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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_6005.JPGMal 3,19-20; 2Tess 3,7-12; Lc 21,5-19

Il nome ‘Malachia’ significa ‘mio messaggero’, com’è indicato nel libro profetico: “ecco manderò il mio messaggero” (Mal 3,1). Il libro è composto di sei annunci che richiamano l’esigenza di Dio: è presentata innanzitutto una polemica contro il culto praticato dai sacerdoti in Israele (1,6-2,9) mentre si offre una lettura positiva dell’atteggiamento dei pagani che riconoscono il nome del Dio del cielo: “dall’oriente e dall’occidente grande è il mio nome tra le genti” (1,11).

Forse Malachia rappresenta una tradizione aperta ad accogliere stranieri nel popolo di Dio se essi riconoscono il Dio d’Israele, in polemica con una spiritualità di esclusione degli stranieri – come ad esempio Esdra (Esd 7). Malachia faceva proprio l’attitudine del terzo Isaia: “Gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, … li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,6-7). Il tempio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, non è interpretato come segno di esclusione ma di riconciliazione e accoglienza.

Nell’ultimo capitolo del libro Malachia annuncia l’attesa di un ‘giorno del Signore’. Verrà insieme ad un messaggero che prepara la via, identificato con la figura di Elia. Nella tradizione ebraica infatti il profeta Elia non era morto ma era stato trasferito in cielo (2Re 2,11) e sarebbe un giorno ritornato per accompagnare il popolo a prepararsi alla venuta di Dio: ‘ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile’ (Mal 3,23).

Malachia descrive il ‘giorno del Signore’ come momento di giudizio e di condanna del male con le immagini del fuoco ardente e della paglia consumata. Dio stesso sarà ‘testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adulteri, contro gli spergiuri, contro chi froda il salario all’operaio, contro gli oppressori della vedova dell’orfano e contro chi fa torto al forestiero” (Mal 3,5). Per contro la gioia pervade coloro che sono i ‘cultori del nome di Dio’: per essi ‘sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla’ (Mal 3,20).

Questi riferimenti al giorno del Signore sono lo sfondo in cui comprendere i discorsi di Gesù a Gerusalemme, nell’area del tempio: ‘Verranno giorni in cui di tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Queste parole suscitano una domanda: ‘quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7).

Di fronte alla distruzione del tempio per opera dell’esercito di Roma nell’anno 70 la comunità di Luca ricordava l’invito di Gesù: ‘quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Rispondendo alla ricerca di segni e rassicurazioni Gesù presenta l’esigenza di superare una curiosità tesa ad un dominio magico del futuro.

Invita per contro a vivere la vigilanza, ad assumere responsabilità nel tempo per attuare un impegno concreto nel presente. Suggerisce di operare scelte in una prassi che segua il suo cammino e il suo stile. Prove e persecuzioni non devono immobilizzare e rendere soggiogati alla paura, ma sono occasioni per la testimonianza. Gesù indica di vivere sin dal presente l’affidamento allo Spirito e la testimonianza di lui. Fondandosi sulla sua promessa: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Alessandro Cortesi op

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Paure populismi: ‘non siamo d’accordo’

Anche le ultime elezioni in Spagna hanno indicato una rilevante affermazione di un partito di estrema destra, con orientamenti xenofobi e anti immigrazione, di opposizione al femminismo, di stampo populista di destra con riferimenti al franchismo.

E’ un fenomeno diffuso in vari paesi d’Europa l’ascesa di partiti populisti, di diversa matrice, in particolare di destra, che stanno promuovendo il loro successo con un’opera capillare di promozione della paura condotta con mezzi ambigui e seducenti, con  campagne di fake news nei social media e distribuendo promesse irrealizzabili fomentando il razzismo e la lotta tra i poveri. In un tempo di incertezze diffuse, di complessità e di crisi economica tale propaganda trova terreno fertile per affermare le sue forme di strumentalizzazione e dominio.

L’ascesa del populismo si manifesta in particolare nell’attitudine di esclusione di chi non appartiene ad una tradizione culturale, religiosa, etnica o di genere. Riassumibile nel grido ‘Prima di tutto i nostri’, è un messaggio rivolto a far sentire ‘popolo’ coloro che appartengono ad un ambito sociale determinato, ad una parte solamente che viene ad essere presentata come voce del tutto, ad una identità spesso mitica e costruita in modo semplicistico. Questi, i ‘nostri’, sono ritenuti detentori di un privilegio di proprietà sulla terra, sulla cultura, alimentandosi del mito di una identità fissa e senza l’altro e dell’autoctonia, dell’essere ‘padroni a casa nostra’.

Sono molte le paure diffuse in un’epoca in cui il mondo è divenuto più piccolo, ed ha interrelato i popoli in forme nuove, trasformando il mondo del lavoro, generando nuove povertà e ponendo in crisi i meccanismi della democrazia.

I vescovi cattolici tedeschi si sono interrogati recentemente sulla sfida del populismo oggi presente a livello non solo della società  ma anche nelle comunità ecclesiali in cui tante persone in nome della difesa della tradizione assumono atteggiamenti che sono pienamente contro il vangelo. E’ una presa di posizione autorevole di un episcopato, su questioni in cui spesso le gerarchie preferiscono un silenzio imbarazzato, o, come nel caso italiano, vedono voci autorevoli assecondare e difendere le forme del populismo nostrano.  Come ha osservato Sergio Tanzarella (in “Adista” 16.11.2019) rispondendo all’intervista al card. Ruini: “Lei non può ignorare che per un cristiano impegnato in politica lo spazio pubblico si occupa non con il crocifisso di legno o con i rosari ma con politiche che si fanno carico dei crocifissi di carne, quegli stessi che Salvini e i suoi seguaci, e purtroppo non solo loro (veda Minniti), hanno fatto annegare nel Mediterraneo o permettono che vengano reclusi nei lager libici”. Per questo può essere importante  dare ascolto al documento tedesco del 25 giugno 2019 intitolato Resistere al populismo. Esso inizia con una serie di domande:

“Ci sentiamo sfidati dall’ascesa del populismo nella nostra società. Per alcuni è un termine troppo diffuso  per descrivere un fenomeno molto confuso. Gli uni vedono un populismo di sinistra, altri un populismo di destra; altri ancora deplorano un populismo di centro che si sta diffondendo perfino nei grandi partiti tradizionali del nostro paese. E altri si chiedono: che cosa c’è nel populismo di sconveniente e criticabile? Populismo non vuol dire forse una particolare vicinanza al popolo? E cosa ci sarebbe da dire in contrario se i populisti fanno molta attenzione alle persone, colgono le loro preoccupazioni e i bisogni perché trovino ascolto nella politica e nella società?”

I vescovi tedeschi delineano poi chiaramente il profilo di un populismo minaccioso che esclude e diviene una minaccia concreta soprattutto contro coloro che in qualche modo sono ‘altri’, in particolare contro i migranti e contro chi attua nei loro confronti atteggiamenti di accoglienza e cura.

“Il populismo che ci sfida manifesta quotidianamente il suo volto minaccioso quando, in nome di una «tradizione della cultura tedesca» o di una «difesa delle tradizioni regionali», mette l’accento sull’esclusività e perciò sull’esclusione di tutti coloro che non appartengono a noi da sempre. In questo modo finiscono con l’essere conculcati i diritti di tutti agli altri. L’egoismo nazionale si espande. Gli stati e le regioni del mondo si allontanano tra di loro. «Prima di tutto il proprio Paese!» – questo slogan impedisce la disponibilità a impegnarsi per il giusto sviluppo di tutte le società e di armonizzare i propri interessi con l’imperativo globale della giustizia e della solidarietà. Il populismo colorato di nazionalismo mette in pericolo la coesistenza giusta e pacifica nella propria società come anche nel mondo intero (…) Per i cristiani la difesa della dignità di ogni uomo costituisce una linea-guida ineluttabile”.

“Il populismo che ci sfida mostra ogni giorno il suo volto minaccioso quando semina diffidenze e discordia: tra coloro che, nella nostra società, godono di libertà e sicurezza e coloro che fuggono dalla guerra, dalla persecuzione o dalla miseria, o anche tra coloro che, nella Chiesa e nella società, si impegnano per quanti cercano protezione, e coloro che li guardano con diffidenza e, a volte, persino con aperta ostilità. Il populismo che ci sfida mostra ogni giorno il suo volto minaccioso, perché fa vedere tutto in bianco e nero e con grettezza, nella società e nella Chiesa. (…)

La preoccupazione comprende diversi livelli:

“Ci preoccupa, tuttavia, ancora di più costatare che le vedute e gli atteggiamenti populisti sono presenti nella nostra Chiesa: nelle comunità parrocchiali, nei gruppi e nelle associazioni ecclesiali. Siamo convinti che la nostra fede e la nostra tradizione cattolica in quanto Chiesa universale sono in contraddizione con le caratteristiche basilari del populismo. Pensiamo alla già ricordata assoluta uguaglianza di tutti gli uomini in quanto creature di Dio. Pensiamo al comandamento fondamentale dell’amore al prossimo che si estende anche a coloro che sono forse i più lontani e che, tuttavia, nel loro bisogno di aiuto, diventano nostri prossimi. In quale altro modo, del resto, dovremmo interpretare la parabola di Gesù del buon samaritano? E pensiamo, non da ultimo, all’aiuto indefettibile del nostro buon Dio”.

La presa di posizione è chiara in contrasto con le affermazioni dei populisti di appoggio ad aspetti dell‘insegnamento della chiesa, al fine di presentarsi come difensori della tradizione, paladini della fede, devoti alla religione in una società minacciata:

“A volte i populisti affermano che le loro posizioni concordano con quelle della Chiesa – per esempio per quanto riguarda la protezione della vita, l’attenzione alla famiglia, il significato del cristianesimo nella nostra società o l’apprezzamento della patria. Ma l’apparenza inganna: noi non siamo d’accordo”.

Nel testo vi è una netta indicazione di distanza riguardo a diversi temi. Accanto ad un richiamo preoccupato a fronte di tali movimenti viene indicata un via di reazione non nei termini della paura e del terrore, ma con la fiducia e la serenità di chi confida nel Signore:

“Non di rado i populisti manifestano un indurimento interiore, un autoriferimento ansioso e fantasie deleterie. La speranza dei cristiani ha un’altra direzione. La nostra fede riguarda la fiducia in un Dio che non diffonde paura e terrore, ma la certezza che, nel risolvere i problemi del nostro tempo, non bisogna lasciarsi prendere da un’ansiosa tensione. «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Chi sa di essere sostenuto da Dio, può applicarsi con serenità al mondo e alle sue sfide. È serio, perché è sensibile ai bisogni e alle preoccupazioni della gente. Sereno, perché sa che il Signore lo accompagna”.

Alessandro Cortesi op

 

 

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_1891Mal 3,19-20; 2Tess 3,7-12; Lc 21,5-19

‘Malachia’, l’ultimo libro del gruppo dei profeti è libro anonimo: Malachia significa infatti ‘mio messaggero’, colui che annuncia la parola del Signore: “ecco manderò il mio messaggero” (Mal 3,1).

Nei sei annunci del profeta che compongono il libro è presentata una polemica contro il modo in cui i sacerdoti in Israele svolgono il culto (1,6-2,9) è vista invece positivamente l’attitudine di popoli pagani che nel loro culto riconoscono il Dio del cielo: “dall’oriente e dall’occidente grande è il mio nome tra le genti” (1,11).

Malachia scorge la possibilità di accogliere stranieri nel popolo di Dio se essi riconoscono il Dio d’Israele. E’ in polemica con la scelta della chiusura, rappresentata da Esdra nel post-esilio (cfr. Esd 7) secondo cui nessuno straniero fuori del popolo d’Israele poteva essere ammesso al tempio.

Malachia riprende invece le aperture del terzo Isaia che si allargano ad orizzonti universali: “Gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera… perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,6-7). Il tempio stesso non dev’essere segno della esclusione ma luogo di riconciliazione ed accoglienza.

Nell’ultimo capitolo del libro Malachia presenta il motivo dell’attesa di un ‘giorno del Signore’: il suo sguardo va ad un messaggero che deve preparare la via e identifica lo individua nella figura di Elia: ‘ecco io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile’ (Mal 3,23). Nella tradizione ebraica infatti Elia non era morto ma  trasferito in cielo e si attendeva così il suo ritorno: avrebbe infatti accompagnato il popolo a prepararsi alla venuta di Dio (2Re 2,11). Malachia descrive così il ‘giorno del Signore’ – immagine che si ritrova in Amos, profeta dell’VIII secolo (Am 5,18-20) – con le immagini del fuoco e della paglia consumata, indicando un intervento finale di Dio che capovolge una storia di ingiustizia e prevaricazione (Mal 3,5). Se il fuoco consuma e distrugge ogni ingiustizia e oppressione, in contrasto è descritta la luce che invade la vita dei ‘cultori del nome di Dio’ che troveranno gioia: per essi ‘sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla’ (Mal 3,20).

Gesù a Gerusalemme, nell’area del tempio, riprende tali riferimenti al ‘giorno del Signore’ : ‘Verranno giorni in cui tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Gli chiedono allora: ‘quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7). Di fronte a tale domanda, ancora una volta Gesù invita ad evitare le false questioni e la curiosità, espressione di una mentalità magica, tesa a vedere segni eclatanti, per tenere in mano il futuro. Invita invece a vivere la vigilanza. Ciò significa assumere la responsabilità nel tempo. In contrasto con la richiesta di evidenze tranquillizzanti le parole di Gesù sono provocazione ad operare scelte in fedeltà a lui, sulla strada da lui indicata. Le prove, le difficoltà, le incertezze e la persecuzione stessa saranno occasione di rendere testimonianza e di scoprire la presenza dello Spirito nel cuore.

Dopo la distruzione del tempio opera dell’esercito di Tito nell’anno 70 la comunità di Luca ricorda l’invito di Gesù: ‘quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Fu quell’evento certamente la fine di un mondo. La questione posta da Gesù sta nel vivere il presente nella consapevolezza di essere protesi ad un compimento, opera di Dio sulla storia. Il regno di Dio si manifesterà alla fine ma sin d’ora cresce in ogni scelta e gesto capace di esprimere la via di Gesù. Si radica qui una fiducia fondamentale per tutti coloro che accolgono la chiamata resistere, a perseverare, nell’affidarsi a Gesù e nell’impegno a compiere il bene: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Alessandro Cortesi op

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(Camerino, i vigili del fuoco mettono al riparo una tela di Giovanbattista  Tiepolo situata in una chiesa  danneggiata dal terremoto)

Arte e macerie

Mentre dalle macerie del terremoto dell’Umbria vengono salvate le opere d’arte che, pur danneggiate, costituiscono un messaggio di ciò che può rimanere ed essere seme di nuova ricostruzione in rapporto ad un’eredità di bellezza consegnata, altri terremoti scuotono la vita dei popoli, ed in essi l’arte si fa voce esile di ricordo, di memoria, di risveglio…

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L’artista Banksy ha girato un video in cui suggerisce a modo di promozione pubblicitaria da parte di una compagnia di turismo la proposta di una nuova meta per un viaggio da programmare nella striscia di Gaza. E’ una tragica e dolorosa presentazione delle oportunità che prevede tale viaggio: località esclusive, con vicini attenti e vigilanti, con molte possibilità di sviluppo economico della zona…

L’arte dello street artist ha trovato tra le macerie causate dai bombardamenti gli spazi in cui offrire messaggi evocativi  laddove si direbbe non vi sia spazio per altro se non per la desolazione. Sono graffiti che annunciano speranza laddove regna isolamento e disperazione, e tracciano parole incerte che cercano di risvegliare un torpore di chi non schierandosi in conflitti tra chi ha il potere e gli impoveriti, pensando così di tranquillizzare la propria coscienza, di fatto appoggia il più forte e giustifica ingiustizia e oppressione. “Se ci laviamo le mani, nel conflitto tra chi ha tutto il potere e chi ne è senza, ci poniamo dalla parte dei potenti, non rimaniamo neutrali”banksy_gaza_frase

Banksy così disegna giostre di luna park che dondolano attorno ad una torre di controllo del muro di separazione e di apartheid, trova spazi tra edifici diroccati per tratteggiare il volto della dea Niobe che piange i propri figli, con allusione all’antico mito,

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raffigura accanto ad un gomitolo di ferro intrecciato, resto informe di un bombardamento, il profilo di un gatto ponendo la domanda: ‘questo gatto ha trovato con chi giocare, e i nostri figli?’banksy_gaza2

 

Eron, street artist italiano, originario di Rimini, ha realizzato una sua opera nel febbraio 2016 per L’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani con il titolo “Soul of the Sea”: in essa sul relitto di un’imbarcazione distrutta dal naufragio ha ritratto volti di donne e bambini. L’immagine è stata pubblicata dall’Economist e dal Chicago Tribune come miglior foto del giorno nel mondo. Eron ci riporta con gli spruzzi delle sue bombolette indirizzati sulla chiglia di un barcone naufragato nel Mediterraneo, il ricordo di volti, di chi sulla quella barca era vivente, con i tratti quasi evocativi di una natività, o del sogno di un bambino. Sono volti evocati come diafani fantasmi, stampati su relitti di imbarcazioni, quasi effetto naturale di una ruggine che evoca la memoria.

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Così le sculture poste sul fondo marino, opera di Jason deCaires Taylor artista britannico nel primo museo subacqueo – il Museo Atlantico a Lanzarote – provocano a pensare al viaggio di tanti migranti che nel loor morire hanno trasformato il mare Mediterraneo in una tomba e costituiscono rivelazione della barbarie in cui siamo immersi nell’Europa fortezza in cui si diffondono sentiemnti di rifiuto e disprezzo dei poveri.  Lo scatto di un selfie di una coppia senza volto sullo sfondo del mare – che è però solcato dai barconi di migranti – è tragico contrasto tra la serenità della vita e la promessa di vita racchiusa nel profilo della donna incinta e la realtà di morte e disperazione del percorso della migrazione.

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Le sculture di Taylor rinviano alla ‘Zattera di Medusa’, famoso dipinto di Jean Louis Théodore Géricault del 1818, opera elaborata con riferimento al naufragio che all’epoca ebbe ampia risonanza della fregata francese Medusa, in cui si salvarono solo quindici membri dei 150 della ciurma abbandonati ad una zattera di fortuna menre il resto dell’equipaggio si era riparato nelle scialuppe. Il dipinto divenne aspra denuncia contro l’esclusione dei più deboli, e aspra critica verso la monarchia francese del tempo, aprendo una nuova epoca della storia dell’arte.jean_louis_theodore_gericault_-_la_balsa_de_la_medusa_museo_del_louvre_1818-19

 

13508973_1028008983953524_945599645069166963_nLa scultura di Taylor di una folla che cammina, sul fondo del mare, fatta di individui isolati, distratti e apparentemente connessi, con i volti fissi sul proprio ipad, ma con gli occhi chiusi, è richiamo a prendere consapevolezza della cecità dilagante di fronte alle macerie di un’umanità perduta. Il mare dei naufragi è luogo in cui persone vive divengono figure anonime senza riconoscimento. Nel mare dell’indifferenza di quanti si muovono insieme verso una direzione senza meta, senza capacità di fermarsi e di accorgersi, la vita degli altri diviene insignificante. L’arte si fa messaggio di denuncia di un mondo in cui c’è indifferenza e distruzione e si fa anche appello a scorgere vie per emergere da tale immersione: se l’arte non è in grado di cambiare il mondo può essere voce affidata alla fragilità della materia per scuotere le coscienze.

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Alessandro Cortesi op

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