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Giovedì santo 2019

bibbia45_843919“Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita…

…Signore tu lavi i piedi a me?”

Celebriamo anche quest’anno la pasqua. E viviamo questa atmosfera familiare propria della pasqua ebraica. Celebriamo con senso di festa. È memoriale, giorno di memoria, ‘lo celebrerete come festa del Signore…’

Celebrare significa avvertire il tempo, le cose, le occupazioni con un senso profondo e diverso: non tutto si esaurisce qui e ora, nella superficie, ma questo tempo, queste piccole cose, occupazioni hanno una dimensione più profonda. Tutto rinvia oltre. Per pochi giorni una pausa dalla rincorsa quotidiana tra lavoro, impegni, preoccupazioni e ritardi mai recuperati… in una primavera in cui c’è ancora spazio per la bellezza del fiorire degli alberi, che investe con fiori, colori e profumi. E nel profondo contrasto che si avverte tra la bellezza che ci raggiunge nel germogliare della vita della natura e i segni di disumanità che percepiamo crescere e avanzare nelle parole di spregio e di esclusione, in scelte di violenza, nell’arroganza di chi comanda nel mondo e di coloro che osannano ai vari Trump, Salvini, Orban… macchiette di una tragica commedia. Nel contrasto con le notizie di drammi vicini e lontani, della paura che attanaglia la vita, delle sofferenze palesi e nascoste di tanti cuori.

Lo sguardo della fede è capacità di vedere l’invisibile nelle cose visibili, di solcare con lo sguardo orizzonti che danno senso al quotidiano, di guardare anche nel limitato evento di ritrovarsi insieme in questa sera di primavera per celebrare la memoria di un gesto che sta alla base del nostro vivere.

Celebrerete con i fianchi cinti: è una prescrizione della liturgia pasquale ebraica. Sa di contrasto con la lentezza di un rito tutto chiuso in se stesso: sembra che celebrare la pasqua debba essere un momento di passaggio, appunto. Non c’è da sostare, bisogna partire e ripartire. I fianchi cinti, i sandali ai piedi: sono i simboli di chi si mette in viaggio. Sono i simboli di chi parte e partendo si apre alla novità al cambiamento, alla speranza. E’ di chi sa partire la capacità di rivolgere lo sguardo non già alle cose grandi ma ai piccoli semi che stanno per crescere, a ciò che sta per spuntare.

Viviamo tempi in cui siamo chiamati a non fermarci. Un ritmo accelerato di cambiamenti, di forze incalzanti da più parti ci spinge a muoverci continuamente: notizie, innovazioni, mobilità…flessibilità. Ma tutto questo il più delle volte è come un movimento di superficie del mare agitato dal vento, ma che non segna il profondo. C’è per contro un altro tipo di movimento poco visibile, ma molto più forte, interiore e esistenziale. E’ forse questo il partire a cui siamo invitati questa sera.

I sandali ai piedi sono il distintivo del viandante e del pellegrino che cammina, che compie il suo viaggio, che sa cosa significa partire, abbandonare e abbandonarsi, e sa anche la fatica di lasciare sicurezze e comodità acquisite. C’è un partire fisico e c’è un partire del cuore.

Forse la pasqua quest’anno ci chiede questo: una richiesta antica e nuova. Vivere questa pasqua come chi si mette in viaggio, non da possessori di certezze e orgogliosi gestori di potere. Nemmeno capaci di giudizio sugli altri perché sicuri (o impauriti) nella propria identità da opporre all’altro, ma un viaggio – che come ogni viaggio interiore o esteriore – fa solcare confini e barriere, fa andare al di là, oltre, e spinge a passare, a valicare. I fianchi cinti e i sandali ai piedi indicano la sobrietà del vestito di chi accetta la fatica del cammino: non troppe cose, non troppo bagaglio, ma solo l’essenziale. E’ più faticoso nella vita rintracciare l’essenziale che lasciarsi sommergere da tutto ciò che pensiamo indispensabile ma che non lo è… anche nella fede, anche nella vita di chiesa. E forse è un passaggio di autenticità da compiere prima o poi.

I fianchi cinti… ci invita a pensare con fiducia al futuro: solo chi ha un sogno può mettersi in cammino. Troppo spesso ci lasciamo costringere ad invecchiare pensando che la disillusione e il disincanto siano le caratteristiche della maturità e dell’età adulta. Sono invece l’inermità e lo scoprirsi vulnerabili, come anche la disponibilità a parlare, al dialogo, le caratteristiche di chi parte; ed anche una leggerezza rispetto alle cose. Solo chi non ha tutto e sa limitare l’uso stesso delle cose può apprezzare la bellezza e la gioia per le cose più semplici: l’acqua, un riparo, il cibo, il lavoro, gli incontri, un bel libro… è questa la grazia del deserto: il silenzio, l’acqua, il cielo stellato come panorama della notte, invito alla meraviglia e alla gratitudine, a riconoscere che non siamo soli.

Anche Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti: lui che è presentato dai vangeli sempre in cammino, che sulla via ha istruito i suoi discepoli, che sulla strada ha compiuto i suoi gesti più belli, donando il vedere a quel cieco che poi si mise a seguirlo proprio sulla strada. Lui che sulla strada trovava i luoghi della sosta e del riposo nel cammino. Ed erano luoghi di incontro di amicizia, di fraternità. Non dovrebbe essere così anche la chiesa, un luogo di fraternità, dove ci si può ristorare durante il cammino, luogo dove si può passare (fare pasqua, appunto), scoprendo qualcuno che ha cinto per primo i suoi fianchi ed è partito?

Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti e cinti con quel cencio che Giovanni indica nell’asciugatoio. L’ha vissuta dicendoci quindi che la pasqua si vive intendendo la vita come cammino, per sé e per gli altri. Ma con quell’asciugatoio attorno ai fianchi ci ha detto anche che questo cammino raggiunge il suo senso, è ben orientato, è realizzazione di sé se diventa cammino di servizio.

Forse il più bel modo di celebrare la pasqua è proprio fermarci qui e fare nostra quella domanda di Pietro. ‘Signore, tu lavi i piedi a me?’ Non è già la scoperta che questo dovrò farlo anch’io, che dovremo seguire l’esempio di Gesù, che dovremo lavare i piedi agli altri… questo è forse troppo. Ma forse possiamo solo fermarci a vivere lo sconcerto perché… ‘tu, proprio tu, lavi i piedi a me’. e la meraviglia perché quei fianchi cinti per partire sono i tuoi fianchi… e la gratitudine perché quei fianchi sono cinti con il grembiule della cura, dell’attenzione e del servizio. E anch’io e con me tutti noi siamo coinvolti in questo tuo lavare i piedi. E questo forse è già tutto nel tramonto di questo giorno in cui ci troviamo a ripetere ‘Rimani con noi, in mezzo a noi, perché si fa sera…’

Alessandro Cortesi op

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Giovedì santo – Cena del Signore – 2018

IMG_2704.JPGEs 12,1-14; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

Segni, parole, silenzi, musica in questo ritrovarsi del giovedì santo accompagnano e introducono nel mistero della pasqua.

E’ il centro da cui trae origine la vita dei credenti. Il giovedì santo ci fa rivivere il gesto della lavanda dei piedi di Gesù la sera dell’ultima cena, ma di più ci fa cogliere due lavande: nella messa crismale del mattino, la messa celebrata dal vescovo con tutta la chiesa locale nella cattedrale, al centro sta il segno dell’olio profumato: sono consacrati l’olio dei catecumeni, il crisma e l’olio degli infermi e si legge la pagina dell’unzione di Betania (Gv 12,1-11). Nella cena del Signore, la sera, riviviamo il gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi. Al mattino il gesto dell’unzione dei piedi con olio profumato da parte di Maria a Gesù, alla sera la lavanda dei piedi da parte di Gesù ai suoi discepoli con l’acqua.

Gesù era a Betania, ad un banchetto in cui anche Lazzaro era uno dei commensali. Il IV vangelo narra che Maria prese trecento grammi di profumo assai prezioso e cosparsi i piedi di Gesù. E’ una prima lavanda dei piedi, nei confronti di Gesù. Marco nel suo vangelo – dopo aver presentato questo gesto, di una donna senza nome, che unge il capo di Gesù – vi aggiunge una parola di Gesù stesso: “In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mc 14,9). L’annuncio del vangelo sarà per sempre connesso alla memoria di questo gesto di gratuità, di cura, di tenerezza. Un gesto di donna. E’ un gesto che rinvia alla morte di Gesù, ma anche alla speranza connessa al suo corpo che non resterà prigioniero della morte.

I gesti di Maria portano le caratteristiche di quelli dell’amata del Cantico dei cantici: “Mentre il re è sul suo divano, il mio nardo spande il suo profumo” e l’accoglienza di Gesù è presentata come la risposta dell’amore: “un re è stato preso dalle tue trecce” (Ct 7,6).

Maria conosce l’amore e ama vivendo la gratuità, la mancanza di misura propria dell’amore. Non teme di perdere, né di mettere in gioco tutta la vita nei confronti di Gesù. Offre qualcosa di bello, di prezioso. Quell’olio è indicazione di un dono, del suo amore versato, che non segue la logica del dare e dell’avere, ma si offre, spendendosi. E’ anche simbolo del rivolgersi a Cristo nell’abbandono pieno di fiducia. Ma è anche un segno profetico, che racchiude la vita stessa di Gesù, una vita donata. Proprio la delicatezza del gesto dell’unzione esprime anche l’attesa di una novità, l’evento del primo giorno dopo il sabato: Gesù, il crocifisso è rialzato da Dio. L’unzione del suo corpo è promessa e attesa che quel corpo non verrà abbandonato nel buio della morte ma sarà il corpo glorioso del Risorto.

Maria di Betania si affida oltre ogni speranza a Cristo nel suo amore. La lavanda dei piedi di quel giorno è segno della libertà nuova di poter ‘sprecare’ le cose più preziose nel rapporto con Gesù, è segno del suo saper vedere oltre, della custodia di una promessa. Maria coltiva la speranza che la vita e l’amore non possono essere sconfitti.

Questo gesto di spreco e perdita, diviene movimento che si effonde e che porta profumo a tutta la casa: ‘tutta la casa si riempì del profumo d’unguento’. E’ la comunione che nasce da un incontro di amore, di dono senza riserve, in questo clima di affetto profondo per Gesù. Ed è la bellezza di un modo nuovo di vivere insieme, per tutta la casa, un modo di vivere nella fraternità, centro del messaggio stesso di Gesù che parlava del ‘regno’.

Alla sera del giovedì il vangelo propone la lavanda dei piedi, il gesto di Gesù rivolto ai suoi, a Pietro e agli altri. E’ gesto che racchiude tutta l’esistenza di Gesù. E’ la chiave per comprendere la sua morte. Questa è conseguenza di ostilità e complotto del potere politico e religioso. Ma Gesù anche di fronte all’ingiustizia e al male non viene meno alla fedeltà nel fare della sua vita un dono, per dare liberazione e vita a tutti: una vita donata nell’amore.

“Li amò sino alla fine”: l’acqua e l’asciugatoio sono un altro genere di unzione. Ora è Gesù colui che lava i piedi ai suoi, vi versa acqua e li asciuga sollevando ogni stanchezza. E mostra la sua pazienza di fronte all’incomprensione e all’incapacità: “Quello che io faccio tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo… se io, il Signore e il maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.” Il gesto di lavare i piedi è unito ad un invito alla felicità: “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica”. Gesù indica uno stile di vita per la sua comunità: solamente nel chinarsi si potrà ‘aver parte a Gesù’. L’incontro con lui passerà per questo incontro con l’altro.

Camminiamo così in questi giorni verso la Pasqua, respirando del profumo che si effonde per tutta la casa e lasciandoci lavare i piedi per accogliere l’invito ‘come ho fatto io fate anche voi’.

Alessandro Cortesi op

Giovedì santo 2012

Giovedì santo 2012

 La passione di Gesù è caratterizzata da due segni: il segno del pane e il segno del profumo.

Il pane spezzato da Gesù e dato ai suoi indica il significato di tutta la sua vita: Gesù è passato facendo del bene e offrendo segni di liberazione. Ha scelto la nonviolenza per annunciare il regno come vicinanza di Dio ai poveri e agli emarginati. La sua è una vita perduta e donata.

Il profumo effuso da un vaso prezioso – che una donna senza nome ha rotto e versato sul capo di Gesù prima della sua passione – è indicato da Gesù come segno della sua unzione prima della sepoltura. Gesù è il messia che non rimane chiuso nel sepolcro della morte ma è risorto. E’ il Vivente che profuma di vita nuova. Questo segno narra anche la gratuità dell’amore e del vangelo che è la bella notizia della vita di Gesù.

Un pane e un grappolo d’uva sono segni che ricordano il frutto della terra e del nostro lavoro. Ci ricordano che Gesù ha fatto della sua vita una esistenza per gli altri e chiede a noi di fare della nostra vita un pane spezzato e del vino versato, vivendo l’accoglienza attorno alla tavola del nostro quotidiano.

Alcune piante aromatiche adornano questa sera l’altare: sono piantine di salvia, di rosmarino, di timo, di menta, tutte piante che profumano e richiamano la vita di Gesù. La sua esistenza ha effuso il profumo dello Spirito. Esse ci ricordano che anche la nostra vita, come discepoli di Gesù, è chiamata a seguire il suo cammino e a diventare profumo di ospitalità e di cura, effuso per tutti.

I lumini con le loro fiammelle tremolanti ci ricordano che la luce della nostra fede ha la sua fonte nella presenza di Gesù, luce che illumina ogni profondità della nostra esistenza e della storia e non ci abbandona mai

Il gruppo liturgia della chiesa di san Domenico

Angela  Bepi Margherita Tiziana Roberto Elettra Isabella Nada Alessandro Luca  Aldo Paola

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