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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_85172Re 4,8-16a; Rom 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

E’ il tema dell’accoglienza la linea che percorre le letture di questa domenica.

La prima lettura narra una scena che riporta alla quotidianità della casa. Eliseo, uomo di Dio, riceve l’invito a fermarsi a tavola da una donna di Sunem, una straniera. Riceve poi accoglienza in quella casa dove viveva una coppia senza figli. Questo gesto di ospitalità e apertura nei confronti si apre alla sorpresa di un dono inatteso: un figlio diviene il segno della vita che nasce nuova proprio dall’esperienza dell’accoglienza.

La pagina del vangelo riporta alcuni insegnamenti di Gesù sulla missione. Gesù chiede una dedizione di fondo a seguirlo non mettendo null’altro al di sopra del riferimento a lui. Chiede innanzitutto un’accoglienza della sua parola e del suo invito: ‘chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me’. La sua proposta è un cammino in cui il discepolo segue il maestro. La vita di Gesù si è posta nell’orizzonte dell’amore e del dono, e così chiede sia la vita del discepolo.

Prendere la croce e seguirlo è un’espressione che spesso è stata letta come appello a sopportare la sofferenza o addirittura a subirla come volontà di Dio stesso. Ma Gesù non chiede ai suoi di scegliere la sofferenza: piuttosto propone la via dell’amore. La via della croce per Gesù non è stata scelta di sofferenza e dolore, ma è stato il luogo in cui ha manifestato che anche lì, nel momento più disumano, è stato possibile vivere un amore più forte della violenza, dell’ingiustizia. Prendere la croce per Gesù significa restare fino in fondo fedele all’annuncio del regno come nuovo modo di intendere la vita e i rapporti nell’accoglienza degli altri, nella tenerezza, nella convivialità.

In questo quadro Gesù invita i suoi ad intendere la vita non come percorso di possesso, di rincorsa di affermazione di se stessi, ma come luogo di condivisione, di discesa, di perdita: perdersi per ritrovarsi. La vita può essere trattenuta in un movimento di ripiegamento, di concentrazione su di sé e diviene arida senza frutto. Ma può anche divenire esperienza di apertura, di dono, di condivisione. E si apre allora ad una fecondità nuova, Gesù indica che solo nell’accoglienza si può scoprire il senso profondo della vita come comunione. Comunione con gli altri, comunione con Dio stesso che si da ad incontrare nel volto dei poveri.

Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Accogliere gli altri è esperienza che apre ad accogliere la presenza di Dio stesso che viene ad abitare in noi, ci dona la sua vita, ci fa scoprire che noi siamo amati innanzitutto e accolti.

Tutto questo si attua non in ambiti particolari nell’eccezionalità di luoghi o esperienze di tipo religioso, ma nella quotidianità della vita, nei piccoli gesti ordinari che sono alla portata di tutti e che dicono come la presenza di Dio vada oltre le nostre barriere ed esclusioni. Nel dare un bicchier d’acqua si compie l’esperienza accoglienza luogo di manifestazione dell’umanità e di Dio stesso: ‘chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa’.

Solo passando attraverso il rapporto con l’altro ci apriamo a scoprire l’Altro che ci rivolge la sua parola e che chiama a intendere la vita nei termini di comunione.

Alessandro Cortesi op

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Rifugiati

Pochi giorni fa, il 20 giugno, vi è stata la Giornata mondiale del rifugiato. In questa data l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr/Acnur) presenta il suo Rapporto sui rifugiati nel mondo.

E’ stata un’occasione per ricordare come oggi nel mondo i rifugiati, ossia le persone che hanno dovuto abbandonare la propria casa e la propria terra sono circa 80 milioni. Rispetto a dieci anni fa vi è stato un aumento che è quasi un raddoppio della popolazione rifugiata nel mondo. Una persona su 100 circa è nella condizione di rifugiato.

Tra di esse la grande maggioranza è costituita da sfollati interni ai Paesi. Ciò significa da un lato che chi fugge dal proprio luogo di vita lo fa per lo più con il desiderio di poter rientrare e quindi fermandosi nel medesimo Paese oppure in zone vicine.

In secondo luogo questo fa riflettere sul fatto che i Paesi con maggior numero di rifugiati sono Paesi del Sud del mondo che si trovano nella condizione di provvedere alle necessità di tantissime persone senza avere le ricchezze dei Paesi del Nord del pianeta. Circa 34 milioni di rifugiati trova accoglienza in Paesi in via di sviluppo. Molto spesso sono Paesi che devono affrontare situazioni di carestie e malnutrizione. Già questi dati dovrebbero far riflettere.

Ma il Rapporto offre una fotografia della situazione in cui emerge un altro aspetto su cui porre attenzione: benché la maggior parte dei rifugiati si allontani con la speranza di un ritorno, si stanno sempre meno realizzando le condizioni perché ciò possa avvenire. Infatti mentre alcuni decenni fa circa un milione e mezzo di persone riuscivano ogni anno a rientrare nei luoghi di origine, oggi questa cifra è diminuita paurosamente: solo 400 mila persone riescono a ritornare. Ciò significa che la stragrande maggioranza dei rifugiati vive ormai da anni nella condizione dei campi profughi in condizioni di vita estremamente difficili, nella precarietà e nell’impossibilità di pensare ad un futuro per sé e per i propri figli. Un altro numero infatti che fa riflettere è che 30 milioni di rifugiati sono minorenni.

Questi pochi dati sono da leggere come numeri che racchiudono le sofferenze, le speranze, le attese di milioni di persone, uomini donne e bambini. Essi manifestano quanto sia grande la cecità del mondo occidentale delle società del Nord, della nostra Italia, a fronte di questo dramma che segna la vita di così tante persone. Si pensa a queste persone come a presenze che minacciano un benessere inteso come privilegio da difendere senza farsi carico delle sofferenze degli altri.

Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli scrive: “È come se noi ci stessimo abituando a vedere una fotografia sempre più sfocata di una barca in mezzo al mare, in cui non si distinguono volti, storie personali e tragedie umane. Stiamo mettendo in atto una sorta di strategia dell’anonimato. Meno sappiamo delle persone che cercano di arrivare, più facile è lasciarle in un centro di detenzione o riportarle in Libia, lasciarle in un campo in Grecia o vederle morire in mare senza sentirsi complici o responsabili”.

E tuttavia ci ricorda anche che “le storie belle nascono e si diffondono dove trovano spazio e condizioni per farlo. Tutti coloro che operano in prima linea nell’accoglienza sono consapevoli dei dolori da lenire e delle ingiustizie da sanare, ma anche testimoni privilegiati della bellezza che ci portano i rifugiati. Nonostante le mille difficoltà e gli ostacoli che si moltiplicano nel cammino in Italia, loro rimangono portatori di speranza e buoni compagni di viaggio lungo la strada della vita” (“Avvenire” 20 giugno 220).

Portatori di bellezza e speranza e buoni compagni di viaggio: portano speranza ad un mondo malato e asfittico, ripiegato in una incapacità a guardare all’altro. E sono compagni di viaggio perché aiutano a scoprire che tutti siamo in viaggio e improvvisamente per tutti si può aprire nella vita una condizione nuova in cui scoprire la propria fragilità e l’essenziale importanza dell’essere accolti.

Questo tempo della pandemia che ha attraversato tutto il mondo potrebbe essere occasione di scoperta di questi orizzonti di accoglienza e solidarietà che avevano dimenticato o posto ai margini della nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Natività di san Giovanni Battista – 2018

IMG_0090.JPGIs 49,1-6; At 13,22-26; Lc 1,57.66-80

L’inno di Zaccaria è presentato da Luca come una profezia, espressione della presenza dello Spirito: Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo:

“Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo”.

La preghiera è un inno di benedizione rivolto a Dio che ha visitato il suo popolo. La presenza di Dio è indicata nella preghiera del sacerdote Zaccaria come quella di un tu che visita, e si fa vicino. E’ espressione di un’esperienza di Dio come presenza di qualcuno che sta accanto e porta conforto.

L’inno parla di una visita che si rende presente nella nascita, di Gesù, il salvatore. Dio visita suscitando vita, operando cose nuove, generando comunione. Luca legge la nascita annunciata a Maria in parallelo con la vicenda di Elisabetta sua parente, che non poteva avere figli ma riceve benedizione e fecondità inattesa. La sua vita è così visitata, dall’altro e dall’Altro, dal dono di Dio, dalla nuova vita di Giovanni, dalla vicinanza di Maria che si reca ad incontrarla.

La visita di Dio è anche in continuità con altre visite che attraversano una storia lunga nella storia d’Israele. La sua fedeltà si manifesta nel ricordare, e nel mantenere il legame dell’alleanza sin dalla prima uscita di Abramo che lasciò la sua terra accogliendo la chiamata e coinvolgendo la sua vita nella promessa ricevuta:

come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni”.

Il lungo cammino dell’alleanza, la lunga marcia che vede la migrazione al cuore della fede, è segnata dall’esperienza della misericordia di Dio, dal suo non venir meno nel visitare e stare accanto, ed è orientata ad una relazione. Risposta al dono di vicinanza sta nel servirlo in santità e giustizia. Sono questi i due orizzonti di una vita che si pone davanti a Dio e in rapporto agli altri: santità è la vita stessa di Dio da accogliere e custodire attuando nella vita uno stile di alleanza e liberazione. Giustizia esprime la fedeltà quale attitudine di ascolto rivolto alla promessa e di relazioni nuove, nel guardare l’altro con gli occhi di Dio che non viene meno alla sua misericordia.

“E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati”.

Giovanni è indicato col nome di profeta dell’altissimo: la sua vita è importante per comprendere Gesù e il suo stile è quello di un profeta, teso nell’annuncio di una venuta di Dio imminente e nella testimonianza personale della sua fedeltà.

“Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace”.

La preghiera di Zaccaria pone accento sulla tenerezza di Dio e sulla sua visita: annuncia così la presenza di una luce come liberazione che guida su vie di pace. La pace è parola che chiude quest’inno di benedizione, preghiera che ringrazia e scorge il presente come tempo di germogli, di nascite. E’ un testo chiave per leggere la vicenda di Giovanni come segno che Dio fa grazia. Il suo nome racchiude il progetto della sua vita, l’essere profeta portatore di parola di bene anche laddove sembra che non ci vi sia possibilità di vita e di futuro. L’esperienza della grazia fa rallegrare (Lc 1,57).

La benedizione di Dio diviene benedizione condivisa nelle parole di gioia, di bene, del rallegrarsi insieme. Abbiamo bisogno ancor oggi di profeti capaci di indicare la parola di bene di Dio nella nostra storia. Abbiamo anche bisogno di scambiarci parole di bene nel riconoscere i segni di grazia nonostante ogni buio. Abbiamo bisogno di imparare da Giovanni colui che preparato le strade.

Alessandro Cortesi op

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Sulla via della pace

Mercoledì 20 giugno ricorre la Giornata del Rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite. Giornata che in questi tempi di regressione a livello globale nel rispetto dei diritti umani assume una particolare rilevanza. E’ infatti una giornata che intende ricordare l’approvazione della Convenzione di Ginevra del 1951. Una convenzione che impegna gli Stati che l’hanno sottoscritta a garantire protezione  a “chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

Dopo la devastazione e la violenza della II guerra, dopo le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei e di altre minoranze tra cui i rom, la Convenzione di Ginevra seguita alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, ha segnato un passaggio decisivo di affermazione dei diritti e di riconoscimento dei fondamenti alla base di nuovi rapporti tra gli stati europei. Altri stati si sono aggiunti successivamente, sino agli attuali 145 Paesi nel mondo. Ma alcuni stati tra i quali la Libia (è bene ricordarlo!) non hanno sottoscritto questa convenzione che protegge chi cerca rifugio e asilo fuggendo dal proprio paese.

Ieri è stato presentato il rapporto annuale Global Trends 2017 a cura del Agenzia delle Nazioni Unte per i rifugiati (UNHCR) che raccoglie i dati relativi ai rifugiati nel mondo. 68,5 milioni persone nel mondo vivono nella condizione di rifugiati ed è da considerare che si tratta di un movimento continuo e in divenire senza interruzione. 44.500 persone al giorno circa si mettono in cammino per fuggire da guerre, conflitti, persecuzioni di diverso tipo e nel corso del 2017 sono stati particolarmente ingenti gli spostamenti di massa dal Congo, dal Sud Sudan e dal Myanmar (la popolazioni rohingya).

Nel 2017 circa 5 milioni di profughi hanno potuto far ritorno ai territori o paesi di origine. Circa i 2/3 dei rifugiati nel mondo provengono da cinque paesi: Siria (6,3 milioni), Afghanistan (2,6 milioni), Sud Sudan (2,4 milioni) Myanmar (1.2 milioni) Somalia (986.400). I richiedenti asilo, cioè coloro che hanno presentato richiesta di protezione internazionale erano 300 mila nel 2016 e 3,1 milioni nel 2017. Tale aumento segnala come siano peggiorate le condizioni per l’esame delle domande e per il riconoscimento dello status di rifugiato.

La stragrande maggioranza dei profughi risiede non come è idea diffusa, nei paesi occidentali, ma al contrario in paesi poveri. Per lo più chi è costretto a spostarsi dalla sua casa e dal proprio ambiente, portando con sé i beni essenziali e i familiari, lo fa in territori vicini alla sua terra, oltre i confini, con la speranza di rientrare presto. Per questo i luoghi dove si ha il maggior numero di profughi sono la Turchia (a seguito dell’accordo del 2016 con l’Unione europea per il trattenimento dei 3,5 milioni siriani in fuga dalla guerra), poi il Pakistan che ospita metà dei profughi dall’Afghanistan, Uganda, Libano e Iran. Il Libano ha il maggior numero di rifugiati in rapporto ai cittadini (164 ogni mille abitanti) In Italia nel 2017 vi erano 19 rifugiati ogni 1000 abitanti.

Questi numeri richiamano a volti, storie, speranze e ferite di persone che nel mondo sperimentano violazioni di diritti fondamentali. La convenzione di Ginevra la convenzione dei diritti del bambino, sono pietre miliari del diritto che offrono principi ed esigenze da riconoscere ad ogni essere umano. E’ disumano il trattamento riservato ai bambini separati dai loro genitori al confine del Messico, è contro i trattati internazionali far subire alle persone trattamenti degradanti e non riconoscere quella protezione riconosciuta e sottoscritta come solenne impegni degli Stati in convenzioni internazionali proprio a seguito dell’esperienza della devastazione prodotta da leggi razziali e discriminazioni.

La lunga marcia dei diritti è faticosa. Il prof. Antonio Papisca (1937-2017), testimone della elaborazione e attuazione dei diritti umani,  suggeriva di apprendere ad utilizzare “la grammatica dei ‘segni dei tempi’”. Per lui ciò significava “il discernimento e la disponibilità a cogliere, nella fedeltà a valori universali, le opportunità che la provvidenza nella storia offre per costruire strutture e percorsi di bene”. Ne parlava come di un cammino da portare avanti con l’atteggiamento di chi sa guardare oltre, con pazienza affrontando difficoltà, contrasti e momenti di tenebra. “La cultura dei diritti umani è antitetica all’anarchismo o alla svendita delle istituzioni e delle regole”. “ll Diritto internazionale dei diritti umani è portatore di pensiero forte, che non si presta a relativismi di comodo. (…) E’ un Diritto fatto di imperativi che neppure gli automatismi aritmetici della democrazia elettorale possono disattendere” (Discorso 10.12.2007 Università di Padova; Giornata internazionale dei diritti umani).

…e dirigere i nostri passi sulla via della pace…

Alessandro Cortesi op

 

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