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I domenica di avvento – anno C – 2021

Ger 33,14-16; 1 Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

Inizia un nuovo anno liturgico, un tempo nuovo, nel segno dell’attesa di una venuta. Il Dio di Israele e il Dio di Gesù è presenza che viene incontro. Il primo movimento della fede parte dal Dio che sta in ricerca dell’uomo. E’ Lui per primo che rivolge la sua parola e invita ad incontrarlo. L’avvento richiama ad una promessa e ad un’attesa. C’è un disegno di Dio sulla storia che è disegno di bene. “realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda”. Questa promessa di bene trova concretizzazione in una presenza: “in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”.

Geremia vede lo sbocciare di un germoglio dall’albero della famiglia di Davide, il re della pace. Il germoglio porterà un tempo nuovo segnato non solo dall’assenza di guerra ma da una condizione di benessere globale che viene indicato come pace. E’ un tempo che vedrà l’intervento di una figura portatrice di giustizia, un messia. Nel linguaggio biblico giustizia è sinonimo di fedeltà. Dio è giusto perché fedele alla sua promessa di vicinanza e di cura. Il Dio fedele viene a prendere la difesa di chi non ha altri sostegni, di chi è lasciato escluso e dimenticato.

“Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”. Gerusalemme reca in sé la promessa di essere luogo in cui si compie la fedeltà di Dio e l’orizzonte che reca nel suo nome, città della pace, è legato al venire di Dio che compie la sua fedeltà di amore. 

“il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.  La preghiera dell’autore della prima lettera di Giovanni è un’invocazione a crescere e sovrabbondare nell’amore.

L’indicazione della venuta di Cristo sta al cuore della fede delle prime comunità cristiane. Nella sua prima lettera Giovanni parla di una crescita da coltivare nella vita: un amore interno alla comunità dei discepoli e aperto a tutti. Il cammino dei cristiani si pone nella attesa della venuta del Signore. Non è un tempo vuoto ma luogo di un crescere e sovrabbondare nell’amore. La santità è accoglienza del dono di Dio e del suo amore che si è manifestato e donato in Cristo e si esprime in un agire che rifletta le scelte di Gesù. L’orizzonte finale è quello di una comunione con Gesù e con tutti coloro che hanno vissuto l’amore come lui ha indicato.   

Luca nel cap. 21 del suo vangelo riprende elementi dello stile apocalittico, un genere letterario per noi difficile da comprendere ricco di simbolismi. Le immagini molto forti intendono indicare l’intervento di Dio che si comunica nella nostra storia (apocalisse significa infatti rivelazione): “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso…”. ‘Quel giorno’ è inteso il ‘giorno del Signore’, giorno del venire di Dio, momento ultimo della storia. L’invito diviene allora: “Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.  Il discepolo è presentato come persona del giorno, non prigioniero della notte e del buio. L’invito è a stare in piedi, con attenzione vivendo il presente in modo attivo, con impegno. Sin da ora è iniziato l’Ultimo: nell’oggi si realizza la visita di Dio. Nel presente viviamo l’attesa di Qualcuno che viene.

Alessandro Cortesi op

Segni del tempo

La parola di Dio ci raggiunge in un presente da ascoltare, in cui rimanere attenti e svegli e in cui esser presenti con impegno responsabile.

In una lettera al Congresso degli USA Amir Khan Muttaqi, ministro degli esteri taleban ha richiesto che i beni della Banca centrale afghana siano sbloccati e le sanzioni contro le banche afghane siano revocate. Tutto questo per fronteggiare una crisi umanitaria che sta già diffondendosi nel Paese. A circa tre mesi dall’abbandono dell’Afghanistan da parte degli Stat Uniti e dei Paesi occidentali il Paese sta precipitando nella fame e nelal mancanza di servizi essenziali: “Secondo l’ultimo rapporto della Croce Rossa, tra novembre e marzo 2022 più di 22 milioni di afghani dovranno affrontare livelli di crisi o emergenza di fame acuta. La disperazione è plastica nelle immagini delle code davanti alle banche alle 5 del mattino nella speranza di poter prelevare un po’ di contanti. E in quelle, assai più tragiche, degli ospedali” (Francesca Mannocchi, Afghanistan, la fame o la fuga, La Stampa 25 novembre 2021)

La malnutrizione dei bambini si è accresciuta nell’ultimo periodo superando abbondantemente il limite dell’emergenza. La gente in Afghanistan muore di fame e la richiesta del primo ministro di un governo talebano che costringe ad un’osservanza rigorosa della legge religiosa, che ha escluso le donne dalla vita pubblica, delinea un sottile ricatto: se non si sbloccheranno gli aiuti si aprirà una crisi migratoria di massa che coinvolgerà non solo la regione ma il mondo.

Osserva Francesca Mannocchi: “E quando le guerre finiscono non si abbandonano i vinti, ma non si abbandonano nemmeno i vincitori se stanno patendo la fame. Anche se non ci piacciono. Soprattutto se il sistema economico che oggi è bloccato dalle sanzioni, e si sosteneva su un sistema assistenziale che aveva reso il Paese dipendente dagli aiuti internazionali l’avevamo costruito noi, cioè gli sconfitti”.

Il 25 novembre è giornata dedicata all’eliminazione della violenza sulle donne, un fnomen che registra numeri sconcertanti: solamente nell’anno in corso in Italia sono state 103 le donne uccise e l’uccisione di donne rappresenta il 40 % degli omicidi. La maggiro parte sono state uccise nell’ambito familiare o affettivo. Ma la violenza sule donne è ben più estesa dei casi di uccisione e costituisce un’attitudine che è accettata e non posta in discussione da una parte rilevante degli uomini. Una ricerca condotta su un campione di 800 italiani a fine settembre 2021 e riportata su ‘Domani’ manifesta una attitudine diffusa in modo minoritario ma rilevante tra gli uomini che giustifica la violenza sulle donne nelle forme della violenza fisica e sessuale e una visione di prevaricazione emerge anche nel modo di valutare comportamenti e pratiche che limitano la libertà e autonomia delle donne. La ricerca evidenzia il permanere nel nostro paese di una subcultura machista e patriarcale.
“Emergono i tratti di una società in cui la mercificazione del corpo della donna e il suo essere considerato un oggetto nelle disponibilità dell’uomo, impregnano parte dell’humus relazionale tra i sessi, generando un brodo di cultura pernicioso in cui affondano le radici e di cui si alimentano le espressioni comportamentali violente e i femminicidi” (Enzo Risso, Femminicidi, troppi uomini giustificano le violenze e così le donne muoiono, “Domani” 25 novembre 2021)

Alberto Leiss così scrive su Il manifesto: “Intorno al 25 novembre i media si riempiono di notizie, servizi, interventi che riguardano lo scandalo sempre più insopportabile della violenza agita contro le donne. Rimbalzano i numeri sui femminicidi, le persecuzioni sotto casa, le botte, la violenza psicologica e economica. La furia omicida che si abbatte anche sui figli. La cronaca alimenta questo museo di orrori perpetrati per lo più da mariti, compagni, padri, fratelli, amici di famiglia, e da qualche sconosciuto per la strada… E poi i buoni propositi delle istituzioni, della politica…(…) La violenza contro le donne sarà vinta, o almeno ridotta, solo quando cambierà sul serio la mentalità e la cultura maschile che la produce. Ogni tanto si affaccia la domanda: ma gli uomini dove sono? Che cosa dicono, fanno, pensano a proposito della violenza che agiscono?… «La giornata internazionale contro la violenza sulle donne, afferma il testo (integrale sul sito di Maschile plurale) ci riguarda non solo perché siamo noi maschi a esercitare queste aggressioni – e tutti in qualche modo siamo attraversati dalla cultura patriarcale che produce la violenza – ma perché mettere in discussione questa cultura sarebbe un grande vantaggio per noi stessi e le nostre vite»” (Alberto Leiss, La libertà femminile è un’occasione anche per gli uomini, “Il Manifesto” 25 novembre 2021).

A Trieste Gian Andrea Franchi e la moglie Lorena Fornasir erano accusati di far parte di una rete di trafficanti per aver svolto attività di assistenza e aiuto ai migranti che raggiungevano la città dopo aver superato i rischi del respingimento e le violenze di forze di polizia alla frontiera (Nello Scavo, Archiviate le accuse per i ‘samaritani’ di Trieste, “Avvenire” 23 novembre 2021). L’inchiesta, trasferita a Bologna, in quanto Lorena Fornasir, giudice onorario, doveva essere giudicata lontano dal proprio distretto, è stata sottoposta all’esame del giudice delle indagini preliminari, che è giunto alla decisione di non chiedere il rinvio a giudizio per i due volontari.  Il sospetto che aveva generato l’accusa era di aver costruito una rete di “accoglienza a pagamento” per i profughi in arrivo dalla rotta balcanica. Accuse infondate finalizzate a diffondere l’idea che la solidarietà sia reato. Il caso, chiuso con l’archiviazione, ha mostrato che “nonno Andrea” di 81 anni e sua moglie Lorena Fornasir hanno operato solamente per portare solidarietà con bende, farmaci, medicinali e scarpe a coloro che, giunti esausti dalla rotta balcanica, non riescono nemmeno più a camminare. La solidarietà non è reato.

Di fronte a queste notizie che ci parlano di violenza, di ingiustizia, è presente, proprio nella contraddizione, una promessa da accogliere per fare spazio e coltivare i semi di un mondo nuovo.

Alessandro Cortesi op

1 domenica tempo di Avvento – anno C – 2018

Luca

Ger 33,14-16; 1 Tess 3,12-4,2; Lc 21,25-36

Un nuovo anno liturgico, un tempo nuovo, nel segno dell’attesa di una venuta.

“In quei giorni farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.

Nell’immagine di un grande albero è narrata la genealogia di una famiglia. L’albero racchiude la storia di una comunità fatta di volti e nomi: la storia di popoli, con radici nascoste e profonde è la storia di tanti volti intrecciati nel tempo come i rami di un albero. Ogni identità sorge dall’intreccio di relazioni. Geremia vede lo sbocciare di un germoglio dall’albero della famiglia di Davide, il re della pace, il re ricordato da Israele come ideale riferimento di un tempo di benessere e pace. Il germoglio che nascerà dall’albero di Davide porterà un tempo nuovo, una nuova era di pace: è immagine di vita nuova e speranza.

E’ una presenza nuova, l’intervento del Signore nostra giustizia. Giustizia è sinonimo di ‘fedeltà’. Dio rimane fedele alle sue promesse. Il Dio fedele viene a prendere la difesa di chi è senza difesa, vittima dell’ingiustizia. Il suo venire non è quindi da guardare con paura ma è liberazione e salvezza. Per questo il salmo canta: “Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri, abbatterà gli oppressori. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace” (Sal 72,4.7)

Un seconda immagine è la strada: l’esperienza di fede del popolo di Israele prima e dei discepoli di Gesù sorge sulla strada. Abramo è chiamato a mettersi in cammino verso una terra nuova, Mosè guida Israele nel cammino verso la libertà, nell’esilio Israele scopre la possibilità di una via di ritorno nella gioia. “Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità…. Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia” (salmo 24). La strada è simbolo della vita, del tempo. Gesù chiama i suoi a seguirlo lungo la strada. Siamo invitati a riscoprire la Parola di Dio come lampada per i nostri passi e luce alla nostra strada.

Una terza immagine è il giorno. Luca nel discorso sulle ‘realtà ultime’ (cap. 21) utilizza un linguaggio apocalittico. Intende con esso indicare l’intervento di Dio che si comunica nella storia. Apocalisse significa rivelazione: “state bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni… e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso…” (Lc 21)

‘Quel giorno’ non è tanto riferimento ad un tempo cronologico ma ad una azione di Dio: nel Primo Testamento è il ‘giorno del Signore’, attesa del suo intervento nella storia. E’ attesa del ‘giudizio’ di Dio di salvezza in una storia carica di ingiustizie.

Lo stile di vita del discepolo è così descritto: “alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina… vegliate e pregate in ogni momento”. Il discepolo è presentato come persona del giorno, che non si lascia prendere dalla sonnolenza della notte. Sta in piedi, si dà da fare coltivando la speranza. Vive il presente immerso nell’impegno perché già da ora hanno inizio le realtà ultime: oggi è il tempo della salvezza e nel presente viviamo l’attesa di Qualcuno che viene.

Paolo sintetizza i tratti di chi vive la fede nel Signore risorto: “il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, per render saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.

Alessandro Cortesi op

Amal FathyLiberazione attesa

Se invece di essere impiccato
vieni sbattuto dentro
per non aver rinunciato a sperare
nel mondo, nel paese, nel popolo,
se devi farti dieci o quindici anni
oltre al tempo che ti rimane,
non dirai,
«Sarebbe stato meglio essere appeso a una corda
come una bandiera»…
Punterai i piedi e vivrai.
Potrebbe non essere esattamente piacevole,
ma è tuo solenne dovere
vivere ancora un altro giorno
per fare dispetto al nemico.

Una parte di te potrebbe sentirsi sola, là dentro,
come un sasso in fondo a un pozzo.
Ma l’altra parte
deve essere così coinvolta
nel vortice del mondo
che ti venga da tremare là dentro
quando fuori, a quaranta giorni di distanza, una foglia si muove.

Aspettare lettere mentre sei dentro,
cantare canzoni tristi,
o stare svegli tutta la notte a fissare il soffitto
è dolce ma pericoloso.
Guardati la faccia tra una rasatura e l’altra,
dimentica la tua età,
stai attento ai pidocchi
e alle notti di primavera,
e ricorda sempre
di mangiare ogni ultimo boccone di pane…
E inoltre non dimenticarti di ridere di cuore.

E chissà,
la donna che ami potrebbe smettere di amarti.
Non dire che non è una gran cosa:
è come un ramo verde spaccato
per l’uomo che è là dentro.

Pensare alle rose e ai giardini fa male,
pensare al mare e alle montagne fa bene.
Leggi e scrivi senza riposo,
e consiglio anche di tessere
e di costruire specchi.

Voglio dire, non è che non si possano passare
dieci o quindici anni dentro
e anche di più…
È possibile
fintanto che il gioiello
nella parte sinistra del tuo petto non perda la sua lucentezza.

Nazim Hikmet (1902-1963), poeta turco, scrisse questa poesia in riferimento alla sua esperienza di perseguitato politico e di prigionia. Per lunghi anni infatti fu prigioniero nel carcere di Bursa in Turchia. La sua poesia richiama al vivere giorno dopo giorno, resistendo al nemico e coltivando la speranza: “dimentica la tua età,… e ricorda sempre/ di mangiare ogni ultimo boccone di pane… “.

Con le sue parole conduce a pensare a tutti coloro che oggi nelle carceri di diversi paesi del mondo sono rinchiusi a causa delle loro idee politiche, o per un lavoro svolto nella promozione dei diritti e della libertà – gli avvocati come Amal Fathy in Egitto, moglie di un consulente legale della famiglia Regeni,  gli attivisti di diritti umani, insegnanti e giornalisti oggi in Turchia, o i perseguitati a motivo della loro fede religiosa – si pensi alla vicenda di Asia Bibi in Pakistan – o ancora a causa di una condizione di vita, dell’essere migranti – e il pensiero va alla Libia e alla condizione delle innumerevoli persone imprigionate e torturate oggi nei lager libici nell’indifferenza di un mondo preoccupato di allontanare i perseguitati dalla porta di casa.

Una descrizione di chi oppresso si interroga sulla sua colpa è presentata dalla voce femminile di Dareen Tatour (1982-), poetessa palestinese imprigionata nel 2015 per aver pubblicato sui social media una poesia dal titolo “Resist, my people resist them”, (“Resist, my people, resist them. / Resist the settler’s robbery / And follow the caravan of martyrs.“) e accusata di istigazione alla violenza:

“(…) Non conosceranno mai la loro colpa …
poiché l’amore è il loro crimine
e per gli innamorati, la prigione è il destino.
Ho interrogato la mia anima,
fra dubbio e sbalordimento:
“Qual è il tuo crimine, anima mia?”.
Non lo so ancora.
Ho fatto una cosa sola:
svelare i miei pensieri,
scrivere di questa ingiustizia…
tracciare con l’inchiostro i miei sospiri …
Ho scritto una poesia…
La colpa ha vestito il mio corpo,
dalla punta dei piedi al capo.
Sono una poetessa in prigione,
una poetessa dalla terra dell’arte.
Sono accusata per le mie parole. (…)”

Non è facile alzare il capo nelle condizioni dell’oppressione e guardare alla liberazione futura e vicina. E’ stato questo alzare il capo a nutrire la speranza di coloro che non hanno rinunciato alla loro libertà anche quando attorno a loro tutto imponeva disperazione e degrado. ““alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina…”

Alessandro Cortesi op

 

1 domenica di Avvento – anno C 2015

DSCN1739.JPGGer 33,14-16; 1 Tess 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

“In quei giorni farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.

L’immagine di un grande albero narra la genealogia di una famiglia. E’ albero che racchiude, nei volti e nei nomi, la storia di una comunità e di un popolo: anche le nostre famiglie, pur avendo radici magari perdute nel tempo e ormai non più ricostruibili, sono la storia di tanti incontri, di tanti volti che si sono intrecciati nel corso degli anni come i rami di un albero. La nostra identità sta nell’intreccio di queste relazioni: Geremia vede lo sbocciare di un germoglio dall’albero della famiglia di Davide, il re della pace, il re ricordato da Israele come colui che ha portato il benessere nel paese. Il germoglio che nascerà dall’albero di Davide porterà un tempo nuovo, una nuova era di pace: il germoglio è immagine di vita nuova e di speranza. E’ una presenza nuova, e sta ad indicare l’intervento di qualcuno che porterà giustizia: nel linguaggio biblico ciò significa che Dio è fedele e rimane per sempre fedele alle sue promesse. Giustizia è quindi sinonimo di ‘fedeltà’ e quando si parla del ‘giudizio’ di Dio fedele significa che questo sarà il compimento di un disegno di salvezza e di vita per tutti. Il Dio fedele viene a prendere la difesa di chi è senza difesa, di chi è oggetto dell’ingiustizia e dell’esclusione. Non quindi un intervento di cui avere paura ma la manifestazione del volto di Chi viene per salvare. Per questo il salmo canta: “Ai miseri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei poveri, abbatterà gli oppressori. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace” (Sal 72,4.7)

Una seconda immagine è la strada: l’esperienza di fede del popolo di Israele prima e dei discepoli di Gesù sorge sulla strada. Abramo è chiamato a mettersi in cammino verso una terra nuova, Mosè è scelto per guidare Israele nel cammino attraverso il deserto verso la libertà, nell’esilio Israele scopre inaspettatamente la possibilità di percorrere una via di ritorno nella gioia e nella pace. Gesù stesso chiama i suoi ad andare con lui lungo la strada, che – nel vangelo di Luca che leggeremo in quest’anno liturgico – viene presentata come strada verso Gerusalemme, e da Gerusalemme, dopo i giorni della Pasqua, strada verso tutti i confini della terra. Per questo nel salmo preghiamo: “Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità…. Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia” (salmo 24). La strada è simbolo di tutta la nostra vita, del tempo e dei momenti delle nostre giornate in cui trovare criteri di riferimento e orientamento per le nostre scelte e di fronte alle difficoltà sempre nuove e diverse. Siamo invitati a riscoprire la Parola di Dio come lampada per i nostri passi e luce alla nostra strada.

Una terza immagine: il giorno. Nel discorso sulle ‘realtà ultime’ presentato al cap. 21 di Luca compaiono tanti simboli del genere apocalittico, un modo di espressione a noi di difficile comprensione ma che, nella ricchezza dei simbolismi e nelle raffigurazioni ad effetto, vuole indicare l’intervento di Dio che si comunica nella nostra storia (apocalisse significa rivelazione): “state bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni… e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso…”.

‘Quel giorno’ non è solo una espressione del tempo cronologico, ma è riferimento ad una azione di Dio: ‘quel giorno’ è il ‘giorno del Signore’, il giorno in cui Lui interviene nella storia. Si tratta del giorno in cui è atteso il compiersi di un ‘giudizio’ di Dio che manifesta la sua fedeltà di salvezza in una storia in cui ci sono scandalose ingiustizie. In rapporto a questo giorno che è già presente nei nostri giorni si apre un invito per i discepoli: “alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina… vegliate e pregate in ogni momento”. Il discepolo è presentato come persona del giorno, che non si lascia prendere dalla stanchezza e dalla sonnolenza della notte: sta in piedi, guarda ad un orizzonte di speranza e vive il presente in modo attivo. E’ immerso nell’impegno perché già da ora hanno inizio quelle che saranno le realtà ultime: oggi è il tempo della salvezza e nel presente viviamo l’attesa di Qualcuno che viene.

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(Ribbon Chapel – Japan – Hiroshi Nakamura)

State attenti…

Tutti gli esercizi di scuola che richiedono veramente uno sforzo di attenzione sono interessanti, ed hanno la medesima importanza. Così annotava Simone Weil nel 1942 nella sua riflessione su “L’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di Dio” situata nella raccolta di scritti Attente de Dieu. Ogni esercizio sia di matematica o di geometria, o lingue o altro è prezioso non tanto perché svolgendolo si giunge ad una soluzione o si accresce qualche abilità, ma per il fatto di tendere ad essa. La fatica stessa di avanzare verso la ricerca di soluzione di un problema fa progredire verso una dimensione misteriosa, più profonda, della vita stessa. “Anche se gli sforzi di attenzione rimanessero in apparenza sterili per anni e anni, un giorno, una luce esattamente proporzionale a questi sforzi inonderà l’anima”:

Spesso si confonde l’attenzione con uno sforzo di tipo muscolare: quando si invitano gli scolari a stare attenti si pensa spesso ad una tensione che fa aggrottare le sopracciglia stringere i denti e tendere i muscoli ma questo genere di fatica non ha rapporto con l’apprendimento profondo. Piuttosto s’impara nella misura in cui si lascia spazio al desiderio. E’ il desiderio la sola forza che fa salire l’anima. Coltivare il desiderio apre alla scoperta non di un salire e di un percorso di conquista, ma di disponibilità ad accogliere. Dio solamente viene, scende e prende la vita.

L’autentica attenzione non consiste così in uno sforzo che affatica e si propone di trattenere, ma nel lasciare spazio, nell’abbandonare. “I beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi”. L’attenzione si fa attesa. Così in ogni piccolo esercizio scolastico è possibile cogliere la possibilità di formarsi ad una tale attesa con il desiderio, senza sforzarsi di cercarla. E’ questo il cuore dell’amore di Dio da accogliere non come conquista ma come esperienza di dono gratuito, radicale nella vita. Ma questa è anche la sostanza di ogni apertura all’altro, di ogni amore del prossimo.

Fare attenzione: siamo consapevoli di quanto sia difficile oggi l’attenzione in un tempo segnato dalla molteplicità di strumenti che continuamente interrompono il tempo e lo frammentano in continui richiami, Nella loro utilità ci offrono la possibilità di considerarci senza limiti, di spazio, di tempo, nel poter raggiungere ogni obiettivo e vivere un’efficienza mai raggiunta. In uno sforzo continuo di andare oltre, più velocemente, con più produzione.

“pienezza dell’amore del prossimo – scrive Simone Weil – è semplicemente essere capace di domandargli ‘quale è la tua sofferenza?” Questo sguardo è uno sguardo attento, che si è laciato affinare nel lasciare apertura al desiderio. L’attenzione si connota come disponibilità non a riempire, ma a lasciare spazio e vuoto. Se gli esercizi di scuola sono un’occasione unica per camminare su questa via, anche gli esercizi di attenzione richiesti dalla vita quotidiana possono essere opportunità per questa crescita. Per saper leggere i segni, per scorgere oggi il germogliare di una promessa e di una liberazione che è vicina.

Coltivare l’attenzione è così lasciar spazio non ad un fare che è espressione di potenza, ma ad un’attesa. E’ scorgere oltre i segni cercando di leggerli come rinvio ad una novità di cui siamo resi responsabili, nel presente venire. Dentro tutto ciò che nella storia in questi giorni difficili genera paura e terrorizza, c’è un appello, una chiamata ad una attenzione nuova, a risollevare il capo, a mantenere un cuore leggero, non appesantito: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano…”

Alessandro Cortesi op

 

 

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