la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “giovani”

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

granello-senapaAb 1,2-3; 2,2-4; 2Tim 1,6-14; Lc 17,5-10

“Fino a quando Signore implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”

La domanda del profeta: ‘Fino a quando?’ è denuncia dell’ingiustizia e della condizione di oppressione e violenza. Ed è anche implorazione a Dio. Domanda che rimane sospesa. “Fino a quando Signore?” È la preghiera anche dei salmi che rivolgendosi a Dio non possono non guardare allo scandalo del male e dell’ingiustizia. “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?… Non ha più forza la legge né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto”.

La triste esperienza della legge stravolta, dei giudizi tramutati in esaltazione della truffa, l’arroganza dei disonesti che schiacciano i deboli e la corruzione del giudizio, fa sorgere la drammatica domanda che investe la stessa fede e la spoglia di ogni presunzione e sicurezza.

Abacuc guarda non solo alle sofferenze di un singolo ma pone una domanda che tocca una realtà più ampia. Come può Dio, il santo, colui che ha occhi troppo puri per vedere il male, permettere che sia un popolo barbaro a compiere vendetta e che popoli malvagi vengano offesi da popoli ancora più malvagi? La sua domanda si pone nella linea della provocazione di Giobbe: disorienta le teologie che intendono tutto spiegare. La sua pagina è esemplare del coraggio del profeta che apre domande difficili e le rivolge a Dio stesso. Nell’annuncio della risposta di Dio viene indicato un termine: l’ingiustizia e la violenza non sono l’ultima parola. Ma è richiesto di attendere, di sperimentare una radicale fiducia in Dio.

Come tenere insieme la fiducia nel Dio buono e giusto e le tragedie storiche d’ingiustizia e oppressione? Abacuc invita ad avere il coraggio di lanciare verso Dio il grido che sorge dal dolore, a vivere l’attesa.

E’ la domanda che risuona nel grido di ogni credente che non volge le spalle ad Auschwitz. Ed è ancora e sempre la domanda che si leva come grido silenzioso di fronte alla barbarie, all’orrore, alla violenza.

Abacuc nel suo breve libro richiama l’atteggiamento del giusto: ‘soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede’. Il giusto è colui che, senza scorciatoie, senza facili risposte al male, mantiene la sua fedeltà rivolta al Dio della vita. Trova la sua stabilità in tale affidamento.

La sfida del credere è vivere il presente, con il cuore rivolto a Dio senza far venir meno la domanda ‘fino a quando?’ Credere non è quindi percorso senza problemi. La fatica interiore del credente proviene dallo scorgere le contraddizioni della storia.

La fede rimane sospesa alla fedeltà di colui che non verrà meno alle sue promesse, che chiama a solidarietà con le vittime dell’ingiustizia.

Il vangelo richiama lo stile del credere: credere non è adesione ad una serie di dottrine, è invece incontro e cammino, coinvolgimento della vita in una relazione con Dio.  E’ affidamento. ‘Accresci la nostra fede’ è espressione di un cammino che sempre mantiene la ricerca. Non sono facilmente eliminati i problemi e le difficoltà del pensare, del confronto con la storia e la vita. Non sono eliminate le fatiche di vedere il suo cammino come una sorta di illusione inutile. Il credente è presentato nel vangelo di Luca come colui che non trova in sé la forza per affidarsi a colui che salva.

Per parlare della fede Gesù indica un granellino di senapa, il più piccolo di tutti i semi. La vita della fede non è opera umana, non è realtà che s’impone e nemmeno qualcosa di grande, è piuttosto lasciare spazio all’azione di Dio. Per questo la preghiera del credente è richiesta di cammino: “Accresci in noi la fede”. Chi crede è – dice Luca – come colui che risponde ad un incarico affidatogli. Sta qui il messaggio al centro della parabola del servo. Il senso della sua vita sta nella relazione con qualcuno che attende e a cui rispondere. Non è questione di diritti e pretese, ma riconosce di essere ‘semplice servo’ (non ‘inutile’, ma unicamente servo).

Nel rapporto con Dio il grande dono è poter assumere l’attitudine di Gesù che è stata quella del servo: e rimanere come lui. Nell’immagine qui utilizzata del servo, che agisce e attende, l’accento non sta sul rapporto servo-padrone quasi che l’atto di fede sia riconducibile ad un rapporto schiavistico e oppressivo della libertà. Piuttosto chi crede scopre come tutto ciò che è ed ha proviene da un dono e va messo a servizio di altri. Come Gesù che si è chinato per lavare i piedi dei suoi discepoli assumendo la condizione del servo. E indicando ai suoi: anche voi fate così.

Alessandro Cortesi op

 

foglie colori diversiCredere e giovani

“Molti parlano di un cristianesimo che nel vecchio continente ha ormai esaurito la sua traiettoria sociale, che non costituisce più la cultura comune, relegato ai margini della società e della storia. Ciò che un tempo è stata la culla della proposta cristiana oggi rischia – anche nella percezione di molti uomini del sacro – di trasformarsi nella sua tomba. Ampie quote di popolazione si starebbero spogliando poco a poco delle radici religiose, d’un legame di affinità durato per secoli, il cui segno più evidente viene individuato nella perdita della fede da parte delle nuove generazioni o nella loro indifferenza sulle questioni ultime o penultime dell’esistenza”.

Con questa osservazione Franco Garelli* indica il punto di partenza di una sua ricerca condotta in Italia sul tema del rapporto tra giovani e religione: F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, il Mulino, Bologna 2016.

Come anche il titolo dell’indagine indica, la domanda di partenza che guida la ricerca è se veramente ci si trovi di fronte ad una situazione di una ‘generazione incredula’ – come qualcuno afferma – o piuttosto siano da scorgere altri elementi in base ad una lettura più approfondita e maturare diverse sensibilità a fronte dell’esperienza dei giovani oggi in rapporto al credere. Facendo di tale indagine motivo per ripensare linguaggi e modalità di approccio all’esperienza del credere.

Circa il 30% dei giovani in Italia tra i 18 e i 29 anni si dicono ‘senza Dio’ e ‘senza religione’. E’ rilevata quindi la presenza di un’area dell’ateismo: “Quella dell’ateismo (anche a livello giovanile) si presenta comunque come una realtà variegata al proprio interno, comprendendo soggetti ‘non credenti’ di diversa natura e sensibilità”.

Tra questi vi sono coloro che “ritengono che «non occorra scomodare Dio per condurre una vita sensata»; che «è difficile credere o aver fede in precetti considerati poco plausibili o senza alcun fondamento scientifico»; che «con le conoscenze scientifiche che abbiamo adesso è davvero arduo credere nell’esistenza di un potere superiore che regoli tutto»; che «oggi, dopo tanti anni di evoluzione, di scienza, tecnologia e anche, perché no, di delusioni, è davvero complicato dire che esiste un Dio e che ci crediamo».”

Vi sono altri che considerano come fede e cultura contemporanea siano incompatibili. Altri ancora condividono un atteggiamento di negazione di Dio più per condizionamento e uniformità con il proprio ambiente che per maturate convinzioni personali. Una parte vive una reazione di ostilità spesso orientata nei confronti della chiesa dovuta ad esperienze negative vissute.

Ai volti diversi della non credenza si affiancano i volti assai variegati del credere che Garelli descrive riprendendo la metafora utilizzata dal card.Martini: «Accanto ai cristiani della linfa, vi sono quelli del tronco, della corteccia e infine coloro che come muschio stanno attaccati solo esteriormente all’albero».

Osserva il sociologo torinese: “Proprio la religiosità del ‘muschio’, e in parte della ‘corteccia’, sembra avere un buon seguito nelle attuali giovani generazioni, alla stessa stregua di quanto avviene nella popolazione adulta. Oltre un terzo degli italiani di età compresa tra i 18 e i 29 anni presentano infatti un profilo religioso sorprendente e curioso, tipico di quanti mantengono un’identità cristiana più per motivi culturali o etnici che spirituali, ritrovando a questo livello un riferimento che offre sicurezza in una società sempre più precaria. (…) Si tratta di giovani che si ritengono – per citare alcuni brani di intervista – «culturalmente cristiani, ma non praticanti né osservanti». Si tratta di una appartenenza più di tipo culturale e non derivante da scelte di tipo religioso.

Ciò che sorprende in questa area è che tale atteggiamento contrasta con la percezione che le scelte dei giovani siano maggiormente ispirate a criteri di autenticità e di libertà. Appare invece la tendenza ad un allinearsi in ambito religioso su linee tracciate dalla tradizione senza attitudine critica.

Un’altra fascia di giovani italiani, circa un sesto, è quella di coloro che sono impegnati in ambienti ecclesiali e di volontariato e che spesso hanno avuto esperienze positive di fede in famiglia e in ambienti formativi.

A conclusione della descrizione del panorama così evidenziato si può concudere che “la varietà religiosa non emerge solo dalle statistiche, ma appare sempre più un tratto che attraversa la cultura e le interazioni quotidiane dei giovani”. La percezione dei giovani è quella della normalità di vivere in un contesto religioso plurale, in cui le scelte dei singoli in questo ambito siano da rispettare senza che esse divengano motivo di ostacolo a percorsi di amicizia e relazione. E’ anche da rilevare un terreno di dialogo che appare presente: chi ha posizioni di negazione di Dio e della religione spesso si manifesta aperto a riconoscere la plausibilità di altre posizioni di chi vive la propria fede in modo convinto e pensa che sia possibile anche nella situazione della cultura attuale.

“L’apertura di parte dei non credenti nei confronti di una fede religiosa sembra comunque condizionata alla qualità della fede stessa. Qui emerge la particolare allergia dei giovani nei confronti di espressioni religiose ritenute perlopiù ambigue o incoerenti, che non sembrano rappresentare per il soggetto un principio vitale, apparendo più frutto di convenzioni sociali che di riflessione. È la religiosità fredda e asettica, che non smuove gli affetti, non interpella la coscienza contemporanea, più imposta dalla famiglia o dall’ambiente che fatta propria dal singolo… il vero bersaglio di molti giovani, siano essi credenti o meno. Mentre, per contro, la fede ritenuta plausibile è quella al centro di una scelta consapevole, che si esprime in un iter di ricerca senza confini di cui il soggetto si sente protagonista”.

La ricerca sociologica di Garelli manifesta come in Italia ciò che sta avvenendo sia da un lato una interruzione di canali di trasmissione dell’esperienza religiosa che ha generato una rottura. Ciò si accompagna ad una marcata diffidenza nei confronti della chiesa come istituzione. E questo dovrebbe essere motivo di riflessione considerazione a livello ecclesiale dell’aspetto di contro-testimonianza della fede e di inadeguatezza di una proposta che non incontra le inquietudini e domande dei giovani. D’altra parte si rileva come si manifesta una ricerca variegata di spiritualità: “la nozione di spiritualità divide l’insieme dei giovani. Una parte di essi sembra attenta a questa dimensione dell’esistenza, altri la interpretano come una risorsa per essere più armonici e solidali nella vita, altri ancora come una via soggettiva e più autentica per credere in Dio ed esprimere la propria fede religiosa, pur risultando aperti ad altri percorsi di senso”.

Si pone l’urgenza di guardare alla situazione dei giovani non secondo criteri del passato o nella considerazione di un mondo passato visto come l’età dell’oro. Oggi l’esperienza del credere non è più dovuta a pressioni sociali ma si pone come una opzione tra le tante e ciò richiederebbe un nuovo linguaggio nella comunicazione della fede ed un ascolto alle richieste di senso pur presenti spesso in forme implicite al cuore della vita dei giovani.

“Insomma, c’è una grande domanda di significato (talvolta più implicita che esplicita) che occorre saper riconoscere e interpretare. Una domanda che sembra attivarsi in particolari situazioni, a fronte di eventi che interpellano nel profondo le persone o di figure pubbliche dotate di un particolare spessore umano, etico e spirituale”.

L’attenzione che viene rivolta sia da credenti sia da non credenti ad alcune figure di testimoni credibili è motivo per pensare che oggi la comunicazione della fede è interpellata soprattutto sul piano della prassi e di una comunicazione che viva della testimonianza, fatta di accoglienza, capacità di vicinanza e di disponibilità ad accompagnare cammini.

* F.Garelli, E’ plausibile per i giovani d’oggi credere in Dio? in Francisco Sánchez Leyva, Credere e non credere a confronto. Per un’«apologetica originale, LAS 2019, 181-198; consultabile in “Note di pastorale giovanile”

Alessandro Cortesi op

 

 

XXV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0943Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La domanda sull’ingiustizia e sul male prodotto dalla malvagità umana attraversa i libri biblici. Il libro della Sapienza ne è testimonianza: si sofferma sull’atteggiamento di chi trama per eliminare il giusto, ne ricerca i motivi che generano opposizione e violenza. Il giusto è di imbarazzo agli empi e si oppone alle loro azioni. La sua vita è un rimprovero manifesto e continuo. In queste parole sta racchiusa insieme e nella contrapposizione la vicenda dei giusti e dei malvagi che cercano di eliminarli: ‘Condanniamolo a una morte infamante’. E’ la storia del tramare degli ingiusti che pretendono di essere padroni della storia e dominatori degli altri uomini. Avvertono come il comportamento di chi cerca un operare nella giustizia sia per loro una denuncia silenziosa: non solo contrasta i loro disegni ma li mette in discussione. La loro sfida è rivolta nei confronti di Dio stesso: ” Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza “.

Nella sua lettera Giacomo denuncia il desiderio scriteriato di possedere e di affermarsi a scapito degli altri: l’altro è visto come un concorrente e nemico. L’invidia e la brama di possesso stanno all’origine di guerre e conflitti: “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. A questo modo di vivere che è disordine di una vita dominata dal desiderio e dall’invidia è contrapposto un altro modo di vivere proveniente da un dono di sapienza: la sapienza che viene dall’alto genera pace, mitezza, capacità di comprensione nel non pretendere di affermare se stessi a scapito degli altri, e misericordia. Avere sapienza per Giacomo non significa sapere tante cose, ma attuare scelte di vita e di relazione seminando la pace. La sapienza è così un modo di guardare se stessi, gli altri le cose e genera uno stile di vita fecondo, di giustizia e di relazioni buone. “Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia”. La giustizia è frutto presente già nell’opera faticosa di chi semina e promuove la pace: proviene da un dono e segue all’opera di chi promuove la pace. La vera sapienza non è di chi vuole imporre con l’aggressivitàe  la violenza la sua ragione, ma di chi fa opera di pace. Giacomo indica una via di sapienza che interroga le relazioni tra le persone e i popoli. Proprio di chi ha scoperto il segreto che rende una vita saporosa e capace di frutti sta nel costruire pace, nel tessere scelte che vanno contro ogni soluzione di violenza e di guerra nei rapporti umani.

Marco nel suo vangelo vede Gesù come colui che viene consegnato e ucciso dagli uomini sperimentando umiliazione e solitudine. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: quella vita che agli occhi degli uomini era inutile e senza realizzazione, trova la conferma del Padre che pronuncia il suo ‘sì’ sulla vita di Gesù, il Figlio, nel risuscitarlo al terzo giorno. Gesù con il suo agire capovolge le attese dei suoi. I suoi non comprendono e le loro preoccupazioni rimangono fisse alla ricerca di affermazione e di superiorità sugli altri. Per la strada si interrogano su chi è il più grande. “Di che cosa stavate discutendo per la strada?. Ed essi tacevano”. Gesù affronta questa incomprensione ponendo un segno e una parola: “Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Nel mezzo pone un bambino e lo abbraccia. Chiede ai suoi quindi di vivere una logica diversa rispetto alle attese che nutrivano: camminare nel farsi servitori degli altri, non superiori e padroni, e richiama all’accoglienza dei piccoli. I bambini sono coloro che hanno bisogno di aiuto e sostegno, paradigma di tutti coloro a cui non sono riconosciuti diritti e tenuti ai margini. Gesù li pone invece al centro. Accogliere Gesù e il Padre sta in relazione al porre nel mezzo e accogliere i piccoli.

Alessandro Cortesi op

IMG_1056.JPGQuale vertigine

“I ragazzi che sfidano la morte e troppo spesso restano uccisi ci chiamano in causa. Come se, volendo mostrare a tutti l’ultima impresa da loro compiuta, scalare un centro commerciale, lanciarsi nel vuoto, attraversare i binari della ferrovia, ci chiedessero di essere visti, conosciuti, considerati. Dietro il più temerario degli autoscatti e sotto l’apparente vanagloria di certi gesti estremi, si nasconde una domanda drammatica: io sono qui? E tu, dimmi, dove sei? Per sentirsi accettati questi giovani hanno bisogno di un riscontro collettivo che non trovano né in casa, né a scuola, né in famiglia. Allora ricorrono ai social: senza i selfie scattati insieme agli amici e subito diffusi in Rete, alcuni forse non riuscirebbero neppure a vivere. Cercano un pubblico. In un mondo dove sembra esistere soltanto quello che risulta illuminato dalla luce dei riflettori, pretendono un posto”. Così Eraldo Affinati riflette sulle drammatiche notizie di adolescenti che sfidano in modi diversi la morte rimanendone vittime, alla ricerca di un brivido, di una vertigine o nella distrazione per un selfie in condizioni estreme. Conclude il suo articolo (E.Affinati, Diamogli la vertigine, “Avvenire” 18 settembre 2018) richiamando le parole del papa Francesco: “Purtroppo, nella realtà che abbiamo sotto gli occhi, molti quindicenni trascorrono ore di fronte allo schermo, privi di qualsiasi bussola di orientamento, nel grande mare informatico dove c’è tutto e il suo contrario. Di ben altro essi avrebbero invece bisogno. Ancora una volta è stato papa Francesco a ricordarcelo, poco più di un anno fa, al Convegno della Diocesi di Roma: «I nostri ragazzi cercano in molti modi la ‘vertigine’ che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela!».”

Proprio Francesco incontrando i giovani a Palermo, il 15 settembre u.s. nella sua visita ha ricordato la figura di 3P, padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia perchè ricercava la giustizia e richiamava i giovani alla vertigine di una vita vissuta nel servizio e nell’onestà: “Camminare, cercare, sognare… Un ultimo verbo che aiuta per ascoltare la voce del Signore è servire, fare qualcosa per gli altri. Sempre verso gli altri, non ripiegato su te stesso, come quelli che hanno per nome “io, me, con me, per me”, quella gente che vive per sé stessa ma alla fine finisce come l’aceto, così cattivo…”

“Noi siamo bravi a fare distinzioni, anche giuste e fini, ma a volte dimentichiamo la semplicità della fede. E cosa ci dice la fede? «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Amore e gioia: questo è accoglienza. Per vivere non si può solo distinguere, spesso per giustificarsi; bisogna coinvolgersi. Lo dico in dialetto? In dialetto umano: bisogna sporcarsi le mani! Avete capito? Se voi non siete capaci di sporcarvi le mani, mai sarete accoglienti, mai penserete all’altro, ai bisogni altrui. Cari, «la vita non si spiega, si vive!». Lasciamo le spiegazioni per dopo; ma vivere la vita. La vita si vive. Questo non è mio, l’ha detto un grande autore di questa terra. Vale ancora di più per la vita cristiana: la vita cristiana si vive. La prima domanda da farsi è: metto le mie capacità, i miei talenti, tutto quello che io so fare, a disposizione? Ho tempo per gli altri? Sono accogliente con gli altri? Attivo un po’ di amore concreto nelle mie giornate?

Oggi sembra tutto collegato, ma in realtà ci sentiamo troppo isolati, distanti. Adesso vi faccio pensare, ognuno di voi, alla solitudine che avete nel cuore: quante volte vi trovate soli con quella tristezza, con quella solitudine? Questo è il termometro che ti indica che la temperatura dell’accoglienza, dello sporcarsi le mani, del servire gli altri è troppo bassa. La tristezza è un indice della mancanza di impegno [dice compromesso”], e senza impegno voi non potrete mai essere costruttori di futuro! Voi dovete essere costruttori del futuro, il futuro è nelle vostre mani! Pensate bene questo: il futuro è nelle vostre mani. Voi non potete prendere il telefonino e chiamare una ditta che vi faccia il futuro: il futuro devi farlo tu, con le tue mani, con il tuo cuore, con il tuo amore, con le tue passioni, con i tuoi sogni. Con gli altri. Accogliente e al servizio degli altri”.

Significative infine le parole di Francesco a conclusione, quando, rivolgendosi ai presenti e tenedo presente che davanti a lui erano molti giovani cristiani ma anche giovani di altre religioni e agnostici, ha detto: “chiederò a Dio che benedica quel seme di inquietudine che è nel vostro cuore”.

Alessandro Cortesi op

Alla ricerca del lavoro perduto

IMG_3076E’ appena uscito l’ultimo volume della collana ‘Sul confine’ curata dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ di Pistoia, sul tema del lavoro, presso la casa editrice Nerbini di Firenze. Il libro dal titolo Alla ricerca del lavoro perduto. Idee sul lavoro che cambia a cura di Giovanni Paci e Alessandro Cortesi, ed. Nerbini Firenze 2014, pp.280 (ISBN 9 788864 340890) raccoglie una serie di saggi sulla questione del lavoro oggi ponendo insieme diverse letture in modo interdisciplinare.

Qui di seguito l’indice del volume: chi fosse interessato ad averne copia può richiederlo all’indirizzo: info@domenicanipistoia.it

Alla ricerca del lavoro perduto

Introduzione di Giovanni Paci

Parte I – Lavoro oggi: il contesto

Il lavoro tra crisi e sviluppo. Appunti per una riflessione di Renzo Innocenti

Rimettere al centro il lavoro. Rimettere al centro i giovani di Franca Alacevich

La crisi e le imprese manifatturiere: l’impatto sul territorio pistoiese di Carlo Stilli

Il lavoro nel tempo della crisi: analisi e domande etiche di Alessandro Cortesi

Parte II – Lavoro oggi: letture e proposte

Europa e lavoro nella globalizzazione di Antonio Miniutti

Flessibilità, occupazione e produttività: che cosa non ha funzionato? di Sebastiano Nerozzi e Giorgio Ricchiuti

Welfare at work: flessibilità, sicurezza sociale, cittadinanza di Filippo Buccarelli

Note per una spiritualità del lavoro di Alessandro Cortesi

Ritorno al lavoro. La narrativa italiana tra deindustrializzazione e precariato (2002-2013) di Giovanni Capecchi

Copertina

Navigazione articolo