la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0233Deut 30,10-14; Col 1,15-20, Lc 10,25-37

“Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. Tutta la vita, suggerisce questa pagina del Deuteronomio può essere intesa come una grande ricerca, un movimento dettato dalla passione per ritrovare gli echi di una parola nascosta. Non è lontana benché tante ricerche di senso spingano a compiere viaggi e ad intraprendere percorsi faticosi: è parola interiore, dentro la bocca e nel cuore. E’ da dissotterrare da zone nascoste all’interno del vivere che domanda solo di essere ascoltato. Tornare alla parola è sfida che rinvia alle profondità e non alla velocità, alla pazienza dell’ascolto più che alla fretta del dire. La via del bene e la via del male: due orizzonti da cogliere con una parola che sta dentro la vita. Nella bocca e nel cuore: nelle profondità del cuore, sede delle decisioni esistenziali, ma anche nei messaggi provenienti dal corpo e dal contatto con tutto ciò che è fuori, stando sul confine del rapporto con persone e cose. E’ parola sorgiva, dentro la vita di ogni uomo e donna: è provocazione a scorgere come il suo ascolto non è rinchiuso in aree definite, in religioni o chiese. E’ motivo per mantenere la vita in apertura a scorgere sempre altrove, sempre più in profondità chiamate che vengono da Dio stesso e sono impastate della concretezza del vivere e delle situazioni della storia.

‘Chi è il mio prossimo?’ è la domanda del dottore della legge che intendeva mettere alla prova Gesù. La parabola è situata a Gerico, luogo del racconto della prostituta, l’esclusa, che accoglie i messaggeri di Giosuè e per questa sua accoglienza degli stranieri trova salvezza (Gs 2,1-14; 6,25). Come Giosué anche Gesù si reca a Gerico dove incontra Zaccheo, l’escluso, giudicato come peccatore, che lo accoglie nella sua casa (Lc 19,1-10). E nella parabola detta al dottore della legge l’ambientazione è ancora la strada da Gerusalemme a Gerico. Un uomo attaccato dai briganti, percosso e moribondo sulla strada, è soccorso da un samaritano. Il samaritano, nemico ed estraneo vede e si ferma di fronte a quell’uomo ferito sulla strada.

Il suo passaggio avviene dopo che altri avevano percorso quella medesima strada, avevano visto, ma erano passati oltre, dall’altra parte: un sacerdote prima, un levita poi, persone religiose, anzi custodi del sacro. Il primo forse scendeva dopo aver svolto il suo servizio settimanale nel tempio di Gerusalemme; il secondo aveva compiuto la sua mansione di inserviente o di cantore nel tempio. Erano due persone osservanti e religiose. Luca dice che ‘videro’ ma il loro modo di vedere li fa discostare, li porta a proseguire il cammino sull’altro lato della strada. Non spiega perché non si sono fermati: forse perché il contatto con il sangue o con un morto rendeva impuri, e impediva di compiere azioni di culto, forse perché l’uomo era uno sconosciuto.

A questo punto la parabola ha un punto di svolta: ‘Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione’: una persona considerata un eretico, uno straniero, un nemico di fronte a quell’uomo che soffriva sulla strada, ‘lo vide’. E’ un vedere diverso da chi era passato prima di lui: il samaritano riconosce in lui un uomo. E – aggiunge Luca – ‘ne ebbe compassione’, avvertì una sofferenza che lo prese nelle viscere. E’ questo il verbo del soffrire femminile utilizzato nei vangeli per indicare la vicinanza di Dio alla nostra sofferenza umana. Il samaritano diviene immagine di Dio che si china e sente su di sé le sofferenze dell’uomo.

La com-passione si fa azione concreta con una particolare sottolineatura sul carattere personale delle sue attenzioni: ‘gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui ‘. E’ l’elencazione di una serie di gesti, concreti, mirati a soccorrere, ma che hanno al centro la persona di ‘lui’. Quell’uomo è per il samaritano un ‘tu’ di cui prendersi cura. Così nelle parole rivolte all’albergatore ‘Abbi cura di lui…’.

E’ la presentazione forse più alta di cosa significa ascoltare la parola che non è lontana da noi è nel cuore e sulla bocca, al centro della vita. Prendersi cura dell’altro, riconoscere nell’altro non un nemico, ma un volto da soccorrere. Il prossimo non è qui un membro conosciuto del proprio gruppo, della propria confessione religiosa. Gesù capovolge allora la domanda: il samaritano non si è chiesto ‘chi è il mio prossimo’ ma ha ascoltato la vita, ha accolto la parola che gli giungeva dal cuore e dal vedere. Ha riconosciuto il volto di chi soffriva e aveva bisogno di cura. Gesù non dà quindi una definizione di ‘prossimo’ da inserire in un catechismo. Rinvia al profondo della coscienza: a quel vedere che è apertura alla vita, mistica degli occhi aperti (J.B.Metz) e assunzione di responsabilità personale. ‘a chi tu sei prossimo?’ E’ possibile offrire una risposta solo nel prendersi cura di qualcuno.

Nel chinarsi del samaritano in filigrana si intravede il volto stesso di Cristo che si china, rialza, ci aiuta a guarire e accompagna a ‘tornare alla vita’. I gesti del prendersi cura sono forse l’unica parola credibile e significativa su Dio. In essi infatti è già presente il volto del Dio ‘samaritano dell’uomo’, che scende ed ha cura. Nel caravanserraglio del buon samaritano presso Gerico un pellegrino medioevale ha scritto: ‘se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Cristo è il buon samaritano: egli avrà compassione di te nell’ora della tua morte e ti porterà alla locanda eterna’.

Alessandro Cortesi op

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Harambee

‘Quando l’autobus si pianta’: è il titolo di un breve capitolo all’interno di un simpatico e agile libro che in questi mesi viene presentato in giro per l’Italia dal suo autore, politico italiano di origine emiliana, Matteo Richetti. In questo capitolo introduce una di quelle parole affascinanti e intraducibili che appartengono alle tradizioni proprie di popoli e culture: Harambee. Una parola ascoltata dallo zio, missionario per tanti anni in Kenya, che scrivendo a casa proponeva obiettivi per ‘fare insieme il nostro harambee’.

“Sì perché Harambee è la parola che si usa quando l’autobus va fuori strada. Dovete immaginarvi il Kenya dei villaggi, non dei villaggi turistici. Il Kenya quello reale in cui le strade sono terra battuta e non asfalto. Il Kenya di quando piove e il fango prende il sopravvento e la carreggiata non si vede più. E se si prende l’autobus, come fanno i re quarti della popolazione, pieno zeppo, uomini, donne, bambini, più poveri e meno poveri, attaccati anche all’esterno, può capitare che l’autobus si impantani e che il driver faccia scendere tutti, uomini, donne, bambini, più poveri e meno poveri e insieme si spinge al ritmo dell’harambee, ‘oh issa’. Tutti insieme e contemporaneamente, per portare a casa lo stesso risultato: rimettere l’autobus in carreggiata e arrivare insieme alla meta” (M.Richetti, Harambee. Per fare politica ci vuole passione, Guerini e associati 2016)

Caricando il malcapitato ‘sul suo giumento’ – un cavallo? o forse piuttosto un asino con cui camminava – forse si può pensare che anche il samaritano della parabola abbia vissuto tale gesto accompagnandolo con un ‘oh issa’. Il prendersi cura implica una fatica, vissuta nei termini di quella leggerezza propria di chi non fa calcoli ma si impegna e si dedica. Laddove la fatica pur presente non viene percepita perché animata dall’energia della passione. Harambee è un ‘oh issa’ detto insieme, una parola nascosta dentro al cuore e spesso inascoltata. Una sfida ad un tempo fatto di iper-velocità, di tempo reale e incapacità di vedere per l’incapacità di fermarsi, di andare lentamente. Harambee è parola da pronunciare insieme: anche forse il samaritano trovò qualcuno ad aiutarlo per caricare quell’uomo che riconobbe come lui, fragile e spossato, per portarlo al riparo. Insieme. Quanta nostalgia negli echi di tale parola da dire ritmicamente insieme: un ‘oh issa’ grido di profezia in un tempo di sgretolamenti di solidarietà, di sfilacciarsi di legami e di individualismi prepotenti.

Alessandro Cortesi op

XI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

donnenellabibbia

(acquerello di Silvia Gastaldi)

2Sam 12,7-10.13; Gal 2,16-19.21; Lc 7,36-8,3

Dalla pagina del vangelo proviamo a raccogliere alcuni elementi che ci aiutano ad una riflessione per accogliere il vangelo nella vita.

Il quadro che fa da cornice alla scena narrata da Luca è la casa del fariseo Simone. Lo stare a tavola di commensali per un invito in cui anche Gesù è invitato a mangiare insieme.

Inattesa e improvvisa si presenta l’irruzione di una donna, subito presentata al lettore senza indicazione del nome ma nella sua condizione ‘una peccatrice di quella città’: “Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; [38] stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo”. I suoi gesti sono gesti di gratuità, di accoglienza e di amore, propri di chi non considera convenienze sociali da rispettare o pudore da osservare. Sono gesti dello spreco senza calcolo e dell’amore appassionato, fatto di lacrime, carezze, contatto dei corpi.

La narrazione a questo punto fa entrare nel pensiero di Simone: “Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: ‘Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!'”. Si tratta di un giudizio che mira a collocar le persone secondo categorie stabilite, applicando rigide regole di appartenenza: la donna è giudicata come peccatrice, e Gesù, invitato forse per metterlo alla prova e per verificare che tipo fosse, viene rapidamente escluso dall’essere considerato profeta.

A questo punto entra in gioco nel movimento dei personaggi la parola e il gesto di Gesù. Il gesto prima della parola. In quell’invito ‘Simone ho una cosa da dirti…’ si può scorgere una sorta di accompagnamento in disparte dalla tavola, per una comunicazione a tu per tu. Gesù non addita Simone in mezzo agli altri invitati e davanti alla donna stessa accusandolo di essere un giudice chiuso nei suoi pregiudizi, incapace di scorgere i cuori, meschino nella sua mentalità piccolo borghese. Gli indica solamente: ‘ho una cosa da dirti..’. Lo introduce nella delicatezza ad un dialogo che si svolge come pedagogia e accompagnamento a scorgere dimensioni inaudite dell’esistenza: “Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». [41] «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. [42] Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». [43] Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene»”. Gesù ha fiducia che Simone possa ascoltare, lo prende da dove si trova per condurlo un po’ più su…

A Simone Gesù racconta una parabola. Gli parla di cose familiari: una situazione di un creditore e due debitori. Gli fa ricordare forse situazioni vissute direttamente o a lui vicine data la realtà di crisi economica che segnava l’alta Palestina del I secolo e di cui molta gente soffriva le conseguenze. Chi amerà di più di fronte ad un debito condonato? E Simone risponde bene: chi aveva con quel creditore un debito più grande. E’ la legge dei rapporti economici, ed è anche per certi verso la legge della religione dive ci si rapporta a Dio come un grande creditore, con senso di un debito da estinguere. Dietro alla risposta di Simone sta la considerazione che un condono genera riconoscenza, fa passare dalla paura alla serenità, anzi genera sentimenti di benevolenza verso chi ha tolto un peso così pesante. Il debitore di tanti soldi vorrà bene a chi non lo ha costretto ad un pagamento impossibile, anzi lo ha lasciato andare libero. In questa parabola Gesù lascia aperta la domanda, e Simone risponde, ben conoscendo questa logica di economia e di soldi: lui, uomo della legge, sa risponde secondo la logica del dare/avere: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’.

A questo punto il racconto porta a spostare lo sguardo su di un altro lato: sulla donna rimasta dietro, così come quando si era avvicinata da dietro, sulla donna che aveva il viso rigato di lacrime. E’ Gesù che richiama l’attenzione di Simone e l’attenzione di chi legge su di lei, che ora prende il centro della scena. Ma proprio in questo volgersi è da scorgere un cambiamento di punto di fuga dell’intera prospettiva. E’ uno spostamento richiesto anche a chi ascolta. C’è un ‘volgersi’ da attuare, un convertirsi da una logica religiosa in cui si proiettano le dinamiche umane del dare avere, ad un’altra logica, ad un altro punto prospettico. Ma questo movimento è aperto poco alla volta da Gesù e si dipana attraverso lo sguardo ai gesti della donna. Nel suo silenzio, nelle sue lacrime lei si muove secondo un’altra dimensione.

“E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. [45] Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. [46] Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo”.

Vedi…tu e lei: Gesù introduce ad un confronto e costringe Simone ad entrare in crisi, ad interrogarsi, lui l’uomo delle definizioni, l’uomo della rigidità della dottrina e della collocazione delle persone tra onesti e peccatori. Una serie di constatazioni smascherano la sua . I gesti della donna, l’acqua offerta, le lacrime versate sui piedi, i baci, l’unzione con il profumo, sono elencati uno ad uno. In ciascuno di essi risuona la delicatezza, il coraggio, la sincerità, la gratuità, proprie di chi in quei gesti si manifesta con un profilo che non è quello della peccatrice, ma è quello di una donna che ama e non ha paura di dire il suo amore, esponendosi nella sua fragilità. E’ paradossalmente libera, lei che era additata e costretta a starsene al riparo da sguardi inquisitori e da parole velenose. Simone è lasciato a rispondere della sua inadempienza: aveva invitato Gesù nella sua casa, ma lo aveva invitato con la distanza di chi vuol mettere alla prova, di chi pensa di essere un giusto ma deve imparare ad amare.

“Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco»”. Queste parole conducono a scostarsi dalla parabola raccontata a Simone: nella storia del creditore e dei due debitori l’amare dipende dall’aver ricevuto un dono. Ora Gesù dice a Simone: questa donna ha amato tanto e per questo le sono perdonati i peccati.

E’ il condono che genera l’amore o l’amore che è forza di ogni dono e contiene già in se stesso il manifestarsi di un volto di Dio che non è prigioniero dei calcoli, dei meriti e dell’efficienza? Gesù, guardando la donna, presenta un percorso che rivoluziona ogni pensiero religioso. “Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». [49] Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». [50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!»”.

I gesti della gratuità della donna sono segni della sua fede e sorgente del perdono, cioè del compimento della sua vita nel senso del dono e dell’incontro. Nei suoi gesti diceva la scoperta di un dono che la precedeva, da cui si era sentita accolta. Lei si manifesta capace di profezia, nello scorgere in Gesù il volto del profeta. Sapeva di essere accolta con la sua storia, con le sue ferite e questo le ha suggerito i gesti dell’amore senza riserve. Sa accogliere teneramente Gesù. In quella casa in cui il fariseo Simone aveva invitato Gesù ma non l’aveva ospitato nel cuore quella donna testimonia la consapevolezza che Gesù la poteva ospitare, lui che non aveva casa dove stare. Lei esprime tutto questo con gesti così umani da farsi espressione dello stile di Dio. Questa sua fiducia è sorgente della vita che lei recava in se stessa nascosta, la vita stessa di Dio. Gesù lo riconosce: la tua fede ti ha salvata. Il perdono di Dio ha i tratti dell’amore che genera ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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(Pietro Bugiani 1905-1992)

Gesti quotidiani

Ci sono gesti, gesti quotidiani, che tessono senza far rumore le ore e i minuti nello scorrere dei giorni. Sono i gesti spesso nascosti, silenziosi, invisibili agli occhi di chi non si sofferma a scorgere le pieghe della vita ma è così preso da quanto abbaglia da non saper fermarsi.

Ci sono gesti che profumano di sapienze antiche, conservate nei palmi di mani consumate dal lavoro, che recano i segni e la lenta erosione del tempo. Gesti che sanno delicatamente trattenere in sè l’attenzione a ciò che fa cambiare la vita dal basso, non nella retorica o nella pretesa di apparire di un potere cercato in tanti modi, ma nella cura, nel custodire, nel saper inchinarsi a quanto piccolo racchiude in sè una traccia di oltre e di Altro, nelle nostre fragili esistenze.

Il gesto del custodire il basilico sacro è gesto ricordato da Vandana Shiva in un suo libro in cui parla dei gesti quotidiani delle donne indiane che tengono davanti alla porta di casa un vaso di basilico. E’ questa una pianta di porfumi e aromi, utile per cucinare, ma è anche ricordo, davanti alla soglia, calpestata dall’entrare  e uscire quotidiano, di qualcosa di più grande. Prendendosi cura del basilico quei gesti dell’innaffiare e del rispettarlo  recano in se stessi la cura e la custodia della terra. Sono gesti di riconoscimento della preziosità e del dono della terra. Vi è così  racchiusa una sproporzione: l’attenzione alla terra passa attraverso i gesti quotidiani di rispetto e cura per una piccola pianta.

“noi potremmo trasformare questa immagine in vari modi: ci prendiamo cura della terra andando a piedi invece di utilizzare l’automobile, abbassando la temperatura del riscaldamento in casa e così molti altri piccoli gesti avrebbero una valenza piccola e quotidiana, gesti che devono essere ripetuti giorno dopo giorno per portare frutto. Così è sempre stato nella vita delle donne…. Ma la cosa interesante del basilico sacro delle donne indiane è la sua sacralità: il collegamento del gesto quotidiano con quella dimensione che noi occidentali potremmo chiamare Dio” (A.Gaino, S.De Guidi, Prendersi cura. Di sè, degli altri, di Dio, ed. Gabrielli 2004)

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario anno B – 2012

Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

Si parla della ‘parola’ in queste letture. Parola, che rinvia all’ascolto. Parola di Dio e  parole umane. Parole poste in bocca al profeta dal Signore stesso. Una parola stava al cuore dell’attesa di Israele, connessa alla speranza di una presenza, di un profeta pari a Mosè, capace di portare parole messe sulla bocca proprio da Dio.

Non le promesse vuote, non la retorica stanca di discorsi religiosi autoritari che non toccano la vita. E nemmeno le rivendicazioni risentite e aggressive di coloro che si sentono puri, di coloro che dissentono ma in fondo mirano a visibilità, protagonismo e controllo degli altri. Non parole così, ma parole che respirano di vita, di compassione, speranza, con quello spessore che lascia spazio all’altro e richiama a cammini aperti, non già programmati.

Le parole sono spesso vuote perché troppo cariche del riferimento a chi le pronuncia, lacci lanciati per imprigionare e per tener legati, per dire risentimenti, e non per dire stupore e grazie. Ed anche le più belle parole religiose vengono allora svuotate, e non risuonano, ma sono rumore, ripetuto insistente, ma senza vita. Parole morte, parole che costruiscono gabbie. La parola è uno dei grandi strumenti del potere, per blandire, per convincere confondendo le idee, per mentire con costruzioni di parole ipocrite, per tenere schiavi.

Così Marco racconta il primo gesto di Gesù indicando la forza della sua parola legata ad un gesto. E soprattutto in un incontro nel quale Gesù prima che ad un malato si pone di fronte ad un uomo: un uomo legato, in attesa di essere sciolto per divenire se stesso. E’ un gesto di potenza e di liberazione: una potenza posta al servizio del restituire dignità.

C’è una potente critica ed una sottile ironia che soggiace a questa pagina. Tutto si svolge nella sinagoga. La sinagoga è luogo dell’assemblea, luogo del culto senza sacrificio che si svolgeva lontano dal Tempio di Gerusalemme ed aveva al centro l’ascolto e il commento della Parola. Proprio al centro del luogo dell’ascolto, della parola, Marco colloca un uomo posseduto da uno spirito impuro. La forza del male è al centro del luogo sacro e nel bel mezzo del tempo sacro. Non parla infatti, ma grida. La sue parole sono disarticolate e minacciose, senza silenzi. Lì, nel luogo dove si ascoltava la parola di Dio c’è qualcuno che è tenuto prigioniero. E Gesù lo libera, proprio lì al centro della sinagoga. C’è una religione che fa diventare prigionieri, che impedisce di parlare, di comunicare. Per liberarlo Gesù intima: ‘taci’. E’ un invito che si contrappone alla parola, a tutte le parole che non aprono liberazione. Ed invita al silenzio. Gesù blocca il grido che è espressione della violenza che opprime e il profluvio di parole che non generavano libertà e vita. E si oppone a tutto ciò che rendeva possibile la presenza di un uomo prigioniero al centro della sinagoga e permetteva che vi fosse di sabato qualcuno che rimaneva oppresso.

Le parole di Gesù improvvisamente riconducono a quelle promesse in cui si parlava di parole poste sulla bocca da Dio stesso, parole del profeta che liberano e portano vita. Parole che rinviano ad una esistenza coinvolta in quella parola, parola divenuta scelte, vita, parola fatta carne.

”Ma suscita scandalo, inquieta il fatto che si annunzi il regno di Dio e, nello stesso tempo, si abbia un modo di vivere paragonabile a quello della gente comune. Gesù ha insegnato la via di Dio con libertà, ed è proprio qui che suscita l’opposizione. Gli si rinfaccia di vivere secondo usi e costumi che fanno pensare che egli sia peccatore. Che non lo sia, per chi lo accusa sarebbe il male minore. Ma che non lo sia, che giochi il ruolo del profeta e che viva in una libertà che nessun uomo timoroso di Dio osava attribuirsi, tutto questo minaccia l’equilibrio sociale e religioso del giudaismo del I secolo. L’autorità e la libertà di Gesù spiegano i conflitti che saranno determinati dalla sua parola e che lo porteranno, da ultimo, alla condanna” (C. Duquoc, Gesù uomo libero)

E la sua parola rinvia alla sua pretesa. I vangeli riferiscono la sorpresa che la sua parola portatrice di liberazione, e proveniente da un uomo coerente generava: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo dato con autorità”. Dovremmo tradurre, in modo per noi significativo, il termine ‘autorità’ – spesso legato ad un ruolo di comando – con ‘libertà’. Gesù non s’impone per un suo ruolo: è spoglio di grandezze e di titoli da far valere. La sua autorità è una attitudine interiore tesa a portare avanti, a far crescere altri, ad aprire spazi di incontro e di assaporamento della vita: una autorità mite, la sua, come grandezza del cuore, che non detiene il potere come privilegio, ma trasforma il potere stesso della parola in un servizio. Soprattutto il suo cuore è nonviolento e i suoi gesti dicono la sua preoccupazione di fuggire le parole vuote, la retorica religiosa fatta di teologie paternalistiche e clericali. La sua autorità è allora l’altro nome della sua libertà: libertà interiore di vivere un orientamento dell’esistenza che non si piega di fronte a poteri e a convenienze. Libertà di cercare il Padre, di stare in ascolto di lui, di proclamare che il suo regno è vicino. Libertà di guardare le persone scorgendo tutto ciò che le tiene legate ed incapaci di esprimere parole di comunicazione. Uomo libero, Gesù. Capace di chiedere silenzio e di stare in silenzio smascherando le parole vuote.

La sua libertà interiore è silenziosa ma diviene parola che si fa udire. E c’è veramente allora una novità nella sua vita. Ha parole che comunicano la sua libertà, non parole che imprigionano in lacci di dipendenza e di incapacità a divenire umani.

Dalla sua parola nasce qualcosa che è percepito come novità: l’incontro con lui fa rinascere nel cuore, accompagna a sentirsi riconosciuti, ad avvertire parole che si posano sulla nostra vita non con il peso del giudizio, né con la superiorità di chi sa tutto, ma aprono, lasciano spazio a silenzi di accoglienza, non vogliono dire tutto. Piuttosto rendono leggeri e generano il desiderio di parlare a propria volta, di rispondere, magari nel silenzio e con la vita, con la gratitudine. Sono queste le parole importanti e che rimangono. E sono eco di quella parola che sa intimare ‘taci!’ alle forze che pretendono di tenere in mano la vita, di rinchiuderla e tenerla bloccata proprio lì nel luogo della memoria e dell’alleanza.

Parole di liberazione che fanno percepire e contagiano la libertà del profeta di Nazaret. E noi, come ascoltiamo le parole di Dio che ci parla in tanti e diversi modi nella nostra esistenza? Ci sono parole che ascoltiamo e diciamo cariche di vita? E come usiamo le nostre parole? Per rinchiudere o per aprire e liberare? E le parole sono espressione di libertà interiore o sono parole di paura e di sottomissione?

Alessandro Cortesi op

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