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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Abacuc – icona russa XVIII sec.

Ab 1,2-3; 2,2-4; 2Tim 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

“Fino a quando Signore implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”

Dimande sospese esprimono il grido del profeta, rivolto verso Dio. La legge stravolta, i giudizi tramutati in truffa, l’egemonia dei corrotti e dominatori avidi di potere è esperienza drammatica che pone in crisi la fede. Fino a quando Signore? Abacuc esprime una sofferenza ed una sete di giustizia non solo del singolo ma a livello collettivo. Il profeta ha il coraggio di formulare domande autentiche che sono sfida ad una fede acquietata e sicura.

La risposta di Dio indica un termine: l’ingiustizia e l’oppressione non sono l’ultima parola e non prevarranno. “…certo verrà e non tarderà”.  Nel tempo della prova è richiesto al giusto l’affidamento dell’attesa anche nel non comprendere: ‘soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede’.

Senza facili risposte al male al giusto è indicata la via di mantenersi nell’attesa del Dio fedele. Credere non esime dalla domanda, dalla crisi, dal dubbio. La fede rimane sospesa e aggrappata alla fedeltà di colui che non verrà meno alle sue promesse. Ed è promessa di vita.

‘Accresci in noi fede’ è preghiera rivolta dagli apostoli a Gesù. Se aveste fede quanto un granello di senape… L’immagine che Gesù usa per indicare la fede è quella del più piccolo tra i semi. Il seme racchiude qualcosa che sarà ma ancora non si vede, è promessa ed è piccolo elemento che esige cura e coltivazione. L’esempio del servo che si accosta al seme delinea l’attitudine del credente. E’ da ricordare che nel vangelo servo è Gesù stesso che ha inteso la sua vita nell’ascolto del Padre e nel dono agli altri.

Riconoscere di essere ‘semplice servo’ (non ‘inutile’, ma unicamente servo), è passaggio per intendere la vita non nella dialettica servo-padrone, ma in una relazione che pone al centro l’ascolto, l’attenzione, la cura, il dono.

“quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dire: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Vivere al seguito di Gesù la via del servizio è orizzonte che libera.

Alessandro Cortesi op

Fino a quando?

Ci sono situazioni dimenticate e che invece dovrebbero avere attenzione e suscitare l’indignazione e la domanda del profeta: fino a quando?

La regione del Tigray è situata al Nord dell’Etiopia nell’area del Corno d’Africa e confina con l’Eritrea. Nel 2018, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), primo partito tra la popolazione si rifiutò di confluire in un partito unico nazionale secondo la proposta del Primo Ministro Abiy Ahmed. La situazione di tensione creatasi si è aggravata con il rinvio delle elezioni nazionali al sopraggiungere della pandemia. Il primo ministro ha continuato il suo governo e per contrasto il Fronte Popolare TPLF ha organizzato elezioni nella regione in modo indipendente. La reazione del governo centrale è stata quella di dichiarare illegali le elezioni di interrompere i finanziamenti al Tigray, costringendo ad uno stato di isolamento.

Da qui l’inizio di un conflitto armato agli inizi di novembre 2020 che ha provocato la morte di decine di migliaia di persone con violenze perpetrate contro la popolazione civile e crimini contro l’umanità attuati da entrambi le parti. Da allora si è aggravata la crisi umanitaria che si è protratta nel tempo del Covid-19 con conseguenze devastanti per la popolazione. Difficoltà di accesso alle risorse, mancanza di alimenti, mancanza di servizi igienici e sanitari in una realtà di sovrappopolamento di alcune aree. Anche le regioni confinanti di Amhara e Afar son state colpite perché sono stati interrotti i collegamenti e chiusi i confini con conseguenze che hanno colpito soprattutto le popolazioni più fragili. Con la situazione di guerra e di pandemia sono anche state chiuse le scuole: i bambini e le bambine sono stati così esposti alle forme diverse di sfruttamento e violenza. 2.1 milioni di bambini e bambine sono in stato di bisogno. Migliaia di persone hanno cercato riparo uscendo dalle zone del conflitto: si calcolano due milioni di sfollati e, nonostante la chiusure dei confini, più di 60.000 persone hanno cercato rifugio in Sudan.

A fine 2021 si delineava un panorma desolante: ““Il grande paese, sede dell’Unione africana e oasi, fino a poco tempo fa, di stabilità e sviluppo in mezzo a un’immensa area di conflitti e tirannie che va dal Sudan allo Yemen, dalla Somalia al Sud Sudan passando per l’Eritrea,  è riuscito in poco più di dodici mesi a dilapidare un patrimonio geopolitico, economico, sociale e morale costruito a fatica negli ultimi decenni”. (L.Attanasio, Dopo un anno di atrocità nel Tigray ora l’Etiopia sogna finalmente la pace, “Domani” 26 dicembre 2021)

La situazione sanitaria conseguente al conflitto ha dimensioni catastrofiche. Secondo una testimonianza di Joseph Belliveau, Direttore Esecutivo di MSF Canada: “Oggi, la maggior parte del sistema sanitario del Tigray giace in rovina, vandalizzato e saccheggiato dai soldati. La distruzione è così completa che, durante il mio recente incarico di cinque settimane nel Tigray, non ho trovato una sola stanza in una singola struttura sanitaria al di fuori delle principali città che non fosse stata saccheggiata”. (D.Tommasin, Tigray. Resoconto della catastrofica situazione sanitaria, 20 agosto 2022).

Una tregua umanitaria di cinque mesi da marzo a agosto 2022 è da poco conclusa e il 20 settembre da parte degli eritrei è iniziata una offensiva che si connota come la più dura dall’inizio del conflitto. L’Agenzia Fides riportando una fonte locale riferisce: «L’esercito eritreo sta richiamando i riservisti e arruolando moltissimi giovani da mandare al fronte. Stanno cercando di conquistare Axum, Adigrat, Shire e di entrare a Macallè».

Un rapporto della commissione d’inchiesta dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha accusato le parti in conflitto di aver commesso «crimini di guerra» e «contro l’umanità». Kaari Betty Murungi, presidente della commissione, ha affermato anche che gli aiuti sarebbero stati usati dal governo di Addis Abeba (Etiopia) come arma di guerra contro i tigrini, che sono cittadini etiopici: «La diffusa negazione e l’ostruzione all’accesso ai servizi di base, al cibo, all’assistenza sanitaria e a quella umanitaria, stanno avendo un impatto devastante sulla popolazione civile. La crisi umanitaria nel Tigrai è scioccante, sia in termini di portata che di durata». (cfr. P.Lambruschi, Tigrai, l’Etiopia non si ferma «Anche la Francia coinvolta», “Avvenire” 25 settembre 2022).

I bombardamenti del territorio ad opera dell’esercito governativo sono condotti con droni che provengono da ditte francesi collegate al governo della Francia. Appare in tal modo l’ipocrisia degli stati occidentali che fomentano le guerre diffuse con il commercio di armi.

Il responsabile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Adhanom Gebreyesus, ha accusato i Paesi occidentali di trascurare la situazione nel Corno d’Africa nel considerare la crisi umanitaria del Tigray “meno importante di quella ucraina” (Eritrea, truppe di Asmara attaccano il Tigray , “Africa” 21 settembre 2022).

A fronte di queste situazioni di guerra, violenza e crisi umanitarie in cui in Tigray cinque milioni di persone sono in situazione di carestia di mancanza di cibo e di assistenza sanitaria essenziale, nell’indifferenza e nell’oblio dei Paesi occidentali interessati al commercio delle armi porta ancora a formulare la inquietante domanda: “fino a quando?”

Alessandro Cortesi op     

“Caro Abacuc… hai ragione tu di urlare verso un Dio che sembra dormire quando la violenza trafigge la terra e i suoi abitanti. Nel contempo urla un po’ anche al nostro indirizzo perché nessuno dimentichi di portare il suo mattone e di esprimere la propria fede nel giorno che verrà preparandolo con cura. Il domani è il raccolto del seme che abbiamo deposto oggi nel grembo della terra e della storia. Responsabilità, impegno, lotta, cura… in cui anche noi diveniamo umili partner di Dio nel costruire la pace. Caro Abacuc a tal punto sei sordo da non aver ascoltato la risposta di Dio? Egli dice infatti: “Fino a quando, uomo, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Non ha più forza la legge, né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto”. (tratto da T. Dall’Olio, Abacuc sentinella del silenzio di Dio, “Mosaico di pace” giugno 2005)

XXVI domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Am 6,1.4-7; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Un ricco, senza nome, e un povero, Lazzaro  (‘El azar’ significa ‘Dio aiuta’) sono posti uno di fronte all’altro nella parabola di Luca. La parabola richiama ad aprire gli occhi e lasciarsi toccare dalla sofferenza dei poveri. E’ anche proposta a praticare uno stile di vita in ascolto della Parola di Dio: essere discepoli di Gesù richiede di liberarsi dalla ricchezza come dominio e dal senso di autosufficienza che essa porta nella vita. Se la ricchezza non è condivisa diventa fonte di ingiustizia e indurisce il cuore.

All’inizio della parabola due quadri sono posti in parallelo: da un lato la vita del ricco spensierato e gaudente, nel lusso e nei piaceri. Alla porta di quella casa, fuori, sta un povero, Lazzaro accerchiato dai cani randagi. Il momento della morte porta ad un rovesciamento della situazione: Lazzaro è portato dagli angeli accanto ad Abramo mentre il ricco è immerso nei tormenti.

La parabola non intende essere un insegnamento su ciò che vi sarà dopo la morte e su questo riprende motivi dell’immaginario ebraico sull’aldilà: il seno di Abramo e una situazione di sofferenza e pena. Nel contrapporre la diversa situazione di Lazzaro e del ricco è forte il  richiamo rivolto a coloro he ascoltano ad interrogarsi sulla responsabilità nella loro vita, ad essere vigilanti nel presente.

Gesù non condanna la ricchezza di per sé e il suo agire è orientato ad eliminare le condizioni di povertà e miseria. Ma ha parole dure contro la spensieratezza e l’indifferenza di chi non si apre alla sofferenza degli altri e non vive la condivisione. L’autentica felicità non proviene dall’accumulo dei beni, anzi questo genera ricchezza disonesta. Gesù propone di cercare relazioni nuove di cura, di accoglienza, con gli altri, con Dio: i beni vanno usati quale strumento per rapporti nuovi di giustizia, di bene condiviso. Non si deve essere preoccupati dell’accumulo diventando così stolti (cfr. Lc.12,20) e ciechi di fronte all’indigenza e alla fatica di chi soffre. La presunzione e la superficialità del ricco sono considerati da Luca come un ostacolo insormontabile a comprendere la via che Gesù indica ai suoi. Luca indica la via della povertà quale scelta per seguire Gesù.

La parabola continua in una seconda parte in cui vi è un dialogo. Il ricco tra i tormenti chiede ad Abramo di poter avvisare i suoi fratelli, perché non abbiano a subire la medesima sorte e Abramo risponde: “Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino… Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se uno risuscitasse dai morti non si lascerebbero convincere”.

Sta qui il vertice dell’intera parabola: Mosè e i profeti indicano le Scritture. Abramo richiama ad un ascolto della Scrittura nella quotidianità e uscendo dalla mentalità del miracolo. Non è questione di miracoli sorprendenti e di invii celesti: c’è un ascolto della volontà di salvezza di Dio per tutti, della sua chiamata ad essere fratelli e sorelle, da attuare nel quotidiano. Solo l’ascolto della Parola di Dio conduce a superare l’insensibilità e la chiusura generata dalle ricchezze. La vita così può cambiare. La parabola non va intesa come espressione di un volto di Dio che condanna e punisce ma è parola aperta, provocazione ad aprire gli occhi superando indifferenza e distrazione verso chi soffre ed è talvolta vicino ma tenuto lontano, fuori della porta. E’ sfida alla responsabilità, a scoprire l’urgenza di agire con scelte di condivisione e solidarietà. 

Alessandro Cortesi op

Ricchezza e povertà

Secondo il Global Wealth Report del Credit Suisse Research Institute nel 2021 la ricchezza globale è cresciuta ma essa è concentrata solamente nell’ 1% della popolazione mondiale. Sono 62,5 milioni coloro che detengono patrimoni milionari.

I Paesi a basso e medio reddito insieme rappresentano il 24% della ricchezza. Il Nord America poco più del 50% del totale e la Cina il 25%. Africa, Europa, India e America Latina rappresentano insieme l’11% della crescita della ricchezza globale. America Nord e Cina hanno registrato tassi di crescita più alti (circa il 15%) mentre l’Europa è la più bassa (1,5%).   

A fronte di tale situazione globale cresce il rischio di povertà in Italia. E’ quanto si ricava dai dati dell’ultimo Report di Eurostat. La povertà colpisce in particolare bambini e lavoratori e si prevede un aggravamento nell’anno in corso 2022. Le tabelle su povertà e disuguaglianza curate dell’Istituto europeo indicano che nel 2021 le persone a rischio di povertà (con reddito inferiore al 60% di quello medio disponibile), erano più del 20 per cento della popolazione (11,84 milioni). Se si allarga la considerazione alle famiglie che vivono condizioni di vita minime a rischio di esclusione sociale le persone in difficoltà cono circa 15 milioni (25,2% della popolazione). La situazione dei bambini presenta contorni anche peggiori. Sono il 26,7% i bambini sotto i 6 anni a rischio povertà, con tendenza all’aumento rispetto all’anno precedente (667 mila bambini) Se si considerano le famiglie a rischio di esclusione sociale, i  bambini sotto i 6 anni in difficoltà costituiscono il 31,6% (con aumento dal 27% del 2020).

I dati dell’Eurostat confermano quanto indicato anche dall’Istat sulla povertà riguardo all’anno 2021. Poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5% del totale) e circa 5,6 milioni di individui (9,4% come l’anno precedente) vivono in condizione di povertà assoluta. Sono dati che indicano continuità con l’aumento verificatosi nel 2020 nel tempo della pandemia. L’11,1% della popolazione vive in povertà relativa e le famiglie a rischio esclusione sociale sono circa 2,9 milioni. (Cfr. Andrea Carli, Dall’Istat all’Eurostat: è sempre più allarme povertà in Italia, Il Sole 24 ore”, 25 agosto 2022).

Il rischio di povertà o di esclusione sociale è maggiore in particolar modo per le donne. Secondo Eurostat negli Stati Membri UE 64,6 milioni di donne vivono in condizioni di povertà, mentre gli uomini sono 57,6 milioni. Dall’inizio della pandemia le donne hanno subito le più pesanti conseguenze di impoverimento nella sfera socio-economica a causa della sospensione delle attività di lavoro e culturali. La pandemia ha portato ad una riduzione dei servizi pubblici sociali costringendo le donne a farsi carico di un surplus di lavoro di assistenza e cura. La povertà femminile incide anche sui bambini perché sono coinvolte anche le condizioni di vita dei figli. Nel 2020 il 42,1% della popolazione UE costituita da famiglie monoparentali con figli a carico era a rischio di povertà (di queste famiglie l’85% ha per capofamiglia una donna). La povertà femminile costituisce anche l’esito di una discriminazione che accompagna la vita delle donne. A più alto rischio di povertà sono le madri sole, le donne sopra i 65 anni, le donne disabili, quelle con un basso livello di istruzione o migranti. La povertà femminile costituisce un fattore su cui si innesta la violenza di genere – per l’impossibilità di lasciare il partner violento – e lo sfruttamento che si attua in modalità diverse.

Recentemente il Parlamento Europeo con la Risoluzione 5 luglio 2022, n. 274 ha posto attenzione sul tema della parità di genere, notando il problema del divario retributivo e la condizione di povertà delle donne in Europa. Parità di genere è infatti uno dei valori fondamentali della UE, e l’obiettivo di eliminazione della povertà costituisce una delle priorità del Piano d’azione del pilastro europeo dei diritti sociali che punta a ridurre il numero di persone a rischio di povertà di almeno 15 milioni entro il 2030, di cui almeno 5 milioni di bambini.

Il Parlamento evidenziando il problema del divario retributivo più in generale ha portato all’attenzione la condizione di povertà che segna la vita delle donne in Europa. Per questo invita gli Stati membri a prevedere salari minimi, a condurre una lotta contro i posti di lavoro precario, a promuovere un corretto equilibrio tra vita professionale e vita privata. Inoltre indica di porre attenzione a servizi pubblici di alta qualità negli ambiti dell’educazione e cura della prima infanzia, dell’assistenza agli anziani e non autosufficienti. Invita a proteggere le donne dalla povertà energetica, a favorire l’imprenditoria femminile e l’accesso ai finanziamenti, a riformare i sistemi pensionistici considerando le differenze tra le modalità di lavoro delle donne e degli uomini e le pratiche di lavoro non retribuite.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Am 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese”. Amos, pastore di Samaria, vide la sua vita rivoluzionata dalla chiamata di Dio che lo spinse ad essere profeta in una situazione di profonda ingiustizia nel suo tempo. Si pose così a servizio di quella parola accolta come forza irresistibile che lo inviava a difendere i deboli e gli sfruttati, e a denunciare l’iniquità generata dai ricchi senza scrupoli. La sua predicazione richiama a rifuggire l’idolo della ricchezza, la rincorsa a guadagni procurati con lo sfruttamento dei poveri, in modo disonesto, nel disprezzo verso i lavoratori comprati e venduti per il valore di un paio di sandali.

Lo sdegno di Amos manifesta la sua attualità oggi in una condizione globale segnata da un sistema economico in cui il dominio del denaro, l’indifferenza dei signori dell’economia alle sofferenze dei poveri, genera insopportabili disuguaglianze e ingiustizie. E’ richiamo ad una conversione, a volgersi a Dio che si china sugli sfruttati e si sdegna di fronte a chi disprezza il povero.

La parabola di Gesù sull’amministratore scaltro trae spunto da una reale situazione del suo tempo: un amministratore, a rischio di essere allontanato dal suo padrone, decide di procurare favori con la frode a clienti che poi gli sarebbero stati riconoscenti in futuro.

Gesù non intende suggerire comportamenti di corruzione e frode. Il punto centrale della parabola sta nel notare che quanti cercano i soldi e il benessere sono abili oltre ogni misura nell’escogitare modi per giungere al loro fine. E quando sono di fronte al pericolo di perdere ricchezze o carriera manifestano furbizia e abilità per mantenere i propri privilegi. Sono questi ‘i figli di questo mondo’ dove qui il termine mondo indica la ricerca di una sicurezza che si risolve nei termini del denaro, del potere, del dominio. Gesù per contrasto richiama ‘i figli della luce’, i suoi discepoli, a comprendere che il momento presente richiede urgenza, capacità di essere pronti, scegliere con decisione quanto è più importante, in direzione contraria a chi insegue solo il denaro e la ricchezza. E’ questione di ‘farsi amici’, non con la frode e la disonesta ricchezza, ma con la passione per gli altri. Richiama alla capacità di decisione pronta di quell’amministratore e presenta l’alternativa che sta davanti ai suoi discepoli: o Dio o Mammona. Non si può servire a due padroni così diversi. ‘Mammona’ indica stabilità economica, proprietà, successo finanziario, gli averi: ha una assonanza con il termine che indica fede (ebraico ‘aman’, da cui ‘amen’). Mammona in tal modo assume i contorni di un assoluto a cui tutta la vita viene orientata. Gesù indica una direzione contraria: il senso della vita umana non può risolversi nell’avere e nel denaro. Va cercato invece nell’incontro con Dio che si attua nell’incontro con gli altri, in un ‘farsi amici’ in un cammino di solidarietà e condivisione. Tale alternativa è scelta tra due amori che non possono esser composti insieme. Mantenersi fedeli al Dio che ascolta il grido del povero, è questione che tocca tutti gli aspetti dell’esistenza e chiede scelte concrete e urgenti.

Alessandro Cortesi op

Lavoro

“… è paradossale che, in piena campagna elettorale, il discorso più esplicito sul lavoro e sulla tassazione come cuore del patto sociale sia stato fatto dal pontefice, non da qualche leader politico, neppure a sinistra” (Chiara Saraceno, Il lavoro negato e il patto fiscale, “La Stampa” 13 settembre 2022). Così Chiara Saraceno commenta un recente intervento di papa Francesco rivolto agli imprenditori di Confindustria nell’udienza del 12 settembre 2022.

La questione della dignità del lavoro e dei lavoratori, il richiamo all’equa remunerazione ed alla responsabilità sociale delle imprese, la messa in guardia da evitare forme di sfruttamento e di curare la sicurezza negli ambienti di lavoro. Ma anche una riflessione sul fatto che una disuguaglianza nelle remunerazioni tra dirigenti e lavoratori è elemento che immette fattori di disgregazione sociale e di ingiustizia e fa ammalare la stessa società. E ancora l’attenzione alle condizioni delle lavoratrici, il richiamo a non penalizzare e punire le donne nell’ambiente di lavoro quando rimangono incinte e quando hanno figli. Tutti questi sono stati temi toccati nel discorso del papa agli imprenditori

E’ stato un intervento centrato sulla responsabilità e sulla funzione sociale della tassazione che ha la funzione di garantire la possibilità di servizi sociali per tutti e di beni comuni, offrendo elementi di coesione della società: «Il patto fiscale è il cuore del patto sociale. Le tasse sono anche una forma di condivisione della ricchezza, così che essa diventa beni comuni, beni pubblici: scuola, sanità, diritti, cura, scienza, cultura, patrimonio».

Papa Francesco ha richiamato come vivere un rapporto con i beni nell’orizzonte della condivisione: “La ricchezza, da una parte, aiuta molto nella vita; ma è anche vero che spesso la complica: non solo perché può diventare un idolo e un padrone spietato che si prende giorno dopo giorno tutta la vita. La complica anche perché la ricchezza chiama a responsabilità”. Ha poi richiamato all’impegno a creare lavoro quale modalità in cui si può attuare condivisione della ricchezza: “lavoro per tutti, in particolare per i giovani. I giovani hanno bisogno della vostra fiducia, e voi avete bisogno dei giovani, perché le imprese senza giovani perdono innovazione, energia, entusiasmo. Da sempre il lavoro è una forma di comunione di ricchezza: assumendo persone voi state già distribuendo i vostri beni, state già creando ricchezza condivisa”. Ma in questo discorso un’immagine ha descritto meglio di ogni altro ragionamento la preoccupazione che dovrebbe guidare l’impegno di tutti nella società: il rinvio ai denari di Giuda contrapposti ai denari del samaritano. E’ l’uso del denaro che distingue la figura dell’imprenditore come mercenario e quella di chi assume l’attitudine del buon pastore: “Il buon samaritano (cfr Lc 10,30-35) poteva essere un mercante: è lui che si prende cura dell’uomo derubato e ferito, e poi lo affida a un altro imprenditore, un albergatore. I “due denari” che il samaritano anticipa all’albergatore sono molto importanti: nel Vangelo non ci sono soltanto i trenta denari di Giuda; non solo quelli. In effetti, lo stesso denaro può essere usato, ieri come oggi, per tradire e vendere un amico o per salvare una vittima. Lo vediamo tutti i giorni, quando i denari di Giuda e quelli del buon samaritano convivono negli stessi mercati, nelle stesse borse valori, nelle stesse piazze. L’economia cresce e diventa umana quando i denari dei samaritani diventano più numerosi di quelli di Giuda”.

Nel suo discorso papa Francesco non ha dimenticato di richiamare la condizione dei migranti: “Il problema dei migranti: il migrante va accolto, accompagnato, sostenuto e integrato, e il modo di integrarlo è il lavoro. Ma se il migrante è respinto o semplicemente usato come un bracciante senza diritti, ciò è un’ingiustizia grande e anche fa male al proprio Paese”. In queste settimane sono giunte notizie tremende delle sofferenze di chi è vittima delle crisi mondiali, dalla crisi del grano alle condizioni di miseria dovute al cambiamento climatico e alle guerre disseminate. Le migrazioni sono l’esito di crisi generate da un’economia di sfruttamento e di guerra. Famiglie con bambini sono rimaste senza soccorso durante il viaggio nel Mediterraneo, fino a morire di sete perché non vi è stata risposta per giorni e giorni alle richieste di soccorso: “sette rifugiati siriani, tra cui quattro bambini a bordo di due diverse imbarcazioni. Una è giunta a Pozzallo, in Sicilia. L’altra è ancora alla deriva e nessuno la soccorre” (Nello Scavo, I bimbi morti di fame e sete in mare «Il loro allarme ignorato per giorni, “Avvenire” 13 settembre 2022). C’è un’umanità sommersa che con il silenzio della morte grida e manifesta l’ingiustizia che pervade il mondo attuale. Più di 1.200 persone sono morte o disperse nei mesi di quest’anno durante i viaggi nel Mediterraneo cercando di raggiungere l’Europa. In tale situazione le politiche europee e dei singoli Stati sono orientate al respingimento, alla delega del controllo dei migranti a Paesi come la Libia – dove sono calpestati i diritti umani -, alla deliberata omissione di soccorso.

L’esigenza di nuova impostazione delle politiche migratorie che consenta accessi sicuri nel rispetto dei diritti e siano impostate nella prospettiva dell’integrazione, con politiche di programmazione del lavoro è un’urgenza ineludibile di umanità ed anche per il futuro della vita sociale.

Il richiamo alla giustizia nel mondo del lavoro, ponendo al primo posto l’attenzione per chi lavora e la cura per il pianeta è voce che interpella oggi più che mai. Così Francesco ha richiamato in un appello finale coloro che lo ascoltavano: “potete dar vita a un sistema economico diverso, dove la salvaguardia dell’ambiente sia un obiettivo diretto e immediato della vostra azione economica. Senza nuovi imprenditori la terra non reggerà l’impatto del capitalismo, e lasceremo alle prossime generazioni un pianeta troppo ferito, forse invivibile”.

Alessandro Cortesi op

Assunzione di Maria ss. – Messa della vigilia

1Cr 15,3-4.15-16; 16,1-2; 1Cor 15,54-57; Lc 11,27-28

In questa celebrazione della vigilia della festa dell’Assunzione si possono individuare tre motivi di riflessione.

Il primo è il riferimento al segno dell’arca. L’arca è immagine dell’alleanza. E’ il luogo in cui le tavole della legge sono custodite. L’arca accompagna il cammino d’Israele nel deserto e viene trasportata sino alla terra promessa e a Gerusalemme quale segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

L’immagine dell’arca è presente nella prima lettura: “Davide convocò tutto Israele a Gerusalemme, per far salire l’arca del Signore nel posto che le aveva preparato”. Il salmo 31 canta “Sì, il Signore ha scelto Sion, / l’ha voluta per sua residenza: / «Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre: / qui risiederò, perché l’ho voluto».

Questa salita dell’arca a Gerusalemme è un riferimento importante per leggere la presenza stessa di Maria che custodisce in sé un mistero di alleanza e di vita. In Gesù si rende vicino il dono dell’alleanza che rinvia al patto dell’esodo e a tutto il cammino d’Israele. Maria nel suo portare in sé Gesù è così vista come arca dell’alleanza, che tiene insieme l’intero cammino di Israele, lei figlia di Sion, ed apre ad un incontro con il volto di Gesù che rende vicino la presenza dell’Abbà. 

Scrivendo alla comunità di Corinto Paolo indica un orizzonte di speranza di fronte all’interrogativo posto dalla morte: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!”. Il dono di grazia derivante dall’offerta di Gesù che ha dato se stesso attuando un amore sino alla fine è aperura di un orizzonte che va oltre la morte ed è liberante da ogni schiavitù della legge.

Il vangelo di Luca riporta un dialogo: una donna della folla rivolgendosi a Gesù gli dice «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma non si lascia irretire dall’ammirazione di chi lo accosta né dalle lodi che possono denotare una devozione sbagliata. Subito infatti ricorda un messaggio fondamentale a cui richiama tutte e tutti nella comunità. Gesù riconosce madre fratelli e sorelle in coloro che ascoltano e operano in rapporto alla Parola di Dio “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”. Non si tratta solo di ascoltare ma di operare in scelte concrete di vita perché la Parola possa fare il suo corso.

Alessandro Cortesi op

Domande sul carcere

Festa dell’assunzione è festa di libertà, di redenzione, di compimento dell’umano. A fronte di tale orizzonte le esperienze di contrasto del presente conducono a riflettere su come accogliere il dono di vita nei drammi del quotidiano, laddove è presente la morte e la disumanità e come lasciare spazio a percorsi di vita e di umanizzazione.

“Se un giudice dice «ho fallito, il sistema ha fallito», senza aver paura di piangere pubblicamente lacrime sincere sulla bara di una ragazza di 27 anni morta suicida in cella inalando il gas del fornelletto su cui cucinava, c’è da fermarsi. Per la verità avremmo dovuto già fermarci da tempo a riflettere sulle troppe vite (quasi tutte di giovani detenuti per reati di poco conto) inghiottite dall’enorme buco nero delle carceri italiane, ma neanche i numeri impressionanti, 47 nel 2022, infrangono il muro dell’indifferenza generale” (Alessandra Ziniti, Le scuse del giudice e il fallimento delle carceri, “La Repubblica” 10 agosto 2022).

La lettera aperta scritta da un giudice dopo che una giovane donna si è tolta la vita in carcere raccoglie un grido di sofferenza ed un monito ma anche ripropone la questione del senso della giustizia, della disumanità del sistema carcerario. Vincenzo Semeraro, magistrato da molti anni, nella sua lettera ha scritto «So che avrei potuto fare di più per Donatella, non so cosa, ma so che avrei potuto».  “In carcere c’è un’umanità sterminata e le loro storie si assomigliano: sono fragili, fragilissimi, spesso provengono da famiglie altrettanto fragili. Entrano ed escono dal carcere di continuo. Nel caso di Donatella, il problema era il suo rifiuto ostinato a entrare in una comunità di recupero: ho sempre provato a convincerla, non ci sono riuscito. La verità è che è molto più facile entrare in carcere che in una comunità…” (Intervista a Viviana Dalosio, “Avvenire” 9 agosto 2022).

E alla domanda “Perché sente di non aver fatto abbastanza per lei?” così risponde: “Non riesco a togliermi dalla testa l’ultimo colloquio che abbiamo avuto, a giugno. Lei piangeva, raccontandomi dell’errore fatto comportandosi così in comunità. Si scusava, tentava di giustificarsi. Ripeteva di voler cambiare, di desiderare una vita normale: una casa, un lavoro, una famiglia. Mentre la sentivo parlare pensavo che sono le stesse aspirazioni che hanno tutti i giovani alla sua età, mentre quelli tossicodipendenti continuiamo a considerarli diversi. Alla fine della nostra chiacchierata si è alzata stringendomi la mano: «Grazie sai…» mi ha detto. E quelle parole non riesco a scordarmele. Se le avessi parlato dieci minuti in più, se avessi trovato altre parole per confortarla, se avessi tentato un’altra strada forse le cose non sarebbero finite così. Con la mia lettera, consegnata ai suoi familiari, ho voluto far sentire la mia voce, che credo debba essere quella di tutto il sistema: perché se una giovane donna di 27 anni si uccide in carcere è tutto il sistema penitenziario che ha fallito. Io mi metto in prima linea, ma ci riguarda tutti.”

Il succedersi di suicidi nelle carceri è motivo per una riflessione che dovrebbe coinvolgere non solo tutte le componenti che operano negli istituti di pena ma la società nel suo complesso. Il Rapporto sulle carceri italiane pubblicato a luglio dall’associazione Antigone delinea un panorama drammatico: il sovraffollamento medio delle celle è del 112% (ma in alcuni istituti supera il 150%), è raddoppiato il numero degli ergastolani negli ultimi 20 anni e 25 bambini sono in carcere con le loro mamme. Il numero dei suicidi quest’anno è un dato agghiacciante.

L’istituzione stessa del carcere così come è strutturata e pensata quale luogo di pena corporale in cui di fatto si attua una vendetta nei confronti di chi ha commesso reati e solo in forme assai limitate si offrono effettivi percorsi di reintegrazione, di riabilitazione e cambiamento della vita  va ripensato alla radice. “La prigione ti condanna a essere solo un corpo. Ma di questo corpo perdi il controllo. Nonostante il passaggio dalla pena come supplizio alla pena come rieducazione sia avvenuto, teoricamente, da ormai due secoli, in Italia la galera infligge ancora pene corporali” (Isabella De Silvestro, Ecco la vera pena corporale, la galera uccide i cinque sensi, “Domani” 6 giugno 2022)

E’ in atto anche una riflessione su abolire il carcere. Il libro dal titolo Abolire il carcere (di Luigi Manconi e altri) è una delle ultime espressioni di tale indirizzo. Elisabetta Zamparutti, componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, delinea alcune direzioni affrontando il tema su ‘come’ cambiare: «Mettere in discussione il giudicare, in fondo richiamandosi anche al monito biblico sul “non giudicare”, perché occorre trovare forme di giustizia diverse che più che giudicare, condannare, separare, mettere in disparte siano orientate alla riparazione. Certo si deve partire dalla verità, dalla consapevolezza del danno procurato. Più che il sistema del giudizio va concepita una forma di acquisizione della verità che porti a una riparazione. Il carcere è l’espressione più crudele, ovunque ci siano istituti penitenziari, per quanto possano essere evoluti, comunque c’è una componente punitiva prevalente che pregiudica il suo uso a fini rieducativi, nonostante quello che abbiamo scritto nella Costituzione. L’impianto è quello di una giustizia portata a infliggere altro male rispetto al male commesso. Non c’è educazione che possa venire dalla punizione. Il cambio di paradigma deve essere da un pensiero violento a un pensiero nonviolento. Coltivando una concezione nonviolenta il carcere va superato». (…) Non siamo dei pazzi furiosi. Delle strutture di contenimento ci devono essere, ci sono situazioni in cui qualcuno è dannoso a sé stesso e agli altri e lo devi fermare. Quello che non ci deve essere è il preminente ruolo della punizione. Direi il carcere come eccezione e non come regola, non come punizione ma come contenimento. D’altronde, ci sono situazioni in cui ci si rende conto che il diritto penale viene usato per regolamentare problemi sociali, in carcere c’è una grande manifestazione di disagi sociali» (Il carcere è inutile. Abolirlo non è utopia” (Intervista a Elisabetta Zamparutti a cura di Roberto Davide Papini “Riforma” 22 luglio 2022).

Offrendo una lettura del sorgere storico dell’istituzione carceraria ed in riferimento al dettato della Carta costituzionale  Luigi Manconi indica che osare vie nuove per pensare la pratica  della giustizia all’interno di una società democratica è possibile:

“Realismo e misura impongono di trovare alternative, alla pena detentiva oggi così come all’istituzione carceraria domani. Perché osare è possibile. Sono state le leggi ordinarie, modificabili da qualsiasi maggioranza parlamentare, a introdurre l’idea che la risposta sanzionatoria dello Stato alla violazione delle leggi penali debba consistere nella privazione della libertà per un determinato periodo di tempo. E un simile concetto non lo si trova da nessun’altra parte e tantomeno nella Costituzione. È diventato senso comune e norma di legge, per una inveterata abitudine, che risale a qualche secolo fa e che è stata legittimata dall’autorità di Cesare Beccaria, preoccupato delle pene efferate con cui si sminuzzavano i corpi nell’Ancien régime. In quel contesto, dunque, il carcere era il male minore: una pena la cui «dolcezza» avrebbe fatto decadere le punizioni più feroci. D’altra parte, anche le antiche usanze, pur se nate come «rivoluzionarie», possono essere abbandonate se non corrispondono più alle domande della società. La nostra Costituzione, in uno dei suoi capolavori giuridico-letterari, dice che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». La pena detentiva troppo frequentemente corrisponde di per sé a un trattamento contrario al senso di umanità, al punto da generare il sospetto che essa sia — in sostanza — una pena inumana. E si dimostrerà ancora come sempre la pena detentiva — nella grande maggioranza dei casi — non tenda alla «rieducazione» del condannato, ma costituisca una sua degradazione fino a connotarne tragicamente il destino. D’altro canto, la Costituzione non parla mai di carcere, né di pena detentiva. Anche se i costituenti conoscevano solo il carcere (per averlo personalmente scontato durante il regime fascista) e la pena capitale, in modo saggio e miracolosamente lungimirante non aggettivarono le pene, lasciando campo libero a un legislatore che voglia cambiare radicalmente la fisionomia delle sanzioni penali. Siamo dunque autorizzati a osare”. (Luigi Manconi, Se il castigo è peggio del delitto, “La Repubblica” 26 maggio 2022).

Sono sollecitazioni che ci raggiungono dai drammi del presente e provocare una domanda su come attuare le vie di una giustizia che abbia il volto umano e si ponga nella direzione di riparare le ferite e riabilitare a percorsi di relazioni …

Alessandro Cortesi op     

Giustizia riparativa: un incontro

L’incontro sulla giustizia riparativa in programma il prossimo 1 luglio 2022 alle ore 15.30 presso l’Antico Refettorio del convento san Domenico a Pistoia si inserisce in una serie di proposte promosse in collaborazione dall’ Ordine degli Avvocati di Pistoia, Associazione Il Delfino e Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’. Si tratta di momenti di confronto e riflessione per sensibilizzare sui temi della giustizia, del carcere e delle pene alternative.

‘Giustizia riparativa’ – come indica il termine – suggerisce una modalità di orientare il ‘fare giustizia’ non nella linea della vendetta o della mera punizione di un reato. L’articolo 27 della Costituzione italiana, nell’affermare che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanita’ e devono tendere alla rieducazione del condannato” offre una chiara guida per orientare l’opera di giustizia.

L’espressione ‘giustizia riparativa’ sottolinea come sia possibile e doveroso ricercare modalità di restaurare la vita sia di chi ha compiuto un reato, sia di chi ha subito offesa e danno, ponendo attenzione al ristabilimento di relazioni e della vita sociale in termini di reintegrazione. Si tratta di restaurare rapporti nella società orientando l’attuazione della pena verso finalità di rieducazione e crescita. E’ processo complesso che esige attento accompagnamento ed il servizio di competenze diverse. Ciò implica anche una nuova comprensione del reato come offesa che ferisce le relazioni sociali e l’intera collettività e comporta, nei percorsi di attuazione della pena, un coinvolgimento dell’intera comunità nell’offrire opportunità di riabilitazione e umanizzazione. L’opera di faticosa tessitura e riparazione a livello sociale richiede l’indispensabile apporto di molti e diversi soggetti – non solo di quanti sono direttamente coinvolti – ed una sensibilità condivisa.

Nella tavola rotonda in programma il tema sarà quindi affrontato da diversi punti di vista. Vi sarà innanzitutto una considerazione della questione nel quadro della proposta di legge di riforma della giustizia a livello italiano. Sarà poi offerto uno sguardo più ampio a livello internazionale sulle esperienze di giustizia riparativa attuate nei processi di riconciliazione nazionale in diversi Paesi del mondo segnati da profondi conflitti. Alcune voci poi approfondiranno il tema con considerazioni di taglio giuridico e filosofico mentre in altri interventi saranno comunicate esperienze derivanti dal contatto diretto con il mondo del carcere. Infine sarà presentata una testimonianza particolarmente significativa di giustizia riparativa vissuta nel segno della riconciliazione e del perdono.

Nel volantino invito in filigrana è raffigurata l’immagine di un vaso rotto e riparato con la tecnica giapponese del kintsugi, tecnica che riesce a portare a nuova vita tazze da tè in ceramica frantumate e inservibili: i cocci vengono riuniti insieme con polvere dorata e le linee di rottura divengono intrecci di linee dorate che non solo riparano gli oggetti ma li rendono irripetibili opere d’arte dove le linee di rottura sono trasformate in linee di riparazione. La giustizia riparativa si delinea come orientamento ad attuare tale opera – tenendo conto di complessità e difficoltà – anche nelle relazioni umane e nella vita sociale.

L’auspicio degli organizzatori è che l’occasione di questo incontro, insieme agli altri già attuati e in programma, oltre ad essere momento di formazione per coloro che in vari modi operano nell’ambito della giustizia, possa suscitare un’attenzione nella cittadinanza per promuovere una responsabilità diffusa nel prendersi cura delle ferite e di tutti coloro che sono tenuti ai margini o esclusi dalla vita della città.

III domenica di Avvento anno C

Sof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

Inviti alla gioia attraversano le letture e rinviano alle radici della fede come affidamento a Dio che non dimentica e si prende cura dei suoi figli.

Gerusalemme, città situata sul monte Sion, è presentata quasi come figura personalizzata insieme ai suoi abitanti: ‘la figlia di Sion’ termine collettivo evoca un intero popolo. Il profeta vede la presenza del Signore in mezzo al suo popolo che prende con sé i giusti e porta serenità e pace. La sua presenza risponde ad attese profonde e la gioia umana diviene riflesso della gioia stessa di Dio che viene per i poveri. La sua presenza scaccia il male e la sventura e genera nuova accoglienza. L’annuncio del profeta riguarda così ‘Dio che viene’ non con tratti minacciosi ma arrecando gioia. Il suo venire suscita rapporti nuovi. “Gioisci figlia di Sion… non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia!…”.

Paolo riprende questo invito ed indica uno stile di vita da coltivare alla comunità a cui è profondamente legato: ‘Siate sempre lieti perché appartenete al Signore’. Essere nel Signore significa poter vivere nella certezza che Lui si prende cura di noi, anche nel dolore e nella crisi. “rallegratevi nel Signore, sempre: ve lo ripeto, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Non angustiatevi per nulla” (Fil 4,4)

Giovanni Battista, il profeta del deserto, interrogato dalle folle che gli chiedono ‘Che cosa dobbiamo fare?’ indica un cambiamento da attuare. Pone l’esigenza e l’urgenza di una assunzione di  responsabilità. Nella vita è in atto un grande giudizio: tutto ciò che non ha valore verrà disperso come il grano quando è separato dalla pula. Le sue parole sono radicali nel presentare esigenze concrete per una prassi rinnovata. Indica una direzione chiara su cui impostare in modi nuovi l’esistenza: si tratta di operare scelte di condivisione e di giustizia. In tale prassi di giustizia si esprime la fede nel Dio liberatore dell’esodo. Giovanni richiama a scelte che coinvolgano l’esistenza e indica orizzonti concreti: rifuggire dall’idolatria del denaro, dell’orgoglio, del dominio, da ogni comportamento che opprime ed esclude. Denuncia così la vacuità di ciò che deve essere tralasciato per ricercare nella vita l’essenziale. La pula è immagine concreta che rinvia a tutto quello che è privo di consistenza, non ha capacità di nutrire la vita e dev’essere eliminato: indica così tutti gli idoli (cf. Os 13,3) e il comportamento ingiusto (Sal 1,4). La sua testimonianza non è finalizzata ad attirare su di sé ma è rivolta ad altro: Giovanni così indica la presenza di ‘uno più forte’ che sta per venire e allude a Gesù.

C’è una spiritualità della gioia da coltivare nel quotidiano. In tempi di angustia e crisi la speranza gioiosa è espressione di una fede che si radica nella promessa del Dio fedele e si traduce nell’orientamento ad un impegno che coinvolge la vita e la orienta secondo scelte di giustizia.

Alessandro Cortesi op

Lesbo 2021

Richiami insistenti: Francesco in Grecia

Nel recente viaggio in Grecia papa Francesco ha sollevato alcuni temi fondamentali per il presente  e il futuro dell’Europa e non solo. In alcuni intensi discorsi ha indicato ambiti su cui è urgente intraprendere un impegno comune in direzione diversa e rinnovata rispetto a quella in atto. Ha infatti indicato gli ambiti della migrazione come questione globale, strutturale e su cui si verifica la possibilità di futuro di una civiltà; in secondo luogo ha parlato della crisi della democrazia e dell’importanza oggi di indicare vie di rinnovamento per una prospettiva di convivere solidale a partire dall’ascolto dei più deboli nella società; in terzo luogo ha posto la questione della responsabilità dell’Unione europea e dell’occidente nel suo insieme nel contesto mondiale parlando di naufragio di civiltà. L’Unione europea è progetto che ha visto il suo nascere a partire dall’affermazione di diritti inalienabili e dello stato di diritto e che oggi vive incertezze, inadempienza ed un autentico naufragio di civiltà. Sono questioni che sono state presenti in diversi modi negli interventi di cui si richiamano qui di seguito alcuni passaggi fondamentali.    

A Cipro il 2 dicembre nel discorso di saluto alle autorità ha detto:

“Proprio i tempi che non paiono propizi e nei quali il dialogo langue sono quelli che possono preparare la pace. Ce lo ricorda ancora la perla, che diventa tale nella pazienza oscura di tessere sostanze nuove insieme all’agente che l’ha ferita. In questi frangenti non si lasci prevalere l’odio, non si rinunci a curare le ferite, non si dimentichi la situazione delle persone scomparse. E quando viene la tentazione di scoraggiarsi, si pensi alle generazioni future, che desiderano ereditare un mondo pacificato, collaborativo, coeso, non abitato da rivalità perenni e inquinato da contese irrisolte. A questo serve il dialogo, senza il quale crescono sospetto e risentimento. Ci sia di riferimento il Mediterraneo, ora purtroppo luogo di conflitti e di tragedie umanitarie; nella sua bellezza profonda è il mare nostrum, il mare di tutti i popoli che vi si affacciano per essere collegati, non divisi. Cipro, crocevia geografico, storico, culturale e religioso, ha questa posizione per attuare un’azione di pace. Sia un cantiere aperto di pace nel Mediterraneo”.

Rivolgendosi alle autorità al palazzo presidenziale di Atene il 4 dicembre ha detto:

“…in questa città lo sguardo, oltre che verso l’Alto, viene sospinto anche verso l’altro. Ce lo ricorda il mare, su cui Atene si affaccia e che orienta la vocazione di questa terra, posta nel cuore del Mediterraneo per essere ponte tra le genti. Qui grandi storici si sono appassionati nel raccontare le storie dei popoli vicini e lontani. Qui, secondo la nota affermazione di Socrate, si è iniziato a sentirsi cittadini non solo della propria patria, ma del mondo intero. Cittadini: qui l’uomo ha preso coscienza di essere “un animale politico” (cfr Aristotele, Politica, I, 2) e, in quanto parte di una comunità, ha visto negli altri non dei sudditi, ma dei cittadini, con i quali organizzare insieme la polis. Qui è nata la democrazia. La culla, millenni dopo, è diventata una casa, una grande casa di popoli democratici: mi riferisco all’Unione Europea e al sogno di pace e fraternità che rappresenta per tanti popoli.

Non si può, tuttavia, che constatare con preoccupazione come oggi, non solo nel Continente europeo, si registri un arretramento della democrazia. Essa richiede la partecipazione e il coinvolgimento di tutti e dunque domanda fatica e pazienza. È complessa, mentre l’autoritarismo è sbrigativo e le facili rassicurazioni proposte dai populismi appaiono allettanti. In diverse società, preoccupate della sicurezza e anestetizzate dal consumismo, stanchezza e malcontento portano a una sorta di “scetticismo democratico”. Ma la partecipazione di tutti è un’esigenza fondamentale; non solo per raggiungere obiettivi comuni, ma perché risponde a quello che siamo: esseri sociali, irripetibili e al tempo stesso interdipendenti.

Ma c’è pure uno scetticismo nei confronti della democrazia provocato dalla distanza delle istituzioni, dal timore della perdita di identità, dalla burocrazia. Il rimedio a ciò non sta nella ricerca ossessiva di popolarità, nella sete di visibilità, nella proclamazione di promesse impossibili o nell’adesione ad astratte colonizzazioni ideologiche, ma sta nella buona politica. Perché la politica è cosa buona e tale deve essere nella pratica, in quanto responsabilità somma del cittadino, in quanto arte del bene comune. Affinché il bene sia davvero partecipato, un’attenzione particolare, direi prioritaria, va rivolta alle fasce più deboli. (…)

Guardando ancora al Mediterraneo, mare che ci apre all’altro, penso alle sue rive fertili e all’albero che potrebbe assurgerne a simbolo: l’ulivo, di cui si sono appena raccolti i frutti e che accomuna terre diverse che si affacciano sull’unico mare. È triste vedere come negli ultimi anni molti ulivi secolari siano bruciati, consumati da incendi spesso causati da condizioni metereologiche avverse, a loro volta provocate dai cambiamenti climatici. Di fronte al paesaggio ferito di questo meraviglioso Paese, l’albero di ulivo può simboleggiare la volontà di contrastare la crisi climatica e le sue devastazioni.   (…)

L’ulivo, nella Scrittura, rappresenta anche un invito a essere solidali, in particolare nei riguardi di quanti non appartengono al proprio popolo. «Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornare a ripassare i rami. Sarà per il forestiero», dice la Bibbia (Dt 24,20). Questo Paese, improntato all’accoglienza, ha visto in alcune sue isole approdare un numero di fratelli e sorelle migranti superiore agli abitanti stessi, accrescendo così i disagi, che ancora risentono delle fatiche della crisi economica. Ma anche il temporeggiare europeo perdura: la Comunità europea, lacerata da egoismi nazionalistici, anziché essere traino di solidarietà, alcune volte appare bloccata e scoordinata. Se un tempo i contrasti ideologici impedivano la costruzione di ponti tra l’est e l’ovest del continente, oggi la questione migratoria ha aperto falle anche tra il sud e il nord. Vorrei esortare nuovamente a una visione d’insieme, comunitaria, di fronte alla questione migratoria, e incoraggiare a rivolgere attenzione ai più bisognosi perché, secondo le possibilità di ciascun Paese, siano accolti, protetti, promossi e integrati nel pieno rispetto dei loro diritti umani e della loro dignità. Più che un ostacolo per il presente, ciò rappresenta una garanzia per il futuro, perché sia nel segno di una convivenza pacifica con quanti sempre di più sono costretti a fuggire in cerca di casa e di speranza. Loro sono i protagonisti di una terribile moderna odissea. Mi piace ricordare che quando Ulisse approdò a Itaca non fu riconosciuto dai signori del luogo, che gli avevano usurpato casa e beni, ma da chi si era preso cura di lui. La sua nutrice capì che era lui vedendo le sue cicatrici. Le sofferenze ci accomunano e riconoscere l’appartenenza alla stessa fragile umanità sarà di aiuto per costruire un futuro più integrato e pacifico. Trasformiamo in audace opportunità ciò che sembra solo una malcapitata avversità!. La pandemia è invece la grande avversità. Ci ha fatti riscoprire fragili, bisognosi degli altri”.

Particolarmente intenso e toccante il dialogo avuto il 3 dicembre a Nicosia nella preghiera ecumenica con i migranti:

Un grande “grazie” dal cuore desidero dire a voi, giovani migranti, che avete dato le vostre testimonianze. (…) Dopo aver ascoltato voi, comprendiamo meglio tutta la forza profetica della Parola di Dio che, attraverso l’apostolo Paolo, dice: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi, familiari di Dio» (Ef 2,19). Parole scritte ai cristiani di Efeso – non lontano da qui! –; molto distanti nel tempo, ma parole vicinissime, più attuali che mai, come scritte oggi per noi: “Voi non siete stranieri, ma concittadini”. Questa è la profezia della Chiesa: una comunità che – con tutti i limiti umani – incarna il sogno di Dio. Perché anche Dio sogna, come te, Mariamie, che vieni dalla Repubblica Democratica del Congo e ti sei definita “piena di sogni”. Come te Dio sogna un mondo di pace, in cui i suoi figli vivono come fratelli e sorelle. Dio vuole questo, Dio sogna questo. Siamo noi a non volerlo.

La vostra presenza, fratelli e sorelle migranti, è molto significativa per questa celebrazione. Le vostre testimonianze sono come uno “specchio” per noi, comunità cristiane. Quando tu, Thamara, che vieni dallo Sri Lanka, dici: “Spesso mi viene chiesto chi sono”: la brutalità della migrazione mette in gioco la propria identità. (…) Quando tu, Maccolins, che vieni dal Camerun, dici che nel corso della tua vita sei stato “ferito dall’odio”, tu stai parlando di questo, di queste ferite degli interessi; e ci ricordi che l’odio ha inquinato anche le nostre relazioni tra cristiani. (…) Quando tu, Rozh, che vieni dall’Iraq, dici che sei “una persona in viaggio”, ci ricordi che anche noi siamo comunità in viaggio, siamo in cammino dal conflitto alla comunione. Su questa strada, che è lunga ed è fatta di salite e discese, non devono farci paura le differenze tra noi, ma piuttosto sì, devono farci paura le nostre chiusure, i nostri pregiudizi, che ci impediscono di incontrarci veramente e di camminare insieme. (…)

E così Dio ci parla attraverso i vostri sogni. Il pericolo è che tante volte non lasciamo entrare i sogni, in noi, e preferiamo dormire e non sognare. È tanto facile guardare da un’altra parte. E in questo mondo ci siamo abituati a quella cultura dell’indifferenza, a quella cultura del guardare da un’altra parte, e addormentarci così, tranquilli. Ma per questa strada mai si può sognare. È duro. Dio parla attraverso i vostri sogni. Dio non parla attraverso le persone che non possono sognare niente, perché hanno tutto o perché il loro cuore si è indurito. Dio chiama anche noi a non rassegnarci a un mondo diviso, a non rassegnarci a comunità cristiane divise, ma a camminare nella storia attratti dal sogno di Dio, cioè un’umanità senza muri di separazione, liberata dall’inimicizia, senza più stranieri ma solo concittadini, (…)

Possa quest’isola, segnata da una dolorosa divisione – sto guardando il muro, lì [attraverso il portale aperto della chiesa] – possa diventare con la grazia di Dio laboratorio di fraternità. (…)

è possibile che il sogno si traduca in un viaggio quotidiano, fatto di passi concreti dal conflitto alla comunione, dall’odio all’amore, dalla fuga all’incontro. Un cammino paziente che, giorno dopo giorno, ci fa entrare nella terra che Dio ha preparato per noi, la terra dove, se ti domandano: “Chi sei?”, puoi rispondere a viso aperto: “Guarda, sono tuo fratello: non mi conosci?”. E andare così, lentamente.

Ascoltando voi, guardandovi in faccia, la memoria va oltre, va alle sofferenze. Voi siete arrivati qui: ma quanti dei vostri fratelli e delle vostre sorelle sono rimasti per strada? Quanti disperati iniziano il cammino in condizioni molto difficili, anche precarie, e non sono potuti arrivare? Possiamo parlare di questo mare che è diventato un grande cimitero. Guardando voi, guardo le sofferenze del cammino, tanti che sono stati rapiti, venduti, sfruttati…, ancora sono in cammino, non sappiamo dove. È la storia di una schiavitù, una schiavitù universale. Noi guardiamo cosa succede, e il peggio è che ci stiamo abituando a questo. “Ah, sì, oggi è affondato un barcone, lì… tanti dispersi…”. Ma guarda che questo abituarsi è una malattia grave, è una malattia molto grave e non c’è antibiotico per questa malattia! Dobbiamo andare contro questo vizio dell’abituarsi a leggere queste tragedie nei giornali o sentirli in altri media. Guardando voi, penso a tanti che sono dovuti tornare indietro perché li hanno respinti e sono finiti nei lager, veri lager, dove le donne sono vendute, gli uomini torturati, schiavizzati… Noi ci lamentiamo quando leggiamo le storie dei lager del secolo scorso, quelli dei nazisti, quelli di Stalin, ci lamentiamo quando vediamo questo e diciamo: “ma come mai è successo questo?”. Fratelli e sorelle: sta succedendo oggi, nelle coste vicine! Posti di schiavitù. Ho guardato alcune testimonianze filmate di questo: posti di tortura, di vendita di gente. Questo lo dico perché è responsabilità mia aiutare ad aprire gli occhi. La migrazione forzata non è un’abitudine quasi turistica: per favore! E il peccato che abbiamo dentro ci spinge a pensarla così: “Mah, povera gente, povera gente!”. E con quel “povera gente” cancelliamo tutto. È la guerra di questo momento, è la sofferenza di fratelli e sorelle che noi non possiamo tacere. Coloro che hanno dato tutto quello che avevano per salire su un barcone, di notte, e poi… senza sapere se arriveranno… E poi, tanti respinti per finire nei lager, veri posti di confinamento e di tortura e di schiavitù.

Questa è la storia di questa civiltà sviluppata, che noi chiamiamo Occidente. E poi – scusatemi, ma vorrei dire quello che ho nel cuore, almeno per pregare l’uno per l’altro e fare qualcosa – poi, i fili spinati. Uno lo vedo qui: questa è una guerra di odio che divide un Paese. Ma i fili spinati, in altre parti dove ci sono, si mettono per non lasciare entrare il rifugiato, quello che viene a chiedere libertà, pane, aiuto, fratellanza, gioia, che sta fuggendo dall’odio e si trova davanti a un odio che si chiama filo spinato. Che il Signore risvegli la coscienza di tutti noi davanti a queste cose”.

Durante la visita ai migranti al “Reception and Identification Centre” a Mytilene domenica, 5 dicembre 2021 ha rivolto loro queste parole: “Sono qui per dirvi che vi sono vicino, e dirlo col cuore. Sono qui per vedere i vostri volti, per guardarvi negli occhi. Occhi carichi di paura e di attesa, occhi che hanno visto violenza e povertà, occhi solcati da troppe lacrime. (…)

quando i poveri vengono respinti si respinge la pace. Chiusure e nazionalismi – la storia lo insegna – portano a conseguenze disastrose. Infatti, come ha ricordato il Concilio Vaticano II, «la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l’assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione della pace» (Gaudium et spes, 78). È un’illusione pensare che basti salvaguardare se stessi, difendendosi dai più deboli che bussano alla porta. Il futuro ci metterà ancora più a contatto gli uni con gli altri. Per volgerlo al bene non servono azioni unilaterali, ma politiche di ampio respiro. La storia, ripeto, lo insegna, ma non lo abbiamo ancora imparato. Non si voltino le spalle alla realtà, finisca il continuo rimbalzo di responsabilità, non si deleghi sempre ad altri la questione migratoria, come se a nessuno importasse e fosse solo un inutile peso che qualcuno è costretto a sobbarcarsi!

Sorelle, fratelli, i vostri volti, i vostri occhi ci chiedono di non girarci dall’altra parte, di non rinnegare l’umanità che ci accomuna, di fare nostre le vostre storie e di non dimenticare i vostri drammi. Ha scritto Elie Wiesel, testimone della più grande tragedia del secolo passato: «È perché ricordo la nostra comune origine che mi avvicino agli uomini miei fratelli. È perché mi rifiuto di dimenticare che il loro futuro è importante quanto il mio» (From the Kingdom of Memory, Reminiscences, New York, 1990, 10). In questa domenica, prego Dio di ridestarci dalla dimenticanza per chi soffre, di scuoterci dall’individualismo che esclude, di svegliare i cuori sordi ai bisogni del prossimo. E prego anche l’uomo, ogni uomo: superiamo la paralisi della paura, l’indifferenza che uccide, il cinico disinteresse che con guanti di velluto condanna a morte chi sta ai margini! Contrastiamo alla radice il pensiero dominante, quello che ruota attorno al proprio io, ai propri egoismi personali e nazionali, che diventano misura e criterio di ogni cosa. (…)

In diverse società si stanno opponendo in modo ideologico sicurezza e solidarietà, locale e universale, tradizione e apertura. Piuttosto che parteggiare sulle idee, può essere d’aiuto partire dalla realtà: fermarsi, dilatare lo sguardo, immergerlo nei problemi della maggioranza dell’umanità, di tante popolazioni vittime di emergenze umanitarie che non hanno creato ma soltanto subito, spesso dopo lunghe storie di sfruttamento ancora in corso. È facile trascinare l’opinione pubblica istillando la paura dell’altro; perché invece, con lo stesso piglio, non si parla dello sfruttamento dei poveri, delle guerre dimenticate e spesso lautamente finanziate, degli accordi economici fatti sulla pelle della gente, delle manovre occulte per trafficare armi e farne proliferare il commercio? Perché non si parla di questo? Vanno affrontate le cause remote, non le povere persone che ne pagano le conseguenze, venendo pure usate per propaganda politica! Per rimuovere le cause profonde, non si possono solo tamponare le emergenze. Occorrono azioni concertate. Occorre approcciare i cambiamenti epocali con grandezza di visione. Perché non ci sono risposte facili a problemi complessi; c’è invece la necessità di accompagnare i processi dal di dentro, per superare le ghettizzazioni e favorire una lenta e indispensabile integrazione, per accogliere in modo fraterno e responsabile le culture e le tradizioni altrui.

Soprattutto, se vogliamo ripartire, guardiamo i volti dei bambini. Troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: “Quale mondo volete darci?” Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro!Non permettiamo chequesto “mare dei ricordi” si trasformi nel “mare della dimenticanza”. Fratelli e sorelle, vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà!”.

Ha richiamato quanto il Patriarca Bartolomeo, cinque anni fa aveva detto su quest’isola: «Chi ha paura di voi non vi ha guardato negli occhi. Chi ha paura di voi non ha visto i vostri volti. Chi ha paura di voi non vede i vostri figli. Dimentica che la dignità e la libertà trascendono paura e divisione. Dimentica che la migrazione non è un problema del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, dell’Europa e della Grecia. È un problema del mondo» (Discorso, 16 aprile 2016).

La forte provocazione a “mettere la realtà dell’uomo prima delle idee e delle ideologie, e a muovere passi svelti incontro a chi soffre” è uno dei forti messaggi di questo viaggio.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

Nei discorsi riportati negli Atti degli Apostoli si possono scorgere gli schemi della prima predicazione su Gesù dopo la Pasqua. Al centro sta la testimonianza della sua morte e della risurrezione. Nel discorso a Gerusalemme Pietro pone in luce il contrasto tra l’agire degli uomini, di rifiuto e rinnegamento nell’uccidere Gesù e l’azione potente del Dio di Abramo e dei padri che non lo ha lasciato nell’oscurità della morte ma lo ha ‘rialzato’. A Lui l’Abbà, Gesù ha affidato tutta la sua vita rivolgendosi consegnandosi nel momento della morte (Lc 23,46). E il Padre lo ha risuscitato dai morti. Con il suo intervento di potenza e di vita il Padre ha portato a compimento – dice Pietro – ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’.  La sofferenza, la passione e la morte di Cristo sono così viste come adempimento di quel farsi vicino di Dio all’umanità per vie ‘che non sono le vostre vie’. E pone l’esigenza di un cambiamento, di una trasformazione della vita accogliendo il Santo e il Giusto e seguendo le tracce del suo cammino.

Di questo anche parlano i racconti delle apparizioni di Gesù. Queste pagine possono essere lette come tentativo di comunicare quell’indicibile esperienza di incontro in modo nuovo con il crocifisso dopo la sua morte. E sono anche indicazioni su come possiamo incontrarlo nella nostra vita.

Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, là dove tutto era iniziato e dove ora gli undici insieme ad altri, sono provocati ad aprirsi ad un modo nuovo di incontrare Gesù. La prima preoccupazione sta nell’affermare che il Risorto è il medesimo  Gesù visto sulla croce e che la sua presenza è viva e reale. Gesù è veramente risorto.

Luca intende contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti probabilmente all’interno della sua comunità di persone provenienti dalla cultura greca, di chi disprezzava la corporeità e pensava la risurrezione solamente come immortalità dell’anima. L’esperienza dell’incontro con il risorto conduce a scoprire che Gesù non è un fantasma.

Nel racconto Gesù invita a toccarlo e guardarlo, ad incontrarlo in una vita che comprende tutte le dimensioni della sua persona. ‘Sono proprio io’. Il risorto è colui che riporta in una condizione nuova anche tutto ciò che attiene alla corporeità dell’esistenza umana. In contrasto con una religiosità tutta centrata nel ‘salvare l’anima’ Gesù propone ai suoi di assumere il movimento che ha segnato tutta la sua vita, di entrare nella logica dell’incarnazione, di far continuare quella forza di trasformazione della realtà che Lui ha testimoniato nei suoi gesti di cura, di tenerezza iniziando una storia diversa segnata dall’amore che rinnova e trasforma.

Chiede di mangiare con i suoi e torna a tavola: richiama i tanti gesti di condivisione e di accoglienza degli esclusi vissuti nel suo cammino terreno nelle tavole delle case attorno alle quali radunava marginali e irregolari. In questo gesto sta il significato della condivisione e del suo stare in mezzo alla sua comunità ora in modo nuovo, che richiede uno sguardo rinnovato, e rinvia ad incontrarlo nella storia e nella vita laddove si attua la condivisione.

Gesù in mezzo ai suoi offre loro anche un’importante indicazione sui luoghi in cui ritrovare la sua presenza di Risorto. Apre infatti loro la mente all’intelligenza delle Scritture: invita a ritornare alle Scritture e scoprire il disegno di fedeltà di Dio nella storia: quello è un luogo in cui incontrare il Risorto. Il mangiare insieme e la condivisione concreta del pane della vita è ancora luogo d’incontro.

Ed ancora l’essere radunati dal suo saluto: ‘Pace a voi’. Il dono del risorto e il saluto della pasqua è il saluto della pace. E’ questo l’orizzonte entro il quale poter vivere oggi l’esperienza del Risorto che ci fa suoi testimoni.

Alessandro Cortesi op

Non sono fantasmi

Non sono un fantasma… L’incontro con Gesù risorto rinvia i discepoli a scorgere l’importanza della corporeità. L’incontro con lui passa attraverso i corpi crocifissi di quanti subiscono la violenza e l’ingiustizia come lui.

Il pensiero non può non andare a uomini e donne sottoposti nelle diverse aree del mondo a  situazioni di violazione di diritti umani fondamentali. Non sono fantasmi: chiedono e implorano di essere accolti alla tavola in cui condividere parte dei beni della terra. E’ implorazione di condividere, il pane, in questo tempo della pandemia è richiesta di condividere i vaccini che possono evitare morte e sofferenza.

Non si può tacere di fronte ad una politica  europea e italiana che continua i respingimenti di esseri umani in violazione delle norme fondamentali di rispetto dei diritti e di soccorso. Anche in questi giorni continuano a giungere notizie non solo di naufragi dei gommoni pieni di persone che tentano di raggiungere l’Europa, ma anche di respingimenti attuati contro donne, bambini trattando persone in cerca di rifugio con la violenza e il disprezzo. Tutto questo dovrebbe suscitare l’indignazione e la reazione di tutti e delle comunità cristiane in particolare proprio in questo tempo di pasqua in cui si guarda al mistero della risurrezione del crocifisso,

Anche in questi giorni è stato documentato come avvengono i respingimenti di persone inermi abbandonando alla deriva barche con persone che implorano (cfr Nello Scavo, Grecia, le immagini choc di un altro respingimento in mare, “Avvenire” 14 aprile 2021)

Mentre accade questo in Libia il poliziotto trafficnate di uomini Bija viene non solo scarcerato per mancanza di prove relativamente ed accuse connesse al traffico di esseri umani e di commercio illegale di petrolio, ma anche promosso al grado di maggiore della cosiddetta guardia costiera libica: è accusato dalla Corte dell’Aia di crimini contro i diritti umani in quanto responsabile della gestione di traffici e di violenze e torture nei campi di detenzione dove i migranti sono trattenuti e sottoposti a torture e sevizie nell’area di Zawyah. (cfr. documentazione a cura del giornalista Nello Scavo)

Il Centro Astalli non cessa di ricordare ad ogni evento il dramma di tante persone e l’urgenza di cambiare orientamento di fronte ai migranti: nel comunicato stampa del 20 gennaio 2021 si legge  “Ogni giorno ascoltiamo di torture e violenze nei racconti dei migranti che incontriamo al Centro Astalli. Dalla Libia le persone non hanno altra possibilità che tentare di fuggire: la situazione che descrivono è di un clima generalizzato di violenza e terrore. È evidente che c’è un problema molto serio di gestione delle frontiere da parte degli Stati europei e di un’inerzia intollerabile da parte delle istituzioni nazionali e sovranazionali. Le isole greche, i Balcani, la frontiera della Spagna e il Mediterraneo centrale, pur essendo contesti giuridicamente diversi, sono sempre più luoghi di morte. Non è possibile continuare a ignorare l’ecatombe che si consuma alle porte di casa nostra”.

E’ sconcertante che in questa situazione si siano ascoltate in sede di incontro ufficiale tra governo italiano e il nuovo governo libico espressioni da parte italiana di “soddisfazione per quello che fa la Libia nei salvataggi” (cfr. F.Mannocchi, Grandi affari in Libia: una torta da 450 miliardi di dollari. E l’Italia prova a giocarsi la partita, “L’Espresso”, 9 aprile 2021)

E tutto ciò mentre il governo italiano appare più preoccupato a favorire il commercio delle armi che vede in questi giorni la consegna all’Egitto della fregata multimissione Fremm, fornitura peraltro mai sottoposta alla verifica della Camera, confermando legami di interesse con un paese in cui sono in atto violazioni a livello generalizzato di diritti umani.

Scelte che favoriscono e assecondano violenza e scelte di commercio degli armamenti si manifestano in totale contrasto al riconoscere che l’umanità di Cristo va riconosciuta nei volti umani delle vittime dell’ingiustizia e dei torturati e dovrebbero suscitare un moto di reazione da parte di ogni credente in Cristo.     

Una valutazione della situazione generale aiuta anche a scorgere come sia urgente cambiare la narrazione riguardante la realtà delle migrazioni e delle richieste di asilo in Italia. Nell’ultimo anno si è registrato un calo delle richieste di asilo (-39%) e un aumento dei dinieghi: “Nel 2020 sono state presentate 26.963 domande d’asilo, in calo del 39% rispetto al 2019. Sul totale delle richieste esaminate dalle Commissioni territoriali per l’asilo (41.753), ben il 76% ha ricevuto un diniego; solo l’11,8% ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato e il 10,3% la protezione sussidiaria. Infine, meno del 2% ha avuto la cosiddetta ‘protezione speciale’” (Ilaria Sesana, Migrazioni quei rifugiati senza protezione, “Avvenire”, 15 aprile 2021).

Come sottolineare il prof. Maurizio Ambrosini (Chiari i dati e la realtà socio-economica. Immigrazione uguale crescita, “Avvenire” 10 aprile 2021 ) si dovrebbe radicalmente cambiare il modo di vedere la presenza dei migranti anche in questo momento di generale difficoltà nella realtà italiana. La sua analisi basata sugli studi dell’Istituto Cattaneo curato da Asher Colombo e Gianpiero Dalla Zuanna rileva innanzitutto che “dalla crisi del 2008 i flussi migratori verso l’Italia hanno perso vigore, fino a toccare nel 2020 il livello minimo degli ultimi decenni, con un saldo positivo di appena 80mila unità, nascite comprese (…) negli ultimi trent’anni gli arrivi dall’estero hanno largamente sostituito l’immigrazione interna nelle regioni centro-settentrionali, fornendo un contributo decisivo alla crescita del bacino di lavoratori manuali a disposizione di imprese e famiglie…”.

“La ‘gelata’ dell’immigrazione negli ultimi anni è una conseguenza della stagnazione dell’economia italiana. Lo sviluppo economico invece è associato all’immigrazione: la attrae, la impiega, ne trae beneficio. Già oggi l’immigrazione si concentra nelle regioni più prospere, con più occupazione e più benessere per i nativi. Basti pensare a quello che succede in ambito familiare: per ogni donna adulta di classe media che trova un lavoro stabile fuori casa, vi sono buone probabilità che a casa sua si generi almeno un mezzo posto di lavoro, e che a beneficiarne sia una donna immigrata. Se vogliamo riprendere a crescere, avremo bisogno d’immigrati. Se arriveranno, vorrà dire che avremo ripreso a crescere”.

Sono osservazioni che anche da un punto di vista di analisi della vita sociale dovrebbero far riflettere in vista di un radicale cambio di direzione nelle politiche migratorie, da orientare innanzitutto nel rispetto dei diritti umani ed in una lungimirante visione della vita sociale di un Paese e nel quadro internazionale.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno B – 2020

Santa Sofia Istanbul – mosaico

Is 61,1-2a. 10-11; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

Un profeta del tempo dell’esilio scrive al popolo d’Israele rivolgendosi ai rimpatriati da Babilonia che avevano ripreso la costruzione del tempio di Gerusalemme. I deportati avevano fatto l’esperienza delle privazioni e dell’oppressione, ma dopo il ritorno tuttavia scoprono la fatica della libertà: ben altre costrizioni e schiavitù si presentano ed essi si confrontano con il cammino della fedeltà a Dio sempre da rinnovare. Il profeta porta un annuncio di liberazione a persone con il cuore spezzato, parla di rinnovamento, di germogli nuovi da coltivare, di restauri di antiche rovine e annuncia un tempo nuovo, anno di grazia, tempo della remissione dei debiti: tempo della gioia perché tempo di nuova condivisione.

Il capitolo 1 del IV vangelo riporta all’attesa di un messia. Al tempo di Gesù molte erano le interpretaazioni di questa attesa, con contenuti e modalità diverse. Al Battista chiedono: ‘Sei tu il messia oppure Elia o uno dei profeti?’.

L’attesa di un giorno del Signore e del suo intervento con le caratteristiche di un giudizio nella gloria si  componeva con l’attesa di un profeta più grande di Mosè (Dt 18,18). Giovanni Battista invitava con forza a prepararsi alla venuta del messia e si presenta come voce che grida: ‘Preparate nel deserto una via per il Signore’ “(Is 40,3-5). Nel quarto vangelo egli assume il profilo del testimone di Gesù che richiama a lui: ‘Ebbene io l’ho visto accadere, e posso testimoniare che Gesù è il Figlio di Dio’. (Gv 1,32-34)

Giovanni non attira a sè ma intende tutta la sua vita orientata a preparare la via all’incontro con Cristo: è l’amico dello sposo che prepara l’incontro. La venuta di Gesù come Messia è incontro di comunione tra il Dio dell’amore e l’umanità chiamata a partecipare della sua vita (cfr. 1Gv 1,2-3).

Nella lettera ai Tessalonicesi – scritto da Paolo del 50-51 – Paolo si rivolge ad una comunità segnata dalla persecuzione e dalla difficoltà ricordando di essere sempre lieti e richiama al fondamento della gioia: ‘Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo’. Tutto deve esser vissuto per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. L’invito alla gioia è motivato dalla fiducia nella venuta di Gesù Signore. La fede dei Tessalonicesi è ancora malferma, in crescita. Essi vivono difficoltà tuttavia il loro cammino si nutre dell’attesa di Gesù Cristo che verrà. Paolo ricorda loro che la parola di Dio non è semplice parola umana, ma parola efficace che opera nei credenti: è ‘parola di Dio… veramente tale e agisce in voi che credete!” (1Tess 2,13). Proprio nell’esperienza della prova egli invita a rimanere nella gioia, fondati sulla sua Parola. Sta qui il senso profondo del celebrare questa domenica d’avvento che inizia con l’invito ‘Rallegratevi nel Signore’.

Alessandro Cortesi op

…farà germogliare la giustizia

E’ stato presentato il 3 dicembre on line il Report 2020 Il diritto d’asilo dal titolo: Costretti a fuggire… ancora respinti. Si tratta del quarto report annuale curato dalla Fondazione Migrantes di Caritas Italiana sulla situazione dei richiedenti asilo e rifugiati. Riporta dati e osservazioni sulla situazione del diritto d’asilo a livello mondiale e italiano in particolare e si può scaricare gratuitamente nel sito Vie di fuga. Il Report è strutturato in 12 contributi scritti da diversi autori impegnati sia sul versante della ricerca sia nell’accompagnamento di richiedenti asilo e rifugiati.

I dati dell’UNHCR del luglio 2020 riportano che il numero di sfollati e rifugiati nel mondo ha raggiunto livelli che non si vedevano dal tempo della seconda guerra mondiale: quasi 80 milioni sono nel mondo le persone costrette da varie ragioni a fuggire dalla loro case. Questi motivi spesso sono guerre e situazioni di violenza e conflitto, impossibilità di avere accesso al cibo o all’acqua, violazioni di diritti fondamentali, processi di desertificazione o di land grabbing, disastri ambientali dovuti ai cambiamenti climatici. Tra questi 80 milioni di persone circa 50 milioni sono sfollati interni, cioè persone che hanno lasciato la loro casa ma permanendo all’interno del proprio Paese, spesso in campi profughi.

Il Report offre elementi per comprendere la situazione di questo momento storico. Viene posto in luce come sia aumentata la richiesta di protezione nei paesi del mondo, ma ciononostante l’Unione europea e l’Italia sempre meno rispondono a tale richiesta. Nel 2019 e 2020 si sono resi palesi e tangibili gli effetti delle politiche di chiusura e di rifiuto dei migranti condotte in Italia da vari anni e a livello globale la pandemia scoppiata nei primi mesi del 2020 ha spinto a chiudere ancor più le frontiere e a rendere sempre più difficile la condizione di chi è in fuga lasciando la propria casa.

A livello europeo è stato presentato nel settembre il nuovo progetto della Commissione europea di “Nuovo Patto per la migrazione e l’asilo”. La lettura di quella che per ora rimane ancora una proposta manifesta tuttavia che obiettivo di fondo, al di là di alcune affermazioni generali di principio, non è generare una solidarietà tra Paesi europei nel senso dell’accoglienza delle persone in fuga e di offrire concrete vie di impegno per la rimozione delle cause all’origine delle migrazioni. Obiettivo di fondo appare invece l’attuazione di una collaborazione nel difendere le frontiere del continente evitando per quanto si può ulteriori ingressi e con la paura del ripetersi di situazioni critiche come si è verificato nel 2015. La condizione della pandemia ha dato poi il pretesto per definire ulteriori chiusure e misure difensive.

Tra gennaio e settembre 2020 sono circa 72.000 gli attraversamenti “irregolari” di migranti e rifugiati giunti nell’Unione Europea, con una diminuzione del 21% rispetto allo stesso periodo 2019. Le rotte più frequentate sono quella del Mediterraneo centrale e quella dei Balcani occidentali, ma con una drastica diminuzione rispetto agli anni precedenti in particolare dal 2015 anno dell’“emergenza migranti” europea. Negli ultimi mesi sono aumentati gli arrivi nell’Atlantico nel territorio spagnolo delle Canarie.

Coloro che nel 2019 sono riusciti a chiedere asilo nell’Unione Europea provengono principalmente dalle seguenti regioni: Siria (circa 74.000), Afghanistan (53.000), Venezuela (45.000), Colombia (32.000) e Iraq (27.000). L’ultimo anno ha visto in forte aumento i richiedenti asilo venezuelani e colombiani rispetto al biennio precedente.

Nel 2019 l’UE ha garantito protezione a circa 300.000 persone con riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria o di quella umanitaria, ma le percentuali di riconoscimento delle varie forme di protezione sul totale dei richiedenti esaminati permangono molto basse. In Italia la percentuale di riconoscimento di protezione è al di sotto della media europea e vede il riconoscimento per appena il 20% sul totale degli esaminati.

Nonostante i messaggi di allarme e finalizzati a generare paura da parte di alcune forze politiche che paventavano nuove ondate di sbarchi e nuove invasioni, nell’anno 2020 gli arrivi in Italia di migranti e rifugiati via mare risultano a livelli minimi rispetto agli anni precedenti: a fine settembre 2020 gli arrivi erano 23.720 (a confronto dei 132.043 nello stesso periodo del 2016 e i 105.417 del 2017). Certamente si è attuata una lieve crescita rispetto al biennio 2018‐2019 segnato dalla politica dei “porti chiusi” e della “guerra alle ONG”. Un altro dato su cui riflettere è che fra l’estate 2019 e l’estate 2020 una rilevante parte degli “sbarchi” in Italia è avvenuta in maniera autonoma e meno di un rifugiato/migrante su cinque è stato soccorso dalle ONG.

La rotta più pericolosa permane quella del Mediterraneo centrale, verso l’Italia e Malta (25.888 gli arrivi da gennaio a settembre 2020). Nel 2019 risultano 8 morti e dispersi ogni 100 rifugiati e migranti che ce l’hanno fatta ad arrivare in Italia e Malta.

Fra gennaio e settembre 2020 circa 9.000 rifugiati e migranti sono stati intercettati e riportati nell’inferno di Libia dalla Guardia costiera “libica”. L’ONU e l’UNHCR hanno ripetuto denunce e appelli perché la Libia non è un porto sicuro. Anche varie ONG hanno denunciato e reso note le condizioni disumane dei lager libici. Le testimonianze e documentazioni su questa situazione di continua e palese violazione di diritti umani sono ormai innumerevoli ed è scandalosa a fronte di questi orrori l’indifferenza da parte europea e internazionale.

Il Report offre un approfondimento in particolare sulla rotta balcanica evidenziando come nell’intera area vi sia “un approccio oltremodo ostile verso i migranti nel complesso e i rifugiati in particolare”. Vengono denunciate autentiche forme di respingimento attuate dai paesi dell’Unione europea e dal confine orientale dell’Italia verso Paesi non UE. Sono respingimenti operati con estrema violenza e facendo ricorso a procedure completamente al di fuori della, legalità. Si attuano così respingimenti cosiddetti a catena: dall’Italia alla Slovenia e Croazia, fino in Bosnia, all’esterno delle frontiere UE, senza consentire ai migranti di fare richiesta di asilo e di avere assistenza legale.  Il 24 luglio 2020 è stata presentata un’interrogazione da Riccardo Magi al ministero dell’Interno, su tali respingimenti. La risposta ha dato conferma di procedimenti di riammissione anche per chi vorrebbe richiedere protezione internazionale. Inoltre le riammissioni sono attuate senza consegnare alcun provvedimento e senza documentazione. Si tratta di una grave situazione di violazione di diritti umani proprio ai confini del nostro Paese.

Nelle conclusioni del Report si legge: «Anche i rifugiati, come abbiamo mostrato in questo volume, lungi dall’essere un “problema” o un “peso economico” si rivelano frequentemente un volano per trasformare le società in una direzione più dinamica capace di futuro. Ma questo può avvenire solo se riconosciamo pienamente la soggettività dei nuovi arrivati e se concepiamo le politiche di accoglienza e integrazione come un “investimento”. Se si fosse adottato questo approccio sin dagli anni Novanta, rinunciando alla deriva emergenzialista che ha caratterizzato queste politiche, già oggi avremmo a livello europeo e italiano una struttura più stabile e ordinaria, rispettosa dei diritti, e allo stesso tempo capace di valorizzare queste presenze, ricevendone partecipazione e supporto, da pieni cittadini»

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno A – 2020

baptismIs 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17

L’episodio del battesimo di Gesù da parte del Battista è uno dei punti fermi della ricostruzione del cammino storico di Gesù nella sua vita. Ed è un passaggio che sin dagli inizi fece difficoltà alle prime comunità cristiane: indicare Gesù come Messia e presentarlo come unito alla folla di coloro che si recavano da Giovanni Battista per essere immersi nel Giordano, Gesù quindi come discepolo, Gesù come parte di un popolo in attesa di perdono, nell’accogliere l’invito alla conversione è certamente un dato che pone difficoltà. Il racconto di Matteo riprende sostanzialmente quello di Marco da cui dipende.

‘Gesù vide i cieli squarciarsi’: non è rinvio ad un evento prodigioso ma è un modo per esprimere il significato profondo di quel momento: una apertura si attua nel rapporto con Dio. I cieli chiusi sono metafora usata dai profeti per esprimere il silenzio di Dio (Is 51,9-10): ora i cieli si aprono.

In quel momento è presentata una missione nella forza dello Spirito. Lo Spirito scende su Gesù come colomba (Mc 1,10): come Mosè quando risalì dal mare e ricevette il dono dello Spirito secondo il racconto dell’Esodo. Gesù, risalendo dalle acque ripropone il cammino di liberazione dell’esodo, il farsi vicino di Dio, che sta all’origine della vita di un popolo chiamato ad un cammino di libertà e servizio. Gesù come Mosè, guida questa cammino all’incontro con Dio.

Lo Spirito gli è donato per una missione: la sua identità è indicata nell’essere il Figlio diletto nel quale Dio si compiace: ‘diletto’ è chiamato il ‘servo’ di Isaia (42,1). Gesù è così presentato come Figlio, messia (con riferimento al salmo 2,7): è il Figlio amato che nella sua vita attua la missione di quel profeta di cui Isaia aveva parlato. E’ questo un momento in cui a Gesù si rende chiara la sua missione di portare la bella notizia dell’amore perdonante di Dio a tutto il popolo, senza esclusioni.

La versione di Matteo, che riprende il testo di Marco, aggiunge sottolineature proprie. Indica innanzitutto che Gesù sceglie liberamente e chiede di farsi battezzare da Giovanni. Poi inserisce in aggiunta un dialogo tra Gesù e il Battista in cui si dà spiegazione del significato di questo gesto di immersione: Gesù si fa battezzare ‘per realizzare ogni giustizia’. Per Matteo la ‘giustizia’ è un dono di Dio, è la sua fedeltà di amore e di cura. Sarà questo il cuore dell’annuncio di Gesà nel discorso della montagna: ‘cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia’. In questo gesto di penitenza Gesù viene a compiere la legge ma nel contempo manifesta una giustizia che sta oltre la legge ed è dono di Dio. Si manifesta come il ‘servo’. In lui tutti avranno perdono per la giustizia che è fedeltà di Dio al suo amore, misericordia senza limiti.

Giovanni Battista proponeva questo gesto di immersione nelle acque del fiume Giordano come un gesto di penitenza, segno dell’impegno ad una conversione: Gesù accoglie tale proposta del profeta del deserto che propone un volgersi a Dio distante dalle pratiche del tempio, dal sacerdozio e dal sistema dei sacrifici.

E’ questo il primo passo della missione di Gesù come messia del servizio e di un rapporto con Dio vissuto nella pratica della vita come dono. La scelta di Gesù di farsi immergere nelle acque è indicazione della sua via: intende la sua vita sulle tracce del servo e si fa solidale con il cammino dell’umanità in attesa di salvezza.

Alessandro Cortesi op

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Acqua

“27. (…) Conosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei Paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società, dove l’abitudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi. Già si sono superati certi limiti massimi di sfruttamento del pianeta, senza che sia stato risolto il problema della povertà.

28. L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici. Le fonti di acqua dolce riforniscono i settori sanitari, agropastorali e industriali. La disponibilità di acqua è rimasta relativamente costante per lungo tempo, ma ora in molti luoghi la domanda supera l’offerta sostenibile, con gravi conseguenze a breve e lungo termine. Grandi città, dipendenti da importanti riserve idriche, soffrono periodi di carenza della risorsa, che nei momenti critici non viene amministrata sempre con una adeguata gestione e con imparzialità. La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza.

29. Un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno. Fra i poveri sono frequenti le malattie legate all’acqua, incluse quelle causate da microorganismi e da sostanze chimiche. La dissenteria e il colera, dovuti a servizi igienici e riserve di acqua inadeguati, sono un fattore significativo di sofferenza e di mortalità infantile. Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento che producono alcune attività estrattive, agricole e industriali, soprattutto in Paesi dove mancano una regolamentazione e dei controlli sufficienti. Non pensiamo solamente ai rifiuti delle fabbriche. I detergenti e i prodotti chimici che la popolazione utilizza in molti luoghi del mondo continuano a riversarsi in fiumi, laghi e mari.

30. Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità. Questo debito si salda in parte con maggiori contributi economici per fornire acqua pulita e servizi di depurazione tra le popolazioni più povere. Però si riscontra uno spreco di acqua non solo nei Paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo che possiedono grandi riserve. Ciò evidenzia che il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale, perché non vi è consapevolezza della gravità di tali comportamenti in un contesto di grande inequità.

31. Una maggiore scarsità di acqua provocherà l’aumento del costo degli alimenti e di vari prodotti che dipendono dal suo uso. Alcuni studi hanno segnalato il rischio di subire un’acuta scarsità di acqua entro pochi decenni se non si agisce con urgenza. Gli impatti ambientali potrebbero colpire miliardi di persone, e d’altra parte è prevedibile che il controllo dell’acqua da parte di grandi imprese mondiali si trasformi in una delle principali fonti di conflitto di questo secolo”.

Nella lettera enciclica Laudato si’ di papa Francesco  la questione dell’acqua è affrontata come una tra le emergenze che compongono il quadro di ciò che sta accedendo nella casa della Terra, in quella casa comune che è l’ambiente (LS 27-31) .

Una tra le conseguenze più drammatiche della mancanza di risorse idriche è lo scoppio di conflitti a motivo dell’acqua: l’Istituto Agenzia Italiana Sviluppo Sostenibile (Asvis) ha rilevato come 844 milioni di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile e 2,3 miliardi non hanno servizi igienici di base (dati 2018).

I cambiamenti climatici producono un aumento della temperatura e da qui hanno luogo i processi di desertificazione e di abbandono di regioni segnati dalla siccità da parte di intere popolazioni (i cosiddetti migranti climatici). A seguito del cambiamento climatico le guerre per l’acqua stanno diventando una emergenza. Il World Resources Institute in un report “Water, peace and security” (Wps), pubblicato il 5 dicembre 2019 a Ginevra ha presentato al riguardo uno studio che rileva come l’acqua diverrà nel prossimo futuro una delle cause principali di conflitto e emigrazione.

“Le crisi idriche stanno aumentando in tutto il mondo e saranno solo aggravate dai cambiamenti climatici. Comprendere la dimensione idrologica di tali crisi non è sufficiente per trovare soluzioni accettabili: dobbiamo anche comprendere le loro implicazioni sugli esseri umani e sui sistemi sociali, economici e politici, spesso mal equipaggiati per affrontare tali crisi in modo efficace e cooperativo”, ha dichiarato Eddy Moors, rettore dell’ Ihe delft Institute for water education. (Ivan Manzo, Nel 2020 previsti conflitti per l’acqua in India, Iran, Iraq, Mali, Nigeria, Pakistan; 27 dicembre 2019)

Nella Laudato sì c’è un invito a vivere il senso profondo del rapporto con le cose da leggere come creazione (LS 76): “Per la tradizione giudeo-cristiana, dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale”.

E’ anche ricordato come nelle cose vi sia una presenza divina che è continuazione dell’azione creatrice (LS 80): “Lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo: «La natura non è altro che la ragione di una certa arte, in specie dell’arte divina, inscritta nelle cose, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Come se il maestro costruttore di navi potesse concedere al legno di muoversi da sé per prendere la forma della nave» (Tommaso d’Aquino)”.

Il rapporto con gli elementi della terra e con le cose è così luogo di incontro con Dio (LS 233): “L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose”. A questo proposito è citato un mistico islamico maestro spirituale Ali Al-Khawwas: “C’è un “segreto” sottile in ciascuno dei movimenti e dei suoni di questo mondo. Gli iniziati arrivano a cogliere quello che dicono il vento che soffia, gli alberi che si piegano, l’acqua che scorre, le mosche che ronzano, le porte che cigolano, il canto degli uccelli, il pizzicar di corde, il fischio del flauto, il sospiro dei malati, il gemito dell’afflitto”.

“…la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti” (LS 93). Ed è proposta una direzione che non si limita a singole azioni limitate ma ad un nuovo modo di intendere la vita e a scegliere nuovi e diversi paradigmi secondo una visione culturale ecologica (LS111): “La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Natale 2019 – omelia nella notte

foto Francesco Bellina - Mar Ionio Mediterranea

Ci è stato dato un figlio…

La notte del Natale respira di attesa, di silenzio, di interiorità. E’ come una sosta in una lunga corsa, come un attimo di tregua che interrompe le nostre vite tanto frettolose e percorse spesso solo in superficie. E’ occasione per pensieri che si fanno ricordo, memorie di infanzia, o anche riflessione interiore che lascia spazio alle profondità, a quanto è racchiuso nel segreto dei cuori. E’ momento in cui torna a galla una nostalgia e un’attesa che si potrebbe sintetizzare nelle parole: attesa di bene, desiderio di serenità, per sé per gli altri. E’ momento di affetti, di desiderio di sentirsi a casa, nel ritrovare le cose essenziali.

Don Luigi Ciotti testimone di lotta contro le mafie ha invitato in questi giorni a vivere in profondità il Natale guardando alle relazioni: “C’è un aspetto del Natale che va preservato dal consumismo: le relazioni, la convivialità, il ritrovarsi nel calore e negli affetti. E, ovviamente la gioia dei bambini, la trepidante attesa… Ma Natale non è solo il momento di festa e di gioia, è anche un’occasione di riflessione e di pensiero. Il Natale tocca i nostri cuori ma interpella anche le nostre coscienze. Ci domanda non solo di essere genericamente ‘buoni’, ma anche concretamente giusti, cioè darci di più da fare per chi è vittima delle ingiustizie, per chi arranca nel deserto degli affetti e dei diritti prodotto dagli egoismi dell’Occidente del profitto e dell’opulenza” (messaggio di liberacontrolemafie su Instagram 24.12.2019)

Mi ha colpito questo accostare insieme lo sguardo a Natale come momento di gioia e la provocazione a vivere Natale come opportunità di riflessione: il riferimento ad una bontà che può essere generica e la sfida ad essere concretamente giusti…

Siamo qui questa sera per lasciare spazio a questi pensieri e soprattutto perché la parola di Dio possa raggiungerci, per affinare la nostra vista, lo sguardo interiore, e lasciarlo raggiungere da una luce che non viene da noi…

“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce…” Cosa vuol dire festeggiare Natale nel tempo dei populismi e dei fondamentalismi che sono così diffusi in questo momento storico a livello globale e vicino a noi? Sono modi semplicistici di vedere la realtà. ogni complessità è ridotta a slogan. Vi è una protesta indifferenziata contro ogni tipo di élites. E’ soprattutto coltivata intolleranza verso chi è altro. E tale fondamentalismo come attitudine si esprime in tante forme sia religiose sia non religiose. Quale luce siamo chiamati a seguire, una luce per tutto il popolo, in un momento in cui l’identità dei popoli è esaltata contro gli altri nella chiusura di frontiere e di cuori?

Cosa può voler dire accogliere la chiamata ad essere concretamente giusti, inseguendo le tracce suggerite ai pastori dai messaggeri: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia..” Timothy Radcliffe, ex maestro dell’Ordine dei domenicani, parlando de La fede al tempo dei fondamentalismi ha offerto importanti indicazioni: dice innanzitutto “La nostra fede deve entrare in contatto con le speranze e le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista”. Le proposte del populismo attraggono oggi coloro che si sentono lasciati indietro in un mondo di ricchezza in cui si percepiscono esclusi.

Un primo movimento a cui siamo chiamati oggi è ascoltare il dolore di tanti invisibili senza quella attitudine di disprezzo verso di loro: si tratta di ascoltare e capire ragioni di disagi che attraversano la nostra società. Si tratta di leggere segni che indicano sofferenze e disagi, si tratta di ascoltare, in un tempo in cui non si dà spazio all’ascolto dell’altro.

Ma c’è poi un secondo movimento da coltivare: è quello di proporre qualcosa di autenticamente fondamentale che possa indirizzare la vita secondo un orizzonte di senso autentico, profondo. Quella ricerca di una chiara identità che è il motivo di fondo spesso di attitudini populiste e fondamentaliste (l’identità data da segni di appartenenza culturale…) è una ricerca da assumere e da indirizzare oltre le piccole e ristrette identità. E’ una ricerca da assumere però provocando ad allargare l’orizzonte.

I pastori nella notte di Natale sono invitati ad uscire a scoprire che la loro storia non è storia dimenticata. Anche nella loro vita era presente la paura, questo sentimento proprio del nostro tempo. E il primo annuncio che ricevono da messaggeri che vanno loro incontro è: ‘Non temete’. L’invito è quello a scorgere nella loro vita una luce. E sono spinti a ricercare la loro identità in una relazione nuova. E a ripensare il volto stesso Dio al di là di ogni pensiero e costruzione umana. Ad incontrare Dio stesso non come costruzione di una religione strutturata come sistema culturale, ma Dio come ignoto. Un Dio come lo sconosciuto che ci raggiunge in un bambino, senza difese, inerme, avvolto in fasce e che nel suo silenzio interroga. Il volto di uno degli esclusi tenuti fuori perché senza diritti e senza difese.

Ieri 23 dicembre la prima pagina di “Avvenire” apriva con un titolo grande ‘Ci è stato dato un figlio’ e seguiva un bellissimo articolo di Nello Scavo, giornalista bravo e coraggioso, sulla storia di Simba, uno dei bambini salvati a fine agosto dalla nave Mar Jonio di Mediterranea: era uno dei superstiti del naufragio di un gommone in cui viaggiavano moltissimi bambini. E la foto sottostante al titolo, di Francesco Bellina, mostra il drammatico momento in cui questo bambino, nella notte, dopo giorni di attesa per il permesso di sbarco, tra le onde del mare agitato, viene salvato passandolo dalle mani di un soccorritore della Mar Ionio a quelle di un militare della Guardia costiera. Anche oggi ‘ci viene dato un figlio’…  e proprio a Natale dovremmo scoprire che Gesù mostra un volto di Dio che chiede di riconoscerlo nei più piccoli, in chi è tenuto fuori. Sta lì il segreto di una speranza e della salvezza.

Come i pastori, anche noi siamo invitati ad essere cercatori di segni, lettori capaci di inseguire quelle indicazioni scorgendo come il sogno di Dio è dono di accoglienza e di pace: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace ai popoli che egli ama…

Alessandro Cortesi op

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