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Con il pensiero a Gaza: un appello per fermare il massacro

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A Gaza si sta consumando una tragedia umana e un massacro. Non si può restare indifferenti. I mass-media in Italia e non solo sono per lo più allineati nel presentare la guerra sferrata da Israele nella Striscia di Gaza come una guerra di difesa. I morti risultano essere numeri, senza volto e senza nome: quasi un conteggio di inevitabili conseguenze di una azione militare motivata dalla ricerca di eliminare pericolosi terroristi, per ostacolare il lancio dei missili sulle città d’Israele.

Ma i media quasi per nulla parlano della condizione di oppressione, di disprezzo e prigionia in cui sono tenuti un milione ottocentomila persone nella Striscia di Gaza, una sottile striscia che corrisponde come estensione a 360 kilometri quadrati, un lembo di terra con una larghezza di circa 10 km e una lunghezza di 40 km circa. Non parlano delle umiliazioni quotidiane che i palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania sono costretti a subire in un’area dove vige l’occupazione di Israele: privazione d’acqua per l’irrigazione dei campi e orti, obblighi continui di controlli e umiliazioni ai check point per raggiungere il posto di lavoro o per gli spostamenti, impossibilità ad avere medicine e di accedere alle cure necessarie.

Dal 2006 la Striscia di Gaza è stata sottoposta ad un isolamento e ad un embargo senza paralleli nella storia. Gli abitanti sono isolati sia dal mare sia per via terra: se un pescatore si inoltra in mare oltre tre miglia viene preso di mira dal fuoco della marina israeliana. Nessuno può allontanarsi via terra se non attraverso uno dei due valichi sotto controllo degli israeliani a Erez a Nord e degli egiziani a Rafah a Sud. La popolazione di Gaza non può recarsi in altri territori palestinesi, non può andare a Gerusalemme, né può recarsi all’estero per studiare, per lavoro, se non con un permesso di Israele impossibile ad ottenere dalla maggior parte delle persone. Non può raggiungere parenti e persone care residenti altrove. Le terre vicine al confine non possono essere coltivate, e i prodotti agricoli non possono essere esportati. Nella morsa dell’embargo operato da anni da parte di Israele un popolo intero è tenuto in condizioni di prigionia e di umiliazione continua: l’80 per cento della popolazione di Gaza vive sotto la soglia della povertà con meno di due dollari al giorno. Da quando la Stiscia di Gaza è stata abbandonata da Israele nel 2005 si sono susseguite una serie di attacchi militari durissimi a brevi intervalli di tempo, nel 2006, tra il 2008-2009 e nel 2012.

L’assedio e l’embargo di Gaza sono un sorta di condanna a morte lenta. Israele è un popolo che ha diritto alla sicurezza e certamente non è accettabile e condivisibile la scelta della lotta armata da parte di Hamas come anche il lancio dei missili sulle città israeliane. La violenza genera solo altra violenza e la spirale della vendetta va interrotta da scelte di dialogo. Ma  quando un popolo è tenuto in una condizione disumana cerca in tutti i modi di sopravvivere, e di resistere all’annientamento. La disperazione e l’odio ingenerato da violenza e ingiustizia sono terreni di coltura di ogni genere di reazione. Nel documento Kairos redatto dai pastori delle chiese di Palestina nel 2009 si può leggere: “Alcuni partiti politici hanno seguito la strada della della resistenza armata. Israele ha usato questo come pretesto per accusare i palestinesi di essere terroristi distorcendo così la reale natura del conflitto, presentandolo come guerra di Israele contro il terrore, invece che come legittima resistenza palestinese all’occupazione isareliana in modo che essa finisca” (Documento Kairos, 2009)

Il governo di Israele con il pretesto della propria sicurezza con il suo esercito sta conducendo un’opera di punizione collettiva nei confronti un intero popolo, causando morte e dolore di bambini e innocenti, costringendo in una condizione di terrore e di paura. I bombardamenti di questi giorni dall’inizio di luglio non solo hanno già causato più di 1200 morti, ma hanno seminato una sofferenza indicibile, dolore, umiliazione, disperazione. Molti hanno perso la vita mentre stavano raccogliendo i beni di necessità prima di lasciare le case. Sono stati uccisi bambini, portatori di handicap, donne e anziani. Sono state prese di mira abitazioni, scuole, centri dell’ONU, ambulanze e ospedali.

Hanan Ashrawi ha detto alla BBC che se l’esercito di Israele, che nel suo nome reca l’espressione ‘forza di difesa’ (IDF), sta tentando di non colpire civili, come afferma la propaganda, è allora il peggior esercito del mondo perché sinora ha ucciso 85 per cento di civili con i suoi bombardamenti.

Ma l’attacco a Gaza oltre a lutti e devastazioni sta generando ferite inenarrabili nei cuori delle persone, ferite che sono portatrici di odio e altra violenza. Un bambino nato a Gaza che ha dieci anni ha già vissuto quattro eventi di guerra nella sua breve vita. Al 30 luglio si contano 1200 morti e più di 7000 feriti. L’85 per cento delle vittime sono civili, innocenti, donne vecchi, bambini. Più di 150.000 civili sono stati costretti lasciare le loro case, e non sanno dove andare perché l’intero territorio della Striscia è sotto attacco con bombardamenti dal cielo, da terra e dal mare. Una situazione che solo al pensiero dà il senso di oppressione e impazzimento.

Ferite psicologiche che segneranno per sempre la vita di bambini, di donne, uomini, terrore e paura nell’impossibilità di fuggire, chiusi come animali in gabbia. Se c’è una schiavitù per gli abitanti di Gaza c’è anche una schiavitù di Israele che si condanna ad una condizione di guerra permanente e ad essere oppressore, attore di disumanità senza limite. L’esercito di Israele a Gaza sta commettendo crimini di guerra e contro l’umanità, nel silenzio della comunità internazionale a causa dei forti interessi che molti paesi hanno per il commercio di armi. E l’Italia risulta essere il primo esportatore di armi a Israele.

La denuncia proviene da varie parti, un gruppo di scienziati testimoni in un artcolo sulla pretigiosa rivista The Lancet denunciano la situazione e in particolare l’uso nefasto delle armi utilizzate.

Amira Hass, giornalista israeliana di Ramallah nel quotidiano Ha’aretz riporta il pensiero di un amico da Gaza “se Hamas è nato dalla generazione della prima Intifada, quando i giovani che tiravano pietre sono stati presi a fucilate, cosa nascerà dalla generazione che ha sperimentato i ripetuti massacri degli ultimi sette anni?” e commenta: “La nostra sconfitta morale ci perseguiterà per molti anni in futuro”.

Eppure ci sono segni di resistenza al prevalere dell’odio: sono i soldati israeliani che si rifiutano di recarsi a combattere come Udi Segal, sono i gruppi minoritari che in Israele si schierano per il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese, sono i palestinesi che rinunciano a odiare, come il medico Abuelaish Izzedin, e come tutti coloro che coltivano la speranza, con una resistenza che si pone nella scelta della nonviolenza. Sono le presenze dei cooperanti che rimangono a Gaza accanto a un popolo martoriato come i giornalisti che offrono notizie e testimonianze. Un piccolo grande segno di presenza e vicinanza è stato il viaggio di una delegazione di Pax Christi in Palestina nei giorni scorsi. E’ il gesto della bambina che tra le macerie di una casa distrutta va a raccogliere i libri di scuola per salvarli dalla distruzione, un gesto che fa ricordare la vicenda narrata da Eric-Emmanuel Schmitt ne ‘Il bambino di Noè’: nel diluvio raccogliere e custodire tutto quello che non deve andare perduto.

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Si deve affermare con chiarezza: la causa principale da rimuovere è l’occupazione di Israele che occupa la Palestina non consentendo il riconoscimento dei fondamentali diritti umani alla popolazione palestinese.

Sempre il documento Kairos Palestina del 2009 firmato dai dei pastori delle chiese in Palestina denunciava la violenza condotta in modo sistematico e si faceva eco del grido di dolore del popolo palestinese, indicando con chiarezza la via della nonviolenza e della resistenza creativa: ”Noi … gridiamo dal cuore della sofferenza che stiamo vivendo nella nostra terra, sotto occupazione israeliana, con un grido di speranza in assenza di ogni speranza….” (…) “Il Muro di separazione eretto in territorio palestinese… ha reso le nostre città e i nostri villaggi come prigioni, separandoli gli uni dagli altri; Gaza, specialmente, continua a vivere in condizioni inumane, sotto assedio permanente… Gli insediamenti israeliani devastano la nostra terra in nome di Dio o in nome della forza, controllando le nostre risorse naturali, specialmente l’acqua e le risorse agricole…”

“L’occupazione israeliana della terra palestinese è un peccato contro Dio e contro l’umanità poiché depriva i palestinesi dei fondamentali diritti umani”

“L’ingiustizia contro il popolo palestinese, cioè l’occupazione israeliana, è un male che deve essere combattuto. E’ un male e un peccato che deve essere contrastato e rimosso. La primaria responsabilità di questo è degli stessi palestinesi che subiscono l’occupazione. L’amore cristiano ci invita alla resistenza. Tuttavia l’amore mette fine al male camminando sulla via della giustizia. La resposnabilità è inoltre della comunità internazionale, poiché oggi le leggi internazionali regoalno i rapporti tra i popoli, Infine la responsabilità è di coloro che perpetuano l’ingiustizia; essi devono liberarsi dal male che è in loro e dll’ingiustizia che hanno imposto agli altri”.

”Affermiamo che la nostra scelta come cristiani di fronte all’occupazione israeliana è di resistere. La resistenza è un diritto e un dovere per il cristiano. Ma è una resistenza che ha l’amore come logica. E’ quindi una resistenza creativa , poiché deve trovare strade umane che impegnino l’umanità del nemico. Dobbiamo combattere il male, ma Gesù ci ha insegnato che non possiamo combattere il male con il male. Possiamo resistere attraverso la disobbedienza civile. “

La prima proposta è attuare il boicottaggio soprattutto per quel che riguarda il commercio di armi: “Individui, aziende e stati si impegnino nel disinvestimento e nel boicottaggio di ciò che viene prodotto dall’occupazione. (…) Queste campagne devono essere portate avanti con coraggio,prclamando sinceramente e apertamente che il loro scopo non è la vendetta ma la fine del male esistente, la liberazione sia degli oppressori che delle vittime dell’ingiustizia”.

E’ proposta ripresa da Alex Zanotelli che la allarga a chiedere l’embargo militare contro Israele come proposto dai Premi Nobel in un recente appello, la revoca del Trattato militare segreto Italia-Israele, conosciuto come”Accordo generale di cooperazione militare e della difesa” e il boicottaggio delle Banche, che pagano per questo commercio di armi (Campagna Banche armate), ritirando i nostri soldi dalle banche ‘armate’. (Alex Zanotelli, Non lasciamo soli i palestinesi)

Riprendiamo l’appello dei patriarchi e capi delle chiese di Gerusalemme: “Ci appelliamo a Israele affinché interrompa l’ingiustizia verso di noi, e non continui a fuorviare la verità dell’occupazione fingendo che sia una battaglia contro il terrorismo. Le radici del terrorismo sono nell’ingiustizia umana commessa e nel male dell’occupazione ”.

E’ importante e urgente in questo momento non lasciare nella solitudine il popolo palestinese piegato dalla sofferenza e che vive in una condizione di umiliazione, di disprezzo, di non riconoscimento della propria dignità umana.

L’indignazione di fronte alla violenza delle armi si fa grido per invocare e chiedere a chi ha in qualche modo potere di agire e influenzare le scelte internazionali: si fermino i bombardamenti, si intraprenda un percorso di riconoscimento di diritti fondamentali del popolo palestinese, si facciano tacere le armi e si lasci spazio al riconoscimento dell’umanità dell’altro, ad un negoziato per porre fine all’occupazione, all’attuazione di una pace con riconoscimento di diritti e nel ristabilire giustizia, attuando percorsi di disarmo radicale.

Come chiedono i pastori di Palestina: “Il nostro futuro e il loro futuro è lo stesso futuro, sia il ciclo della violenza che ci distrugge entrambi, sia la pace di cui di cui beneficeremo entrambi”.

Alessandro Cortesi op

10527346_851225801567769_5421427076836356279_nQuartiere di Shejaya, ad est di Gaza city, 26 luglio 2014 – photo: Jehad Saftawi/IMEU

Spegnere l’incendio a Gaza, lavorare per una pace giusta

Riporto l’articolo di Flavio Lotti dal titolo “Io non ci sto! Voglio vivere in un paese che lavora per la pace e non per la guerra!” tratto dal blog ‘bocchescucite’ e un articolo di Giorgio Bernardelli che sottolinea la follia di questa nuova violenza e l’utilizzo blasfemo di parole tratte dai testi sacri per indicare azioni di violenza e di guerra. Rinvio al sito http://www.bocchescucite.org per poter seguire notizie con testimonianze dirette sugli eventi di questi giorni  (a.c.)

“Dalla parte di Israele. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha deciso di schierare l’Italia a fianco dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza. Ieri il ministro ha descritto la situazione con le stesse parole dei portavoce delle forze armate israeliane: “Sulla regione meridionale di Israele sono stati lanciati negli ultimi giorni 120 missili qassam con seri rischi per la popolazione”. In questo contesto di “forte tensione”, ha continuato il ministro, “Israele ha reagito eliminando il comandante di Hamas Jaabari”. “Eliminando”? Si ha usato proprio la parola “eliminando” senza alcun cenno di disapprovazione. Nessuna parola di condanna della violenza, nessuna parola di compassione per le centinaia di morti e feriti innocenti causati da questa nuova escalation.

Il Ministro Terzi si limita a dire che “è un momento molto preoccupante” e che “è necessaria e urgente un’azione che riduca le tensioni, dia sicurezza a Israele e restituisca un minimo di tranquillità alla Striscia di Gaza”. Avete letto bene. La priorità per l’Italia è ridare sicurezza a Israele e restituire un minimo di tranquillità alla Striscia di Gaza. Un minino, mi raccomando, che di tranquillità i palestinesi di Gaza non ne abbiano troppa. Nessun cenno alla necessità di fermare subito l’escalation. Nessun appello alle parti. L’Italia, lascia intendere il ministro, non vuole interferire con la strategia del governo israeliano.

Sono indignato! E sento il dovere di dirlo ad alta voce. Questo atteggiamento è profondamente contrario al buon senso, al diritto e alla legalità internazionale, ai valori e ai principi iscritti nella nostra Costituzione come agli interessi del nostro paese. E va cambiato. Chi non è d’accordo con il ministro degli Esteri Giulio Terzi parli forte e chiaro: L’Italia e l’Europa devono adoperarsi subito per spegnere l’incendio, non alimentarlo. La pace in Medio Oriente non ha bisogno di Terzi ma di un “Terzo” che costringa le parti a fermare l’escalation della violenza e a imboccare per davvero la via della pace, della giustizia e della riconciliazione. Diamo all’Italia una politica di pace!”

Flavio Lotti

Perugia, 16 novembre 2012

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La guerra a Gaza, tra droni e versetti sacri
di Giorgio Bernardelli
“Nuova fiammata nel conflitto. Una decina le vittime dei bombardamenti aerei nella Striscia, un razzo palestinese ha fatto tre morti in Israele. In questa corsa verso il baratro l’appello del Patriarcato latino: serve una soluzione internazionale. E i cattolici di Gaza si rifugiano in parrocchia

Da ieri pomeriggio Gaza e le cittadine israeliane circostanti stanno vivendo nuove ore terribili per una nuova fiammata di guerra tra Israele e Hamas, la più violenta dall’operazione Piombo Fuso del gennaio 2009. Erano alcuni giorni che si susseguivano i lanci di missili dalla Striscia e le risposte dell’aviazione israeliana, che purtroppo sono da tempo una tragica ricorrenza in questo angolo dimenticato del mondo. Poi ieri pomeriggio Israele ha deciso che questa volta voleva ristabilire sul serio la deterrenza, cioè la sua superiorità militare: così ha colpito a morte in un attacco il comandante militare di Hamas Ahmed al Jabali e ha lanciato una durissima serie di attacchi dal cielo (anche con i droni) e dal mare (con l’artiglieria delle navi) su un’area come Gaza che è un vero e proprio formicaio umano. In uno scenario del genere le vittime civili non sono una mera eventualità: il bilancio parla di una decina di morti. Nel frattempo Hamas e le altre fazioni palestinesi hanno risposto con una nuova pioggia di razzi, di cui uno – nel deserto del Negev – è caduto addirittura a 80 chilometri di distanza. Il che significa che anche Tel Aviv è alla portata di queste armi che sono altrettanto terribili e seminano la stessa paura e la stessa morte. La conferma è arrivata questa mattina quando un razzo palestinese ha colpito una casa nella cittadina israeliana di Kyriat Malachi facendo tre morti. E spingendo ancora più verso il baratro questa crisi.

Adesso – dopo aver praticamente per due anni parcheggiato in un angolo il conflitto israelo-palestinese, sorpassato dai fatti della primavera araba – fioccano le analisi che legano questa nuova guerra su Gaza alle elezioni politiche in programma in Israele il 22 gennaio. Prevedendo anche che non durerà molto, perché altrimenti per il premier israeliano Netanyahu potrebbe diventare un problema. Ma vanno tenute presenti anche le ripercussioni molto pericolose nei rapporti con l’Egitto: già ieri sera il presidente Morsi ha richiamato l’ambasciatore in Israele; rischiano di saltare le relazioni diplomatiche che furono il frutto degli accordi di Camp David tra Sadat e Begin. E bisognerà tenere d’occhio il Sinai, divenuto dalla caduta di Mubarak una zona che il Cairo non controlla fino in fondo con la presenza di gruppi Qaedisti: che succederà se nelle prossime ore anche da lì dovesse partire qualche razzo verso Israele? A completare il quadro di un Medio Oriente completamente in fiamme – oltre alla Siria la cui guerra tutti conosciamo – adesso poi c’è anche la Giordania dove da due giorni ci sono manifestazioni di piazza innescate dagli aumenti della benzina e duramente represse dalla polizia. E il regno giordano è l’unico altro Paese arabo che ha relazioni diplomatiche con Israele.

In questo quadro diventano pressanti le parole – cariche di amarezza ma prive di disperazione – pronunciate proprio ieri dal patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal, che in un’intervista rilasciata al sito del Patriarcato latino di Gerusalemme spiega come non ci sia una soluzione per Gaza, senza una pace complessiva e giusta per tutto il Medio Oriente, in grado di garantire i diritti di tutti. Parole a cui questa mattina si è aggiunto un comunicato in cui il patriarcato esprime vicinanza alle vittime e ricorda che la violenza non risolverà la crisi. «Solo una soluzione internazionale – si legge – potrà portare fuori da questo conflitto»

Al di là di quelli che saranno gli sviluppi, ci sono comunque due segnali estremamente preoccupanti da sottolineare. Il primo è l’utilizzo dei droni sul cielo di Gaza da parte dell’esercito israeliano, confermato da numerose fonti. Si tratta dell’ennesima follia: Gaza è un territorio di 360 chilometri quadrati abitato da 1,5 milioni di persone. Vuole dire il doppio della densità abitativa di Roma. Su un contesto di questo genere stanno bombardando con aerei telecomandati che già in altre guerre hanno dimostrato di essere scarsamente precisi. Tutto questo in un posto dove i suoi abitanti non hanno liberamente scelto di restarci: le frontiere sono infatti chiuse dal 2006, un abitante di Gaza – se anche riesce ad arrivare in Cisgiordania – viene riportato a Gaza se incappa in un posto di blocco israeliano.

L’altra vergogna è l’utilizzo di espressioni sacre per designare l’operazione militare. In ebraico l’esercito israeliano l’ha chiamata Colonna di nube – trasformato in inglese in Colonna di difesa. Si tratta di un nome che ha una chiara radice biblica: si rifà a Esodo 13, la Colonna di nube che accompagnava il popolo di Israele nell’uscita dall’Egitto. Quindi nell’immaginario di Israele viene presentata come una “guerra santa”. Per non restare indietro Hamas stamattina ha risposto chiamando la sua controffensiva «Stones of shale», «Roccia indurita», che è una citazione di Corano 105,4.

La Terra Santa è ancora una volta sfregiata dalla follia degli uomini e dalla loro appropriazione indebita delle parole più sacre. E in queste ore vale la pena di ricordare la piccola comunità cristiana della parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza. Padre Mario Cornioli – un sacerdote italiano che vive a Beit Jalla, in Cisgiordania – ieri sera si è messo in contatto con loro e ha scritto sul suo profilo su Facebook: “”Ho appena parlato con abuna Paolo che si trova a Gaza a sostituire padre George e con le nostre suore…sono sotto le bombe, sentono botti da tutte le parti e le mura della parrocchia hanno tremato diverse volte…hanno un po’ di paura ma resistono con tanta fede a questa aggressione vigliacca che bombarda indiscriminatamente con i droni telecomandati…vergognatevi di quello che state facendo…disumani !!!!”.

Stamattina un nuovo aggiornamento attraverso padre Mario: ««Ho appena parlato con Suor Rahina (per gli amici conosciuta come suor Regina). Mi dice che la notte non hanno dormito per le esplosioni forti…che la nostra famiglie cristiane sparse per Gaza City stanno pensando di trasferirsi in parrocchia per avere un posto piu’ sicuro, che stanno pregando perche’ questo inferno finisca presto e domandano anche a noi di pregare e fare qualcosa…l’ho sentita piena di fede e questo mi rincuora!!!»

È il grido di dolore degli innocenti che sale ancora una volta da Gaza. Un grido che non ci può lasciare indifferenti.”

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