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XXXIV domenica tempo ordinario – anno A – Cristo re dell’universo – 2020

Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-16.28; Mt 25,31-46

La grande scena della separazione delle genti conclude la sezione del discorso escatologico del vangelo di Matteo centrato sui temi dell’attesa (parabola del servo fedele), della vigilanza (parabola delle vergini stolte e sagge) della responsabilità nel tempo (parabola dei talenti). La scena inizia indicando un tempo del venire del figlio dell’uomo: “quando il Figlio dell’uomo verrà…”. L’esito ultimo della storia non sarà il vuoto e la solitudine, ma vedrà un venire, sarà un incontro. La vicenda dell’intera famiglia umana va verso un futuro che ha i tratti di un avvento: qualcuno ci verrà incontro.

Gesù è indicato come ‘figlio dell’uomo’, espressione ripresa dal libro di Daniele (cap. 7) che indicava una figura con la funzione di giudizio sull’intera storia. Il figlio dell’uomo che verrà è il medesimo Gesù che ha annunciato beati i poveri, beati i miti beati, quelli che hanno fame e sete della giustizia. E’ colui che ha chiamato a seguirlo dicendo che il regno dei cieli è vicino; è colui che ha radunato una comunità chiamata a porre al centro i piccoli, in cui nessuno vada perduto e a vivere il perdono come stile di vita. E’ colui che ha inviato i suoi apostoli a dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto. Di fronte al sommo sacerdote nel quadro del processo finale che gli chiedeva ‘se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio’ (Mt 26,64), Gesù dirà: ‘vedrete il Figlio sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo’. Il giudizio sulla storia – dice Matteo – si compie in rapporto a Gesù che ha dato la sua vita per tutti. 

La scena del giudizio ultimo dev’essere letta scorgendo l’accento sulla prima parte segnata dall’invito: ‘venite benedetti del Padre mio…’. La seconda parte che presenta atteggiamenti contrastanti è articolata secondo lo schema letterario che intende  far risaltare quanto è detto nella prima. Si apre allora una chiamata sin d’ora alla comunità. La fine della storia sarà una grande accoglienza, e sarà una parola definitiva di comunione ‘Venite’. E’ una comunione offerta in un incontro che esige responsabilità perché non basta dire ‘Signore Signore’ per entrare nel regno dei cieli (Mt 7,21). L’invito a venire è accostato ad una chiara indicazione che il giudizio si compie già nelle scelte storiche del presente e nell’agire concreto nel rapporto con gli altri, con coloro che sono gli impoveriti e le vittime nella storia.

L’incontro della comunione finale sarà un dono non come riconoscimento di una appartenenza religiosa, né di un culto vuoto, ma quale svelamento di una prassi vissuta nella gratuità. Sono accolti tutti coloro che hanno vissuto la vita in attenzione all’altro, anche senza sapere che in quei gesti di cura, ascolto, attenzione incontravano Gesù stesso presente nei poveri. “Quando ti abbiamo visto…?” Il loro agire è stato un prendersi cura dell’altro, un gesto di umanità.  E tutti i gesti  indicati sono rivolti all’altro povero, che vive nella povertà radicale della condizione umana espressa dalle varie situazioni dell’aver fame e sete, dell’essere senza casa e aver bisogno di assistenza, del vivere una storia ferita e stare in condizione di emarginazione.

Il re rivolge un discorso molto laico: ero affamato e mi avete dato da mangiare… Richiama gesti che hanno a che fare con la concretezza della vita e con l’accoglienza del povero. Nel suo invito ‘venite’ si può così cogliere anche un altro messaggio: l’incontro con Gesù si sperimenta nella storia, nell’incontro con il volto dei poveri. D’ora in poi egli si identifica con i più piccoli dei fratelli: “tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l’avete fatto a me”. E’ una identificazione scandalosa: Gesù si dà ad incontrare al di fuori di ogni accampamento, al di là di ogni chiesa.  Sovverte ogni appartenenza ed ogni pretesa di limitare la sua presenza in qualche luogo o rappresentanza.

Dopo la risurrezione i discepoli si chiedevano: dove è possibile incontrare il volto di Cristo ora che non è più tra noi come prima? Matteo con questa pagina risponde dicendo: Gesù continua a venirci incontro e incontrarlo è possibile: chi incontra i volti dei poveri si apre all’incontro con Lui, vede cambiare la sua esistenza ed attua così il senso più profondo della sua vita.

Alessandro Cortesi op

Un anello, l’orrore e la speranza

Una barca blu semiaffondata, un anello, uno zainetto e pochi vestiti. Questi pochi resti sono stati ritrovati dagli operatori della nave della ONG Open arms giunta sul luogo di un naufragio avvenuto da poche ore nelle acque del Mediterraneo.

E’ quel Mediterraneo che sempre più assume i contorni di un enorme cimitero. Cimitero non solo di una schiera innumerevole di vite umane, donne, uomini, bambini, ma anche cimitero di quegli ideali di dignità, di diritti proclamati e solennemente enunciati in Trattati internazionali e dichiarazioni ufficiali dall’Unione europea che proprio su di essi dovrebbe trovare le ragioni della propria esistenza e di ogni suo progetto.

Quello zainetto ritrovato sulla barca semiaffondata apparteneva forse ad una delle vittime inghiottite dal mare e vederne la foto ha portato a toccare con mano la fragilità dell’esistenza, fatta di poche cose, preziose e  da custodire. Alcuni fogli scritti in arabo con disegni di farfalle, due anelli nuziali con i nomi incisi sul lato interno – Ahmed e Doudou – maglie, indumenti, effetti personali. Il tutto ben ripiegato e protetto dentro sacchetti di plastica per evitare che l’acqua e la salsedine nella traversata potessero danneggiare queste poche cose, il tesoro di un vita, il seme di una speranza, che racchiudevano, nel silenzio della loro materialità, l’affidamento di un futuro possibile e diverso.

In quello stesso giorno la Open arms aveva soccorso molti migranti – circa cento persone tra cui alcuni bambini e donne incinte – a bordo di un gommone che aveva improvvisamente ceduto e le persone erano tutte cadute in acqua, senza salvagente e prive di dispositivi di sicurezza. Alcuni nonostante i soccorsi erano morti: tra di essi un bambino di sei mesi.

Le poche cose di quello zainetto facevano riandare ad altre tragedie dei medesimi giorni e di anni e anni. E costituiscono un ricordo tangibile del desiderio e della forza che spinge innumerevoli persone a partire, come da sempre è accaduto nella storia umana, inseguendo sogni, aneliti, cercando pane e fuggendo da pesi insostenibili. 

Nei giorni dopo il ritrovamento, il 14 novembre, Alessandra Ziniti, giornalista di Repubblica scriveva: “Forse queste poche tracce di Ahmed, stese ad asciugare sul ponte della Open Arms, entreranno come un missile in qualche casa sull’altra sponda del Mediterraneo. Forse serviranno quantomeno a placare l’angoscia di chi non sa. O forse rimarranno solo testimonianza di quello che accade ogni giorno in un mare che negli ultimi giorni ha restituito più di 30 cadaveri sulle spiagge libiche … E’ tutto quello che resta dell’amore giovane di Ahmed e Doudou, finito in fondo al Mediterraneo in un giorno di novembre”.

Ma non è stata questa l’ultima parola di tale triste ritrovamento. Leggendo la notizia sui quotidiani, alcuni volontari di Medici senza Frontiere hanno riconosciuti Ahmed e Doudou, accolti alla Casa dei Gabbiani nei pressi di Agrigento.

Erano stati soccorsi dai pescatori di un peschereccio mentre il barchino dal colore azzurro dove avevano trascorso le ultime drammatiche ore, affondava. Partiti da Zawija in Libia il 19 ottobre – dove si erano recati alla ricerca di un lavoro lasciando il loro paese d’origine l’Algeria – avevano deciso di imbarcarsi con altre famiglie, consci del rischio cui andavano incontro. Erano rimasti senza più carburante durante la traversata fino alla notte del 21 ottobre. Tra le onde quella notte furono trascinati via in cinque tra coloro che erano insieme a loro e tra loro una bambina di pochi anni che viaggiva insieme con il fratellino e la mamma.

“E’ un orrore senza fine quello che vediamo. Se gli Stati europei non vogliono fare il proprio lavoro, il minimo che possono fare è lasciare che le navi umanitarie di ricerca e soccorso facciano il loro. Devono lasciarci tornare in mare per salvare vite” così Ester Russo psicologa di MSF indica ad Alessandra Ziniti quello che al minimo si potrebbe fare (La favola di Ahmed e Doudou, “La Repubblica” 16 novembre 2020), pronunciando parole che risentono della sua vicinanza quotidiana a vite spezzate nel dolore nel silenzio.

Cosa pensare alla luce di questa favola che lascia il cuore pesante e rattristato nonostante il sollievo di sapere che Ahmed e Doudou sono vivi e hanno potuto recuperare le loro poche cose preziose?

Si può pensare a come i viaggi dei migranti siano simili ai viaggi di ogni uomo e donna che recano con sé i loro sogni, la loro vita e quanto sta a cuore. Quelle cose rivelano una comunanza di sentimenti, di appartenenza alla medesima umanità che dovrebbe far sorgere un senso di compassione e di vicinanza. E da qui far maturare anche la ricerca di modi diversi di pensare le nostre società perché non rimangano chiuse e abbrutite ma possano aprirsi ad un futuro nuovo.

D’altra parte sapere che nel Mediterraneo da anni e anni si sta svolgendo una continua strage nell’indifferenza di governi europei bloccati dalla paura e dall’incapacità di elaborare un progetto che guardi al domani è motivo di sconforto da un lato e di urgenza per non lasciarci contagiare da questo virus del cinismo e dell’ignavia più pericoloso del virus della pandemia in atto. 

E’ motivo anche per allargare lo sguardo a considerare i vari luoghi in cui oggi vengono attuate politiche che violano diritti umani fondamentali, non lontano dalle nostre case, ad esempio al confine est dell’Italia dove da mesi si stanno compiendo autentiche deportazioni illegali nei termini di respingimenti a catena (tra Italia, Slovenia, Croazia fino ai confini esterni della UE) senza alcuna possibilità da parte dei migranti di presentare richiesta di protezione e di aver riconosciuta la sacra dignità di esseri umani.

E, ancora, pensare alle politiche di delegittimazione e di autentica persecuzione attuate nei confronti delle ONG che in assenza di politiche di ricerca e soccorso da parte dell’Europa hanno intrapreso progetti per prestare soccorso in mare, apre ad una reazione di impegno, di solidarietà e di sostegno per tutti coloro che sono oggi testimonianza di una umanità che resiste senza protagonismi vacui, senza ricerca di visibilità e di riconoscimenti. Sono loro testimoni di vangelo vissuto oltre le mura, al di fuori di confini confessionali e di appartenenza, coloro che rispondono all’invito ‘ero straniero e mi avete visitato. C’è chi oggi ci ricorda questa parola con i gesti della vita. E diviene monito contro l’assopimento e l’indifferenza che segna questa vecchia Europa e pervade l’aria facendo mancare il respiro.

Alessandro Cortesi op       

IV domenica di Quaresima – anno B – 2018

IMG_2254.jpg2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

E’ la domenica della gioia nel cammino di quaresima che prepara alla pasqua. Le letture di oggi accompagnano a guardare al dono di salvezza, l’opera di Dio per noi.

Dio non si stanca di riproporre la sua alleanza con l’invio di messaggeri e profeti.: ‘premurosamente e incessantemente’ sono gli avverbi che indicano l’agire di Dio, che continua a riproporre la sua fedeltà senza venir meno. Ma i suoi inviati hanno trovato l’indifferenza e il rifiuto: “Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio”.

L’ira di Dio è attribuzione a Dio stesso di un atteggiamento umano: intende esprimere l’esperienza di incontro nella fede con un volto di Dio appassionato non lontano e distaccato, ma capace di attesa e desiderio. L‘ultima parola non è l’ira e il rigetto. Un rinnovato gesto di fedeltà si fa luce: un re pagano, Ciro di Persia, con il suo editto che pone fine all’esilio, apre al popolo d’Israele la possibilità del ritorno nella terra di Canaan. Per vie nuove e diverse all’interno delle vicende della storia si apre una nuova offerta di alleanza, un tempo nuovo.

Il IV vangelo pone nei capitoli iniziali il dialogo tra Gesù e Nicodemo, maestro ebreo e conoscitore delle Scritture. E’ uno degli incontri di Gesù, con un saggio, un maestro la cui figura diviene paradigma di molti altri che si avvicinano a Gesù con interrogativi e curiosità. A ncodemo Gesù fa scorgere altre dimensioni della sapienza e lo richiama ad un nuovo inizio. Gli parla dell’urgenza di una scelta e di un giudizio che si svolge a partire dal cuore: il cammino del credere non è conquista umana ma come affidamento nel rinascere dallo Spirito.

Gesù è testimone, secondo il IV vangelo, del volto di Dio che ama il mondo. Il suo venire non è per condannare. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.”

Nicodemo come ogni altro maestro e saggio si trova interpellato al di là del suo preteso sapere. L’incontro con Gesù non lascia indifferenti. La sua parola e il suo agire sono appello a prendere posizione. Si apre così una crisi. La vita può aprirsi ad orizzonti di futuro e di pienezza oppure inoltrarsi nelle tenebre: “la luce è venuta nel mondo ma gli uomini hanno scelto le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvage”. Credere in Gesù lui è movimento del cuore, implica orientare la propria esistenza in un affidamento. L’andare verso di lui porta ad una comunione aperta oltre il tempo, nella vita di Dio.

All’anziano maestro ebreo Gesù propone di nascere di nuovo, nascere dall’alto. Nonostante la sua età può nascere ancora: lo può sperimentare nel volgersi a Gesù come nel deserto il popolo d’Israele si rivolgeva al segno del serpente posto sull’asta da Mosè segno di guarigione (Num 21,4-9). “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15).

Innalzamento sta ad indicare la morte della croce. Sulla croce Gesù è l’innalzato. Ricordare la croce è memoria della morte dell’umiliato e schiacciato dal potere. E’ il segno del fallimento. Ma lì sulla croce Gesù manifesta il limite cui giunge l’amore del Dio. Gesù si manifesta come il Figlio. Consegnato dal Padre, nella libertà si consegna. La croce per il IV vangelo è già manifestazione della gloria di Dio, di risurrezione, della forza di vita dell’amore. A chi guarda la croce Gesù pone la questione di affidarsi a lui e percorrere la sua via. Il giudizio si compie nell’accogliere questo invito. Gesù vive l’umiliazione e la condanna, ma sulla croce è già presente l’innalzamento della Pasqua. Lì si manifesta che l’ultima parola è quella dell’amore e del servizio. Sotto la croce inizia un raduno nuovo: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Ed è questo movimento che si prolunga nella storia dell’umanità e diviene chiamata.

Alessandro Cortesi op

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Morte e speranza

“Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso sul suolo dei propri antenati di affermare d’ora in avanti se stesso e farsi carico della propria storia. Oggi vi porto i saluti fraterni di un paese di 274.000 Km2 in cui sette milioni di bambini, donne e uomini si rifiutano di morire di ignoranza, di fame e di sete non riuscendo più a vivere (…) Chi mi ascolta mi permetta di dire che parlo non solo in nome del mio Burkina Faso, tanto amato, ma anche di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo. Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o perché sono di culture diverse, considerati poco più che animali. Soffro in nome degli Indiani d’America che sono stati massacrati, schiacciati, umiliati e confinati per secoli in riserve così che non potessero aspirare ad alcun diritto e la loro cultura non potesse arricchirsi con una benefica unione con le altre, inclusa quella dell’invasore. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro, in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti.

Con queste parole Thomas Sankara si rivolgeva all’assemblea dell’ONU il 4 ottobre 1984. Il suo fu uno dei degli appassionati discorsi davanti in ambito internazionale che fecero risuonare la voce di un rappresentante dell’Africa della zona del Sahel, la più povera e sottosviluppata nel tempo della decolonizzazione. Un rappresentante di un popolo che condusse avanti un sogno di liberazione e di integrità fino a che le armi fecero tacere la sua voce coraggiosa che aveva aperto speranza e dignità per un Paese tra quelli dimenticati della terra e per tutta l’Africa.

Prima di lui il paese da cui proveniva era denominato Alto Volta, ed era stato l’esito della divisione territoriale seguita alla fine della colonizzazione che aveva smembrato appartenenze culturali, gruppi e tradizioni. Con lui il paese cambiò nome: si chiamò Burkina Faso. Il termine mette insieme le due principali lingue del paese e significa: ‘paese degli uomini integri’. Burkina, in lingua moré indica ‘uomini di valore’, Faso nella lingua dioula significa ‘patria’.

In questo cambiamento di nome è in qualche modo riassunto il progetto politico e il sogno ideale che animò l’impegno di Thomas Sankara. Nato nel 1949 in una famiglia in cui il padre era stato militare per l’esercito francese, aveva potuto accedere alla scuola, poi al liceo cattolico. La sua famiglia ebbe i mezzi per farlo entrare nell’esercito e durante la sua formazione militare Sankara maturò la convinzione che i militari dovessero essere formati ed educati per divenire cittadini ma anche per essere una forza promotrice di emancipazione e sviluppo della popolazione. In Madagascar all’Accademia militare maturò le idee di una rivoluzione democratica e popolare. Giunse ad essere ufficiale con grande autorevolezza. Ai suoi soldati chiese di promuovere servizi di pubblica utilità come lo scavo di pozzi per l’acqua e il rimboschimento contro l’avanzata del deserto.

Il governo del Paese dopo la fine della colonizzazione francese aveva visto vari cambiamenti con colpi di stato. Dal 1970 i protagonisti erano quadri militari. Dopo un periodo di scioperi nel novembre 1980 un colpo di Stato militare del colonnello Sayé-Zerbo rovesciò il governo ma presto la situazione di corruzione si affermò nuovamente. Nel 1982 un altro colpo di Stato porta Sankara ad essere nominato primo ministro nel governo di Jean-Baptiste Ouedraogo. Ma nel 1983 a causa delle sue posizioni e per l’affermarsi della sua fama fu arrestato. Tuttavia tale scelta coagulò la solidarietà attorno a lui e una rivolta popolare e dei militari lo condusse ad essere presidente del Paese il 4 agosto 1983. Il suo progetto da presidente è così sintetizzato: “Democratizzare la nostra società, aprire gli animi ad un universo di responsabilità collettiva per osare inventare il futuro”.

Egli ha chiaro l’obiettivo di realizzare una liberazione dall’imperialismo occidentale che dopo la fine del colonialismo si è affermato in modi più pervasivi in ciò che egli definisce ‘la colonizzazione delle mentalità’. Il suo impegno va nella direzione di promuovere una autonomia dei paesi dell’Africa rispetto agli aiuti internazionali che in qualche modo sono un ricatto e una nuova forma di oppressione. “Ne abbiamo davvero abbastanza di questi aiuti alimentari, che immettono nelle nostre menti riflessi da mendicante, da assistito bisogna produrre, produrre di più perché è normale che chi vi dà da mangiare vi detti anche le sue volontà”.

Con il recupero della tradizione locale nella coltivazione e nella produzione di tessuti mira ad affermare che è possibile emanciparsi dalla miseria anche da parte di Stati poveri come il Burkina. Il suo progetto politico si concentra sull’agricoltura per permettere a tutti una sufficiente alimentazione quotidiana e il superamento della fame. L’industria viene orientata a produzione di beni di prima necessità in contrasto con forme di dipendenza dalle importazioni e dagli aiuti.

“La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i Burkinabé sono un po’ più felici grazie a essa. Perché hanno acqua potabile e cibo abbondante e sufficiente, sono in splendida salute, perché hanno scuola e case decenti, perché sono meglio vestiti, perché hanno diritto al tempo libero; perché hanno l’occasione di godere di più libertà, più democrazia, più dignità. La rivoluzione è la felicità. Senza felicità, non possiamo parlare di successo” (Discorso a Tenkodogo 2 ottobre 1987).

Perseguì anche una politica di rigore morale porta all’eliminazione di privilegi della classe politica e dei ministri a cui impose di usare semplici Renault 5. Viene attuato un progetto di rimboschimento per contrastare la desertificazione di ampie aree del Paese. Lo sforzo per la promozione della scolarizzazione vede in pochi anni esiti importanti così come le campagne di vaccinazione contro le malattie e l’attenzione ai diritti delle donne.

“Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o sono di culture diverse, considerati da tutti poco più che animali. Parlo  in nome di quelli che hanno perso il lavoro in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti. Parlo in nome delle donne del mondo intero che soffrono in nome di un sistema maschilista che le sfrutta. Le donne che vogliono cambiare hanno capito e urlano a gran voce che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà”. (Discorso all’ONU, 4 ottobre 1984).

La linea di produrre e consumare burkinabé evitando importazioni di frutta verdura che annullano il mercato e la produzione locale apre a un nuovo dinamismo per cui prodotti locali sono acquistabili sul posto di lavoro e si dà spazio all’invito ad usare gli abiti tradizionali prodotti in modo artigianale, il Faso dan fani.

“La cosa più importante è aver condotto il popolo ad aver fiducia in se stesso, a capire che finalmente può sedersi e scrivere la propria storia; può sedersi e scrivere la sua felicità; può dire quello che vuole. E allo stesso tempo, sentire qual è il prezzo da pagare per questa felicità”.

Nei rapporti internazionali Sankara conduce la battaglia contro il pagamento del debito. Questo è da lui denunciato come continuazione del potere coloniale che conduce all’immiserimento dei paesi africani, riproposizione di controllo e colonizzazione dell’Africa da parte delle istituzioni finanziarie internazionali. All’Organizzazione dell’Unità Africana dice: “Vorrei dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito… Questo per evitare che ci facciamo assassinare individualmente. Se il Burkina Faso da solo si rifiuta di pagare il debito, io non sarò presente alla prossima conferenza”.

Non ebbe paura di parlare con orgoglio e coraggio di fronte all’assemblea dell’ONU e a manifestare la sua visione in contrasto con la visione colonialista anche di fronte al presidente francese François Mitterrand.

Il 15 ottobre 1987 Thomas Sankara in un complotto fu assassinato. Ad ora non è stata fatta chiarezza sulle responsabilità né è stato avviato un processo per individuare i colpevoli. Un ruolo decisivo lo ebbe certamente Blaise Compaoré, suo stretto collaboratore, sostenuto dalla Francia e dagli USA. Compaoré divenne poi per molti anni esecutore delle politiche liberiste nella regione e stretto alleato di Parigi.

Dopo ventisette anni di governo di Blaise Compaoré, dal 2014, la situazione in Burkina Faso è mutata con inizio di un periodo di transizione a seguito di una insurrezione popolare. Compaoré è fuggito in Costa d’Avorio. Nel marzo del 2015 è stata avviata un’inchiesta sulla morte di Thomas Sankara. Il 27 novembre 2017 Emmanuel Macron in un discorso all’università di Ouagadougou ha promesso che tutti i documenti prodotti dalla amministrazione francese durante la presidenza di Sankara e dopo il suo assassinio siano declassificati e consultati in risposta alle richieste della giustizia burkinabé. Un segno di un possibile cambiamento della politica francese in Africa. Il 7 febbraio la commissione rogatoria è stata affidata ad un giudice francese. La rete Justice pour Sankara justice pour l’Afrique, ha accolto questa decisione come un passo in avanti decisivo per la ricerca della verità.

“Riconoscendoci parte del Terzo mondo vuol dire, parafrasando José Martí, ‘affermare che sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano ovunque nel mondo’. Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. Ma il cuore del cattivo non si è ammorbidito. Hanno calpestato le verità del giusto. Hanno tradito la parola di Cristo e trasformato la sua croce in mazza. Si sono rivestiti della sua tunica e poi hanno fatto a pezzi i nostri corpi e le nostre anime”.

Così parlava Sankara all’Onu. Il suo percorso di uomo probo, la sua dedizione per un progetto politico di liberazione e di affermazione della dignità dei paesi africani e dei popoli impoveriti, il suo sguardo che si allargava a considerare la necessità di una alleanza dei popoli poveri per farsi solidali con tutti gli oppressi, è un seme gettato per il cammino dei paesi africani ma ha anche una validità particolare nel mondo attuale in cui i medesimi meccanismi oppressivi e di colonizzazione sono tuttora in atto e presenti.

Alessandro Cortesi op

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Per approfondire:

Bruno Jaffré, Thomas Sankara. La patrie ou la mort (1997), ed. L’Harmattan, Paris.

Bruno Jaffré, Thomas Sankara ou la dignité de l’Afrique “Le Monde Diplomatique” 7.10.2007

Il discorso integrale all’ONU in traduzione italiana di Marinella Correggia

Gabriella Giudici, Thomas Sankara, la seconda indipendenza africana, pagina blog con alcuni filmati sulla vita e discorsi.

Daniele Bellocchio, Quei misteri dietro la morte di Thomas Sankara 13.12.2017.

www.thomassankara.net

 

XXXIV domenica tempo ordinario anno A – 2014 – Cristo signore dell’universo

DSCN0230Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-28; Mt 25,31-46

E’ l’ultima domenica di quest’anno liturgico, festa di Cristo re e signore dell’universo. E’ ultimo giorno di un tempo che si chiude ed invita a fissare lo sguardo al fine della storia umana e di tutto il cosmo. Questa trova in Cristo il suo orientamento fondamentale. Questa domenica è anche momento di passaggio. La fine è anche un inizio e in questa fine di un tempo è racchiuso sta il senso di un cammino situato sul crinale dell’oggi, tra passato da tenere nella memoria e futuro atteso, tempo dell’attesa e del venire. L’ultimo giorno dell’anno della liturgia parla infatti di un venire: ‘… quando il Figlio dell’uomo verrà…’. Venire è rendersi presente (parusia), farsi vicino del Signore alla fine del tempo: è questo l’orizzonte capace di generare vita nuova ad una comunità chiamata a stare nell’attesa, nonostante la fatica e la delusione.

Rimanere nell’attesa è sfida a non rendere assoluto e ultimo ciò che è solo penultimo, e d’altra parte è vivere una profonda fedeltà a tutto ciò che è penultimo, la terra, la storia, il tempo che ci è dato, con tutte le sue difficoltà, per essere vivi nel presente, per aprirci ad incontrare il Signore nel suo nascondimento nella vita. La vita e la storia non vanno verso il buio ma sono orientate ad un incontro. Alla fine ci sarà una presenza il volto misericordioso del Risorto che verrà e che si manifesterà come volto che ha attraversato il nostro presente. Le prime comunità cristiane per parlare dell’esperienza di Gesù incontrato come il vivente parlarono di lui come il veniente, ‘colui che viene’. Nella antica traccia delle prime liturgie segnate dall’esperienza della pasqua e dalla tensione dell’attesa Gesù era così invocato: ‘Vieni Signore Gesù’: Marana thà.
Come allora anche ora la sua presenza è attesa nel tempo dell’assenza. Il sepolcro rimane vuoto ma è un vuoto segno di una presenza nuova, da scoprire e incontrare nel nascondimento, non nelle sfere di un cielo lontano ma sui sentieri della terra. Dobbiamo attendere Gesù nel tempo del sepolcro vuoto e siamo però spinti e invitati a scorgerne la presenza là dove lui stesso si fa incontrare. E’ tempo di una assenza che fa sentire il suo peso ma in cui restare svegli, non farsi prendere dal sonno, aprire occhi e cuore per imparare a riconoscere i segni del suo venire. Perché Gesù continua a darsi ad incontrare come il Risorto nella nostra vita.

La prima lettura tratta dal cap. 34 di Ezechiele annuncia il venire di Dio vicino al suo popolo come un pastore che pascola il suo gregge, che si prende cura. Guarda alla pecora smarrita e accompagna quella perduta. E’ il volto di un Dio di tenerezza e di vicinanza, che prende le parti delle pecore più deboli e le difende rispetto alla sopraffazione e all’oppressione a cui sono sottoposte da parte di altre più grasse e forti. Il volto del Dio re-pastore ha il profilo di chi si prende cura e si fa incontro, come genitore che si fa in quattro per i suoi figli e non pone limite all’attenzione e alla preoccupazione e si pone alla ricerca nel radunare chi è perduto, nel prendere le parti di chi è più debole e oppresso.

DSCN0498 - Versione 2Nel grande quadro del giudizio ultimo Matteo presenta la scena di un grande processo. Ma in questo processo è assente proprio il giudice. ‘Signore quando ti abbiamo visto?’ è l’affermazione ripetuta e insistita. Il grande processo non è determinazione e soppesamento di comportamenti virtuosi del singolo davanti ad un Dio giudice, ma è presentato come il rivelarsi di una vicenda dell’umanità, che compare insieme in una scena in cui si svela dov’era la presenza di Gesù nascosta nella storia. Il giudizio non consiste in una questione personale, ma si pone come lo svelamento delle relazioni. Il giudizio non è sentenza che proviene da un giudice e dall’alto, ma è manifestazione dell’orientamento della vita in cui Gesù si è fatti incontro nel tessuto degli incontri umani, nella quotidianità delle vicende terrene. La questione dell’incontro con il Signore si rivela non come esperienza che attiene allo svolgimento di culto o di pratiche religiose ma come evento vissuto nella concretezza della cura all’altro. Il re si identifica con quei piccoli che gli uni hanno accolto, a cui gli altri hanno rifiutato un aiuto concreto. Gesù verrà nella gloria: la gloria è manifestazione dell’amore nel futuro atteso, ma il suo venire percorre il tempo. Solamente alla fine apparirà come un venire continuo nascosto dentro la vicenda umana, nelle relazioni con chi è tenuto escluso, dimenticato, ai margini.

Verrà ma continua a venire; si rende vicino e si identifica nei volti di coloro che vivono come lui ha vissuto,  il rifiuto, la dimenticanza, il disprezzo. Verrà in un momento di manifestazione, ma ora viene nascosto nei volti e nelle vicende di chi subisce l’ingiustizia e l’emarginazione. E’ difficile da riconoscere perché ribalta i nostri quadri di pensiero e le nostre attese: noi attendiamo spesso un Dio a misura dei ricchi e dominatori della terra, secondo schemi religiosi di potere e dominio nei quadri di una religiosità permeata di individualismo, di paura, di difesa di sicurezze.

L’attesa pasquale è invece rivolta ad un re che occupa l’ultimo posto e non reca insegne regali: è questa la conversione a cui siamo chiamati, il cominciamento sempre nuovo. La pagina di Matteo indica come prepararsi all’incontro e come iniziare a viverlo sin da ora: nel prendersi cura, nel chinarsi a vivere l’incontro con l’altro come esperienza decisiva dell’esistenza, nel preoccuparsi per i più deboli e scartati, che vivono sulla oro pelle le conseguenze dell’ingiustizia e dell’egoismo, del rifiuto a vivere la fraternitò. Come il pastore che ha uno sguardo di compassione e si prende cura. Divenire pastori gli uni degli altri, reciprocamente, imparare a piegarsi con gli occhi aperti della compassione. Gesù ci apre gli occhi su ciò che ci è chiesto. Ci chiede di prendersi cura, ci chiede di piegarsi sull’altro.

Alessandro Cortesi op

 

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