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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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V domenica Quaresima – anno B – 2018

IMG_2506.JPGGer 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Un altro passaggio del cammino di alleanza segna questa domenica di quaresima: Geremia annuncia una ‘alleanza nuova’ scritta nel profondo del cuore, che compirà la parola della promessa e del dono di Jahwè ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,1): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. Quella reciproca appartenenza, nucleo profondo dell’alleanza, è promessa come dono che investe l’interiorità e trasforma il cuore, il centro delle scelte personali e dell’orientamento della vita.

La seconda lettura, dalla lettera agli Ebrei, indica in Cristo il Figlio che imparò l’obbedienza dalle cose che patì e in lui si compie l’alleanza promessa: “reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono.” Cristo una volta per tutte si è offerto per noi. In lui si compie l’alleanza definitiva.

L’autore della lettera agli Ebrei rilegge la passione di Cristo dicendo: ‘offrì preghiere con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà’. E’ l’indicazione della via seguita da Cristo, la sua fedeltà al Padre. Il Padre l’ha esaudito non perché l’ha liberato dalla passione e dalla morte ma perché lo ha sostenuto nella fedeltà alla testimonianza dell’amore: il mistero di Dio è infatti l’amore debole e inerme che si dà fino alla fine. La salvezza giunge dal dono di amore di Gesù.

La pagina del IV vangelo si apre con la domanda: ‘Vogliamo vedere Gesù’. Il desiderio di ‘vedere’ racchiude in sé la tensione ad andare in profondità, a scorgere il significato profondo degli eventi. E’ domanda delle comunità per cui vangelo è scritto: qual è in profondità l’identità di Gesù?

A tale domanda segue un lungo discorso: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Gesù parla della sua ora e del senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento in cui si consegna al Padre e offre la sua vita per tutti. Consegnato nel tradimento, in realtà egli stesso ha inteso la sua vita come dono: nella sua libertà si consegna come chicco di grano. Nel morire è presente una fecondità nuova. In questo si rivela la gloria di Gesù.

E’ così giunta quell’ora evocata nell’intero percorso del IV vangelo, a Cana, nel dialogo con la donna di Samaria: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. L’ora di Gesù è l’ora della croce, quando tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui innalzato da terra, Gesù attirerà tutti a sé. L’ora di Gesù è tempo che anticipa ogni futuro (è ora del figlio dell’uomo) e rivela il senso della storia: è tempo finale che irrompe nel presente e manifesta i tratti dell’amore di Dio.

Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca: ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo. Gesù sulla croce sarà innalzato: la croce umanamente appare come la più grande umiliazione, costituisce l’esaltazione che già lì si sta compiendo: Giovanni infatti vede sulla croce il rivelarsi della ‘gloria’ di Dio, l’ora in cui si manifesta l’amore senza riserve e senza limiti del Padre che Gesù ha testimoniato ‘fino al segno supremo’: è lui l’esegeta del Padre (cfr Gv 1,18), il Figlio che rende visibile il volto del Padre. Per questo nel momento in cui è trafitto inizia quel movimento di attrazione e di coinvolgimento che si allarga: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ non possono non seguire i passi che lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

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Come un seme

In un tempo segnato da inquietanti movimenti di ripiegamento, di egoismo e di violenza diffusa a livello globale il male sembra prevalere. Ancor più si manifesta come forza che domina perché in questo quadro si avverte l’impotenza – da parte di chi avverte l’urgenza di resistere ed opporsi – di incidere con le proprie scelte e con il proprio impegno individuale o di piccoli gruppi. Movimenti di ampia portata hanno risonanza e si affermano: il rinnovato diffondersi della guerra e della violenza per dominare, l’oppressione attuata dal sistema economico, l’affermarsi di concezioni di razzismo, xenofobia, rigetto dell’altro. Ondate di male attraversano e pervadono il vivere sociale.

L’esperienza rinvia a domande che hanno segnato la riflessione umana nel tempo sul contrasto tra male e bene, sulla possibilità o meno d porre un argine e sconfiggere il male oppure se abdicare ad esso. Ma proprio l’esperienza e la lettura di situazioni e di atti di persone in situazioni di male può aprire alla considerazione che nonostante tutto c’è una resistenza del bene nel cuore umano, una resistenza profonda che come seme fa capolino e germoglia in modo sorprendente, inatteso. E contagia, con una fecondità di cui è difficile calcolare la portata: è la debole e fragile capacità del bene. La vita non è il male (ed. Salani 2016) è il titolo di un agile libro scritto a quattro mani da Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa.

Il libro trae la sua ispirazione da una espressione di Vasilij Grossman, scrittore russo testimone di tragedie immani del Novecento, autore di Vita e destino, che nei suoi libri ha narrato i lager i gulag. Una frase che riassume la conclusione a cui lo stesso Grossman è giunto. Il bene si inframmezza come squarcio in situazioni senza respiro e senza apertura. E’ forza inerme ma rompe l’oppressione del male. E’ come piccolo seme che si fa spazio nella terra, crescendo laddove nessuno pensava la possibilità di novità e di vita. La vita non è il male.

Nonostante tutto, il male non riesce a cancellare ed eliminare del tutto il bene dall’esistenza umana. E’ un bene non teorico, nemmeno legato necessariamente a posizioni religiose o ideologiche. E’ il bene racchiuso in gesti singolari, sgorganti da una resistenza che si fa spazio nel cuore, un desiderio a salvare un pezzetto di Dio nella storia come diceva Etty Hillesum o anche una reazione a non venire meno ad un sogno di umanità. Gesti e scelte che squarciano la cappa nera dell’oppressione. Nonostante tutto il bene non viene cancellato, ma appare, improvvisamente, quasi come epifania, in situazioni diverse in cui sembra non esserci alternativa al buio della violenza e della cattiveria. Non nei termini di un progetto dispiegato come una grande forza che si oppone al male, ma nella debolezza e nella puntualità di gesti che fioriscono da scelte individuali, e che per questo salvano anche gli altri, coloro a cui sono rivolti, ma anche coloro che li vengono a conoscere. E salvano dalla disperazione e dal non senso.

Al cuore delle esperienze descritte nel libro sta la convinzione le scelte di singole persone, quelle che sono poste nella direzione del bene e che costruiscono, sono capaci di contagio. Si tratta di una forza fragile che si espande attraverso le reti di conoscenza di vicinanza di amicalità, quasi un passa-parola del bene che non ha confini. Una forza come di piccoli granelli di sabbia che si inframmezzano tra gli ingranaggi di una grande meccanismo interrompendolo o come di piccoli semi che da puntuali eventi singolari aprono ad un movimento che coinvolge e raduna.

E’ di questi giorni la notizia di una lettera scritta da una giovane studentessa del Burkina Faso in risposta ad una scritta violenta e razzista apparsa nei bagni dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (F.Furlan, “Lettera a un mio coetaneo razzista che sui muri mi vuole uccidere” “La Repubblica” 12 marzo 2018). Al coetaneo razzista che sui muri invocava violenza sugli altri, Leaticia Ouedraogo indirizza queste parole: “Non devi uccidere me, devi uccidere quel mostro oscuro che si nutre delle tue paure e della tua ignoranza, ma anche della tua ingenuità. Ti auguro sinceramente di sconfiggere questi mostri”.

Alessandro Cortesi op

 

 

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XXIV domenica tempo ordinario – 2014 – Festa dell’esaltazione della croce

640px-Giunta_pisano,_crocifisso_di_san_ranieri(Giunta Pisano – crocifisso di san Ranierino – Pisa 1250 ca.)

Num 21,4-9; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17

Nel IV secolo a Gerusalemme sorse la festa della croce di Gesù che oggi viene celebrata dalla chiesa cattolica e ortodossa. E’ una festa che pone in risalto una dimensione fondamentale della fede in rapporto alla croce e parla di ‘esaltazione’, termine che si potrebbe intendere come ‘gloria’.

La croce è strumento di tortura, supplizio e segno della condanna riservata agli schiavi, segno di umiliazione, ed è lo strumento orribile di oppressione con cui è stato condotto a morte Gesù. E’ così un simbolo di tutte le forme di violazione della dignità umana e di sofferenza portata sulle vittime. Come tale la croce è un ricordo doloroso quale segno della malvagità umana che conduce a supplizi atroci e ha costruito e utilizza strumenti di tortura e di umiliazione.

Non c’è nulla da esaltare riguardo alla croce come strumento di morte. Ciò che sta al cuore di questa festa è il fatto che Gesù, andando incontro alla sua condanna, ad opera del potere religioso e politico, ha vissuto fino alla fine un amore indifeso e aperto a tutti fin sulla croce, luogo del suo supplizio. Proprio il suo cammino verso la morte e il suo stare sulla croce sono stati manifestazione del ‘peso’ dell’amore di Dio. La croce non è innanzitutto luogo del dolore come certa pietà della sofferenza ha portato ad intendere, ma luogo in cui si è reso visibile fino a che punto giunge l’amore di Dio: Gesù nella sua vita vissuta sino alla fine come dono di sé e servizio in un amore che giunge a darsi anche ai persecutori ha manifestato il modo di amare di Dio.

In ebraico il termine gloria (kabod) esprime il peso, lo spessore della vita divina. Sulla croce Gesù ha manifestato il peso della vita divina nella storia facendo toccare le dimensioni sconfinate dell’amore. In tal senso si sviluppa la lettura dell’evento della crocifissione di Gesù da parte del IV vangelo. In questo scritto infatti si può rintarcciare una lettura che va oltre un livelo immediato di sguardo ed apre a scorgere proprio nell’evento della croce un momento di rivelazione, il manifestarsi di Dio nella comunione del Padre Figlio e Spirito. Il IV vangelo pone in risalto come la croce, strumento del supplizio disumano, sia stato luogo di manifestazione dell’amore. In questa prospettiva viene colto un messaggio paradossale: sulla croce luogo dell’abbassamento si attua un innalzamento: è il medesimo movimento di discesa e ascesa che un antico inno delle prime comunità ripreso da Paolo evidenzia (Fil 2,6-11). IL Iv vangelo sottolinea che Gesù è posto in alto dove manifesta la gloria dell’amore. Sulla croce Gesù si rivela come re e la sua identità viene paradossalmente sottolineata nella scritta apposta sopra la croce, come pure nelle parole di chi assisteva (Gv 19,19). Alla vista degli uomini Gesù è umiliato, ma ad un livello profondo il suo essere posto in alto è segno della grandezza e della gloria dell’amore.

Nel dialogo con Nicodemo Gesù è presentato come colui che sale al cielo in quanto è l’unico che è disceso dal cielo (3,13 con riferimento al prologo Gv 1,4). Sulla croce si compie così un innalzamento che comporta anche un raduno, che comprende tutta l’umanità edè raduno di per la vita e non per la morte: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Un accostamento viene così suggerito tra il gesto di Mosè nel deserto che innalzò il serpente di bronzo nel deserto (Num 21,4-9) e l’innalzamento di Gesù, figlio dell’uomo: “E come Mosè innalzò un serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Il segno del serpente issato era segno di guarigione che liberava dalla malattia coloro che rivolgevano lo sguardo. La croce è vista come momento della glorificazione perché proprio nel luogo più buio e di supplizio, nel momento in cui si manifesta il male frutto delle scelte umane, Gesù ha mostrato come ama Dio e rivela il suo darsi al Padre e a tutta l’umanità: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto” (Gv 3,16).

Il segno della croce diviene allora il segno di un dono che si allarga a dimensioni universali, di una vita che nella nonviolenza dell’amore passa attraverso la morte e vive la stessa morte come momento di fedeltà al Padre e solidarietà all’umanità. Così la croce, pur nel rimanere un segno di morte, assume una luce nuova: è segno di vita comunicata, diviene memoria che la consegna inerme nell’amore è più forte della morte. La memoria di Gesù nella comunità cristiana sarà sempre quella del crocifsso risorto: la sua gloria si è manifestata nella debolezza dell’amore crocifisso.

Nell croci dipinte di età medioevale questo motivo teologico viene espresso in particolare in due elementi (visibili nell’immagine della croce di Giunta Pisano quale esempio): il primo è l’aureola, con inscritta una croce, che circonda il capo reclinato di Gesù nella sua morte: è segno di glorificazione e di onore che fa scorgere nel crocifisso colui che vive un amore capace di vincere la morte. Il secondo elemento è la raffigurazione del busto di Gesù vivente, nella condizione di Signore risorto, in atto di benedire, nel clipeo sulla parte superiore del crocifisso. Il medesimo Gesù che ha vissuto il cammino della croce è il Signore vivente del tempo e della storia.

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Alcune riflessioni possono accompagnarci a cogliere il messaggio di questa festa per la nostra vita.

In questi giorni la notizia di tre suore saveriane, Olga Lucia Bernardetta, uccise a Bujumbura in Burundi, ha riportato all’attenzione il dramma della violenza scatenata contro gli innocenti. Di fronte alla loro vicenda il ricordo va ad Annalena Tonelli, e insieme a lei a tanti missionari, medici, volontari, giornalisti che, presenti in luoghi di sofferenza e di povertà, per testimoniare solidarietà incontrano mani e menti assassine. Una violenza tanto più assurda quando è perpetrata verso persone che hanno dedicato la loro vita all’accoglienza e alla cura, nel testimoniare come è possibile la fraternità anche laddove la guerra, i conflitti etnici, la miseria, la sopraffazione hanno devastato i cuori.

Marco Politi (La tragica normalità di tre donne di Dio, “Il Fatto quotidiano” 10 settembre 2014) ha sottolineato la dimensione ‘normale’ dei loro volti: “Volti umani, non ‘fotogenici’. Tre donne tra i settantacinque e i settantanove anni. Dunque da rottamare secondo la retorica della nuova casta. Tre italiane che hanno scelto di andare tra i dannati della terra, a vivere nella periferia di Bujumbara. Facendo mestieri che non sono glamour. Una insegnava, l’altra seguiva le ragazze perché imparassero taglio e cucito, la terza era ostetrica. Vite normali come quelle di decine di milioni di italiane e italiani. Vite particolari, perché volute vivere in condizioni difficili, in mezzo alla miseria vera, dedicate al riscatto di persone sconosciute sentite come fratelli e sorelle. E così probabilmente consideravano, se già lo frequentavano, il killer fermato ieri. Guardiamole quelle tre facce nelle foto sui giornali o alla televisione. Sono suore, per scelta senza divisa, hanno seguito la propria vocazione. Ma sono anche il volto di quell’Italia di tutte le età, di tutti i mestieri, di tutte le convinzioni – che fa il suo lavoro, che non disprezza né invidia gli altri, e anzi è pronta a spendersi per la comunità. In un ufficio, in un’azienda, in un ministero, in una parrocchia, in uno dei tanti segmenti della società”.

La loro morte può far riflettere sul messaggio della loro intera vita, al seguito di Gesù, colui che ha dato la sua vita per gli altri. Questo atto di violenza non deve essere occasione di parole di odio, di vendetta e di ritorsioni. Può invece essere motivo di ritrovare fedeltà alla strada su cui quelle suore hanno camminato nella loro vita: la sequela di un amore che si dona in modo nonviolento, la passione per l’umanità che stava al cuore del cammino di Gesù. Per loro la croce è stata motivo di condivisione di umanità, di servizio, vissuto nella normalità di ogni giorno. Può essere motivo di impegno e speranza per tutti i volti anonimi, per vivere questo tempo di crisi scoprendo l’essenziale.

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno A – 2014


DSCF3841Is 58,7-10; Sal 112; 1Cor 2,1-5 Mt 5,13-16

“Ai poveri, ai sofferenti, agli affamati egli lancia, in mezzo alla miseria del presente, il suo ‘salvezza a voi!’ ‘beati, felici voi’. Una felicità dei poveri, una felicità degli infelici? Non si deve intendere la beatitudine come una regola generale a tutti comprensibile, dvunque e sempre valida: quasi che ogni povertà, ogni sofferenza, ogni miseria fosse automatica garanzia del cielo, se non addirittura del cielo sulla terra. la beatitudine dev’essere intesa come una promessa: una promessa che si avvera per chi, invece di ascoltarla impassibilmente, la fa fiduciosamente propria. Già irrompe, nella vita di costui, il futuro di Dio, portando con sé subito consolazione, eredità, appagamento. Ovunque egli vada, Dio lo precede, Dio è là. Nella fiducia in questo Dio precedente si trasforma già ora la sua situazione; già ora si può vivere diversamente , diventa capace di una nuova prassi, di un’illuminata dispnibilità all’aiuto, senz’ansia di prestigio e senza invidia per chi ha di più. L’amore non si risolve in un’attesa meramente passiva. Proprio perché sa che il suo Dio lo precede; il credente può impegnarsi in maniera concreta, dando prova, in ogni attività e impegno, di una sorprendente, superiore serenità: una serenità che – simile agli uccelli del cielo e ai gigli del campo – confida nel Dio provvidente e guarda al lieto futuro, senza angustiarsi per il cibo e per il vestito, senza darsi pena per il domani” (Hans Küng, Tornare a Gesù, Rizzoli 2013, 184-185).

Subito dopo le beatitudini Matteo presenta la parola di Gesù: “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo…” E’ una parola che dice l’identità profonda dei discepoli: chiamati ad accogliere la possibilità di una felicità sin da ora vivendo de-centrati, rivolti verso… a Dio che precede e promette. Essere e sale ed essere luce non è dato acquisito una volta per tutte. E’ piuttosto condizione di chi sa di dover rimane nell’ascolto della parola di Gesù, sospeso ad essa. E proprio questo impedisce ogni pretesa di autosufficienza, di grandezza e di vanto. Essere sale ed essere luce è dono continuamente da ricevere che mantiene nella condizione di chi è medicante e povero. E’ coinvolgimento nella via delle beatitudini, ed è accoglienza fiduciosa del futuro di Dio che già si fa vicino.

‘Voi siete sale’ è parola non da pronunciare per se stessi, ma promessa da accogliere da Gesù solo. C’è possibilità di perdere il sapore. L’indicativo è anche invito e provocazione ad essere rivolti al farsi incontro di Gesù. L’incontro con lui dà nuovo sapore all’esistenza: c’è una gioia possibile che da lì nasce. ‘Voi siete luce’ è parola unita ad un richiamo di attenzione: non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro. L’invito è ad una comunicazione aperta, che come la luce illumina tutta la casa. C’è uno sguardo che si allarga a prospettive ampie, e connota i discepoli come chi spalanca porte e finestre, come chi si rende responsabile della casa di tutti: la loro vita in relazione a Gesù non può essere compresa se non nella relazione con ‘tutti quelli che sono nella casa’.

Si può cogliere una profonda consonanza tra l’identità del discepolo espressa nei termini di luce da comunicare e le indicazioni sull’attitudine dell’autentico credente nella pagina di Isaia (prima lettura): “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio” (Is 58,10).

Essere luce non è una condizione di privilegio che allontana dagli altri e situa in una separatezza di superiorità e di distanza (si pensi alle varie forme di gnosi diffuse e alle forme dei clericalismi) ma è immagine per indicare una vita in cui sono posti gesti concreti di liberazione. Aprire il cuore all’affamato e soccorrere l’afflitto: di fronte alle tenebre dell’ingiustizia e del’oppressione la vita di chi si affida a Dio può divenire luce anche piccola, che non elimina la tenebra ma che annuncia il senso profondo della storia e si pone nella promessa di Dio. Essere sale e luce rinvia non tanto all’esecuzione di un qualche gesto particolare e delimitato, ma ad intendere tutta la vita nell’orizzonte del dono e del servizio. Nulla ha a che fare una religiosità cultuale, delle osservanze, ma attua il digiuno autentico, quella capacità di riconoscere il limite, di aver bisogno di poco, di saper essere solidali, che è dividere il pane con l’affamato, accogliere e vestire: ‘allora la tua luce come sorgerà come l’aurora’. Ed è accoglienza che apre a riconoscere il sapore proveniente dall’esperienza umana e la luce da riconoscere in tutti coloro che anche senza saperlo esprimono nella loro vita un riflesso del vangelo, da saper valorizzare e custodire.

Il rapporto con Gesù, la fede dei discepoli, non si esaurisce in una dimensione etica, ma certo implica una trasformazione, sempre provvisoria e da rivedere, della vita. Non può non trovare espressione nella concretezza di scelte e di un agire secondo una logica nuova: provoca a frutti di cambiamento, indicati in questo testo di Matteo come le ‘opere belle’. Opere belle sono gesti capaci di esprimere la bellezza che contagia la serenità di confidare nella vicinanza di Dio, il suo regno. Sono opere che non pongono pretese ma si offrono come traccia di una felicità da condividere, nella linea delle beatitudini: la capacità di una nuova prassi segnata dalla serenità di Dio che precede.

Opere belle sono l’emergenza di un agire di libertà di chi non cerca un dominio, o intende strumentalizzare gli altri. In esse vi è bellezza come un offrirsi gratuitamente: sono tracce di libertà come l’offrirsi di tutte le esperienze di bellezza che non sono racchiudibili in un possesso ma rimangono aperte e non comprabili. In esse sta la gioia contagiosa di chi pone al primo posto attenzione all’altro, la ricerca di beni comuni, la crescita di tutti e non la competizione, la ricerca della collaborazione al posto dell’esclusione. E’ la gioia di chi sa scorgere la vicenda umana da vivere insieme come un’unica storia di salvezza. C’è quindi un messaggio sullo stile della comunità: chi ha ascoltato il discorso della montagna deve essere solidale con il cammino umano, immerso in esso. Questa comunità composta di presenze diverse (‘voi’, al plurale) è chiamata ad essere portatrice di un ‘sapore’, a rendersi responsabile di una luce, per ‘far vedere’ non se stessa – anzi dovrebbe essere sospettosa di ogni visibilità che dà gloria – ma il Padre che è nei cieli: una vita orientata non ad una ricerca di autoaffermazione, di un riconoscimento ma tesa nel lasciar spazio ad altro: far scorgere la presenza del Padre. E’ proposta di centrarsi sull’essenziale.
Centrarsi sull’essenziale, tornare a Gesù: Paolo ai Corinzi parla della sua predicazione non fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. L’unica cosa che ritiene di sapere è Cristo crocifisso. E’ forse questo il perocrso di ogni credente che deve tornare sempre lì al cuore della fede: tornare a Gesù.

Penso così ad alcuni spunti di riflessione per oggi. Vorrei riprendere alcuni richiami di questa parola collegandoli ad una lettura di alcuni passi della Evangelii Gaudium di Francesco, vescovo di Roma.

“Il bene tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca di per se stessa la sau espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri. Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa. per questo chi desidera vivere con dignità e pienezza non ha altra starda che riconoscere l’altro e cercare il suo bene. Non dovrebbero meravigliarci allora alcune espressioni di san Paolo: ‘L’amore di Cristo ci possiede’ (2Cor 5,14); ‘Guai a me se non annuncio il vangelo’” (1Cor 9,16) (EG 9)
Oggi siamo chiamati ad accogliere e sperimentare l’incontro co Geù, il tornare a Lui come esperienza di gioia e di liberazione della vita, imparando a liberarci anche da tante immagini che hanno reso Gesù lontano dal vita e non lasciando spazio alla gioia del vangelo.

“La gioia del vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. (…) Questa gioia è un segno che il vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre” (EG 21).
Ci possiamo chiedere in qual misura la nostra vita si apre all’uscire, come singoli e comunità, e non rimane prigioniera di modalità di vita già date, di un linguaggio magari completamente ortodosso ma che non corrisponde al vangelo di Cristo (cfr. EG 41). Accogliamo la sfida ad andare oltre, a vivere concretamente l’apertura del cammino, lasciando spazio alla luce da non chiudere ma da lasciar illuminare?

“In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spige ad evangelizzare. Il popolo è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile ‘in credendo’. Questo significa che quando crede nonsi sbalgia anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida alla verità e lo condduce alla salvezza (EG 119) …nessuno rinunci al proprio al proprio impegno di evangelizzazion, dal omenot ch se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è misisonario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in cristo Gesù; non diciamo più che siamo ‘discepoli’ e ‘missionari’, ma che siamo sempre ‘discepolimissionari’ (EG 120).
Come vivere questa spinta a comunicare non nell’atteggiamento della conquista e dell’imposizione ma nella debolezza, con timore e trepidazione, nell’atteggiamento di chi accoglie la parola di Gesù, la parola della croce, nel dialogo che è testimonianza di vangelo e nello spossessamento da se stessi ‘perché rendano gloria al Padre’?

Alessandro Cortesi op

P.S. aggiornamenti in http://espacespistoia.wordpress.com/ su:
– Olimpiadi: sport ma non solo
– Egitto e Costituzione
– Ucraina lontana e vicina

V domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 13,21-27; Sal 135; Ap 21,1-8; Gv 13,31-35

Per Paolo il vangelo è qualcuno: ha un nome, è un volto. Il vangelo è Gesù. Nella prima lettera ai Corinti lo specifica dicendo che vangelo è “che Gesù morì secondo le Scritture fu sepolto, ed è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e si diede ad incontrare a Cefa e ai dodici” (1Cor 15,3-5). L’annuncio del vangelo si fa così parola ed esperienza che sgorga dalla Pasqua di Gesù. Da qui ha origine il viaggiare di Paolo guidato dall’annunciare questo ‘vangelo’ che è Gesù morto e risorto. Spinto dallo Spirito – ricorda il testo di Atti – Paolo annuncia il vangelo e lo accompagna con due azioni: confermare ed esortare. Non intende il suo compito come quello di chi fa da padrone sulla fede, piuttosto vive lo stupore di scoprire come le porte della fede si aprano oltre ogni calcolo e programma, oltre le chiusure e le barriere di ogni genere. Così le comunità che sorgono accogliendo questa parola sono indicate come autentica chiesa. Chiesa locale, Chiesa presente nei luoghi, generata dall’accoglienza della Parola e dalla fede, ‘chiesa di Dio’. Così il primo volto della chiesa è quello di una ‘chiesa di chiese’ dove le porte si sono aperte ai pagani, a chi era ritenuto escluso dalla salvezza. La difficoltà e la prova, nella esperienza di queste chiese, non sono assenti e la predicazione di Paolo offre una chiave di interpretazione tratta dalla Pasqua di Gesù, passione morte e risurrezione: “E’ necessario passare attraverso molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio”. ‘Passare attraverso’: c’è una dimensione di viaggio propria dell’esperienza del credere. La prova viene letta come un luogo in cui scoprire la comunione con Gesù che è passato attraverso la passione e la morte e ha reso anche la morte esperienza di un amore vissuto fino alla fine. Ha trasformato i luoghi dell’ingiustizia, della violenza e del male in luoghi in cui, nonostante tutto, opponendosi al male, alla violenza e alla morte, ha continuato ad amare, aprendo la via nella fiducia nel regno di Dio.

Nel momento dell’ultima cena, dopo che Giuda uscì ‘era buio’. E’ paradossale che nell’oscurità del rifiuto e del tradimento, Gesù parli di ‘gloria’: “Il figlio dell’uomo è stato glorificato… anche il Padre è stato glorificato”. La vicenda della passione e morte di Gesù è qui letta come momento in cui si attua una glorificazione e si manifesta la gloria del Padre. Gloria nel Primo testamento indicava la presenza inafferrabile di Dio che accompagnava Israele nel cammino del deserto, nella liberazione dall’Egitto. Era presenza, operante e vicina, eppure nascosta, nella nube, invisibile e inafferrabile. Nei gesti di Gesù della cena inizia ad attuarsi ciò che si compie sulla croce. Gesù racconta con i suoi gesti un amore talmente umano e profondo che rivela i tratti di Dio stesso: si china su Pietro e sui discepoli e lava i piedi. Offre il pane anche a Giuda, che lo tradiva, dicendo ancora, fino alla fine, la sua offerta di amicizia. Gesù vive i gesti dell’amore anche nel buio che lo attornia. Si attua quanto la prima pagina del IV vangelo esprime con le parole: “la luce era venuta nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno vinta”. Mentre attorno è buio, Gesù manifesta che tutta la sua vita si racchiude in un dono, in una offerta di amicizia: nei suoi gesti si rende trasparenza del volto del Padre: “Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui se ne è fatto l’esegeta, lui lo ha raccontato”. Le tenebre non possono trattenere questa libera offerta di gratuità. La croce in sé è supplizio, segno del male e della cattiveria umana, di ingiustizia, di umiliazione. Da Gesù è resa luogo in cui si manifesta un amore oltre ogni logica che non viene meno neppure in quel buio. Tutto questo dice il termine ‘gloria’. Gesù non evita lo scandalo della sofferenza e della morte, ma vive la sua pro-esistenza ‘passando attraverso’, entrando nella morte e narrando proprio lì, l’amore che non viene meno ed più forte del male e della morte: lì il Figlio ha raccontato il volto di Dio.

Possiamo leggere questi tratti colti dalle letture in rapporto al nostro presente.

Abbiamo ascoltato in questi giorni la notizia che la causa di beatificazione di mons. Romero sarà sbloccata superando le difficoltà di ordine ideologico che l’avevano fermata. Per i popoli del Sudamerica e per molti Romero indipendentemente dai riconoscimenti ufficiali, è modello ed esempio di un uomo che ha vissuto una conversione ai poveri come luogo di fedeltà al vangelo e di ascolto di Gesù. Di Romero si parla come di un ‘vescovo fatto popolo’, tanto la sua vicenda personale è divenuta vicenda condivisa di chiesa e di popolo oltre i confini visibili della chiesa. Vedrei nella figura di Romero i tratti dell’uomo di fede che vive la sua missione di fortificare ed esortare coloro che condividono con lui il cammino faticoso del credere, nella prova, nella tribolazione, nel farsi carico della storia e delle vittime. Un esempio vicino per comprendere il servizio reciproco di tutti i credenti di essere persone capaci di confermare, dare forza e aprire alla speranza i compagni di cammino, nell’apertura e disponibilità alle spinte dello Spirito. Un esempio che apre a considerare l’urgenza di una profonda revisione e riforma di stili di chiesa e di modalità di intendere e di vivere la guida delle comunità nella logica del servizio, nella relazione di conforto e di cammino insieme, e reciproco, di popolo, nell’ascolto delle fatiche e nell’incoraggiamento.

La gloria si manifesta nella croce, là dove l’amore è vissuto senza riserve. Viviamo tempi segnati da difficoltà talvolta pesantissime nella vita dei singoli e delle società, con una crisi economica che pesa soprattutto sui più deboli. A livello ecclesiale spesso si avverte il desiderio di esperienze gratificanti e di successo, a fronte invece di tanti motivi di perdita di speranza e di effettive difficoltà. La ‘gloria’ che si manifesta sulla croce, di cui il IV vangelo parla, non è la riuscita mondana, non è il successo facile, non è vivere senza problemi e trovando tutto facile attorno: piuttosto gloria è intendere la vita così come l’ha intesa Gesù. Le situazioni di difficoltà, le esperienze di buio, dove non si vedono risultati e non vi sono successi, possono diventare luoghi in cui la luce del servizio, di quell’amore che vince la morte non può essere trattenuta. Le vicende della croce della nostra storia, possono divenire luogo in cui vivere quel tipo di amore e di servizio che Gesù ha testimoniato. La gloria è presente non nella grandiosità di chi ha risultati ma nei piccoli gesti dell’amore di chi si china e vive anche la tribolazione come luogo di un amore da offrire come unica ricchezza. Anziché cercare la gloria del mondo nella direzione di pretendere un ruolo di guida nella società e di riconoscimento sta forse qui la chiamata a vivere da cristiani nel tempo presente: nella insignificanza rimanere fedeli ad una testimonianza che fa stare vicini ai dimenticati e ai crocifissi scoprendo che lì è la gloria di Dio, nel vivere uno stile di relazione con gli altri ‘come’ quello di Gesù. “Da questo sapranno che siete miei discepoli se vi amate come io ho amato voi”.

Alessandro Cortesi op

V domenica Quaresima anno B – 2012

Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

“Li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto”. In queste parole si sintetizza una storia di liberazione, antica ma anche sempre nuova. Il prendere per mano è gesto vicino, familiare. Forse in questo gesto si può scorgere una breve narrazione di Dio, del suo agire: Dio è qualcuno che prende per mano.Per condurre oltre, per far uscire. E tale gesto evoca tante armoniche che esso comporta ogniqualvolta è vissuto nella concretezza dell’umanità. Prendere per mano reca in sé il tratto della cura e della protezione: quando un adulto tiene la mano di un bambino gli offre sicurezza, fa sentire una presenza sicura, lo sorregge per guidarlo. Ma prendere per mano ha anche i tratti della tenerezza e dell’affetto senza alcuna preoccupazione di guidare e dirigere, ed è carico solo dell’affidamento e del pensiero di stare accanto e di accompagnare: come quando le mani di chi si ama s’incontrano nel gesto delicato di un tenersi, come accogliersi, senza alcuna pretesa, ma nella gioia di una presenza condivisa. E questo gesto così semplice e profondo segna in vari modi le stagioni della vita come quando prendere per mano diviene segno pacato e tranquillo di una lunga amicizia, o si fa espressione di una lunga storia di amore, o ancora è il tenere per mano di chi sorregge e accompagna mani indebolite o tremanti nell’attraversare le fatiche di malattie o dell’ultimo passaggio.

“Li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto”. Il prendere per mano di Dio è gesto di vicinanza, di presenza che sta accanto e guida verso vie di libertà. Sta qui il senso della promessa di una ‘alleanza nuova’ intravista da Geremia come dono di presenza interiore, nel cuore. Non una legge che sta fuori, ma una alleanza scritta nel cuore. Una conoscenza profonda che abilita ad ascoltare le chiamate di Dio. E’ la più alta promessa che rinvia ad una presenza di Dio nell’intimo della persona, nella sua coscienza, capace di ascolto e di responsabilità, senza dipendere da autorità esterne. La terra d’Egitto è terra della schiavitù ed è  anche il luogo delle tante schiavitù diverse da cui non ci sappiamo liberare da soli, ed abbiamo bisogno che qualcuno ci prenda per mano. Scoprire che Dio ci prende ancora per mano apre ad accogliere un volto di Dio che desidera percorsi di libertà, e di libertà insieme non l’uno contro l’altro, ma l’uno prendendo per mano l’altro. Dio prende per mano al plurale e non al singolare: conduce insieme a scoprire una liberazione che introduce in un vivere insieme.

Prendere per mano: in questi termini potrebbe racchiudersi anche la missione delle chiese, l’invio dei credenti chiamati a testimoniare non altro se non il dono di una presenza vicina che accoglie come chi prende per mano e libera. Viviamo tempi in cui durezza e competizione pervadono i rapporti: le logiche della concorrenza, del considerare le persone sulla base della loro efficienza, dello stare nel mercato,  del prevalere, investe anche i percorsi delle comunità. Si può prendere per mano se ci si apre a scoprire che Dio per primo ci ha presi per mano per farci uscire, per aprire a terre dove respirare…  Non potrebbe essere questa la scoperta per ispirare gli incontri e l’impegno nel quotidiano? Non potrebbe essere questo l’annuncio di alleanza nuova nella concreteza di un farsi carico accompagnando cammini e offrendo una mano di sostegno e di pace?

‘Vogliamo vedere Gesù’ è la domanda di alcuni ‘greci’ che indicano nella loro curiosità la domanda di tanti venuti da lontano. Ed è questo desiderio di vedere Gesù che ancora dovrebbe aprire a lasciare spazio a lui per chi si interroga e non è appagato né da riflessioni di tipo filosofico e teologico sulla religione, né da programmi di chiesa in cui il riferimento a Gesù rimane sullo sfondo, ricoperto da tanti altri elementi e spesso offuscato. ‘Vogliamo vedere Gesù’ è desiderio e inquietudine più diffusa di quanto non appaia, propria di tanti che attendono che la loro ricerca sia rispettata e presa sul serio.

Vedere Gesù può così divenire una traccia di un progetto di vita:  non qualcosa di già predefinito – sia esso un insegnamento o un programma di azione o appartenenza di gruppo – da dare ad altri, ma un cammino di incontro in cui ricominciare ogni giorno, senza pretese e senza costruzioni stabilite.

‘Vedere’ nel IV vangelo indica la tensione a cogliere la dimensione profonda degli eventi ed il loro significato. ‘Vogliamo vedere’ indica un desiderio di comprendere e di incontrare chi è Gesù. E Gesù risponde con parole che accostano termini a prima vista contraddittori, perché parla di gloria e di morte. Dice che ‘è venuta l’ora’: è l’ora in cui il figlio dell’uomo deve essere glorificato, ma subito dopo parla del chicco di grano che, solo se muore, porta molto frutto.

Gesù parla della sua ora ed in essa del senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento in cui come Figlio si consegna al Padre e dà la sua vita per tutti. Consegnato nelle mani dei suoi uccisori, in realtà Gesù stesso si consegna con libertà e fa della sua vita un dono. Come chicco di grano che, morendo, apre una fecondità nuova. La ‘gloria’ di Gesù indica la sua identità profonda, identità che sta nella relazione con il Padre: “Padre è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te” (Gv 17,1).

La gloria di cui Gesù parla non è intesa come successo, affermazione di dominio e sopraffazione violenta, ma è piuttosto la debolezza dell’amore che giunge a donarsi fino alla fine per gli altri, manifestazione del volto di Dio come dedizione senza riserve all’uomo. E’ una gloria paradossale che si rivela sulla croce: nel dono della sua vita. Lì il IV vangelo invita a fissare lo sguardo per vedere. Gesù innalzato sulla croce racconta il volto di Dio, del Padre, e si manifesta come il Figlio che vive tutta la sua vita nella condivisione totale in rapporto al Padre.

Nel IV vangelo l’ora di Gesù è la grande trama su cui è tessuto l’intero scritto: tutto sta in tensione verso quell’ora. E’ l’ora della croce ed anche paradossalmente l’ora della glorificazione, perché proprio lì sulla croce si rende visibile lo spessore dell’amore di Dio. E’ l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui, innalzato da terra, Gesù attira tutti a sé. Si attua una attrazione di tutti nel segno dell’amore.

L’ora di Gesù manifesta così per il IV vangelo un volto di Dio come vita aperta al dono, fino a non tenere nulla per sé. La sua vita diviene una vita perduta per l’umanità. Dedizione totale di un amore che ha a cuore la vita delle persone: ‘perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’.

Ho trovato la narrazione di un percorso in cui è stato forte questo desiderio di ‘vedere Gesù’ in un recente scritto di Pietro Barcellona, filosofo di ispirazione marxista e giurista, che dopo aver tracciato lo svolgersi della sua vita con i suoi passaggi e le sue crisi dichiara di esser stato attratto prima dall’ineludibile questione di Dio, e poi dalla domanda sul rapporto tra umano e divino: “Sembra naturale che, a questo punto della storia, si torni a riflettere sul tema che ha segnato le vicende dell’Occidente: il rapporto fra l’umano e il divino, poiché solo la presenza del divino potrebbe gettare un ponte tra la nostra dolorosa finitezza e la gioiosa giostra delle galassie e delle stelle” (Pietro Barcellona, Incontro con Gesù, Marietti 1820, 25). Ma egli racconta soprattutto del suo essere stato condotto alla figura di Gesù, proprio perchè Gesù manifesta un Dio non lontano in una eternità immobile ma il Dio Padre che sta dentro la storia degli uomini. E così scrive: “Questo evento, che irrompe nella storia e la sospende, non avrebbe il suo profondo significato se Cristo non avesse scelto, per amore, di lasciarsi crocifiggere. La croce non è il segno di una sconfitta; da quel momento la croce è prova dell’amore di Cristo per gli esseri umani e la rappresentazione del fondamento tragico che abbraccia l’intera vicenda umana. Perdere la vita per trovarla, svuotarsi per poter accogliere la parola, perdere il mondo per trovarne un altro, sono i segni di una novità assoluta nel rapporto tra umano e divino. Per questo continuo a ritenere che bisogna ripartire da Cristo per ritrovare il divino che innerva il movimento dell’universo.’E se volete conoscere Dio / non siate solutori di enigmi. / Piuttosto guardatevi intorno, / e lo vedrete giocare con i vostri bambini. / E guardate lo spazio; / lo vedrete camminare sulla nube, / tendere le braccia nel bagliore del lampo / e scendere con la pioggia. / Lo vedrete sorridere nei fiori, / e sulle cime degli alberi sciogliere carezze’. (K.Gibran , Il profeta)” (Pietro Barcellona, Incontro con Gesù, Marietti 1820, 47-48)

Alessandro Cortesi op

II domenica Quaresima – anno B – 2012

Gen 22,1-8; Sal 115; Rom 8,31-34; Mc 9,2-10

Sacrificio è la parola d’ordine diffusa in questo tempo di crisi economica. E i sacrifici maggiori sono quelli sopportati dai deboli. Sacrificio è tuttavia termine legato al mondo religioso: in tutte le culture religiose ci si trova di fronte alla dimensione del sacrificio. Il suo significato è racchiuso nel ‘rendere sacro’: alcuni oggetti o realtà umane sono consegnate al sacro e vengono utilizzate per propiziare la divinità, per renderla, da irata, favorevole. In tal modo si fa mutare atteggiamento alla divinità capricciosa, la si rende ‘pia’: c’è un collegamento tra sacrificio ed espiazione.

Ci si potrebbe chiedere a quale universo religioso fa riferimento l’insistenza dei nostri tempi sulla necessità di fare sacrifici. Sono forse da smascherare i poteri che li pretendono e si pongono come divinità con volti diversi a cui sacrificare l’esistenza. E c’è forse da domandarsi: quale divinità? quali riti? quali sacerdoti?

Anche nella Bibbia si parla di sacrifici ma in modo particolare e la liturgia di oggi ruota attorno a questo tema.

Un episodio che sconcerta, quello del sacrificio di Isacco. Un episodio che può essere letto come la grande contestazione della Bibbia nei confronti dei sacrifici umani e della logica che sottostà ad una idea del sacrificio come prestazione umana per placare una divinità adirata e assetata di sangue. Il Dio di Abramo non vuole il sacrificio di Isacco, e non vuole sacrifici umani: è un Dio diverso dalle divinità da temere e da rabbonire. Chiede invece la disponibilità dell’affidamento radicale, dell’ascolto alle sue chiamate. E’ un Dio amante della vita. Dona la vita e non la toglie, mira a rapporti di obbedienza nella fede.

La questione al centro del racconto è la fede di Abramo, un rapporto vivo, che coinvolge l’esistenza con Jahwè. Nella drammaticità della salita al monte con il figlio della promessa, Abramo vive l’affidamento totale a Jahwè. Questa pagina intende così rivelare il volto di Dio che ha offerto la sua alleanza nella fedeltà e attende solamente un risposta di affidamento: la disponibilità a mettere Lui al primo posto dell’esistenza in modo assoluto, in un ascolto radicale della sua parola. Il sacrificio non attuato di Isacco segna così la fine ed il superamento della logica dei sacrifici.

I riti che saranno praticati in Israele come ‘sacrifici’ avranno come loro funzione di indicare e ricordare l’alleanza che Dio ha offerto e che solo Lui può ristabilire di fronte alla disobbedienza, al non ascolto da parte del popolo. Al cuore di tutti i sacrifici di Israele starà la consapevolezza non di una divinità lontana, da tenere buona perché assetata di sangue, ma l’apertura ad un dono di libertà e di comunione che si attua come azione di Dio. Così nel sacrificio della Pasqua, e così anche nel sacrificio del giorno del perdono (Yom Kippur), così nei sacrifici quotidiani al Tempio. E tuttavia questo significato si prestava a fraintendimenti, a ritorni all’idea del sacrificio secondo la mentalità pagana. Soprattutto rischiava di perdere di vista il senso profondo di un culto che trovava la sua radice in un rapporto di amore e fedeltà.

I profeti in Israele avevano colto il pericolo sempre alla porta di intendere il sacrificio come culto  separato da un riferimento all’alleanza, culto rivolto a un idolo fatto ad immagine dell’uomo e non al Dio dell’alleanza e della promessa. Per questo insistevano sull’autentico ‘sacrificio’, non quello dei riti delle offerte, ma quello di un’esistenza vissuta come stare davanti a Jahwè rispondendo nella fede e nella ricerca di giustizia alla sua chiamata. “Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco… smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me… Cessate di fare il male imparate a fare il bene ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano difendete la causa della vedova” (Is 1,10-20).

Quando Paolo nella seconda lettura dice che ‘Dio ha consegnato il suo Figlio’ non parla di una sorta di esigenza del dolore e della morte del Figlio da parte di Dio per riaffermare i propri diritti e per ottenere giustizia. Non legge la morte di Gesù nella linea dei sacrifici alle divinità pagane, ma lo indica come evento di vicinanza dell’amore di Dio che dona comunione. Così legge il significato della morte di Gesù come dono totale della vita vissuto per amore al Padre. La vita di Gesù è un percorso di esistenza per gli altri, di solidarietà fino alla fine e consegna al Padre e la sua morte diviene dono di salvezza perché tutta la sua vita fino al momento supremo è stato ascolto e dono di sè al Padre, abbandono all’Amore. Non la sofferenza in quanto tale o le atrocità subite nella passione sono motivo di salvezza ma l’obbedienza e l’amore. Tutta la vita di Gesù sta sotto il segno della consegna di sé al Padre e agli uomini. Gesù così ha vissuto la sua vita ed è rimasto fedele anche nella passione e nella morte, facendo della morte il luogo di un amore che rimane fedele fino alla fine: in questo senso la croce è ‘sacrificio’, come dono di sé e offerta di comunione. Si connota perciò come ‘sacrificio’, ma diverso e per questo pone fine alla logica sacrificale. La sua vita è dono di ascolto al Padre e solidarietà a favore di tutti: e così Paolo potrà dire ‘offrite la vostra esistenza come sacrificio nello Spirito gradito a Dio’ (Rom 12,2). La vita come dono e servizio nell’amore.

Ci possiamo chiedere quale evento sia alla base dell’episodio della trasfigurazione riportato dai sinottici: un evento di luce e di apertura alla grazia. E’ memoria di un momento particolare di vicinanza a Gesù che ha comunicato ai suoi discepoli più vicini il senso del suo cammino di annuncio del regno, di fronte all’ostilità, in fedeltà al disegno di salvezza, in rapporto alle Scritture? Si tratta di una pagina scritta dopo gli eventi d’incontro con il risorto per esprimere come  nell’incontro con lui, prima della Pasqua si intravedeva, senza comprendere a pieno, la luce presente nel suo volto e che pure rinviava ad un cammino di sofferenza e  di morte?

Certamente Marco costruisce questa pagina pensando ad un evento di rivelazione, di teofania. La tesse infatti sulla filigrana del capitolo di Esodo 24. Come nell’evento della manifestazione di Dio del Sinai, anche nella trasfigurazione di Gesù tutto avviene sul monte in un tempo indicato dopo sei giorni, cioè nel giorno settimo, il sabato, giorno dell’alleanza; vi sono tre testimoni; c’è la nube ed una voce; e c’è la luce che avvolgeva il volto di Mosè e ora avvolge Cristo. Elementi simbolici  atti a richiamare un evento di vicinanza e rivelazione. La nube, segno della presenza di Dio, avvolge tutti e nell’ombra si attua un’esperienza di luce che rinvia all’identità di Gesù. La voce dall’altro proclama che egli è il Figlio. La sua vita si comprende in questa relazione fondamentale e nella sua apertura al Padre e ai suoi fratelli. Così pure Marco ha in mente la festa di Sukkot, festa della luce e festa delle capanne che ricordava il cammino dell’esodo. Era questa la festa delle tende che prevedeva un rito di intronizzazione del messia. Nel giorno culmine della festa che durava sette giorni Gesù si presenta come Messia: ma è un messia particolare, debole, che passa per la via del servizio fino alla fine facendo della sua vita una esistenza per gli altri.

E’ un momento di luce nel mezzo di un cammino di difficoltà e di incomprensione. Pietro, che era stato chiamato ‘Satana’ da Gesù perché si opponeva all’annuncio di un Messia che avrebbe percorso un cammino sofferenza, è testimone di questo momento di gloria. E’ uno squarcio per comprendere che Dio ha approvato la vita vissuta da Gesù in quel modo, la sua via orientata al dono e al servizio solidale. Un monte quello della trasfigurazione che rinvia al monte della crocifissione. E il discorrere con Mosè e Elia segno di una vita vissuta in continuità con l’esperienza dell’esodo e delle attese dei profeti.  La corporeità fragile di Gesù è luogo di una luce che nella sua debolezza fa trasparire la luminosità simbolo della vita stessa di Dio. Dio, il Padre resuscita colui che ha vissuto la sua vita nell’ascolto obbediente e nella solidarietà con tutte le vittime della storia. L’invito della voce è ad un ascolto di vita e di coinvolgimento: ‘Ascoltatelo’.

 

Alessandro Cortesi op

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