la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “giustizia”

Battesimo del Signore – anno A – 2020

baptismIs 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17

L’episodio del battesimo di Gesù da parte del Battista è uno dei punti fermi della ricostruzione del cammino storico di Gesù nella sua vita. Ed è un passaggio che sin dagli inizi fece difficoltà alle prime comunità cristiane: indicare Gesù come Messia e presentarlo come unito alla folla di coloro che si recavano da Giovanni Battista per essere immersi nel Giordano, Gesù quindi come discepolo, Gesù come parte di un popolo in attesa di perdono, nell’accogliere l’invito alla conversione è certamente un dato che pone difficoltà. Il racconto di Matteo riprende sostanzialmente quello di Marco da cui dipende.

‘Gesù vide i cieli squarciarsi’: non è rinvio ad un evento prodigioso ma è un modo per esprimere il significato profondo di quel momento: una apertura si attua nel rapporto con Dio. I cieli chiusi sono metafora usata dai profeti per esprimere il silenzio di Dio (Is 51,9-10): ora i cieli si aprono.

In quel momento è presentata una missione nella forza dello Spirito. Lo Spirito scende su Gesù come colomba (Mc 1,10): come Mosè quando risalì dal mare e ricevette il dono dello Spirito secondo il racconto dell’Esodo. Gesù, risalendo dalle acque ripropone il cammino di liberazione dell’esodo, il farsi vicino di Dio, che sta all’origine della vita di un popolo chiamato ad un cammino di libertà e servizio. Gesù come Mosè, guida questa cammino all’incontro con Dio.

Lo Spirito gli è donato per una missione: la sua identità è indicata nell’essere il Figlio diletto nel quale Dio si compiace: ‘diletto’ è chiamato il ‘servo’ di Isaia (42,1). Gesù è così presentato come Figlio, messia (con riferimento al salmo 2,7): è il Figlio amato che nella sua vita attua la missione di quel profeta di cui Isaia aveva parlato. E’ questo un momento in cui a Gesù si rende chiara la sua missione di portare la bella notizia dell’amore perdonante di Dio a tutto il popolo, senza esclusioni.

La versione di Matteo, che riprende il testo di Marco, aggiunge sottolineature proprie. Indica innanzitutto che Gesù sceglie liberamente e chiede di farsi battezzare da Giovanni. Poi inserisce in aggiunta un dialogo tra Gesù e il Battista in cui si dà spiegazione del significato di questo gesto di immersione: Gesù si fa battezzare ‘per realizzare ogni giustizia’. Per Matteo la ‘giustizia’ è un dono di Dio, è la sua fedeltà di amore e di cura. Sarà questo il cuore dell’annuncio di Gesà nel discorso della montagna: ‘cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia’. In questo gesto di penitenza Gesù viene a compiere la legge ma nel contempo manifesta una giustizia che sta oltre la legge ed è dono di Dio. Si manifesta come il ‘servo’. In lui tutti avranno perdono per la giustizia che è fedeltà di Dio al suo amore, misericordia senza limiti.

Giovanni Battista proponeva questo gesto di immersione nelle acque del fiume Giordano come un gesto di penitenza, segno dell’impegno ad una conversione: Gesù accoglie tale proposta del profeta del deserto che propone un volgersi a Dio distante dalle pratiche del tempio, dal sacerdozio e dal sistema dei sacrifici.

E’ questo il primo passo della missione di Gesù come messia del servizio e di un rapporto con Dio vissuto nella pratica della vita come dono. La scelta di Gesù di farsi immergere nelle acque è indicazione della sua via: intende la sua vita sulle tracce del servo e si fa solidale con il cammino dell’umanità in attesa di salvezza.

Alessandro Cortesi op

IMG_5464

Acqua

“27. (…) Conosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei Paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società, dove l’abitudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi. Già si sono superati certi limiti massimi di sfruttamento del pianeta, senza che sia stato risolto il problema della povertà.

28. L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici. Le fonti di acqua dolce riforniscono i settori sanitari, agropastorali e industriali. La disponibilità di acqua è rimasta relativamente costante per lungo tempo, ma ora in molti luoghi la domanda supera l’offerta sostenibile, con gravi conseguenze a breve e lungo termine. Grandi città, dipendenti da importanti riserve idriche, soffrono periodi di carenza della risorsa, che nei momenti critici non viene amministrata sempre con una adeguata gestione e con imparzialità. La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza.

29. Un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno. Fra i poveri sono frequenti le malattie legate all’acqua, incluse quelle causate da microorganismi e da sostanze chimiche. La dissenteria e il colera, dovuti a servizi igienici e riserve di acqua inadeguati, sono un fattore significativo di sofferenza e di mortalità infantile. Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento che producono alcune attività estrattive, agricole e industriali, soprattutto in Paesi dove mancano una regolamentazione e dei controlli sufficienti. Non pensiamo solamente ai rifiuti delle fabbriche. I detergenti e i prodotti chimici che la popolazione utilizza in molti luoghi del mondo continuano a riversarsi in fiumi, laghi e mari.

30. Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità. Questo debito si salda in parte con maggiori contributi economici per fornire acqua pulita e servizi di depurazione tra le popolazioni più povere. Però si riscontra uno spreco di acqua non solo nei Paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo che possiedono grandi riserve. Ciò evidenzia che il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale, perché non vi è consapevolezza della gravità di tali comportamenti in un contesto di grande inequità.

31. Una maggiore scarsità di acqua provocherà l’aumento del costo degli alimenti e di vari prodotti che dipendono dal suo uso. Alcuni studi hanno segnalato il rischio di subire un’acuta scarsità di acqua entro pochi decenni se non si agisce con urgenza. Gli impatti ambientali potrebbero colpire miliardi di persone, e d’altra parte è prevedibile che il controllo dell’acqua da parte di grandi imprese mondiali si trasformi in una delle principali fonti di conflitto di questo secolo”.

Nella lettera enciclica Laudato si’ di papa Francesco  la questione dell’acqua è affrontata come una tra le emergenze che compongono il quadro di ciò che sta accedendo nella casa della Terra, in quella casa comune che è l’ambiente (LS 27-31) .

Una tra le conseguenze più drammatiche della mancanza di risorse idriche è lo scoppio di conflitti a motivo dell’acqua: l’Istituto Agenzia Italiana Sviluppo Sostenibile (Asvis) ha rilevato come 844 milioni di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile e 2,3 miliardi non hanno servizi igienici di base (dati 2018).

I cambiamenti climatici producono un aumento della temperatura e da qui hanno luogo i processi di desertificazione e di abbandono di regioni segnati dalla siccità da parte di intere popolazioni (i cosiddetti migranti climatici). A seguito del cambiamento climatico le guerre per l’acqua stanno diventando una emergenza. Il World Resources Institute in un report “Water, peace and security” (Wps), pubblicato il 5 dicembre 2019 a Ginevra ha presentato al riguardo uno studio che rileva come l’acqua diverrà nel prossimo futuro una delle cause principali di conflitto e emigrazione.

“Le crisi idriche stanno aumentando in tutto il mondo e saranno solo aggravate dai cambiamenti climatici. Comprendere la dimensione idrologica di tali crisi non è sufficiente per trovare soluzioni accettabili: dobbiamo anche comprendere le loro implicazioni sugli esseri umani e sui sistemi sociali, economici e politici, spesso mal equipaggiati per affrontare tali crisi in modo efficace e cooperativo”, ha dichiarato Eddy Moors, rettore dell’ Ihe delft Institute for water education. (Ivan Manzo, Nel 2020 previsti conflitti per l’acqua in India, Iran, Iraq, Mali, Nigeria, Pakistan; 27 dicembre 2019)

Nella Laudato sì c’è un invito a vivere il senso profondo del rapporto con le cose da leggere come creazione (LS 76): “Per la tradizione giudeo-cristiana, dire “creazione” è più che dire natura, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale”.

E’ anche ricordato come nelle cose vi sia una presenza divina che è continuazione dell’azione creatrice (LS 80): “Lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo: «La natura non è altro che la ragione di una certa arte, in specie dell’arte divina, inscritta nelle cose, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Come se il maestro costruttore di navi potesse concedere al legno di muoversi da sé per prendere la forma della nave» (Tommaso d’Aquino)”.

Il rapporto con gli elementi della terra e con le cose è così luogo di incontro con Dio (LS 233): “L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose”. A questo proposito è citato un mistico islamico maestro spirituale Ali Al-Khawwas: “C’è un “segreto” sottile in ciascuno dei movimenti e dei suoni di questo mondo. Gli iniziati arrivano a cogliere quello che dicono il vento che soffia, gli alberi che si piegano, l’acqua che scorre, le mosche che ronzano, le porte che cigolano, il canto degli uccelli, il pizzicar di corde, il fischio del flauto, il sospiro dei malati, il gemito dell’afflitto”.

“…la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti” (LS 93). Ed è proposta una direzione che non si limita a singole azioni limitate ma ad un nuovo modo di intendere la vita e a scegliere nuovi e diversi paradigmi secondo una visione culturale ecologica (LS111): “La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Natale 2019 – omelia nella notte

foto Francesco Bellina - Mar Ionio Mediterranea

Ci è stato dato un figlio…

La notte del Natale respira di attesa, di silenzio, di interiorità. E’ come una sosta in una lunga corsa, come un attimo di tregua che interrompe le nostre vite tanto frettolose e percorse spesso solo in superficie. E’ occasione per pensieri che si fanno ricordo, memorie di infanzia, o anche riflessione interiore che lascia spazio alle profondità, a quanto è racchiuso nel segreto dei cuori. E’ momento in cui torna a galla una nostalgia e un’attesa che si potrebbe sintetizzare nelle parole: attesa di bene, desiderio di serenità, per sé per gli altri. E’ momento di affetti, di desiderio di sentirsi a casa, nel ritrovare le cose essenziali.

Don Luigi Ciotti testimone di lotta contro le mafie ha invitato in questi giorni a vivere in profondità il Natale guardando alle relazioni: “C’è un aspetto del Natale che va preservato dal consumismo: le relazioni, la convivialità, il ritrovarsi nel calore e negli affetti. E, ovviamente la gioia dei bambini, la trepidante attesa… Ma Natale non è solo il momento di festa e di gioia, è anche un’occasione di riflessione e di pensiero. Il Natale tocca i nostri cuori ma interpella anche le nostre coscienze. Ci domanda non solo di essere genericamente ‘buoni’, ma anche concretamente giusti, cioè darci di più da fare per chi è vittima delle ingiustizie, per chi arranca nel deserto degli affetti e dei diritti prodotto dagli egoismi dell’Occidente del profitto e dell’opulenza” (messaggio di liberacontrolemafie su Instagram 24.12.2019)

Mi ha colpito questo accostare insieme lo sguardo a Natale come momento di gioia e la provocazione a vivere Natale come opportunità di riflessione: il riferimento ad una bontà che può essere generica e la sfida ad essere concretamente giusti…

Siamo qui questa sera per lasciare spazio a questi pensieri e soprattutto perché la parola di Dio possa raggiungerci, per affinare la nostra vista, lo sguardo interiore, e lasciarlo raggiungere da una luce che non viene da noi…

“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce…” Cosa vuol dire festeggiare Natale nel tempo dei populismi e dei fondamentalismi che sono così diffusi in questo momento storico a livello globale e vicino a noi? Sono modi semplicistici di vedere la realtà. ogni complessità è ridotta a slogan. Vi è una protesta indifferenziata contro ogni tipo di élites. E’ soprattutto coltivata intolleranza verso chi è altro. E tale fondamentalismo come attitudine si esprime in tante forme sia religiose sia non religiose. Quale luce siamo chiamati a seguire, una luce per tutto il popolo, in un momento in cui l’identità dei popoli è esaltata contro gli altri nella chiusura di frontiere e di cuori?

Cosa può voler dire accogliere la chiamata ad essere concretamente giusti, inseguendo le tracce suggerite ai pastori dai messaggeri: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia..” Timothy Radcliffe, ex maestro dell’Ordine dei domenicani, parlando de La fede al tempo dei fondamentalismi ha offerto importanti indicazioni: dice innanzitutto “La nostra fede deve entrare in contatto con le speranze e le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista”. Le proposte del populismo attraggono oggi coloro che si sentono lasciati indietro in un mondo di ricchezza in cui si percepiscono esclusi.

Un primo movimento a cui siamo chiamati oggi è ascoltare il dolore di tanti invisibili senza quella attitudine di disprezzo verso di loro: si tratta di ascoltare e capire ragioni di disagi che attraversano la nostra società. Si tratta di leggere segni che indicano sofferenze e disagi, si tratta di ascoltare, in un tempo in cui non si dà spazio all’ascolto dell’altro.

Ma c’è poi un secondo movimento da coltivare: è quello di proporre qualcosa di autenticamente fondamentale che possa indirizzare la vita secondo un orizzonte di senso autentico, profondo. Quella ricerca di una chiara identità che è il motivo di fondo spesso di attitudini populiste e fondamentaliste (l’identità data da segni di appartenenza culturale…) è una ricerca da assumere e da indirizzare oltre le piccole e ristrette identità. E’ una ricerca da assumere però provocando ad allargare l’orizzonte.

I pastori nella notte di Natale sono invitati ad uscire a scoprire che la loro storia non è storia dimenticata. Anche nella loro vita era presente la paura, questo sentimento proprio del nostro tempo. E il primo annuncio che ricevono da messaggeri che vanno loro incontro è: ‘Non temete’. L’invito è quello a scorgere nella loro vita una luce. E sono spinti a ricercare la loro identità in una relazione nuova. E a ripensare il volto stesso Dio al di là di ogni pensiero e costruzione umana. Ad incontrare Dio stesso non come costruzione di una religione strutturata come sistema culturale, ma Dio come ignoto. Un Dio come lo sconosciuto che ci raggiunge in un bambino, senza difese, inerme, avvolto in fasce e che nel suo silenzio interroga. Il volto di uno degli esclusi tenuti fuori perché senza diritti e senza difese.

Ieri 23 dicembre la prima pagina di “Avvenire” apriva con un titolo grande ‘Ci è stato dato un figlio’ e seguiva un bellissimo articolo di Nello Scavo, giornalista bravo e coraggioso, sulla storia di Simba, uno dei bambini salvati a fine agosto dalla nave Mar Jonio di Mediterranea: era uno dei superstiti del naufragio di un gommone in cui viaggiavano moltissimi bambini. E la foto sottostante al titolo, di Francesco Bellina, mostra il drammatico momento in cui questo bambino, nella notte, dopo giorni di attesa per il permesso di sbarco, tra le onde del mare agitato, viene salvato passandolo dalle mani di un soccorritore della Mar Ionio a quelle di un militare della Guardia costiera. Anche oggi ‘ci viene dato un figlio’…  e proprio a Natale dovremmo scoprire che Gesù mostra un volto di Dio che chiede di riconoscerlo nei più piccoli, in chi è tenuto fuori. Sta lì il segreto di una speranza e della salvezza.

Come i pastori, anche noi siamo invitati ad essere cercatori di segni, lettori capaci di inseguire quelle indicazioni scorgendo come il sogno di Dio è dono di accoglienza e di pace: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace ai popoli che egli ama…

Alessandro Cortesi op

I domenica di Avvento – anno A – 2019

Sicilia_Monreale_Arca_Noè.jpg(mosaici sec. XII – Duomo di Monreale)

Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44

“Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo… Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà… tenetevi pronti”.

Il tempo dell’avvento è orientato a volgere lo sguardo verso la venuta definitiva del Risorto che visita la nostra vita e tornerà. Anche nel vangelo di Matteo che sarà letto in questo nuovo anno liturgico, è riportato un discorso di Gesù sulla venuta del Figlio dell’uomo. Il Figlio dell’uomo, titolo per indicare Gesù risorto, ritornerà e non si potrà rimanere indifferenti: nel libro di Daniele (cap. 7) Figlio dell’uomo è figura che viene dall’alto in rapporto con ultimi tempi, in cui si attuerà un ‘giudizio’.

Matteo richiama la sua comunità a scorgere che questa ‘ora’ non è qualcosa di lontano e futuro, ma è già in atto nel presente ed esige un modo diverso di intendere la vita. Il ricordo dei tempi di Noè è significativo perché mentre tutto mangiavano e bevevano non accorgendosi di nulla, Noè si mise a preparare l’arca per salvare persone e animali dalle acque simbolo del male. Ci può essere un modo di vivere il presente nella spensieratezza, nella distrazione che rende insensibili, indifferenti. Noè fece attenzione ai ‘segni’ e si preparò cercando di raccogliere, di custodire, operando per la vita degli altri e prendendosi cura di tutta la creazione.

Gesù invita ad essere vigilanti, a tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto attento alle persone, agli eventi, capacità di leggere dentro. Vegliare è termine della cura, che indica l’attenzione al presente. Chi veglia è teso al futuro ma impegnato nel qui ed ora, è operoso nelle piccole cose del momento che sta vivendo. Il ‘giudizio’ consiste nelle scelte che compiamo noi nel tempo: già ora la nostra vita è un prendere posizione, uno stare orientati verso l’incontro con Cristo che viene e che verrà nelle scelte di liberazione e di lotta per la giustizia e la pace. L’attenzione è elemento fondamentale del credere: porre attenzione e cura indica il superamento di una logica di egoismo e ripiegamento su di sé, una cura oggi da pensare in relazione a tutto il creato, come Noè. Vegliare comporta quindi prendere sul serio il tempo e la storia. E’ essere pronti di fronte alle responsabilità di ogni giorno.

Vegliare è modo per vincere il sonno che appesantisce e impedisce l’azione. E’ una fatica da riprendere ogni giorno nuovamente: questo sonno è il grande pericolo della vita del credente. ‘Ormai è tempo di svegliarvi dal sonno’ è esortazione di Paolo nella lettera ai Romani, ‘gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce’.

Si tratta di non venir meno alla certezza che il sogno di Dio è la pace: ‘un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra’. E’ pace che inizia qui e che ha il suo futuro nella riconciliazione che è dono di Dio stesso. E’ impegno ad inseguire la promessa di Isaia: ‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’. A fronte di un mondo che vede la guerra come necessaria la Parola di Dio invita a denunciare la produzione, il commercio e l‘uso delle armi come contrari al disegno di Dio, fonti solo di disastri e sofferenze. Un’altra lotta è invece da condurre, quella contro l’indifferenza e la sonnolenza che impedisce di essere responsabili degli altri, di assumersi la cura per promuovere tutto ciò che umanizza e apre la vita all’incontro e alla liberazione.

Alessandro Cortesi op

mappa commercio armi mondoIl sentiero di Isaia

Nel 1963 Giorgio La Pira scriveva alle monache di clausura condividendo la sua lettura sulla storia del mondo sul crinale apocalittico delle armi nucleari. Il crinale che vedeva la possibilità concreta di una distruzione totale della vita sulla terra o, per contro, la scelta di una via diversa, l’opzione decisa senza tentennamenti per ricercare le vie della pace possibile. La visione di La Pira era uno sguardo profetico che non solo indicava una direzione ma era guida di un impegno storico concreto per il dialogo dei popoli. Espressione di un uomo preso dall’utopia del sogno di Isaia che accolse nella sua vita non come orizzonte irraggiungibile ma come fine verso cui tendere preparando il terreno, spendendosi nell’impegno e attuando cammini storici.

“Madre Reverenda, bisogna puntare con estrema decisione, con totale impegno sopra questa domanda: questa grazia della pace alla intiera famiglia umana deve essere concessa dal Padre celeste; il fiume di pace -di cui parla Isaia- deve irrigare con abbondanza la città degli uomini, come irriga la città di Dio (Apoc. 22): il Signore non può negare questa grazia così fondamentale dalla quale dipende l’esistenza della civiltà umana, del genere umano e, forse, dello stesso pianeta! Perché, Madre Reverenda, al punto in cui si trovano le cose, non c’è alternativa per i popoli: o la pace millenaria o la distruzione apocalittica della famiglia umana e della terra medesima provocata, (Dio non voglia!) dalla potenza sconvolgitrice – apocalittica davvero! – delle armi nucleari!
Queste affermazioni, Madre Reverenda, non sono mie: sono degli scienziati nucleari; sono delle massime guide politiche del mondo (si ricordi Kennedy); sono di Giovanni XXIII che con la Pacem in Terris consegnò ai popoli di tutta la terra il suo messaggio di salvezza e di speranza!

Questo, Madre Reverenda, è, perciò, il problema fondamentale del mondo, oggi: fare la scelta finale, apocalittica: scegliere, cioè, o la pace millenaria (che richiede un profondo mutamento in tutti i rapporti -e nel modo stesso di pensare!- degli uomini) o la distruzione davvero senza misura, che può condurre sino alla rottura degli stessi equilibri fisici sui quali si regge l’esistenza fisica del nostro pianeta (e non solo di esso).
Ed allora? Allora la risposta è evidente: – bisogna avere il coraggio (perché di questo si tratta!) di scegliere la pace e di agire a tutti i livelli (internazionali ed interni: militari, scientifici, tecnici, economici, sociali, culturali, politici e religiosi) in conformità a questa scelta. Ma per fare questa scelta ci vuole davvero un atto smisurato di fede: la fede di Abramo: spes contra spem! (…)

La «visione» di Isaia (2,1 ss.) e dei Profeti non appare più un’utopia: la pace universale, l’unità del mondo, la fraternità, la civiltà e l’ illuminazione biblica del mondo, non appaiono più «sogni» di poeti e «fantasie» di profeti: appaiono realtà storiche che cominciano a profilarsi, a «sagomarsi», nell’orizzonte storico della Chiesa e dei popoli! Basta guardare con amore, con preghiera, con attenzione, lo svolgersi irresistibile del piano di Dio nel mondo. Perché di questo, Madre Reverenda, dobbiamo essere persuasi: il Signore vuole che il Suo regno venga, come in cielo, anche in terra; che sulla terra – abitata dal Suo Unigenito e dalla Sua Chiesa! – si faccia la pace, splenda la luce, trionfi la grazia; che le «visioni» felici dei Profeti e le «visioni» felici dell’Apocalisse diventino – nel corso futuro dei millenni – la realtà benedetta nella quale si svolge la vita degli uomini, delle città, delle nazioni, dei popoli!”

In questi giorni papa Francesco presso il Memoriale della pace a Hiroshima ha lanciato un appello in un contesto internazionale in cui la produzione e il commercio di armi stanno per crescere. Armi devastanti sono usate nelle guerre diffuse e regionali e si prevedono conflitti maggiori ad esempio per l’acqua e per i beni naturali.

“Mai più la guerra, mai più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza!”. Queste le parole di Francesco dal Parco del Memoriale della Pace di Hiroshima, dove il 6 agosto 1945 fu sganciata la bomba atomica che generò morti innumerevoli – ottantamila nello scoppio e moltissimi altri poi – e scene infernali. “Desidererei umilmente essere la voce di coloro la cui voce non viene ascoltata e che guardano con inquietudine e con angoscia  le crescenti tensioni che attraversano il nostro tempo”

Nelle sue parole la considerazione che non solo l’uso delle armi, ma anche il solo loro possesso è minaccia alla pace e la denuncia del crimine dell’uso di tali armi.

“Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova”.

“desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune.”

Citando Pacem in terris di Giovanni XXIII ha affermato che la pace se non è costruita sulla verità e sulla giustizia rimane un suono di parole. E riprendendo il discorso di Paolo VI all’ONU il 4 ottobre 1965 ha detto: “Quando ci consegniamo alla logica delle armi e ci allontaniamo dall’esercizio del dialogo, ci dimentichiamo tragicamente che le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, “esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli”

La pace è un edificio che va sempre costruito di nuovo e continuamente.

“Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?”

Due anni fa in un incontro con i giornalisti mentre si rincorrevano minacce di attacchi nucleari tra Usa e Corea del Nord offrì come regalo una foto scattata nel 1945 da Joseph Roger O’Donnell: ritraeva un ragazzo con in spalla il fratellino morto mentre attendeva di far cremare quel piccolo corpo senza vita. La foto era accompagnata da una breve didascalia: “il frutto della guerra”. “Qui, di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio”.

“Ricordare, camminare insieme, proteggere. Questi sono tre imperativi morali che, proprio qui a Hiroshima, acquistano un significato ancora più forte e universale e hanno la capacità di aprire un cammino di pace. Di conseguenza, non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto…”.

‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’ è rimane promessa e progetto incompiuto a cui cercare di dare risposta con lucidità e concretezza oggi.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5279Es 17,8-13; 2Tim 3,14-4,2; Lc 18,1-8

L’esperienza dell’uomo biblico è fondamentalmente quella di essere custodito dalla presenza di Dio: è scoperta che il cammino della vita non è conquista e opera delle forze umane, anche se così a volte può sembrare. Piuttosto la nostra esistenza è sospesa nella cura di Colui che è creatore del cielo e della terra e custode della nostra storia.

Le mani aperte di Mosè sul monte esprimono questa apertura di accoglienza: pur in un quadro di battaglia che riporta ad un contesto di violenza diviene tuttavia simbolo della dipendenza totale dalla custodia di YHWH. Quando Mosè alzava le mani in segno di preghiera Israele era più forte. La vita e il futuro di Israele dipende dal riconoscimento della presenza di Dio. La preghiera viene così presentata come uno stare alla presenza di Dio per poter avere vita e futuro.

Pregare inoltre non è esperienza solitaria, ma è esperienza di solidarietà con altri, è portare avanti la vita di un popolo.

“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra. Non lascerà vacillare il tuo piede… il Signore è il tuo custode”

Nella seconda lettura l’invito rivolto a Timoteo specifica il contenuto del pregare. Timoteo è esortato a rimanere saldo in ciò che ha appreso cioè nella lettura e ascolto della Scrittura. In essa soffia lo Spirito di Dio. La preghiera si nutre dell’ascolto della Scrittura, ed è via per mantenere la vita orientata in Cristo e illuminata dalla sua Parola. In tale ascolto si matura quella preparazione per ogni opera buona, per poter annunziare la parola in modo significativo nella situazione in cui siamo inseriti.

La parabola del giudice e della vedova del vangelo di Luca esigono di essere lette come denuncia di una profonda esperienza di ingiustizia: Non vano lette come metafora in cui il giudice rappresenterebbe Dio e la vedova colei che prega rivolgendosi a Lui.

Nella parabola il racconto delinea un giudice che rinvia continuamente il momento in cui prendere in considerazione la causa di una vedova. E’ un comportamento iniquo, e la vedova è la figura del debole, senza difese e senza appoggi umani. Il suo coraggio e la sua insistenza superano il senso di impotenza e la delusione che interviene in queste vicende. Luca descrive la vedova come una donna che non smette di andare dal giudice dicendo ‘Rendimi giustizia contro il mio avversario’. E’ condizione del tempo di Gesù contro cui Gesù prova un moto di ripulsa e denuncia e la condizione del nostro tempo.

L’insistenza della vedova non viene meno di fronte all’ingiusta attesa a cui è sottoposta che ha i tratti di un’angheria. Non viene fiaccata nemmeno dalla delusione per non essere ascoltata. E’ questo un episodio di vita. E’ sintesi di tante esperienze quotidiane vissute o in riferimento a situazioni lontane segnate dall’indifferenza e dall’ingiustizia. Situazioni che possono condurre alla delusione, al senso di impotenza fino ad incattivirsi. Ad un certo punto però nella parabola il giudice cede alle insistenze: ‘le renderò giustizia, perché non venga a seccarmi’ espressione che si potrebbe anche leggere così: ‘le farò giustizia perché alla fine non mi colpisca in faccia’. Luca qui accenna alla giusta rabbia degli oppressi di fronte alla prepotenza a cui sono sottoposti. E’ la descrizione di un ascolto, alfine, da parte di un giudice iniquo solamente perché teme che la vedova lo danneggi.

La domanda che sorge è allora: ci sarà un fine a questa situazione di ingiustizia? O è tutto inutile? Il rischio vicino è quello della rassegnazione e del lasciare tutto andare senza alcuna attesa. Sarà stabilita la giustizia (parola che ritorna a più riprese nella parabola)?

Il centro della parabola sta nell’annuncio che ‘il Signore’ – ed il riferimento va al Risorto – opererà e farà giustizia. E’ annuncio del regno di Dio come diversità rispetto alla situazione di oppressione: Dio è fedele alle sue promesse e ascolta il grido dei poveri che gridano a lui.

Alla sua comunità che viveva ormai a distanza di tempo dalla vicenda storica di Gesù Luca dice che vale la pena continuare ad impegnarsi sapendo che il signore farà giustizia. Gesù chiede di ‘pregare sempre senza incattivirsi’.

A questo deve condurre la preghiera: aprirsi all’alterità di Dio, entrare nell’incontro con Lui. La preghiera non è esperienza che si vive per cambiare Dio, piuttosto è ascolto prolungato della Parola per cambiare il nostro cuore. La preghiera conduce all’attesa che disarma le nostre aspettative e proiezioni: Dio è fedele alle sue promesse che non corrispondono alle nostre richieste. E’ sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. Entrare nella preghiera non è questione di metodi o di pratiche magiche ma significa camminare in una relazione che coinvolge l’intera esistenza.

Dio rimane fedele, anche se l’attesa è faticosa, anche se sembra che la preghiera non trovi ascolto, anche se la domanda che attraversa i cuori dei giusti oppressi è ‘fino a quando Signore?’: “Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati perché dormi Signore? Destati non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?” (Sal 44,23-25).

Pregare è momento per scoprire la nostra responsabilità per operare in vista dellla giustizia per un mondo nuovo. Dietrich Bonhoeffer così esprime questa attesa:

“Le parole d’un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani
 consisterà oggi solo in due cose: pregare e praticare ciò che è giusto tra gli uomini. Non è nostro compito predire il giorno ma quel giorno verrà in cui degli uomini saranno chiamati nuovamente a pronunciare la parola “Dio” in modo tale che il mondo ne sarà cambiato e rinnovato”. Pregare e operare la giustizia sono i due movimenti del credente.

La parabola ofre anche un messaggio sul volto del discepolo: chi crede è colui che non viene meno alla fede, non smette di invocare, di sperare: sempre, senza stancarsi. La vedova è esempio del credente che non ha altri sostegni, che ha fiducia in ‘Colui che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito’ (Dt 10,17-18). E’ lo stare di queste persone, come la vedova, che non è riconosciuta ed è calpestata nei suoi diritti, a mantenere la preghiera che porta avanti il mondo.

Alessandro Cortesi op

72791743_10157299724047420_6734154192052551680_n 2

Il grido dei traditi

“Uno sguardo puro, una stretta di mano sicura, la determinazione delle sue idee politiche. Questa era Hevrin Khalaf. Che indossasse abiti civili, o da ragazza la divisa militare — come fanno tante donne curde che hanno scelto sì la politica attiva, provenendo però dalla battaglia sul campo — aveva uno stile che non passava inosservato.” (Marco Ansaldo, Hevrin, nemica di Erdogan La paladina dei diritti uccisa in un’imboscata, “la Repubblica” 14 ottobre 2019)

Hevrin Khalaf aveva 35 anni. Si batteva per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi. Apparteneva a quel popolo di donne curde che si sono proposte al mondo come esempio di lotta per una convivenza sociale e politica nel riconoscimento dei diritti. E’ stata uccisa in questi giorni da milizie della Free Syrian Army assoldate dall’esercito turco, in una strada controllata dai turchi che hanno iniziato la conquista del territorio del Kurdistan siriano. Un’esecuzione sommaria mentre questa attivista, tra i fodnatori del Partito del Futuro siriano, che difendeva i diritti umani stava cercando di raggiungere la città di Qamishli. Per il dittatore turco Tayyp Erdogan questa donna era una terrorista come il popolo curdo ritenuto una minaccia alla sicurezza dello stato turco.

Le donne curde hanno lanciato un messaggio che ha il tenore di un grido lanciato nell’abbandono e nel tradimento subito in un contesto internazionale distratto e a Stati preoccupati solo di interessi  e vantaggi interni mentre è in atto il massacro del popolo curdo. Hanno presentato una serie di richieste: dalla fine dell’invasione della Turchia al prevenire la pulizia etnica, al fermare la vendita delle armi alla Turchia:

“Vi stiamo scrivendo nel bel mezzo della guerra nella Siria del Nord-Est, forzata dallo Stato turco nella nostra terra natale. Stiamo resistendo da tre giorni sotto i bombardamenti degli aerei da combattimento e dei carri armati turchi. Abbiamo assistito a come le madri nei loro quartieri sono prese di mira dai bombardamenti quando escono di casa per prendere il pane per le loro famiglie. Abbiamo visto come l’esplosione di una granata Nato ha ridotto a brandelli la gamba di Sara di sette anni, e ha ucciso suo fratello Mohammed di dodici anni”.

“Hevrin era, piuttosto, una delle figure più rappresentative di quello che oggi sono i nuovi curdi. Attenta ai diritti delle donne, inclusiva, favorevole a uno Stato laico e rispettoso del cittadino, multietnico, liberale. Si batteva per la coesistenza pacifica di tutti: curdi, turchi, cristiano-siriaci e arabi. Aveva una laurea in ingegneria. Aveva 35 anni”. (Marco Ansaldo, Hevrin, nemica di Erdogan La paladina dei diritti uccisa in un’imboscata, “la Repubblica” 14 ottobre 2019).

Così si legge nel Rapporto che Amnesty International ha pubblicato nel febbraio 2019 con il titolo “Obiettivo: silenzio. La repressione globale contro le organizzazioni della società civile

“Oggi le organizzazioni della società civile e i difensori dei diritti umani che hanno il coraggio di contestare apertamente leggi ingiuste e pratiche di governo inique, che sfidano il sentire diffuso nell’opinione pubblica o di chi occupa posizioni di potere e reclama giustizia, uguaglianza, dignità e libertà sono sempre di più sotto attacco.

(…) negli ultimi dieci anni sia emersa a livello mondiale una tendenza preoccupante che vede l’introduzione e l’uso da parte degli stati di leggi mirate a interferire con il diritto alla libertà di associazione e a ostacolare il lavoro delle organizzazioni delle società civile e dei suoi membri.

(…) Chiunque critica le autorità in questi paesi, chi esprime pubblicamente opinioni non allineate con le idee politiche, sociali o culturali prevalenti è a rischio. Troppo spesso queste persone sono costrette ad abbassare i toni, ad autocensurarsi, a ridimensionare le proprie iniziative, a dedicare le scarse risorse disponibili a inutili formalità burocratiche, venendo altresì escluse da finanziamenti. Nei casi peggiori, le organizzazioni della società civile vengono chiuse e i suoi esponenti trattati come criminali e incarcerati per il solo fatto di difendere i diritti umani. Queste norme restrittive sono in realtà il riflesso di tendenze politico-culturali più ampie, diffuse attraverso una narrazione tossica che demonizza “l’altro”, alimentando sentimenti come la colpa, l’odio e la paura,e creando un terreno fertile per la loro attuazione, che viene giustificata nell’interesse della sicurezza nazionale, dell’identità e dei valori tradizionali”.

Il medesimo documento di Amnesty ricorda anche: “La Dichiarazione sui difensori dei diritti umani riconosce in particolare l’importanza delle persone che si adoperano, individualmente e in associazione ad altri, per attuare i diritti umani e il diritto di tutti a costituire, aderire e partecipare ad organizzazioni, associazioni o gruppi della società civile e promuovere o difendere i diritti umani come pilastro fondamentale di un sistema di diritti umani internazionale. Quando fu adottata, nel 1998, la Dichiarazione spostò la “percezione del progetto sui diritti umani: da compito affidato principalmente agli stati e alla comunità internazionale a compito che riguarda tutti noi, singoli individui e gruppi collettivi, che formiamo la società. La Dichiarazione riconosce che la giustizia sociale, le pari opportunità e la pari dignità senza forme di discriminazione, così lungamente attese e meritate da ciascuno di noi, possono essere attuate mettendo gli individui e i gruppi nelle condizioni di difendere, impegnarsi e mobilitarsi per i diritti umani”.

Alessandro Cortesi op

 

 

XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

amministratore-disonestoAm 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e dite: Quando sarà passato il novilunio e il sabato perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e … usando bilance false per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Il Signore lo giura: Certo, non dimenticherò mai le loro opere”

Amos era coltivatore e pastore nella terra di Samaria nell’VIII secolo a.C.: la sua vita fu radicalmente cambiata, in modo imprevisto, da un irrompere improvviso della chiamata di Dio nella sua vita. Si sentì afferrato e spinto a portare la sua parola, come profeta, senza avere particolari capacità. Tale incontro lo spinse a recarsi di fronte ai potenti, a denunciare davanti ai ricchi ed agli spensierati una situazione di ingiustizia.

Amos smaschera il peccato davanti a Dio e ne delinea i caratteri: i poveri sono calpestati e i ricchi si affannano a guadagnare sulla pelle degli indigenti. Il rapporto con Dio esige rapporti giustizia e costruire giustizia a che fare con la fede. Le sue parole richiamano ad una fede che attua scelte di giustizia in rapporto al Dio vicino, che sostiene i più deboli. Il suo messaggio è richiamo ad abbandonare gli idoli della ricchezza della ricerca del denaro, la rincorsa agli affari che procurano profitto. Critica l’insensibilità e l’indifferenza al grido dei poveri, il disprezzo verso altri esseri umani considerati nulla. Amos richiama a volgersi al Dio che si china sull’orfano, sulla vedova sul forestiero, che non dimentica le sofferenze degli impoveriti.

La parabola di Gesù parte dal riferimento ad una concreta situazione del suo tempo: un amministratore di cui il padrone ha coperto la disonestà è minacciato di essere allontanato presto dal suo lavoro. S dà da fare allora con urgenza, in tutti i modi,e con fare disonesto per rendersi alcune persone amiche, per prepararsi un futuro in cui avere qualcuno riconoscente. E lo fa falsando i pagamenti e concedendo vantaggi ai debitori.

Il punto centrale della parabola non sta in una sorta di elogio della disonestà di questo amministratore maneggione. Gesù come spesso nelle parabole – che sono narrazioni che fanno riferimento alla vita e coinvolgono gli ascoltatori – legge invece una situazione che poteva essere conosciuta da chi lo ascoltava. E intende però accompagnare a scorgere le esigenze del regno di Dio.

Attira l’attenzione sul modo di comportarsi  di quell’amministratore disonesto e osserva che per guadagnare denaro, vantaggi, prestigio spesso ‘i figli di questo mondo’ pongono in atto una incredibile capacità creativa e sanno attuare scelte rischiose con coraggio e furbizia. E’ un modo di agire disonesto in rapporto ad una ‘ricchezza disonesta’.

Ma guardando a questo modo di comportarsi Gesù invita ‘i figli della luce’, cioè i suoi discepoli, a comprendere l’urgenza del momento presente perché l’annuncio del regno di Dio pone a vivere un impegno e una urgenza nuovi: c’è esigenza di risposta e di coinvolgimento della vita. E’ momento che richiede capacità di essere pronti, di decisioni attuate con coraggio e creatività.

Gesù guardando alla prontezza di quell’amministratore presenta per contro l’alternativa che i suoi discepoli hanno dinanzi: scegliere di servire Dio o Mammona, cioè la ricchezza. Non si può servire a due padroni così diversi. Mammona ha una assonanza con il termine ebraico che indica fede, ‘aman’ (da cui il nostro Amen) cioè indica un affidamento, una fiducia di una vita centrata sull’avere. E’ in gioco perciò l’orizzonte di fondo della vita: o ci si fida di Dio o ci si affida ad altri idoli pervasivi. Ci si può inchinare a Mammona oppure affidarsi a Dio che chiede solidarietà e condivisione. E’ come una scelta tra due amori che non possono stare insieme.

Essere fedeli al Dio a cui giunge il grido del povero, implica un rapporto nuovo con i beni, e porta a scegliere la condivisione. Essere fedeli a Dio si attua in rapporti di giustizia, in un rapporto nuovo con gli altri, perché chiede di ascoltare il grido e la sofferenza di chi è vittima dell’ingiustizia.

Alessandro Cortesi op

8S8s31LB-768x1006-locandina-bene-pubblico-o-ricchezza-privata-696x912

Lo scandalo delle disuguaglianze

Il Rapporto annuale dell’Oxfam sulla povertà nel mondo pubblicato nel gennaio 2019 dal titolo ‘Bene pubblico o ricchezza privata’ presenta un quadro della situazione mondiale.

Il panorama presentato è complesso e preoccupante. Si riconosce che negli ultimi decenni si è giunti ad una rilevante riduzione del numero di persone che vivono in estrema povertà (la Banca Mondiale identifica questa soglia in 1,90 dollari pro-capite al giorno).

Tuttavia, proprio leggendo i dati forniti dalla Banca Mondiale si comprende che dal 2013 il tasso di riduzione della povertà si è dimezzato e che la povertà estrema sta aumentando nell’Africa sub-sahariana. Una grandissima parte dell’umanità vive ancora in condizioni di povertà: 3,4 miliardi di persone, pari a poco meno di metà della popolazione mondiale, sopravvivono con meno di 5,50 dollari al giorno. La ricchezza è concentrata nelle mani di pochi.

La disuguaglianza è scandalosa: l’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos, proprietario di Amazon, ha un patrimonio di 112 miliardi di dollari.L’1% di questa cifra corrisponde quasi all’intero budget sanitario di un Paese africano come l’Etiopia, che conta 105 milioni di abitanti.

La ricchezza è quindi sempre più concentrata e le disuguaglianze aumentano: nel 2018 soltanto 26 individui (contro i 43 dell’anno precedente) possedevano una ricchezza pari a quella posseduta dalla metà più povera dell’umanità, 3,8 miliardi di persone. E’ un dato spaventoso che fa riflettere sull’iniquità presente nel mondo in cui viviamo.

Da dieci anni circa la crisi finanziaria ha segnato la vita economica del mondo generando enormi sofferenze. In questo periodo tempo si è registrato un aumento della ricchezza dei più ricchi: il numero di miliardari è quasi raddoppiato.

Se la ricchezza di chi possiede ricchezze miliardarie fosse soggetta ad una tassazione più equa, si potrebbero ricavare risorse da destinare all’educazione dei bambini e per le cure mediche. I più ricchi infatti pagano sempre meno tasse mentre l’accesso ai servizi essenziali nel mondo è impedito a molti: 262 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione e intere fasce di popolazione non hanno possibilità accesso alle cure mediche.

La disuguaglianza a livello globale ha anche un aspetto di discriminazione di genere. Le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini e gli uomini possiedono il 50% in più della ricchezza rispetto alle donne. Ma è da rilevare che la vita economica dei Paesi si basa sul lavoro delle donne che non è ufficialmente riconosciuto, poiché esse svolgono gran parte del lavoro di cura a livello sociale che non è retribuito.

C’è anche una conseguenza rilevante della disuguaglianza nell’ambito della vita politica dei Paesi. E’ in corso a livello globale una progressiva limitazione della libertà di parola ed una compressione di spazi democratici. La disuguaglianza si rivela essere l’esito di orientamenti politici e di scelte ben precise.

Il Rapporto Oxfam indica come uno tra gli strumenti per ridurre la disuguaglianza tra super-ricchi e persone comuni sia la scelta di fornire servizi pubblici universali e tutela sociale finanziati attraverso un sistema di tassazione equo.

“Tutti i governi devono stabilire obiettivi e piani d’azione concreti per ridurre i divari economici, soggetti a precise scadenze e incoerenza con quanto stabilito dall’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 10 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sulla riduzione della disuguaglianza all’interno e tra i Paesi. Tali piani devono comprendere…

Erogare servizi sanitari ed educativi universali e gratuiti, mettendo fine alla privatizzazione dei servizi pubblici.(…)

Riconoscere l’enorme lavoro di cura svolto dalle donne supportandole con la messa a disposizione di servizi pubblici. (…)

Porre fine a sistemi fiscali che avvantaggiano ricchi individui e grandi corporation, tassando in maniera equa la ricchezza e il capitale, e arrestando la corsa al ribasso sulla tassazione dei redditi individuali e di impresa.”

Nel Rapporto è riportata la voce di Waangari Maathai, fondatrice del Green Belt Movement, premio Nobel per la pace nel 2004:

“Nel corso della storia giunge il momento in cui l’umanità è chiamata ad elevarsi ad un nuovo livello di coscienza… a raggiungere un piano morale più elevato. Il momento in cui dobbiamo abbandonare la paura e infonderci speranza l’un l’altro. Quel momento è ora”.

Alessandro Cortesi op

 

II domenica di Avvento – anno C – 2018

IMG_1847.jpgBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio…. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà»…. Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”.

Deponi la veste del lutto… rivestiti: sono gli inviti ad un momento di rinnovamento, di capovolgimento di situazione. Gerusalemme deve accogliere un nome nuovo che è ‘pace di giustizia’. E’ invito rivolto al popolo d’Israele per scorgere nella sua vicenda un operare di Dio che avvolge e veste in modo nuovo, che dona gioia al posto del lutto, che apre ad un cammino in cui Egli stesso prepara la via. Sono grandi immagini che stanno ad indicare la chiamata ad un incontro con Dio che si attua nella pace e nella giustizia. Ed è incontro da cui lasciarsi prendere, rivestire, lasciarsi avvolgere come da un manto.

Luca è attento alle date che indicano tempi e luoghi precisi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ così descritto così il momento storico in cui Gesù si presenta sulla scena della vita palestinese nel I secolo, tra il 27 e il 30 d.C. Gesù nasce ed entra nella vicenda di una storia umana, inserito pienamente in una vicenda di popoli e in un contesto culturale concreto. Si inserisce in una storia più ampia di quella del popolo d’Israele, in rapporto quindi anche con gli altri popoli e i pagani.

Luca insiste nel parlare del governatore romano Pilato, in carica dal 26 al 36, dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province al Nord della Palestina e Lisania, re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna che fu deposto dai romani nel 15 d.C. e colui che fu sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo insieme ad Anna nella condanna di Gesù. Luca presenta così Gesù nel quadro di una storia. La sua vicenda è irruzione della presenza di Dio nella storia degli uomini. E’ questo il senso dell’incarnazione che Luca intende far maturare nella sua comunità.

Luca presenta anche la figura di Giovanni Battista con i tratti ripresi da un brano del Secondo Isaia: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore… ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati” (Is 40,3-4). I profeti indicano così l’esperienza del ritorno dall’esilio: i monti sono abbassati, le valli colmate per fare spazio ad una via di ritorno e di libertà per il popolo del Signore. Questa via diritta ricorda le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso il tempio, e diviene simbolo del percorso del popolo che cammina nella luce del suo Dio.

Luca introduce Giovanni indicandolo come “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via da percorrere per incontrare il Signore. Il Battista predica un rito di immersione (battesimo) nell’acqua del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: un tempo nuovo sta per iniziare e richiede un cambiamento della vita, un nuovo orientamento delle scelte. Gesù porterà l’annuncio di un dono gratuito di vita nuova per percorrere la via dell’incontro con Lui e con gli altri.

Paolo, scrivendo ai Filippesi, comunità a lui cara e verso cui prova profondo affetto, ricorda loro l’orizzonte a cui tende la vita della comunità: il giorno di Cristo Gesù. Il tempo da vivere è nell’attesa di un giorno che compirà questo tempo. E’ giorno del venire di Gesù, del suo tornare come Signore. Ma è questo anche il giorno che si attua nei giorni del presente, in cui la fatica da compiere è quella di scegliere ciò che è bene, non lasciarsi confondere. Paolo comunica alla comunità di Filippi la fiducia che anima i suo cammino. Al centro della sua vita sta la consapevolezza della gratuità dell’intervento di Dio, il dono della sua grazia: “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” Da qui sorge l’invito: “possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Yousuf, la moglie Faith e la loro bimba di sei mesi Per effetto del decreto sicurezza di Salvini, 26 migranti con permesso umanitario sono stati espulsi dal CARA di Capo Rizzuto

Pace di giustizia

A seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto ‘decreto sicurezza’ voluto dal ministro Salvini le prime misure di applicazione del provvedimento sono state eseguite. Nella serata di venerdì 29 novembre 24 migranti, a cui era stato riconosciuta la protezione umanitaria e quindi il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sono stati allontanati dalla struttura del Centro Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA) di Isola Capo Rizzuto. Tra di essi una giovane coppia con una bambina di 5 mesi e quattro donne vittime di tratta.

Per loro si apre una situazione di incertezza e di abbandono: pur avendo diritto a restare in Italia avendo ricevuto la protezione umanitaria, non possono beneficiare né della prima accoglienza né del diritto di essere accolti nel sistema Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Per accogliere nell’emergenza queste persone si sono attivate a Crotone associazioni di accoglienza, la Croce e Rossa e la Caritas. Altre 200 persone che dovranno lasciare la struttura dovranno trovare soluzioni di fortuna accampandosi in baracche sotto i cavalcavia nei pressi di Crotone.

Le misure del governo italiano hanno anche cancellato il fondo per la salute dei migranti privando così della possibilità di assistenza e nel decreto fiscale è stata imposta una tassa sulle rimesse dei migranti (1,5 % su trasferimenti oltre i 10 euro extra UE) colpendo in tal modo il money-transfer che costituisce una delle vie di sostegno alle famiglie dei migranti che giungono direttamente alle situazioni in loco.

Le misure del governo colpiscono indifesi e innocenti ed esprimono una mentalità di cattiveria rivolta verso le persone più vulnerabili facendo della povertà una colpa: si aggiungono alle chiusure dei porti e alla campagna di delegittimazione delle ONG che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo (anche il 24 novembre u.s. sono giunti al porto di Pozzallo oltre 200 naufraghi, con donne e bambini, segno che le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo sono necessarie con urgenza).

Di fronte a politiche di ingiustizia che colpiscono i più vulnerabili creando così nuove emergenze per alimentare la paura si rende necessaria una reazione di contrasto trovando nuove forme di solidarietà e accoglienza quale obiezione di coscienza della società civile. Per affermare i valori costituzionali, i diritti umani fondamentali.  Attraversare confini per cercare dignità e  lavoro, fuggire da miseria e violenza per chiedere asilo non è un crimine. Per chi è credente, opporsi con lucidità alla ‘legge della strada’ è via per attuare una fedeltà al vangelo che scorge come proprio il Natale significhi appello ad accogliere coloro per cui non c’era posto nell’albergo.

“Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe ( Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del ‘sì’ che tutto accoglie e tutti salva e dei ‘no’ che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce. Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di ‘scartati’, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un ‘luogo’ che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I ‘rifugiati’ sì, i ‘protetti’ no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà. Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla ‘la Legge della strada’. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina.” (Marco Tarquinio, Il presepe vivente Norma cattiva e parole al vento, “Avvenire” 2 dicembre 2018)

“prego che, quando le rive/ si allontaneranno fino a sparire/ e la nosra barca non sarà più/ che un puntino gettato/ fra onde ribollenti, pronte a inghiottirla,/ Dio guidi la nostra rotta./ perché tu sei un carico prezioso, Marwan,/ il più prezioso di tutti. / Vorrei che il mare lo sapesse. / Inshallah” (Khaled  Hosseini, Preghiera del mare, SEM, Milano 2018)

Alessandro Cortesi op

 

XXV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0943Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La domanda sull’ingiustizia e sul male prodotto dalla malvagità umana attraversa i libri biblici. Il libro della Sapienza ne è testimonianza: si sofferma sull’atteggiamento di chi trama per eliminare il giusto, ne ricerca i motivi che generano opposizione e violenza. Il giusto è di imbarazzo agli empi e si oppone alle loro azioni. La sua vita è un rimprovero manifesto e continuo. In queste parole sta racchiusa insieme e nella contrapposizione la vicenda dei giusti e dei malvagi che cercano di eliminarli: ‘Condanniamolo a una morte infamante’. E’ la storia del tramare degli ingiusti che pretendono di essere padroni della storia e dominatori degli altri uomini. Avvertono come il comportamento di chi cerca un operare nella giustizia sia per loro una denuncia silenziosa: non solo contrasta i loro disegni ma li mette in discussione. La loro sfida è rivolta nei confronti di Dio stesso: ” Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza “.

Nella sua lettera Giacomo denuncia il desiderio scriteriato di possedere e di affermarsi a scapito degli altri: l’altro è visto come un concorrente e nemico. L’invidia e la brama di possesso stanno all’origine di guerre e conflitti: “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. A questo modo di vivere che è disordine di una vita dominata dal desiderio e dall’invidia è contrapposto un altro modo di vivere proveniente da un dono di sapienza: la sapienza che viene dall’alto genera pace, mitezza, capacità di comprensione nel non pretendere di affermare se stessi a scapito degli altri, e misericordia. Avere sapienza per Giacomo non significa sapere tante cose, ma attuare scelte di vita e di relazione seminando la pace. La sapienza è così un modo di guardare se stessi, gli altri le cose e genera uno stile di vita fecondo, di giustizia e di relazioni buone. “Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia”. La giustizia è frutto presente già nell’opera faticosa di chi semina e promuove la pace: proviene da un dono e segue all’opera di chi promuove la pace. La vera sapienza non è di chi vuole imporre con l’aggressivitàe  la violenza la sua ragione, ma di chi fa opera di pace. Giacomo indica una via di sapienza che interroga le relazioni tra le persone e i popoli. Proprio di chi ha scoperto il segreto che rende una vita saporosa e capace di frutti sta nel costruire pace, nel tessere scelte che vanno contro ogni soluzione di violenza e di guerra nei rapporti umani.

Marco nel suo vangelo vede Gesù come colui che viene consegnato e ucciso dagli uomini sperimentando umiliazione e solitudine. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: quella vita che agli occhi degli uomini era inutile e senza realizzazione, trova la conferma del Padre che pronuncia il suo ‘sì’ sulla vita di Gesù, il Figlio, nel risuscitarlo al terzo giorno. Gesù con il suo agire capovolge le attese dei suoi. I suoi non comprendono e le loro preoccupazioni rimangono fisse alla ricerca di affermazione e di superiorità sugli altri. Per la strada si interrogano su chi è il più grande. “Di che cosa stavate discutendo per la strada?. Ed essi tacevano”. Gesù affronta questa incomprensione ponendo un segno e una parola: “Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Nel mezzo pone un bambino e lo abbraccia. Chiede ai suoi quindi di vivere una logica diversa rispetto alle attese che nutrivano: camminare nel farsi servitori degli altri, non superiori e padroni, e richiama all’accoglienza dei piccoli. I bambini sono coloro che hanno bisogno di aiuto e sostegno, paradigma di tutti coloro a cui non sono riconosciuti diritti e tenuti ai margini. Gesù li pone invece al centro. Accogliere Gesù e il Padre sta in relazione al porre nel mezzo e accogliere i piccoli.

Alessandro Cortesi op

IMG_1056.JPGQuale vertigine

“I ragazzi che sfidano la morte e troppo spesso restano uccisi ci chiamano in causa. Come se, volendo mostrare a tutti l’ultima impresa da loro compiuta, scalare un centro commerciale, lanciarsi nel vuoto, attraversare i binari della ferrovia, ci chiedessero di essere visti, conosciuti, considerati. Dietro il più temerario degli autoscatti e sotto l’apparente vanagloria di certi gesti estremi, si nasconde una domanda drammatica: io sono qui? E tu, dimmi, dove sei? Per sentirsi accettati questi giovani hanno bisogno di un riscontro collettivo che non trovano né in casa, né a scuola, né in famiglia. Allora ricorrono ai social: senza i selfie scattati insieme agli amici e subito diffusi in Rete, alcuni forse non riuscirebbero neppure a vivere. Cercano un pubblico. In un mondo dove sembra esistere soltanto quello che risulta illuminato dalla luce dei riflettori, pretendono un posto”. Così Eraldo Affinati riflette sulle drammatiche notizie di adolescenti che sfidano in modi diversi la morte rimanendone vittime, alla ricerca di un brivido, di una vertigine o nella distrazione per un selfie in condizioni estreme. Conclude il suo articolo (E.Affinati, Diamogli la vertigine, “Avvenire” 18 settembre 2018) richiamando le parole del papa Francesco: “Purtroppo, nella realtà che abbiamo sotto gli occhi, molti quindicenni trascorrono ore di fronte allo schermo, privi di qualsiasi bussola di orientamento, nel grande mare informatico dove c’è tutto e il suo contrario. Di ben altro essi avrebbero invece bisogno. Ancora una volta è stato papa Francesco a ricordarcelo, poco più di un anno fa, al Convegno della Diocesi di Roma: «I nostri ragazzi cercano in molti modi la ‘vertigine’ che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela!».”

Proprio Francesco incontrando i giovani a Palermo, il 15 settembre u.s. nella sua visita ha ricordato la figura di 3P, padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia perchè ricercava la giustizia e richiamava i giovani alla vertigine di una vita vissuta nel servizio e nell’onestà: “Camminare, cercare, sognare… Un ultimo verbo che aiuta per ascoltare la voce del Signore è servire, fare qualcosa per gli altri. Sempre verso gli altri, non ripiegato su te stesso, come quelli che hanno per nome “io, me, con me, per me”, quella gente che vive per sé stessa ma alla fine finisce come l’aceto, così cattivo…”

“Noi siamo bravi a fare distinzioni, anche giuste e fini, ma a volte dimentichiamo la semplicità della fede. E cosa ci dice la fede? «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Amore e gioia: questo è accoglienza. Per vivere non si può solo distinguere, spesso per giustificarsi; bisogna coinvolgersi. Lo dico in dialetto? In dialetto umano: bisogna sporcarsi le mani! Avete capito? Se voi non siete capaci di sporcarvi le mani, mai sarete accoglienti, mai penserete all’altro, ai bisogni altrui. Cari, «la vita non si spiega, si vive!». Lasciamo le spiegazioni per dopo; ma vivere la vita. La vita si vive. Questo non è mio, l’ha detto un grande autore di questa terra. Vale ancora di più per la vita cristiana: la vita cristiana si vive. La prima domanda da farsi è: metto le mie capacità, i miei talenti, tutto quello che io so fare, a disposizione? Ho tempo per gli altri? Sono accogliente con gli altri? Attivo un po’ di amore concreto nelle mie giornate?

Oggi sembra tutto collegato, ma in realtà ci sentiamo troppo isolati, distanti. Adesso vi faccio pensare, ognuno di voi, alla solitudine che avete nel cuore: quante volte vi trovate soli con quella tristezza, con quella solitudine? Questo è il termometro che ti indica che la temperatura dell’accoglienza, dello sporcarsi le mani, del servire gli altri è troppo bassa. La tristezza è un indice della mancanza di impegno [dice compromesso”], e senza impegno voi non potrete mai essere costruttori di futuro! Voi dovete essere costruttori del futuro, il futuro è nelle vostre mani! Pensate bene questo: il futuro è nelle vostre mani. Voi non potete prendere il telefonino e chiamare una ditta che vi faccia il futuro: il futuro devi farlo tu, con le tue mani, con il tuo cuore, con il tuo amore, con le tue passioni, con i tuoi sogni. Con gli altri. Accogliente e al servizio degli altri”.

Significative infine le parole di Francesco a conclusione, quando, rivolgendosi ai presenti e tenedo presente che davanti a lui erano molti giovani cristiani ma anche giovani di altre religioni e agnostici, ha detto: “chiederò a Dio che benedica quel seme di inquietudine che è nel vostro cuore”.

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0791Sir 27,30-28,9; Rom 14,7-9; Mt 18,21-35

Il Siracide (II secolo a.C.) è un libro che raccoglie una eredità sapienziale, espressa in forma di brevi sentenze, proverbi, massime. Le affermazioni sono spesso raggruppate attorno a temi comuni. Preoccupazione che guida il testo è accompagnare a cogliere che l’autentica sapienza si sintetizza nella Legge e nel culto che ha il suo centro nel tempio.Una parola importante riguarda il perdono. “Perdona l’offesa al tuo prossimo ed allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati… non aver rancore verso il prossimo, ricordati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subita”

Il Levitico richiamava a rifuggire la vendetta: ‘non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello… non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore’ (Lev 19,17.18). Il prossimo è colui che appartiene al popolo, chi condivide la medesima fede, il vicino. Il rifiuto della violenza è superamento della logica della vendetta, della rappresaglia e del taglione. Anche Giuseppe perdona i fratelli e così nelle storie di Davide e Saul è presente questo motivo. Il testo del Levitico presenta l’invito al perdono del fratello ed è tappa di un percorso che attraversa la Bibbia.

Ben Sira nel II secolo rilegge il testo del Levitico e ne offre una interpretazione nel quadro del suo tempo: ne scorge infatti una nuova prospettiva. Il perdono si radica nel rapporto stesso con Dio. La scelta dell’uomo verso il suo simile è un atto che affonda le radici in una relazione di dono: diviene riflesso e continuazione dell’agire di Dio. Dio darà il suo perdono a chi avrà perdonato l’offesa subita: ‘Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Se non hai misericordia per il tuo simile, come osi pregare per il tuoi peccati? Ricordati dei comandamenti e non aver rancore verso il prossimo, ricordati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subita’. Siracide quindi collega il perdono al rapporto con Dio. Il giusto deve agire tenendo come riferimento l’agire di Dio, che è agire di misericordia, come dirà il libro della Sapienza.

Anche al tempo di Gesù la questione del perdono era viva: qualche maestro indicava un limite al perdono da dare al fratello. Per questo Pietro interroga Gesù per verificare cosa pensa e porre la sua parola a confronto con quella di altri maestri: si deve perdonare fino a sette volte? “Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette…” Gesù rinvia ad una misura della misericordia che non ha limite, che non può essere posta entro angusti orizzonti.

A questo punto Matteo riporta una parabola. Il punto focale di questa sta nella comprensione senza limiti del padrone. E’ un messaggio sul volto di Dio stesso e sull’agire di Gesù che lo rende vicino. Sta qui la sua preoccupazione fondamentale, aprire a cogliere il modo di agire di Dio, che non è secondo i modelli dell’egoismo e della violenza.

Il servo che ha un debito va dal padrone e gli chiede semplicemente un rinvio per avere più tempo per sanare il debito. Il padrone non solo accetta la richiesta di pazientare ma di sua iniziativa e in modo gratuito gli ‘condona’ tutto il debito. Sta qui il passaggio fondamentale della parabola: Gesù presenta il perdono come movimento che ha la sua origine da Dio capace di condonare perché ama oltre ogni limite. In una seconda scena il servo è tratteggiato con il volto duro e irreprensibile, senza pietà di chi esige invece un pagamento dovutogli da un altro servo. E’ incapace di fare altrettanto con un suo debitore, non prolunga il dono ricevuto senza meriti. Il dono ricevuto poteva essere motivo di cambiamento. Poteva portarlo a superare la logica del dovuto.

La parabola originaria di Gesù viene riletta nella comunità di Matteo e presentata con accentuazioni della dimensione ecclesiale ed in riferimento agli ultimi tempi. Il re che condona diecimila talenti è colui che poi giudica, e viene così evocato il giudizio finale. Il servo che non ha condonato cento denari – una cifra incommensurabile rispetto ai diecimila talenti – è destinato a subire un supplizio drammatico.

Matteo ha a cuore un messaggio sul dono di Dio e sulla responsabilità della comunità di Gesù. Il tempo della chiesa è un frattempo, un tempo che sta in mezzo, tra un perdono ricevuto da Dio, da accogliere con gratitudine, e un cammino per imparare a perdonare agli altri. Matteo ci dice innanzitutto che il perdono è in radice dono del Dio di misericordia ed il suo ‘condono’ sta all’origine della nostra vita: il tempo della chiesa è occasione di percorsi di riconciliazione.

La comunità trova qui uno dei suoi tratti peculiari: è chiamata ad essere spazio di riconciliazione, in cui porre al centro l’agire di Dio. E’ chiamata ad essere responsabile di perdono. E’ una scelta che supera la giustizia e che tuttavia non calpesta la giustizia: ‘Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi’ (Mt 6,14).

Alessandro Cortesi op

IMG_0820

Giustizia che ristora

Alcuni libri parlano in modo particolare: sono quelli che nascono da parole che recano dentro di sé il peso dell’esistenza, che conducono ad avvicinarsi alle ferite profonde della vita. Uno di questi è Il libro dell’incontro. Vitime e resposnbili dlela lotta armata a confronto, Il Saggiatore 2015) curato da Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato: un gesuita che ha lavorato a Milano nel carcere di san Vittore, un docente di criminologia, una docente di diritto penale.

Il libro è resoconto di una serie di incontri condotti a partire dal 2009. I curatori, in qualità di mediatori, hanno creato l’opportunità di incontro tra alcune vittime o loro familiari e alcuni responsabili della lotta armata in Italia negli anni ’70 e ’80. Circa sessanta sono le persone che vi hanno in qualche modo partecipato. Ad ogni incontro si dava spazio per un ritrovarsi difficile, doloroso in cui vittime e responsabili stavano gli uni di fronte agli altri. Potevano scambiare parole, sguardi oppure rimanere in silenzio. Queste parole, questi silenzi sono stati consegnati ad un libro.

Accanto alla testimonianza di questo itinerario in cui le voci raccolte rimangono racchiuse nell’anonimato, e solo in alcuni casi è indicato chi le ha pronunciate, il volume raccoglie una serie di approfondimenti e riflessioni.

Sullo sfondo sta il riferimento ad una intuizione che considera l’esigenza umana di giustizia non come vendetta ma come riparazione e cammino di verità: un cammino doloroso e faticoso di incontro e apertura al futuro.

“la locuzione restorative justice non era ancora in uso in quel lontano 1993… e ancora oggi in tantissimi ignorano che esiste qualcosa che prende il nome di ‘giustizia riparativa’.” (Claudia Mazzucato, 252). Il modello nella giustizia riparativa, in tempi recenti ha visto un complesso percorso di concretizzazione in Sudafrica nell’esperienza della Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione, esperienza che rimane sullo sfondo quale via ispiratrice dell’impegno.

“Una giustizia che non si fermi all’accertamento dei fatti e delle responsabilità né all’arido conteggio delle sanzioni e dei risarcimenti, e nemmeno all’esteriorità di proclamati pentimenti pentimenti e perdoni (o non perdoni) ma riesca in qualche modo a ‘riparare’ il tessuto personale e sociale lacerato, e a migliorare il futuro di tutti, è un ideale tanto impegnativo quanto ambizioso, a cui però non possiamo rinunciare se della ‘giustizia’ vogliamo continuare ad avere, a coltivare e a promuovere un’idea degna del senso ultimo dell’essere umano” (Valerio Onida, 133)

Questo itinerario di incontri non si prefiggeva un esito già stabilito, non cercava un perdono difficile da definire nei suoi contorni. Piuttosto la fatica da cui l’iniziativa prese origine stava nella ricerca di un ascolto reciproco, di un ricomporre la memoria, di uno scorgere la possibilità di stare davanti all’altro in attitudine di riconoscimento, nel superare l’attitudine a rendere l’altro una cosa, un simbolo, ad andare oltre l’opposizione amico-nemico. Con la pesante domanda nel cuore: “Quanta verità siamo disposti ad ascoltare?” (185).

“Le aule giudiziarie in certi casi hanno già dato tutto quello che potevano dare. E allora noi abbiamo una missione. La società non sa, forse non vuole sapere. Ma noi abbiamo bisogno della parola di tutti. Abbiamo bisogno di una storia che smetta di scriversi con le stesse parole. E’ difficile ma dobbiamo dimostrare di essere stati in grado di dialogare con l’altro. Dobbiamo custodire una memoria viva per andare oltre l’incubo dei mostri e ritrovare le persone.” (58)

E la tensione drammatica di questo stare davanti all’altro, tra vittime e responsabili emerge da alcune voci:

“Occorre essere consapevoli che un male di ieri non diventa un bene oggi. Non si può pretendere di appartenere alle categorie di ex assassini o ex vittime. Si rimane per sempre tali, e radicalmente diversi, e questo pur rispettando a dignità umana di chi ha commesso il crimine.” (88)

“Ogni volta che vi ascolto parlare penso a un dramma nel dramma, questo terribile e drammatico spreco di risorse umane che questa stagione ha portato. Non soltanto lo spreco di risorse umane di coloro che sono stati uccisi e non ci sono più, ma anche le vostre, voi. Sprecare intelligenze come le vostre rimane una delle ferite più grandi di questa storia.” (152)

“Se devo spiegare perché ho ucciso, è come se uccidessi per la seconda volta. E’ un dramma: non c’è un perché.” (80)

“Se mio papà fosse ancora qui, sono sicuro che sarebbe qui con noi.” (159)

“La memoria di quegli anni è di incubi notturni, e io non volevo andare a dormire.” (59)

E’ un testo che conduce a riflettere su passaggi da compiere nella vita di ognuno e nella vicenda di una comunità politica:

“Il ‘ricercatore della memoria’ è chi volge lo sguardo indietro, per ricostruire un sé lontano, qualche volta una giustificazione, per scoprire cos’è stato, come s’è evoluto. L’ ‘indagatore di connessioni’, invece, ha lo sguardo in avanti, si fa carico del proprio vissuto per cercare di capire cosa è oggi la sua identità. Indagare connessioni produce l’effetto dell’ascolto plurale di una polifonia di voci. La memoria da condividere è una memoria irriducibilmente diversa, la quale chiede, – per essere riconosciuta – uno sguardo ‘strabico’: mettiamo a fuoco il passato per guardarlo con lo sguardo di oggi. Camminiamo in una tensione continua. Stiamo all’incroci dei venti, dove le correnti si prendono tutte.” (184)

Il libro dell’incontro mostra che è possibile intraprendere percorsi nuovi, che una giustizia, diversa da come è intesa spesso nel senso di vendetta, ma anche oltre le vie ordinarie, apre nuovi orizzonti. Sono orizzonti di riconciliazione, di possibilità di liberare dal reato anche le vittime, di scoperta di possibilità di dare senso al dolore, di ripartire nel generare nuovi tipi di relazione.

“E se si potesse fare di una ferita così profonda la ragione non di una vendetta (pubblica o privata) ma di una nuova possibilità di convivenza?” (Luigi Manconi, Postfazione, 405)

“Ecco. Noi testimoniamo che un’altra strada è possibile, ma adesso non tocca più a noi, tocca a voi che incontrate e ascoltate.” (204)

Alessandro Cortesi op

 

Libri per vincere l’indifferenza

maxima.jpg

Quasi come finestre i libri si aprono in direzioni diverse e fanno scorgere panorami sui quali tendere lo sguardo. Occasioni per conoscere realtà e situazioni lontane e vicine. E le parole, soprattutto quando sgorgano quale doloroso distillato dell’esperienza, acquistano uno spessore unico e nuovo. Pesano e incidono, generano consapevolezza, suscitano attenzione, muovono a considerare come la sofferenza altrui non è cosa estranea. Insomma fanno usicre dall’indifferenza grave  malattia di giorni segnati dalla difficoltà di conoscere e dalla mancanza di contatti reali che rende insensibili. I libri possono così divenire occasioni per aprire sguardi, per apprendere notizie veicolate da testimonianze dirette che per altre vie faticano a giungere e a coinvolgere.

Un primo libro tra questi è scritto a quattro mani. E’ la storia di un viaggio. Un percorso drammatico, dalla Siria devastata dalla guerra sino all’Olanda. Il racconto si svolge come un diario, con i capitoli contrassegnati da date che sono l’altro ieri nel tempo che corre: agosto 2012-luglio 2015, fine luglio 2015, Grecia 5 agosto 2015… E’ questione di un tempo vicino.

In Solo la luna ci ha visti passare (ed. Mondadori, Strade blu) Francesca Ghirardelli, giornalista freelance ha raccolto i ricordi del viaggio in fuga dalla guerra di Maxima, ragazzina siriana di 14 anni incontrata nel parco della stazione di Belgrado. La sua vita, condotta sino al 2011 all’interno di una famiglia della borghesia siriana ad Aleppo, vede progressivamente e drammaticamente l’irrompere della guerra nel quotidiano delle sue giornate. Prima le notizie delle violenze che tacitano i movimenti di protesta iniziati nel corso del 2011, poi i segni della guerra che si avvicina piano piano, poco alla volta, rendendo la vita più difficile. I disordini impediscono la frequenza alla scuola e infine conducono alla drammatica scelta di fuggire quando i bombardamenti raggiungono la strada e le case vicine all’abitazione dove Maxima vive con la sua famiglia. Nel dicembre 2012 avviene la partenza da casa. Da qui prima in un villaggio lontano dalla città, poi in Turchia e ancora in Siria fino a quando la situazione diventa insostenibile. I passaggi alle frontiere sono faticosi e rischiosi. Dalla Turchia il trasferimento a Lesbo in Grecia avviene su un gommone affollato di persone e bagagli e nell’attraversare il mare solo la luna è silenziosa spettatrice. Il racconto si fa intenso e sofferto nel riferire le marce e i patimenti nella continua speranza di poter raggiungere l’Olanda attraverso quello che fino al 2015 era il corridoio balcanico. Grecia, Macedonia poi Serbia. E le pagine comunicano il senso di pesantezza nell’avvertire la condizione di profughi alla ricerca di rifugio, ma rifiutati e allontanati. L’ultimo passaggio, il più rischioso avviene all’interno di un camion fino ai Paesi Bassi dove Maxima trova accoglienza e può incontrare volti ospitali. E’ un libro che nella semplicità del racconto fa scorgere il passaggio graduale da una condizione di vita serena al ritrovarsi la guerra tra le case e e strade del proprio quotidiano.

Francesca Ghirardelli a conclusione nella riflessione dal titolo: Una storia fra milioni  rammenta come la storia di Maxima sia una tra le innumerevoli storie della crisi umanitaria in Siria, una tra le peggiori dei nostri giorni. Dei 22 milioni di siriani (abitanti prima del 2012) la metà circa ha dovuto abbandonare la propria casa, oltre quattro milioni e mezzo sono usciti dal paese. Il Libano che ha 5 milioni di abitanti ha accolto un milione di siriani. E ricorda le parole di Maxima: “bisogna a tuti i costi riuscire a compiere più azioni positive che gesti negativi, così alla fine, si potrà essere orgogliosi di appartenere al genere umano” (137).

Yeonmi Park

Un secondo libro è intitolato La mia lotta per la libertà (Bompiani Overlook, 2015). Autrice è Yeonmi Park, nata nel 1993. Le sue origini sono nella Corea del nord, a Hyesan, un paese vicino al confine con la Cina, da cui è separata dal corso di un fiume. Nel libro descrive la vita della famiglia, la situazione di fame, il controllo esercitato su tutti gli aspetti della vita dal regime che obbliga ad una devozione assoluta al leader del Paese. Dapprima è la sorella maggiore Eunmi a fuggire, poi Yeonmi insieme alla madre riescono ad attraversare il confine ma cadono preda di trafficanti che gestiscono la tratta di donne fuoriuscite. Insieme alla madre riesce a superare molte oscure e tristissime vicende di violenza e sfruttamento, ricatti e violazioni, attarversando il deserto dei Gobi fino in Mongolia, per poi da lì a giungere in Corea del Sud. Ma anche qui sperimenta come la condizione di esule costituisce motivo di difficoltà non immaginate, di discriminazione e disprezzo. Dopo anni riescono a rintracciare la sorella e ad avere contatti con lei sino a ricongiungersi.

Tali eventi così tragici sono narrati dalla giovane Yeonmi per poter continuare a vivere, per sopravvivere ad un passato di privazione di libertà e di sottomissione.

Shirin Ebadi - Iran Nobel 2003

Un terzo libro ha come autrice Shirin Ebadi, premio Nobel nel 2003 per la pace per il suo impegno a difesa dei diritti umani e a favore della democrazia. Il libro s’intitola Finché non saremo liberi (Bompiani Overlook, 2016) e può essere letto insieme ad una breve ma ricca intervista curata da Farian Sabahi, editorialista del Corriere della Sera (Il mio esilio. Shirin Ebadi con Farian Sabahi, Jouvence 2014).

E’ una autobiografia che conduce a ripercorrere i passaggi della sua vita e porta a conoscere la realtà dell’Iran, un paese in cui due terzi della popolazione universitaria è composta di donne e in cui peraltro le donne sono private dei più fondamentali diritti. Shirin Ebadi è stata la prima donna iraniana e musulmana ad essere insignita del riconoscimento del premio Nobel. Nata nella città di Hamedan l’antica Ecbatana, ha vissuto la sua giovinezza nell’Iran dello scià Reza Pahlevi e poi ha assistito con speranze alla rivoluzione khomeinista del 1979, rimanendone presto profondamente delusa.

Dopo aver svolto per anni la professione di giudice fu costretta a rinunciare a tale incarico perché la repubblica islamica non permette alle donne di svolgere tale professione. La sua lotta si accentra allora, in qualità di avvocato, nella difesa delle donne per affermarne i diritti e per dare voce a tutte le minoranze che subiscono i duri colpi della repressione e della violazione di diritti fondamentali. Si fa promotirce di campagne di solidarietà, fonda poi un Centro per la difesa dei diritti umani. Ma la sua azione è contrastata e intimidita in modi sempre più invasivi e opprimenti.

“Ho sempre lavorato per costruire qualcosa, nel mio paese, per trovare modi per diffondere il valore dei diritti umani, per persuadere la gente della loro importanza. E’ nel mio carattere farlo, molto semplicemente, e quasi sempre quando le cose vanno male ho la tendenza a insistere. Ma, quella sera, stando in strada davanti alla porta ufficialmente sigillata dell’unico Centro per la difesa dei diritti umani dell’Iran, mi concessi di pensare per un momento che era dura” (98-99).

Nel 2009 in concomitanza con le elezioni rubate con i brogli da Ahmadinejad, Shirin Ebadi, che in quei giorni si trovava all’estero, in Spagna, per una conferenza, comprende che il suo rientro in Iran avrebbe comportato il suo arresto e sceglie la via dell’esilio recando con sè solo il bagaglio a mano che aveva portato per il viaggio. Da allora non è più rientrata nel suo Paese. La dura repressione che seguì colpì il movimento verde che si era sviluppato in quel periodo – si può ricordare l’uccisione di Neda Agha Soltan giovane manifestante colpita nelle strade di Teheran durante le proteste seguite alle elezioni – tra cui anche strette collaboratrici di Ebadi e i suoi familiari. Nell’esilio si trovò a fianco migliaia di iraniani fuggiti dopo le proteste del 2009:

“Spesso queste persone venivano a cercarmi e mi chiedevano come avevo fatto a resistere. Dicevo loro, che come me, dovevano conncetrarsi sul lavoro e non soffermarsi sul dolore dell’esilio. Eravamo come persone salite a bordo di una nave che era affondata, obbligando tutti a nuotare tutti in acque profonde. Non avevano altra scelta che nuotare; cedere alla stanchezza semplicemete non era possibile, voleva dire annegare. Dicevo loro di non pensare alla costa e a quanto era lontana, addirittura invisibile, perché questo li avrebbe portati alla disperazione. Questa è la nostra situazione. Nuotiamo nell’oscurità, senza cedere al pessimismo e al pensiero della costa lontana” (160).

Le sue parole riportano a vicende di persecuzioni e richiamano i metodi di spionaggio, ricatto e oppressione fisica, psicologica e morale di un regime che attua discriminazioni e violenze sulla base di leggi ingiuste. La sua testimonianza ricorda vicende molteplici di persone perseguitate. Shirin Ebadi, il cui nome significa ‘dolcezza’, continua la sua lotta con una fermezza che non può non lasciare sorpresi: la linea del suo impegno si pone nell’orizzonte di “cambiare il sistema senza stravolgere il nostro credo di musulmani”. Nella sua visione unisce una fermo radicamento nel suo credo religioso insieme al lucido orientamento ad affermare i diritti umani nell’Iran dove un gran numero giornalisti, avvocati e attivisti sono tenuti in carcere e le donne continuano a subire forme diverse di discriminazione legale.

La sua visione del regime illiberale della Repubblcia islamica è disilluso e realista. Non crede a cambiamenti repentini di una situazione dura da sopportare, ma testimonia il suo impegno: “guarderò e aspetterò con ansia sperando che alla fine si apra una strada verso la libertà” (247).

Alcuni versi poetici a lei cari sono quelli scritti dal poeta iraniano Sa’di nel Golestan e scolpiti nella sede dell’ONU a New York:

I figli di Adamo sono membra dello stesso corpo / create dalle medesima essenza.

Quando la sventura getta un membro nel dolore, / alle altre membra non resta più riposo.

Oh tu che non ti curi del dolore altrui, / certo non meriti di essere chiamato uomo.

Alessandro Cortesi op

 

IV domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Dipinto sulle pareti della Chiesa di Cristo salvatore – Brindisi – inaugurata nel 2016)

1Sam 16,1-13; Efes 5,8-14; Gv 9,1-41

‘La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta’ (Gv 1,5.9). Il IV vangelo è segnato da una contrapposizione radicale tra il buio e la luce, simbolo della rivelazione. L’incontro di Gesù con il cieco nato, che dal buio passa a vedere, è uno dei sette ‘segni’ della prima parte del vangelo, che preparano il grande segno della morte e risurrezione. E’ ‘segno’ che rinvia oltre.

Tutto avviene in un sabato, che coincide con la festa ebraica delle capanne al principio dell’autunno, una festa di memoria del cammino nel deserto: il sommo sacerdote si recava alla piscina di Siloe ad attingere acqua per poi versarla sull’altare degli olocausti. Le mura di Gerusalemme erano illuminate con torce che squarciavano il buio della notte creando uno spettacolo suggestivo.

Le acque di Siloe erano ricordate nei testi di Isaia. Il profeta le aveva contrapposte quale simbolo di fede in Dio a quelle dell’Eufrate segno dell’impero assiro in cui il re d’Israele riponeva la sua fiducia per alleanze militari: ‘Questo popolo ha rigettato le acque di Siloe che scorrono tranquille… Per questo il Signore gonfierà contro di loro le acque dell’Eufrate, impetuose e abbondanti’ (Is 8,5-7).

Nel confronto Gesù si trova opposto ai ‘i Giudei’, preoccupati solo di un disegno di potere, esempio di mentalità chiusa in cui la legge religiosa è motivo di esclusione. Gesù prende le distanze dall’idea che la malattia provenga da Dio, quale punizione o retribuzione. La cecità è male da debellare, non punizione divina. Gesù si oppone anche ad una concezione fatalistica di fronte al male. Il suo agire è in contrasto con il male che opprime le persone e non le rende libere.

Gesù rivela in questo qualcosa di sé: è venuto per compiere le opere del Padre che lo ha mandato. La sua presenza è luce che si oppone al buio. La malattia diviene luogo per attuare vicinanza, solidarietà, gesti di liberazione. Sono queste le opere di Dio: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo” (Gv 9,3-5)

La guarigione del cieco è presentata come un’azione laboriosa. Avviene di sabato: è interpretata dai ‘giudei’ come infrazione della legge ma di fatto è compimento di liberazione, senso profondo del sabato stesso. Il cieco è accompagnato a recuperare il vedere fisico ma in questo cammino vive un’apertura ad nuovo modo di vedere interiore, della fede. Il IV vangelo lo presenta così quale esempio di un nascere a nuova vita: gli occhi gli sono aperti per opera di Gesù. Al centro sta l’incontro con lui.

Il cieco viene poi sottoposto ad un interrogatorio insistente mentre i Giudei si ostinano nella loro chiusura ed ottusità. Il cieco afferma che i suoi occhi ‘sono stati aperti’. Dapprima riconosce Gesù come uomo, poi lo indica come qualcuno che viene da Dio, infine scorge in lui il profeta. ‘ma i Giudei non vollero credere….’ (Gv 9,18). Nonostante le minacce di venire escluso dalla comunità, giunge a professare la sua fiducia: ‘proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi’ (Gv 9,30). La domanda su da dove proviene Gesù è un grande tema del IV vangelo (tornerà nel dialogo con Pilato). Il cieco  scorge in Gesù un provenire da Dio. Per questo viene cacciato.

Ma Gesù gli si fa accanto: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo? Egli rispose: e chi è Signore, perché io creda in lui? Gli disse Gesù: tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui. Ed egli disse: Io credo Signore’ (Gv 9,35-37). Solo alla fine si rivolge a lui chiamandolo ‘Signore’ (Kyrios) che è il titolo del risorto e della Pasqua.

L’itinerario del cieco è un lento progredire nell’incontro: al principio sta un dono. E’ passaggio dal buio ad una luce che prende tutta la sua vita. L’incontro con Gesù gli apre un vedere Dio in modo nuovo e da qui apertura ad intendere la sua stessa vita in relazione a Gesù. Il cieco ‘cacciato fuori’ dai detentori dell’ortodossia religiosa è ‘aperto’ al vedere che indica un affidamento, il credere. La luce per lui è l’incontro con Gesù al quale egli affida la sua vita: ‘Io credo in te Signore’.

Alessandro Cortesi op

Occhi aperti

“… la lotta alle mafia riguarda tutti, e nessuno può chiamarsene fuori”. E’ stata questa la conclusione del discorso del presidente Sergio Mattarella alla “XXII giornata di memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” svoltasi a Locri il 20 marzo con la presenza anche di don Luigi Ciotti.

Come tutti i suoi interventi anche questo non è stato un discorso di circostanza: le sue osservazioni sono state puntuali, dolenti, acute nel presentare le radici del fenomeno mafioso che attraversa non solamente alcune delle regioni italiane ma è ormai presenza capillare, diffusa, pervasiva che giunge a toccare tutti gli ambiti della società.

Le sue parole, frutto della sofferenza personale e della memoria del fratello Piersanti ucciso in un attentato di mafia per il suo impegno politico, sono state una freccia scoccata al centro della questione. E la reazione non si è fatta attendere: il giorno dopo sui muri della città di Locri in più punti sono comparse le scritte: ‘don Ciotti sbirro’… ‘meno sbirri…’.

Mattarella aveva infatti puntato l’attenzione su quella zona grigia di compromeso tra mafia e politica da azzerare. La ‘zona grigia’ è composta da tutte quelle aree in cui la criminalità – organizzata e non – si raccorda con ambienti politici. E’ la terra di mezzo di intrecci tra malaffare e politici consenzienti e di accordi che imbrigliano la pubblica amministrazione, la riducono al servizio di progetti mafiosi e tolgono così ossigeno alla vita quotidiana dei cittadini. La ‘zona grigia’ coinvolge tutti, anche chi non ha responsabilità politiche e non è criminale, ma asseconda comportamenti di corruzione, ingiustizie quotidiane, illegalità minuta, e soprattutto coltiva l’indifferenza di fronte a minacce, soprusi e malaffare. Questa non è solo la realtà delle regioni più segnate dalla presenza delle cosche mafiose ma ormai dell’intero Paese, di diverse regioni che in modo subdolo sono pervase da infiltrazioni mafiose.

Ma questo discorso vale anche per la chiesa, e dovrebbe far sorgere una domanda se al suo interno vengano o meno favorite scelte concrete di giustizia e comportamenti coerenti soprattutto nell’uso onesto del denaro, nella trasparenza dei bilanci, nella retribuzione equa del lavoro, nell’uso solidale dei beni, nel pagamento delle tasse.

Il teologo tedesco Johann Baptist Metz, poneva la domanda se il cristianesimo non avesse vissuto al suo interno una trasformazione nel far venire meno l’esigenza di Gesù nei confronti dei sofferenti innocenti per spostare l’attenzione sulla questione dei peccatori redenti e richiamava a volgersi a coltivare una ‘spiritualità degli occhi aperti’.

“per chi crede nel Dio biblico di Gesù, – scriveva Metz – credere significa sempre ‘vegliare’, ‘essere vigili’, ‘essere responsabili’ di fronte alle situazioni di volta in volta attuali del suo mondo. (…) il discorso cristiano di Dio può essere universale e non solo un problema di Chiesa, può diventare anche un problema dell’umanità solo quando è nella sua essenza un discorso che, sensibile alla sofferenza del diverso, alla ‘sofferenza degli altri’, è orientato alla giustizia e alla ricerca di essa. (…)

La dottrina cristiana della redenzione ha drammatizzato nel cristianesimo la questione della colpa ed ha alleggerito la questione della sofferenza. Ma ciò non ha paralizzato la sensibilità più elementare verso la sofferenza degli altri e non ha oscurato la visione biblica della grande giustizia di Dio, che tuttavia, ancora secondo Gesù, avrebbe dovuto estinguerne la fame e la sete? I cristiani non si sono allontanati troppo velocemente e troppo presto dalla provocazione biblica della questione della giustizia? (J.B.Metz, Mistica degli occhi aperti, Per una spiritualità concreta e responsabile, ed. Queriniana 2013, 17-20).

“L’esperienza cristiana di Dio è legata alla percezione del destino degli altri. Pertanto anche la mistica, nel suo nucleo centrale, non è una mistica degli occhi chiusi, ma degli occhi aperti sul dolore. Essa esige un particolare esercizio del vedere, un superamento delle nostre congenite difficoltà e dei nostri narcisismi creaturali. Chi dice ‘Dio’, si accolla la ferita della propria coscienza prodotta dall’infelicità degli altri”. (ibid.63)

Il presidente Mattarella a Locri ha parlato di ‘denaro, potere e impunità’ che alimentano la ‘zona grigia’ in cui le mafie si incrociano con la politica. Don Luigi Ciotti ha ribadito: “La mafia si annida nell’indifferenza, nella superficialità, nel quieto vivere, nel puntare il dito senza far nulla perché vuol dire venir meno ad un senso di responsabilità. Coraggio e umiltà non richiedono ‘eroismi’ ma generosità e responsabilità, consapevolezza e responsabilità. Dobbiamo ribellarci tutti all’impotenza”. Queste parole, insieme alla manifestazione promossa da ‘Libera-contro le mafie’, suscitando la rabbiosa reazione dei potentati malavitosi locali, hanno dimostrato di aver colto nel segno. E’ sempre più urgente oggi aprire gli occhi sulla malattia mortale rappresentata dal potere mafioso nella vita civile, ma anche essere vigili all’interno delle chiese per mantenere viva la memoria della sofferenza degli altri e l’esigenza di assumere la questione della giustizia come ‘memoria pericolosa’ nel presente e spinta di cambiamento.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo