la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “Gerusalemme”

Ascensione del Signore – anno B – 2021

Ascensione, dai Vangeli di Rabbula, VI sec. d.C. Miniatura su pergamena, 34 x 27 cm. Folio 13v. Firenze, Biblioteca Laurenziana

At 1,1-11; Ef 1,17-23; Mc 16,15-20

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,11)

La narrazione dell’ascensione è un altro modo per esprimere l’evento della Pasqua. Il crocifisso non è rimasto rinchiuso nel buio della morte ma ha vinto la morte con il suo amore ed è vivente in modo nuovo.

La comunità dei suoi discepoli è chiamata a vivere nell’assenza di Gesù, in un vuoto che tuttavia è abitato dalla promessa di un incontro.  Verrà: l’umiliato nella morte, tornerà nella gloria. Ma la sua presenza non è solo attesa in vista del ritorno. Si apre sin d’ora la possibilità di vivere un incontro con lui in modo nuovo, nella comunità, nei segni da lui lasciati in sua memoria, nell’operare dello Spirito che anima la missione dei credenti.

Di fronte alle richieste degli apostoli di ‘conoscere i tempi e i momenti’, ossia di dominare il futuro, Gesù invita a non lasciare spazio ad una curiosità che impedisce di guardare al presente e di aprirsi a lui in modo nuovo. Invita per questo ad attendere: è attesa fondata sulla promessa del Padre, sulla sua fedeltà. Ed è attesa di ricevere la forza dello Spirito, fonte della testimonianza. Lo Spirito è il dono di Cristo risorto: il suo agire nella comunità continua per mezzo dello Spirito. Dopo la Pasqua non sarà più possibile incontrare Gesù come prima, ma nella forza dello Spirito.

‘Una nube lo sottrasse al loro sguardo’: la nube nella Bibbia rinvia alle teofanie. La sua presenza è quella di Dio che si fa vicino e chiede uno sguardo rinnovato capace di scorgere i segni che ci ha lasciato: lo Spirito guida nell’esperienza dell’incontro con lui nella fede e rende testimoni della sua risurrezione: ‘voi mi sarete testimoni’.

Ascensione è festa della comunità. Gesù non lascia la sua chiesa, ma dona lo Spirito, presenza-dono che conduce ad entrare nella relazione di amore del Padre e del Figlio. La comunità è coinvolta in questa chiamata ad essere segno della comunione del Padre del Figlio e dello Spirito. Nella chiesa si attua allora una molteplicità di doni e una diversità di servizi, frutto dell’azione dello Spirito; nell’accogliere molteplicità e varietà, la chiesa è chiamata ad offrire testimonianza di unità come comunione:

“Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4,11-12).

Gesù affida ai suoi il mandato: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…”. Li invia a continuare quanto egli ha vissuto, l’annuncio della bella notizia del ‘regno’ (cfr Mc 1,12) e la testimonianza di segni di liberazione e di novità di vita (Mc 1,32-34). La Pasqua è evento che compie la signoria di Cristo sulla storia e sul mondo, una signoria particolare perché signoria del servizio e dell’amore fino alla fine. I discepoli sono inviati ad un camminare e operare che li supera e sta dentro a quanto essi vivono: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che l’accompagnavano” (Mc 16,20).

Alessandro Cortesi op

Non dimenticare Gerusalemme

“Con tutti i Capi delle Chiese, siamo “profondamente scoraggiati e preoccupati per i recenti episodi di violenza a Gerusalemme Est, sia alla Moschea di Al Aqsa che a Sheikh Jarrah, che violano la santità del popolo di Gerusalemme e quella di Gerusalemme come Città della Pace,” e richiedono un intervento urgente. La violenza usata contro i fedelimina la loro sicurezza e il loro diritto di avere accesso ai Luoghi Santi e di pregare liberamente. Lo sgombero forzato dei palestinesi dalle loro case a Sheikh Jarrah è un’altra inaccettabile violazione dei diritti umani fondamentali, quello del diritto a una casa. È una questione di giustizia per gli abitanti della città vivere, pregare e lavorare, ciascuno secondo la propria dignità; una dignità conferita all’umanità da Dio stesso”.

Così si esprime la dichiarazione del patriarcato latino di Gerusalemme del 9 maggio 2021 (riportata integralmente dal sito www.oasiscenter (https://www.oasiscenter.eu/it/dichiarazione-patriarcato-latino-gerusalemme-violenze-gerusalemme)  

La dichiarazione riprende le affermazioni dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani secondo cui con tali determinazioni  lo stato di diritto viene “applicato in modo intrinsecamente discriminatorio”. La questione del quartiere di Sheikh Jarrah non è una disputa tra privati ma è denunciato nei termini di “un tentativo ispirato da un’ideologia estremista che nega il diritto di esistere a chi abita nella propria casa”.

La dichiarazione ricorda anche il diritto di accesso ai Luoghi santi e denuncia le manifestazioni di forza con cui è stato negato tale diritto ai palestinesi proprio durante il mese di preghiera di Ramadan alla moschea di Al Aqsa.

“Queste manifestazioni di forza feriscono lo spirito e l’anima della Città Santa, la cui vocazione è quella di essere aperta e accogliente; di essere una casa per tutti i credenti, con pari diritti, dignità e doveri. La posizione storica delle Chiese di Gerusalemme è chiara circa la denuncia di ogni tentativo inteso a rendere Gerusalemme una città esclusiva per chiunque.”

Viene richiamato il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite che se fossero attuate costituirebbero una via di soluzione al conflitto in atto e potrebbero aprire la via per un riconoscimento di due Stati e per porre fine alle politiche di discriminazione di violazione continua e quotidiana di diritti umani fondamentali perseguite dall’amministrazione di Israele nei confronti dei palestinesi. La dichiarazione ricorda che Gerusalemme è città sacra alle tre religioni monoteiste “in cui il popolo palestinese, composto da cristiani e musulmani, ha lo stesso diritto di costruirsi un futuro basato sulla libertà, l’uguaglianza e la pace”.

E’ poi richiamato che la costruzione della pace richiede innanzitutto l’attuazione di rapporti di giustizia e riconociemnto dei diritti umani. Sulla base dell’ingiustizia nessuna pace sarà possibile: “Nella misura in cui i diritti di tutti, israeliani e palestinesi, non saranno sostenuti e rispettati, non ci sarà giustizia e quindi nessuna pace nella città. È nostro dovere non ignorare l’ingiustizia né alcuna aggressione contro la dignità umana, indipendentemente da chi le commette. Chiediamo alla Comunità Internazionale, alle Chiese e a tutte le persone di buona volontà di intervenire per porre fine a queste azioni provocatorie e di continuare a pregare per la pace di Gerusalemme”.

“Siamo sull’orlo di un baratro. Scene da buio della specie, con linciaggi da una parte e dall’altra, assalto a sinagoghe e moschee, vanno condannate e fermate. Non è questo odio tra i popoli che serve anche e soprattutto alla parte infinitamente più debole, quella palestinese, come dimostra la sproporzione delle vittime. Questo odio ci ripugna e probabilmente chiama in causa le tre religioni monoteiste che sul Medio Oriente qualche responsabilità nel conflitto ce l’hanno. Ora occorrerebbe invece una vera mobilitazione democratica, consapevole del precipizio rappresentato da un’altra guerra in Medio Oriente e nel già mortale Mediterraneo, perché la crisi di Gerusalemme è il cuore della crisi internazionale”. Così scrive Tommaso Di Francesco (Un silenzio complice dell’orrore, “il manifesto” 14 maggio 2021) osservando: “E insieme servirebbe una vera iniziativa diplomatica internazionale per fermare la crisi arrivata sull’orlo del baratro. Purtroppo in verità, guardando quel che accade e ai veti nel Consiglio di sicurezza Onu, non c’è né l’una né l’altra (…) Del resto di che sorprendersi, così si porta a termine l’espulsione definitiva anche nel luogo più simbolico, dove i militari israeliani sparano, in pieno Ramadan, come in un tiro segno. Infatti nella Cisgiordania occupata centinaia di insediamenti dei coloni integralisti hanno espulso così tanti palestinesi dalla loro terra che non esiste più la continuità territoriale perché nasca uno Stato palestinese – senza dimenticare il Muro, lo sradicamento violento delle colture, l’abbattimento delle case, i posti di blocco che spezzano la vita, la repressione quotidiana con uccisioni che non fanno notizia nei media occidentali, le migliaia di detenzioni arbitrarie”.

Così in un’intervista all’agenzia AdnKronos ha affermato Moni Ovadia, artista musicista e scrittore di origine ebraica: “La politica di questo governo israeliano è il peggio del peggio. Non ha giustificazioni, è infame e senza pari. Vogliono cacciare i palestinesi da Gerusalemme est, ci provano in tutti i modi e con ogni sorta di trucco, di arbitrio, di manipolazione della legge. (…) Io sono ebreo, anch’io vengo da quel popolo. Ma la risposta all’orrore dello sterminio invece che quella di cercare a pace, la convivenza, l’accoglienza reciproca, è questa? Dove porta tutto questo? Il popolo palestinese esiste, che piaccia o non piaccia a Netanyahu. C’è una gente che ha diritto ad avere la propria terra e la propria dignità, e i bambini hanno diritto ad avere il loro futuro, e invece sono trattati come nemici”. (intervista adnkronos 11.05.21 https://www.adnkronos.com/moni-ovadia-politica-israele-infame-e-senza-pari-strumentalizza-shoah_3151RAi6zwnLmC7HGWrGLY)

Il pensiero di questi giorni pasquali corre a Gerusalemme, città che reca in sé una chiamata e un sogno di pace ma in cui ancora in questi giorni si rendono presenti i gesti della sopraffazione, dell’ingiustizia e della violenza. L’attenzione a quanto sta avvenendo a Gerusalemme e in Palestina riporta alle parole di Gesù  “ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme ma di attendere l’adempimento delle promesse del Padre” (At 1,4) e all’impegno a pregare e operare perché non sia lasciato spazio a ideologie estremiste che negano possibilità di vivere al popolo palestinese  e perché l’orientamento a percorrere sentieri di giustizia applicando le risoluzioni dell’ONU possa aprire a nuova stagione di pace e non di guerra.

“Se mi dimentico di te, Gerusalemme, / si dimentichi di me la mia destra; / mi si attacchi la lingua al palato / se lascio cadere il tuo ricordo, / se non innalzo Gerusalemme / al di sopra di ogni mia gioia” (Sal 137,4-6).

Alessandro Cortesi op  

Gerusalemme, Gerusalemme…

mappa-gerusalemme-madaba(Mosaico della chiesa greco-ortodossa di san Giorgio Madaba – Giordania – VI sec.)

In questi giorni in cui l’annuncio del presidente degli Stati Uniti sul riconoscimento di Gersualemme capitale dello Stato di Israele sta suscitando reazioni diverse e nuovi motivi di conflittualità, una riflessione si fa strada sul senso di Gerualemme quale città non di qualcuno, ma simbolo di un cammino umano universale.

Una analisi politica della situazione è condotta da un attento osservatore delle vicende medio orientali Janiki Cingoli del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (pubblicato sul magazine online Huffington Post), che s’interroga sulle ragioni di tale dichiarazione, tra le quali inserisce la preoccupazione di Trump di distrarre l’opinione pubblica dalle questioni interne americane delle investigazioni sul Russiagate:

“… se si legge bene il testo del suo discorso, si scorgono dei caveat, o meglio dei paletti, che probabilmente gli sono stati suggeriti dai concitati scambi telefonici avuti con i maggiori leader arabi ed europei, oltre che dai suoi collaboratori più impegnati nello sforzo negoziale (…) L’elemento più significativo è la sottolineatura che, con questo riconoscimento, gli Usa non stanno prendendo posizione su alcun aspetto riguardante il negoziato sul Final Status, compresi gli specifici confini della sovranità israeliana dentro Gerusalemme, o la risoluzione delle contestazioni sui confini tra le due parti. Tali questioni, si afferma, sono lasciate al negoziato tra le parti coinvolte. (…)

Il Premier di Israele sa che Trump resta essenzialmente un mercante, e con lui i debiti si pagano. Resta da vedere quale sarà, in concreto, questa proposta di pace. In questi giorni si rincorrono le anticipazioni, si parla di un’ampia porzione del Sinai egiziano, ai confini con Gaza, che verrebbe ceduta ai palestinesi per costruire il loro Stato, in cambio di una striscia della Cisgiordania, di circa il 12%, ove sono concentrati i maggiori insediamenti israeliani; si parla di una proposta di Capitale palestinese ad Abu Dis, un sobborgo di Gerusalemme Est (riesumando così vecchia proposta di accordo proposta nel 1995 dall’esponente israeliano Yosii Beilin e dall’attuale Presidente Palestinese Mahmoud Abbas, allora respinta dalla destra israeliana). Si parla di un quotidiano scambio di Sms tra Jared Kushner e Mbs, il Principe ereditario saudita Moḥammad bin Salmān, per definire i contorni regionali di tale proposta. Bisognerà vedere se alla fine la proposta potrà essere accettabile per il Presidente palestinese Abbas (e la proposta su Abu Dis capitale difficilmente lo sarebbe). E se Netanyahu potrà reggere senza che il suo Governo vada in frantumi. Un’equazione a molte incognite, che solo nei prossimi mesi potrà trovare la sua soluzione”.

Mappa-di-Gerusalemme-1200-ca.-Frammento-di-salterio.-LAja-KB-76-F-5.-Courtesy-Medieval-Illuminated-Manuscripts-Project-Koninklijke-Bibliotheek.-_-National-Library-of-the-Netherlands.jpg(Mappa di Gerusalemme, 1200 ca. Frammento di salterio. L’Aja, KB, 76 F 5. Courtesy Medieval Illuminated Manuscripts Project, Koninklijke Bibliotheek)

In ‘Cose dell’altro mondo’, blog curato dal giornalista e scrittore Riccardo Cristiano si può leggere una riflessione (Gerusalemme, il senso di una città.) che pone la questione del significato di Gerusalemme per un cammino che sin dal principio non è di isolamento e solitudine ma che solo può essere comune. Questa città il cui nome reca in sè la speranza e l’annuncio della pace rimane lo snodo di conflitti che investono popoli e religioni:

“Gerusalemme ha troppi significati, per questo rischia di perdere il suo vero senso. E’ una pietrificazione di pregiudizi, o forse di un’idea, cioè di un’idealismo estraneo a tutti i monoteismi, fatti di greggi, di migranti, non di idee. Gerusalemme così, in un’ottica sana, sta chiaramente lì a indicare il bisogno di tutti e tre i monoteismi di vivere insieme, di non essere soli, abbandonati, separati, isolati dagli altri.
Così Gerusalemme ha un senso, se viene vista come simbolo vivo di un islam che è attratto dalla città di ebrei e cristiani, perché non esiste islam senza ebraismo e cristianesimo, non si può credere nell’islam senza credere anche nell’ebraismo e nel cristianesimo. Gerusalemme recupera il suo senso anche se viene vista e capita come simbolo della persistenza della matrice giudaica nel cristianesimo paolino, universale. E’ di conseguenza Gerusalemme una città piena di senso se vista come segno di un destino comune, che richiede un cammino comune.
Se le religioni prediligono il tempo allo spazio, cioè se prediligono camminare con l’uomo, vivere con lui, nel tempo, nella storia, allora sono chiamate a farlo insieme, come sorelle della famiglia umana fatta di figli di Dio, cioè di fratelli, che hanno nella loro parentela e nella loro diversità il segno della volontà celeste. Ma se le religioni prediligono lo spazio al tempo, cioè il potere, la fortificazione, il possesso, allora non solo si fermano, non camminano più, ma si chiudono, si isolano, non sono più sorelle dell’umanità. I simboli delle religioni non sono più le greggi, le migrazioni, i pastori, ma le caserme. (…)

Ecco che Gerusalemme da simbolo di fratellanza e sorellanza celeste diviene simbolo chiuso di incomunicabilità, di separatezza, di cuori che si fanno di pietra invece che di pietre che hanno un cuore, o che parlano. L’unità di Gerusalemme è solo l’unità del plurimo, del non riducibile, del non assimilabile. (…)

Se c’è un valore eterno oggi evidente a Gerusalemme è quello del tradimento del suo valore fraterno, del messaggio di sorellanza, della sua consapevolezza che vivere da soli è contro la nostra natura e quindi contro il messaggio di quella creazione che è cominciata con la creazione di Adamo e subito dopo dell’altro, o altra, senza la quale la creatura sarebbe morta. Di solitudine”.

Vengono così oggi alla mente le parole del Salmo:

“Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia” (Salmo 136,5-6)

Alessandro Cortesi op

Domenica VI di Pasqua – anno C – 2016

icona-concilio-apostoli-gerusalemme-at15.png(icona concilio di Gerusalemme)

At 15,1-2.22-29; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

“In quei giorni alcuni venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: ‘se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè non potete essere salvi’”.

La questione di cui si tratta – e che vede un’opposizione decisa convinta e ostinata di Paolo e Barnaba – riguarda un modo di considerare il seguire Gesù Cristo. Secondo alcuni per essere discepoli di Cristo era necessario osservare le prescrizioni della legge giudaica: ‘se non fate questo… non siete salvi’. Era in fondo il rinchiudere l’annuncio di Gesù nelle forme religiose di un sistema religioso identificato con prescrizioni della legge. Per contro, esigere una pratica religiosa come la circoncisione per i pagani che si accostavano alla comunità condividendone la fede in Gesù, era visto da Paolo come uno svuotamento del messaggio stesso di Cristo. La salvezza è radicalmente dono, non si realizza sulla base di un privilegio o per l’osservanza di una legge, ma va accolta come evento di grazia di Dio che suscita la fede.

Un primo motivo della reazione di Paolo e Barnaba riguarda il modo di concepire la salvezza: questa non dipende dall’uomo, da osservanze religiose, ma è dono gratuito e non richiede condizioni previe. Ciò significa affermare l’assolutezza dell’agire di Dio in Cristo, il suo primato su ogni tipo di costruzione umana, anche religiosa (non solo nei confronti dell’ebraismo con cui Paolo polemizzava ma anche di tutte le forme religiose).

Ma c’è un secondo aspetto da rilevare nella ‘questione’: Gesù, nella sua esperienza storica, era rimasto all’interno della tradizione ebraica. A lui non si era posto il problema del venir meno alle prescrizioni della legge ebraica. Certamente nei vangeli si trovano tracce della pretesa di Gesù, l’affermazione forte che l’uomo è più importante del sabato e la polemica contro un’osservanza che svuota il senso profondo della legge (Mc 7,8-13.20-21). Nei vangeli compaiono alcune figure di pagani: Gesù risponde all’insistenza delle loro richieste riconoscendone la fede – come con la donna sirofenicia (Mc 7,24-30). Tuttavia per Gesù non si pose il problema del superamento delle osservanze giudaiche.

E’ una situazione nuova che si presenta alle prime comunità, nel sorgere di contatti nuovi con i pagani. Proprio nel confronto con realtà nuove sorge una domanda inedita. L’incontro è il luogo in cui si fa strada – per impulso dello Spirito – una comprensione più profonda delle esigenze del vangelo. Gli apostoli ritornano così al cuore dell’annuncio di Gesù. La fedeltà al regno di Dio implica aprire le porte ai pagani. Il regno è in atto già nella storia, è dono di un mondo nuovo già iniziato e non si lega ad un tempio, ad una classe di sacerdoti, ad una terra particolare, ma è apertura all’Alterità di Dio, al suo amore per tutti, reso visibile nella vicenda di Gesù.

Così nel dibattito sorto nella prima comunità, a Gerusalemme, è elaborata una scelta di novità: era una rinuncia rispetto a ciò che sembrava essenziale – l’osservanza della legge giudaica – ma che essenziale non era rispetto alla gratuità della salvezza. E ciò si fa strada nell’incontro nelle case dei pagani (cfr. At 8; 10) e nell’esperienza dell’agire dello Spirito oltre i confini.

A Gerusalemme si attuò un passaggio fondamentale: fu decisivo agli inizi dell’esperienza cristiana, ma dovrebbe restare normativo per tutti passaggi. Cresce la comprensione della Parola di Dio, la tradizione progredisce nell’esperienza di tutto il popolo di Dio, insieme: si attua non come ripetizione meccanica di quanto Gesù ha vissuto (anche perché impossibile), ma come attuazione sempre nuova di quella Parola che Gesù ci ha comunicato e che continua a raggiungerci nelle vicende della storia, sotto la guida dello Spirito. M.D.Chenu diceva che gli eventi sono ‘luoghi teologici’ in atto. Di fronte alle nuove sfide oggi, nell’epoca del pluralismo, nell’incontro con gli ‘altri’, non credenti o credenti di altre religioni, le chiese cristiane sono chiamate a lasciare qualcosa che sembra essenziale, a rinunciare a forme di esclusivismo e di chiusura, a rivedere profondamente forme culturali e religiose talvolta scambiate per il vangelo.

“Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole né della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”.

L’Apocalisse parla di una città, la nuova Gerusalemme in cui la luce non viene da nient’altro se non dalla presenza di Dio e dal Risorto: è questo l’orizzonte finale della nostra storia. E’ anche quanto siamo chiamati a vivere sin d’ora nel non lasciarci imprigionare nella costruzione di templi che possano racchiudere Dio stesso e trattenerlo in progetti, dottrine e costruzioni umane.

“Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Gesù promette il Consolatore, una presenza che si caratterizza per due azioni: il ricordare e l’insegnare – al futuro. Siamo chiamati a riscoprire la presenza dello Spirito nel tempo della chiesa. E’ il tempo dell’ascolto della Parola di Dio, per vivere non come chi vive prigioniero della paura o della legge, con l’attitudine aggressiva che difende i privilegi ed esclude, piuttosto di chi vive l’esperienza di novità e di gioia dei primi cristiani, chiamati a liberarsi continuamente dai templi di ogni potere e dalla schiavitù di ogni religione che non rende ospitali verso l’altro.

Alessandro Cortesi op

DSCN2268.JPG

Responsabilità

E’ datata 19 marzo 2016 ma è stata resa nota il 26 aprile: vi compaiono parole forti contro il clericalismo, indicato come attitudine ‘che annulla la personalità dei cristiani’. Reca la firma di Francesco vescovo di Roma, che in essa esprime il profilo di una chiesa “in cui tutti facciamo il nostro ingresso come laici”.

L’immagine che guida la lettera è quella del santo popolo di Dio, ad indicare la chiesa. Chiave di lettura è la ripresa di Lumen Gentium, citata nei nn.  9-14 dove si afferma che la sacramentalità della Chiesa appartiene a tutto il popolo di Dio e «non solo a pochi eletti e illuminati”. E’ una lettera inviata al card. Ouellet al termine dell’incontro della Commissione per l’America Latina e i Caraibi “sulla partecipazione pubblica del laicato alla vita dei nostri popoli”.

Compito di chi ha un ministero affidato quella chiesa è quello di sentirsi parte “accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale”. Rivolgendosi ai pastori Francesco afferma “è illogico, e persino impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta”.

Vi sono parole talvolta ironiche contro una certa retorica che usa espressioni svuotandole della loro portata di provocazione al cambiamento: “Guardare continuamente al Popolo di Dio ci salva da certi nominalismi dichiarazionisti  (slogan) che sono belle frasi ma che non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità. Per esempio, ricordo ora la famosa frase: “è l’ora dei laici” ma sembra che l’orologio si sia fermato”.

Al cuore di questa lettera una sorta di analisi  del clericalismo come uno dei mali che si è annidato e cresciuto nella chiesa. Da qui l’urgenza di maturare consapevolezza per combatterlo come deformazione che esige riforma: “Non possiamo riflettere sul tema del laicato ignorando una delle deformazioni più grandi che l’America Latina deve affrontare – e a cui vi chiedo di rivolgere un’attenzione particolare –, il clericalismo.  Questo atteggiamento non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo porta a una omologazione del laicato; trattandolo come ‘mandatario’ limita le diverse iniziative e sforzi e, oserei dire, le audacie necessarie per poter portare la Buona Novella del Vangelo a tutti gli ambiti dell’attività sociale e soprattutto politica. Il clericalismo, lungi dal dare impulso ai diversi contributi  e proposte, va spegnendo poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, nn. 9-14), e non solo a pochi eletti e illuminati”.

Vi è un richiamo a considerare l’impegno dei laici cristiani non solo sul versante delle opere di chiesa ma riconoscendo autonomia nell’impegno politico e culturale: “Senza rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose ‘dei preti’,  e abbiamo dimenticato, trascurandolo,  il credente che molte volte  brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede. Sono queste le situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato a dominare spazi che a generare processi. Dobbiamo pertanto riconoscere che il laico per la sua realtà, per la sua identità, perché immerso nel cuore della vita sociale, pubblica e politica, perché partecipe di forme culturali che si generano costantemente, ha bisogno di nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede.  I ritmi attuali sono tanto diversi (non dico migliori o peggiori) di quelli che si vivevano trent’anni fa! ‘Ciò richiede di immaginare spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le popolazioni urbane’ (Evangelii gaudium, n. 73)”.

E ancora “L’inculturazione è un lavoro artigianale e non una fabbrica per la produzione in serie di processi che si dedicherebbero a fabbricare mondi o spazi cristiani».

Lo sguardo si sofferma sulla realtà drammatica di molte città: “Oggigiorno molte nostre città sono diventate veri luoghi di sopravvivenza. Luoghi in cui sembra essersi insediata la cultura dello scarto, che lascia poco spazio alla speranza.  Lì troviamo i nostri fratelli, immersi in queste lotte, con le loro famiglie, che cercano non solo di sopravvivere, ma che, tra contraddizioni e ingiustizie, cercano il Signore e desiderano rendergli testimonianza (…) Non è ma il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. Come pastori, uniti al nostro popolo, ci fa bene domandarci come stiamo stimolando e promuovendo la carità e la fraternità, il desiderio del bene, della verità e della giustizia. Come facciamo a far sì che la corruzione non si annidi nei nostri cuori.

“I laici sono parte del Santo Popolo fedele di Dio e pertanto sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi siamo chiamati a servirli, non a servirci di loro».

Parole chiare, che danno voce e respiro a tante e tanti che hanno lavorato e faticato nel tempo, anche in contrasto ad un clericalismo pervasivo, diffuso e tuttora dominante – e non solo in America Latina, ambito a cui la lettera è diretta – per un volto di chiesa più semplice e fraterna. Parole che attendono una diffusa capacità non solo di accoglienza ma di risposta adulta e propositiva soprattutto laddove chiedono di individuare nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede e l’audacia indispensabile nell’impegno sociale e civile.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno C – 2015

DSCN1755.JPGSof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

La città di Gerusalemme, ‘la figlia di Sion’ è invitata alla gioia: ‘Rallegrati’. Il breve salmo posto a conclusione del libro di Sofonia – libro segnato dal cupo annuncio del giorno del Signore – è rovesciamento di parole di minaccia: è invito alla gioia, ad una gioia entusiasta, piena. Dio stesso si fa vicino in mezzo al suo popolo, prende con sé i giusti e si fa difensore, liberatore. La gioia dei giusti è contagio della gioia stessa di Dio che viene in mezzo al suo popolo. La sventura, dolorosa esperienza umana, non ci sarà più. Il Signore raccoglie tutti nel suo abbraccio e fa vincere la paura: ‘non temerai alcuna sventura’. Il ‘Dio che viene’ non ha i tratti terribili del giudice ma si rende presenza vicina gioiosa. C’è una consapevolezza di presenza: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. Il regnare di Dio non si pone come dominio che opprime o esige, ma quale presenza di vita e pienezza. E’ dono di salvezza.

‘Siate sempre lieti’: è invito di Paolo alla comunità di Filippi. Rinvia alla pace del Signore, più grande di ogni pensiero umano, capace di custodia. Il motivo della gioia sta nel fatto che il Signore è vicino: una vicinanza non da temere come minaccia ma una vicinanza amica, di cui essere contenti. Essere lieti nel Signore significa poter vivere una pace radicata dentro, perché Dio si prende cura di noi: Paolo invita a maturare consapevolezza di non essere soli ma nella compagnia del Dio vicino.

Luca presenta il popolo in attesa. Le folle domandano a Giovanni Battista: ‘Che cosa dobbiamo fare?’ Le sue risposte pongono esigenze che non distolgono dal presente, ma indicano un modo nuovo di impostare la vita con scelte di condivisione, onestà e giustizia, nonviolenza. Condividere i propri beni e il cibo perché tutti possano mangiare, non rubare agli altri, vivere il proprio compito con attitudine di rispetto e solidarietà. E’ quanto Giovanni indica alle tre categorie di persone che a lui si rivolgono, le folle, i pubblicani, o agenti delle tasse, e i soldati.

La vita del Battista è tutta orientata ad un altro: la sua testimonianza è preparazione del messia. Giovanni presenta colui che deve venire con i tratti del ‘più forte’. La simbologia legata al ‘slegare il lacco dei sandali rinvia ad un gesto del diritto matrimoniale (Dt 25,5-10; Rut 4,5-8): Giovanni non è lo sposo, la sua testimonianza è orientata ad indicare un altro, il messia.

Giovanni utilizza l’immagine della separazione del grano dalla pula: “…viene uno che è più forte di me, costui vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile”.

Si tratta di operare scelte che impostino la vita su orizzonti nuovi di senso. La pula è tutto ciò che è inconsistente nella vita e dev’essere eliminato. Nel linguaggio biblico ‘pula’ sono anche gli idoli: coloro che adorano gli idoli sono presentati come pula portata via dall’aia dal soffio del vento (Os 13,3) perché vanno alla ricerca di cose senza consistenza, che non danno felicità, e sono illusione: ‘Gli empi sono pula che il vento disperde’ (Sal 1,4). Aderire al messia apre ad una scelta nel lasciare ciò che non vale.

Un messaggio emerge: il ‘Dio che viene’ è presenza vicina che arreca gioia. Il suo venire genera uno stile di esistenza non appesantita da angustia e paura ma fatta di serenità sobria e di amabilità: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. Nelle vicende e fatiche della storia la presenza di Dio è vicinanza di salvezza e di liberazione. Accogliere questo annuncio è movimento che cambia la vita. La vicinanza del Signore è forza per vivere una pace dentro. Nelle contraddizioni del presente si fa amabilità e capacità di dolcezza di gioia: letizia quale gioia consapevole dei drammi del vivere, ma capace di sperare nella debolezza di Dio più forte di ogni potenza umana: ‘siate sempre lieti’.

Io_Fear_standard2.jpg

Paura e paure

“La paura è con ogni probabilità il dèmone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo. Ma è l’insicurezza del presente e l’incertezza del futuro che covano e alimentano la più spaventosa e meno sopportabile delle nostre paure. Questa insicurezza e questa incertezza, a loro volta sono nate da un senso di impotenza: ci sembra di non controllare più nulla, da soli, in tanti o collettivamente” (Z.Bauman, Il demone della paura, Laterza 2014, 9)

L’insicurezza è il senso di non essere protetti e la percezione di poter perdere ciò che protegge non solo in territori e aree pericolose, ma anche nella normalità della vita sociale. La paura è suscitata da ragioni diverse: i processi economici, le minacce dell’ambiente, le incertezze riguardanti la salute, e ancora la criminalità, il terrorismo. Le paure conducono ad elevare recinti, ad assumere attitudini difensive, allo sforzo di individuare i portatori di rischi. Oggi le paure si configurano come un’inestricabile matassa di fili: i problemi che le generano sono intrecciati e cresce il senso d’impotenza nel fare qualcosa per eliminarle, per scioglierle e ritrovarne un capo.

Il senso di insicurezza abita il nostro vivere e lo rinchiude. Chi è bloccato dall’angoscia non riesce più a muoversi, a compiere passi avanti. L’angoscia diviene pervasiva occupando tutte le sfere del vivere individuale e sociale. La paura è così uno dei caratteri del nostro tempo. E’ tuttavia paura che si legge in modi diversi. E’ paura quella disegnata negli occhi di profughi che lasciano dietro di sè violenza, guerre orrori e impossibilità di vivere andando verso un futuro incerto. E’ paura quella che cova sotto la cenere di esistenze confuse nell’anonimato di periferie dove giovani sradicati coltivano incertezza sul loro passato, presente e futuro e magari scoprono nell’avventura della violenza o in una predicazione religiosa fondamentalista l’ambito di sfogo di paure non affrontate, accogliendo una scelta distruttiva per sé e per altri. E’ paura il sentimento che pervade le esistenze tranquille di chi matura il sospetto di fronte ad ogni estraneo, diverso. Così paura può essere indicata come veleno che inquina la vita quotidiana in cui il problema è quello di identificare rapidamente un colpevole, un capro espiatorio, da eliminare e da escludere.

Oggi la paura viene anche coltivata. I media sono un fortissimo veicolo di coltivazione della paura nel favorire la percezione del pericolo dell’altro. La paura viene ad essere un modo di intendere l’identità della persona, che per questo nella sua privatezza e solitudine si trova a gestire un sentimento che diventa distruttivo nei confronti degli altri. Tener lontane le paure, sotterrarle non è leggerle. Solamente la fatica di affrontarle, e di coglierne cause e ragioni è forse unica via per trarne motivi di consapevolezza e di impegno, per uscirne e per non rimanerne schiavi e vittime.

Le città oggi sono i luoghi in cui le insicurezze si manifestano più fortemente, ma anche i luoghi in cui poter affrontare la sfida a costruire spazi di interdizione e di esclusione o al contrario spazi dove i confini vengono attraversati e dove poter incontrarsi insieme. Le città sono le frontiere in cui l’estraneo possa essere conosciuto e non resti nella condizione dell’alieno, sconosciuto e incomprensibile, in cui i linguaggi possano interagire.

“Quali che siano le circostanze, le epoche o le latitudini, il terrorismo scommette sempre sulla paura. Non solo la paura che diffonde nella società, ma la politica della paura con cui lo stato reagisce: una fuga in avanti dove al terrorismo segue la sospensione dei diritti democratici in una guerra senza fine, senza fronti e senza limiti, senza altro obiettivo strategico che il suo perpetuarsi, in cui gli attacchi e le risposte si alimentano a vicenda, le cause e gli effetti s’intrecciano all’infinito senza che mai emerga una soluzione pacifica. Per quanto doloroso, dobbiamo cercare di capire le ragioni del terrorismo. Per combatterlo meglio, per non cadere nella sua trappola, per non dargli mai ragione, fosse pure per incoscienza o cecità. Le profezie che si autoavverano sono il meccanismo su cui si basa la sua logica omicida: provocare attraverso il terrore un caos ancora maggiore da cui trarre ulteriore rabbia, risentimento, ingiustizia. Lo sappiamo per esperienza, abbiamo visto come la fuga in avanti statunitense dopo gli attacchi del 2001 sia stata all’origine del disastro in Iraq, che ha generato il gruppo Stato islamico, nato dalle macerie di uno stato distrutto e dalla disgregazione di una società violentata. Riusciremo a imparare da questi errori catastrofici, o finiremo per ripeterli?” (Edwy Plenel, La paura è la nostra nemica, “Internazionale” 15 novembre)

Ma la paura rinvia a scorgere ancora più a fondo cause nascoste in un modo violento di intendere la vita, in una imposizione di processi di globalizzazione che hanno generato iniquità e dividono il mondo in privilegiati e disperati, in arricchiti ed esclusi.

Bauman osserva: “In un pianeta globalizzato negativamente è impossibile ottenere la sicurezza, e tanto meno garantirla, all’interno di un solo paese o di un gruppo scelto di paesi: non con i propri mezzi soltanto, e non a prescindere da quanto accade nel resto del mondo. Il nuovo individualismo, l’affievolirsi dei legami umani e l’inaridirsi della solidarietà sono incisi sulla faccia di una moneta che nel suo verso mostra i contorni nebulosi della globalizzazione negativa” (ibid. 4-5).

Come oggi leggere le paure e cogliere da questo percorso motivi per trovare vie di uscita? Una vittoria sulla paura potrà avvenire? Si potrà scorgere al di sopra di confini di separazione, in un lungo cammino, ma insieme?

“tu non temerai più alcuna sventura… Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia…”

Alessandro Cortesi op

 

Un abbraccio ecumenico: storia e quotidianità

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

In questi giorni un importante incontro si svolgerà in Terra Santa tra Francesco, vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica e Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli. Il loro incontro avverrà a Gerusalemme sede del patriarca ortodosso Teophilos III. Come ha notato Daniel Attinger (in “Popoli” maggio 2014)  “il Patriarca di Costantinopoli, nonostante il titolo di «ecumenico», non può venire a Gerusalemme e compiervi qualche gesto senza il consenso del Patriarca ortodosso di Gerusalemme, Theophilos III. È lui, per gli ortodossi, che accoglie i due visitatori, ma questi è totalmente dimenticato, tanto dai giornalisti, quanto, probabilmente, dalla maggior parte dei teologi e dei curiali cattolici. Di fatto non c’è traccia del suo nome nel programma della visita disponibile sul sito della Santa Sede. Eppure è lui, insieme al Patriarca armeno e al Custode francescano di Terra Santa, che accoglierà i due visitatori nella Basilica dell’Anastasis (Santo Sepolcro), dove si farà memoria, come proposto da Bartholomeos fin da quando ha invitato Francesco, del cinquantesimo anniversario del primo e unico incontro simile avvenuto nel secondo millennio: quello tra Paolo VI e Athenagoras I nel gennaio 1964”.

Proprio Theophilos in questi giorni ricordando quell’incontro ha detto:“Prima di tutto io penso che da quel momento abbiamo veramente cominciato a parlare di dialogo. Abbiamo iniziato a pregare per l’unità, ci siamo accorti di avere persino un obbligo in questo senso imposto dalla Divina Liturgia. Però, prima di porre l’Unità dei cristiani in termini amministrativi, che è sempre molto rischioso, io credo che dovremmo fissare le nostre preghiere  per trovare l’unità dello spirito, della mente e del cuore”. (da Vatican Insider).

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

L’incontro ricorderà appunto quello di Paolo VI e Atenagora. Nella mia casa ricordo da quando ero bambino un’immagine posta al centro del salotto. Si trattava di un’immagine che ricordava come gli eventi storici erano segni che rinviavano a quell’ecumenismo domestico, a quel tessere relazioni nella vita quotidiana che è esperienza possibile a tutti, nella dimensione domestica. La vita di tutti anche dei piccoli è importante nel cammino storico dell’umanità e nutre e porta a quei passaggi che poi sono ricordati sui libri di storia.

L’immagine era un bassorilievo in bronzo, che ancora oggi trova il suo spazio contornata da una libreria, nel cuore della casa. E’ formella non di grandi dimensioni, di un artista, amico di famiglia, Benedetto Pietrogrande che ne fece dono a Carla e Sergio, miei genitori. Ricordi lontani mi riportano alla memoria la spiegazione dei profili sbozzati di quel bronzo, con uno stile così essenziale ed evocativo, che udii dallo stesso autore quando ci presentò questa sua opera.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Al centro l’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora, quell’abbraccio che pose fine ad un tempo segnato dalle scomuniche reciproche. Un abbraccio che fu simbolo del cammino del Vaticano II e della scelta del cammino ecumenico  come via di fedeltà al vangelo. Era una via che la chiesa cattolica aveva visto con sospetto e aveva ostacolato emarginando i testimoni più lucidi dell’ecumenismo quale chiamata delle chiese a rispondere alla preghiera di Gesù: ‘che siano uno’. E il Concilio fu il momento che spalancò le porte ad un vento nuovo, il soffio dello Spirito. Quell’abbraccio di due uomini dello Spirito, Paolo VI e Atenagora, fu uno dei grandi segni di quella svolta.

Nel bassorilievo proprio l’incontro dei volti e il gesto dell’accoglienza nell’incrociarsi degli sguardi sta al centro. E attorno a quell’abbraccio alcuni elementi riprendono, quasi a sottolineare i tratti di questo incontro.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

In basso a destra il profilo di Paolo VI senza insegne particolari, solo con il bastone in mano: indicazione dai tratti essenziali di un pastore che si scopre pellegrino, pelllegrino della fede, ma anche inserito in quel cammino di fede del popolo di Dio, e al servizio di un cammino orientato all’incontro nell’attesa e nella ricerca dell’unità. Proprio in quel tempo (erano i primi giorni di gennaio del 1964 poco tempo dopo la chiusura della seconda sessione del Concilio) stava prendendo forma la redazione della costituzione conciliare Lumen gentium. Costituiva la presa di consapevolezza della chiesa come popolo di Dio in cammino, popolo costituito di soggetti diversi segnati da una medesima dignità battesimale e dalla chiamata a partecipare alla vita di Dio, alla santità, nella differenza di servizi e di doni, inseriti nella storia. E nel pellegrinaggio chiamati ad accogliere il dono della comunione e viverla nello scoprirsi chiesa di chiese, chiamate alla comunione nella diversità.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

In alto a destra della formella vi è la la ripresa dell’abbraccio quasi a sottolineare il primato di quell’ecumenismo dell’amore così caro a Atenagora. Una registrazione dello scambio di saluti nel momento dell’incontro rimasta per molto tempo dimenticata è stata riproposta da ‘Vatican Insider’ (Atenagora e Paolo VI. Le parole del fuori onda) e ci riporta le parole che hanno scandito quel momento.

Atenagora ebbe a dire: «Ci è stato fatto il dono di questo grande momento; noi perciò resteremo insieme. Cammineremo insieme. Che Dio… Vostra Santità, Vostra Santità inviato da Dio… il Papa dal grande cuore. Sa come la chiamo? “O megalòcardos”, il Papa dal grande cuore!». Paolo VI gli rispose: «Siamo solo degli umili strumenti. Più siamo piccoli e più siamo strumenti; questo significa che deve prevalere l’azione di Dio, che deve rimanere la norma di tutte le nostre azioni. Da parte mia rimango docile e desidero essere il più obbediente possibile alla volontà di Dio e di essere il più comprensivo possibile verso di Lei, Santità, verso i suoi fratelli e verso il suo ambiente» E ancora Paolo VI: «Nessuna questione di prestigio, di primato, che non sia quello… stabilito da Cristo. Ma assolutamente nulla che tratti di onori, di privilegi. Vediamo quello che Cristo ci chiede e ciascuno prende la sua posizione; ma senza alcuna umana ambizione di prevalere, d’aver gloria, vantaggi. Ma di servire» .OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Sulla parte alta del bassorilievo a sinistra una processione che porta un’icona in cui è distinguibile un’immagine di Maria con il bambino. E’ il riferimento al culto per le icone nella tradizione ordossa, all’importanza dell’icona con la sua valenza sacramentale. Subito dietro a colui che reca l’icona sta un’altra figura con in mano un libro. Scrittura e icona: i segni dell’incontro propri delle grandi tradizioni cristiane che hanno sottolineato la centralità della Parola, la tradizione delle chiese riformate, e di quelle che hanno sottolineato la valenza dell’immagine, le chiese ortodosse. Certamente sulle accentuazioni si è giocata nella storia la divisione, ma la sottolineatura delle differenze e di diversi doni, come evidenziava un grande profeta dell’ecumenismo Oscar Cullmann, è benedizione in vista di una valorizzazione delle diversità e dello scambio dei doni.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

E proprio al di sopra dei profili  di Paolo VI e Atenagora la mensa dell’eucaristia. Il pane il calice, la croce e i volti abbozzati di due figure che concelebrano. La Scrittura, l’icona, l’eucaristia. L’indicazione di una comunione che sorge dall’eucaristia e che si apre nell’orizzonte dell’eucaristia condivisa e insieme celebrata. Il grande sogno e desiderio che da quei giorni di gennaio 1964 hanno segnato l’impegno e la preghiera di tanti che hanno vissuto nell’orizzonte del cammino ecumenico.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Ma anche è ricordo di un’occasione mancata: Emmanuel Lanne ricordava come dopo la cancellazione delle scomuniche le chiese erano pronte in quel momento a ristabilire anche la comunione ecuaristica e se questo gesto fosse stato compituo sarebbe stato accolto con gioia. Timori, paure di lacerazioni resero incapaci di compiere quel passo, come più tardi nel 1981 il passo della comunione della chiesa cattolica con la chiesa anglicana.

Guido Dotti, monaco di Bose, offrendo una lettura dell’incontro prossimo di Francesco con Bartolomeo ha così osservato: “I successori di Pietro e Andrea parleranno, sì, delle sofferenze, delle angosce e delle speranze dei cristiani in Terrasanta e in Medio Oriente, cercheranno di intraprendere vie condivise per alleviare le sofferenze loro e di tante vittime della guerra e della violenza, denunceranno l’ingiustizia e il sopruso che offende la dignità degli esseri umani, soprattutto dei più deboli, ma il loro sguardo non sarà quello del calcolo politico, degli opportunismi mondani, bensì quello della consapevolezza che «l’ecumenismo di sangue», la condivisione delle prove e del martirio è voce più forte di ogni divisione, è testimonianza evangelica che fa dell’ecumenismo dei martiri un segno credibile dell’annuncio cristiano nel mondo di oggi. Sarà anche l’occasione per condividere preoccupazioni e sollecitudini: «Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri cristiani per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi» (EG, n. 246). (Di nuovo insieme a Gerusalemme, “Popoli” febbraio 2014)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Questa immagine mi è stata davanti agli occhi per tanti anni nella quotidianità e ricordo di uno stile di umanità e di vita ecclesiale: è un’opera che ricorda come certe scelte e certi passaggi siano fecondi dei cammini dei cuori che solo Dio conosce. In questi giorni potremo assistere all’incontro di Bartolomeo e Francesco forse in qualche modo assordati e distratti dall’ufficialità e dalla retorica, ma potremo anche cogliere il loro abbraccio come segno semplice di quel cammino di accoglienza dell’altro, di ascolto e di dialogo che costituisce oggi la profonda sfida per cammini di umanizzazione e sfida per i singoli e per le chiese in quanto responsabili del vangelo ricevuto.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo