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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1847.jpgBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio…. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà»…. Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”.

Deponi la veste del lutto… rivestiti: sono gli inviti ad un momento di rinnovamento, di capovolgimento di situazione. Gerusalemme deve accogliere un nome nuovo che è ‘pace di giustizia’. E’ invito rivolto al popolo d’Israele per scorgere nella sua vicenda un operare di Dio che avvolge e veste in modo nuovo, che dona gioia al posto del lutto, che apre ad un cammino in cui Egli stesso prepara la via. Sono grandi immagini che stanno ad indicare la chiamata ad un incontro con Dio che si attua nella pace e nella giustizia. Ed è incontro da cui lasciarsi prendere, rivestire, lasciarsi avvolgere come da un manto.

Luca è attento alle date che indicano tempi e luoghi precisi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ così descritto così il momento storico in cui Gesù si presenta sulla scena della vita palestinese nel I secolo, tra il 27 e il 30 d.C. Gesù nasce ed entra nella vicenda di una storia umana, inserito pienamente in una vicenda di popoli e in un contesto culturale concreto. Si inserisce in una storia più ampia di quella del popolo d’Israele, in rapporto quindi anche con gli altri popoli e i pagani.

Luca insiste nel parlare del governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province al Nord della Palestina e Lisania, re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna che fu deposto dai romani nel 15 d.C. e colui che fu sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo insieme ad Anna nella condanna di Gesù. Luca presenta così Gesù nel quadro di una storia. La sua vicenda è irruzione della presenza di Dio nella storia degli uomini. E’ questo il senso dell’incarnazione che Luca intende far maturare nella sua comunità.

Luca presenta anche la figura di Giovanni Battista con i tratti ripresi da un brano del Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore… ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati” (Is 40,3-4). I profeti indicano così l’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti sono abbassati, le valli colmate per fare spazio ad una via di ritorno e di libertà per il popolo del Signore. Questa via diritta ricorda le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso il tempio, e diviene simbolo del percorso del popolo che cammina nella luce del suo Dio.

Luca introduce Giovanni indicandolo come “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via da percorrere per incontrare il Signore. Il Battista predica un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: un tempo nuovo sta per iniziare e richiede un cambiamento della vita, un nuovo orientamento delle scelte. Gesù porterà l’annuncio di un dono gratuito di vita nuova per percorrere la via dell’incontro con Lui e con gli altri.

Paolo, scrivendo ai Filippesi, comunità a lui cara e verso cui prova profondo affetto, ricorda loro l’orizzonte a cui tende la vita della comunità: il giorno di Cristo Gesù. Il tempo da vivere è nell’attesa di un giorno che compirà questo tempo. E’ giorno del venire di Gesù, del suo tornare come Signore. Ma è questo anche il giorno che si attua nei giorni del presente, in cui la fatica da compiere è quella di scegliere ciò che è bene, non lasciarsi confondere. Paolo comunica alla comunità di Filippi la fiducia che anima i suo cammino. Al centro della sua vita sta la consapevolezza della gratuità dell’intervento di Dio, il dono della sua grazia: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” Da qui sorge l’invito: “possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Yousuf, la moglie Faith e la loro bimba di sei mesi Per effetto del decreto sicurezza di Salvini, 26 migranti con permesso umanitario sono stati espulsi dal CARA di Capo Rizzuto

Pace di giustizia

A seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto ‘decreto sicurezza’ voluto dal ministro Salvini le prime misure di applicazione del provvedimento sono state eseguite. Nella serata di venerdì 29 novembre 24 migranti, a cui era stato riconosciuta la protezione umanitaria e quindi il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sono stati allontanati dalla struttura del Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA) di Isola Capo Rizzuto. Tra di essi una giovane coppia con una bambina di 5 mesi e quattro donne vittime di tratta.

Per loro si apre una situazione di incertezza e di abbandono: pur avendo diritto a restare in Italia avendo ricevuto la protezione umanitaria, non possono beneficiare né della prima accoglienza né del diritto di essere accolti nel sistema Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Per accogliere nell’emergenza queste persone si sono attivate a Crotone associazioni di accoglienza, la Croce e Rossa e la Caritas. Altre 200 persone che dovranno lasciare la struttura dovranno trovare soluzioni di fortuna accampandosi in baracche sotto i cavalcavia nei pressi di Crotone.

Le misure del governo italiano hanno anche cancellato il fondo per la salute dei migranti privando così della possibilità di assistenza e nel decreto fiscale è stata imposta una tassa sulle rimesse dei migranti (1,5 % su trasferimenti oltre i 10 euro extra UE) colpendo in tal modo il money-transfer che costituisce una delle vie di sostegno alle famiglie dei migranti che giungono direttamente alle situazioni in loco.

Le misure del governo colpiscono indifesi e innocenti ed esprimono una mentalità di cattiveria rivolta verso le persone più vulnerabili facendo della povertà una colpa: si aggiungono alle chiusure dei porti e alla campagna di delegittimazione delle ONG che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo (anche il 24 novembre u.s. sono giunti al porto di Pozzallo oltre 200 naufraghi, con donne e bambini, segno che le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo sono necessarie con urgenza).

Di fronte a politiche di ingiustizia che colpiscono i più vulnerabili creando così nuove emergenze per alimentare la paura si rende necessaria una reazione di contrasto trovando nuove forme di solidarietà e accoglienza quale obiezione di coscienza della società civile. Per affermare i valori costituzionali, i diritti umani fondamentali.  Attraversare confini per cercare dignità e  lavoro, fuggire da miseria e violenza per chiedere asilo non è un crimine. Per chi è credente, opporsi con lucidità alla ‘legge della strada’ è via per attuare una fedeltà al vangelo che scorge come proprio il Natale significhi appello ad accogliere coloro per cui non c’era posto nell’albergo.

“Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe ( Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del ‘sì’ che tutto accoglie e tutti salva e dei ‘no’ che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce. Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di ‘scartati’, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un ‘luogo’ che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I ‘rifugiati’ sì, i ‘protetti’ no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà. Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla ‘la Legge della strada’. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina.” (Marco Tarquinio, Il presepe vivente Norma cattiva e parole al vento, “Avvenire” 2 dicembre 2018)

“prego che, quando le rive/ si allontaneranno fino a sparire/ e la nosra barca non sarà più/ che un puntino gettato/ fra onde ribollenti, pronte a inghiottirla,/ Dio guidi la nostra rotta./ perché tu sei un carico prezioso, Marwan,/ il più prezioso di tutti. / Vorrei che il mare lo sapesse. / Inshallah” (Khaled  Hosseini, Preghiera del mare, SEM, Milano 2018)

Alessandro Cortesi op

 

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XXV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0943Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La domanda sull’ingiustizia e sul male prodotto dalla malvagità umana attraversa i libri biblici. Il libro della Sapienza ne è testimonianza: si sofferma sull’atteggiamento di chi trama per eliminare il giusto, ne ricerca i motivi che generano opposizione e violenza. Il giusto è di imbarazzo agli empi e si oppone alle loro azioni. La sua vita è un rimprovero manifesto e continuo. In queste parole sta racchiusa insieme e nella contrapposizione la vicenda dei giusti e dei malvagi che cercano di eliminarli: ‘Condanniamolo a una morte infamante’. E’ la storia del tramare degli ingiusti che pretendono di essere padroni della storia e dominatori degli altri uomini. Avvertono come il comportamento di chi cerca un operare nella giustizia sia per loro una denuncia silenziosa: non solo contrasta i loro disegni ma li mette in discussione. La loro sfida è rivolta nei confronti di Dio stesso: ” Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza “.

Nella sua lettera Giacomo denuncia il desiderio scriteriato di possedere e di affermarsi a scapito degli altri: l’altro è visto come un concorrente e nemico. L’invidia e la brama di possesso stanno all’origine di guerre e conflitti: “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. A questo modo di vivere che è disordine di una vita dominata dal desiderio e dall’invidia è contrapposto un altro modo di vivere proveniente da un dono di sapienza: la sapienza che viene dall’alto genera pace, mitezza, capacità di comprensione nel non pretendere di affermare se stessi a scapito degli altri, e misericordia. Avere sapienza per Giacomo non significa sapere tante cose, ma attuare scelte di vita e di relazione seminando la pace. La sapienza è così un modo di guardare se stessi, gli altri le cose e genera uno stile di vita fecondo, di giustizia e di relazioni buone. “Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia”. La giustizia è frutto presente già nell’opera faticosa di chi semina e promuove la pace: proviene da un dono e segue all’opera di chi promuove la pace. La vera sapienza non è di chi vuole imporre con l’aggressivitàe  la violenza la sua ragione, ma di chi fa opera di pace. Giacomo indica una via di sapienza che interroga le relazioni tra le persone e i popoli. Proprio di chi ha scoperto il segreto che rende una vita saporosa e capace di frutti sta nel costruire pace, nel tessere scelte che vanno contro ogni soluzione di violenza e di guerra nei rapporti umani.

Marco nel suo vangelo vede Gesù come colui che viene consegnato e ucciso dagli uomini sperimentando umiliazione e solitudine. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: quella vita che agli occhi degli uomini era inutile e senza realizzazione, trova la conferma del Padre che pronuncia il suo ‘sì’ sulla vita di Gesù, il Figlio, nel risuscitarlo al terzo giorno. Gesù con il suo agire capovolge le attese dei suoi. I suoi non comprendono e le loro preoccupazioni rimangono fisse alla ricerca di affermazione e di superiorità sugli altri. Per la strada si interrogano su chi è il più grande. “Di che cosa stavate discutendo per la strada?. Ed essi tacevano”. Gesù affronta questa incomprensione ponendo un segno e una parola: “Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Nel mezzo pone un bambino e lo abbraccia. Chiede ai suoi quindi di vivere una logica diversa rispetto alle attese che nutrivano: camminare nel farsi servitori degli altri, non superiori e padroni, e richiama all’accoglienza dei piccoli. I bambini sono coloro che hanno bisogno di aiuto e sostegno, paradigma di tutti coloro a cui non sono riconosciuti diritti e tenuti ai margini. Gesù li pone invece al centro. Accogliere Gesù e il Padre sta in relazione al porre nel mezzo e accogliere i piccoli.

Alessandro Cortesi op

IMG_1056.JPGQuale vertigine

“I ragazzi che sfidano la morte e troppo spesso restano uccisi ci chiamano in causa. Come se, volendo mostrare a tutti l’ultima impresa da loro compiuta, scalare un centro commerciale, lanciarsi nel vuoto, attraversare i binari della ferrovia, ci chiedessero di essere visti, conosciuti, considerati. Dietro il più temerario degli autoscatti e sotto l’apparente vanagloria di certi gesti estremi, si nasconde una domanda drammatica: io sono qui? E tu, dimmi, dove sei? Per sentirsi accettati questi giovani hanno bisogno di un riscontro collettivo che non trovano né in casa, né a scuola, né in famiglia. Allora ricorrono ai social: senza i selfie scattati insieme agli amici e subito diffusi in Rete, alcuni forse non riuscirebbero neppure a vivere. Cercano un pubblico. In un mondo dove sembra esistere soltanto quello che risulta illuminato dalla luce dei riflettori, pretendono un posto”. Così Eraldo Affinati riflette sulle drammatiche notizie di adolescenti che sfidano in modi diversi la morte rimanendone vittime, alla ricerca di un brivido, di una vertigine o nella distrazione per un selfie in condizioni estreme. Conclude il suo articolo (E.Affinati, Diamogli la vertigine, “Avvenire” 18 settembre 2018) richiamando le parole del papa Francesco: “Purtroppo, nella realtà che abbiamo sotto gli occhi, molti quindicenni trascorrono ore di fronte allo schermo, privi di qualsiasi bussola di orientamento, nel grande mare informatico dove c’è tutto e il suo contrario. Di ben altro essi avrebbero invece bisogno. Ancora una volta è stato papa Francesco a ricordarcelo, poco più di un anno fa, al Convegno della Diocesi di Roma: «I nostri ragazzi cercano in molti modi la ‘vertigine’ che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela!».”

Proprio Francesco incontrando i giovani a Palermo, il 15 settembre u.s. nella sua visita ha ricordato la figura di 3P, padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia perchè ricercava la giustizia e richiamava i giovani alla vertigine di una vita vissuta nel servizio e nell’onestà: “Camminare, cercare, sognare… Un ultimo verbo che aiuta per ascoltare la voce del Signore è servire, fare qualcosa per gli altri. Sempre verso gli altri, non ripiegato su te stesso, come quelli che hanno per nome “io, me, con me, per me”, quella gente che vive per sé stessa ma alla fine finisce come l’aceto, così cattivo…”

“Noi siamo bravi a fare distinzioni, anche giuste e fini, ma a volte dimentichiamo la semplicità della fede. E cosa ci dice la fede? «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Amore e gioia: questo è accoglienza. Per vivere non si può solo distinguere, spesso per giustificarsi; bisogna coinvolgersi. Lo dico in dialetto? In dialetto umano: bisogna sporcarsi le mani! Avete capito? Se voi non siete capaci di sporcarvi le mani, mai sarete accoglienti, mai penserete all’altro, ai bisogni altrui. Cari, «la vita non si spiega, si vive!». Lasciamo le spiegazioni per dopo; ma vivere la vita. La vita si vive. Questo non è mio, l’ha detto un grande autore di questa terra. Vale ancora di più per la vita cristiana: la vita cristiana si vive. La prima domanda da farsi è: metto le mie capacità, i miei talenti, tutto quello che io so fare, a disposizione? Ho tempo per gli altri? Sono accogliente con gli altri? Attivo un po’ di amore concreto nelle mie giornate?

Oggi sembra tutto collegato, ma in realtà ci sentiamo troppo isolati, distanti. Adesso vi faccio pensare, ognuno di voi, alla solitudine che avete nel cuore: quante volte vi trovate soli con quella tristezza, con quella solitudine? Questo è il termometro che ti indica che la temperatura dell’accoglienza, dello sporcarsi le mani, del servire gli altri è troppo bassa. La tristezza è un indice della mancanza di impegno [dice compromesso”], e senza impegno voi non potrete mai essere costruttori di futuro! Voi dovete essere costruttori del futuro, il futuro è nelle vostre mani! Pensate bene questo: il futuro è nelle vostre mani. Voi non potete prendere il telefonino e chiamare una ditta che vi faccia il futuro: il futuro devi farlo tu, con le tue mani, con il tuo cuore, con il tuo amore, con le tue passioni, con i tuoi sogni. Con gli altri. Accogliente e al servizio degli altri”.

Significative infine le parole di Francesco a conclusione, quando, rivolgendosi ai presenti e tenedo presente che davanti a lui erano molti giovani cristiani ma anche giovani di altre religioni e agnostici, ha detto: “chiederò a Dio che benedica quel seme di inquietudine che è nel vostro cuore”.

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0791Sir 27,30-28,9; Rom 14,7-9; Mt 18,21-35

Il Siracide (II secolo a.C.) è un libro che raccoglie una eredità sapienziale, espressa in forma di brevi sentenze, proverbi, massime. Le affermazioni sono spesso raggruppate attorno a temi comuni. Preoccupazione che guida il testo è accompagnare a cogliere che l’autentica sapienza si sintetizza nella Legge e nel culto che ha il suo centro nel tempio.Una parola importante riguarda il perdono. “Perdona l’offesa al tuo prossimo ed allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati… non aver rancore verso il prossimo, ricordati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subita”

Il Levitico richiamava a rifuggire la vendetta: ‘non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello… non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore’ (Lev 19,17.18). Il prossimo è colui che appartiene al popolo, chi condivide la medesima fede, il vicino. Il rifiuto della violenza è superamento della logica della vendetta, della rappresaglia e del taglione. Anche Giuseppe perdona i fratelli e così nelle storie di Davide e Saul è presente questo motivo. Il testo del Levitico presenta l’invito al perdono del fratello ed è tappa di un percorso che attraversa la Bibbia.

Ben Sira nel II secolo rilegge il testo del Levitico e ne offre una interpretazione nel quadro del suo tempo: ne scorge infatti una nuova prospettiva. Il perdono si radica nel rapporto stesso con Dio. La scelta dell’uomo verso il suo simile è un atto che affonda le radici in una relazione di dono: diviene riflesso e continuazione dell’agire di Dio. Dio darà il suo perdono a chi avrà perdonato l’offesa subita: ‘Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Se non hai misericordia per il tuo simile, come osi pregare per il tuoi peccati? Ricordati dei comandamenti e non aver rancore verso il prossimo, ricordati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subita’. Siracide quindi collega il perdono al rapporto con Dio. Il giusto deve agire tenendo come riferimento l’agire di Dio, che è agire di misericordia, come dirà il libro della Sapienza.

Anche al tempo di Gesù la questione del perdono era viva: qualche maestro indicava un limite al perdono da dare al fratello. Per questo Pietro interroga Gesù per verificare cosa pensa e porre la sua parola a confronto con quella di altri maestri: si deve perdonare fino a sette volte? “Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette…” Gesù rinvia ad una misura della misericordia che non ha limite, che non può essere posta entro angusti orizzonti.

A questo punto Matteo riporta una parabola. Il punto focale di questa sta nella comprensione senza limiti del padrone. E’ un messaggio sul volto di Dio stesso e sull’agire di Gesù che lo rende vicino. Sta qui la sua preoccupazione fondamentale, aprire a cogliere il modo di agire di Dio, che non è secondo i modelli dell’egoismo e della violenza.

Il servo che ha un debito va dal padrone e gli chiede semplicemente un rinvio per avere più tempo per sanare il debito. Il padrone non solo accetta la richiesta di pazientare ma di sua iniziativa e in modo gratuito gli ‘condona’ tutto il debito. Sta qui il passaggio fondamentale della parabola: Gesù presenta il perdono come movimento che ha la sua origine da Dio capace di condonare perché ama oltre ogni limite. In una seconda scena il servo è tratteggiato con il volto duro e irreprensibile, senza pietà di chi esige invece un pagamento dovutogli da un altro servo. E’ incapace di fare altrettanto con un suo debitore, non prolunga il dono ricevuto senza meriti. Il dono ricevuto poteva essere motivo di cambiamento. Poteva portarlo a superare la logica del dovuto.

La parabola originaria di Gesù viene riletta nella comunità di Matteo e presentata con accentuazioni della dimensione ecclesiale ed in riferimento agli ultimi tempi. Il re che condona diecimila talenti è colui che poi giudica, e viene così evocato il giudizio finale. Il servo che non ha condonato cento denari – una cifra incommensurabile rispetto ai diecimila talenti – è destinato a subire un supplizio drammatico.

Matteo ha a cuore un messaggio sul dono di Dio e sulla responsabilità della comunità di Gesù. Il tempo della chiesa è un frattempo, un tempo che sta in mezzo, tra un perdono ricevuto da Dio, da accogliere con gratitudine, e un cammino per imparare a perdonare agli altri. Matteo ci dice innanzitutto che il perdono è in radice dono del Dio di misericordia ed il suo ‘condono’ sta all’origine della nostra vita: il tempo della chiesa è occasione di percorsi di riconciliazione.

La comunità trova qui uno dei suoi tratti peculiari: è chiamata ad essere spazio di riconciliazione, in cui porre al centro l’agire di Dio. E’ chiamata ad essere responsabile di perdono. E’ una scelta che supera la giustizia e che tuttavia non calpesta la giustizia: ‘Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi’ (Mt 6,14).

Alessandro Cortesi op

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Giustizia che ristora

Alcuni libri parlano in modo particolare: sono quelli che nascono da parole che recano dentro di sé il peso dell’esistenza, che conducono ad avvicinarsi alle ferite profonde della vita. Uno di questi è Il libro dell’incontro. Vitime e resposnbili dlela lotta armata a confronto, Il Saggiatore 2015) curato da Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato: un gesuita che ha lavorato a Milano nel carcere di san Vittore, un docente di criminologia, una docente di diritto penale.

Il libro è resoconto di una serie di incontri condotti a partire dal 2009. I curatori, in qualità di mediatori, hanno creato l’opportunità di incontro tra alcune vittime o loro familiari e alcuni responsabili della lotta armata in Italia negli anni ’70 e ’80. Circa sessanta sono le persone che vi hanno in qualche modo partecipato. Ad ogni incontro si dava spazio per un ritrovarsi difficile, doloroso in cui vittime e responsabili stavano gli uni di fronte agli altri. Potevano scambiare parole, sguardi oppure rimanere in silenzio. Queste parole, questi silenzi sono stati consegnati ad un libro.

Accanto alla testimonianza di questo itinerario in cui le voci raccolte rimangono racchiuse nell’anonimato, e solo in alcuni casi è indicato chi le ha pronunciate, il volume raccoglie una serie di approfondimenti e riflessioni.

Sullo sfondo sta il riferimento ad una intuizione che considera l’esigenza umana di giustizia non come vendetta ma come riparazione e cammino di verità: un cammino doloroso e faticoso di incontro e apertura al futuro.

“la locuzione restorative justice non era ancora in uso in quel lontano 1993… e ancora oggi in tantissimi ignorano che esiste qualcosa che prende il nome di ‘giustizia riparativa’.” (Claudia Mazzucato, 252). Il modello nella giustizia riparativa, in tempi recenti ha visto un complesso percorso di concretizzazione in Sudafrica nell’esperienza della Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione, esperienza che rimane sullo sfondo quale via ispiratrice dell’impegno.

“Una giustizia che non si fermi all’accertamento dei fatti e delle responsabilità né all’arido conteggio delle sanzioni e dei risarcimenti, e nemmeno all’esteriorità di proclamati pentimenti pentimenti e perdoni (o non perdoni) ma riesca in qualche modo a ‘riparare’ il tessuto personale e sociale lacerato, e a migliorare il futuro di tutti, è un ideale tanto impegnativo quanto ambizioso, a cui però non possiamo rinunciare se della ‘giustizia’ vogliamo continuare ad avere, a coltivare e a promuovere un’idea degna del senso ultimo dell’essere umano” (Valerio Onida, 133)

Questo itinerario di incontri non si prefiggeva un esito già stabilito, non cercava un perdono difficile da definire nei suoi contorni. Piuttosto la fatica da cui l’iniziativa prese origine stava nella ricerca di un ascolto reciproco, di un ricomporre la memoria, di uno scorgere la possibilità di stare davanti all’altro in attitudine di riconoscimento, nel superare l’attitudine a rendere l’altro una cosa, un simbolo, ad andare oltre l’opposizione amico-nemico. Con la pesante domanda nel cuore: “Quanta verità siamo disposti ad ascoltare?” (185).

“Le aule giudiziarie in certi casi hanno già dato tutto quello che potevano dare. E allora noi abbiamo una missione. La società non sa, forse non vuole sapere. Ma noi abbiamo bisogno della parola di tutti. Abbiamo bisogno di una storia che smetta di scriversi con le stesse parole. E’ difficile ma dobbiamo dimostrare di essere stati in grado di dialogare con l’altro. Dobbiamo custodire una memoria viva per andare oltre l’incubo dei mostri e ritrovare le persone.” (58)

E la tensione drammatica di questo stare davanti all’altro, tra vittime e responsabili emerge da alcune voci:

“Occorre essere consapevoli che un male di ieri non diventa un bene oggi. Non si può pretendere di appartenere alle categorie di ex assassini o ex vittime. Si rimane per sempre tali, e radicalmente diversi, e questo pur rispettando a dignità umana di chi ha commesso il crimine.” (88)

“Ogni volta che vi ascolto parlare penso a un dramma nel dramma, questo terribile e drammatico spreco di risorse umane che questa stagione ha portato. Non soltanto lo spreco di risorse umane di coloro che sono stati uccisi e non ci sono più, ma anche le vostre, voi. Sprecare intelligenze come le vostre rimane una delle ferite più grandi di questa storia.” (152)

“Se devo spiegare perché ho ucciso, è come se uccidessi per la seconda volta. E’ un dramma: non c’è un perché.” (80)

“Se mio papà fosse ancora qui, sono sicuro che sarebbe qui con noi.” (159)

“La memoria di quegli anni è di incubi notturni, e io non volevo andare a dormire.” (59)

E’ un testo che conduce a riflettere su passaggi da compiere nella vita di ognuno e nella vicenda di una comunità politica:

“Il ‘ricercatore della memoria’ è chi volge lo sguardo indietro, per ricostruire un sé lontano, qualche volta una giustificazione, per scoprire cos’è stato, come s’è evoluto. L’ ‘indagatore di connessioni’, invece, ha lo sguardo in avanti, si fa carico del proprio vissuto per cercare di capire cosa è oggi la sua identità. Indagare connessioni produce l’effetto dell’ascolto plurale di una polifonia di voci. La memoria da condividere è una memoria irriducibilmente diversa, la quale chiede, – per essere riconosciuta – uno sguardo ‘strabico’: mettiamo a fuoco il passato per guardarlo con lo sguardo di oggi. Camminiamo in una tensione continua. Stiamo all’incroci dei venti, dove le correnti si prendono tutte.” (184)

Il libro dell’incontro mostra che è possibile intraprendere percorsi nuovi, che una giustizia, diversa da come è intesa spesso nel senso di vendetta, ma anche oltre le vie ordinarie, apre nuovi orizzonti. Sono orizzonti di riconciliazione, di possibilità di liberare dal reato anche le vittime, di scoperta di possibilità di dare senso al dolore, di ripartire nel generare nuovi tipi di relazione.

“E se si potesse fare di una ferita così profonda la ragione non di una vendetta (pubblica o privata) ma di una nuova possibilità di convivenza?” (Luigi Manconi, Postfazione, 405)

“Ecco. Noi testimoniamo che un’altra strada è possibile, ma adesso non tocca più a noi, tocca a voi che incontrate e ascoltate.” (204)

Alessandro Cortesi op

 

Libri per vincere l’indifferenza

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Quasi come finestre i libri si aprono in direzioni diverse e fanno scorgere panorami sui quali tendere lo sguardo. Occasioni per conoscere realtà e situazioni lontane e vicine. E le parole, soprattutto quando sgorgano quale doloroso distillato dell’esperienza, acquistano uno spessore unico e nuovo. Pesano e incidono, generano consapevolezza, suscitano attenzione, muovono a considerare come la sofferenza altrui non è cosa estranea. Insomma fanno usicre dall’indifferenza grave  malattia di giorni segnati dalla difficoltà di conoscere e dalla mancanza di contatti reali che rende insensibili. I libri possono così divenire occasioni per aprire sguardi, per apprendere notizie veicolate da testimonianze dirette che per altre vie faticano a giungere e a coinvolgere.

Un primo libro tra questi è scritto a quattro mani. E’ la storia di un viaggio. Un percorso drammatico, dalla Siria devastata dalla guerra sino all’Olanda. Il racconto si svolge come un diario, con i capitoli contrassegnati da date che sono l’altro ieri nel tempo che corre: agosto 2012-luglio 2015, fine luglio 2015, Grecia 5 agosto 2015… E’ questione di un tempo vicino.

In Solo la luna ci ha visti passare (ed. Mondadori, Strade blu) Francesca Ghirardelli, giornalista freelance ha raccolto i ricordi del viaggio in fuga dalla guerra di Maxima, ragazzina siriana di 14 anni incontrata nel parco della stazione di Belgrado. La sua vita, condotta sino al 2011 all’interno di una famiglia della borghesia siriana ad Aleppo, vede progressivamente e drammaticamente l’irrompere della guerra nel quotidiano delle sue giornate. Prima le notizie delle violenze che tacitano i movimenti di protesta iniziati nel corso del 2011, poi i segni della guerra che si avvicina piano piano, poco alla volta, rendendo la vita più difficile. I disordini impediscono la frequenza alla scuola e infine conducono alla drammatica scelta di fuggire quando i bombardamenti raggiungono la strada e le case vicine all’abitazione dove Maxima vive con la sua famiglia. Nel dicembre 2012 avviene la partenza da casa. Da qui prima in un villaggio lontano dalla città, poi in Turchia e ancora in Siria fino a quando la situazione diventa insostenibile. I passaggi alle frontiere sono faticosi e rischiosi. Dalla Turchia il trasferimento a Lesbo in Grecia avviene su un gommone affollato di persone e bagagli e nell’attraversare il mare solo la luna è silenziosa spettatrice. Il racconto si fa intenso e sofferto nel riferire le marce e i patimenti nella continua speranza di poter raggiungere l’Olanda attraverso quello che fino al 2015 era il corridoio balcanico. Grecia, Macedonia poi Serbia. E le pagine comunicano il senso di pesantezza nell’avvertire la condizione di profughi alla ricerca di rifugio, ma rifiutati e allontanati. L’ultimo passaggio, il più rischioso avviene all’interno di un camion fino ai Paesi Bassi dove Maxima trova accoglienza e può incontrare volti ospitali. E’ un libro che nella semplicità del racconto fa scorgere il passaggio graduale da una condizione di vita serena al ritrovarsi la guerra tra le case e e strade del proprio quotidiano.

Francesca Ghirardelli a conclusione nella riflessione dal titolo: Una storia fra milioni  rammenta come la storia di Maxima sia una tra le innumerevoli storie della crisi umanitaria in Siria, una tra le peggiori dei nostri giorni. Dei 22 milioni di siriani (abitanti prima del 2012) la metà circa ha dovuto abbandonare la propria casa, oltre quattro milioni e mezzo sono usciti dal paese. Il Libano che ha 5 milioni di abitanti ha accolto un milione di siriani. E ricorda le parole di Maxima: “bisogna a tuti i costi riuscire a compiere più azioni positive che gesti negativi, così alla fine, si potrà essere orgogliosi di appartenere al genere umano” (137).

Yeonmi Park

Un secondo libro è intitolato La mia lotta per la libertà (Bompiani Overlook, 2015). Autrice è Yeonmi Park, nata nel 1993. Le sue origini sono nella Corea del nord, a Hyesan, un paese vicino al confine con la Cina, da cui è separata dal corso di un fiume. Nel libro descrive la vita della famiglia, la situazione di fame, il controllo esercitato su tutti gli aspetti della vita dal regime che obbliga ad una devozione assoluta al leader del Paese. Dapprima è la sorella maggiore Eunmi a fuggire, poi Yeonmi insieme alla madre riescono ad attraversare il confine ma cadono preda di trafficanti che gestiscono la tratta di donne fuoriuscite. Insieme alla madre riesce a superare molte oscure e tristissime vicende di violenza e sfruttamento, ricatti e violazioni, attarversando il deserto dei Gobi fino in Mongolia, per poi da lì a giungere in Corea del Sud. Ma anche qui sperimenta come la condizione di esule costituisce motivo di difficoltà non immaginate, di discriminazione e disprezzo. Dopo anni riescono a rintracciare la sorella e ad avere contatti con lei sino a ricongiungersi.

Tali eventi così tragici sono narrati dalla giovane Yeonmi per poter continuare a vivere, per sopravvivere ad un passato di privazione di libertà e di sottomissione.

Shirin Ebadi - Iran Nobel 2003

Un terzo libro ha come autrice Shirin Ebadi, premio Nobel nel 2003 per la pace per il suo impegno a difesa dei diritti umani e a favore della democrazia. Il libro s’intitola Finché non saremo liberi (Bompiani Overlook, 2016) e può essere letto insieme ad una breve ma ricca intervista curata da Farian Sabahi, editorialista del Corriere della Sera (Il mio esilio. Shirin Ebadi con Farian Sabahi, Jouvence 2014).

E’ una autobiografia che conduce a ripercorrere i passaggi della sua vita e porta a conoscere la realtà dell’Iran, un paese in cui due terzi della popolazione universitaria è composta di donne e in cui peraltro le donne sono private dei più fondamentali diritti. Shirin Ebadi è stata la prima donna iraniana e musulmana ad essere insignita del riconoscimento del premio Nobel. Nata nella città di Hamedan l’antica Ecbatana, ha vissuto la sua giovinezza nell’Iran dello scià Reza Pahlevi e poi ha assistito con speranze alla rivoluzione khomeinista del 1979, rimanendone presto profondamente delusa.

Dopo aver svolto per anni la professione di giudice fu costretta a rinunciare a tale incarico perché la repubblica islamica non permette alle donne di svolgere tale professione. La sua lotta si accentra allora, in qualità di avvocato, nella difesa delle donne per affermarne i diritti e per dare voce a tutte le minoranze che subiscono i duri colpi della repressione e della violazione di diritti fondamentali. Si fa promotirce di campagne di solidarietà, fonda poi un Centro per la difesa dei diritti umani. Ma la sua azione è contrastata e intimidita in modi sempre più invasivi e opprimenti.

“Ho sempre lavorato per costruire qualcosa, nel mio paese, per trovare modi per diffondere il valore dei diritti umani, per persuadere la gente della loro importanza. E’ nel mio carattere farlo, molto semplicemente, e quasi sempre quando le cose vanno male ho la tendenza a insistere. Ma, quella sera, stando in strada davanti alla porta ufficialmente sigillata dell’unico Centro per la difesa dei diritti umani dell’Iran, mi concessi di pensare per un momento che era dura” (98-99).

Nel 2009 in concomitanza con le elezioni rubate con i brogli da Ahmadinejad, Shirin Ebadi, che in quei giorni si trovava all’estero, in Spagna, per una conferenza, comprende che il suo rientro in Iran avrebbe comportato il suo arresto e sceglie la via dell’esilio recando con sè solo il bagaglio a mano che aveva portato per il viaggio. Da allora non è più rientrata nel suo Paese. La dura repressione che seguì colpì il movimento verde che si era sviluppato in quel periodo – si può ricordare l’uccisione di Neda Agha Soltan giovane manifestante colpita nelle strade di Teheran durante le proteste seguite alle elezioni – tra cui anche strette collaboratrici di Ebadi e i suoi familiari. Nell’esilio si trovò a fianco migliaia di iraniani fuggiti dopo le proteste del 2009:

“Spesso queste persone venivano a cercarmi e mi chiedevano come avevo fatto a resistere. Dicevo loro, che come me, dovevano conncetrarsi sul lavoro e non soffermarsi sul dolore dell’esilio. Eravamo come persone salite a bordo di una nave che era affondata, obbligando tutti a nuotare tutti in acque profonde. Non avevano altra scelta che nuotare; cedere alla stanchezza semplicemete non era possibile, voleva dire annegare. Dicevo loro di non pensare alla costa e a quanto era lontana, addirittura invisibile, perché questo li avrebbe portati alla disperazione. Questa è la nostra situazione. Nuotiamo nell’oscurità, senza cedere al pessimismo e al pensiero della costa lontana” (160).

Le sue parole riportano a vicende di persecuzioni e richiamano i metodi di spionaggio, ricatto e oppressione fisica, psicologica e morale di un regime che attua discriminazioni e violenze sulla base di leggi ingiuste. La sua testimonianza ricorda vicende molteplici di persone perseguitate. Shirin Ebadi, il cui nome significa ‘dolcezza’, continua la sua lotta con una fermezza che non può non lasciare sorpresi: la linea del suo impegno si pone nell’orizzonte di “cambiare il sistema senza stravolgere il nostro credo di musulmani”. Nella sua visione unisce una fermo radicamento nel suo credo religioso insieme al lucido orientamento ad affermare i diritti umani nell’Iran dove un gran numero giornalisti, avvocati e attivisti sono tenuti in carcere e le donne continuano a subire forme diverse di discriminazione legale.

La sua visione del regime illiberale della Repubblcia islamica è disilluso e realista. Non crede a cambiamenti repentini di una situazione dura da sopportare, ma testimonia il suo impegno: “guarderò e aspetterò con ansia sperando che alla fine si apra una strada verso la libertà” (247).

Alcuni versi poetici a lei cari sono quelli scritti dal poeta iraniano Sa’di nel Golestan e scolpiti nella sede dell’ONU a New York:

I figli di Adamo sono membra dello stesso corpo / create dalle medesima essenza.

Quando la sventura getta un membro nel dolore, / alle altre membra non resta più riposo.

Oh tu che non ti curi del dolore altrui, / certo non meriti di essere chiamato uomo.

Alessandro Cortesi op

 

IV domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Dipinto sulle pareti della Chiesa di Cristo salvatore – Brindisi – inaugurata nel 2016)

1Sam 16,1-13; Efes 5,8-14; Gv 9,1-41

‘La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta’ (Gv 1,5.9). Il IV vangelo è segnato da una contrapposizione radicale tra il buio e la luce, simbolo della rivelazione. L’incontro di Gesù con il cieco nato, che dal buio passa a vedere, è uno dei sette ‘segni’ della prima parte del vangelo, che preparano il grande segno della morte e risurrezione. E’ ‘segno’ che rinvia oltre.

Tutto avviene in un sabato, che coincide con la festa ebraica delle capanne al principio dell’autunno, una festa di memoria del cammino nel deserto: il sommo sacerdote si recava alla piscina di Siloe ad attingere acqua per poi versarla sull’altare degli olocausti. Le mura di Gerusalemme erano illuminate con torce che squarciavano il buio della notte creando uno spettacolo suggestivo.

Le acque di Siloe erano ricordate nei testi di Isaia. Il profeta le aveva contrapposte quale simbolo di fede in Dio a quelle dell’Eufrate segno dell’impero assiro in cui il re d’Israele riponeva la sua fiducia per alleanze militari: ‘Questo popolo ha rigettato le acque di Siloe che scorrono tranquille… Per questo il Signore gonfierà contro di loro le acque dell’Eufrate, impetuose e abbondanti’ (Is 8,5-7).

Nel confronto Gesù si trova opposto ai ‘i Giudei’, preoccupati solo di un disegno di potere, esempio di mentalità chiusa in cui la legge religiosa è motivo di esclusione. Gesù prende le distanze dall’idea che la malattia provenga da Dio, quale punizione o retribuzione. La cecità è male da debellare, non punizione divina. Gesù si oppone anche ad una concezione fatalistica di fronte al male. Il suo agire è in contrasto con il male che opprime le persone e non le rende libere.

Gesù rivela in questo qualcosa di sé: è venuto per compiere le opere del Padre che lo ha mandato. La sua presenza è luce che si oppone al buio. La malattia diviene luogo per attuare vicinanza, solidarietà, gesti di liberazione. Sono queste le opere di Dio: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo” (Gv 9,3-5)

La guarigione del cieco è presentata come un’azione laboriosa. Avviene di sabato: è interpretata dai ‘giudei’ come infrazione della legge ma di fatto è compimento di liberazione, senso profondo del sabato stesso. Il cieco è accompagnato a recuperare il vedere fisico ma in questo cammino vive un’apertura ad nuovo modo di vedere interiore, della fede. Il IV vangelo lo presenta così quale esempio di un nascere a nuova vita: gli occhi gli sono aperti per opera di Gesù. Al centro sta l’incontro con lui.

Il cieco viene poi sottoposto ad un interrogatorio insistente mentre i Giudei si ostinano nella loro chiusura ed ottusità. Il cieco afferma che i suoi occhi ‘sono stati aperti’. Dapprima riconosce Gesù come uomo, poi lo indica come qualcuno che viene da Dio, infine scorge in lui il profeta. ‘ma i Giudei non vollero credere….’ (Gv 9,18). Nonostante le minacce di venire escluso dalla comunità, giunge a professare la sua fiducia: ‘proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi’ (Gv 9,30). La domanda su da dove proviene Gesù è un grande tema del IV vangelo (tornerà nel dialogo con Pilato). Il cieco  scorge in Gesù un provenire da Dio. Per questo viene cacciato.

Ma Gesù gli si fa accanto: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo? Egli rispose: e chi è Signore, perché io creda in lui? Gli disse Gesù: tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui. Ed egli disse: Io credo Signore’ (Gv 9,35-37). Solo alla fine si rivolge a lui chiamandolo ‘Signore’ (Kyrios) che è il titolo del risorto e della Pasqua.

L’itinerario del cieco è un lento progredire nell’incontro: al principio sta un dono. E’ passaggio dal buio ad una luce che prende tutta la sua vita. L’incontro con Gesù gli apre un vedere Dio in modo nuovo e da qui apertura ad intendere la sua stessa vita in relazione a Gesù. Il cieco ‘cacciato fuori’ dai detentori dell’ortodossia religiosa è ‘aperto’ al vedere che indica un affidamento, il credere. La luce per lui è l’incontro con Gesù al quale egli affida la sua vita: ‘Io credo in te Signore’.

Alessandro Cortesi op

Occhi aperti

“… la lotta alle mafia riguarda tutti, e nessuno può chiamarsene fuori”. E’ stata questa la conclusione del discorso del presidente Sergio Mattarella alla “XXII giornata di memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” svoltasi a Locri il 20 marzo con la presenza anche di don Luigi Ciotti.

Come tutti i suoi interventi anche questo non è stato un discorso di circostanza: le sue osservazioni sono state puntuali, dolenti, acute nel presentare le radici del fenomeno mafioso che attraversa non solamente alcune delle regioni italiane ma è ormai presenza capillare, diffusa, pervasiva che giunge a toccare tutti gli ambiti della società.

Le sue parole, frutto della sofferenza personale e della memoria del fratello Piersanti ucciso in un attentato di mafia per il suo impegno politico, sono state una freccia scoccata al centro della questione. E la reazione non si è fatta attendere: il giorno dopo sui muri della città di Locri in più punti sono comparse le scritte: ‘don Ciotti sbirro’… ‘meno sbirri…’.

Mattarella aveva infatti puntato l’attenzione su quella zona grigia di compromeso tra mafia e politica da azzerare. La ‘zona grigia’ è composta da tutte quelle aree in cui la criminalità – organizzata e non – si raccorda con ambienti politici. E’ la terra di mezzo di intrecci tra malaffare e politici consenzienti e di accordi che imbrigliano la pubblica amministrazione, la riducono al servizio di progetti mafiosi e tolgono così ossigeno alla vita quotidiana dei cittadini. La ‘zona grigia’ coinvolge tutti, anche chi non ha responsabilità politiche e non è criminale, ma asseconda comportamenti di corruzione, ingiustizie quotidiane, illegalità minuta, e soprattutto coltiva l’indifferenza di fronte a minacce, soprusi e malaffare. Questa non è solo la realtà delle regioni più segnate dalla presenza delle cosche mafiose ma ormai dell’intero Paese, di diverse regioni che in modo subdolo sono pervase da infiltrazioni mafiose.

Ma questo discorso vale anche per la chiesa, e dovrebbe far sorgere una domanda se al suo interno vengano o meno favorite scelte concrete di giustizia e comportamenti coerenti soprattutto nell’uso onesto del denaro, nella trasparenza dei bilanci, nella retribuzione equa del lavoro, nell’uso solidale dei beni, nel pagamento delle tasse.

Il teologo tedesco Johann Baptist Metz, poneva la domanda se il cristianesimo non avesse vissuto al suo interno una trasformazione nel far venire meno l’esigenza di Gesù nei confronti dei sofferenti innocenti per spostare l’attenzione sulla questione dei peccatori redenti e richiamava a volgersi a coltivare una ‘spiritualità degli occhi aperti’.

“per chi crede nel Dio biblico di Gesù, – scriveva Metz – credere significa sempre ‘vegliare’, ‘essere vigili’, ‘essere responsabili’ di fronte alle situazioni di volta in volta attuali del suo mondo. (…) il discorso cristiano di Dio può essere universale e non solo un problema di Chiesa, può diventare anche un problema dell’umanità solo quando è nella sua essenza un discorso che, sensibile alla sofferenza del diverso, alla ‘sofferenza degli altri’, è orientato alla giustizia e alla ricerca di essa. (…)

La dottrina cristiana della redenzione ha drammatizzato nel cristianesimo la questione della colpa ed ha alleggerito la questione della sofferenza. Ma ciò non ha paralizzato la sensibilità più elementare verso la sofferenza degli altri e non ha oscurato la visione biblica della grande giustizia di Dio, che tuttavia, ancora secondo Gesù, avrebbe dovuto estinguerne la fame e la sete? I cristiani non si sono allontanati troppo velocemente e troppo presto dalla provocazione biblica della questione della giustizia? (J.B.Metz, Mistica degli occhi aperti, Per una spiritualità concreta e responsabile, ed. Queriniana 2013, 17-20).

“L’esperienza cristiana di Dio è legata alla percezione del destino degli altri. Pertanto anche la mistica, nel suo nucleo centrale, non è una mistica degli occhi chiusi, ma degli occhi aperti sul dolore. Essa esige un particolare esercizio del vedere, un superamento delle nostre congenite difficoltà e dei nostri narcisismi creaturali. Chi dice ‘Dio’, si accolla la ferita della propria coscienza prodotta dall’infelicità degli altri”. (ibid.63)

Il presidente Mattarella a Locri ha parlato di ‘denaro, potere e impunità’ che alimentano la ‘zona grigia’ in cui le mafie si incrociano con la politica. Don Luigi Ciotti ha ribadito: “La mafia si annida nell’indifferenza, nella superficialità, nel quieto vivere, nel puntare il dito senza far nulla perché vuol dire venir meno ad un senso di responsabilità. Coraggio e umiltà non richiedono ‘eroismi’ ma generosità e responsabilità, consapevolezza e responsabilità. Dobbiamo ribellarci tutti all’impotenza”. Queste parole, insieme alla manifestazione promossa da ‘Libera-contro le mafie’, suscitando la rabbiosa reazione dei potentati malavitosi locali, hanno dimostrato di aver colto nel segno. E’ sempre più urgente oggi aprire gli occhi sulla malattia mortale rappresentata dal potere mafioso nella vita civile, ma anche essere vigili all’interno delle chiese per mantenere viva la memoria della sofferenza degli altri e l’esigenza di assumere la questione della giustizia come ‘memoria pericolosa’ nel presente e spinta di cambiamento.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2016

prayer painting nicolaes maes.jpg

Nicolaes Maes (1634-1693), Old woman praying, 1656 ca. – Rijksmuseum Amsterdam

Es 17,8-13; 2Tim 3,14-4,2; Lc 18,1-8

“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra. Non lascerà vacillare il tuo piede… il Signore è il tuo custode”.

L’esperienza dell’uomo biblico è fondamentalmente la scoperta che la propria vita è debole, segnata dal vacillare ma avvolta da una presenza. Dio si fa vicino, aiuta e custodisce. Lo sguardo si alza oltre i monti per scorgerlo: la presenza di Dio è percepita nell sua lontananza e alterità, oltre tutto ciò che è raggiungibile. Non è riducibile entro le dimensioni della terra e del cielo. Tuttavia è presenza vicina, capace di custodia.

Il cammino della vita umana è aperto ad una relazione che ne sta alla radice e l’avvolge. Non è opera propria, non è conquista o sforzo, anche se così a volte può sembrare nel pensare di essere autonomi e senza limiti. Piuttosto l’esistenza umana è nelle mani di chi sa prendersi cura, il creatore del cielo e della terra che custodisce la storia.

Un profondo senso di custodia sta alla base dell’affidamento del credente, scoperta di stare nelle mani di Dio come un bimbo svezzato che si addormenta in braccio alla mamma (Sal 130,2). Fede ha la sua radice nell’affidarsi, nel lasciarsi rasserenare, nell’abbandono tra le braccia di chi veglia e non vuole il male. Le mani di Dio che cullano i suoi piccoli sono immagine di cura e di vicinanza.

Ad esse corrispondono le mani di Mosè sul monte: quando Mosè alzava le mani in segno di preghiera Israele era più forte nella battaglia. Vita e futuro per Israele dipendono dal riconoscere la presenza di Dio. Le mani alzate sono espressione di apertura e riconoscimento. Dicono l’attitudine a ricevere e lo stare inermi, nell’atto di ricevere un dono di presenza e vicinanza. Le mani alzate di Mosè divengono così metafora del pregare, esperienza di uno stare alla presenza di Dio. Per poter andare avanti nella vita, per poter aver forza di resistere, per aprirsi al futuro. Mani che hanno bisogno di sostegno di altri per rimanere ferme, aperte nell’accoglienza: “Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole”

Timoteo, discepolo di Paolo, è invitato anch’egli a rimanere saldo in ciò che ha appreso, a non venire meno nella lettura e ascolto della Scrittura. In essa soffia lo Spirito di Dio. La preghiera si nutre dell’ascolto della Scrittura. E’ via per restare saldi e mantenere la nostra vita orientata in Cristo. L’ascolto della Scrittura è luogo in cui scorgere la presenza di un Dio amico nella storia di un popolo, con lo sguardo al cammino di tutti i popoli, verso lo shalom che è il disegno di Dio sull’umanità e il cosmo. Solo dall’ascolto matura il prepararsi per ogni opera buona, per poter annunziare la parola: a questo Timoteo è invitato oltre al di là di ogni opportunità e opportunismo.

Gesù vive nella sua vita l’esperienza della preghiera. Soprattutto Luca nel suo vangelo ne parla. Non tanto una preghiera liturgica ufficiale. Il pregare di Gesù si connota per il suo prendere le distanze dal rumore, dalla folla, da tutto ciò che è apparenza e successo. Si ritira in disparte in luoghi deserti, in un incontro di intimità e silenzio, insondabile. Lì Gesù è colto nel suo vivere l’esperienza di intimità con l’Abba e lì scorge la chiamata a vivere lo stile del regno e ad orientare tutta la sua esistenza in rapporto al Padre. Così quando i suoi discepoli gli chiedono di insegnare loro a pregare, Gesù li invita a non sprecare parole ma a coltivare il senso di una presenza di Dio Abba: lo stare alla sua presenza, in modo semplice senza inutili orpelli, chiedendo il venire del regno. Così in alcuni insegnamenti Gesù parla della preghiera come un dialogare, un rivolgersi a Dio, nonostante il suo silenzio.

“Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi… Dio non farà giustizia per i suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui e li farà a lungo aspettare?”. La parabola del giudice e della vedova presenta una situazione di ingiustizia: un giudice non presta attenzione ad una povera donna sfruttata e rinvia l’appuntamento per ascoltarla. E’ un comportamento iniquo, e la vedova è debole, senza difese e appoggi umani. Il suo coraggio e la sua insistenza sono più forti della delusione, e non si stanca di recarsi dal giudice: ‘Fammi giustizia contro il mio avversario’. E’ un episodio che rinvia alla quotidianità di tanti sfruttati e inascoltati. Quando il giudice cede alle insistenze dice: ‘le renderò giustizia, perché non venga a seccarmi’ – che si può anche tradurre: ‘le farò giustizia perché alla fine non mi colpisca in faccia’ -. Luca accenna alla giusta rabbia degli oppressi di fronte alla prepotenza dei potenti. Alla fine il giudice iniquo presta ascolto.

Nella parabola si possono cogliere diversi messaggi: è innanzitutto una denuncia dell’indifferenza di chi ha potere verso i deboli. E’ anche attenzione alla grandezza della donna che nonostante l’ingiustizia continua a spendersi e non viene meno alla sua richiesta. Il suo centro tuttavia sta nell’annuncio del regno di Dio come diversità rispetto a quanto tale situazione: se quell’uomo ingiusto si è comportato così, giungendo a dare ascolto, molto di più, Dio, il fedele, ascolta e si china sui poveri che gridano a lui.

Così in un altro detto di Gesù riportato da Luca si legge: “Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito santo a chi glielo domanda” (Lc 11,13). Gesù propone una differenza: Dio agisce in modo diverso da come gli uomini si comportano in modo cattivo e ingiusto. Provoca a pensare Dio non a misura dell’agire gretto e ingiusto, degli schemi umani.

Sta qui allora un profondo messaggio sul senso della preghiera. A questo essa deve condurre: ad aprirsi all’alterità di Dio, ad entrare nell’incontro con Lui in un’attesa che va oltre ogni aspettativa e spiazza rispetto alle immagini che abbiamo di Dio stesso: lui è sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. Ecco perché la preghiera non è questione di metodi o di pratiche magiche ma un’esperienza di relazione che investe la vita e la pone in una nuova luce.

E’ questo il primo messaggio, teologico, sul volto di Dio, della parabola: Dio rimane fedele, anche se l’attesa è faticosa, anche se sembra che le nostre parole, il grido umano non trovi ascolto, anche se la domanda che attraversa i cuori dei giusti oppressi è ‘fino a quando Signore?’: “Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati perché dormi Signore? Destati non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?” (Sal 44,23-25). La preghiera diviene allora lotta. Non è richiesta di prevalere in battaglia – come per Israele contro Amalek – ma una lotta che passa dentro al cuore. La battaglia diviene metafora di un pregare faticoso e duro: Paolo al termine della lettera ai Romani chiede: ’vi esorto fratelli a combattere con me nella preghiera’ (Rom 15,30). E’ questo l’unico genere di combattimento che i cristiani sono chiamati a compiere: lo stare davanti a Dio nella fiducia e nell’insistenza a portare la voce delle vittime di questa storia e vivere, come preghiera davanti a Lui e per il mondo, la responsabilità di mettere le proprie forze a servizio degli altri.

Un altro messaggio della parabola riguarda il volto del discepolo: chi crede è come la donna: è fragile, senza potere, ma non viene meno nell’affidarsi non smette di invocare, di sperare: sempre, senza stancarsi. La vedova è esempio del credente che non ha altri sostegni, che ha fiducia in ‘Colui che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito’ (Dt 10,17-18). Luca indica che il cammino del credente sta nel divenire povero per poter accogliere e lasciar fruttificare il dono della presenza di Dio nella sua vita.
Alessandro Cortesi op

in-preghiera-48.jpg(Michael Rosenberg, In preghiera, 2009, terracotta bianca refrattaria, legno, ghiaia giapponese, ulivo, http://www.michal.it/portfolio/details/in-preghiera-in-prayer/)

Pregare

L’esperiezna del pregare attraversa culture e religioni: è una delle esperienze che veramente accomunano l’umanità, nei modi più diversi nelle diverse fasi della sua storia. Dalla preghiera dei primitivi, alle più varie forme della preghiera che si esprime nel ringraziamento, nella lode, nella supplica, nel lamento. I luoghi del pregare possono essere i più diversi: sulle montagne, in luoghi solitari, di fronte ad uno spettacolo della natura, del sole e della notte, davanti alle stelle o nelle fasi della luna, nei pressi di alberi secolari, affrontando il vento e nella neve. Sono le più diverse anche le forme di pregare che investono il corpo, nelle diverse posizioni delle mani, con le braccia alzate o raccolte, nell’inchino e nella prosternazione, in piedi o nel raccoglimento composto da seduti, eretti o inclinati.

Uno studio monumentale sulla preghiera nella storia dell’umanità è stato scritto un secolo fa da Friedrich Heiler, Das Gebet, ora tradotto in italiano: La preghiera. Studio di storia e psicologia delle religioni, a cura di Martino Doni, Morcelliana. “Vedendo le cose più da vicino – scrive Heiler – sono tre gli elementi che formano la struttura interna dell’esperienza della preghiera: la fede in un Dio vivente e personale, la fede nella sua presenza reale e immediata, e la relazione drammatica nella quale l’uomo entra con Dio sperimentato come presente” (Heiler, Das Gebet, 1923 5ed., 489)

Ma c’è anche la preghiera di chi non crede, come ebbe a testimoniare Roberta de Monticelli, autrice di Le preghiere di Ariele (Garzanti 1992), testimonianza di un dialogo paradossale eppur bruciante con parole che dal cuore escono rivolte “a Te che non esisti…”.

E’ stato detto che “la preghiera, soprattutto la preghiera che non chiede è un frammento di Dio”: Paolo Ricca riprendendo questo pensiero aggiunge che forse non si può parlare di un frammento di Dio, ma certamente di un frammento che senza Dio non ci sarebbe. (P.Ricca, Prefazione a A.Zarri, Il pozzo di Giacobbe. Preghiere di tutte le fedi, Lindau 2014).

Ci si può chiedere in che misura l’esperienza del pregare che proviene da una radicale precarietà della vita possa essere oggi via per sostenere le mani gli degli altri e lasciar sostenere le nostre mani nel cammino dell’esistenza. L’esperienza del pregare con le parole degli altri (le grandi preghiere di altre tradizioni) e il far propria la preghiera ‘laica’ espressa dalla vedova, oppressa, nella parabola: ‘fammi giustizia…’ possono essere vie per mantenere alzate le mani di una umanità che cerca e spera.

Pregare è sempre esperienza nella concretezza della vita come ricorda Adriana Zarri ed un suo testo può essere bella conclusione di queste tracce di riflessione:

“Tu sai, Signore, che io amo pregarti seguendo i ritmi stagionali, perché la preghiera non è una petizione astratta o un parlare con te che prescinda dal momento di vita, dalle situazioni, dalle emozioni, dai colori che vedono i nostri occhi, dagli odori che vengono su dal suolo: le foglie macerate dalla pioggia, i funghi che nascono dai boschi, la dolce ovatta delle nebbie… Dacci dunque, Signore, di comprendere il messaggio segreto dell’inverno: di attendere la nuova primavera nel pensiero, nella speranza, nell’attesa dei cieli nuovi e delle terre nuove che tu farai risorgere dalle ceneri del mondo.”

Pregare non è dire preghiere:

pregare è rotolare

nel buio della tua luce,

e lasciarci raccogliere,

e lasciarci parlare

e lasciarci tacere

da te.

 

Pregare sei tu che preghi,

tu che respiri,

tu che mi ami;

e io mi lascio amare

da te.

 

Pregare è un prato d’erba,

e tu ci passi sopra.

 

Dacci preghiere folli 

che non sappiano 

la logica ferma del contabile 

 

Dacci preghiere inutili 

che non sappiano 

la ragionevolezza del mercato 

 

Dacci preghiere mute, 

irragionevoli, 

indicibili: 

bianche macerie rotolanti, 

assi schiodate, 

assurdità: preghiere 

di parole sconnesse e di silenzio; 

ceste vuote 

e ricolme di Te.

(Adriana Zarri)

Alessando Cortesi op

 

 

 

V domenica di Quaresima – anno C – 2016

Tiziano Cristo e  l'adultera 1512:1515Tiziano, Cristo e l’adultera 1512-1515

Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

Il secondo Isaia, mentre l’esilio stava per finire, indica qualcosa che sta per nascere, una realtà piccola visibile solo da occhi attenti … come un germoglio, silenzioso e fragile che annuncia la bella stagione, come una pianta nel deserto segno di vita nascente che contrasta il caldo e la mancanza d’acqua che fanno appassire.

“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”: il profeta richiama ad accorgersi di quanto sta fiorendo, proprio nel momento buio, segnato dalla disillusione. E’ annuncio di realtà nuova e invito a smettere di rimanere rivolti al passato. La tragica esperienza dell’esilio, la schiavitù, l’oppressione va lasciata alle spalle. Non si può rimanere imprigionati da cose passate, dalla sofferenza, dalla tristezza mentre qualcosa sta per nascere nuovo. Lo sguardo va diretto al futuro.

Viene rinnovata in queste parole la memoria dell’esodo: era stato quello un cammino di uscita e di liberazione. Era stata esperienza di apertura alla fede in un Dio vicino e liberatore. Ora quel cammino si rinnova. Le promesse di Dio di libertà e di un percorso nuovo sono parola sul presente: ‘Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa… il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi’.

Anche Paolo nella lettera alla comunità d Filippi parla di futuro: richiama al distacco da ogni costrizione e paura. Evoca la corsa nello stadio, esperienza sportiva così diffusa nelle città greche. Confessa il suo percorso così simile ad una corsa: spera di correre per raggiungere Gesù, che ha preso la sua vita, per ‘conoscere la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti’.

Paolo non si sente come un ‘arrivato’, non ha già raggiunto il premio. Parla così dell’esistenza cristiana: non è uno star fermi, né una stanca ripetizione di modelli già dati. E’ piuttosto movimento, un andare avanti con passione e impegno, fissare lo sguardo verso una meta di incontro. Ancora ritorna il rinvio ad un futuro da cercare: sarà comunione con Cristo e nella vita in Dio. La terra che sta davanti è la terra di un esodo nuovo. E’ uscita per rispondere ad una chiamata: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”

La pagina del IV vangelo forse riprende un frammento scritto proprio della teologia di Luca che insiste sulla misericordia fondandosi sull’esperienza di Gesù. Una donna è condotta a Gesù da un gruppo di uomini religiosi. Hanno intenzione di lapidarla secondo le norme della legge perché sorpresa in adulterio. E’ decisione secondo la legge di Mosè, applicazione della norma. Ma conducono la donna a Gesù per accusare lui, per sottoporlo a un giudizio.

La domanda riguarda la giustizia di Dio. Lo mettono alla prova perché hanno compreso che Gesù propone una giustizia diversa dalle loro convinzioni. Per loro che avevano la pretesa di interpretare il pensiero di Dio, giustizia doveva essere un rigido calcolo di pena in rapporto alla colpa, rigorosa contabilità dell’ ‘a ciascuno il suo’. Nei suoi gesti Gesù annunciava la giustizia di Dio in termini che facevano scandalo, ed aprivano domande nuove. Per lui giustizia è fedeltà di Dio ad ogni uomo e donna, è la promessa, che non viene mai meno, di non abbandonare nessuno, ma di raccoglierlo nella sua fatica e nel suo cammino, per scorgervi la nostalgia di bene e di vita piena ed aprirlo al senso più profondo e autentico della sua esistenza.

La reazione di Gesù a questi uomini religiosi è enigmatica e fatta di silenzio. Scrive per terra. Forse rinvia ad un testo di Geremia: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). Il luogo dove si svolge la scena è il cortile del tempio dove grandi pietre costituivano il pavimento. Lì si riuniva il sinedrio, sede del giudizio religioso.

Gesù si mette a scrivere: in quel gesto forse è richiamato il dito che secondo la tradizione aveva scolpito la legge su tavole di pietra. Gesù evoca allora il dono della legge ma ricorda anche, con il suo silenzio, le promessa dei profeti. Avevano infatti indicato un tempo in cui la legge sarebbe stata scritta non su tavole di pietra ma sulle tavole dei cuori viventi (Ez 36,26). Gesù allora non risponde ma con il suo silenzio apre uno spazio, a ciascuno, per ritrovarsi solo davanti alla propria coscienza, al proprio cuore, per scorgere la parola di Dio racchiusa nel cuore.

Non è preoccupato della legge ma lascia emergere una domanda nascosta nell’intimo di chi gli sta di fronte: il suo silenzio apre una fessura in cuori divenuti duri come pietra. Rompe anche il condizionamento generato dalla psicologia della massa: in gruppo, tutti insieme, gli avevano portato la donna: frantuma così l’anonimato della massa dietro alla quale ciascuno poteva nascondersi e rendersi giudice di un giudizio collettivo senza responsabilità personale. Ognuno è chiamato a prendere posizione davanti alla sua coscienza. Gesù conduce ad una presa di posizione in prima persona. “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei…”

La critica di Gesù è radicale di fronte a chi si pone come paladino della moralità, giudice implacabile e negatore di ogni possibilità di cambiamento e di perdono. Risponde anche al tranello nel quale i suoi accusatori volevano coglierlo in fallo: era lecito o no lapidarla? Una questione di scuola che lo poneva o contro la legge o contro le norme della potenza occupante (solo ai romani spettava la condanna a morte). Talvolta solo il silenzio è via per aprire possibilità per pensare, per una consapevolezza dell’ipocrisia.

Il lento andarsene di tutti viene descritto mettendo in risalto il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’. I più anziani se ne vanno per primi. ‘Presbiteri’ era il nome nelle prime comunità che indicava i responsabili – richiamo agli anziani che presiedevano le comunità di Israele – e dietro a questo andarsene sta un messaggio anche per le comunità cristiane. E’ indicazione a scorgere che l’esigenza di cambiamento radicale interessa chi ha compiti di guida e su questi fonda pretese, autorità e dominio sugli altri.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: nel mezzo della sua vita, nel profondo del suo cuore quella donna, si trova di fronte a Gesù, sola, non disprezzata. Può riconoscerlo come ‘Signore’ e accogliere la parola della misericordia. Questa sola fa rinascere e rende nuovi: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno Signore. E Gesù le disse ‘Neanch’io ti condanno….’. Gesù legge nel volto di questa donna una identità calpestata dal giudizio ipocrita di maschi che esercitano su di lei il dominio. Apre un futuro nuovo a questa donna, segnata da una storia di sofferenza e di sfruttamento. La sua parola la fa uscire e guardare al futuro: ‘Và e d’ora in poi non farti più del male’.

L’ultima parola di questa pagina scandalosa è un parola di non condanna: è rivelazione del volto di Dio come colui che non condanna, ma rende responsabili degli altri. “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18): nell’agire di Gesù si rivela il volto di Dio stesso. La domanda è solo: dove sono? Quasi un’eco di quel ‘dov’è tuo fratello?’ che continua a risuonare nella storia.

L’invito finale è apertura di un storia nuova: non peccare più non è una esortazione moralistica. E’ indicazione a non orientare a propria esistenza verso ciò che conduce a farsi del male, a non vivere in pienezza l’amore, a non trovare la giusta direzione e per questo fallire il bersaglio (è questo il senso del termine peccato: come una freccia che non va verso il centro o come un tiro che non entra in rete).

Lo sguardo di fiducia e di bene coinvolge in una storia nuova. Gesù ha a cuore la vita delle persone non l’affermazione di una legge che non tiene conto della vita delle persone. Quella donna nel IV vangelo diviene simbolo di tutta l’umanità. E’ una umanità fragile, che può prendere direzioni che conducono a farsi del male. Davanti a Gesù questa donna assume il profilo dell’umanità amata, luogo di una speranza. Gesù non fa ricadere condanne ma chiede di andare verso una storia nuova.

Alessandro Cortesi op

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Donne

La data dell’8 marzo festa delle donne è giorno che conduce a riflettere sulla condizione di sofferenza di tantissime donne. Secondo le statistiche del rapporto Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione risulta che su un miliardo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà tre quinti sono donne. Così pure due terzi del quasi un milione di analfabeti nel mondo sono donne.

Nel 2014 sono state 152 le donne uccise in Italia, di cui 117 nell’ambito familiare. Le statistiche del 2015 parlano di 35 % di donne nel mondo che hanno subito violenza e la dichiarazione dell’ Assemblea Generale Onu parla di violenza contro le donne come di “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

Questi pochi dati fanno emergere come la disparità più presente nel mondo che persiste è quella di genere. Nonostante progressi e acquisizione di diritti e consapevolezza i diritti delle donne sono fragili e a rischio. Benché nella vita sociale di molti paesi sviluppati la presenza delle donne nei vari ambiti della vita sociale sia aumentata tuttavia permangono discriminazioni nella retribuzione nel lavoro, come anche il cosiddetto glass ceiling, il soffitto di cristallo che costituisce impedimento all’accesso a ruoli di lavoro e di responsabilità nella vita sociale impossibile da superare perché alle donne è richiesto un impegno e uno sforzo superiore a quello degli uomini.

Ma soprattutto oggi viviamo la discriminazione nelle forme della violenza, delle nuove forme di schiavitù e della tratta degli esseri umani, in particolare delle donne.

Vorrei richiamare voci di donne che parlano dello sfruttamento, aprono domande per maturare consapevolezza delle situazioni, e richiamano ad una responsabilità in questo tempo in cui il nemico da combattere è l’indifferenza.

Berta Caceres attivista non solo per ambiente ma per la sopravvivenza delle popolazioni indigene in Honduras. Insieme ad altri suoi compagni era stata la fondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari dell’Honduras con l’obiettivo di organizzare e aiutare le comunità indigene nella resistenza di fronte allo sfruttamento dei latifondisti e nel valorizzare la propria cultura. La reazione a tale opera è stata violenta. Le modalità dell’oppressione sono condotte attraverso l’estrazione dei minerali e la costruzione di impianti idroelettrici con grandi dighe che vengono propagandate come destinate ad un’ utilità pubblica. Di fatto sono modi per espropriare terre, per sfruttare e annullare la vita delle comunità. Tra queste la diga di Agua Zarca che aveva portato la protesta all’attenzione internazionale. Berta Caceres è stata uccisa il 3 marzo u.s. in Honduras.

La seconda è la testimonianza drammatica di una donna migrante etiope, Selam, rifugiata accolta dal Centro Astalli di Roma:

“Sono stata un anno in Libia, quel paese schifoso, non mi vengono in mente altre parole per definirlo. È un vergogna per tutta l’Africa. Ho conosciuto le carceri di Kufra e Misratah dove sono stata reclusa per mesi. Sono posti allucinanti, luoghi di tortura e violenza, dove non hai scampo. Non voglio parlarne, non so raccontare, non conosco le parole italiane per descrivere e anche in amarico faccio fatica. (…) grazie a una cugina che vive in America ho potuto avere i soldi per corrompere quelle maledette guardie e lasciare Kufra. Sono salita su un gommone con altre trenta persone che non conoscevo, non so nuotare e non avevo mai visto il mare prima di allora. Dopo l’esperienza del carcere in Libia la morte non mi faceva paura, almeno a qualcosa era servito l’orrore, mi ripetevo cercando di darmi coraggio durante la traversata. Arrivai a Lampedusa e riaprii gli occhi. Li avevo chiusi all’inizio della traversata due giorni prima. Vidi una donna che mi porgeva una coperta. Avevo una profonda ferita alla gamba che mi ero procurata in carcere, mi medicavano, mi disinfettavano, mi davano da bere, mi parlavano dolcemente e anche se non capivo nulla di ciò che mi dicevano, pensai: questo è il paradiso”.

Una toccante testimonianza è stata quella di Nawal Soufi, attivista originaria del Marocco. Su di lei Daniele Biella ha scritto il libro Nawal l’angelo dei profughi, (ed. Paoline ). Lo scorso 3 marzo è un intervenuta davanti alla Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento europeo: la sua provocazione è stata forte. Ha dichiarato la sua preoccupazione e la sua domanda rivolta all’Europa, a partire dalla sofferenza delle donne:

“È da dieci anni che vedo il mare Mediterraneo rosso, ho smesso di vederlo di colore blu, lo vedo rosso e vedo la mia generazione che vive il secondo olocausto. Quando lo chiamo olocausto non parlo dei numeri, parlo di tutto quello che significa guardare e tacere. Il mar Mediterraneo è quel campo di concentramento dove le persone muoiono ogni giorno, dove le persone soffrono… e la caratteristiche che ci unisce all’epoca del nazifascismo è che vediamo tutte queste cose e facciamo finta di nulla, continuiamo in qualche modo a lasciar morire le persone nel mar Mediterraneo. (…) Io non temo per i migranti, io temo per l’Europa. Io non temo per loro, temo per l’Europa. Siamo tutti qui perché penso che crediamo nei valori per cui è nata l’Europa unita. Ecco io non temo per i rifugiati perché un giorno torneranno nella loro terra, perché amano la loro terra come noi amiamo la terra dove siamo nati… io amo l’Italia perché sono cresciuta in Italia, amo anche il Marocco perché sono nata in Marocco. Queste persone amano la Siria, amano l’Afghanistan, amano l’Iraq, un giorno torneranno. La domanda fondamentale: noi dove andremo? Le nostre coscienze quando ci guarderemo davanti allo specchio un giorno, quando dovremo raccontare ai nostri figli che non abbiamo fatto quando tutti potevamo fare”.

Infine quattro donne sconosciute, di cui sappiamo a mala pena i nomi Anselm, Marguerite, Judit, Reginette. Le conoscevano le persone a cui si dedicavano – disabili e anziani di famiglie troppo povere che non si potevano prendere carico di loro – nello Yemen dove avevano deciso di rimanere nonostante la situazione di guerra e disordini. Erano suore missionarie della carità di madre Teresa e sono state uccise ad Aden insieme a dodici volontari musulmani che collaboravano con loro: di costoro, uomini e donne, non sono noti nemmeno i nomi.

Di fronte al dramma della violenza, ascoltando queste testimonianze di donne che hanno vinto la violenza secondo una via altra e diversa, il silenzio di Gesù che scrive per terra è appello a cambiare, a scoprire quello che solo un cuore nuovo, di carne e non di pietra, può suggerire.

Una poesia di una bambina di 13 anni , Maria Goretti, rifugiata del Kenia è parola di profezia:

Gioisco nel celebrare il presente,

Ricordo il passato ed imparo da esso.

Immagino il futuro.

Uso i miei ricordi, ma non permetto ai ricordi di usare me.

Voglio diventare quello per cui Dio mi ha creato.

In Dio mi muovo, respiro, ed è in Lui che è la mia essenza.

Sono figlia del mondo.

Chiedo a voi di aiutarmi a non essere più vittima ma vincitrice.

(da https://servironline.wordpress.com/)

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCN2133.JPGGs 5,9-12; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Luca nel suo vangelo sottolinea come Gesù nel suo agire testimonia il volto del Padre suo come volto di misericordia. Gesù si è fatto vicino alle persone sofferenti, ha operato per liberare dall’oppressione, ha accolto gli esclusi mangiando insieme con loro.

All’inizio del capitolo 15 Luca presenta la reazione di scribi e farisei di fronte allo stile di Gesù: ‘costui riceve i peccatori e mangia con loro’. A questo punto Luca pone tre parabole che rinviano all’agire di Dio stesso e che sono presentate come ragione di un agire di convivialità ospitale. Sono le parabole della ricerca del perduto e della cura: espressione del volto di Dio come misericordia. Misericordia è un cuore capace di prendere su di sé la sofferenza di chi è misero.

La vicenda dei due figli è narrazione di una storia di affetto e di cura. Al centro sta lo sguardo di un padre appassionato di creare relazione con i suoi figli. Egli mostra in modi diversi il suo desiderio che lo stare nella sua casa sia esperienza di gioia e di incontro. I figli sono amati e accolti e non sono né servi né estranei. Il suo abbraccio sorge dalla compassione, è segno di un’accoglienza senza riserve. E suscita scoperta nuova di una possibilità di stare in relazione, da figli e da fratelli.

Il sentire di quel padre è assimilato a quello di una donna capace di tenerezza e accoglienza. È affetto che lo prende nelle viscere. ). E’ amore dai tratti femminili e materni: “Sion ha detto: il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,14-15). I tratti di quel padre evocano un volto di Dio amante e vicino che lascia liberi, attende, va incontro. Così lascia che il primo figlio si allontani in ricerca di una emancipazione senza legami.

Per quel figlio si commuove nel profondo mentre lo attende e Luca richiama il modo con cui Geremia parlava dell’amore di Dio verso il suo popolo: “Fammi ritornare e io ritornerò, perché tu sei il Signore Dio mio… Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti, dopo averlo minacciato me ne ricordo più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza” (Ger 31,18-20; cfr. Os 11,8)

Il Padre sta al centro di questa vicenda di abbandono della casa da parte del figlio minore nella ricerca di una propria autonomia: lo attende, lo scorge da lontano, gli corre incontro e lo abbraccia. Anticipa ogni richiesta; pone gesti di gratuità che rivelano la qualità del suo amore: la misericordia. Per il figlio che torna si fa festa. E’ una festa non per un pentito, carica di esigenza e di rimprovero, ma una festa di gioia autentica per chi è accolto come persona libera, come uno sposo: il padre stesso pronto si mette al suo servizio e lo fa sedere al centro della festa (cfr. Lc 12,37). Non è un padre giudice, ma un padre preoccupato della libertà dei suoi figli, rispettoso dei loro percorsi, volto di misericordia.

Poi esce fuori a cercare l’altro figlio. Era quest’ultimo l’uomo integerrimo, colui che aveva vissuto nella casa con dedizione e impegno ma in modo freddo, come un estraneo. Con lo sguardo di giudice impietoso, con la convinzione di esser giusto al punto da poter disprezzare gli altri, simile a quel fariseo che pregava: ‘Ti ringrazio Dio perché non sono come tutti gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri…’ (Lc 18,11-12). Ma il padre anche per lui ha comprensione. Il suo sguardo mite assume anche la sua sofferenza. Anche quel figlio ha bisogno di scoprirsi amato, perdonato nella sua chiusura e nella sua incapacità ad amare. Ha bisogno di compiere un percorso per poter guardare l’altro in modo nuovo. L’altro è da lui visto con disprezzo come il ‘tuo figlio’. Ma il padre si rivolge anche a lui con i modi di un affetto senza limiti: ‘figlioletto’. ‘Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’..

La misericordia spiazza e disorienta: è volto di Dio che rivela le dimensioni più profonde e le nostalgie dell’essere umano, di essere compreso, di essere accolto nel proprio limite e nell’errore, di essere cambiato nella benevolenza di un abbraccio.

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Riconciliazione

In my country è il titolo di un film uscito nel 2004 (regista John Boorman) che riprende le testimonianze di Antjie Krog, poetessa e giornalista membro della Commissione per la verità e riconciliazione in Sudafrica, nel libro Terra del mio sangue (trad. ital. ed. Nutrimenti 2006). E’ un film che riporta ad una vicenda che ha segnato la storia del Sudafrica negli anni successivi al superamento delle leggi dell’apartheid. A conclusione della prima scena del film è riportata la sintesi degli eventi: “Nel 1994 in Sudafrica il brutale sistema dell’apartheid è finalmente terminato. Nello spirito di una piena riconciliazione il Presidente Nelson Mandela e i leader del suo partito, l’African National Congress, hanno offerto la possibilità di avere l’amnistia a coloro i quali si erano macchiati di abusi dei diritti umani a condizione che raccontassero la verità e potessero provare di aver obbedito a degli ordini di superiori. Le vittime avrebbero avuto così la possibilità di raccontare le loro storie e di avere un confronto con le persone di cui erano state vittime. 21.800 persone hanno testimoniato di fronte alle Commissioni di Verità e Riconciliazione e alcune di queste sono state fedelmente riportate nel film”.

Il film narra così l’attività di un giornalista americano nero del Washington Post, Langston Whitfield (interpretato da Samuel L. Jackson) mandato in Sud Africa per eseguire un reportage sulla Commissione per la verità e la riconciliazione, istituita dal governo presieduto da Nelson Mandela nel 1996. Durante il suo lavoro conosce la giornalista Anna Malan (interpretata da Juliette Binoche), una afrikaan appartenente alla popolazione dei bianchi del Sudafrica, sensibile ai diritti della popolazione nera e interessata alla ricerca di giustizia anch’ella impegnata in reportage per la radio di Stato.

Il film conduce a ripercorrere lo svolgimento delle attività della Commissione per la verità e la riconciliazione in cui si dava possibilità alle vittime di rendere pubbliche le violazioni dei diritti umani che avevano subito, le varie forme di oppressione di tortura e vessazione. La funzione di tali tribunali non era intesa secondo una finalità punitiva, ma potevano concedere l’amnistia ai colpevoli di crimini a patto che vi fosse un riconoscimento dei crimini commessi nell’orizzonte di verità, con una dichiarazione di pentimento da parte dei colpevoli e fosse data una possibilità pubblica delle vittime di raccontare le violazioni subite.

Tutto questo nell’ottica di suscitare la percezione dell’ingiustizia attuata nei crimini commessi e di evitare lo svilupparsi di risposte di violenza e di vendetta in un spirale che non avrebbe avuto fine. Soprattutto la giornalista Anna che proveniva dalla parte della popolazione bianca che aveva oppresso i neri partecipa con coinvolgimento schierandosi decisamente dalla parte delle vittime. Ma nel corso della ricerca che le apre consapevolezza sul dolore procurato dall’ingiustizia e su lati sconosciuti della vita condotta senza attenzione alle vittime, è condotta a ricostruire anche una storia del suo ambiente e di rileggere in modo nuovo la vicenda sua personale e della sua famiglia. Giunge così a scoprire che il suo fratello ha perpetrato crimini di tortura allo scopo di far sì che la famiglia potesse vivere sicura. Scopre in modo drammatico il coinvolgimento pur indiretto nella realtà dell’ingiustizia e della violenza, ed è condotta ad una nuova lettura della sua stessa vita scorgendo una responsabilità nell’ingiustizia.

Nelson Mandela ebbe a dire di questo film “Interessante non solo per gli abitanti del Sudafrica, ma anche per le persone di tutto il mondo, che saranno coinvolte dai grandi interrogativi dell’umanità quali la riconciliazione, il perdono e la tolleranza”.

Quella del Sudafrica è stata un’esperienza storica nell’accogliere la sfida a costruire giustizia non secondo la logica della punizione e della vendetta, ma secondo l’affermazione della verità e la possibilità del perdono.

Alla base di tale processo è stato l’atteggiamento di legame e relazione reciproca verso l’altro che in lingua bantu è espresso dal termine ubuntu. Esso esprime la un attitudine di legame e benevolenza verso il prossimo perché ciò che riguarda uno riguarda anche l’altro. Ubuntu esprime la convinzione di un legame che tiene insieme perché una persona è tale solamente nel rapporto con gli altri e perché gli altri esistono. Il teologo Robert J. Schreiter nella sua opera The ministry of reconciliation: spirituality and strategies ha indicato ‘le tre dimensioni centrali del processo sociale della riconciliazione’: far emergere la verità, non fare concessioni sulla giustizia, dare valore al concetto di perdono. Sono questi i tre elementi specifici che hanno reso possibile il lavoro della Commissione.

Così ha scritto Desmond Tutu, vescovo anglicano premio Nobel per la pace nel 1984, nel suo libro Non c’è futuro senza perdono (Feltrinelli 2001): “noi sosteniamo che esiste un altro tipo di giustizia, la giustizia restitutiva, a cui era improntata la giurisprudenza africana tradizionale. Il nucleo di quella concezione non è la giustizia o il castigo. Nello spirito dell’ubuntu, fare giustizia significa innanzitutto risanare le ferite, correggere gli squilibri, ricucire le fratture dei rapporti, cercare di riabilitare le vittime quanto i criminali, ai quali va data la possibilità di reintegrarsi nella comunità che il loro crimine ha offeso. (…) Perdonare e riconciliarsi non significa far finta che le cose sono diverse da quelle che sono. Non significa battersi reciprocamente la mano sulla spalla e chiudere gli occhi di fronte a quello che non va. Una vera riconciliazione può avvenire soltanto mettendo allo scoperto i propri sentimenti: la meschinità, la violenza, il dolore, la degradazione…la verità. ”

Sono parole che ci rinviano ad un passato che apre ad uno sguardo crtico sul presente sugli apartheid in atto, sull’indifferenza e incapacità di vivere secondo lo spirito dell’ubuntu nell’Europa frantumata dagli egoismi oggi e nel mondo.

Riconciliazione è il nome del disegno di Dio nella creazione e nella storia, un disegno di pace e di dialogo, che significa fare pace nella giustizia. “se uno è in Cristo è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor 5,17-21).

Alessandro Cortesi op

VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF4068Is 49,14-15; Sal 61; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34

Una donna che si commuove per il proprio figlio è immagine che parla di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. Per parlare di Dio nei testi biblici ritroviamo rinvii alle dimensioni umane più profonde. Così il volto di Dio non definibile, nemmeno pronunciabile da parola umana è descritto nel gesto del commuoversi di una donna e nella relazione che la lega al suo bambino. Una immagine che racchiude non solo il grande messaggio che Dio non si dimentica dei suoi figli, ma che ci riporta anche ad una fede liberata dalle complicazioni e centrata sulla dimensione profondamente umana che tocca il cuore. Una fede ridonata alla semplicità di scoprire la presenza di Dio vicina alla vita, dentro ad essa.

Nella vita umana sta nascosta la sua presenza. Il cammino verso Dio non è solo cammino di uscita ma a anche di sguardo alla realtà, al profondo dell’esperienza umana: non lontano ma al cuore di essa sta racchiuso un rinvio a Dio e si dona la stessa comunicazione di Lui che si rende vicino. Nel cuore della propria esperienza stanno le tracce del suo volto.

Dio non dimentica. Il Dio della Bibbia, dei profeti è un Dio capace di commuoversi, di sentire l’attaccamento dell’affetto e della passione. Questo annuncio di Isaia è uno squarcio sul volto di Dio appassionato che rimane fedele. Fedele nonostante ogni contraddizione e capace di riproporre la sua fedeltà nonostante il rifiuto e l’infedeltà. E’ la gratuità dell’amore che non ricerca un contraccambio, ma si offre nella gratuità del regalare sempre il suo ricordo e pensiero. Il volto di Dio ha i tratti di chi dona e attende e rimane fermo, paziente, e si commuove nonostante ogni distanza.

In un tempo che dimentica non solo la propria storia, ma dimentica l’altro, perché non lo vuole guardare e lo allontana da sé, il Dio annunciato da Isaia ha i tratti di un Dio che ricorda, personalmente, rivolto ad un tu, e non viene meno nel ricordare: ‘non ti dimenticherò mai’ è promessa per una fede che diviene allora legame personale, affidamento, accoglienza della speranza che proviene da chi non si dimentica di noi.

In un tempo in cui si sperimenta la distanza presa da tanti nei cofnronti di una fede che è diventata costruzione di un sitema lontano dalla vita queste paorle richiamano ad un ritrovare la semplicità di un credere testimoniato e proposto in modo umano, vivo, ricco di quell’amore che segna i rapporti.

Gesù nel discorso della montagna pone i discepoli di fronte ad una alternativa: “Non potete servire Dio e il denaro”. Presenta una signoria in cui un padrone indicato con il termine aramaico ‘mammona’, si pone in alternativa a Dio stesso nella vita dei discepoli. ‘Mammona’ può essere indicato come il denaro, la ricchezza, il possesso, la rincorsa all’accumulo. E’ da tener presente che Gesù non denuncia il denaro in se stesso come un male: non condivide le concezioni dualistiche di coloro che ritengono che vi siano cose malvage in se stesse, eppure scorge nella dinamica dell’attaccamento che il denaro genera una via di infedeltà a Dio stesso. Pone così in guardia dal servire il denaro. Vi sono realtà quali il denaro, il possesso, la ricchezza che nella vita sono elevate al ruolo di padroni assolute, idoli da seguire, a cui orientare ogni sforzo, a cui lasciare assoggettare l’esistenza. Questa dipendenza dal denaro e dalla ricerca di accaparrarsi beni rende la vita soggiogata e la pone sotto un altro padrone che non è Dio. Mammona è così un padrone che soffoca la vita, la rende inacpace di respiro, asservita. In questa alternativa Gesù coglie la grande sfida presente nell’esistenza dei discepoli. E’ questione di riferimento all’unico Signore che genera uno sguardo critico su ogni realtà che si pone come ‘padrone assoluto della vita’.

Una vita piena di cose, spesa nella tensione all’accumulo di beni ha i contorni di una vita affannata. Nel brano viene ripetuto sei volte un verbo che indica l’affannarsi (greco merimnao). Nel vangelo di Matteo ritorna il riferimento a questo nella spiegazione della parabola del seminatore, con riferimento alla situazione del seme seminato tra i rovi: “Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22). Affannarsi è cadere in preda alla ‘preoccupazione del mondo’ che toglie aria e respiro alla possibilità della Parola di crescere. Non solo. Una vita alla rincorsa di cose da possedere non sta nella pace ma sperimenta l’aggressività verso l’altro, l’invidia per superare chi è più ricco o la paura per difendere i possessi acquisiti. Gesù denuncia non solo la condizione di schiavitù dell’essere sottomesi all’idolatria delle cose da trattenere per sè, ma anche quell’idolatria che pone in uno stato di guerra e di ostilità permanente. Prima di divenire conflitto di popoli, quest’affanno che genera ostilità si annida nei cuori e mantiene schiavi. Gesù provoca a scegliere e ad intendere diversamente la vita: la sottomissione alla ricchezza rende ciechi di fronte ad ogni altra cosa, soprattutto rispetto alla sollecitudine per l’altro e per il Signore.

Gesù insiste tanto su questo sguardo liberato dall’affanno delle ricchezze per aprire strade di umanità e di pace. La logica del consumare e dell’avere è pervasiva: non si arresta mai, giunge a considerare merce tutte le cose, poi il lavoro e le stesse persone. E’ una logica che separa e costruisce barriere sempre più alte tra le persone, i popoli, tra chi ha e chi non ha, tra chi mantiene il potere e chi deve soggiacere.

L’invito di Gesù è: Non preoccupatevi. “Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardategli uccelli del cielo…”. E’ indicata la prospettiva di non lascirsi rinchiudere l’esistenza in un’ansia che la impoverisce e la rinchiude.

Gesù propone un cammino di liberazione dall’affanno che tarpa l’esistenza. A partire dalla sua esperienza di povero, Gesù parla di una vita liberata. E una vita liberata è capace di respiro, diviene capace di godere del dono inatteso, delle cose semplici, di essere ricchi non perché si possedono molte cose ma perché si ha bisogno di poco e si vive la dimensione più profonda dell’essere umano, l’affidamento. Una vita liberata dalla sudditanza e dalla schiavitù è una vita in cui si apre al possibilità di spazio per l’altro. “Da ricco che era si è fatto povero per voi povero, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà – dirà Paolo tratteggiando l’intero percorso di vita di Gesù e indicando in questo ‘la grazia del Signore nostro Gesù Cristo’ (2Cor 8,9).

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E’ questa libertà che conduce a guardare le cose, gli altri, la vita in modo nuovo. Fa passare da uno sguardo in cui tutto è solo funzionale ad una utilità o ad un guadagno, in cui tutto è quantificabile con un prezzo, ad uno sguardo che respira di gratuità. C’è un rapporto con le cose, con la natura, con la realtà attorno a noi da riscoprire e recuperare in modi nuovi, liberandosi dall’idolatria di mammona. Viviamo in una realtà non da usare ma da in primo luogo da accolgiere e contemplare: Gesù guardando i fiori del campo vi legge un segno che parla di Dio. Vi ritrova lì dentro una parola che orienta l’esistenza. Suggerisce così un nuovo rapporto con le cose che sorge da un cuore liberato.

C’ è un rapporto con gli altri come via dell’incontro con il volto di Dio: “cercate invece innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Cercare il regno di Dio e la sua giustizia si concretizza nel vivere una fiducia che si appoggia nella misericordia del Padre. Giustizia e misericordia sono due nozioni che si ricoprono e quasi di identificano, come ricordano le due beatitudini del discorso dela montagna: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno sazieti. Beati i miserirocordiosi perché troveranno misericordia (Mt 5,6-7). Sta qui il paradosso dell’annuncio di Gesù: una vita capace di scrollarsi di dosso l’affanno, che imprigiona e ripiega, si ritrova in modo nuovo e inatteso, sorprendentemente ricca, capace di vivere l’affidamento nell’oggi: ‘dacci oggi il nostro pane di questo giorno’ (Mt 6,11; con riferimento a Es 16,4: “Ecco io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno”) .

E’ l’apertura alla grande bellezza che è presente eppur nascosta nella nostra vita, nelle cose semplici, di ogni giorno, da scoprire come segno di un dono e invito alla libertà. Sono magari le medesime cose di chi ha poco, ma osservate con uno sguardo capace di gioire. C’è un profondo messaggio di superamento della lotta e del dominio verso una via diversa di pace in queste parole. Accogliere l’invito di Gesù ‘non affannatevi’ è percorso di liberazione da tutto ciò che fa stare nella logica del conflitto, della competizione, per aprirsi alla possibilità di una vita liberata da pesi inutili e da sudditanze che le impediscono di volare, come gli uccelli del cielo – simbolo di libertà dall’affanno – e di fiorire come i gigli del campo – segno della bellezza semplice che attrae e sa condividere -.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno A – 2014

DSCF3432Is 42,1-6; Sal 29; At 10,34-38; Mt 3,13-17

Questa domenica del battesimo di Gesù è collocata a conclusione del tempo del Natale. A conclusione di un percorso di epifanie. C’è uno svelamento, una epifania, manifestazione, da cogliere nei vangeli delle origini; e c’è uno svelamento molteplice da inseguire in tutto il percorso di Gesù, indicato dai racconti del vangelo sin da questo momento decisivo del battesimo.

Dopo che Gesù si era recato presso Giovanni Battista e dopo aver vissuto per un certo periodo come suo discepolo, il battesimo è un momento chiave della vicenda di Gesù. Così importante che tutti i quattro vangeli canonici ne parlano, benchè costituisca motivo di difficoltà. E pur tra difficoltà ne riportano la testimonianza e ne presentano una lettura per cogliere lo svelamento che in questo passaggio si attua.

Marco è l’unico che narra l’atto del battesimo: “In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano” (Mc 1,9). Matteo, che forse avverte maggiormente le difficoltà di questo gesto, non racconta il momento del battesimo. Accenna invece ad un dialogo tra il Battista e Gesù: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?. Ma Gesù gli rispose lascia fare per ora perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Gesù compie innanzitutto il gesto di rendersi vicino e farsi compagno con tutti coloro che, attratti dal Battista avvertivano l’esigenza di un ritorno a Dio, di apertura ad un futuro diverso, di un cambiamento della vita e di una conversione. Il suo è un gesto radicale di condivisione e di solidarietà.

Le parole del dialogo tra Gesù e il Battista sono una chiave per interpretare il senso di questa scelta: ‘conviene adempiere ogni giustizia’. La giustizia è l’orizzonte del suo agire. Si tratta della giustizia in senso biblico, a cui Matteo è particolarmente attento. Anche l’intero discorso della montagna infatti verrà posto nella luce della grande affermazione: “Se la vostra giustizia non supera quella di scribi e farisei non entrerete nel regno dei cieli…” (Mt 5,20). La giustizia a cui Gesù rinvia non è certamente una visione di una separazione secondo la logica dell’esclusione, della punizione e della vendetta che spesso regola il modo umano di fare giustizia. Non è neppure una concezione di giustizia secondo la riflessione filosofica greca codificata nella regola del ‘dare a ciascuno il suo’ in senso commutativo o distributivo.

Adempiere la giustizia per Gesù significa porsi in ascolto della giustizia di Dio. Dio è giusto perché rimane fedele alle sue promesse di bene e di salvezza e non viene meno. Dio è giusto perché vuole salvare le vittime e i poveri così come è sceso a liberare Israele vittima del potere egiziano. Così la giustizia che Gesù indica si esprime nel suo condividere pienamente il percorso di chi è considerato fuori della salvezza, incapace di accedere a Dio. Si attua così un primo svelamento in questo suo immergersi: è uno svelamento che riguarda il volto di Dio. Il volto di Dio è giustizia ossia fedeltà al suo disegno di salvezza rivolto a tutti, aperto agli esclusi.

Gesù si fa compagnia di coloro che vanno dal Battista perché scorge come quella parola e la testimonianza del profeta del deserto -lontano dal tempio – apre a tutti e non solo ad alcune categorie, coloro che si ritenevano puri o giusti, la possibilità di preparare un’accoglienza di Dio, nel cambiamento della vita. Non in gesti esteriori di appartenenza ad un sistema religioso istituzionale che aveva il suo centro nel tempio, ma nel cambiamento del cuore, in un orientamento della vita, che porta frutti nell’agire e nell’esistenza.

Matteo osserva cha allora Il Battista ‘lo lasciò’: è lo stesso movimento che Matteo indica nell’episodio delle tentazioni indicando in esso l’allontanarsi, il lasciare, del ‘tentatore’, dopo aver tentato Gesù (Mt 4,11). Si tratta allora anche qui di un dialogo che presenta due modi di intendere il messianismo. Per il Battista il messia doveve avere il carattere della potenza e della forza. La sua idea si collegava alla concezione di un Dio minaccioso che viene a giudicare, la cui scure è posta già alle radici (Mt 3,10). Ma questa attesa trova una contestazione nello stile di Gesù. Gesù adempie la giustizia nel presentare il volto di chi si fa accanto, di chi offre compagnia e non minaccia, di chi semina segni di vita, di guarigione e di restituzione alla libertà. E questo mette in crisi lo stesso Giovanni e troverà espressione nell’invio dei discepoli e nella domanda rivolta a Gesù: “sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (cfr. Mt 11,3-6).

Ma c’è anche un altro svelamneto che questo gesto di Gesù apre. Questa volta è apertura dei cieli: “Quando uscì dall’acqua i cieli si aprirono”. Il salire dalle acque è già indicazione del movimento della risurrezione. E’ un rialzarsi infatti il risorgere, il risalire dalla tomba. E’ condizione di nuova vita in cui Gesù entra nella risurrezione. Una nuova comunicazione si apre tra Dio e l’umanità. Matteo a questo punto esplicita un’esperienza propria di Gesù in cui fa entrare il lettore del vangelo come uno spettatore che viene a conoscere un’esperienza personale e interiore: “Egli vide lo spirito di Dio scendere su di lui come una colomba”. Si tratta di simboli che indicano come l’evento del battesimo sia letto come momento di svelamento, di apertura.

Lo Spirito invade la persona di Gesù. Come lo spirito simboleggiato dal volo della colomba che aleggiava sulla acque delle acque al momento della creazione (Gen 1,2) così ora lo Spirito sta sopra Gesù. Con tale evocazione simbolica e narratva Matteo suggerisce che una nuova genesi (cfr. Mt 1,1), una nuova creazione sta prendendo origine. E’ un nuovo inizio che riprende e si collega alla vicenda della storia di Israele e di tutta la storia della creazione. La colomba diviene simbolo di un discendere, una unzione che richiama il momento in cui i profeti avvertivano la chiamata e l’invio ad essere portatori della parola del Signore in una forza che li invadeva: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha unto per portare ai poveri il lieto messaggio” (Is 61,1). E’ uno svelamento dello Spirito nella vita di Gesù che su di lui rimane ed è svelamento di una chiamata e di un invio che provengono dal Padre e che spingono Gesù ad iniziare la sua missione nella forza dello Spirito: lo Spirito come soffio della creazione, lo Spirito che aveva animato la testimonianza dei profeti, lo Spirito che partecipa la vita stessa di Dio.

Proprio in questo momento Matteo evoca la voce del Padre che, rivolto a Gesù, lo chiama con il nome unico ‘il Figlio, l’amato’: “Ed ecco una voce dal cielo che diceva: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento’”.
 E’ una voce che proviene dall’alto. Matteo legge il battesimo di Gesù come evento in cui si svela il volto di Dio comunione, un Padre che ama il Figlio della sua gioia. Ed è presente lo Spirito nel simbolo della colomba che viene dall’alto e si ferma. Gesù è indicato come ‘il Figlio’. Sotto queste parole sta uno svelamento del modo in cui Gesù attua la sua missione di messia.

In lui sono pronunciate le parole con cui si delineava il profilo del ‘servo di Jahwè’: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito sopra di lui” (Is 42,1-6). Tutto il percorso di Gesù viene così situato nell’orizzonte del ‘servo’. Forse egli stesso aveva lasciato ai suoi il ricordo del modo in cui aveva inteso la sua vita richiamandosi al servo di Jahwè: ‘Io sto in mezzo a voi come colui che serve’ – una parola che Luca porrà nel contesto dell’ultima cena (Lc 22,16.18) e che Marco riprende nell’indicazione di uno stile che si contrappone alla logica di chi cerca i primi posti e l’affermazione a modo del potere del mondo: tra voi non è così… “il Figlio dell’uomo non è venuto per esssere srvito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per le moltitudini” (Mc 10,45).

Ma l’indicazione: ‘mio figlio, l’eletto” è anche la parola, il nome del padre Abramo rivolto ad Isacco, il figlio della promessa, il figlio amato (Gen 22,2): Gesù vive come Isacco il movimento dell’essere restituito totalmente. La sua vita si pone nel movimento del restituire, del ridonare, del riamare. Tutta la sua vita sta in una relazione in cui vive la sua esistenza come dono ricevuto e da ridonare, a Dio e agli altri, in una risposta di affidamento e solidarietà: tutto il percorso di Gesù si pone così nella linea di una fedeltà al Padre vissuta come relazione che costituisce la dimensione più profonda sua vita – in questo senso è Figlio – e nella solidareità con coloro che cercano la salvezza. Ancora, ‘mio figlio’ è termine utilizzato nel salmo 2 che parla del messia: “Sei tu il mio figlio, oggi ti ho generato”. Il figlio è allora il messia e Gesù è indicato come messia. Ma un messia particolare, un anti-messia. La sua missione è nella linea del servo che dà la vita in favore degli altri, che intende la sua esistenza nella logica della solidarietà.

Indico due linee di attualizzazione delle letture per noi:

Il profilo del servo è di colui che non grida, non s’impone, che non spezza una canna incrinata, e non spegne uno stoppino fumigante. E’ il profilo del mite, di colui che passa facendo del bene, in modo disinteressato, senza coltivare progetti di grandezza per sé, ma attento a non calpestare le realtà fragili, tutto ciò che può essere interrotto e schiacciato. E’ profilo di chi segue la via della tenerezza e non dell’esigenza, di chi attua compassione e guarda con comprensione ogni cosa che dice attesa, apertura. Viviamo tempi in cui si manifestano profonde fragilità e i deboli sono i primi a subire le conseguenze di un sistema economico che privilegia i più forti e fa arricchire i più ricchi. Di fronte alla logica della selezione del più forte che spesso regna in ambienti di lavoro e nel contesto sociale, di fronte alla logica della ragione data a chi urla più forte dovremmo forse interrogarci sullo stile del nonviolento e sulla resistenza mite da attuare per contrastare il predominio, la corruzione e lo strapotere.

Pietro nella casa di Cornelio scopre che proprio entrando nella casa del pagano e lasciandosi interrogare dall’altro, si apre ad una nuova comprensione di se stesso (‘alzati anch’io sono un uomo’ At 10,26) e ad una più profonda comprensione di Gesù stesso, di Dio, dello Spirito. Parla di Gesù nei termini essenziali di ‘colui che è passato facendo del bene e guarendo’. Scopre il volto di Dio in modo inedito come colui che ‘non fa preferenze di persone’, che accoglie oltre ogni confine di religione e cultura. Scopre soprattutto che è lo Spirito a spingerlo, a guidarlo e a precederlo sempre in modi imprevedibili in un cammino in cui l’unica cosa che gli è chiesta è uscire, lasciarsi guidare a riconoscere l’agire dello Spirito oltre ogni suo programma. La sfida dell’incontro con l’altro, la grande esperienza del poter entrare nella casa dell’altro, del vicino straniero e dell’altro di religione, cultura e provenienza diversa, è oggi una delle frontiere in cui scoprire in modo nuovo il vangelo e, insieme, le chiamate dello Spirito che è sempre oltre i limiti angusti entro cui vorremmo rinchiuderlo.

Alessandro Cortesi op

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