie in un complesso processo di adozione della vita del figlio. Il passaggio indispensabile sta nel gesto di un riconoscimento nel rivolgersi a lui dicendogli “tu sei mio figlio“,  e nell’assumere una responsabilità senza limiti “perché la tua venuta al mondo ha reso il mondo diverso“. Recalcati riprendendo Lacan afferma che la figura del padre sta nel tenere unite insieme legge e desiderio. Ma egli osserva che “Il problema del nostro tempo è che l’alleanza tra legge e desiderio si è interrotta: siamo infatti nel tempo del desiderio impazzito, dissipativo. Per dirlo con le parole di Lacan, il nostro tempo è il tempo dell’evaporazione del padre”. Si è passati da modelli di paternità come il padre padrone che domina e s’impone con autorità all’emergere di modelli diversi e possibilità nuove. Recalcati indica la figura del padre testimone: “padre è testimone e la sua testimonianza viene data attraverso la sua vita: il padre non deve spiegare il senso della vita, ma deve mostrare attraverso la sua che la vita, con i dovuti limiti, può avere un senso, animando così la vita del figlio con la speranza. La parola del padre non ha forza e capacità per guidare la vita del figlio ma di proteggerla: e facendo questo può portare nel cuore dei figli l’esperienza dell’impossibile…

Fulvio De Giorgi, nel suo libro Il figliol prodigo. Parabola dell’educazione, (Scholè, 2018) presenta e discute varie interpretazioni, teologiche e non solo, della parabola nelle diverse epoche. Vi legge la presenza delle forme di educazione presenti anche nel tempo contemporaneo: l’educazione autoritaria, quella permissiva e quella liberatrice.

Ciò che colpisce nella parabola è l’assenza della madre. David Maria Turoldo leggeva tale assenza come necessaria: a suo avviso l’insegnamento di fondo si focalizza nella accettarsi reciprocamente: «O Dio quando impareremo a sopportarci, a comprenderci: appunto a tollerarci come tu ci tolleri? Vera tolleranza è di sentire tutti uguali. È ammettere che anche il fratello ha una sua verità” (Anche Dio è infelice).

De Giorgi osserva come la parabola potrebbe anche intitolarsi la parabola della madre assente: «Manca la donna, manca la madre: manca l’afflato femminile materno. C’è l’ordine, ci sono le norme. Ma non ci sono la protezione e i permessi, il nutrimento del cuore». E osserva: «Siamo di fronte a un fallimento educativo completo, con un figlio che esce da casa e uno che non vuole entrare».

Enzo Bianchi, rimarcando la finale aperta della parabola che fa divenire protagonistie  coinvolti in una storia la cui finale non fa restare indifferenti, afferma: «Tu che chiami Dio padre, che immagine di Dio hai? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto, dotato di giustizia retributiva? O di un padre che ama senza porre condizioni? Un padre che perdona sempre? Gesù ci interpella! A ciascuno di noi la risposta nel nostro cuore» (Ma l’altro figlio fu ‘prodigo’?, “Avvenire” 11 marzo 2010)

Vent’anni fa Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, iniziava con queste parole la sua lettera pastorale intitolata ‘Ritorno al Padre’ strutturata attorno al commento della parabola del padre e dei due figli:

“Mi alzerò e andrò da mio Padre” (Lc 15,18) Vi sono molti modi di rifiutare il Padre e il cammino verso di lui. Il più comune (e il più nascosto nell’inconscio) è di rifiutare la morte. Eppure tutti, senza distinzione, siamo incamminati in un viaggio, breve o lungo, che inesorabilmente ci porta verso di essa. Vivere è anche convivere con l’idea che tutto prima o poi finirà. V’è chi si consola pensando che quando ci sarà la morte noi non ci saremo più e che finché ci siamo essa non c’è. Ma si tratta di una consolazione fragile. In realtà la morte incombe su ogni istante della nostra vita, incombe nella forma della domanda: che sarà di me dopo la morte? che senso ha per me la vita? dove vado con tutto il bagaglio dei miei sforzi, delle mie pene, delle mie magre consolazioni?

In tali domande la morte appare come una sfida radicale al pensare umano, una sfida da cui nasce una riflessione seria. E’ come una sentinella che fa la guardia al mistero. E’ come la roccia dura che ci impedisce di affondare nella superficialità. E’ un segnale a cui non si sfugge e che ci costringe a cercare una meta per cui valga la pena di vivere. E’ il “vallo estremo” (E. Montale) da cui ci viene, come un contraccolpo, il bisogno di lottare contro l’apparente trionfo della morte e un’esigenza profonda di cercare il senso della vita, di giustificare la fatica dei giorni.

Sento che alcuni leggendo queste parole saranno tentati di rifiutarle: perché cominciare con un argomento così serio e troppo poco pervaso dalla speranza delle Scritture? Eppure non ho fatto altro che richiamare la vicenda narrata da Gesù nella parabola dei due figli. E’ quando il minore, che ha voluto andarsene da casa e ha sperperato i suoi beni, si trova a toccare il fondo (“avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava”, Lc 15,16) che, quasi per contraccolpo, si ricorda che c’è una casa del padre, dove anche i servi hanno vita, dignità e “pane in abbondanza” (Lc 15,17). L’esperienza della miseria gli consente di guardare in faccia la via della morte che sta percorrendo e di ribellarsi. Quando ci sentiamo soli, quando nessuno sembra volerci più e noi stessi abbiamo ragioni per disprezzarci o essere scontenti di noi, quando la prospettiva della morte o di una perdita grave ci spaventa e ci getta nella depressione, ecco che dal profondo del cuore riemerge il presentimento e la nostalgia di un Altro che possa accoglierci e farci sentire amati, al di là di tutto e nonostante tutto.

Il Padre è in questo senso – se si vuole un senso ancora laico e mondano – l’immagine di qualcuno a cui affidarci senza riserve, il porto dove far riposare le nostre stanchezze, sicuri di non essere respinti. La sua figura ha al tempo stesso tratti paterni e materni: se ne può parlare come del Padre nelle cui braccia si è sicuri e come della Madre a cui ancorare la vita che da essa riconosciamo. E’ pertanto evocazione dell’origine, del grembo, della patria, della casa, del focolare, del cuore a cui rimettere tutto ciò che siamo, del volto a cui guardare senza timore. Il bisogno del Padre è quindi equiparabile al bisogno di un riferimento e di un rifugio paterno e materno e può essere espresso indifferentemente con metafore maschili e femminili”.

Alessandro Cortesi op

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