la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXXI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1271.JPGMal 1,14-2,2; 1Tess 2,7-9.13; Mt 23,1-12

I filatteri, detti tefillim (preghiere) sono piccoli astucci di cuoio a forma di cubo: al loro interno custodiscono rotolini di pergamena con su scritti brani biblici. Vengono legati alle braccia, alle mani e sul capo durante la preghiera. Le frange, zizit, sono trecce di tessuto legate alla veste, o applicate al mantello della preghiera (tallit): un segno a ricordo dei comandamenti del Signore. I posti nella sinagoga sono i luoghi della preghiera nella assemblea. Filatteri, frange, posti nelle sinagoghe… sono tutti elementi esteriori della preghiera e del culto. Come tanti segni religiosi in ogni tradizione rinviano ad un coinvolgimento della vita. Sono simboli che dovrebbero rendere presente l’esigenza di una fede che permea la vita: “Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore… te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,8-9)

Se i simboli rimangono solo esteriorità si riducono a forme vuote senza riferimento all’esistenza. Perdono il loro senso, anzi generano sviamenti profondi. I profeti in Israele hanno richiamato contro questa continua tentazione, il piano inclinato di una religione dell’esteriorità senza che la vita ne risulti toccata. La fede non può ridursi ad apparati esteriori, a liturgie vuote. Esige coinvolgimento dell’interiorità. I profeti per questo criticano un culto svuotato e chiedono scelte di giustizia quale autentico culto a Dio.

Così Amos si fa voce dell’esigenza di Dio per gli ‘spensierati di Sion’: “Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni … Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne” (Am 5,21-24). Così Isaia: “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità… le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni, dalla mia vista. Cessate di fare il male imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,11,17)

Gesù riprende questa critica e la fa propria: “essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente”. E’ una critica rivolta a coloro che hanno funzione di guida: pongono pesi insopportabili per gli altri, impongono obblighi, norme e prescrizioni. Ma essi vivono l’ipocrisia di una religiosità fatta di cose esteriori senza coinvolgimento della vita. Non vivono rapporti di accoglienza e solidarietà con i poveri. Il rapporto con Dio invece si compie nell’attenzione e custodia verso chi è svantaggiato e impoverito.

Gesù descrive anche quale modo di vivere i rapporti pensa per la sua comunità che da lui è proposta come fraternità di uguali: “non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è vostro maestro e voi siete tutti fratelli”. E’ un cambiamento radicale rispetto ad una concezione per cui c’è chi comanda e chi è suddito, c’è dominio e strumentalizzazione delle persone.

La fraternità e sororità conviviale che Gesù propone è comunità dove ognuno ha un volto: vi sono differenze di doni e ognuno è chiamato a mettersi a servizio degli altri. Ma c’è un unico maestro e guida: il suo gesto di lavare i piedi come maestro dovrebbe rimanere fondamentale. Gesù si oppone a chi pretende di farsi guida mettendosi al posto di Dio, secondo la logica del dominio, venendo meno all’ascolto dell’unico Padre e dell’unico maestro. Chi pretende di essere guida viene meno all’essere discepolo: proprio del discepolo è rimanere dietro, intendere la propria vita come un seguire, in un cammino in cui riconoscersi non dominatori ma fratelli.

Per la sua comunità Gesù indica uno stile alternativo: è stile che richiede consapevolezza di essere in cammino, al seguito dell’unico maestro che si è fatto povero e ha detto ‘Io sono in mezzo a voi come colui che serve’. Gesù ai suoi prospetta l’atteggiamento di chi vive non nell’autosufficienza ma nella ricerca. E’ lui ‘unico maestro che ha vissuto la vita come ascolto del Padre e così chiede ai suoi: rimanere in ascolto di Dio e degli altri . E’ la via di chi trova la sua guida nella Parola che rinvia sempre oltre i gretti confini delle nostre certezze e di chiusure identitarie.

Anche i segni più belli che rinviano alla Parola di Dio possono risultare svuotati, anche il culto può divenire luogo in cui si manifesta l’ingiustizia. Le parole di Gesù provocano a vivere un rapporto con Dio che passa per la concretezza di scelte e gesti di custodia e solidarietà con i poveri.

Alessandro Cortesi op

luterani cattolici 2017 Trentolavanda dei piedi reciproca tra vescovi luterani e cattolici – Cattedrale di Trento 11 ottobre 2017

Lavanda dei piedi in Duomo a Trento fra l'arcivescovo Lauro Tisi e il vescovo luterano Karl-Hinrich Manzke

Riforma

Cinquecento anni fa, il 31 ottobre 1517, a Wittenberg, in Sassonia, il monaco Martin Lutero affisse al portone della chiesa della residenza dell’Elettore alcuni fogli con su riportate le famose 95 tesi dal titolo ‘Disputa circolare per chiarire l’efficacia delle indulgenze’. Gli storici dibattono se questo gesto sia stato effettivamente compiuto come lo tramanda la tradizione o se le tesi fossero una serie di questioni che come nell’uso della vita accademica del tempo, venivano fatte oggetto di proposta e discussione nel vivace ambiente universitario. Esse in ogni modo furono un fattore detonante nel quadro di un risentimento crescente in ambito tedesco contro la diffusa pratica dell’offerta delle indulgenze in cambio di un pagamento che riduceva la salvezza ad una questione di commercio.

Quel momento per Lutero significava esigenza di ritorno alla Scrittura, proposta di rapporto diretto con la Parola quale fonte del cristianesimo, scoperta della centralità della grazia nella via del credente in rapporto con un Dio misericordioso, nei termini di fiducia assoluta e di gratitudine. Indicava infine un ritorno alla chiesa delle origini, purificata dalle contaminazioni con il potere mondano e dall’imitazione delle strutture del dominio: una comunità di sorelle e fratelli, con diverse funzioni ma senza superiorità o privilegi.

Erano elementi che affondavano le loro radici in orientamenti di scuole teologiche, di spiritualità e di dibattiti presenti in forme diverse in età medioevale e divengono motivi carichi di novità che conducono al formarsi di chiese confessionali separate, con pesanti conflitti, lotte e costruzione di una propria identità in contrapposizione all’altro. Da allora la storia dell’Europa è cambiata con forti implicazioni sociali e politiche. Comprendere la Riforma è essenziale pe comprendere questa storia.

La celebrazione degli anniversari centenari di questo momento iniziale della Riforma sono stati nel passato esclusiva occasione delle chiese protestanti nella linea di affermazione di una identità della letta in contrapposizione alla chiesa romana.

Dopo il concilio Vaticano II il contesto è mutato. Questo quinto centenario si colloca in un tempo nuovo, in cui si va sempre più attuando il passaggio ‘dal conflitto alla comunione’. La presenza di papa Francesco a Lund l’anno scorso all’inizio della celebrazione della Riforma è stato un segno dello Spirito che apre percorsi nuovi. Ed egli ha ringraziato Dio “per i doni che la Riforma ha portato alla Chiesa”.

La Federazione Luterana Mondiale e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani hanno pubblicato un documento comune. Si dicono «grati per i doni spirituali e teologici… Si è trattato di una commemorazione condivisa non solo tra noi ma anche con i nostri partner ecumenici a livello mondiale. Allo stesso tempo, abbiamo chiesto perdono per le nostre colpe e per il modo in cui i cristiani hanno ferito il Corpo del Signore e si sono offesi reciprocamente nei cinquecento anni dall’inizio della Riforma ad oggi. Noi, luterani e cattolici, siamo profondamente riconoscenti per il cammino ecumenico che abbiamo intrapreso insieme negli ultimi cinquant’anni. (…)

Tra le benedizioni sperimentate durante l’anno della Commemorazione vi è il fatto che, per la prima volta, luterani e cattolici hanno visto la Riforma da una prospettiva ecumenica. Ciò ha reso possibile una nuova comprensione di quegli eventi del XVI secolo che condussero alla nostra separazione. Riconosciamo che, se è vero che il passato non può essere cambiato, è altrettanto vero che il suo impatto odierno su di noi può essere trasformato in modo che diventi un impulso per la crescita della comunione ed un segno di speranza per il mondo: la speranza di superare la divisione e la frammentazione. Ancora una volta, è emerso chiaramente che ciò che ci accomuna è ben superiore a ciò che ci divide”.

Due osservazioni per un impegno futuro si potrebbero suggerire: una riguardante i rapporti tra le chiese, una in relazione alla vicenda dell’umanità. La prima consiste nell’esigenza di giungere a trarre le conseguenze anche sul piano della vita di chiesa del fondamentale accordo raggiunto a livello teologico con “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” del 31 ottobre 1999. Esse potrebbero condurre al riconoscimento della ospitalità eucaristica, esigenza avvertita profondamente nelle comunità e famiglie.

La seconda osservazione riguarda la testimonianza e l’azione per la costruzione di una convivenza umana nel futuro. La testimonianza dei cristiani è sollecitata come mai prima d’ora a perseguire l’eliminazione delle disuguaglianze e ingiustizie esistenti anche in regioni in cui è significativa la presenza di chiese cristiane. L’orientamento a proporre un nuovo modo di vivere l’economia che non produca iniquità e sfruttamento va di pari passo con una scelta chiara per la pace nella linea del disarmo nucleare e della eliminazione delle guerre. Inseguendo tali orizzonti c’è da camminare insieme.

Alessandro Cortesi op

 

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San Domenico: compassione e fraternità

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(Pietro Cavallini, crocifissione)

Ci sono due caratteristiche del profilo e dell’esistenza di san Domenico che possono essere importanti per la nostra vita oggi.

Un primo aspetto è la sua capacità di cambiare nel corso della sua esistenza, di essere aperto a seguire le chiamate che egli coglieva come Parola di Dio nella sua vita nel rapportarsi alle sofferenze degli altri. I testimoni che l’hanno conosciuto sono concordi nel dire che uno di tratti propri della sua esperienza fu l’attitudine di compassione. Compassione è quella capacità di avvertire come propria la sofferenza e l’angustia dell’altro e dell’altra che s’incontra. Per san Domenico vivere la compassione significava non rimanere indifferente di fronte alle richieste che provenivano dalle persone che incontrava, richieste immediate, concrete, e attese di senso della vita. Non aveva paura di piangere per le sofferenze che pesavano sulla vita di chi incrociava la sua strada. In questo lasciarsi toccare dai pesi altrui coglieva una chiamata di Dio, una Parola che lo portava ad uscire, ad orientare in modi sempre nuovi la sua esistenza, a scorgere traduzioni possibili di quella tensione a testimoniare il vangelo nella concretezza di un tempo e di un luogo. Domenico scorgeva la Parola di Dio nelle parole umane: in quelle pronunciate come attesa e speranza nel dialogo a cui dedicava tempo, e le parole non dette del dolore e delle fatiche. Non rimaneva indifferente ma si lasciava coinvolgere.

Mi sembra questo un tratta particolarmente importante oggi in cui l’atmosfera preponderante è quella dell’indifferenza, del tenersi a distanza non solo da drammi di persone e popoli pensati come lontani, ma anche del non vedere e non farsi carico di chi è vicino. In tal senso quella di Domenico è spiritualità di occhi aperti e orecchie sensibili.

Un secondo tratto della vita di san Domenico è stato il suo orientamento a costruire fraternità e sororità. Al di là delle sua capacità e delle doti singolari la tendenza profonda del suo agire e delle sue scelte è stata sempre quella di costruire esperienze di condivisione e fraternità in cui al centro fosse la missione del vangelo. Fu desiderio di condivisione il suo far parte dei proventi nel vendere i suoi libri nel tempo della carestia. Ma fu ancora desiderio di comunità il partecipare alla vita dei canonici di Osma con il vescovo Folco. Ancora fu apertura alla condivisione la scelta di trovare un luogo e modalità per cui alcune donne che avevano abbandonato famiglie catare potessro vivere insieme sostenendosi. Fu quella condivisione di vita, insieme anche a laici il primo nucleo di quella che fu chiamata la ‘santa predicazione’, una comunità di vita e di preghiera unita dalla passione di vivere il vangelo e il suo annuncio. E infine fu desiderio di fraternità la sua lucida volontà di costruire un Ordine in cui fossero individuati strumenti per vivere insieme nel senso della fraternità guardando al futuro.

Mi sembra che questo elemento della sua vita sia particolarmente importante oggi in un tempo in cui sperimentiamo la fatica di esperienze di solidarietà e di condivisione comunitaria ai tanti livelli della vita sociale. A livello globale e internazionale viviamo oggi il venir meno dei legami e della attenzione al tessere percorsi di interrelazione, ma anche nel microcosmo di famiglie e comunità avvertiamo la fatica di custodire e promuovere legami di appartenenza reciproca e di impegno comune e condiviso in un contesto segnato da una parossistica prevalenza della preoccupazione per se stessi o tutt’al più per un piccolo gruppo.

Questi due aspetti della vita di Domenico mi appaiono come provocazione ad una riflessione nostra oggi e come un eredità che ci rende responsabili.

Alessandro Cortesi op

XXIII Domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0262Ez 33,1.7-9; Rom 13,8-10; Mt 18,15-20

La comunità di Matteo è vicina per tanti aspetti al mondo ebraico e nel porsi la questione di come comportarsi di fronte a chi nella comunità vive in contraddizione con le esigenze del vangelo e come attuare una correzione poteva riferirsi ad una ampia riflessione sviluppata e già presente nella tradizione ebraica. Era infatti considerata una ampia casistica di fronte alle situazioni dei peccatori. Ad esempio la legislazione di Levitico raccomandava: “Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore, ma correggerai apertamente il tuo prossimo così non ti caricherai di un peccato contro di lui” (Lv 19,17). In Deuteronomio si suggeriva il passaggio davanti ai testimoni: “ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni” (Dt 19,15). Così pure Ezechiele richiamava alla responsabilità di fronte all’altro: “Se tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta io domanderò conto a te” (Ez 33,8). Alla base di tale invito sta la consapevolezza he Dio non vuole la morte del peccatore ma mira alla sua salvezza, a guadagnarlo, non a perderlo: il progetto di Dio non è per la condanna e la morte, ma per la vita (Ez 33,11).

La comunità di Gesù si connota per essere un discepolato di uguali, di fratelli e sorelle senza distinzioni gerarchiche ma chiamati a stare nella sequela di Gesù: un cammino di fraternità in cui nessuno è il più grande, ma tutti sono raggiunti dall’appello ad accogliere la volontà del Padre che nessuno si perda dei suoi piccoli.

Matteo raccoglie al cap. 18 alcune indicazioni fondamentali sulla vita della comunità in cui al centro stanno i piccoli. E’ richiamata la logica del perdono come attitudine fondamentale: un perdono che viene da Dio innanzitutto e che va accolto e condiviso in un cammino di cambiamento. Il brano inizia con le parole “se tuo fratello commetterà una colpa contro di te”. L’espressione ‘contro di te’ appare una aggiunta che richiama il versetto in cui Pietro domanda a Gesù: “Signore se il mio fratello pecca contro di me quante volto dovrò perdonargli?” (Mt 18,21). La questione non è sta tanto nei termini di un’offesa personale ma concerne uno stile di comportamento in opposizione all’orizzonte di fondo della comunità. Tuttavia è accentuato il termine fratello: anche chi sbaglia rimane fratello di cui farsi carico.

La pagina sul rapporto con chi viene meno alle esigenze del vangelo è una parola innanzitutto contro l’indifferenza nei confronti dell’altro. E’ indicazione di uno stile di attenzione, che non ignora né sorvola con superficialità quanto ferisce il legame e tutto ciò che mina l’esistenza stessa della vita di una comunità. Il problema di fondo è quello di non rimanere indifferenti di fronte al male, e poter correggere senza assumere l’attitudine di superiorità, mantenendo la consapevolezza del limite e della condizione di peccato che tutti accomuna. Correggere è percorso complesso, che non può essere attuato senza profonda compassione e senza percepire l’importanza dell’altro nella propria esistenza. Il volere del Padre e è che nessuno vada perduto (Mt 18,14).

L’indicazione di fondo del brano sta nel mantenere il riconoscimento dell’altro anche quando la sua prassi è inconciliabile con il vangelo: concretamente ciò si traduce in una attitudine di responsabilità attiva nel superamento di una situazione di fatica, di dissidio, di incomprensione.

Porsi davanti all’altro nei termini del dialogo implica una scelta di tenere a cuore la vita dell’altro. I tre passaggi indicati – il dialogo da solo a solo con il fratello, il colloquio con più testimoni, la presentazione della questione davanti alla comunità – non sono da considerare una sorta di normativa definita. Piuttosto sono suggerimenti che indicano l’urgenza di trovare occasioni in modo creativo per ricercare una via di colloquio in rapporto alle circostanze concrete. Sono invito a cogliere le opportunità concrete possibili per esprimere la cura per l’altro, per accostarsi a lui, e non cadere nell’atteggiamento del disinteresse, dell’ indifferenza, o della rassegnazione. L’esito eventualmente positivo di questi avvicinamenti è espresso nei termini dell’aver guadagnato il fratello: è così indicata una ‘abbondanza’ che non si identifica con dei beni, ma è fecondità di relazione e di vita.

Tuttavia viene anche considerata la possibilità di una durezza e di un rifiuto mantenuto ad oltranza. Se qualcuno rifiuta qualsiasi correzione “sia per te come il pagano o l’esattore”. Essere come un pagano significa la presa d’atto di una condizione di lontananza dalla comunità. Ma questo non implica una lontananza rispetto all’attitudine di cura e custodia che mai deve venire meno. Questa dovrà trovare modo di esprimersi in forme diverse. Queste parole tagliano alla radice l’attitudine settaria presente laddove la scomunica è inflitta come condanna alla persona e motivo di disprezzo ed esclusione. E pongono accento sull’unico grande potere dato alla comunità che è quello di percorrere le vie del perdono e dell’apertura alla possibilità di cambiamento in ordine al vangelo. La comunità che Matteo desidera è una comunità in cui al centro vi sia il perdono e un amore fatto di concretezza; non indifferente rispetto al male e pronto ad accettare anche il rifiuto di dialogo, ma sempre aperto a considerare l’altro come qualcuno da non perdere. La ragione sta nello stile di Dio testimoniato da Gesù: che nessuno vada perduto.

Si instaura così un rapporto nuovo ma che implica ancora una custodia, di tipo diverso, di vicinanza e di attesa. Matteo attribuisce a tutta la comunità il potere di legare e di sciogliere. Legare è sinonimo di proibire, sciogliere sta per permettere. Questi due verbi indicano così l’azione di escludere dalla comunità o di aprire la possibilità ad un condivisione. Legare e sciogliere hanno a che fare ancora con una attitudine che non coltivi indifferenza rispetto al male, ma si ponga in una attenzione alla persona. Sciogliere come offrire possibilità di una porta sempre aperta è la grande chiamata a testimoniare un perdono che non viene da capacità umane ma è lo stile di Dio, senza limite ‘fino a settanta volte sette’ (Mt 18,22).

Anche chi non ascolta e non rivede il suo comportamento va considerato come qualcuno per cui pregare, qualcuno da amare perché Gesù era amico dei pubblicano e dei peccatori (Mt 11,19) e il suo comando è quello di amare anche coloro che si pongono come nemici (Mt 5,44). “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19-20). Questa espressione che segue immediatamente il passo sulla correzione fraterna può essere letta come riferita all’accordarsi per chiedere a Dio nella preghiera la possibilità di non perdere chi si ostina in un percorso di incoerenza rispetto al vangelo e rifiuta di cambiare.

L’autentico potere affidato alla comunità sta proprio nella capacità di custodire, nella vita, nella preghiera: una custodia senza limiti che deve cercare con creatività e fedeltà al presente le modalità possibili e concrete per attuarsi. Una custodia da attuare fino alla fine e che non viene mai meno, anche di fronte al rifiuto.

DSCN0285Alcuni pensieri per noi oggi

E’ questa una pagina che parla della difficoltà della vita comune. Soprattutto evidenzia le difficoltà del prendersi cura dell’altro in un contesto in cui spesso prevale il ripiegamento su di sé e la disattenzione per chi vive accanto. Porta a riflettere sulla responsabilità, sulla scelta di evitare compromessi, o l’incoerenza sottile e permanente. Ci fa scoprire quanto ciascuno debba ancora camminare per accogliere l’esigenza del vangelo di ritenere l’altro un fratello, una sorella da custodire.

La comunità di fronte al male e alle deviazioni non può porsi in atteggiamento indifferente. Deve avere il coraggio della non assuefazione, di saper chiamare per nome e denunciare il male. Nello stesso tempo può offrire fiducia e spazio che consenta opportunità per un effettivo cambiamento ed per orientarsi in modo diverso. La correzione fraterna non è un atto che si risolve in un momento puntuale: si connota piuttosto come un percorso fatto di pazienza, di gradualità, ed anche di accompagnamento e di cura. Non si identifica con forme di esclusione che non eliminano il male e per di più tolgono la speranza, ma può essere cammino per aprire alla opportunità di cambiare.

Le indicazioni sulla correzione fraterna talvolta sono state visto come una sorta di codificazione da eseguire, quasi un manuale di risoluzione dei problemi di convivenza pronto all’uso. Ma il vivere la fatica delle relazioni non può essere ridotto a facili procedimenti. Ogni rapporto esige delicatezza, attenzione alle situazioni e alle persone, nella loro reale condizione e originalità. Soprattutto le esperienze di vita comune sono esposte alla difficoltà, alla fatica e anche al fallimento di sogni e tentativi concreti di dialogo. La sollecitazione al cuore di questa pagina sta nel prendersi carico dell’altro e nell’invito ad una custodia nonostante il rifiuto, accettando la fatica dell’incontro.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”: questa parola può essere importante per cogliere l’importanza oggi di creare momenti e occasioni di un ritrovarsi attorno al nome di Gesù. Il ritrovarsi non necessita di ufficialità o di riti particolari, può essere attuato nel quotidiano. Passare dalla dispersione alla riunione, passare dall’inimicizia allo stare insieme in ascolto delle sue parole e della sua chiamata. Non è importante essere tanti o pochi, né il numero né l’efficacia o la visibilità del gruppo che si ritrova. E’ la presenza di Gesù ad essere guida e riferimento del ritrovarci e dell’azione. L’importante è mettere al centro la presenza di Gesù nel riunirsi ‘nel suo nome’.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno C – 2013

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Gs 5,9-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Un gesto attorno ad una tavola; una storia di fratelli che per diversi percorsi sono spinti a riconoscere il senso della loro vita; l’immagine di una casa. Attorno a questi tre poli vorrei leggere la meravigliosa pagina di Luca che si può percorrere come un piccolo vangelo essenziale.

Il gesto di Gesù: attorno ad una tavola, in un banchetto Gesù condivide l’accoglienza che gli è offerta e accanto a lui siedono – dice Luca – ‘pubblicani e peccatori’. Luca è attento nel sottolineare questo motivo come causa di uno sguardo sospettoso che diviene mormorazione: mormoravano tra loro. E sono i farisei e gli scribi a mormorare. Ma anche sottolinea una distanza. Mentre pubblicani e peccatori ascoltavano Gesù, scribi e farisei mormoravano. Non ascoltano, non si lasciano mettere in discussione dall’agire di Gesù, non sanno leggere dentro quella ospitalità che è segno di una condivisione che abbatte barriere, che esce dalla mentalità di una religione che divide e rende superiori. O forse proprio per questo, perché comprendono che il clericalismo che sta alla base del loro modo di vivere la religione  è posto in discussione dall’ospitalità di Gesù. L’annuncio di Gesù si rende innanzitutto vicino nel suo stare a tavola con gli esclusi, nel suo andare oltre le logiche del merito e dell’osservanza. Si rende ospite e condivide l’ospitalità rimanendo accanto, facendosi accogliente. Il banchetto è così segno di un incontro con Dio che sta dentro la vita, passa attraverso gli incontri e il gesto umano dello stare a tavola insieme. Ed è anche incontro che vede la possibilità di accoglienza per chi è tenuto lontano. Gesù accoglieva pubblicani e peccatori, gli esclusi dal punto di vista sociale e religioso. Ci potremo chiedere oggi in quale modo la cena del Signore, lo stare a tavola nel suo nome è luogo di accoglienza o è divenuto luogo di separazione e di allontanamento. Così nella sua ultima intervista testamento il cardinale Carlo Maria Martini ricordava la sofferenza vissuta da tanti che non sono accolti alla mensa del Signore e ai sacramenti e si chiedeva: non sono forse i sacramenti stessi, memoria dell’agire di Gesù, mezzi di guarigione? Sono aiuti nel cammino per orientare la vita verso il Signore e non luoghi in cui si stabilisce chi sta dentro e chi sta fuori. Gesù, un rabbi che amava i banchetti, viveva il momento dello stare a tavola come gesto che parlava di Dio, della sua accoglienza delle persone, del suo sguardo che in modi diversi va incontro e offre perdono e solo così suscita stupore e conversione.

Una storia di fratelli, non la parabola del figliol prodigo. Perché al centro sta la figura del padre che va incontro, per primo, al figlio che si era allontanato rivendicando la sua emancipazione lontano dalla casa ed esce poi incontro in modo anche al secondo figlio, quello che era rimasto, incapace di liberarsi da una logica di rapporto servile e di inautenticità. Una parabola che parla quindi innanzitutto di un padre e che è pronunciata da Gesù quando viene criticato perché accoglie gli esclusi. Nel suo agire egli afferma la pretesa di rendere gesto quello che è l’agire stesso di Dio il Padre nella gioia di vivere un banchetto che possa accogliere tutti i suoi figli e li possa condurre in modi diversi a quel cambiamento che per ciascuno è scoperta di un dono, di una presenza appassionata di amore al cuore della loro esistenza.  E’ una pagina che racconta l’amore sofferto di un uomo in ricerca di costruire fraternità e di aprire i cuori alla fraternità possibile. In questo senso è racconto di una fraternità possibile che si fondi sullo stupore di una scoperta nuova: la relazione con un tu che si prende cura e sa attendere, proporre e accogliere. Perché non è sufficiente, ci dice questo racconto, vivere il passaggio della scoperta di essere accolti e considerati unici e di essere guardati con quello sguardo consumato del Padre che da lontano vede il figlio tornare e gioisce e gli corre incontro. Non basta: il sogno del padre è anche una nuova fraternità, aprire i cuori dei due a scoprire che la casa è incontro di fratelli. E’ una pagina che rompe con la logica dell’individualismo e spalanca la possibilità di una fraternità nuova, vissuta non come dipendenza ma come accoglienza dell’altro, nell’attesa e nell’ascolto del suo cammino.

E’ infine la storia di una casa. In un film da poco uscito nelle sale ‘Tutti contro tutti’ (regista Rolando Ravello), è raccontata in modi leggeri una storia drammatica del nostro tempo che tratteggia la situazione di lotta tra poveri in una periferia multiculturale di città dove s’incrociano povertà e differenze. Una famiglia, ritornando dalla prima comunione del figlio trova il proprio appartamento, in un palazzone popolare, occupato da altri. Da qui una vicenda dai tratti grotteschi, comici e drammatici, che porta all’ occupazione, da parte degli sfrattati, del pianerottolo delle scale e di qui ad uno sgretolamento di rapporti mentre attorno si scatena una lotta di tutti contro tutti: nel quartiere popolato da immigrati lo scontro di italiani contro stranieri, gli affari dei delinquenti contro gli onesti, l’ostilità nei confronti dei rom, il bullismo tra i ragazzi a scuola, fino al disgregarsi dei rapporti nella famiglia. Ma forse il punto su cui il film concentra l’attenzione e su cui ritroverei un’interessante provocazione in rapporto alla parabola del padre e dei figli è l’interrogativo sull’importanza della casa. In un tema scritto a scuola dal piccolo Lorenzo mentre viveva questa intricata vicenda si concentrano alcune semplici riflessioni nel cogliere come la mancanza di casa aveva condotto ad un frammentarsi di relazioni: e così dice che una casa non è solo alcune stanze, la cucina, il salotto e il bagno. Una casa è qualcosa di molto di più: la casa è la quotidianità fatta della presenza di ognuno, tessuta dei gesti di ognuno, del suo lavoro, dei suoi sentimenti, dei suoi difetti ma del dono di presenza di ognuno.

Oggi la questione della casa angoscia tanti: la mancanza di un luogo dove vivere, la difficoltà di pagare il mutuo o l’affitto, l’attenzione alla gestione della casa e il peso di tutti i pagamenti per poterci vivere. Potremmo legare queste considerazioni alla casa del padre della parabola: è una casa in cui il suo sogno è che non vi sia lotta di tutti contro tutti, ma apertura a vie di fraternità, scoprendosi perdonati. Tutta la fatica del padre è aprire a cogliere che il peccato è non riconoscere l’amore offerto, vivere una vita chiusa alle relazione. Da tale riconoscimento potrà nascere un cambiamento di direzione, una conversione, ma è movimento di gioia che apre a fare festa e a scoprire il gusto di stare in una casa come luogo di incontro, di incrocio, di comunità. Fare casa è il sogno del padre: in questo desiderio potremmo ritrovare radice per costruire case comuni di fraternità possibili.

Alessandro Cortesi op

Su liturgia e vita

“La liturgia è il grande fiume nel quale confluiscono tutte le energie e le manifestazioni del mistero, da quando il corpo del Signore vivente presso il Padre continua  senza sosta ad essere ‘consegnato’ agli uomini nella chiesa per dar loro la vita. La liturgia  non è una realtà statica: un ricordo, un modello, un principio d’azione, un’espressione di sé o un’evasione angelica. Essa supera  i segni nei quali si esprime e l’efficacia che se ne può percepire. Non è riducibile alle sue celebrazioni, benché vi sia presente interamente. Si serve della parola umana di Dio, scritta nella Bibbia e cantata nella chiesa, senza mai esaurirvisi. È a suo agio in tutte le culture, e nel contempo irriducibile ad ognuna di esse. È comune ad una moltitudine di chiese locali senza mai cancellare la loro originalità. Nutre tutti i figli di Dio, ed è in essi che cresce incessantemente. Benché celebrata senza sosta, non è mai ripetizione: è sempre nuova. Se contempliamo nel cuore della storia l’irruzione di quel fiume di vita che è la liturgia, tutte le nostre separazioni tra celebrazione e vita vengono travolte e superate. Questa forza di attrazione onnipotente del Cristo, iscritta in profondità in ogni evento umano, può illuminarlo e vivificarlo dall’interno. Non possiamo ridurla a qualche sprazzo di comunione, né ad alcuni momenti festivi di celebrazione comunitaria. Quell’evento totale di Cristo che è la liturgia e nel quale siamo costantemente coinvolti, supera sotto ogni aspetto la coscienza di fede e la celebrazione dei credenti, perché assume e penetra  tutta la storia, tutti gli uomini, e ciascuno di loro in ogni sua dimensione, e inoltre tutto il cosmo e tutta la creazione. Per essere trasportati da questo fiume è sufficiente averne raggiunto la sorgente” (Jean Corbon, La liturgia alla sorgente, Qiqajon, Bose 2003, pp. 282-283).

In queste parole di Jean Corbon (1956-2001), uomo spirituale che nella sua vita non solo ha maturato una grande competenza in ambito liturgico ma ne ha vissuto il senso profondo, respirando la sensibilità della grande tradizione orientale, si possono ritrovare alcune indicazioni per impostare un discorso sulla comunicazione verbale e non verbale nella liturgia. La prospettiva suggerita è infatti quella di accostare la liturgia come grande fiume che sgorga da una sorgente di presenza e di incontro.

La liturgia si esprime in segni e parole eppure, ci ricorda questa pagina, supera le parole e i segni: è evento totale di Cristo che si trasmette in tutta la sua esistenza e coinvolge tutta la nostra vita, e il cosmo e la creazione. Così essa non può essere ridotta alla dimensione dei riti, benché vi sia presente interamente anche in essi. Per parlare di linguaggio verbale e non verbale nella liturgia si può partire da questa intuizione di fondo per evitare il rischio di ridurre la questione ad una sorta di prontuario su come leggere una pagina della Scrittura, o come presentare una omelia o come arredare un altare. Da tale orizzonte tutto assume un senso nuovo, tutto diviene segno e coinvolge attenzione e cura, con uno sguardo che sappia però tenere insieme culto e vita accogliendo la grande provocazione di Gesù a vivere la liturgia nel dono di sé fino alla fine come consegna al Padre e all’umanità.

La liturgia in quanto celebrazione può essere letta come “momento cantato di una storia” o “luogo di una conoscenza” – sono espressioni di Giancarlo Bruni, monaco di Bose – ed  essere aiuto, rinvio, collegamento con la liturgia come vita, come evento di trasfigurazione nel Signore Gesù.

Come ricorda Robert Taft: “Nella splendida scena della creazione, il dito datore di vita di Dio si allunga e arriva a toccare il dito steso di Adamo reclinato. La liturgia  è ciò che riempie lo spazio tra queste due dita. Infatti, Dio nella metafora della Cappella Sistina è una mano che crea, che dà vita, che salva, che redime, che sempre si allunga verso di noi, e la storia della salvezza è la storia delle nostre mani alzate (o che rifiutano di alzarsi) in una accoglienza e in un ringraziamento incessanti per questo dono. È chiaro che qui sto usando il termine ‘liturgia’ nel senso più ampio, paolino, fino a includere l’intera oikonomia o commercium, quello scambio continuo salvifico tra Dio e noi, la scala di Giacobbe della storia della salvezza”. (Robert F. Taft, Liturgia. Modello di preghiera, icona di vita,  ed. Lipa Roma 2009, 35).

Parlare di linguaggio verbale e non verbale nella liturgia allora pone innanzitutto su di un sottile crinale: quello di riferirsi sì ai luoghi, ai segni, ai gesti, ai silenzi e alle parole che compongono i riti delle nostre liturgie ma d’altra parte mantenere quella tensione che dovrebbe essere presente nel ridimensionare il valore dei segni e dei gesti, per aprirsi a cogliere la provocazione della liturgia della vita. Ancora Taft ricorda: “Così se la Bibbia è la Parola di Dio nelle parole degli uomini, la liturgia sono le opere di Dio nelle azioni di quegli uomini e donne che vivono in lui” (Robert F. Taft, Liturgia Modello di preghiera icona di vita, ed. Lipa, Roma 2009, 48).

Per esprimere questa delicata soglia su cui stare indicherei un esempio che paradossalmente proviene dalla sensibilità di un artista non credente, Xavier Beauvois, regista del film ‘Uomini di Dio’, che si è lasciato interrogare profondamente dalla testimonianza della comunità dei monaci di Tibhirine.  Nel film a mio avviso è stata resa in modo magistrale la tensione sempre irrisolta tra momento liturgico in quanto celebrazione e momento liturgico in quanto evento di partecipazione alla vita di Cristo che si fa quotidiano e compimento di vita. La liturgia che attraversa il film, e che rinvia all’esistenza stessa dei monaci in terra di Algeria, è liturgia di una vita vissuta come incontro, come accoglienza e offerta di amicizia, oltre ogni calcolo e interesse.  Ed è la liturgia che risale alla testimonianza del martirio di Christian De Chergé e dei suoi fratelli.

E’ così significativo l’accostamento di diverse scene che parlano della medesima liturgia come evento che prende la vita di quei monaci ripresentati come uomini segnati dalla fatica, dalla durezza, dal dubbio, ma anche dallo slancio generoso e dal desiderio di orientare la propria vita verso un compimento di umanità e di fede. Nel film – il cui titolo originale Des hommes et des dieux è stato reso male dalla traduzione italiana Uomini di Dio’ – si parla infatti di una liturgia che passa attraverso una dimensione ‘non verbale’. Essa si esprime nei gesti della cura, della vicinanza, dell’incontro attuato in termini di condivisione e di presenza accanto a chi soffre. Indicherei questa dimensione come la ‘liturgia della vita’: una vita vissuta nell’ordinario della quotidianità come compassione e vicinanza, ma anche come continua crescita a scoprire il proprio bisogno dell’altro e la provocazione del volto del vicino nella propria esistenza. Per i monaci del monastero dell’Atlas quest’incontro si fa provocazione a scoprire che il loro modo di intendere la vita, come uccelli appoggiati su di un ramo, pronti ad andarsene, è collocata in una relazione profonda con chi, pur di religione diversa, dice loro: ‘voi siete il ramo, noi gli uccelli’, che da un momento all’altro possiamo essere portati via dalla violenza.

La ‘liturgia della cura’ si apre – ed è sempre il film che guida a tale scoperta – ad una seconda dimensione della vita liturgica: è quella che indicherei come il momento della celebrazione, l’ambito del rito come spazio e tempo in cui si racchiude, come in un grembo, una profonda apertura e attesa. Sono le parole della preghiera comune, il gesto del ritrovarsi insieme in un luogo, l’alternanza delle voci, il canto teso ad esprimere, nella armonia e nella variazione dei toni, la diversità nell’unità del coro comune, i gesti dell’inchinarsi profondo nell’adorazione e nella lode, la ripetizione dei salmi, l’ascolto delle Scritture lo spezzare il pane nell’Eucaristia. Il tempo e lo spazio della liturgia come celebrazione divengono occasione per dare accoglienza alla “forza di attrazione onnipotente del Cristo”. Ma essa è anche “iscritta in profondità in ogni evento umano” e quindi spazio e tempo della liturgia celebrata divengono occasione di apertura e di riconoscimento di un tempo e spazio allargato in cui accogliere e vivere l’incontro con Dio. Uno spazio più grande più grande: “quanto grande  è la casa di Dio, quanto esteso il luogo del suo dominio…” (Bar 3,24-38).

Lo spazio situato della piccola chiesa al cuore del monastero è luogo che rinvia ad uno spazio più grande e apre alla percezione che “I cieli e la terra sono pieni della tua gloria” come si canta nel Gloria. Così liturgia è anche l’andare tra le montagne dell’Atlante, nel silenzio, è l’interrogarsi da parte del priore della comunità se rimanere o andarsene, è il dubbio che attanaglia uno dei fratelli monaci durante il suo lavoro, è il gesto lento di frère Luc che nella notte prepara le medicine per l’indomani… Liturgia è avvertire il dramma di un incontro con Dio e di una chiamata che si avverte come impossibile da sopportare con le proprie forze nella solidarietà con un popolo nella sofferenza.

E si può riflettere sul senso di spazi sacri che tuttavia divengono luogo in cui non c’è spazio per Dio. Parole di ipocrisia e spazi, gesti, attitudini ammantate di religiosità che nascondono invece un disinteresse a Dio e al volto dell’altro.  Gesù reagisce quando vede una religione che è ridotta a mercato, quando si scontra con un modo di intendere il culto separato dalla vita, anzi una religione in cui al centro sta l’interesse e il tornaconto e l’indifferenza verso ciò che costituisce il senso più profondo del tempio. Gesù compie il gesto di rovesciare i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe proprio nello spazio del tempio.

Nel tempio “gli si avvicinarono ciechi e storpi ed egli li guarì”: Gesù con questo gesto sovverte la spiritualità proposta da un culto di sacrifici e offerte. Si distacca dal rituale del tempio per accogliere ciechi e  storpi, per guarire, per passare facendo del bene (Mt 21,10-17). Si china a lavare i piedi e questo gesto è posto dal IV vangelo proprio al posto delle parole dell’ultima cena nel tentativo di ricordare il significato autentico di quel momento: ripetere il gesto dello spezzare il pane è memoria di salvezza se diviene chinarsi nell’amore.

Tornando alla lettura del film ‘Uomini di Dio’ quale parabola per accostare il senso di una liturgia come comunicazione che avvolge tutta l’esistenza, mi sembra di poter evidenziare in esso anche un terzo livello della liturgia: oltre alla liturgia della vita, oltre la liturgia della celebrazione, è presentata quella che chiamerei la ‘liturgia del quotidiano trasfigurato’. C’è una bellissima scena che corrisponde all’ultima serata trascorsa insieme dai monaci prima dell’irruzione notturna dei guerriglieri che li rapiranno e li condurranno alla morte. E’ narrazione silenziosa di un’ultima cena: la scena si svolge senza parole, segnata da inquadrature in primo piano profondamente evocative di stati d’animo e di condizioni psicologiche. Il movimento della musica, unico elemento sonoro di questa scena, esprime la tragicità del momento ma anche il passaggio dalla tensione ad una pacificazione progressiva e all’abbandono nella scelta che vede il sorreggersi reciproco nella fraternità e nel dare la propria vita senza calcolo e senza condizioni. I gesti sono quelli della quotidianità: il cibo passato di mano in mano, il formaggio francese portato dal fratello rientrato proprio quel giorno dalla Francia, le patatine fritte che piacevano tanto al monaco più anziano. E al centro il vino e il senso della gioia ma anche il riferimento alla passione. I gesti dell’Eucaristia sono così ripresentati nella cena. Ed il  riferimento va a quello che stava per accadere e che in un certo modo era ben presente nelle loro menti, negli sguardi, nei loro pensieri. Un evento quindi, una cena fraterna, che non si limita ad un rito ma diviene vita e si esprime nel ritrovarsi di quella tavola divenuta mensa eucaristica nella logica di vite consegnate a Dio in solidarietà con i loro fratelli musulmani.

Le parole e i gesti di queste diverse liturgie, tutte rinvianti all’unica sorgente, l’evento totale di Cristo, la trasformazione dello Spirito, hanno dimensioni di parole, silenzi, luoghi, decoro, linguaggio verbale e non verbale. Ma ogni elemento diviene funzionale a scoprire la continuità e la vicinanza tra elementi del rito e parole e gesti della vita, nel loro incrociarsi ed essere coinvolgimento nel grande mistero della trasformazione opera dello Spirito. E’ lo Spirito il grande protagonista della liturgia che opera rendendo la vita simile a quella di Cristo, venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti.

In questo quadro di fondo penso che l’attenzione a tutti gli elementi delle nostre celebrazioni, anche i più piccoli e spesso trascurati dovrebbe essere sviluppata con sobrietà e cura. Lo sguardo attento al contesto, alle persone presenti, al coinvolgimento per formare una comunità responsabile insieme, allo scambio di doni può favorire la consapevolezza del legame tra liturgia e vita e aprirsi a leggere la vita come liturgia nello Spirito. Tutto ciò che è linguaggio non verbale e che dice riferimento all’ambiente, all’architettura del luogo, alla disposizione dell’assemblea, alla cura delle cose, alla natura e al cosmo – la luce, i fiori, i colori, la materia degli arredi – il canto, la musica e i gesti, e la cura per quanto attiene al linguaggio verbale, l’espressione di parole significative, scandite dal silenzio che ne dà risalto, acquista allora uno spessore nuovo. Può essere attenzione non di tipo cerimoniale, ripiegata nella preoccupazione di una esecuzione corretta di norme rituali, ma dovrebbe respirare di un’esperienza che conduce a celebrare un evento di vita, che valorizza lo spessore di ogni realtà umana e cosmica, e nel contempo la pone in relazione aprendo lo sguardo alla liturgia della vita e del quotidiano trasfigurato.

Alessandro Cortesi op

Questo articolo è apparso con il titolo ‘Linguaggio verbale e non verbale nella liturgia’ nella rivista ‘Incontri’ 3,6 (2011).

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