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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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IV domenica di Quaresima – anno B – 2015

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(Cima da Conegliano, Cristo in pietà sostenuto dalla Madonna, Nicodemo e Giovanni Evangelista con le Marie, Gallerie dell’Accademia – Venezia)

2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

La promessa di Dio attraversa la storia, ed è continuamente riproposta in una vicenda colma di contraddizioni e di interruzioni. La pagina che sintetizza il cammino di Israele tratteggia lo stile con cui Dio guida la storia. L’infedeltà del popolo, il non ascolto dei messaggeri, i profeti, vien così vista come causa nascosta dietro il disastro dell’esilio. Il Dio dei padri si prende cura con attenzione e passione. Il suo agire è in vista di salvezza e non viene meno, è senza riposo, non ha termine. Esso si attua con la chiamata di uomini e donne che divengono portatori della parola, richiami dell’alleanza. Messaggeri, figure di mediatori, chiamati ad essere protavoce, testimoni, richiami viventi ad una parola di promessa che non viene meno. L’agire di Dio è libero e non si lascia rinchiudere né dall’infedeltà, né dall’assenza di risposta. La vicenda dell’esilio è così letta come conseguenza di un rifiuto di accogliere l’alleanza proposta con premura e ripetutamente. E Dio non si stanca di offrire salvezza. Ad un certo punto suscita lo spirito di Ciro, re di Persia, un pagano, che con il suo editto di liberazione apre la possibilità al popolo d’Israele di uscire dall’esilio, di ritornare alla terra promessa. Ciro il re pagano, dominatore di un nuovo impero è visto come portavoce, suo malgrado, senza consapevolezza, di liberazione e di un cammino nuovo per il popolo d’Israele. L’editto del nuovo re che apre la possibilità di ritorno dall’esilio è così letto come un segno della premura di Dio stesso che ci raggiunge sempre dentro la storia e attraverso l’operare umano che fa procedere una storia di salvezza.

“Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” L’autore della lettera agli Efesini insiste sull’azione di Dio: la salvezza giunge per grazia e proviene da un dono di misericordia. La salvezza non è prodotto umano, né è esito delle opere, ma un dono. E’ una prospettiva che contrasta ogni visione religiosa che pone al centro il merito dell’uomo e la grandezza dell’operare umano. Queste parole ci riportano al cuore dell’esperienza di fede, ad un essere creati secondo un disegno di bontà: ci ha creato per le opere buone. C’è un rovesciamento di ogni concezione che mette l’efficienza e il vanto umano al centro. La salvezza irrompe come dono da accogliere nella fede come affidamento. Non c’è alcun motivo di vanto nell’esperienza di fede: unico vanto possibile sta nello scoprire l’agire di Dio in se stessi e nella storia. Da qui sorge una storia nuova. ‘Camminare in opere belle’ è espressione che indica una direzione per divenire ciò che siamo. L’esperienza della fede non può essere confusa con una teoria che non tocca l’esistenza, o con una ideologia religiosa che garantisce lo status quo, si compie piuttosto nel coinvolgimento della vita: è un camminare. Ed è camminare in fedeltà ad un atto creativo: creati per un operare buono, di salvezza nella responsabilità per la vita degli altri, per la vita in tutte le sue espressioni.

Nicodemo, come tutti i personaggi nel IV vangelo, è una figura simbolo, un paradigma in cui molti altri si possono riconoscere. E’ il maestro di Israele che, di notte, si reca da Gesù. E’ uomo di studio, capace di insegnare ad altri, tuttavia è anche inquieto ricercatore, capace di lasciarsi colpire da una parola nuova: la parola e la libertà di Gesù non lo lasciano indifferente e per questo va ad incontrarlo. Di notte si reca da lui; la notte è elemento simbolico carico di signifcato nel Iv vangelo. Il buio è simbolo di chiusura e d’incapacità legata ad un sapere che chiude, ed anche di rifiuto. In questo buio sta però una ricerca incerta. Nicodemo è figura complessa perché interroga e vive un desiderio. Gesù lo spiazza: a lui, maestro maturo dice che è necessario rinascere, tornare bambini, ricominciare di nuovo. Lo disorienta perché gli dice che rinascere non è sforzo nostro, ma viene dal soffio dello Spirito, Esige solamente attitudine di accoglienza, apertura ad un dono, che viene dall’alto. Nicodemo così deve rinascere dall’alto e di nuovo. Da oltre e con un nuovo inizio. Non è opera sua, non è frutto del suo sapere. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Nel cuore di Dio sta la premura che nulla vada perduto, che sia data vita, che tutti abbiano la vita. Vedere il regno di Dio, entrare nel regno di Dio. Non c’è condanna ma premura per la vita. Ma questo implica un rinascere, un lasciarsi prendere dal soffio dello Spirito. C’è una passione di Dio di vita per tutti. La vita eterna non è una dimensione futura, ma esperienza che può iniziare sin d’ora.

Per rinascere la questione fondamentale è entrare in una relazione con Gesù nel suo dare la vta fino alla fine. A questo punto sta il riferimento all’innalzamento. Gesù innalzato è Gesù visto nel suo essere posto sulla croce. E’ un paradosso. Colui che è appeso sulla croce dal punto di vista umano è un uomo abbassato, ridotto all’umiliazione alla sofferenza e al disprezzo. Non è l’innalzato ma l’abbassato. Eppure, il IV vangelo legge la croce come luogo alto, dove si attua un innalzamento: proprio nel suo essere innalzato il crocifisso è in grado di radunare attorno a sé tutti coloro che possono fissare su di lui lo sguardo. Il luogo dell’abbassamento cela in modo paradossale l’essere posto in alto, un movimento così di innalzamento, e diviene luogo dello svelarsi della gloria in una esistenza donata. L’essere innalzato è segno di vita donata, come nel deserto il serpente innalzato da Mosè sull’asta fu motivo di salvezza per il popolo (Num 21,4-9). Fissare lo sguardo su di lui è motivo di speranza e di vita. Sulla croce secondo il IV vangelo Gesù diviene centro di un raduno che coinvolge vicini e lontani: per trovare e ricevere vita. E in quanto innalzato sulla croce mostra lì la ‘gloria’ di Dio, lo spessore della sua vita, il suo amore. E’ questa la vita che Gesù è venuto a portare, vita eterna: Gesù mostra sulla croce il volto di Dio che ama. Per questo a Nicodemo Gesù spiega che non è inviato per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. E Nicodemo, sempre nel IV vangelo è indicato come uno tra coloro insieme a Giuseppe di Arimatea, che si presero cura del corpo di Gesù, dopo la sua morte, portando oli e profumo, mirra e aloe (Gv 19,39). Credere in Gesù si connota per il IV vangelo come adesione a lui che sulla croce ha mostrato il volto di Dio come amore che si dona fino alla fine.

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Alcune riflessioni per noi oggi

Compito dei profeti è leggere la storia cercando di cogliere la chiamata di Dio presente e la rivelazione continua che si attua all’interno di una storia segnata dalla promessa. Israele ha imparato a leggere anche negli eventi drammatici come l’esilio un richiamo ad una relazione con Dio che non viene meno. Anche oggi viviamo le contraddizioni di una storia in cui la violenza, il terrore, la sopraffazione e l’esclusione sono presenti. Ci sono forze che si oppongono alla ricerca di vita buona e rifiutano ciò che costituisce il desiderio umano, la ricerca della pace e della vita, di dignità, lavoro e relazioni. In questa storia siamo chiamati a denunciare tutto ciò che costituisce tenebra, ma anche a scorgere i segni di una chiamata, le proposte da parte di Dio che non vuole che nulla vada perduto, che è appassionato per la vita. Lo sguardo profetico dovrebbe condurci a scorgere le figure di chi porta avanti la storia di alleanza, progetti di pace, di riconoscimento della preziosità di ogni vita quali messaggeri che Dio non si stanca di suscitare perché la storia proceda verso un fine di salvezza e di vita.

Tiziano Terzani poco dopo il settembre 2001, quando l’attentato alle torri gemelle di New York segnò l’inizio di una nuova stagione di guerra, cercava di richiamare ad una lettura profonda della storia per scorgerne le esigenze di una conversione alla pace e alla trasformazione in radice delle attitudini di odio in orizzonti di incontro. In questa provocazione a cogliere il presente come motivo di ripensamento richiamava le intuizioni di Gandhi, parole che hanno ancora una attualità sorprendente in un tempo di rinfocolamento di nuovi odi e intolleranze: “Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E’ un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi e a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. ‘Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. E aggiungeva: ‘Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza’” (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi Milano 2002, 38).

Nicodemo è figura complessa ed anche contradittoria: esprime una orgogliosa chiusura nel suo essere sapiente, e nello stesso tempo è uomo che si lascia interrogare. Esprime forse la contraddizione e la fatica presente in ognuno. Riceve la provocazione a rinascere, a concepire la vita non come conquista ma come dono, ad uscire da costruzioni frutto di una sua pretesa autosufficienza e da un sistema di cui era divenuto un ingranaggio. E’ provocato da Gesù a lasciarsi prendere da un soffio nuovo, da un respiro che lo apre ad una novità inedita nella sua stessa vita: è lo Spirito. Forse Nicodemo potrebbe raffigurare una chiesa che deve scendere dai piedistalli delle proprie certezze, per lasciarsi rinnovare profondamente, per cambiare sia nelle strutture ma anche nella percezione che al centro deve mettere la imprendibilità dello Spirito che soffia dove vuole ed è da ricercare al di fuori degli ambiti scontati. Solo se ci si apre a vivere una libertà di pensare la vita cristiana non come mantenimento di una dottrina intangibile, ma come esperienza di affidamento a Dio appassionato dell’umanità, nella chiamata a comunicare vita e salvezza per le persone, sta la possibilità di futuro in fedeltà al vangelo per le comunità oggi.

Alessandro Cortesi op

La nonviolenza, prua di un mondo nuovo

E’ stato da poco pubblicato, per i tipi di Altreconomia edizioni, l’Annuario geopolitico della pace 2011, promosso dalla Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace e curato da Laura Venturelli. Il suo titolo è significativo: “O la borsa o la pace? Tra crisi, rivoluzioni e attese”. Qui la COPERTINA .

L’Annuario raccoglie una segnalazione dei principali eventi che hanno segnato le vicende politiche e sociali a livello internazionale suddivise per aree geografiche e con attenzione al movimento per la pace in un anno caratterizzato dalle rivolte nel mondo arabo mediterraneo e dalla guerra in Libia. Raccoglie anche le comunicazioni di esperienze diverse nell’ambito dell’educazione alla pace e nella costruzione della convivenza. Elenca una serie di libri di cui è presentata una breve recensione.

Qui di seguito la recensione che ho scritto sul libro di Fabrizio Truini, “Aldo Capitini. le radici della nonviolenza”, ed. Il margine, Trento

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Il 24 settembre 1961 Aldo Capitini promuoveva la prima marcia per la pace e la fratellanza dei popoli che percorreva la strada tra Perugia e Assisi.

A cinquant’anni da quella data la casa editrice “Il margine” di Trento ha ripubblicato con ampliamenti, un saggio biografico su Aldo Capitini, curato dal giornalista Fabrizio Truini, già presidente del Centro internazionale per la pace (Cipax) e membro di Pax Christi, dal titolo “Aldo Capitini. le radici della nonviolenza”.

Le ragioni di questo scritto si possono ritrovare nella premessa dell’autore che parla dell’importanza della vicenda di Aldo Capitini per l’oggi: “… riproporre la sua vita e la sua opera valga a superare la memoria di un passato tormentato, vincendo le insicurezze del difficile presente, in modo analogo a quanto lui fece, soffrendo e patendo sotto due guerre mondiali e dittature disumane, ma sempre opponendosi e incamminandosi verso un futuro più pacifico, grazie a una concezione e pratica di vita ispirata religiosamente e alimentata politicamente dalla nonviolenza” (p.15)

Viene così suggerito un percorso che fa attraversare la vicenda esistenziale di Aldo Capitini, legando i momenti della sua vita alla riflessione che andava conducendo sulla nonviolenza che costituisce il filo rosso del suo itinerario interiore, della sua riflessione e della sua azione.

Aldo Capitini, nacque a Perugia nel 1899 ‘sotto la torre campanaria del palazzo comunale, con la vista sopra i tetti della campagna’ e morì nel 1968. Compiuti gli studi nel 1924 vinse una borsa di studio alla Scuola Normale di Pisa. In quegli anni matura un profondo sentimento antifascista, in particolare nel momento della firma dei Patti Lateranensi tra la chiesa e lo Stato fascista. E’ di quel medesimo periodo la percezione di quanto la “religione istituzionale cattolica, che aveva educato gli italiani per secoli, non li aveva affatto preparati a capire quanto male vi fosse nel fascismo…”. Ad un atteggiamento critico nei confronti della chiesa istituzionale si accompagna la scoperta della figura di Gandhi che egli associa a coloro che egli indica come grandi spiriti religiosi puri come Gesù Cristo, Buddha, san Francesco che rimarranno punti di riferimento per le sue scelte. Gli appare chiaro che “la liberazione vera dal fascismo stesse in una riforma religiosa”.

Da Gandhi Capitini trarrà l’ispirazione della non collaborazione con il male come linea di fondo ispiratrice della sua opposizione al fascismo. Come pure l’intuizione profonda di un orientamento a non estraniarsi dalle situazioni delle persone: “Bisogna considerare tutti presenti a noi, tutti dinanzi, vivi morti, vicini, lontani, tutti egualmente… Chi accetta l’ideale della nonviolenza come da amare per se stesso, sopra ogni considerazione di utile di chicchessia, si libera dalla paura di ricevere dei colpi, dalla preoccupazione di perdere… e attinge una pace che poi riversa nelle singole applicazioni”.

Matura così in lui l’ideale della nonviolenza espressa con un termine unico senza trattino. La nonviolenza è intesa quale dimensione più profonda e originaria dell’esistenza umana e non come momento secondo derivante e dipendente dalla violenza che costituirebbe la struttura prima della vita umana. Capitini in tale riflessione ispirata da Gandhi afferma che la nonviolenza riguarda non solo il fine ma anche i mezzi con i quali conseguire il fine: essa è attitudine che investe tutta l’esistenza in rapporto alla verità.

Per la sua opposizione al fascismo perse il posto di segretario alla Scuola Normale di Pisa e subì per due volte l’arresto, la prima volta nel 1942 a Firenze insieme ad altri antifascisti, la seconda a Perugia nel 1943. In quegli anni maturò la convinzione dell’importanza di ‘farsi centro’, facendo da un lato convergere la conoscenza del proprio tempo, dall’altro aprendosi all’incontro con una profonda istanza religiosa: “La religione porta nel modo più risoluto l’attenzione sui mezzi: i mezzi religiosi della verità e della nonviolenza sono proprio l’atto religioso”. La lettura di Fabrizio Truini accompagna a cogliere appunto questo aspetto delle radici religiose della scelta della nonviolenza delineandone i caratteri.

Nel periodo della liberazione Capitini – che non aveva partecipato alla lotta armata partigiana – sviluppa l’idea di una liberazione che vada oltre la liberazione dal nazismo: tutta la realtà esige di essere liberata. Nel quadro della nuova situazione dopo la guerra Capitini torna come docente di filosofia morale alla Normale di Pisa e nel frattempo a Perugia inizia l’esperienza del Centro di orientamento sociale: era questo un tentativo di compresenza di forze diverse con volontà di sviluppo democratico in libere assemblee di popolo uniti dall’ispirazione della nonviolenza. L’ideale che guidava questa esperienza era quello di far crescere una democrazia dal basso. Ma una nuova opposizione  si affacciava nella divisione della società italiana su diversi fronti che corrispondeva alla divisione del mondo in blocchi contrapposti.

Capitini avverte l’esigenza del momento, ma anche le inadempienze che generano delusione: “Il postfascismo doveva essere non una rivoluzione nelle piazze, ma un soffio educativo sui giovani e nelle moltitudini, semplicemente a vantaggio di tutti, la trasparenza democratica di tutte le amministrazioni pubbliche, il passaggio dei beni fascisti alla ricostituzione reale e alla formazione culturale e tecnica dei fanciulli che saranno il popolo italiano di domani”.

Afferma così l’importanza dell’azione politica, animata tuttavia da posizioni di coscienza “che impegnano più e prima dell’azione politica”, ma coglieva come la nuova situazione di guerra fredda soffocava la voce della nonviolenza.

E’ proprio questo legame profondo tra dimensione politica e dimensione religiosa uno dei tratti caratterizzanti la proposta di Capitini: per lui la liberazione vera dal fascismo consisteva in una liberazione religiosa. Il suo discorso si fa profezia di una riforma che egli vede come percorso convergente da diversi orizzonti, siano essi quelli cattolici, protestanti o socialcomunisti. “Tutto il nostro discorso è implicitamente una profezia di difficoltà, ma di liberazione. Il mondo si unifica in senso orizzontale  economicamente, giuridicamente, culturalmente; ma che cosa sarebbe senza una dimensione verticale religiosa? La riforma religiosa presuppone la nonviolenza”.

Da questo momento Capitini si dedica a sviluppare una teoria ed una prassi della nonviolenza che si articola nelle dimensioni di una religione, di una filosofia e di una politica della nonviolenza.  In tal senso Capitini intende la nonviolenza non come pacificazione e tranquillità che egli esprime nell’immagine dell’uomo che beve il ‘bicchierino’ per tirare avanti. Al contrario la nonviolenza è atteggiamento attivissimo dell’uomo coraggioso: “La nonviolenza è attivissima. La nonviolenza è prova di sovrabbondanza interiore, per cui all’uso della violenza che sarebbe ovvio, naturale, possibilissimo, viene sostituita, per ulteriore ricerca e sforzo, la nonviolenza”.

Nel 1960 Capitini aveva progettato una grande marcia della pace che fu possibile nonostante le avversioni da parte politica e le condanne ecclesiastiche nel settembre 1961. In questo tempo Capitini matura una concezione della nonviolenza come amore aperto, come apertura dell’esistenza. Così scrive in quegli anni offrendo una definizione di nonviolenza: “attiva apertura dell’esistenza, alla libertà, allo sviluppo, alla compresenza di tutti gli esseri”. L’apertura all’altro implica non solo apertura all’esistenza di ogni individuo umano, ma anche apertura ad ogni vivente in un maturare di una coscienza di responsabilità ecologica. Il termine utilizzato per esprimere tale apertura è compresenza, un autentico leit motiv negli scritti di Capitini. Egli insiste poi nel dialogo mettendo tutte le proprie energie nella persuasione che lasci l’altro libero di condividere. La parola diviene uno degli strumenti fondamentali per esercitare la nonviolenza.

Capitini ebbe una grande attenzione alla dimensione educativa. Il nonviolento a suo avviso offre il più alto esempio di educazione. In uno scritto dal titolo “Educazione aperta” – che è quasi eco del titolo di un’altra sua opera fondamentale “Religione aperta” del 1955 – riprende il tema dell’apertura come linea chiave del percorso educativo e si sofferma sulla figura del maestro educatore come profeta: “L’educazione moderna si svolge non soltanto lungo la linea del passaggio, del centro dell’educazione dall’educatore all’educando, ma anche lungo quella di una coscienza sempre più precisa dell’educarsi insieme… Mai come in questi decenni l’umanità è stata una scuola reciproca un educarsi insieme”.

Nella apertura egli riscontra uno dei caratteri della nonviolenza: “Apertura è amore, dire ‘tu’ a una persona, a un essere, mai ritenendo che basti approfondendo e mettendo in questo ‘tu’ interessamento, attenzione, dedizione; ‘tu’ da non dire distrattamente ma da vivere (…) Quando l’apertura del tu non si arresta ad una sola persona, a un solo essere ma  è tale che si volgerebbe a tutti, l’amore è religioso. La religione come è apertura al promovimento dell’apertura all’amore, così è educazione e promovimento di apertura alla realtà liberata”

In tale orizzonte Capitini rimane affascinato da Gesù Cristo come uomo che ha praticato l’apertura, ricercando il volto divino e compartecipando al dolore di ogni persona. Accanto a questa ammirazione per Cristo egli pone una profonda critica alla chiesa come si è sviluppata storicamente in entità che attua la logica del dividere, del settarismo e della chiusura.

A questa visione religiosa egli accompagna un riflessione filosofica ed una elaborazione della politica della nonviolenza. Verso la fine della vita ripropone l’istituzione di centri, spazi aperti di discussione e di nonviolenza in cui si dibattano tutti i problemi e si affrontino i conflitti secondo un orizzonte di nonviolenza; la sua proposta si pone in una logica di approfondimento della democrazia. La nonviolenza si concretizza nell’opporsi al militarismo quale ideologia che struttura lo Stato nazionale moderno. La guerra è elemento che impedisce il compimento di una vita democratica: per una attuazione della democrazia indispensabile si pone l’orizzonte di una sostituzione della guerra con la lotta nonviolenta.

Due immagini possono essere colte come sintesi della provocazione di Capitini. La prima è il passaggio dalla persona-statua alla persona-musica, orizzonte di quella religione aperta che Capitini coltiva  e propone: “La religione aperta è nel riconoscere e vivere che la persona è intimamente unita a tutti, e che questa realtà di tutti della compresenza è aperta alla realtà liberata. Bisogna che avvenga questa fine della persona-statua e questo inizio della persona-musica. Gli altri li cerco fuori del mio io, perché essi sono compresenti al mio io: più aprirò il mio io,m e più troverò tutti, l’Uno-tutti”.

La seconda è l’immagine della nonviolenza come prua del nuovo mondo: “Per questo Gesù Cristo era per la nonviolenza, anche avendo vicino amici zelanti che simpatizzavano per la violenza dei partigiani; perché capiva che solo con la nonviolenza questa assemblea si sarebbe distinta dall’altra, e sarebbe andata avanti convocando gli ultimi della società e i sofferenti: la nonviolenza era la prua di un nuovo mondo”.

Alessandro Cortesi op

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