la parola cresceva

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XVI domenica tempo ordinario – anno A 2020

Seminatore-Millet-Museum-Fine-Arts-BostonJean François Millet, Il seminatore, 1850 – Museum of Fine Arts Boston

Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

“Il regno dei cieli è simile ad un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo”. Dopo la parabola del seminatore altre parabole sulla semina: quella del seme e della zizzania che crescono insieme nel campo altre, quella del seme di senapa e infine una breve parabola del lievito.

Le parabole costituiscono un linguaggio proprio di Gesù. Parlano di vicende quotidiane che potevano essere vissute da chiunque lo ascoltava. Ed in esse c’è sempre rinvio ad una realtà nuova, la vicinanza di Dio che cambia la storia prendendo le parti dei poveri e chiamando ad una trasformazione dei rapporti. Dio apre ad un futuro di liberazione e salvezza.

Gesù annuncia che è iniziato un tempo nuovo, in cui Dio interviene per adempiere la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). E’ dono di speranza e di incontro per tutti, che non pone confini di appartenenza culturale e religiosa che richiede solamente fiducia in lui (cfr Mt 8,5-17).

Le parabole rivelano una prima attitudine di Gesù nei confronti delle persone: il suo parlare toccava la vita, richiamava all’esperienza umana, invitava ad uno sguardo profondo sulle cose di tutti i giorni, sulle realtà semplici e ordinarie lontane dalla sfera della religione. Con ciò indicava che nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro, vi è qualcosa da cercare: è la presenza del Dio vicino, liberatore.

Le parabole sono anche una chiamata: parlano sempre del ‘regno di Dio’: nella quotidianità è già presente il dono di una vita nuova. Le parabole nel loro essere racconti e paragoni richiamano a questa ‘novità’ e ad un impegno da accogliere.

Le tre parabole di questa pagina richiamano alcuni tratti del ‘regno dei cieli’. In primo luogo il regno non si afferma senza fatica e senza lotta; esige pazienza e attesa. Non risponde alle esigenze del magico e dell’immediato; richiede invece uno sguardo che si lasci formare allo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma ci sono elementi che possono soffocare il grano buono.

C’è chi vorrebbe subito fare chiarezza, mietere con violenza, separare i buoni dai cattivi. La parabola presenta la novità del regno: lo stile di Dio è la fiducia nella crescita, la pazienza dell’attesa, lo sguardo dei tempi lunghi. Il sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano perché il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

E’ una parola su Dio. Ed è anche una chiamata ad essere responsabili del proprio ambiente: il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato. Gesù presenta lo stile di Dio, non del freddo giudizio ma della cura appassionata.

Una seconda caratteristica del regno è la sproporzione: la parabola del seme di senapa presenta la differenza tra la piccolezza del seme di senape e la grandezza spropositata dell’albero. Il regno non si impone con mezzi grandiosi, ma è presente in realtà minuscole e che non attirano attenzione: Dio sceglie ciò che è debole, piccolo e disprezzato. A partire da quel seme quasi invisibile cresce un albero molto grande.

Una terza caratteristica del regno è la sua forza che fa crescere dall’interno: l’azione del lievito nella pasta, la fa levare con la sua energia nascosta. Gesù indica l’azione quotidiana dell’impastare. Seguire lui è intendere la propria vita come il lievito, in un movimento al servizio di una realtà più grande: nella pasta della storia e dell’umanità c’è un servizio da compiere per la crescita di una realtà più grande. Nascosto nella pasta il lievito si perde ma fa crescere la vita e offre la sua forza per una crescita di qualcosa di più grande.

Gesù indica anche uno stile: non la separazione, la contrapposizione nella condanna dell’altro, ma la silenziosa azione, la condivisione che fa crescere piano piano, non cercando il proprio interesse ma perdendosi all’interno della realtà. Questo è il modo di agire di Dio, che lascia spazio, condivide e scende. Questo dovrebbe essere lo stile dei discepoli, lievito nella pasta della vita e della storia.

Alessandro Cortesi op

109229665_4054023907972021_416006122324272751_oZizzania

“Poche ore prima che il Parlamento confermasse, con una sparuta dissidenza, i fondi per la cosiddetta Guardia costiera libica, a cui si chiede di catturare i migranti in mare e riportarli nei campi di prigionia a terra, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni aveva descritto cosa vuol dire gettare degli esseri umani tra i carcerieri finanziati dall’Italia. “Innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili”. Proprio così, “orrori inimmaginabili” li ha chiamati Federico Soda, l’italiano a capo della missione dell’Oim a Tripoli: “L’Ue deve agire per porre fine ai ritorni del limbo migratorio della Libia”. Tutto inutile. Gli autori degli “orrori indicibili”, già denunciati dal segretario generale Onu e ribaditi dalla Corte penale dell’Aja, non dovranno spegnere la macchina istituzionale della tortura. Da governi diversi, il voto ha riunito tutti i protagonisti di questi anni, da destra a sinistra, riuscendo nel “miracolo libico” di creare una maggioranza trasversale nelle stesse ore in cui 65 esseri umani rischiano di perdere la vita mentre nessuno interviene: né le motovedette di Tripoli, né Malta e meno che mai l’Italia, ormai autorelegata all’interno delle acque territoriali”.

Così riferisce Nello Scavo su Avvenire (Vivi e morti abbandonati in mare. Partiti uniti contro i migranti, “Avvenire” 16 luglio 2020) denunciando con cognizione di causa, come l’Italia e i paesi europei stiano tradendo i principi affermati solennemente nei Trattati costitutivi e i fondamentali diritti di ogni uomo e donna riconosciuti a livello internazionale. La linea politica è quella di finanziare la cosiddetta Guardia costiera libica formata dai medesimi sfruttatori e trafficanti di esseri umani che tengono i migranti prigionieri, torturati nei campi di detenzione in Libia.

La foto pubblicata sui quotidiani di un cadavere di un uomo in mare, adagiato su di un gommone sgonfio trascinato dalle onde, più volte segnalato nell’arco di due settimane perché fosse recuperato, e lasciato abbandonato è ennesima prova di quello che ormai tutti da tempo sappiamo e che viene documentato dalle ONG, da giornalisti, da organizzazione internazionali. E’ la situazione di una continua, sistematica e atroce violazione di diritti umani dei migranti che trovano in Libia un luogo di schiavitù e di sfruttamento.

Non vi è soccorso dei vivi durante le traversate in mare. Vi è impedimento in tutti i modi alle ONG di essere presenti per soccorrere per testimoniare le atrocità che stanno avvenendo nel Mediterraneo. Tanto meno vi è soccorso dei morti. Con la conferma del Memorandum di accordi con la Libia – che non è stato sottoposto a discussione e ratifica nel Parlamento – il governo italiano ricerca un’ immunità da pesanti responsabilità di tipo giuridico scaricando il lavoro sporco di deportare e tenere imprigionati i migranti alla cosiddetta ‘Guardia costiera’ libica.

Fa indignare la scelta del Parlamento italiano che ha trovato il consenso della maggioranza per approvare il rinnovo dei fondi di sostegno alla Libia con la conoscenza diffusa dei delitti e reati contro l’umanità che continuano ad essere perpetrati in quel Paese immerso in una guerra civile e in cui dovrebbero essere evacuati tutti i centri di detenzione trasferendo coloro che sono tenuti prigionieri in luoghi sicuri.

Genera desolazione e tristezza la mancanza di volontà da parte di un governo che aveva preso l’impegno di abolire i decreti Salvini e di instaurare nuove linee di politica sulle migrazioni. Appare l’incapacità politica di sollevarsi da un clima avvelenato in cui la questione dei migranti e dell’accoglienza degli stranieri nelle società europee non viene affrontata in prospettiva costruttiva e con un progetto politico ma è lasciata quale tema di campagna elettorale continua facendo ricadere situazioni di atroce ingiustizia sulla pelle dei più deboli.

Al confine nordest dell’Italia altre violazioni sempre contro i migranti sono compiute e non trovano eco nei media. Gianfranco Schiavone dell’ASGI lo ricorda: “È inconcepibile che (i richiedenti asilo, ndr) attraversino tre paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, e infine in Serbia o in Bosnia sebbene fossero interessate a domandare protezione internazionale all’Italia… Siamo nella più assoluta illegalità, ma sembra che il fatto non interessi a nessuno”. (cfr. G.Marcon, Il silenzio sugli innocenti, Huffington Post 13 luglio 2020).

In un accorato Discorso alla città nella festa di santa Rosalia mons. Corrado Lorefice vescovo di Palermo, richiamando il riferimento al mare Mediterraneo in questi terribili giorni, che prolungano anni drammatici e desolanti di disumanità, ha detto:

“E’ lo stesso mare nel quale oggi finiscono le vite e le speranza di tante donne e di tanti uomini dell’Africa e dal Medio Oriente, spinti dalla fame e dalla guerra verso il nostro Occidente e sottoposti per questo ad un esodo disumano: abbandonati nel deserto, catturati e torturati nei campi di concentramento libici, lasciati morire in mare o magari crudelmente respinti. Apro il mio cuore davanti a te stasera, cara Santuzza nostra, perché la pandemia sembra essere diventata un motivo ulteriore di disinteresse, di chiusura e di respingimento. Come se il nostro malessere fosse una scusa buona per chiudere la porta in faccia a quanti, ancora una volta da noi, hanno ricevuto, dopo secoli di soprusi e di rapine, anche il virus che si trova sui barconi. Giorni fa, addirittura, abbiamo avuto l’ardire di rimandare in Libia, nei campi di concentramento, un bambino neonato. E’ stato il colmo dell’abiezione. E stasera davanti a te io devo gridare basta: basta con questo egoismo omicida e suicida! Basta con questa miopia! Se il virus non ci ha insegnato che il destino del mondo è uno solo, che ci salveremo o periremo assieme; se la pandemia ci ha resi ancora più pavidi e calcolatori, facendoci credere di poter salvare il nostro posto al sole, siamo degli illusi, dei poveri disperati. Basta con gli stratagemmi internazionali, con i respingimenti, basta con le leggi omicide. I ‘traditori degli ospiti’, ricordiamocelo, Dante li getta nel fondo dell’inferno (cfr La Divina Commedia. Inferno, Canto XXXIII). Ma l’inferno per questi nostri fratelli è diventata, per causa nostra, questa terra. E’ diventato questo ‘mare salato’ di cui cantava il poeta, salato per le lacrime dei disperati che vi sono affondati senza riparo, senza una mano che li soccorresse, nella distruzione di ogni speranza”.

E’ tempo per coltivare pazienza, con la speranza contro ogni speranza perché possa crescere il seme buono dell’ospitalità e dell’incontro anche oggi su questa terra. E’ anche tempo che richiede coraggio e responsabilità per denunciare ed opporsi al diffondersi della zizzania della xenofobia, dell’egoismo, dell’indifferenza nel campo di questa storia.

Alessandro Cortesi op

XVI domenica ordinario – anno A – 2017

DSCN1506Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43

Nelle parabole si parla di vita, di gesti quotidiani, di cose familiari. Chi ascoltava Gesù non si sentiva estraneo e distante da quello che raccontava. E nelle sue parole, che creavano ponti di ascolto e di commozione, emerge un annuncio di una realtà nuova e bella. Annuncia che è iniziato il tempo nuovo dell’intervento di Dio che porta speranza a chi non ne aveva più. Adempie la promesse dei profeti: ‘Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie’ (Is 53,4; cfr.Mt 8,17). Apre orizzonti di luce dove c’era solo buio. Gesù chiede fiducia in lui per iniziare a vivere il dono di questa novità (cfr Mt 8,5-17).

Nelle parabole si coglie traccia del suo stile: i, suo aprlare non è dall’alto, carico di supponenza e imposto con autorità. Il suo linguaggio respira della vita, richiama esperienza condivisa. Fa sentire che la vita di chi ascolta è importante e fa scorgere che proprio lì nel terreno del campo dell’esistenza è già racchiuso un segreto di vita nuova, un seme che può crescere, un incontro con Dio che cambia e genera cose nuove. Gesù invita così a scorgere nelle cose di tutti i giorni una profondità insperata. Non affronta difficili questioni religiose per addetti ai lavori. Le sue parole comunicano che proprio nell’esperienza di tutti i giorni è racchiuso un tesoro. la Parola di Dio non è lontana da te ma nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica. Le parabole fanno scorgere una vicinanza di Dio non da cercare in luoghi lontani dall’esistenza, ma già presente nel tessuto della vita. La sua vicinanza è chiamata e promessa. Per questo le parabole recano anche una provocazione. Parlano sempre del ‘regno di Dio’ e richiamano ad una chiamata.

Le tre parabole della pagina di Matteo richiamano tre aspetti del ‘regno’. Questa novità non si afferma senza fatica ma esige pazienza e attesa. Non corrisponde ad una sete di soluzioni magiche. Richiede uno sguardo che si lasci cambiare dallo stile di Dio. Grano e zizzania crescono insieme: il regno cresce ma c’è anche ciò che contrasta, minaccia e rischia di soffocare ciò che sta crescendo. Come il padrone del campo invita a pazientare per non rovinare tutto così Gesù fa intuire la necessità di uno sguardo lungo sulle cose e sulle situazioni.

C’è chi vorrebbe subito separare subito e operare una selezione, per chiarire ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio agisce con la pazienza di chi si fida, con la pazienza di chi attende la crescita, con lo sguardo che sa volgersi lontano. Sogno di Dio è che alla fine anche la zizzania possa diventare grano ed essere lei stessa trasformata. Il Padre non vuole che nessuno vada perduto.

Il regno cresce in mezzo a fatiche e lotte, nella difficoltà, ma la fiducia va riposta nella fecondità del seme buono gettato.

La parabola del seme di senapa presenta anche una sproporzione: il granello di senapa è il più piccolo tra tutti i semi. A fronte di esso la grandezza dell’albero che può nascere appare senza misura. Il regno inizia in segni piccoli, in modo nascosto, invisibile ad occhi che non sanno fermarsi a cogliere la forza di un seme. Non si impone con mezzi grandiosi. Dio sceglie ciò che è debole, ciò che è piccolo e disprezzato.

La parabola del lievito porta a scorgere la crescita dell’impasto come lezione sulla preziosità del lievito che si disperde per una trasformazione che genera il pane. Il lievito è presenza nascosta che si disperde per far crescere tutta la pasta. Nella pasta della storia e dell’umanità c’è una presenza di dono che sta a servizio.

Gesù invita a non pensare una comunità isolata e che si contrappone. Indica a scorgere la fecondità di un piccolo seme e maturare la fiducia di vita uno stile di aiuto a crescere e sperare per gli altri. Suggerisce di non cercare il proprio interesse ma di perdersi nella realtà.

Alessandro Cortesi op

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(murales in memoria di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone realizzato per volontà dell’Associazione Nazionale Magistrati della sezione distrettuale di Palermo, sulla parete dell’IISS “Gioeni – Trabia” di Palermo, opera degli street artists siciliani Rosk e Loste)

Grano e zizzania

Tre notizie ed eventi di questi giorni richiamano al fatto che la zizzania si mescola drammaticamente al grano, talvolta essa si presenta come grano corrotto difficile da distinguere ma non meno pericoloso e dannoso. C’è un’opera da compiere per lasciare spazio al buon grano che non rimanga soffocato, con sguardo di speranza ma con occhi aperti a saper distinguere e non arrendersi ad una seminagione di male che è pervasiva e contrasta con la pazienza di Dio. Un punto è chiaro: non si deve confondere il male con il bene e non si deve cedere alla paura in questa lotta impegnativa. Ed anche nella devastazione è importante maturare la pazienza di chi ricostruisce.

Prima notizia: la mafia a Palermo ha danneggiato la statua commemorativa di Giovanni Falcone proprio nell’avvicinarsi della data del 19 luglio giorno di memoria dell’attentato di via D’Amelio che coinvolge la città di Palermo ma anche tutta l’Italia e chi persegue giustizia e legalità.

Paolo Borsellino dopo l’uccisione di Falcone sapeva che stava avvicinandosi la mano di chi l’avrebbe ucciso, 57 giorni dopo, insieme a uomini e donne della sua scorta al tramonto di una calda domenica di luglio in via D’Amelio davanti alla casa d sua madre. Una mano criminale collusa con responsabili più alti che appartenevano ad apparati dello Stato, lo colpì. Proprio lui che risultava scomodo e sgradito per aver scoperto collusioni e patti con i poteri criminali mafiosi per la spartizione del potere e di cui ancora dopo tanti anni non è stata fatta chiarezza. Come ha ricordato Rita Borsellino in una commossa testimonianza parlando seduta in carrozzella la sera del 18 luglio scorso, il magistrato Paolo, suo fratello, avvertì l’importanza di lasciare un testamento spirituale una consegna ai giovani che si radunarono nella grande manifestazione tenutasi dopo la morte di Falcone a Palermo. Fece di tuto per poter partecipare di persona a quel momento e lasciò ai giovani scout radunati il testo delle beatitudini, mettendo nelle loro mani di giovani quella speranza che aveva guidato la sua vita. Davanti alle forze del male l’aveva guidato la certezza – una certezza che si radicava nella sua fede – che valeva la pena di spendersi come un seme che muore sulla terra nella ricerca di ciò che è bene e giusto. La sua testimonianza autentica di fede e di uomo consapevole della sua responsabilità civica nel servire lo Stato e la convivenza civile si compiva in un impegno che guardava al giorno in cui la mafia sarebbe stata vinta. Come scrive il presidente del Senato Pietro Grasso in questo anniversario ricordando i tratti familiari e quotidiani del sorriso di Paolo Borsellino:

“Il 19 luglio è un giorno che racchiude in sé dolore, emozione e pensieri, ricordi, bilanci e promesse che trovano spazio all’ombra dell’ulivo piantato nel luogo in cui un tremendo boato trascinò con sé la vita di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il dolore e lo sconforto confondono e ridisegnano la nozione che abbiamo del tempo: ecco come venticinque anni – o cinquantasette giorni – sembrano interminabili e, al tempo stesso, volati via in un secondo. La quiete di una domenica qualunque d’estate si trasformò, in un istante, in una ferita che non potremo mai sanare. Non abbiamo dimenticato nulla di quella domenica palermitana, né della vita e dell’esempio degli uomini e delle donne vittime della furia omicida della mafia. Borsellino ha saputo, con la fermezza e la dedizione di un uomo innamorato del suo Paese, dare a tutti noi una grande lezione di coerenza e di senso del dovere. Il suo esempio è sopravvissuto all’esplosivo di Via D’Amelio, al tempo, alle calunnie, ai pezzi di verità mancanti: vive e si rafforza nei gesti di chi, ogni giorno, si impegna per la legalità e la giustizia; nella voce di quanti non rimangono più in silenzio; nel coraggio che serve per rifiutare compromessi e scorciatoie indebite; nella certezza che non cederemo mai fino a quando, e succederà, la mafia avrà una fine” (post di Piero Grasso su Facebook).

Rosaria Schifani, moglie di Salvatore, uno degli agenti della scorta di Giuseppe Falcone con lui ucciso nell’attentato di Capaci ha detto: “Ecco, forse la mafia pensava, si illudeva di potersi prendere lo Stato. Ma non è successo». E alla domanda a lei rivolta ‘Quando ha cominciato a sperare?’ così risponde: «A me di sperare l’ha detto Borsellino. Massacrato venti giorni dopo il nostro incontro, a casa sua, fra i suoi figli e la moglie, la signora Agnese. Lui sapeva che cosa gli sarebbe accaduto. La sua grandezza nelle sue parole: ‘Questa terra diventerà bellissima. Non te ne andare. Il futuro è come una scala, io non salirò i primi gradini, tu arriverai in cima…’. Una profezia. Agghiacciante» (intervista a Il Corriere della Sera: F.Cavallaro, Rosaria Schifani: ‘La mia speranza sono i figli delle vittime di mafia, Il Corriere della sera 21 maggio 2017).

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La seconda notizia parla di una zizzania presente all’interno della chiesa cattolica in uno scandalo emerso da una inchiesta nella diocesi tedesca di Ratisbona: “La Germania è sotto choc per le conclusioni di un’inchiesta condotta su incarico della diocesi della città bavarese al confine austriaco, che ha fatto luce su una grave e tristissima vicenda di violenze contro almeno 547 bambini (500 casi di violenza fisica e 67 sessuale, la cifra è più alta delle vittime perché alcune di loro hanno subito entrambi gli abusi), a partire dal 1945, ma soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, e con ultimi casi fino al 1992. A presentare il rapporto, a 7 anni dalle prime grandi denunce di ex allievi, è stato l’avvocato incaricato dell’indagine, Ulrich Weber. Il quale ha precisato che la cifra presentata è quella dei casi «altamente plausibili», ma, ha aggiunto, la cifra reale potrebbe essere di almeno 700. «Le vittime – si legge nel rapporto – hanno descritto la scuola elementare in Etterzhausen e Pielenhöfen come “carcere”, “inferno”, “campo di concentramento”». Se la scuola elementare è stata la più colpita, violenze si verificavano anche nel ginnasio (che in Germania comincia dopo la scuola elementare e finisce alla maturità), soprattutto nelle prime classi, ma in misura inferiore. «La violenza fisica – recita il documento – era quotidiana, praticata nei modi più brutali a una vasta parte degli allievi», con anche violenze psicologiche (umiliazioni, isolamento, divieto di comunicare) e per banali ragioni come semplici violazioni di regole, rendimento insufficiente o per «moventi personali» (…) a capo del coro dei Domspatzen è stato, dal 1964 al 1993, Georg Ratzinger, il fratello oggi novantatreenne del Papa emerito Joseph Ratzinger. Weber l’ha chiamato in causa anche per aver partecipato alla «cultura del silenzio», per cui «praticamente tutti i responsabili (della struttura ndr) erano almeno in parte a corrente». In particolare a Georg Ratzinger, ha detto l’avvocato, «va rimproverato di aver guardato da un’altra parte e non esser intervenuto pur essendo al corrente» delle violenze fisiche. (…)Nel rapporto viene criticato il modo in cui il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che era vescovo di Ratisbona nel 2010, ha gestito la vicenda subito dopo le prime denunce, criticando il fatto di non aver cercato il dialogo con le vittime” (Giovanni Maria Del Re, Coro di Ratisbona: ‘Violenze o abusi su di 547 bambini’, “Avvenire” 19 luglio 2017)

Uno scandalo che ripropone situazioni già vissute in altre regioni del mondo e che vede realtà della chiesa cattolica sede di violenze e sopraffazioni attuando le medesime logiche di silenzio, di giudizi tesi a minimizzare, di trascuratezza e accondiscendenza, di insabbiamenti fino alla copertura consapevole dei colpevoli di tali obbrobriosi reati.

La peculiarità del caso Ratisbona sta nel fatto che si tratta della pubblicazione delle conclusioni di un’inchiesta avviata per iniziativa della diocesi stessa, non condotta dall’esterno. E’ espressione da un lato di una precisa volontà che si sta affermando all’interno della chiesa di fare chiarezza, di guardare in faccia il male e di chiamare per nome i reati commessi, dall’altra della situazione di violenza inferta alle persone più fragili e indifese come i bambini, del dolore di vite ferite per sempre, segnate da traumi inguaribili e delle molteplici responsabilità al riguardo.

Tale notizia dovrebbe essere occasione di un profondo ripensamento e di revisione nella chiesa. Queste inchieste devono aprire l’interrogativo sul perché si è reso possibile l’agire in modo continuativo e nella invisibilità di pedofili e violenti in luoghi educativi, senza alcuna reazione, senza denunce di ciò che stava accadendo. Si rende urgente anche una riflessione sulla configurazione e sul ruolo del prete, sui percorsi di formazione dei seminari, sulle modalità di intendere ed esercitare la funzione ministeriale come potere che conduce ad utilizzare e opprimere i più deboli. Marco Marzano osserva: “la Chiesa Cattolica si è trovata e si troverà in futuro decine di volte ad essere messa sul banco degli imputati per le azioni esecrabili di alcuni suoi membri. È venuto il momento per la grande istituzione di assumersi direttamente la responsabilità di tutto questo, di ammettere che quei crimini non sono solo il risultato del comportamento di alcune personalità malvage o perverse, ma anche in grande misura la conseguenza di un modello formativo, di un addestramento specializzato, di un’immagine del prete e del suo ruolo che l’istituzione ha costruito in secoli lontani (nei quali la pedofilia e le botte ai ragazzini non erano nemmeno reati) e che si rifiuta ostinatamente di cambiare, anche di fronte ad evidenze come quella di Ratisbona. Penso sia necessario quindi che la Chiesa non solo compia un profondo atto di contrizione e una richiesta di perdono, ma anche che avvii un gigantesco e pubblico processo di autocoscienza, di autocritica: qualcosa di simile a quello che hanno fatto i tedeschi dopo la fine del nazismo. Sarebbe un gesto liberatorio e straordinario, che porterebbe davvero la Chiesa nella modernità, riscattandosi da una delle sue pagine più buie. Ci pensi Francesco. Sarebbe un modo per entrare davvero nella storia”. (Marco Marzano, Adesso Francesco ha un dovere ribaltare la chiesa delle bugie, “Il Fatto Quotidiano” 19 luglio 2017).

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205512796-58366d09-902b-4c46-86e6-a56bc28a7217La terza notizia è portata da alcune foto giunte dalla biblioteca di Mosul dopo che la città è stata riconquistata e le milizie di Daesh hanno abbandonato dietro di loro solamente macerie e devastazioni. Le foto impressionano perché un luogo di sapere e di custodia dei libri appare completamente distrutto dal fuoco e distrutto il patrimonio che esso conteneva. E’ un oltraggio alla storia e all’umanità ma anche una ferita profonda che mina le prospettive di futuro. Le foto ritraggono volti di giovani che raccolgono quanto resta dei libri e quanto è stato risparmiato dal fuoco distruttore. Uno tra di loro su di una sedia traballante ha preso tra le mani un antico strumento musicale e ha fatto risuonare note di bellezza all’interno della bruttura della devastazione tutto attorno. Il paziente lavoro di raccolta e di raduno è espressione di uno sguardo che non si lascia intimorire dal male ma che trova modo di impegno per costruire anche laddove sembra non vi sia alcuno spazio per il bene e per il futuro. Raccogliere le tracce di una storia antica, prendersi cura di un’eredità da cui si proviene è gesto che rivela la pazienza di chi garda lontano e dà spazio a quanto può essere seme per ricominciare in direzione contraria per una storia diversa dai percorsi della violenza e dell’ignoranza.

Alessandro Cortesi op

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XVI Domenica Tempo Ordinario anno A – 2014

DSCF2119Sap 12,13.16-19; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

La parabola del seminatore (Mt 13,18-23) aveva posto in luce quattro tipi di terreni: quelli che non portano frutto perché non comprendono la parola del regno, quelli che non portano frutto in modo completo, ma solo parzialmente; quelli che non danno frutto perché preoccupati dalle ricchezze, queli infine che recano frutto in modo fecondo.

Le domande aperte dalle diverse situazioni dei terreni possono essere colte come motivo di fondo delle altre parabole che Matteo fa seguire: la parabola della zizzania (13,24-30) offre una risposta alla domanda perché le erbacce che non recano frutto non vengono sradicate; quelle del grano di senape e del lievito (13,31-33) affrontano il tema della fatica e della prova e rispondono all’interrogativo perché è necessario sopportare tribolazioni per portare frutto. Le parabole del tesoro e della perla (13,44-46) suggeriscono come la scoperta del regno conduca ad offrire tutto, fino al dono della stessa vita; infine la parabola della rete piena di pesci (13,47-50) indica una risposta alla questione di quando si riveleranno coloro che hanno dato tutto il frutto possibile.

Tutte le parabole possono essere lette come paragoni in riferimento a situazioni di vita che rinviano alla descrizione del regno di Dio: gesù non definisce il regno ma lo racconta nel suo parlare in parabole, nel suo richiamare situazioni di vita. Il regno risulta così indicato come il farsi vicino di Dio che ha passione per l’uomo e la creazione, che intende liberare e dare vita facendo entrare in una relazione con lui e aprendo ad un modo nuovo di rapportarsi con la vita e con gli altri. Nelle parabole ha spazio la quotidianità, il rapporto con la terra, con l’attività dell’uomo, nelle parabole è dato spazio alla vita degli umili.

La parabola della zizzania presenta così la dinamica della presenza e della vicenda del ‘regno’ come luogo della pazienza di Dio. La parabola è innanzitutto una riflessione sulla realtà, in cui nel campo è presente seme buono e seme cattivo. E’ uno sguardo che paragona la mescolanza di buon seme e cattivo seme alle concrete situazioni umane fatte di luci e di ombre di bontà e malvagità, che stanno insieme e non separate. La zizzania, una sorta di gramigna, simile nell’asspetto al grano buono, viene seminata ‘mentre gli uomini dormono’. Si può cogliere forse in questo particolare uno sviluppo da parte di Matteo della breve parabola presentata da Marco sul seme che cresce da solo “sia che il seminatore dorma, o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”.

La zizzania seminata infatti non viene estirpata prima della mietitura. Ai servi che chiedono “Vuoi che andiamo a raccoglierla” il padrone del campo risponde “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura”. L’indicazione di fondo è quella di attendere, di lasciare tempo ad una crescita. Attendere e lasciare, due attitudini ben diverse da chi vive nella fretta di una separazione e pretende di fare subito chiarezza.

E’ una parola rivolta ad accettare la fatica di una situazione in cui male e bene sono presenti insieme. Non si tratta di un compromesso di fronte al male. C’è una presa d’atto della complessità delle situazioni umane, ma anche un chiaro orizzonte di mitezza e di attesa che sia dato tempo perché anche chi compie il male possa cambiare. E’ invito ad aprire gli occhi sullo scandalo del male, che attraversa la storia. Ma al centro della parabola sta l’annuncio dell’attesa di Dio. Il volto di Dio che Ges annuncia è volto attento a non togliere alcun elemento anche piccolo di bene, preoccupato perché il bene possa avere tempo di maturazione. E’ una parola che apre a scorgere la pedagogia di Dio e del regno. E anche invito a cambiare mentalità, ad uscire da una mentalità di giudizio e di separazione, per assumere il senso dell’uso del tempo come tempo di cambiamento e di conversione al bene, e per accolgiere la responsabilità dell’attenzione e della cura.

La parabola è anche una indicazione per la comunità di Matteo. La comunità stessa non è composta solamente di giusti, ma vede al suo interno lo scandalo del male e dei peccatori. La pretesa di una comunità composta solamente di giusti è una forma di orgoglio, che non tiene contro della realtà e che segue una logica di esclusione. L’invito è piuttosto quello di lasciar crescere, offrendo lo spazio del tempo e della pazienza. La parabola si concentra così sulla pazienza di Dio che attende, non risolve le situazioni con la forza, ma suscita responsabilità nel tempo.

Al centro della parabola del granello di senape sta da un lato l’aspetto della crescita: da un piccolo inizio vi è uno sviluppo che apre ad un effetto imparagonabile. Tuttavia sembra che una particolare insistenza sia nell’essere seminato sulla terra. E’ un accento riscontrabile nella versione della parabola presente nel vangelo aprocrifo di Tommaso: “E’ simile a un granello di senape, che è il più piccolo di tutti i semi. Ma quando cade sulla terra arata, produce un grosso arbusto e diventa un rifugio per gli uccelli del cielo”. Un seme deposto, non muore, ma porta frutto: è quanto verrà ripreso dal IV vangelo in: “chi vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi perde la sua vita per causa mia la troverà” (Gv 12,24). Così nella parabola del lievito nella pasta l’accento principale sta nell’azione del lievito che non è visibile, ma ha una forza che muove nel profondo ed è interiore: l’insisetnza va non tanto sulla diversa quantità tra lievito così esiguo e la pasta (cfr. 1Cor 5,6), ma sul fatto che il lievito è seminato, è posto dentro e mescolato dentro la pasta.

Una allusione di questa parabola alla vicenda di Sara e Abramo può esere importante per coglierne un messaggio sotteso. E’ infatti Sara la moglie di Abramo che nell’episodio dell’ospitalità dei tre sconosciuti che giungono alla tenda presso Mambre (Gen 18,6), impasta una quantità di farina pari a quella indicata nella parabola tre staia: è una quantità enorme – tre staia corrispondono a circa 50 chili -. Centinaia di persone possono essere sfamate con una tale quantità di farina: si tratta di una grandezza smisurata. E’ un segno dell’abbondanza che sgorga dalla promessa di Dio e dalla fede di Abramom, e dall’ospitalità di Sara. Quel piccolo gesto dell’accoglienza, il ricevere la vista di quegli ospiti sconosicuti e l’affidamento alla loro parola, è inizio di una storia che trova fodnamento nella fede. Nei profeti questa storia viene descritta come la vicenda di un piccolo germoglio che diviene grande albero: “Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro… e lo pianterò sopra un monte alto…metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami dimorerà” (Ez 17,22-24). C’è una storia di incontro, di possibile rifugio, come quello di uccelli che trovano dimora su di un albero grande, che attrevsra la storia umana e la vicneda del cosmo stesso. E’ una vicenda che non eslcude, che si apre a tutti, e ancor più si apre a comprendere la partecipazione di tutta la realtà. La fede di Abramo, l’ospitalità di Sara, sono i termini di riferimento di questa fecondità di vita che coinvolge tutto il mondo: il regno di Dio è questo grande movimento di incontro nuovo, che Gesù ricorda e richiama con le sue parole.

Infine una osservazione sullo stile del parlare di Gesù: Gesù parla di Dio guardando i gesti di un contadino che getta la semente nel campo, osservando la crescita di piccole piante, cogliendo l’intreccio di piante buone e meno buone in un campo seminato, guardando le reti di una barca. Gesù parla di Dio non facendo uscire dal mondo e dal linguaggio del quotidiano, ma scoprendo la presenza di Dio, il suo regno, lì dentro. Così in modo inaudito Gesù parla di Dio facendo riferimento ai gesti di una donna che impasta farina e lievito: Gesù parlava e lo ascoltavano anche donne che vivevano in una condizione di enarginazione religiosa e sociale. E comprendevano che il volto di Dio che Gesù annunciava non era il Dio dei forti e di chi dominava, ma il Dio che scorgva la preziosità dei volti, non il Dio dell’esclusione, ma dell’accoglienza. Una inaudita parola che annunciava Dio parlando dei gesti di una donna nella quotidianità della casa, nei gesti dell’ospitalità.

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‘Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene’ (Rom 12,21): foto di un manifesto nella Chiesa di san Nicola a Lipsia (Nikolaikriche Leipzig) – sede delle preghiere per la pace 1989

Alcune osservazioni per noi oggi.

Viviamo anche noi oggi lo scandalo del male. Rendersi consapevoli della presenza dell’azione dei malvagi che si confronta con l’azione dei giusti insieme è passaggio fondamentale per non rimanere nell’ingenuità di un mondo ideale scontrandosi poi con la cocente disillusione di fronte all’esperienza. D’altro lato scoprire come il campo della vita e della storia sia luogo di grano insieme ad una seminagione cattivo, la zizzania, aiuta a non rimanere schiavi di una concezione negativa del mondo e dell’uomo in quanto malati alla radice e asserviti alla malvagità. Scorgere grano e zizzania è guardare la realtà accostarsi alla complessità del reale, imparando la fatica del vivere nella complessità senza cedere al male. Non solo c’è bene e male fuori di noi, ma anche nel nostro intimo c’è mescolanza di scelte di bene e di compromesso con l’egoismo, l’ingiustizia e il male. Saper attendere per sé e per gli altri, lasciare il tempo della crescita è vivere una attitudine fiduciosa: non nella connivenza o timidezza di fronte al male ma nell’impegno perché chi compie il male cambi orientamento. E’ sguardo di speranza su di sé e sugli altri: possiamo cambiare e crescere e lo sguardo di Dio è quello non di un giudice ma di un educatore attento e fiducioso che non estirpa, non esclude, ma conosce la pazienza dell’attesa, non ha di mira una purezza senza discussione, ma è preoccupato che ogni apertura di bene non rimanga senza respiro. La sua mitezza è forza di attesa e di operosità perché anche l’empio ritrovi la sua via.

Le delusioni e i fallimenti che una situazione crisi economica e sociale pongono di fronte, così come i fallimenti di sforzi di costruire pace in terre dove c’è violenza può far crescere sentimenti di inutilità e di abbandono di ogni genere di impegno. L’insistenza delle parabole di Gesù sul momento della semina ci fa guardare in modo diverso tutte le possibilità di gesti anche piccoli e la loro fecondità che ora non vediamo. Il deporre un piccolo seme è in sé inizio di un processo di cui non siamo in grado di calcolare gli esiti: è questo un motivo per cogliere l’importanza di impegni anche minimi e quotidiani in una situazione di crisi e nonostante la contraddizione evidente.

Il mondo e la storia sono permeati dell’energia nascosta e feconda del regno di Dio che inizia dai gesti di ospitalità di Sara e dall’apertura del cuore di Abramo: è il medesimo regno che Gesù rintraccia nel gesto quotidiano di una donna che impasta la pasta per cuocere il pane. C’è una storia del regno che attraversa le culture, le religioni, ed è presente nella vita, nelle sue pieghe e attimi nascosti, nelle persone umili: dare spazio a questa vicenda è il servizio di profezia a cui Gesù chiama per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

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