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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XX domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0599_2Ger 38,4-6.8-10; Ebr 12,1-4; Lc 12,49-57

“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!”.

Gesù parla della sua passione come di un ‘battesimo’, termine che traslittera l’espressione greca che significa ‘immersione’. Immergersi è scendere giù, sotto, sprofondare. Immersione è discesa sotto l’acqua in una condizione che evoca la sepoltura. L’immagine del battesimo/immersione richiama così lo sprofondare nella morte. In tale discendere è indicato il percorso di Gesù nella passione: uno scendere nell’abisso dell’ingiustizia e della violenza, un farsi sommergere dalla malvagità e dalla cecità del potere. Il suo battesimo è la sua morte. La discesa nelle acque ne diviene metafora come segno di una scelta di fede nel seguire Gesù nel suo cammino.

Gesù manifesta lucidità di fronte a quanto lo attende, ma non fugge di fronte ad un esito della sua vita che si profilava tragico. Nei vangeli si trova attestazione della sua dirittura nell’andare incontro al rifiuto e alla violenza ostile per portare fino in fondo la sua fedeltà al regno di Dio. Di fronte a questa ‘immersione’ ha paura e angoscia: non è un eroe superiore alle sofferenze e insensibile, ma condivide l’angoscia e il senso di debolezza di chi si sente fragile. Gesù vive questa immersione nella morte in un modo nuovo: la rende luogo di dono e di consegna di sé sino alla fine. Non si fa complice del male, non sceglie la via della violenza, ma apre una via nuova: fa di quella morte il luogo di una testimonianza della possibilità di amare anche lì, fino alla fine.

Un desiderio forte prevale al cuore della sua vita: è il desiderio che il fuoco della sua missione possa rimanere acceso e accendere altri. Fuoco è immagine biblica che rinvia alla parola dei profeti (cfr. Ger 5,14 ad es.), alla fine dei tempi ed al giudizio (Is 66,15; Lc 3,). E’ anche riferimento al dono dello Spirito: Luca presenta infatti nel quadro della Pentecoste (At 2,3) le fiamme di fuoco che si dividono e si poggiano sul capo di ciascuno degli apostoli quale segno del dono dello Spirito. L’immersione nella passione porterà ad un dono che è dono del respiro di Gesù, lo spirito che animava la sua esistenza, lo Spirito che rimane dentro e dà vita a coloro che lo seguono.

Anche nel vangelo di Marco si ritrova questo riferimento alla morte di Gesù come battesimo. Ai due discepoli che gli chiedevano i primi posti Gesù dice: “‘Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui sono battezzato?’ Gli risposero: ‘Lo possiamo’. E Gesù disse: ‘Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo” (Mc 10,38-39).

La passione ha così i tratti di un’immersione nella morte. Ma la violenza e la morte non sono l’ultima parola. Si apre una vita che sconfigge le forze della morte: è il dono dello spirito. E il discepolo è chiamato a seguire il percorso del maestro.

“…corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (Eb 12,1-4). Il battesimo che Gesù ha vissuto è immersione nella morte per poter comunicare quel fuoco che non distrugge ma vince ogni male che rende la vita meno umana ed è quindi forza di vita nuova.

“D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre”. Aderire a Gesù, alla sua persona, conduce ad una decisione che non può lasciare indifferenti o neutrali. Il fuoco che Gesù comunica genera scelte di cambiamento, di ripensamento della propria esistenza in rapporto agli altri, di condivisione. La scelta segna la vita di ogni comunità che prende sul serio la proposta di Cristo. Il tempo presente è il tempo della comunità in cui sono già iniziati gli ultimi tempi: ognuno è posto di fronte a scelte decisive sull’orientamento di fondo dell’esistenza. Luca sottolinea la radicalità della scelta nel seguire Gesù.

Seguire Gesù non pone ‘contro’ qualcuno, eppure suscita ostilità o rifiuto da parte di chi non vuole cambiare nulla, intende mantenere situazioni di ingiustizia, è preoccupato solo di difendere privilegi o potere. La scelta di stare con Gesù lasciandosi prendere dal fuoco della sua missione non si compie senza difficoltà e incomprensioni: genera rifiuto e conduce a subire emarginazione. Lo stile che Gesù ha scelto, quello della nonviolenza, deve essere lo stile del discepolo.

Gesù infine chiede di ‘giudicare da voi ciò che è giusto’: è una chiamata a scegliere in rapporto a lui ed è un appello alla responsabilità. E’ una chiamata a prendere posizione e a leggere i segni della presenza di Dio nella storia.

Alessandro Cortesi op

Team Refugees

Fuoco sulla terra

In questi giorni si stanno svolgendo i giochi olimpici a Rio de Janeiro ed un fuoco è al centro della grande manifestazione che raccoglie atleti da tutto il mondo nella partecipazione alle gare. Quel braciere, acceso con la torcia olimpica portata dai tedofori nella lunga corsa, può facilmente sfuggire allo sguardo quale frammento di una gigantesca coreografia delle olimpiadi divenute un ingranaggio della grande macchina del mercato mondiale. Ma nel suo fuoco reca tuttavia con sé antichi e dimenticati riferimenti. E’ rinvio al fuoco sacro di Olimpia che rimanendo acceso durante tutta la durata dei giochi segnava anche un confine alla guerra facendola tacere almeno per un tratto e delimitava un tempo di sospensione dalla violenza.

Quel fuoco recava in sé una nostalgia e una promessa di pace, tutti elementi tragicamente negati dagli eventi che viviamo in questi giorni. Altri fuochi ben diversi sono  sputati da armi che alimentano il conflitto senza tregua in Siria, vengono accesi nella durissima repressione del golpe in Turchia in cui ogni diritto viene calpestato. Ancora fuochi ben diversi sono quelli delle bombe che hanno portato distruzione in ospedali in luoghi di cura di malati e bambini, o nell’assedio di Aleppo dove due milioni di persone sono rinchiuse senza acqua e elettricità, proprio in questi giorni in cui le prime pagine dei giornali sono occupate dai record dei migliori atleti mondiali.

Forse questo fuoco olimpico può illuminare anche aspetti rimasti al buio dell’evento delle Olimpiadi e di situazioni dei nostri giorni che rischiamo di vivere da spettatori distratti: illumina le favelas di Rio in cui le Olimpiadi vengono percepite solamente come eco di un mondo ricco e inavvicinabile, dove lo spettacolo è osservato da lontano mentre la vita di stenti non è per nulla cambiata. Esso illumina la squadra dei rifugiati che è riuscita a partecipare alle Olimpiadi 2016, senza attirare troppa attenzione da parte dei media: di essa fanno parte atleti fuggiti dai loro paesi tra i tanti migranti che hanno cercato rifugio ed hanno continuato a coltivare un sogno, pur essendo ormai senza patria, o meglio avendo scoperto che siamo tutti stranieri in cerca di una patria comune.

Il fuoco di quel braciere può ricordare che nel nostro tempo dovrebbe essere rovesciato il motto olimpico: citius, altius, fortius. Quel fuoco può suggerire ad un mondo che guarda solo ai primi e si lascia attrarre solo dai record o dai fallimenti e delusioni dei campioni, di pensare al senso perduto di un evento ordinario e quotidiano come il gioco nella vita umana indirizzndo lo sgaurdo a chi resta indietro, a chi solo ha partecipato. Nel gioco ciascuna e ciascuno può partecipare, indipendentemente dalle fattezze del proprio corpo, nel riconoscimento della propria provenienza,  e vivere quel sentimento profondamente umano della gioia di gareggiare, di affrontare insieme lo sforzo e la fatica. Nel gioco tutti possono misurarsi nella competizione in cui l’altro non è un nemico ma un volto accomunato nella medesima umanità e passione, tutti possono manifestare l’abilità quale dono di natura e frutto di esercizio, tutti possono vivere la gioia di vincere ma anche assaporare la gioia di perdere scoprendo come proprio nel perdere s’impara l’autentica vittoria non di un momento ma del crescere nel divenire più umani.

Quel fuoco ricorda allora di cambiare prospettiva, non solo in rapporto alle olimpiadi, da scorgere recuperando la luce di quell’antico fuoco liberandolo dal rimanere elemento decorativo e retorico. E’ richiamo ad una conversione in rapporto al modo globale di concepire l’esistenza: non più citius altius fortius più veloce, più in lato, più forte, ma lentius profundius suavius, più lentamente, più in profondità, più dolcemente. Questo potrebbe essere il motto di un mondo che scopre dimensioni inedite e da praticare nella scelta della possibilità dell’impossibile. Lo ricordava Alex Langer anni fa in un suo intervento ripreso nella raccolta di suoi scritti ‘Il viaggiatore leggero’:

“Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico ‘citius, altius, fortius’ – più veloce, più alto, più forte – che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ‘lentius, profundius, suavius – più lento, più profondo, più dolce -, e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso(da Intervento ai Colloqui di Dobbiaco 94, in Alexander Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio 2011, 210).

Alessandro Cortesi op

 

XX domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4033Ger 38,4-10; Eb 12,1-4; Lc 12,49-57

In questa pagina di Luca segnata dalla questione della decisione e dell’attenzione che Gesù chiede a coloro che lo ascoltano c’è una prima parola di Gesù che presenta due immagini: il fuoco e l’immersione nell’acqua. Fuoco e battesimo: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso… Ho un battesimo nel quale sarò battezzato”. L’immagine del fuoco facilmente si associa ad una potenza che scende improvvisa, come fulmine, che porta incendio e distruzione. Anche nel linguaggio del tempo di Gesù, benché non vi fossero ancora le armi da fuoco – terribile concretizzazione della potenza distruttiva a cui può essere piegato l’uso del fuoco – il fuoco era metafora usata per indicare una potenza di distruzione. Sono i due fratelli, Giacomo e Giovanni, discepoli irruenti e detti per questo ‘figli del tuono’, che di fronte ad un rifiuto della predicazione da parte di un villaggio di Samaria avevano detto a Gesù: “Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” (Lc 9,54). Ma in quell’occasione Gesù li rimproverò. La sua è reazione di distacco da tutto ciò che è un fuoco distruttore. La sua scelta radicale per la nonviolenza, che costituisce uno dei suoi tratti umani, è indicazione che fa pensare come il suo parlare con l’immagine del fuoco debba essere interpretato in altra direzione. Il fuoco che Gesù desidera essere già acceso non è qualcosa che distrugge e consuma, ma una forza che cambia dentro. E’ capacità di passione che spinge ad intendere la vita tutta presa nella causa del regno di Dio. Così l’immagine del fuoco racchiude la sua speranza – ardente come il desiderio – che l’annuncio del regno provochi una reazione di coinvolgimento appassionato. La sua vita sta nell’orizzonte di una immersione, un battesimo a cui egli stesso è teso come compimento di tutto il suo agire. Il battista aveva presentato uno ‘che viene dopo di me’ come colui che “battezzerà in Spirito santo e fuoco’ (Lc 3,16). Immergersi per Gesù ha significato intendere tuta la sua vita nell’orizzonte dell’essere per gli altri, nella condivisione e nella solidarietà con coloro che non hanno chi li difende. Questa immersione Gesù l’ha vissuta fino in fondo nel suo affrontare il morire in fedeltà al suo annuncio. Gesù desidera che questa passione bruci anche in coloro che ascoltano, un fuoco che non faccia rimanere indifferenti, ma coinvolti, capaci di passione di amore.

C’è una seconda parola di difficile interpretazione in questa pagina di Luca. Ancora può sembrare che Gesù sia portatore di discordia e di guerra: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico ma divisione”. Ancora questa affermazione è da leggere nel quadro della tensione di tutta la vita di Gesù per il regno. La sua chiamata, l’appello ad entrare nella logica del regno non può lasciare le cose come stanno, ma chiede una decisione, una capacità di scegliere e di schierarsi. Gesù manifesta le difficoltà e la divisione che sono conseguenza di un prendere parte nella vita e nell’impostare la vita nella linea dell’immersione – il battesimo – che è stata la via della condivisione da lui seguita. La scelta per il regno genera un modo diverso di rapporti, apre ad uscire da legami sociali, anche quelli familiari, per scoprire una nuova famiglia in cui i confini sono abbattuti e l’orizzonte di relazione si allarga.

E infine una provocazione: “Quando vedete una nuvola salire da ponente subito dite ‘arriva la pioggia’…come mai questo tempo non sapete valutarlo?”. E’ una provocazione che sorge dalla constatazione dell’abilità nel prevedere il tempo atmosferico. Gesù ammira chi sa cogliere i segni atmosferici, le nuvole, il vento caldo che divengono indicazioni importanti per le attività da svolgere. Il suo sguardo di fronte a queste capacità è colmo di stupore. E pensa all’importanza di saper leggere il tempo come luogo in cui Dio sta facendo irruzione. Se vi fosse nei cuori questa capacità e questa sensibilità a cogliere i segni della presenza di un Dio vicino che si fa carico dei più dimenticati tutto potrebbe cambiare. Il regno è presente come seme, è già in atto pur nella sua piccolezza, e richiede una disponibilità e un’attenzione nel leggere i segni dei tempi. Chiede anche di saper coglierne le chiamate di Dio nel tempo che, nonostante le sue contraddizioni, è tempo di salvezza, tempo di incontro con Dio e di scoperta del senso più profondo della vita.

Queste tre parole di Gesù possono essere invito oggi a tre attitudini fondamentali spesso dimenticate: indicherei la prima come capacità di immersione. Chi si lascia coinvolgere non può rimanere spettatore distaccato e lontano. Alla stagione delle grandi passioni nutrite dalle speranze per cambiamenti del mondo e della storia è seguito il tempo del disincanto, dell’indifferenza, dell’assuefazione ad un dominio pervasivo che appiattisce la vita alle dimensioni del benessere materiale, non spinge all’oltre e non fa guardare agli altri. Oggi percepiamo come un certo atteggiamento distaccato e cinico di fronte alle cose, all’impegno, al coinvolgimento sia un carattere del nostro tempo. Forse per tante delusioni, forse per una certa comodità che avvolge, offusca e rende insensibili alle esigenze di un impegno con e per i poveri. L’indifferenza coltivata stancamente conduce a non impegnarsi per nulla, a non giocare energie, competenze, tempo e disponibilità. Non fa rischiare qualcosa della propria vita in un impegno e in una dedizione che cambia il modo di pensare e di agire. La parola di Gesù spinge a lasciarsi prendere da un fuoco che cambi, a vivere il rischio e la bellezza di immergersi nella vita, di lasciarsi coinvolgere nel lasciare spazio al regno di Dio che è sfida di cambiamento anche per la vita sociale e politica.

La seconda parola è invito alla capacità di scelta e di schierarsi. Troppo spesso la posizione dei credenti è stata orientata come una posizione di moderatismo. Il moderato in tal senso è figura di qualcuno che non si schiera con chiarezza, cerca il compromesso, riduce i conflitti in una confusione di orientamenti. Diversa è la fatica di chi, schierandosi e mantenendo chiarezza di scelte, ricerca la mediazione nella vita pratica, dal compromesso di chi alla fine si pone come conservatore dello status quo, sta sempre dalla parte dei potenti e fa di tutto per non turbare una falsa pace, contrabbandata con l’atteggiamento di sottomissione ai criteri dell’interesse personale, del profitto e del potere mondano. Gesù ai suoi dice ‘tra voi non è così’ e apre ad una capacità di scelta e di schieramento chiaro che si espone alle divisioni e al conflitto. Nella storia proprio i tessitori di pace vera, che è scelta di stare dalla parte delle vittime e ai poveri, come Gesù, sono coloro che generano le reazioni più dure perché con la loro stessa presenza denunciano e contestano i sistemi di potere preoccupati di una pace come assuefazione e come sottomissione. In questi giorni siamo in apprensione per la sorte di Paolo Dall’Oglio, gesuita che ha speso la sua vita nella direzione del dialogo tra culture e fedi in Siria e ora è vittima di una guerra civile in cui la pace è calpestata. La presenza di profezia genera sempre ostilità e desiderio di spegnere il fuoco della passione.

L’ultima parola può essere indicata come invito a maturare la capacità di giudicare il tempo. Quanto sarebbe importante accogliere questa parola per la vita delle comunità. La ricerca di leggere il tempo presente non è ambito riservato alla gerarchia ma dovrebbe essere cammino condiviso, vissuto nell’ascolto reciproco, dando spazio alla formazione di credenti adulti, capaci di discernimento e di scelte e ad una possibilità di confronto e dibattito nelle comunità. In un ascolto della Parola, in un ascolto del tempo e in un ascolto degli altri, delle voci dei poveri e delle voci che provengono da chi cerca e da chi soffre. E tutto ciò nella fatica di comprendere e valutare il tempo. In tale direzione la preoccupazione prima in una comunità cristiana dovrebbe essere quello di far crescere persone capaci di valutare, di interrogarsi insieme sul proprio tempo alla luce della Parola e della vita stessa di Gesù. Una certa tendenza oggi diffusa a vivere una spiritualità che conduce a estraniarsi dalle questioni difficili della vita e della storia è lontana dall’immersione che Gesù ha vissuto nella sua vita e che chiede ai suoi.

Alessandro Cortesi op

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