la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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III domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_2206Sof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

‘Che cosa dobbiamo fare?’ E’ la domanda che varie categorie di persone rivolgono al Battista giungendo a lui da varie parti. Giovanni suggerisce percorsi per impostare la vita su orizzonti nuovi di senso. Non indica particolari pratiche e osservanze ma suggerisce scelte di condivisione: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Ai pubblicani indica una via di onestà nel loro compito: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Ai soldati indica di rifuggire dall’uso della violenza, dall’uso del loro potere per maltrattare le persone: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Chiede di condividere i propri beni e il nutrimento perché tutti possano mangiare, vivere la giustizia, stare al proprio posto di lavoro immettendo nel proprio impegno una logica nuova. Anche Gesù proporrà ai suoi non tanto una serie di regole e norme, ma uno stile di nonviolenza e condivisione.

Il popolo era in attesa… Giovanni si situa nel cuore di una vasta attesa ed è colui che indica un altro. C’è una urgenza particolare di cambiare. Utilizza l’immagine della separazione del grano dalla pula: “…viene uno che è più forte di me, costui vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile”.

Giovanni invita alla conversione per accogliere un messia vicino. Propone esigenze di fondo. presenta colui che deve venire nei tratti del ‘più forte’ che battezza in Spirito santo e fuoco. Per accoglierlo si deve eliminare la pula: tutto ciò che è inconsistente nella vita. ‘Pula’ è quanto non ha spessore come inseguire gli idoli che conducono la vita a perdersi per cose che non hanno valore (Os 13,3): sono cose senza consistenza, illusioni che riempiono la vita degli empi: ‘Gli empi sono pula che il vento disperde’ (Sal 1,4).

“Gioisci figlia di Sion, esulta Israele, e rallegrati con tutto il cuore. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. Non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore esulterà di gioia, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa”

Il profeta Sofonia è attento al presente segnato dal male e sventura ma è capace anche di visione nuova: la città di Gerusalemme, sul monte Sion, e tutto il popolo, ‘la figlia di Sion’, sono trasfigurati. Il profeta vede in Gerusalemme un grembo fecondo. E scorge la presenza del Signore in mezzo al suo popolo come vita che cresce e si apre alla nascita in un grembo: in mezzo a te, cioè nelle tue viscere, nel tuo grembo. Dio stesso, in mezzo al suo popolo, prende con sé i giusti e dona loro la serenità e pace attesa. La gioia è possibile: è comunicazione della gioia stessa di Dio che viene per i ‘poveri del Signore’. Sono coloro che hanno posto la loro sicurezza nel nome di Jahwè. La sventura che è dolorosa esperienza umana non ci sarà più, il Signore raduna e apre vie nuove. Il ‘Dio che viene’ ha i tratti di chi sta vicino, addirittura come la presenza nascosta di un bambino di cui si attende la nascita. Non si vede ma c’è e tutto pone in attesa. E arreca gioia, genera uno stile di rapporti non appesantiti da angustia ma nutriti di affabilità e di speranza.

C’è una consapevolezza di presenza: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. E Paolo fa eco ‘Siate sempre lieti perché appartenete al Signore’. Essere nel Signore significa poter vivere di una pace e nella certezza di una presenza che ha cura di noi: stare quindi anche nel dolore e nella crisi nella consapevolezza di non essere soli ma nella compagnia del Dio vicino.

Queste parole indicano una spiritualità della gioia da far crescere nel quotidiano anche di fronte ad una condizione di tristezza e di incupimento. Una speranza gioiosa è caratteristica di una fede segnata dalla promessa del Dio fedele, e dalla risurrezione che è forza di vita che già permea tutta la storia e la orienta non verso il buio e la morte ma verso la vita in Dio e la comunione con gli altri.

“Rallegratevi nel Signore, sempre: ve lo ripeto, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Non angustiatevi per nulla” (Fil 4,4).

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Giocoliere

Anche a me è capitato in questi giorni di trovarmi, bloccato in auto al semaforo, di intravedere, sopra i tetti delle auto assiepate, al fondo della fila, il saltellare e roteare di palline rimbalzanti verso il cielo. Una più in alto, poi velocemente le altre, una due tre quattro, una dopo l’altra, insieme, in lanci, con discese repentine e immediati rilanci.

Il gioco come interruzione al cuore della vita cittadina soffocata dallo smog e da ingorghi senza rimedio. Sotto quel gioco il volto di un giocoliere che per un attimo faceva irrompere un mondo altro, diverso dall’angustia per le scadenze e i ritardi sugli impegni e si disponeva a raccogliere gli spiccioli allungati dai finestrini nel breve intervallo tra la caduta dell’ultima pallina nelle sue mani e lo scattare del verde che faceva muovere il serpentone metallico che si disseminava in varie direzioni.

Ed è venuta alla mente la riflessione di grandi pensatori sul gioco: “Ci si libera nel gioco, e cioè giocando, dalla pressione dell’attuale sistema di vita e ridendo si riconosce che le cose non devono stare così come stanno e come viene asserito da tutti che così devono stare” (J.Moltmann, Sul gioco, Queriniana, Brescia, 19882, 25). “Per questo la creazione è un gioco di Dio, un gioco della sua sapienza senza fondo e origine. Essa è lo spazio per il dispiegamento della magnificenza di Dio” (ibid. 32).

Così Hugo Rahner osservava: “Tutto quanto è terreno è rimasto un mistero per la chiesa che ci insegna a spingere lo sguardo al di là delle cose visibili: sole, luna, olio e vino al di là della storia apparente verso ciò che Dio ha inteso, verso l’eterno. (…) proprio perciò la chiesa considera ogni cosa visibile come un incessante gioco di Dio, come un ‘atteggiamento del corpo’ in cui si esprime senza sosta la gioia dello Spirito santo” (H.Rahner, L’homo ludens, Paideia Brescia 1969, 52).

Alberto Caprotti in un bel pezzo su “Avvenire” (La lezione del giocoliere, Avvenire 13 dicembre 2018) racconta di una analoga scena, ma segnata ad un certo punto da un errore del giocoliere che si lascia cadere una pallina, e, deluso per aver fallito nella sua abilità, si ritira sullo spartitraffico non accettando i compensi già pronti tra le mani di chi già aveva abbassato il finestrino.

E così commenta: “Ammirazione, pietà, senso di inadeguatezza (la nostra), anche un pizzico di vergogna: difficile comprendere e descrivere cosa si prova quando qualcuno fa qualcosa di bello senza poterlo abbracciare, senza nemmeno potergli dire grazie. Che in questo caso sarebbe solo un modo per ammettere: ecco, questi sono i gesti che vorrei fare anch’io tutti i giorni, se il mio orgoglio me lo consentisse. Perché il giocoliere che ha rinunciato al compenso giudicandolo immeritato, e anziché fingere che non sia successo nulla si preoccupa di allenarsi per non sbagliare di nuovo, è una splendida metafora al contrario di quanto viviamo ogni ora. (…) Un giocoliere umile e perfezionista, in fondo è quello che ci servirebbe sempre: in casa, in ufficio, tra gli amici più cari, magari anche al governo. Un ragazzo che sa togliersi il cappello, un piccolo artista che, se sbaglia, cerca di rimediare e ci riprova fino a che non sa di essersi corretto, di aver imparato la lezione. Un carattere insomma, prima ancora che un fenomeno”.

E’ forse questo un ritratto possibile, a portata di mano, ordinario e vicino, di presenza che con le mani, la testa, il suo muoversi, riesce a portare la gratuità del gioco nel cuore della vita, anche dei suoi momenti più uggiosi e forse inutili. Il ritratto di chi non smette di imparare a compiere un semplice o difficile esercizio cercando di eseguirlo bene, nel migliore dei modi. Il ritratto di chi senza pretesa, e sapendo non prendersi troppo sul serio, arreca quella gioia che rende più leggera la vita e meno pesanti i suoi fardelli offrendo un piccolo aiuto, quanto dura il tempo di un semaforo rosso, per non angustiarsi e per scorgere nel gioco un richiamo alla gratuità che arreca gioia….

Alessandro Cortesi op

Ss.Trinità – anno C – 2013

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(William Congdon, La Trinità)

Prov 8,22-31; Sal 8; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

In una scena del film Decalogo – 1 (1988) del regista polacco Kieslowski (http://youtu.be/UJtaztcliys) una mamma dice al suo bambino “Dio esiste… è molto semplice se ci credi”. Il bambino stupito e incuriosito allora le chiede: “E tu ci credi che Dio esiste?… Chi è? Lo sai?”
Lei rimane in silenzio e lo guarda, poi lo avvolge con le sue braccia e lo stringe a sè, gli accarezza i capelli: “Dimmi come ti senti adesso”.
Il bambino risponde: “Ti voglio bene”.
“Esatto – gli dice la madre – e Lui è questo”.
Dio come un abbraccio. Dio come presenza che nel silenzio si fa sentire e comunica il suo voler bene  è immagine di Dio come Amore che si dona e genera reciprocità.

Ha senso celebrare una festa che fa puntare lo sguardo sul volto di Dio se ci rendiamo disponibili a ricominciare ad apprendere modi nuovi di parlare di Lui, a lasciarci cambiare dalla sua Parola che dovrebbe piegare le nostre parole e cambiare tutto il nostro vivere. Tre parole tra le letture di questa festa possono accompagnarci ad accogliere il comunicarsi di Dio come presenza dono che reca in sé la radice di ogni comunione e di ogni amore.

La prima parola compare nella prima lettura ed è una parola insolita: ‘giocare’: “giocavo davanti a lui in ogni istante”. La pagina dei Proverbi parla infatti di Dio come presenza in relazione. Dio non è chiuso in una solitudine appagata, ma si comunica e fa spazio ad altro da sé: le cose, la creazione. Il suo agire è descritto come un percorso di attenzione e di cura. Tutta la sua fatica sta nel porre un mondo bello, un cosmo, dove sia resa possibile l’esperienza della bellezza. Di Dio si può parlare pensandolo nell’atto di una comunicazione di bellezza. Di lui si può trovare traccia in tutti i frammenti di bellezza disseminati, in ogni cosa bella che si contrappone a ciò che è perdita, negazione, abbrutimento, nelle cose e nella vita delle persone.

Come la bellezza è inutile, così anche la relazione. Dio non è solo, ci dice questa pagina, ma si comunica in una parola e in un soffio. La sua parola è indicata come sapienza, presenza quasi personificata, descritta nella figura di un architetto ed in quella di una bambina che gioca e si diletta mentre Dio organizza il creato. Come architetto che immagina e lascia libertà alla propria fantasia creativa, così la sapienza con cui Dio si comunica nelle cose è comunicazione capace di creatività. E come una bambina è la sapienza che sta accanto a lui e che l’accompagna. Dio non è chiuso nella solitudine ma è vita in relazione.

Anche il gioco come la bellezza, è tra le ‘cose inutili’ della vita. Ma forse proprio per questo compare in questo testo come esperienza in cui scoprire un aspetto del volto di Dio. Il Dio che sa giocare come bambino è il Dio delle cose gratuite, il Dio che sa perdere tempo e lasciarsi tutto prendere nella gratuità del gioco. Come i bambini, catturati dalla magia di vicende immaginarie o dalla fantasia che trasforma semplici pezzi di legno in mirabolanti strumenti che trasfigurano tutta la realtà. Come i bambini che nel gioco costruiscono complesse storie insieme immaginandosi personaggi di altri mondi e faticano ad abbandonare i loro giochi quando sono chiamati all’ora di pranzo e della cena. Come i bambini che nel gioco imparano a rapportarsi scoprendo in chi condivide dei compagni indispensabili e realizzando sintonie meravigliose. Quanto tempo ‘perso’ nei giochi dell’infanzia ma anche nei giochi dell’età adulta è tempo ricordato con nostalgia, con piacere  profondo e con la consapevolezza che è stato tempo pieno e di scoperta di cose essenziali.

Il giocare dei bambini, quest’esperienza così determinante per la crescita e nello stesso tempo così lontana dalle programmazioni e dalla strutturazione di contenuti e modalità di apprendimento è un grande riferimento per comprendere qualcosa di Dio. Il Dio del gioco è il Dio che sa gioire di ciò che non produce, di ciò che non è calcolato sull’efficienza. Gioisce della relazione e della gratuità che il gioco reca sempre con sé.  Il gioco, esperienza di libertà e di piacere, esperienza che scardina le logiche del dovuto, di quella fissità che rende ostici e indigeribili i discorsi religiosi. Uno dei maggiori teologi contemporanei Jürgen Moltmann ha dedicato una sua opera a riflettere proprio sul gioco (Sul gioco. Saggi sulla gioia della libertà e sul piacere del gioco, ed. Queriniana Brescia 1988), come la caratteristica di Dio ma anche come esperienza di liberazione e di scoperta delle profondità della vita umana.

“Ci si libera nel gioco, e cioè giocando, dalla pressione dell’attuale sistema di vita e ridendo si riconosce che le cose non devono stare così come stanno e come viene asserito da tutti che così devono stare” (ibid. 25). Il gioco ha una portata eversiva nella vita umana ed apre a percorsi di liberazione. “Per questo la creazione è un gioco di Dio, un gioco della sua sapienza senza fondo e origine. Essa è lo spazio per il dispiegamento della magnificenza di Dio” (ibid. 32). Il Dio che crea non è solamente un Dio proteso a produrre, a programmare, a costruire come Deus faber, ma è il Dio poeta, che si apre a comunicare se stesso, alla gratuità del dono e della gioia dell’incontro, all’esistenza con gli altri. E questo dice anche una possibile immagine di umanità, in cui la chiamata ultima è scoprirsi in relazione, dove la persona “si rallegra della grazia che gli dà tutto gratuitamente e spera in un nuovo mondo in cui tutto si dà e si ha gratuitamente” (ibid. 54)

Una seconda parola è ‘amore versato’: “L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori dallo Spirito santo che ci è stato donato”. Un volto di Dio comunione apre a considerare come la nostalgia insita nel cuore umano, il desiderio di comunione costituisce un luogo in cui accogliere la chiamata fondamentale alla relazione che è di per sé esperienza aperta ad una dimensione fontale. Dio che si comunica nell’umanità di Gesù e nel dono dello Spirito è Dio relazione. La sua identità più profonda può essere solo evocata con immagini come la danza di amore, la circolarità di sguardi, l’abbraccio che unisce o con l’immagine appunto del darsi, del ‘versare’. Paolo con linguaggio appassionato presenta la vicenda che ci coinvolge: lo Spirito è stato effuso, versato nei nostri cuori. Ci sono risorse immense di comunicazione nel cuore umano e queste trovano la fonte in colui che è presenza dono, nella relazione che è costitutiva dell’esistenza di Dio stesso e dell’uomo.

Una terza parola è ‘guida’: “Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera”. E’ consolante pensare che Gesù non ha offerto ai suoi e a noi definizioni e possessi. Ha invece aperto strade, ha indicato percorsi di vita che devono rimanere aperti in ogni momento e sono quindi apertura di speranza. Per tutti. Gesù ha aperto all’ascolto da attuare in modi sempre nuovi. Suggerisce come la vita si definisce come cammino al seguito di una guida e si tratta di inseguire qualcuno che precede: lo Spirito guida e accompagna nella via e verso la verità tutta intera. Per il IV vangelo via e verità non sono qualche cosa, ma sono qualcuno: via è Gesù come senso più profondo della nostra esistenza. E di lui, e del suo vangelo non tutto è accolto pienamente e compreso e vissuto. La sua è stata esistenza per gli altri nella promessa di una esistenza insieme, nell’offerta d una comunione, Gesù ha così reso vicino nei suoi gesti ospitali l’ospitalità, l’accoglienza e la relazione come tratto essenziale del volto di Dio. Ma non sono questi i tratti che rendono anche gli uomini e le donne più umani? Vivere una festa in cui pensare al volto di Dio come relazione e amore di dono e reciprocità aperta rinvia a scoprire la via per realizzare ogni giorno la fatica di diventare più umani, capaci di gioco, di gratuità, di relazione.

Alessandro Cortesi op

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