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Natività di san Giovanni Battista – 2018

IMG_0090.JPGIs 49,1-6; At 13,22-26; Lc 1,57.66-80

L’inno di Zaccaria è presentato da Luca come una profezia, espressione della presenza dello Spirito: Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo:

“Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo”.

La preghiera è un inno di benedizione rivolto a Dio che ha visitato il suo popolo. La presenza di Dio è indicata nella preghiera del sacerdote Zaccaria come quella di un tu che visita, e si fa vicino. E’ espressione di un’esperienza di Dio come presenza di qualcuno che sta accanto e porta conforto.

L’inno parla di una visita che si rende presente nella nascita, di Gesù, il salvatore. Dio visita suscitando vita, operando cose nuove, generando comunione. Luca legge la nascita annunciata a Maria in parallelo con la vicenda di Elisabetta sua parente, che non poteva avere figli ma riceve benedizione e fecondità inattesa. La sua vita è così visitata, dall’altro e dall’Altro, dal dono di Dio, dalla nuova vita di Giovanni, dalla vicinanza di Maria che si reca ad incontrarla.

La visita di Dio è anche in continuità con altre visite che attraversano una storia lunga nella storia d’Israele. La sua fedeltà si manifesta nel ricordare, e nel mantenere il legame dell’alleanza sin dalla prima uscita di Abramo che lasciò la sua terra accogliendo la chiamata e coinvolgendo la sua vita nella promessa ricevuta:

come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni”.

Il lungo cammino dell’alleanza, la lunga marcia che vede la migrazione al cuore della fede, è segnata dall’esperienza della misericordia di Dio, dal suo non venir meno nel visitare e stare accanto, ed è orientata ad una relazione. Risposta al dono di vicinanza sta nel servirlo in santità e giustizia. Sono questi i due orizzonti di una vita che si pone davanti a Dio e in rapporto agli altri: santità è la vita stessa di Dio da accogliere e custodire attuando nella vita uno stile di alleanza e liberazione. Giustizia esprime la fedeltà quale attitudine di ascolto rivolto alla promessa e di relazioni nuove, nel guardare l’altro con gli occhi di Dio che non viene meno alla sua misericordia.

“E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati”.

Giovanni è indicato col nome di profeta dell’altissimo: la sua vita è importante per comprendere Gesù e il suo stile è quello di un profeta, teso nell’annuncio di una venuta di Dio imminente e nella testimonianza personale della sua fedeltà.

“Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace”.

La preghiera di Zaccaria pone accento sulla tenerezza di Dio e sulla sua visita: annuncia così la presenza di una luce come liberazione che guida su vie di pace. La pace è parola che chiude quest’inno di benedizione, preghiera che ringrazia e scorge il presente come tempo di germogli, di nascite. E’ un testo chiave per leggere la vicenda di Giovanni come segno che Dio fa grazia. Il suo nome racchiude il progetto della sua vita, l’essere profeta portatore di parola di bene anche laddove sembra che non ci vi sia possibilità di vita e di futuro. L’esperienza della grazia fa rallegrare (Lc 1,57).

La benedizione di Dio diviene benedizione condivisa nelle parole di gioia, di bene, del rallegrarsi insieme. Abbiamo bisogno ancor oggi di profeti capaci di indicare la parola di bene di Dio nella nostra storia. Abbiamo anche bisogno di scambiarci parole di bene nel riconoscere i segni di grazia nonostante ogni buio. Abbiamo bisogno di imparare da Giovanni colui che preparato le strade.

Alessandro Cortesi op

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Sulla via della pace

Mercoledì 20 giugno ricorre la Giornata del Rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite. Giornata che in questi tempi di regressione a livello globale nel rispetto dei diritti umani assume una particolare rilevanza. E’ infatti una giornata che intende ricordare l’approvazione della Convenzione di Ginevra del 1951. Una convenzione che impegna gli Stati che l’hanno sottoscritta a garantire protezione  a “chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

Dopo la devastazione e la violenza della II guerra, dopo le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei e di altre minoranze tra cui i rom, la Convenzione di Ginevra seguita alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, ha segnato un passaggio decisivo di affermazione dei diritti e di riconoscimento dei fondamenti alla base di nuovi rapporti tra gli stati europei. Altri stati si sono aggiunti successivamente, sino agli attuali 145 Paesi nel mondo. Ma alcuni stati tra i quali la Libia (è bene ricordarlo!) non hanno sottoscritto questa convenzione che protegge chi cerca rifugio e asilo fuggendo dal proprio paese.

Ieri è stato presentato il rapporto annuale Global Trends 2017 a cura del Agenzia delle Nazioni Unte per i rifugiati (UNHCR) che raccoglie i dati relativi ai rifugiati nel mondo. 68,5 milioni persone nel mondo vivono nella condizione di rifugiati ed è da considerare che si tratta di un movimento continuo e in divenire senza interruzione. 44.500 persone al giorno circa si mettono in cammino per fuggire da guerre, conflitti, persecuzioni di diverso tipo e nel corso del 2017 sono stati particolarmente ingenti gli spostamenti di massa dal Congo, dal Sud Sudan e dal Myanmar (la popolazioni rohingya).

Nel 2017 circa 5 milioni di profughi hanno potuto far ritorno ai territori o paesi di origine. Circa i 2/3 dei rifugiati nel mondo provengono da cinque paesi: Siria (6,3 milioni), Afghanistan (2,6 milioni), Sud Sudan (2,4 milioni) Myanmar (1.2 milioni) Somalia (986.400). I richiedenti asilo, cioè coloro che hanno presentato richiesta di protezione internazionale erano 300 mila nel 2016 e 3,1 milioni nel 2017. Tale aumento segnala come siano peggiorate le condizioni per l’esame delle domande e per il riconoscimento dello status di rifugiato.

La stragrande maggioranza dei profughi risiede non come è idea diffusa, nei paesi occidentali, ma al contrario in paesi poveri. Per lo più chi è costretto a spostarsi dalla sua casa e dal proprio ambiente, portando con sé i beni essenziali e i familiari, lo fa in territori vicini alla sua terra, oltre i confini, con la speranza di rientrare presto. Per questo i luoghi dove si ha il maggior numero di profughi sono la Turchia (a seguito dell’accordo del 2016 con l’Unione europea per il trattenimento dei 3,5 milioni siriani in fuga dalla guerra), poi il Pakistan che ospita metà dei profughi dall’Afghanistan, Uganda, Libano e Iran. Il Libano ha il maggior numero di rifugiati in rapporto ai cittadini (164 ogni mille abitanti) In Italia nel 2017 vi erano 19 rifugiati ogni 1000 abitanti.

Questi numeri richiamano a volti, storie, speranze e ferite di persone che nel mondo sperimentano violazioni di diritti fondamentali. La convenzione di Ginevra la convenzione dei diritti del bambino, sono pietre miliari del diritto che offrono principi ed esigenze da riconoscere ad ogni essere umano. E’ disumano il trattamento riservato ai bambini separati dai loro genitori al confine del Messico, è contro i trattati internazionali far subire alle persone trattamenti degradanti e non riconoscere quella protezione riconosciuta e sottoscritta come solenne impegni degli Stati in convenzioni internazionali proprio a seguito dell’esperienza della devastazione prodotta da leggi razziali e discriminazioni.

La lunga marcia dei diritti è faticosa. Il prof. Antonio Papisca (1937-2017), testimone della elaborazione e attuazione dei diritti umani,  suggeriva di apprendere ad utilizzare “la grammatica dei ‘segni dei tempi’”. Per lui ciò significava “il discernimento e la disponibilità a cogliere, nella fedeltà a valori universali, le opportunità che la provvidenza nella storia offre per costruire strutture e percorsi di bene”. Ne parlava come di un cammino da portare avanti con l’atteggiamento di chi sa guardare oltre, con pazienza affrontando difficoltà, contrasti e momenti di tenebra. “La cultura dei diritti umani è antitetica all’anarchismo o alla svendita delle istituzioni e delle regole”. “ll Diritto internazionale dei diritti umani è portatore di pensiero forte, che non si presta a relativismi di comodo. (…) E’ un Diritto fatto di imperativi che neppure gli automatismi aritmetici della democrazia elettorale possono disattendere” (Discorso 10.12.2007 Università di Padova; Giornata internazionale dei diritti umani).

…e dirigere i nostri passi sulla via della pace…

Alessandro Cortesi op

 

III domenica di Avvento – anno B – 2017

Pieter Bruegel il vecchio predica di san Giovanni Battista 1566 Museo delle Belle arti Budapest(Pieter Bruegel il vecchio, Predica di Giovanni Battista, 1566, Museo Belle Arti Budapest)

Is 61,1-11; 1Tess 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

La terza parte del libro di Isaia è opera di uno o più profeti nel periodo dopo l’esilio. Viene ripreso l’annuncio di consolazione e di speranza del secondo Isaia (Is 40-55) profeta della fine dell’esilio che, leggendo gli eventi, indicava la strada di un nuovo esodo.

Dopo il ritorno dall’esilio però l’esperienza dell’ingiustizia e dell’oppressione genera delusione. Il terzo Isaia medita sulla storia come luogo in cui Dio si rivela e propone un annuncio di speranza: nonostante le contraddizioni e il male Dio non abbandona il suo popolo. Il suo agire è come madre: “Come un figlio che la madre consola, così anch’io vi consolerò… (Is 66,13-14; cfr. Is 49,14s). Lo sguardo del profeta si spinge ad indicare un tempo definitivo e finale, annunciando la speranza di cieli nuovi e terra nuova.

Tratto specifico della sua teologia è l’apertura universale: la salvezza comprende tutti i popoli della terra. In un futuro nuovo i popoli apparterranno a Dio che ama di amore eterno: “Li chiameranno ‘popolo santo’, ‘redenti dal Signore’, e tu sarai chiamata ‘ricercata’ e ‘città non abbandonata’ (Is 62,11-12).

Il profeta avverte la chiamata a portare il lieto annuncio ai poveri, il ‘vangelo’ come bella notizia di gioia a chi ha il cuore ferito, vive in condizione di oppresso, è prigioniero. La lieta notizia è annuncio di un tempo di misericordia del Signore. L’intera pagina è pervasa della gioia: il profeta inviato dovrà consolare, versare olio di letizia e canto di lode.

Un tempo nuovo si apre: Israele sarà ‘popolo di sacerdoti’ e anziché umiliazione si vivrà l’esperienza della gioia e la possibilità di ricostruire città abbandonate. Ed anche lo straniero, avrà posto a questa gioia. La pagina si conclude con l’immagine dello sposo che si prepara per incontrare la sposa, rinvio al rapporto tra Dio fedele e il popolo d’Israele. E’ anno di giubileo (Lev 25,8-17) di liberazione degli schiavi, di condono del debito e redistribuzione delle terre. Il profeta si presenta come annunciatore di questo evento, un anno di misericordia del Signore.

La visione si allarga a cogliere la fecondità dell’agire di Dio: al centro sta l’immagine del giardino in cui il Signore fa germogliare giustizia e lode davanti a tutti i popoli. Il dono di vita di JHWH coinvolge Israele e tutti i popoli.

Gesù nel suo discorso inaugurale nella sinagoga di Nazareth, riprende queste parole presentandosi come il profeta inviato ad annunciare il tempo della grazia (Lc 4,16-21).

Anche nella pagina del vangelo i temi centrali sono la gioia e la testimonianza. La figura di Giovanni Battista compare sin dal prologo di Giovanni. Il venire della Parola, luce che illumina ogni uomo è preparata da un testimone: ‘venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce ma doveva render testimonianza alla luce… “

Nel quarto vangelo l’azione del ‘testimoniare’ è orientata alla figura di Gesù, e rinvia ad un’esperienza diretta di incontro con lui. Il battista parla di sé dicendo che non è lui il messia e indica “in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”.

La sua testimonianza si situa in un’atmosfera di ostilità e opposizione. ‘I giudei’ nel IV vangelo sono simbolo di chi è preoccupato di sé e del proprio potere. Da essi Giovanni Battista viene interrogato con sospetto: le tenebre della presunzione e dell’autosuffi-cienza si contrappongono alla luce. Giovanni dice la sua identità fragile, rivolta ad altro, non autosufficiente: è solamente ‘voce’ … di colui che grida nel deserto: raddrizzate la via del Signore…’ -. Il gesto dell’immersione nelle acque del Giordano, il battesimo da lui proposto, è segno di preparazione ad un intervento di Dio stesso, segno di attesa e di disponibilità ad un cambiamento della vita. Tutta l’attenzione è fatta convergere su Gesù.

Nei tratti del Battista si delinea il profilo del credente che nelle difficoltà vive la gioia del testimone e sta in rapporto con Gesù lasciandosi coinvolgere nella conoscenza di lui che significa incontro e cambiamento della vita.

La gioia è il motivo centrale di questa terza domenica di avvento: è una gioia motivata dall’attesa perché ‘il Signore viene’: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto rallegratevi, il Signore è vicino” (Fil 4,4-5).

Alessandro Cortesi op

Nacimiento_de_San_Juan_Bautista_(Artemisia_Gentileschi).jpg(Artemisia Gentileschi, Nascita di Giovanni Battista – 1635)

Testimone di luce

Artemisia Gentileschi, pittrice del XVII secolo, dipinse questa tela a olio nel 1635, mentre era a Napoli. Commissionata dal vicerè di Napoli, il conte duca Olivares, questa tela era parte di una serie di dipinti sulla vita del Battista. E’ un’opera della maturità di quest’artista che come donna visse tutte le difficoltà per affermarsi con le sue capacità di pittrice in un mondo dominato da uomini. Vittima di violenza in giovane età non smise di lottare per realizzare con la sua arte la capacità e la sensibilità propria delle donne. In questo quadro Artemisia offre una sua personale interpretazione della figura del Battista fissando il momento della nascita.

Sulla sinistra in secondo piano nella penombra si scorge la figura di Elisabetta che manifesta nella contrattura del volto la sofferenza del parto appena avvenuto. Vicino a lei una donna che l’assiste e davanti a lei Zaccaria appare seduto, l’ampia fronte stempiata. Chiuso nel suo mutismo, sta scrivendo su di un foglio il nome del bambino. La scena di destra è composta di più presenze, movimentata e viva. E’ il riflesso di una nascita in un tempo e in una ambiente contemporaneo all’artista, nella Napoli del ‘600, all’interno di un palazzo in cui sullo sfondo s’intravede un panorama sui monti, forse allusione al Vesuvio?

Il neonato Giovanni è accudito da alcune donne che sono vestite nelle fogge della Napoli di quel tempo. I loro movimenti denotano la gioia per la nascita, gli sguardi esprimono dialogo e scambio. I gesti esprimono la calma energia di chi sa prestare aiuto con modi forti e fermi nel tenere in braccio il neonato, nel lavarlo con l’acqua calda preparata e nel predisporre la fasciatura con le fasce tenute già tra le mani per avvolgerlo. Il dialogo dei volti parla di una curiosità e interesse attorno al piccolo che tende le mani in segno di aiuto. In particolare l’ancella di sinistra con la mano sotto il mento è fissata in una posa familiare e nello stesso tempo attenta e interrogativa. In quei gesti quotidiani, attorno a quel momento di vita venuta alla luce il dipinto fa emergere una luminosità particolare.

Artemisia offre un’interpretazione personale di un aspetto della figura di Giovanni, riprendendo sì la narrazione dell’infanzia secondo il vangelo di Luca, ma anche tenendo presente la descrizione del Batista che il IV vangelo offre: “venne come testimone per dare testimonianza alla luce”. La luce e l’ombra nel dipinto di Artemisia costituiscono un elemento rilevante che rende affascinante la composizione. Vi è infatti presentato un contrasto profondo tra lo scuro e la chiarità della luce. Ne risultano esaltati i colori degli abiti, le sfumature delle carnagioni, la luminosità degli sguardi.

La nudità avvolta di luce di Giovanni, al centro, tenuto da mani forti, costituisce il luogo del riflettersi di una luce, riverberata dalla camicia bianca dell’ancella inginocchiata sul catino nell’atto di sciacquare, che si riflette sui volti e sugli abiti delle altre donne a lui intorno. Nella sua vita il Battista è testimone di luce, quella luce che illumina ogni uomo e donna e rende i gesti quotidiani della cura luogo in cui scorgere una presenza di luce. L’incarnazione è annuncio che tutto l’umano, la relazione di sguardi e parole, i gesti del far crescere, la corporeità sono luogo di incontro con Dio. Battista è testimone di questa luce che illumina ogni volto.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

II domenica di Avvento – anno A – 2016

img_4694(Giuliano Vangi, Giovanni Battista – scultura, Firenze)

Is 11,1-10; Rom 15,4-9; Mt 3,1-12

“In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea”. Inizia dal deserto il cammino di Gesù. Inizia da un seguire, dall’essere discepolo, il cammino del maestro. Una ‘voce nel deserto’ è immagine che esprime la testimonianza di Giovanni: una voce nel deserto si disperde; una voce nel deserto sembra inutile. Ma è segno della radicalità e della fragilità del suo agire. Perché Giovanni richiama al cammino dell’esodo, alla fedeltà all’alleanza, a recuperare l’essenziale laddove non ci sono altri orpelli e sicurezze: deserto è stato per israele il tempo del fidanzamento. Nel deserto, dove anche poca acqua giunge, può fiorire un giardino.

Il deserto della Giudea è pietroso e inospitale ma le acque del Giordano lo attraversano e dove arriva l’acqua il deserto si trasmuta. Giovanni aveva scelto di recarsi nel deserto. Era un segno profetico. Proprio lì richiama ad un cammino di fede che si pone in discussione e si apre al cambiamento: richiama ad una tronare indietro, a cambiare strada, perché il ‘regno dei cieli è vicino’. Chiede conversione: un mettersi movimento dando spazio di attenzione non ad altro, ma al venire di Dio nella storia. Giovanni è profeta di Dio e richiama ad un rapporto nuovo con Lui.

E’ un profeta, afferrato dalla Parola di Dio e per questo si scontra con il potere. Vive in prima persona il messaggio che annunciava: il suo stile di vita è quello di un uomo esigente con se stesso. E’ uomo dell’attesa, prende sul serio la presenza di un Dio che ha scelto di entrare in relazione e attende ascolto. La sua parola è orientata verso qualcun altro, ‘colui che viene dopo’. Tutta la sua vita è decentrata, aperta a comunicare ad altri e orientata verso un altro, che Giovanni sente più grande, più forte.

Nel deserto Giovanni è testimone di radicalità di esigenza con toni di minaccia. Chi si reca da lui è spinto a cambiare vita,a non pensare che tutto possa continuare nei termini di una religiosità che va a braccetto col potere o che non si pone l’esigenza di scelte concrete, di frutti. Dice che immergersi nelle acque del Giordano è per la conversione. E’ gesto che esprime la scelta di cambiare per nuovi inizi. Il deserto è luogo di un incontro autentico con Dio, nella essenzialità, nella nudità priva di sicurezze. Deserto è anche lo spazio del cammino faticoso verso la libertà, luogo della prova. Giovanni scorge un giudizio imminente, in cui ciò che vale sarà tenuto e quanto è superfluo viene consumato.

C’è chi dice ‘abbiamo Abramo per padre’ ed è chiuso nella pretesa di essere a posto, detentore di privilegi. Giovanni pone in crisi tale modo di vivere la religione ed offre prospettive nuove: figli di Abramo, cioè i veri credenti non sono alcuni garantiti, o chi si vanta di appartenenze di bandiera, ma coloro che vivono scelte di giustizia e di pace e sanno portare benedizione: sono questi i frutti della conversione. E’ questo il senso del regnare di Dio: ‘libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto… in lui siano benedette tutte le stirpi della terra’ (Sal 71). Il Dio di Abramo è il Dio vicino ai poveri e agli oppressi, colui che chiama ad un cammino, a fidarsi delle sue promesse, anche nella smentita.

Giovanni con la coerenza della sua vita, con il suo stile sobrio, è voce che nel deserto richiama a preparare le vie del Signore con scelte di sobrietà, di essenzialità, di effettivo cambiamento.

Alessandro Cortesi op

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Nazareth e il deserto

Cento anni fa il 1° dicembre moriva Charles de Foucauld, una delle figura più significative di un modo di intendere la fede e il cammino cristiano in un tempo nuovo. Era un uomo che aveva colto le sfide di un futuro che appena si affacciava perché era andato in profondità, alle radici della sua vita e alle radici dell’esperienza cristiana. Era andato a cercare le tracce di Gesù laddove c’era solo silenzio, a Nazareth.

Era nato a Strasburgo il 15 settembre 1858, nella sua adolescenza visse una profonda crisi di fede fino a maturare un rifiuto e posizioni di scetticismo. Divenne militare e fu ufficiale in Algeria. Ma matura una profonda inquietudine e nel 1882 lascia l’esercito e parte per un viaggio di esplorazione attraverso il Marocco, poi nel deserto tra Algeria e Tunisia. E’ un viaggio in cui si fa accompagnare da un ebreo, e registra le sue scoperte e le sue rilevazioni geografiche. Successivamente a Parigi, nel 1866, vive un momento di interrogativi e così egli stesso testimonia i suoi pensieri: “Mio Dio, se esisti, fa che io Ti conosca!”. Visse così un percorso di conversione interiore accompagnato dall’incontro con un prete, l’abbé Henry Huvelin: “Non appena credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui”. Subito dopo quell’ottobre 1866 parte per la Terra santa e si reca a Nazareth per percorrere le strade in cui Gesù artigiano, nel nascondimento della vita quotidiana, aveva posto i suoi piedi.

Tornato in Francia entra nella Trappa di Notre-Dame des Neiges, successivamente poi nella Trappa di Akbès, in Siria. Ma matura la convinzione che nella Trappa non è possibile vivere l’umiltà di Nazareth. Nazareth per lui significa la vicinanza e l’assunzione di una vita di semplicità, di povertà. Si fa chiaro in lui una direzione fondamentale: seguire e imitare Gesù nella dimensione di Nazareth, nell’esistenza umile, nascosta, fatta di lavoro e di quotidianità, nello stare davanti a Dio. Gli si fa chiara anche l’idea di radunare altri con cui condividere questo ideale in una comunità: “lo scopo sarebbe condurre quanto più esattamente possibile la stessa vita di Nostro Signore, vivendo unicamente del lavoro delle mani, senz’accettare nessun dono spontaneo né alcuna questua, e seguendo alla lettera tutti i suoi consigli, non possedendo niente, privandosi del più possibile, anzitutto per essere più conforme a Nostro Signore e poi per dargli il più possibile nella persona dei poveri. Aggiungere a questo lavoro molte preghiere”. Nazareth per Charles non è solo la preparazione alla vita successiva di Gesù, ma il cuore della sua stessa esperienza.

Nel 1897 Charles si stabilisce a Nazareth e lì vive per tre anni in una piccola casa vicina al monastero delle clarisse, lavorando, a imitazione di Gesù operaio e leggendo i vangeli (cfr. Antonella Fraccaro, Charles de Foucauld e i Vangeli, Glossa). Così egli dice il senso di tale concentrarsi sui vangeli: “Leggo: 1°) per darvi una prova d’amore, per imitarvi, per obbedirvi; 2°) per imparare ad amarvi meglio, per imparare a imitarvi meglio, per imparare a obbedirvi meglio; 3°) per poter farvi amare dagli altri, per poter farvi imitare dagli altri, per poter farvi obbedire dagli altri””

Viene ordinato nel 1901 e si stabilisce poi a Beni Abbès nel Sahara algerino poi qualche anno dopo tra i tuareg a Tamanrasset. Vive in un contesto di povertà, cercando di essere semplicemente fratello e di vivere una testimonianza del vangelo in modo gratuito. Suo desiderio era solamente quello di far conoscere, attraverso la sua amicizia, la bontà di Gesù. Al cuore della sua vita il conversare e stare di fronte all’eucaristia in un rapporto con il Signore a cui affida color che sono suoi anche se non lo conoscono.

A Tamanrasset viene ucciso il 1 dicembre 1916 mentre era in corso uno scontro tra truppe ribelli del Sahara. “Se il chicco di grano non muore rimane solo, se invece muore porta molto frutto” (Gv 12,24). Charles De Foucauld è stato testimone di una vita a seguito di Gesù spoglia e capace di concentrarsi sull’essenziale, vivendo il vangelo come condivisione e offerta inerme di fraternità. . “Vorrei essere buono perché si possa dire: se tale è il servo, come sarà il Maestro?”. Ha scorto nel deserto un luogo di testimonianza spoglia e libera, che ritorna all’essenziale. Una profezia che corre ancora ed è sussurro che chiama nel silenzio di Nazareth, da accogliere da parte della chiesa…

Alessandro Cortesi op

Natività di san Giovanni Battista – 2012

Is 49,1-6; At 13,22-26; Lc 1,57.66-80

Giovanni, il profeta

Giovanni è una figura chiave per accostare Gesù. Gesù fu certamente affascinato da Giovanni, dalla sua testimonianza e ad un certo punto si recò da lui presso il Giordano dove predicava e battezzava. Troviamo nei vangeli alcune parole di Gesù su Giovanni cariche di ammirazione: “tra i nati di donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui” (Lc 7,28). Gesù indica Giovanni come un profeta: “cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì io vi dico, anzi più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco dinanzi a te mando il mio messaggero davanti a te egli preparerà la tua via (Es 23,20)” (Lc 7,26-27). Giovanni è profeta perché intende la sua vita nel rispondere ad una esigenza che viene dalla chiamata di Dio, nell’annunciare la sua Parola, oltre ogni considerazione di tranquillità e di sicurezza della sua stessa vita. Giovanni è profeta. In tempi difficili come quelli che stiamo vivendo ascoltare la voce dei profeti, ricercare la loro testimonianza, farsi eco delle loro indicazioni è quanto mai importante. Giovanni è figura di profeta che contesta ogni genere di potere che sottomette l’uomo. In che modo viviamo questa attenzione alla parola di Dio e alle voci dei profeti che ci richiamano con la loro coerenza alla fedeltà alla Parola?

Il nome Giovanni: Dio fa grazia

Il nome di Giovanni reca in sé l’orizzonte in cui si pone la sua vita: ‘Dio ha fatto grazia’. Giovanni annuncia un tempo che sta per finire, un tempo in cui prepararsi ad un intervento di Dio nella storia. Un tempo in cui non valgono i diritti acquisiti di tipo religioso. Nessuno può nutrire pretese davanti a Dio ma tutti sono chiamati a cambiare nel cuore per accogliere la grazia di Dio. E per tutti, al di là delle separazioni di tipo religioso, vi è possibilità di cambiamento per accogliere la presenza di Dio. Giovanni è profeta della conversione. E’ annunciatore esigente di un cambiamento in vista di prepararsi al giorno di Jahwè. Gesù condividerà con Giovanni la distanza rispetto al tempio, al culto, ed il superamento delle separazioni tra puro e impuro, come pure la critica ad ogni potere, politico o religioso, che si impone sulle esistenze. In modi analoghi anche se diversi, sia Giovanni sia Gesù subiscono il rifiuto: “È venuto infatti Giovanni Battista che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Lc 7,33-34). Il nome Giovanni indica l’agire di misericordia di cui Giovanni è testimone. E’ nome che fa vincere il silenzio di Zaccaria, che apre alla benedizione, è nome che apre allo stupore: ‘Che sarà mai questo bambino?’. Luca in tal modo rilegge a partire dagli eventi della Pasqua le due vicende di Giovanni e di Gesù in parallelo e presenta Giovanni come colui che prepara la via di Gesù. Giovanni è segno della presenza di Dio che fa grandi cose e  dice che nella vita c’è una chiamata a corrispondere al ‘nome’ ricevuto. Ognuno e ognuna ha ricevuto un ‘nome’ che possiamo accogliere come promessa e come apertura agli altri nel percorso della vita.

Una nascita segno di benedizione e gioia

La nascita di Giovanni è presentata da Luca in un contesto di meraviglia, di gioia e di benedizione di Dio. Giovanni è segno della azione di Dio che porta vita là dove tutto sembra declino e morte. La vecchiaia simbolo di decadimento diviene luogo di vita e di gioia condivisa. Elisabetta, detta la sterile (Lc 1,36), nella sua vecchiaia ha potuto partorire questo bambino. E’ segno che Dio compie ciò che è impossibile all’uomo. La misericordia di Dio apre a scoprire  speranza e apertura ad una vita inattesa. E’ parola di bene che fa germogliare l’insperato. Giovanni nasce nell’esperienza di Elisabetta e Zaccaria, due figure che Luca presenta come ‘giusti’: cioè fedeli di fronte al Dio fedele. Il loro cammino non va senza prove, dubbi, senza momenti di venir meno. Zaccaria è presentato nel suo cedere all’incredulità. Tuttavia in questo cammino vissuto con fatica Dio agisce nonostante le fragilità e i cedimenti. La nascita di Giovanni è segno che Dio fa grazia, ha una parola di bene anche laddove sembra che non ci vi sia possibilità di vita e di futuro. L’esperienza della grazia fa rallegrare insieme: “I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei” (Lc 1,57). La parola di benedizione di Dio trova eco nelle parole di gioia, di bene, del rallegrarsi insieme. Sono feconde di parole condivise di bene. Abbiamo bisogno oggi di profeti che ci indichino la parola di bene di Dio nella nostra storia. Abbiamo anche bisogno di scambiarci parole di bene che sappiano riconoscere i segni di grazia nonostante incapacità, dubbi, cedimenti. E abbiamo bisogno di luoghi e  momenti per scambiare insieme ascolto e possibilità di gioire insieme.

Alessandro Cortesi op

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