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VII domenica del tempo ordinario – anno A – 2017

img_2280Lv 19,1-18; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

“Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui.”

Covare odio nel cuore: covare è il gesto dello star sopra, è la modalità con cui gli animali ovipari trasmettono alle uova il calore stando accovacciati nel dare calore ad un uovo destinato a schiudersi. Covare è verbo della custodia che attende la crescita un po’ alla volta, con pazienza. Covare è verbo di vita ma covare odio è l’atteggiamento che si fa custodia di un germe non di vita ma di morte. Covare odio è generatore di negazione dell’altro. Al centro della legge sta uno sguardo all’altro che si collega allo sguardo a Dio che apre ad essere responsabili verso l’altro. Tutti, uomini e donne sono immagine e somiglianza di Lui: per questo il rapporto con l’altro reca con sé una scelta nel rispondere alla chiamata di Dio nella vita. C’è un comune provenire da Dio stesso. L’invocazione non uccidere che proviene dallo sguardo dell’altro è chiamata: esige risposta, responsabilità. Covare custodendo non i germi della vita, ma l’odio che è sentimento produttore di morte, è venir meno all’alleanza con Dio che rinvia al rapporto con l’altro.

Gesù riprende i riferimenti alla legge di Mosè e li conduce alla loro radice, indicando vie di nonviolenza: “Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra”. Già la legge del taglione era un modo per superare la logica della vendetta senza misura indicando un limite invalicabile. La sua formulazione andava nella linea di porre un contrasto alle forze di aggressività ed alla logica della violenza presenti nel cuore umano. La legge conduceva a scorgere il contrasto tra l’uso della violenza e l’agire di Dio che perdona come pure l’inutilità della violenza e la sua infecondità.

Gesù conduce fino in fondo questo orientamento: indica una via che appare impossibile a praticarsi. Solamente lo stare inermi davanti all’altro apre orizzonti impensabili di bene. La risposta al male con il male, alla violenza con la violenza è apparente vittoria e supremazia nella logica del più forte, ma si rivela prima o poi un fallimento. E’ questa la sconsolata constatazione che ogni guerra condotta nella storia, dalle piccole guerre a quella più grandi anziché produrre bene ha generato immani sofferenze, ferite sanguinanti, lutti e ingiustizie che prima o poi sono terreno di coltura di altra violenza, di altro dolore.

Gesù richiama ad un impossibile che si manifesta come via che risponde alle esigenze più profonde dell’essere umano. Apre la via ad una vita non segnata dalla logica mortale della violenza e del male. Fa fiorire una nostalgia di una umanità capace di relazioni nuove, nascosta e spesso offuscata dentro i cuori.

“Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.

La richiesta di Gesù di giungere ad amare non solo il prossimo, ma anche il nemico sfida la comprensione umana, il buonsenso e le capacità e le risorse del cuore e della mente. L’esperienza dice che nella vita sono presenti i nemici; in tanti modi la vita è minacciata da chi vuole il male e lo attua in forme talvolta subdole, volte a generare sofferenza, con cattiveria e cinismo. Davanti al nemico la reazione immediata è la paura, l’odio, il desiderio di rispondere al male con il male.

Gesù invita a non reduplicare il male che si riceve. Suggerisce di volgersi ad un cammino arduo di libertà. La scelta di non rispondere al male con il male apre a seguire una via alternativa. L’unica motivazione per questo è l’essere riflesso di un modo di agire che è quello di Dio: un Dio che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. E’ importante che Gesù rinvii alla creazione, alla natura. Il volto di Dio comprensibile a tutti è il volto riflesso nella gratuità della luce offerta a malvagi e buoni indistintamente. Come il sole che splende senza riservare i suoi raggi e il suo calore a qualcuno e senza toglierli ai malvagi. La natura diviene grande maestra di una comunicazione dello stile di Dio.

E’ difficile non restituire il male ricevuto, non covare sentimenti di vendetta e di odio. Gesù non porta a confondere i gesti di cattiveria con quelli della bontà, non mescola bene e male in una indistinta confusione. Dice che Dio fa splendere la luce perché solo questa gratuità per buoni e malvagi è via per un cambiamento e per un’uscita dalla schiavitù del male. Non altro.

Amare in perdita senza pretese di contraccambio non è precetto da adempiere, ma è via aperta di felicità. E’ possibilità di covare non germi generatori di morte, l’odio nel cuore che rende la vita ripiegata e asservita al desiderio di male, ma la gratuità di una luce accolta con gratitudine che sola porta vita. Gesù suggerisce i quattro verbi: amate, pregate, porgete, prestate quale esercizio per una prassi concreta di trasformazione del cuore. Nessuno potrà dire di aver compiuto questo. Ma nell’intraprendere tale via ci si apre alla scoperta di poter accogliere quel dono che è l’agire di Dio. E questo solo apre all’impossibile.

In questo forse è da scorgere una sapienza che non s’identifica con l’accumulo di erudizione o con l’abilità di tipo tecnico o scientifico, ma è il lasciarsi prender e contagiare da uno stile, lo stile della gratuità di Dio, che può essere accolto e custodito al cuore della vita umana: “Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente”.

Alessandro Cortesi op

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Sono solo canzonette…

Uno sguardo ai testi delle tre canzoni giunte in finale al recente festival di Sanremo può suggerire interessanti spunti di vicinanza, talvolta quasi eco, alle parole evangeliche di questa domenica.

La canzone che ha vinto il primo premio presenta una musica facilmente orecchiabile e ballabile ed è stata arricchita dall’esibizione danzante di uno ballerino-scimmia accanto all’artista Francesco Gabbani. E’ una riflessione sulla ‘scimmia nuda’ che balla, con allusione alle teorie dell’antropologo Desmond Norris che parla dell’uomo come scimmia che ha vissuto un venir meno della copertura di peli, ma che fondamentalmente nei suoi comportamenti si orienta come le altre scimmie. Il testo della canzone non è di facile accostamento: le parole, a prima vista sembrano essere assembrate senza nessi evidenti. Ad una lettura più attenta il testo fa riferimento ad una contraddittorio mescolamento tra adesione al messaggio di religioni orientali e la condizione dell’uomo occidentale contemporaneo schiacciato nel suo individualismo e narcisismo. La trasformazione che l’umanità sta vivendo nell’età post-moderna va nella direzione di una vita di individui ripiegati su se stessi nella rinuncia a tutto quanto è pensiero e fatica: il rispecchiamento di se stesso, il selfie è cifra della condizione dell’individuo che ha rinunciato a porsi domande esistenziali : “Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi. / L’intelligenza è démodé / Risposte facili / Dilemmi inutili”.
In tale quadro il fascino della spiritualità orientale che si diffonde nel mondo occidentale ha un suo peso e viene inseguito spesso in modo acritico e superficiale senza coglierne le profondità, quasi come un respiro di prigionieri in carcere: “C’è il Buddha in fila indiana / Per tutti un’ora d’aria, di gloria. / La folla grida un mantra”.

Karma è termine sanscrito che indica la forza capace di far sì che le persone possano essere protagoniste del proprio destino, ma non appare che nel contesto occidentale questo sia possibile dove la corsa sembra sia orientata verso un benessere pieno di cose superflue e ad una fuga lontano dall’altro nella contrapposizione tra relazioni evitate nel reale e vissute solamente nel mondo virtuale. “Piovono gocce di Chanel / Su corpi asettici / Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili. / Tutti tuttologi col web / Coca dei popoli / Oppio dei poveri”.

La scimmia nuda balla, come nella preistoria e forse una nuova condizione preistorica è quella che si affaccia là dove uomini appaiono accomodati in una comoda gabbia, con la possibilità di navigare ovunque in internet, ma nell’incapacità di scorgere sentieri di libertà: “Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo. / Intellettuali nei caffè / Internettologi. (…) La scimmia nuda balla / Occidentali’s Karma”.

C’è una ricerca di sapienza che vada oltre le forme scontate e consuetudinarie, oltre il dominio di una tecnica. Ma questo può divenire moda effimera o può aprirsi a quella sapienza dello Spirito che conduce a vivere una nuova scoperta di quell’origine dell’essere umano nella sua chiamata fondamentale: scimmia che ha la dignità della responsabilità di scegliere la via del bene, di cercare e compiere il proprio ‘karma’.

Nella canzone di Fiorella Mannoia “Che sia benedetta” attribuito a vita è l’aggettivo ‘perfetta’: la vita è perfetta. E’ affermazione che a primo impatto non può non suscitare una reazione di indignazione e di sconcerto pensando alle tante forme di dolore, di assurdità e di tragedia che sono presenti nelle vite di tanti. La vita non è affatto perfetta. Le vite della stragrande maggioranza della popolazione mondiale è fatta di stenti, di malattie, di migrazione, è lotta quotidiana per sopravvivere, è dolore e morte. Ma forse questa è la medesima reazione che si può provare di fronte alle parole del vangelo ‘siate perfetti…’ Anche qui è presente una assurdità. C’è stata una retorica della perfezione che ha inquinato la vita dei credenti: i perfetti sono stati indicati come coloro che si sono dedicati alle ‘cose spirituali’ contrapposte alle ‘cose materiali’. La perfezione è stata prospettata quale fuga dall’esistere quotidiano, o come un esito di sforzi e di osservanze religiose esteriori o peggio ancora l’inseguimento di una scrupolosa attenzione a sé che fa perdere del tutto la possibilità di guardare agli altri. Ma forse il senso di questa parola è da ricercare in altre direzioni e in diversi orizzonti: nel testo della canzone della Mannoia si legge anche: “In questo traffico di sguardi senza meta / In quei sorrisi spenti per la strada / Quante volte condanniamo questa vita / Illudendoci d’averla già capita/ Non basta non basta / Che sia benedetta”

Il benedire la vita sorge non da una attitudine di spensieratezza e di trionfo, ma da una consapevolezza di non averla compresa nelle sue profondità, da un sentimento di imperfezione. Il dire sia benedetta sorge da una consapevolezza di limite, di ferita, di imperfezione

“A chi trova se stesso nel proprio coraggio / A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio / A chi lotta da sempre e sopporta il dolore / Qui nessuno è diverso nessuno è migliore. / A chi ha perso tutto e riparte da zero perché niente finisce quando vivi davvero / A chi resta da solo abbracciato al silenzio / A chi dona l’amore che ha dentro / Che sia benedetta”.

E i profili dei viventi, nessuno diverso nessuno migliore, sono quelli di chi riconosce in sé l’impasto imperfetto e contraddittorio di polvere di stelle e di polvere di terra: “Siamo eterno siamo passi siamo storie / Siamo figli della nostra verità (…) / E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta”.

Allora la vita è ‘perfetta’ non perché si passa sopra a tutto il male che la segna né perché ingenuamente si guarda ad un momento di spensieratezza ma perché in essa si può riflettere, nel suo essere radicalmente imperfetta, un tratto di quell’amore che è la gratuità stessa di Dio e la nostalgia più profonda del cuore umano.

La canzone di Ermal Meta dal titolo ‘Vietato morire’ suggerisce il messaggio di vincere la violenza non reduplicando il male, ma generando percorsi nuovi nonostante il male ricevuto, la vita possa generare bene per altri e non ancora malvagità. Il tratto autobiografico di questa canzone provoca a pensare. Ed è triste rappresentazione della condizione di un presente segnato dalla pervasività della violenza tra le pareti di casa, attuate e perpetrata nelle forme più quotidiane e nei luoghi più sacri. La canzone è il racconto di una violenza subita silenziosamente e con paura in famiglia per la presenza di un uomo violento che non rispetta la sua donna: “Ricordo quegli occhi pieni di vita / E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia / Ricordo la notte con poche luci / Ma almeno là fuori non c’erano i lupi”.

Le parole di questa canzone rinviano – quale ricordo di figlio che ripensa al doloroso percorso  – al faticoso percorso della madre nel credere che sia possibile aprire al sogno dell’amare dando ad altri quanto non si è ricevuto. In filigrana si può leggere il volto di una donna vittima di violenza. Per lei questa tragica esperienza diviene scelta ad orientare la vita in modo diverso e a vivere la sua maternità per generare una vita non asservita alla violenza, ma libera per non morire. Da qui il titolo ‘vietato morire’. Nella canzone si delinea così il profilo di una donna forte che sceglie di non far proseguire la spirale della violenza, ma di coltivare percorsi di sogno e d’amore, invitando a ‘cambiare le stelle’ ricordando che l’amore non colpisce mai. Non può mai essere confuso l’amore con le forme di violenza più plaesi o più sottili, come tanto spesso avviene.

“E la fatica che hai dovuto fare / Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore / Hai smesso di sognare per farmi sognare / Le tue parole sono adesso una canzone / Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai / E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai (…) / E scegli una strada diversa e ricorda che l’amore non è violenza / Ricorda di disobbedire e ricorda che è vietato morire, vietato morire”.

Sono solo canzonette… ma forse racchiudono un messaggio che apre a scorgere quella via di nonviolenza, di sguardo alla vita nel luce di una benedizione che è gratuità, nella direzione di una responsabilità per farsi protagonisti del proprio destino: in fondo parole che generano echi di vangelo da inseguire nella musica dei versi.

Alessandro Cortesi op

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XI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(acquerello di Silvia Gastaldi)

2Sam 12,7-10.13; Gal 2,16-19.21; Lc 7,36-8,3

Dalla pagina del vangelo proviamo a raccogliere alcuni elementi che ci aiutano ad una riflessione per accogliere il vangelo nella vita.

Il quadro che fa da cornice alla scena narrata da Luca è la casa del fariseo Simone. Lo stare a tavola di commensali per un invito in cui anche Gesù è invitato a mangiare insieme.

Inattesa e improvvisa si presenta l’irruzione di una donna, subito presentata al lettore senza indicazione del nome ma nella sua condizione ‘una peccatrice di quella città’: “Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; [38] stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo”. I suoi gesti sono gesti di gratuità, di accoglienza e di amore, propri di chi non considera convenienze sociali da rispettare o pudore da osservare. Sono gesti dello spreco senza calcolo e dell’amore appassionato, fatto di lacrime, carezze, contatto dei corpi.

La narrazione a questo punto fa entrare nel pensiero di Simone: “Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: ‘Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!'”. Si tratta di un giudizio che mira a collocar le persone secondo categorie stabilite, applicando rigide regole di appartenenza: la donna è giudicata come peccatrice, e Gesù, invitato forse per metterlo alla prova e per verificare che tipo fosse, viene rapidamente escluso dall’essere considerato profeta.

A questo punto entra in gioco nel movimento dei personaggi la parola e il gesto di Gesù. Il gesto prima della parola. In quell’invito ‘Simone ho una cosa da dirti…’ si può scorgere una sorta di accompagnamento in disparte dalla tavola, per una comunicazione a tu per tu. Gesù non addita Simone in mezzo agli altri invitati e davanti alla donna stessa accusandolo di essere un giudice chiuso nei suoi pregiudizi, incapace di scorgere i cuori, meschino nella sua mentalità piccolo borghese. Gli indica solamente: ‘ho una cosa da dirti..’. Lo introduce nella delicatezza ad un dialogo che si svolge come pedagogia e accompagnamento a scorgere dimensioni inaudite dell’esistenza: “Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». [41] «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. [42] Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». [43] Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene»”. Gesù ha fiducia che Simone possa ascoltare, lo prende da dove si trova per condurlo un po’ più su…

A Simone Gesù racconta una parabola. Gli parla di cose familiari: una situazione di un creditore e due debitori. Gli fa ricordare forse situazioni vissute direttamente o a lui vicine data la realtà di crisi economica che segnava l’alta Palestina del I secolo e di cui molta gente soffriva le conseguenze. Chi amerà di più di fronte ad un debito condonato? E Simone risponde bene: chi aveva con quel creditore un debito più grande. E’ la legge dei rapporti economici, ed è anche per certi verso la legge della religione dive ci si rapporta a Dio come un grande creditore, con senso di un debito da estinguere. Dietro alla risposta di Simone sta la considerazione che un condono genera riconoscenza, fa passare dalla paura alla serenità, anzi genera sentimenti di benevolenza verso chi ha tolto un peso così pesante. Il debitore di tanti soldi vorrà bene a chi non lo ha costretto ad un pagamento impossibile, anzi lo ha lasciato andare libero. In questa parabola Gesù lascia aperta la domanda, e Simone risponde, ben conoscendo questa logica di economia e di soldi: lui, uomo della legge, sa risponde secondo la logica del dare/avere: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’.

A questo punto il racconto porta a spostare lo sguardo su di un altro lato: sulla donna rimasta dietro, così come quando si era avvicinata da dietro, sulla donna che aveva il viso rigato di lacrime. E’ Gesù che richiama l’attenzione di Simone e l’attenzione di chi legge su di lei, che ora prende il centro della scena. Ma proprio in questo volgersi è da scorgere un cambiamento di punto di fuga dell’intera prospettiva. E’ uno spostamento richiesto anche a chi ascolta. C’è un ‘volgersi’ da attuare, un convertirsi da una logica religiosa in cui si proiettano le dinamiche umane del dare avere, ad un’altra logica, ad un altro punto prospettico. Ma questo movimento è aperto poco alla volta da Gesù e si dipana attraverso lo sguardo ai gesti della donna. Nel suo silenzio, nelle sue lacrime lei si muove secondo un’altra dimensione.

“E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. [45] Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. [46] Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo”.

Vedi…tu e lei: Gesù introduce ad un confronto e costringe Simone ad entrare in crisi, ad interrogarsi, lui l’uomo delle definizioni, l’uomo della rigidità della dottrina e della collocazione delle persone tra onesti e peccatori. Una serie di constatazioni smascherano la sua . I gesti della donna, l’acqua offerta, le lacrime versate sui piedi, i baci, l’unzione con il profumo, sono elencati uno ad uno. In ciascuno di essi risuona la delicatezza, il coraggio, la sincerità, la gratuità, proprie di chi in quei gesti si manifesta con un profilo che non è quello della peccatrice, ma è quello di una donna che ama e non ha paura di dire il suo amore, esponendosi nella sua fragilità. E’ paradossalmente libera, lei che era additata e costretta a starsene al riparo da sguardi inquisitori e da parole velenose. Simone è lasciato a rispondere della sua inadempienza: aveva invitato Gesù nella sua casa, ma lo aveva invitato con la distanza di chi vuol mettere alla prova, di chi pensa di essere un giusto ma deve imparare ad amare.

“Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco»”. Queste parole conducono a scostarsi dalla parabola raccontata a Simone: nella storia del creditore e dei due debitori l’amare dipende dall’aver ricevuto un dono. Ora Gesù dice a Simone: questa donna ha amato tanto e per questo le sono perdonati i peccati.

E’ il condono che genera l’amore o l’amore che è forza di ogni dono e contiene già in se stesso il manifestarsi di un volto di Dio che non è prigioniero dei calcoli, dei meriti e dell’efficienza? Gesù, guardando la donna, presenta un percorso che rivoluziona ogni pensiero religioso. “Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». [49] Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». [50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!»”.

I gesti della gratuità della donna sono segni della sua fede e sorgente del perdono, cioè del compimento della sua vita nel senso del dono e dell’incontro. Nei suoi gesti diceva la scoperta di un dono che la precedeva, da cui si era sentita accolta. Lei si manifesta capace di profezia, nello scorgere in Gesù il volto del profeta. Sapeva di essere accolta con la sua storia, con le sue ferite e questo le ha suggerito i gesti dell’amore senza riserve. Sa accogliere teneramente Gesù. In quella casa in cui il fariseo Simone aveva invitato Gesù ma non l’aveva ospitato nel cuore quella donna testimonia la consapevolezza che Gesù la poteva ospitare, lui che non aveva casa dove stare. Lei esprime tutto questo con gesti così umani da farsi espressione dello stile di Dio. Questa sua fiducia è sorgente della vita che lei recava in se stessa nascosta, la vita stessa di Dio. Gesù lo riconosce: la tua fede ti ha salvata. Il perdono di Dio ha i tratti dell’amore che genera ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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(Pietro Bugiani 1905-1992)

Gesti quotidiani

Ci sono gesti, gesti quotidiani, che tessono senza far rumore le ore e i minuti nello scorrere dei giorni. Sono i gesti spesso nascosti, silenziosi, invisibili agli occhi di chi non si sofferma a scorgere le pieghe della vita ma è così preso da quanto abbaglia da non saper fermarsi.

Ci sono gesti che profumano di sapienze antiche, conservate nei palmi di mani consumate dal lavoro, che recano i segni e la lenta erosione del tempo. Gesti che sanno delicatamente trattenere in sè l’attenzione a ciò che fa cambiare la vita dal basso, non nella retorica o nella pretesa di apparire di un potere cercato in tanti modi, ma nella cura, nel custodire, nel saper inchinarsi a quanto piccolo racchiude in sè una traccia di oltre e di Altro, nelle nostre fragili esistenze.

Il gesto del custodire il basilico sacro è gesto ricordato da Vandana Shiva in un suo libro in cui parla dei gesti quotidiani delle donne indiane che tengono davanti alla porta di casa un vaso di basilico. E’ questa una pianta di porfumi e aromi, utile per cucinare, ma è anche ricordo, davanti alla soglia, calpestata dall’entrare  e uscire quotidiano, di qualcosa di più grande. Prendendosi cura del basilico quei gesti dell’innaffiare e del rispettarlo  recano in se stessi la cura e la custodia della terra. Sono gesti di riconoscimento della preziosità e del dono della terra. Vi è così  racchiusa una sproporzione: l’attenzione alla terra passa attraverso i gesti quotidiani di rispetto e cura per una piccola pianta.

“noi potremmo trasformare questa immagine in vari modi: ci prendiamo cura della terra andando a piedi invece di utilizzare l’automobile, abbassando la temperatura del riscaldamento in casa e così molti altri piccoli gesti avrebbero una valenza piccola e quotidiana, gesti che devono essere ripetuti giorno dopo giorno per portare frutto. Così è sempre stato nella vita delle donne…. Ma la cosa interesante del basilico sacro delle donne indiane è la sua sacralità: il collegamento del gesto quotidiano con quella dimensione che noi occidentali potremmo chiamare Dio” (A.Gaino, S.De Guidi, Prendersi cura. Di sè, degli altri, di Dio, ed. Gabrielli 2004)

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2014

IntegraleIs 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

La parabola degli operai chiamati a lavorare a diverse ore del giorno nella vigna è presente solamente in Matteo. E’ racconto che fa riferimento ad una quotidianità di lavoro, di sfruttamento, di proprietari di terre e di lavoratori che attendono di essere presi a giornata anche per poche ore.

E’ un racconto che riporta la quotidianità di un’esperienza diffusa nel mondo in cui Gesù viveva, la Galilea segnata dall’arricchimento di proprietari terrieri e da una situazione di impoverimento di molti e di ingiustizia. In molti elementi del racconto il richiamo è alla vita: il lavoro nella vigna, l’uscire del padrone alle diverse ore del giorno, il suo recarsi alla piazza, dove qualcuno attendeva di essere preso a giornata, il suo scorgere chi se ne stava in attesa dal mattino fino alla sera.

Eppure è una vicenda che apre al disorientamento e all’interrogativo. Lo sconcerto giunge alla fine, al momento del venire della sera, quando il padrone chiama gli operai per dare loro la ricompensa. La sorpresa sta nel fatto che il salario è uguale per tutti, per gli ultimi arrivati, come per quelli che avevano lavorato sin dalle prime ore del mattino. Un denaro è il compenso pattuito ed è una buona ricompensa per un giorno di lavoro. Ma è la medesima paga data anche agli ultimi. A partire da un paragone con una situazione di vita in cui molti potevano riconoscersi, come sempre nelle parabole, si pone la questione di un salto, di un riferimento ad altro. Questa parola non intende essere una istruzione per gestire i rapporti di lavoro, ma al cuore di queste come di tutte le parabole di Gesù sta la questione dell’incontro con Dio, la grande domanda sul volto di Dio: ‘il regno dei cieli, infatti, è simile ad un uomo, padrone di casa…”

Integrale-1Lo sconcerto è espresso dal verbo ‘mormorare’: “ricevutolo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: questi ultimi hanno fatto un’ora sola, e li hai fatti uguali a noi, che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo”. La lamentela si giustifica secondo una logica che vede la ricompensa essere proporzionale al lavoro compiuto: tanto lavoro, tanti soldi. Mormorare è un verbo che richiama la reazione di Israele nel deserto, quando aveva messo in dubbio la presenza di Dio nel faticoso cammino. E’ così indicazione che nel racconto di Gesù la questione è sul volto di Dio vicino e sul cambiamento che l’incontro con lui richiede.

La parabola ha qui il suo vertice: la risposta del padrone va al profondo delle obiezioni che gli sono rivolte: come mai la paga è uguale per gli ultimi come per i primi? Gesù affronta questa obiezione smascherando ciò che Matteo indica come ‘l’occhio appesantito’. Lo sguardo pesante è quello occupato dall’invidia, dal misurarsi in rapporto agli altri nei termini della competizione e della rivalità. Vive il peso di un modo di concepire Dio come padrone ingiusto e lontano, che misura tutto secondo i criteri del merito, come freddo calcolatore. Le parole del padrone rinviano ad un’altra logica che trova le chiavi di fondo nella parola ‘amico’ con cui inizia il dialogo e nella questione sul suo essere buono: ‘Amico, non ti faccio torto: non ti eri accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; io voglio dare a quest’ultimo come a te. Ovvero non mi è lecito fare quello che voglio con le cose mie? Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?’.

Questa risposta apre innanzitutto uno squarcio su come funzionano le cose nella relazione che Dio instaura con noi, cioè, nel linguaggio di Matteo, nel regno dei cieli che ha fatto irruzione con la vita di Gesù. E’ una parola sul volto del Padre che Gesù annuncia. Il padrone di casa è un uomo che va oltre la logica del compenso: guarda al cuore, la sua preoccupazione è la relazione vivente. Non ragiona in termini di mercato: non tutto può essere valutato in base al denaro e c’è qualcosa di più e di altro nella vita rispetto al denaro.

Ma queste parole sono anche una lettura profonda del cuore umano: l’obiezione di chi mormora si accentra sul fatto che il padrone “ha fatto gli altri uguali a noi”. C’è uno sguardo all’altro che coltiva un senso di superiorità e un desiderio di affermare la propria differenza e privilegio, laddove si è realizzato qualcosa di più. C’è in fondo il desiderio che l’altro abbia invidia e che si misuri la differenza sulla base dei soldi ricevuti.

Integrale-2Il padrone di casa rompe questa logica: ‘non ti faccio torto: non ti eri accordato con me per un denaro?’ ma soprattutto si rivolge a quell’uomo, chiamandolo ‘amico’. C’è qualcosa di più della prestazione di manodopera ad un prezzo giusto o abbondante. Il volto del padrone rivela una logica nuova: il padrone gioisce perché nessuno è escluso, e perché quel lavoro può essere occasione di vivere un incontro in cui lo sguardo non è quello del dipendente o del suddito, ma è lo sguardo degli amici. C’è anche un messaggio sul lavoro umano: la questione del lavoro è riconsdotta a far sì che sia esperienza in cui si promuova il volto di ciascuno, la dignità diogni persona e in cui si apra spazio a relazioni non di esclusione ma di incontro.

La risposta del padrone è innanzitutto una provocazione ed un invito ad un cambiamento del cuore: è invito a lasciarsi liberare da quella preoccupazione che l’altro sia accolto e abbia il suo spazio. L’essere fatti uguali è segno di un superamento del dominio dei soldi e di un modo di leggere la vita sulla base di un valere di più e nella paura dell’altro. E’ poi anche invito ad assumere lo sguardo di Dio che gioisce quando ognuno si sa accolto e riconosciuto.

Alcune riflessioni per noi oggi

Un primo pensiero che questa parabola può suggerire è una forte provocazione ad uscire dalla logica del mercato e ad entrare nella logica dello sguardo rivolto all’altro e della responsabilità. Viviamo un tempo in cui grande accento viene dato all’efficienza e al merito di ognuno. La parabola indica uno stile: rapportarsi agli altri senza cadere nella spirale dell’invidia. Invidia è incapacità di vedere e incapacità di immaginare. C’è infatti la capacità di scorgere la situazione dell’altro, di potersi immaginare nella sua condizione, di essere vulnerabili a ciò che vive soprattutto chi ha meno possibilità. Fare uguaglianza non significa appiattire tutto e mortificare le potenzialità, ma è tensione a far sì che chi ha meno possibilità possa essere aiutato ad avere spazi e modi per esprimere se stesso, ad avere uguale punto di partenza per camminare. Viene da pensare che l’articolo 3 della Costituzione italiana che parla di uguaglianza in questi termini è un riferimento fondamentale che racchiude un profondo significato evangelico.

Al cuore delle parabole sta la preoccupazione del volto di Dio. Questa parabola è percorso suggerito per aprirsi al Dio della gratuità e della misericordia. E’ una parola che genera cambiamento del modo di pensare Dio. E questo è unito al rapporto con gli altri: passa infatti attraverso un modo diverso di guardare agli altri, liberandosi dal cuore pesante. Sempre le parabole sono parole efficaci di itinerari di conversione.

Viviamo un tempo segnato dalla violenza e dalla logica della vendetta. Nel mondo del pluralismo e delle diversità, sociali, culturali, religiose c’è una chiamata di Dio, una sfida particolarmente attuale. E’ il passaggio dalla visione limitata, dalla logica dell’invidia e dell’ostilità, alla scoperta del senso profondo della missione della chiesa nel mondo del pluralismo: essa può essere espressa nei termini del ‘rendere amici’. Lo sguardo del padrone del vigna rivolto ai primi è uno sguardo amico, che intende aprire a scorgere la preziosità di una relazione con lui e con gli altri come senso profondo del laoro e della vita. E’ questa una via aperta…

Il lavoro nel tempo della crisi è ambito nel quale si vivono le più grandi difficoltà. Proprio questa parabola potrebbe apririe la domanda su come intendere il senso del lavoro, come esperienza di sguardo all’altro e come luogo in cui si possa crescere in umanità e in relazioni significative: al centro del lavoro sta l’uomo e la donna e ogni lavoro pone in una rete di relazioni con gli altri. E’ forse da cogliere la provocazione ad un senso nuovo del lavoro uscendo dalla schiavitù di una precarizzazione che riduce le persone a strumenti e a merce?

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno A – 2014

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(fioritura di crochi al disgelo presso rif. Lagonero – Pt – inizio giugno 2014)

Is 55,10-11; Sal 64; Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

Come la pioggia e la neve… C’è una fecondità silenziosa e lieve della Parola che scende e penetra, impregna, si mescola facendo tutt’uno con la pasta della vita. E’ la fecondità di un dono come l’agire dell’acqua. Così la parola umana, soffio che passa e penetra e suscita cambimenti. Così la parola che è agire silenzioso di Dio. La parola coma acqua: forza di vita, dono che proviene dall’alto o che gorgoglia fuori dal profondo. Dono diffuso e per tutti, da non rinchiudere e privatizzare nell’egoismo del possesso. Acqua è simbolo in tute le culture della forza misteriosa della vita che si espande e dilaga ed è feconda. E’ la fecondità di parola come pioggia, neve che suscita frutto solo se scende ed entra nel profondo della terra.

La forza della Parola è espressa con uno sguardo alla natura, alle sue manifestazioni primordiali di vita. La pioggia, l’acqua è così vista nel suo ciclo di venire e ritornare, un ciclo che unisce terra e cielo, che copre distanze considerate impercorribili. Ma questo sguardo si fa anche meraviglia di fornte al miracolo quotidiano della vita che trae possibilità da un incontro sempre nuovo, che sgorga da un venire e da altrove. Così la parola scende e non rimane inefficace. L’agire di Dio, il suo comunicarsi vicino, il suo farsi appresso è evocato dalla metafora della parola come pioggia. La nostra esperienza è quella della parola umana che reca in sé la capacità di cambiare, di operare: c’è infatti una potenzialità nascosta, racchiusa nelle parole che recano nuova vita, fanno risuscitare e operano fecondità. Ma anche le parole possono recare in se stesse la violenza per distruggere e annientare la dignità o il futuro di una persona.

Il riferimento all’acqua e alla neve è colta dalla pagina di Isaia in termini positivi, come è possibile laddove l’acqua è bendeizione di vita e fonte di sopravvivenza, per uomini animali e vegetazione: in una terra che conosce il deserto – in Israele la neve è visibile sule pendici del monte Ermon, o sui valichi a Nord – la poggia e la neve sono perceite con una intensità particoalre. In questa pagina la parola di Dio è accostata con lo stupore dei doni preziosi e delle parole rare, quelle che scendono a portare futuro, a dare vita, a fecondare aprendo una novità. Fecondare è azione di incontro, di reciprocità. Se c’è un primato al dono della Parola, c’è anche considerazione dell’incontro con la terra e di un germogliare prodotto prorpio nell’incontro. E’ il mistero dell’incarnazione, la scelta di Dio che prende con sé e si unisce a questa terra. La parola è dono di Dio che non distrugge ma s’incontra e feconda la realtà della terra e genera qualcosa di nuovo.

Tra la casa e il mare Gesù pronuncia una parabola, anzi la ‘parola del regno’ (Mt 13,19). Il regno, questa realtà al cuore della vita di Gesù e al centro della sua predicazione, non torva una definizione, non può essere racchiusa in una nozione, in un dogma fissato, ma troav espressione solamente nello stile del raccontare di Gesù. Gesù racconta parabole che richiamano vicende dlela vita: accosta la quotidianità ad una storia più grande profonda che è la vicinanza inaudita di Dio che sta dalla parte dei poveri. Il regno non è teoria ma esperienza di vita. Può solo essere evocato da parole di racconto, capaci di indicare ma senza trattenere, ricche di invito, ma senza imposizione o codificazioni. Il regno si connota così annuncio, bella notizia, da indagare attraversando le parole di Gesù, mettendole insieme, ma soprattutto lasciandosi coinvolgere nella dinamica di un racconto che parla di cose quotidiane, rivelando, togliendo il velo, sulle profondità della vita in cui è presente una parola nascosta, l’agire amante di Dio, il Padre, che chiama, fa scoprire, invita. Ed è parola che rinvia ai suoi gesti, ai segni della sua ospitalità, al suo stile. La parabola in tale senso non è narrazione allegorica (dove ogni elemento e dettaglio fa riferimento ad altro), è piuttosto racconto che si colloca nel contesto di un coinvolgimento con chi si sente pro-vocato perché è la sua vita: così per i contadini della Galilea ascoltare il racconto di una semina è cosa familiare e apre il cuore. Le parabole spesso vennero trasformate in allegorie. Così la parabola del seminatore, pronunciata per raccontare l’attività del seminatore, diviene poi la parabola dei diversi terreni (che costituisce un’altra narrazione). La parabola del seminatore trova il suo fuoco nella attività di colui che getta i grani ovunque. Nel momento in cui la sua missione trovava opposizione e incomprensione, Gesù pronunciò questa parabola per esprimere la sua lettura di ciò che stava accadendo. Gran parte del racconto descrive la vanità dello sforzo del seminatore. I grani caduti sul sentiero vengono beccati dagli uccelli, quelli caduti sul terreno di pietre germogliano subito ma appena giunge il sole appassiscono, quelli caduti sulle spine vengono soffocati appena cresciuti. Ma al cuore sta una lettura di fiducia e di speranza: nonostante l’insuccesso che sembra prevalere nel fallimento della semina su vari terreni, ci sono grani che producono un raccolto abbondante: sulla terra buona fruttificano dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento. E’ una parabola sul regno, la vicinanza salvifica del Padre ai piccoli, che Gesù ha inaugurato, è una parabola che parla di quella parabola di Dio che è la vita di Gesù: il seme è gettato, la parola è scesa come pioggia e neve. La missione di Gesù ha dato inizio ad un processo che non si arresta anche se deve confrontarsi con il rifiuto e il fallimento. Ma è semina senza riserve e senza rimpianti, dono abbondante che è anche annuncio di una fecondità paradossale.

“La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio.. e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”. Paolo invita a guardare come le sofferenza del presente sono poca cosa rispetto alla salvezza futura: è una salvezza che va attesa come nella vigilia di un parto. I segni del travaglio che accompagna questo parto sono il gemere dell’umanità ed insieme ad essa il gemere di tutto il creato. Quando nella risurrezione l’uomo sarà rivelato nella sua più profonda identità di figlio di Dio, figlio per adozione, guardato con amore senza limiti, anche la creazione parteciperà a questa trasformazione e a questa liberazione. Ma già nel presente ci sono tre gemiti che segnano la vita. Il gemito della creazione tutta, che attende e vive le doglie di un parto; il gemito dello Spirito presente nei cuori di uomini e donne di ogni provenienza e popolo che attendono liberazione; il gemito dello Spirito che intercede per noi. E’ un respiro, di apertura, di attesa, di sofferenza che coinvolge tutta la realtà.

DSCF5202Alcune brevi riflessioni per noi oggi

La metafora della pioggia e della neve legate alla parola di Dio ci possono condurre a valutare l’importanza della parola. Per accostare la Parola di Dio è necessario conoscere le parole umane, sostare sulla rofondità della parola umana. Le parole umane recano una forza di vita e di relazione. Nella parola si può trovare la dimora di una vita che si consegna e si comunica. Conosciamo oggi la vacuità della parola, ridotta a chiacchera o a vocio disperso e senza interlocutore. Sperimentiamo le parole vuote e la retorica di parole che nascondono l’ ipocrisia e gli infingimenti del potere. Molte parole del nostro discorrere sono cariche di violenza che generano aggressività e conflitto. Ma ci sono anche le parole della mitezza e della cura. Ci sono le parole feconde di futuro, tutte quelle parole che incontrandosi con cuori accolgienti aprono al mistero della gravidanza della comunicazione e dell’amicizia. C’è una terra gravida che attende e la testimonianza oggi di un servizio alla Parola di Dio potrebbe proprio essere nel dare spazio alle parole buone nel valorizzare tutte le parole umane di ogni provenienza, le parole dell’arte, della bellezza, della poesia, delle fedi, dell’amore, ma anche le parole familiari, del quotidiano che recano in sé acqua dche dà vita, come una fontana nell’arsura di un terra deserta, o un bicchiere di acqua fresca nella penombra del pomeriggio di una calda estate.

Gesù ha parlato in parabole, è stato capce di racconti che dicevano riferimento alla vita. E nel suo parlare raccontava qualcosa del regno, e non solo raccontava ma lo rendeva presente. In tale senso la parabola è poesia. Nel momento del rifiuto quella parabola traduce la sua vita ma fa aprire lo sguardo all’oltre di una presenza altra eppure nascosta e vicina. Ci sono gesti nella vita che sono parabole. Un amico mi ha riferito in questi giorni il gesto di chi, da quarant’anni, quando un condannato a morte viene ucciso nelle prigioni degli USA, si reca davanti all’ambasciata a depositare silenziosamente una rosa con su scritto il nome del condannato. Una parola silenziosa, racchiusa in un nome. Un gesto inutile si direbbe, perduto nell’oceano dell’indifferenza, ma, come questo, i gesti di chi con la fedeltà e la continuità non viene meno all’attenzione all’altro, alla tessitura di solidarietà, all’aprire sentieri di pace, sono i gesti fecondi di futuro, parole significative. Sono quella autentica liturgia che non è il rito avulso dalla storia, ma quella che si esplica nei gesti semplici della vita, del servizio, della parola condivisa, della fedeltà quotidiana a ciò che è apparentemete inutile. Come una goccia d’acqua o un fiocco di neve, inutili. Si può passare indifferenti accanto ad essi ma in essi sta racchiusa quella grande bellezza che, come la gratuità dell’amore e del servizio concreto all’altro, quando è ascoltata e accolta da cuori che si lasciano toccare, può far sgorgare la fecondità della meraviglia che sola trasforma e genera nuova vita.

“E un giorno… un giorno ecco che la neve ha cominciato a cadere e dopo tutte quelle ricerche (…) ecco che un giorno, raccogliendo un fiocco di neve, vedendo la sua perfezione, la sua bellezza, la differenza con tutti gli altri ho avuto (oh, non è un ragionamento) ma ho avuto come un’intuizione che c’era qualcuno dietro il più piccolo fiocco di neve. (…) C’era tanta bellezza, grandezza e tanta diversità nello stesso tempo per una cosa così effimera che bisognava bene che ci fosse una intelligenza, un pensiero, un amore anche dietro quel piccolo fiocco di neve, che si era fuso appena lo avevo preso in mano” (J.Loeuw, Se conosceste il dono di Dio, Città nuova 1975,11).

Alessandro Cortesi op

Wherecoolthingshappen_christals8(tratto da: http://www.linkiesta.it/fiocchi-neve)

XXX domenica tempo ordinario anno C – 2013

DSCF4374Sir 35,15-22; Sal 33; 2Tim 4,6-18; Lc 18,9-14

Due uomini salirono al tempio a pregare… Gesù fissa in un’istantanea, in un momento nel tempio, nello spazio della preghiera, due volti, due atteggiamenti di fondo. Il fariseo e l’esattore delle imposte. Da un lato una persona giusta, corretta, anzi di più, impegnata oltre il dovuto e tesa a condurre una vita segnata da opere buone e da un’attitudine di giustizia, dall’altro un uomo che svolgeva un lavoro disprezzato per conto della potenza occupante romana e che attuava pratiche disoneste ed esose nei confronti dei suoi connazionali.

Entrambi si rivolgono a Dio, ma la loro preghiera respira di modi diversi di intendere tutta la vita. Il loro modo di pregare è specchio del modo di intendere la vita e di concepire il rapporto con Dio stesso. Due atteggiamenti sono evidenziati così in modo contrapposto: il fariseo sta in piedi, ritto davanti a Dio e nelle sue parole non è espressa invocazione né richiesta ma solo vanto di quanto riesce a fare e ringraziamento per essere migliore degli altri e diverso da loro. L’esattore invece si tiene a distanza, si batteva il petto e non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo.

Gesù sottolinea questo diverso atteggiamento che si riversa nel modo di pregare ma che in sé reca un modo di intendere tutta la vita. Il fariseo parla di se stesso: il suo sguardo è concentrato su di sé, pieno di presunzione per quanto riesce a fare anche oltre il dovuto. Non si rivolge a Dio chiedendo qualcosa, ma esige un riconoscimento della sua situazione di uomo giusto. E il suo sguardo verso l’altro è uno sguardo duro, che tiene a distanza ed esclude. Il disprezzo appunto.

L’esattore non è un uomo da indicare come esempio, e la sua preghiera è riconoscimento di
inadeguatezza e di peccato e richiesta di pietà: ‘abbi pietà di me peccatore’. Non chiede a Dio di approvare il suo modo di vivere ma invoca un’accoglienza, chiede solo di essere accolto non perché lo merita ma per pura generosità. E’ la gratuità che non ha mai sperimentato e che non può sperimentare da coloro che gli stanno vicino. La distanza stessa che mantiene dice il senso di indegnità che avverte in sé, il suo non presumere nulla di se stesso.

Sono due attitudini di stare davanti a Dio e di intendere il rapporto con gli altri: il fariseo è gonfio di se stesso. Pur giusto e impegnato si appoggia sul suo agire, sulle sue forze, sui suoi risultati. E’ così schiavo – ed anche espressione consapevole o inconsapevole – di un sistema religioso che lo tiene ripiegato su di sé. L’esattore manifesta invece una consapevolezza profonda, che tutto può venire solo da Dio, che la sua vita dipende dalla gratuità di uno sguardo che solo può salvarlo e liberarlo. La salvezza non è un premio che certifica un cammino, ma è radicalmente dono. Questo il fariseo non lo comprende, mentre l’esattore si affida riconoscendo la sua condizione. Si batte il petto, riconosce di dover cambiare, e soprattutto attende tutto da Dio, non presenta pretese di fronte a Lui. Non è umile perché si abbassa, ma si pone in verità davanti a Dio.

Luca dice – offrendo così una chiave di lettura di queste righe – che Gesù pronunciò questa parabola “per alcuni che si ritenevano giusti e disprezzavano gli altri”. E’ una parabola che conduce a riflettere su come la preghiera sia esperienza che rivela l’attitudine che sta al cuore dell’esistenza. Smaschera la grande tentazione sempre presente in chi cerca di vivere nella linea dell’impegno, della giustizia. Il rischio sottile sempre presente in chi vive un percorso religioso sta nel perdere di vista che la salvezza è dono. E l’errore di fondo di intendere il rapporto con Dio si rende evidente nel modo in cui si guarda agli altri: il rischio è quello di maturare uno sguardo di distanza e di durezza, di disprezzo verso gli altri. La vita del fariseo è piena di cose buone, ma c’è un elemento che trasforma tutto e lo rende luogo di incomprensione totale del rapporto con Dio: è l’attitudine centrata su di sé, la presunzione intima e il ripiegamento. La fiducia non rivolta al di fuori di sé, nella relazione, ma ripiegata su se stesso, sulla bontà delle sue opere. Per questo non riconosce il primato di Dio e della sua grazia. Il suo sguardo di disprezzo lo tiene a distanza dall’altro, gli impedisce di incontrarlo e di sentirsi solidale con la vita degli altri.

C’è anche un’altra sottolineatura della parabola: è un invito rivolto a tutti coloro che vivono una storia ferita a riconoscere che lo sguardo di Dio verso ciascuno è di pietà e di accoglienza. Gesù critica una religione che diventa luogo di sicurezza e che genera senso di superiorità nei rapporti con gli altri. Solo chi accetta di stare davanti a Dio riconoscendo la propria inadeguatezza, il proprio peccato ed il bisogno di essere salvato e liberato scopre la grandezza di un dono. E’ una parola di speranza per tutti: anche quando tutte le porte umane siano chiuse non è chiusa la porta della misericordia di Dio. Gesù chiede di non perdere il senso della propria povertà e della salvezza come dono che viene solamente da Dio.

Il fariseo è l’uomo tronfio della sua autosufficienza, della sua religiosità costruita attorno ad un agire buono che è senza respiro perché tutto centrato su di sé. E’ la religiosità esclusiva di chi non sa guardare all’altro e di chi non si pone la domanda di verità: ‘qual è il mio peccato?’ e ‘potrei anch’io sbagliare come e ancor di più di chi ha sbagliato vicino o lontano da me’. Il fariseo è ‘ipocrita’ nel senso etimologico del termine perché vive all’interno di una parte teatrale fatta di apparenza – così facile nel contesto religioso e clericale – di esteriorità di attività buone che non sono coerenti con un’interiorità nutrita di autosufficienza e di disprezzo, di egoismo e narcisismo.

Ascoltiamo questa parabola mentre è vivo il dibattito sulla situazione delle carceri. Di fronte a situazioni disumane a cui si costringe a vivere chi è trattenuto nelle carceri italiane è sorprendente avvertire l’indifferenza e addirittura le voci ipocrite di coloro che richiamano ad una punizione senza pietà. Verso chi ha sbagliato e a chi ha vissuto l’ingiustizia o il male è spesso presente un’attitudine di tipo giustizialista e punitivo. Il modo di valutare queste situazioni è spesso segnato dalla mentalità del fariseo che si ritiene giusto e tende solo a distinguersi e tenersi a distanza da chi ha sbagliato. Ci possiamo chiedere in quali modi maturare una solidarietà con chi, pur avendo sbagliato e avendo compiuto il male, può aprirsi a percorsi di cambiamento. Come testimoniare, pur nel riconoscimento dei legittimi percorsi della giustizia umana, uno sguardo che testimoni la speranza offerta per tutti, la possibilità di una logica di perdono che va oltre la rigida giustizia? Come non scambiare lo sguardo di attenzione e di misericordia con il non riconoscimento del male, con l’assuefazione a condizioni di diseguaglianza, ai privilegi dei grandi e di chi detiene il potere, alla giustificazione dell’illegalità di chi ha i mezzi per sfuggire sempre alle esigenze dell’equità e della giustizia?

La parabola di Gesù conduce a scoprire la salvezza come dono, non come opera nostra. Ascoltiamo questa parabola nel contesto di un mondo in cui prevale la logica del dominio del denaro e del prezzo di ogni cosa, per cui si conosce il prezzo di tutto ma si perde il senso del valore delle cose, delle persone, delle relazioni. Come uscire da una mentalità religiosa modellata sul modello del dare-avere, sulla pretesa, e sulle opere attuate spesso secondo la logica che il fine giustifica i mezzi? E come introdurre nelle dinamiche della vita, del lavoro, delle relazioni quel respiro di dono e gratuità che deriva dal sapersi guardati con benevolenza da Dio che ha pietà di noi e che ascolta la preghiera del povero?

Alessandro Cortesi op

Ss.Trinità – anno C – 2013

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(William Congdon, La Trinità)

Prov 8,22-31; Sal 8; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

In una scena del film Decalogo – 1 (1988) del regista polacco Kieslowski (http://youtu.be/UJtaztcliys) una mamma dice al suo bambino “Dio esiste… è molto semplice se ci credi”. Il bambino stupito e incuriosito allora le chiede: “E tu ci credi che Dio esiste?… Chi è? Lo sai?”
Lei rimane in silenzio e lo guarda, poi lo avvolge con le sue braccia e lo stringe a sè, gli accarezza i capelli: “Dimmi come ti senti adesso”.
Il bambino risponde: “Ti voglio bene”.
“Esatto – gli dice la madre – e Lui è questo”.
Dio come un abbraccio. Dio come presenza che nel silenzio si fa sentire e comunica il suo voler bene  è immagine di Dio come Amore che si dona e genera reciprocità.

Ha senso celebrare una festa che fa puntare lo sguardo sul volto di Dio se ci rendiamo disponibili a ricominciare ad apprendere modi nuovi di parlare di Lui, a lasciarci cambiare dalla sua Parola che dovrebbe piegare le nostre parole e cambiare tutto il nostro vivere. Tre parole tra le letture di questa festa possono accompagnarci ad accogliere il comunicarsi di Dio come presenza dono che reca in sé la radice di ogni comunione e di ogni amore.

La prima parola compare nella prima lettura ed è una parola insolita: ‘giocare’: “giocavo davanti a lui in ogni istante”. La pagina dei Proverbi parla infatti di Dio come presenza in relazione. Dio non è chiuso in una solitudine appagata, ma si comunica e fa spazio ad altro da sé: le cose, la creazione. Il suo agire è descritto come un percorso di attenzione e di cura. Tutta la sua fatica sta nel porre un mondo bello, un cosmo, dove sia resa possibile l’esperienza della bellezza. Di Dio si può parlare pensandolo nell’atto di una comunicazione di bellezza. Di lui si può trovare traccia in tutti i frammenti di bellezza disseminati, in ogni cosa bella che si contrappone a ciò che è perdita, negazione, abbrutimento, nelle cose e nella vita delle persone.

Come la bellezza è inutile, così anche la relazione. Dio non è solo, ci dice questa pagina, ma si comunica in una parola e in un soffio. La sua parola è indicata come sapienza, presenza quasi personificata, descritta nella figura di un architetto ed in quella di una bambina che gioca e si diletta mentre Dio organizza il creato. Come architetto che immagina e lascia libertà alla propria fantasia creativa, così la sapienza con cui Dio si comunica nelle cose è comunicazione capace di creatività. E come una bambina è la sapienza che sta accanto a lui e che l’accompagna. Dio non è chiuso nella solitudine ma è vita in relazione.

Anche il gioco come la bellezza, è tra le ‘cose inutili’ della vita. Ma forse proprio per questo compare in questo testo come esperienza in cui scoprire un aspetto del volto di Dio. Il Dio che sa giocare come bambino è il Dio delle cose gratuite, il Dio che sa perdere tempo e lasciarsi tutto prendere nella gratuità del gioco. Come i bambini, catturati dalla magia di vicende immaginarie o dalla fantasia che trasforma semplici pezzi di legno in mirabolanti strumenti che trasfigurano tutta la realtà. Come i bambini che nel gioco costruiscono complesse storie insieme immaginandosi personaggi di altri mondi e faticano ad abbandonare i loro giochi quando sono chiamati all’ora di pranzo e della cena. Come i bambini che nel gioco imparano a rapportarsi scoprendo in chi condivide dei compagni indispensabili e realizzando sintonie meravigliose. Quanto tempo ‘perso’ nei giochi dell’infanzia ma anche nei giochi dell’età adulta è tempo ricordato con nostalgia, con piacere  profondo e con la consapevolezza che è stato tempo pieno e di scoperta di cose essenziali.

Il giocare dei bambini, quest’esperienza così determinante per la crescita e nello stesso tempo così lontana dalle programmazioni e dalla strutturazione di contenuti e modalità di apprendimento è un grande riferimento per comprendere qualcosa di Dio. Il Dio del gioco è il Dio che sa gioire di ciò che non produce, di ciò che non è calcolato sull’efficienza. Gioisce della relazione e della gratuità che il gioco reca sempre con sé.  Il gioco, esperienza di libertà e di piacere, esperienza che scardina le logiche del dovuto, di quella fissità che rende ostici e indigeribili i discorsi religiosi. Uno dei maggiori teologi contemporanei Jürgen Moltmann ha dedicato una sua opera a riflettere proprio sul gioco (Sul gioco. Saggi sulla gioia della libertà e sul piacere del gioco, ed. Queriniana Brescia 1988), come la caratteristica di Dio ma anche come esperienza di liberazione e di scoperta delle profondità della vita umana.

“Ci si libera nel gioco, e cioè giocando, dalla pressione dell’attuale sistema di vita e ridendo si riconosce che le cose non devono stare così come stanno e come viene asserito da tutti che così devono stare” (ibid. 25). Il gioco ha una portata eversiva nella vita umana ed apre a percorsi di liberazione. “Per questo la creazione è un gioco di Dio, un gioco della sua sapienza senza fondo e origine. Essa è lo spazio per il dispiegamento della magnificenza di Dio” (ibid. 32). Il Dio che crea non è solamente un Dio proteso a produrre, a programmare, a costruire come Deus faber, ma è il Dio poeta, che si apre a comunicare se stesso, alla gratuità del dono e della gioia dell’incontro, all’esistenza con gli altri. E questo dice anche una possibile immagine di umanità, in cui la chiamata ultima è scoprirsi in relazione, dove la persona “si rallegra della grazia che gli dà tutto gratuitamente e spera in un nuovo mondo in cui tutto si dà e si ha gratuitamente” (ibid. 54)

Una seconda parola è ‘amore versato’: “L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori dallo Spirito santo che ci è stato donato”. Un volto di Dio comunione apre a considerare come la nostalgia insita nel cuore umano, il desiderio di comunione costituisce un luogo in cui accogliere la chiamata fondamentale alla relazione che è di per sé esperienza aperta ad una dimensione fontale. Dio che si comunica nell’umanità di Gesù e nel dono dello Spirito è Dio relazione. La sua identità più profonda può essere solo evocata con immagini come la danza di amore, la circolarità di sguardi, l’abbraccio che unisce o con l’immagine appunto del darsi, del ‘versare’. Paolo con linguaggio appassionato presenta la vicenda che ci coinvolge: lo Spirito è stato effuso, versato nei nostri cuori. Ci sono risorse immense di comunicazione nel cuore umano e queste trovano la fonte in colui che è presenza dono, nella relazione che è costitutiva dell’esistenza di Dio stesso e dell’uomo.

Una terza parola è ‘guida’: “Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera”. E’ consolante pensare che Gesù non ha offerto ai suoi e a noi definizioni e possessi. Ha invece aperto strade, ha indicato percorsi di vita che devono rimanere aperti in ogni momento e sono quindi apertura di speranza. Per tutti. Gesù ha aperto all’ascolto da attuare in modi sempre nuovi. Suggerisce come la vita si definisce come cammino al seguito di una guida e si tratta di inseguire qualcuno che precede: lo Spirito guida e accompagna nella via e verso la verità tutta intera. Per il IV vangelo via e verità non sono qualche cosa, ma sono qualcuno: via è Gesù come senso più profondo della nostra esistenza. E di lui, e del suo vangelo non tutto è accolto pienamente e compreso e vissuto. La sua è stata esistenza per gli altri nella promessa di una esistenza insieme, nell’offerta d una comunione, Gesù ha così reso vicino nei suoi gesti ospitali l’ospitalità, l’accoglienza e la relazione come tratto essenziale del volto di Dio. Ma non sono questi i tratti che rendono anche gli uomini e le donne più umani? Vivere una festa in cui pensare al volto di Dio come relazione e amore di dono e reciprocità aperta rinvia a scoprire la via per realizzare ogni giorno la fatica di diventare più umani, capaci di gioco, di gratuità, di relazione.

Alessandro Cortesi op

VI domenica di pasqua – anno B – 2012

At 10,25-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

Domenica scorsa l’immagine della vite. Nei discorsi di addio di Gesù torna l’insistenza sul ‘rimanere’. E al cuore delle parole di Gesù l’amore. Il volto di Dio come Padre che ama. La missione di Gesù come esistenza donata per gli altri. L’identità dei discepoli centrata sulla chiamata ad amare ‘come io vi ho amati’. Ed infine una parola sulla gioia: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

Sono tutte parole che affascinano perché fanno risuonare attese profonde del cuore umano e presentano un modo di vivere che se realizzato apre veramente un altro mondo possibile. L’attesa di amore, la scoperta che siamo preceduti da una presenza che chiama e sceglie. “Non voi avete scelto me ma io ho scelto voi”. La nostra vita non è lasciata alla solitudine e alla dimenticanza ma c’è qualcuno che ci ha chiamati e amati. E ci è chiesto non altro se non aprirci a ricevere e scoprire questa gratuità fontale e a rimanervi. Non è ‘conquistare’ o ‘afferrare’ la prima parola della nostra vita, ma ‘ricevere’ e ‘accogliere’: aprirsi ad un dono che precede e si offre. Un dono di presenza e di incontro. C’è la precedenza di un dono che scardina ogni pretesa di costruzione o di attività. E’ vangelo, ‘bella notizia’, di gioia: offerta di una dimensione in cui scoprirsi accolti benevolmente, non trattati da schiavi o disprezzati. Sta qui la radice di quella dignità che è presente in ogni persona e che Gesù accompagna a riconoscere. Questo riconoscimento apre ad una gioia che si connota come scoperta di un fiorire dell’esistenza nella relazione. La gioia è il sentimento degli amici. E poi c’è lo stupore per la fecondità possibile di amore che sta dentro alla nostra vita: “vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga…”. La promessa di portare frutto è apertura alla fiducia. Anche nelle esistenze più segnate dalla fatica e dall’incapacità c’è possibilità di fecondità, c’è dono di incontro, c’è apertura al futuro.

Eppure tutte queste sono anche parole che si scontrano con l’incapacità di amare nella gratuità, con l’esperienza dell’amore tradito, con la percezione dell’amore che nasconde egoismo, forme sottili di dipendenza e pretese di dominio. Si scontrano anche con una predicazione dell’amore che non ha una traduzione concreta visibile e che rimane parola stanca e vuota.

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Abbiamo scambiato e scambiamo la chiamata a fare comunità con una vita che è segnata dalla mentalità dell’efficienza, dalle logiche della distanza tra superiore e suddito, soprattutto segnate da un clericalismo insopportabile. Le parole dell’amicizia rimangono relegate o ad un intimismo che ne banalizza lo spessore, o cancellate dall’orizzonte di una vita comunitaria ridotta ad una divisione di compiti e funzioni, senza più respiro di sincerità, di fiducia, di certezza nell’essere accolti che è il cuore dell’amicizia.

Le parole del vangelo aprono orizzonti e fanno respirare aria diversa: ma è percezione comune a tanti che il vangelo rimanga ingabbiato in modalità concrete di strutture ecclesiali, di stili di vita, di scelte da parte di chi ha ruoli di responsabilità che lo soffocano anziché lasciare che la parola faccia il suo corso nell’aprire a sempre nuove e inedite conversioni.

Penso tuttavia che in questo tempo un’operazione faticosa ma sempre più ineludibile sia quella di ricercare le tracce del vangelo  là dove sono, nei percorsi al di fuori, là dove lo Spirito precede e apre a scoprire che ‘Dio non fa preferenze di persone’… E’ la scoperta di Pietro che si converte al vangelo: “chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto come noi lo Spirito santo?…”

E lo Spirito soffia. Dove c’è l’amore di chi fa della sua vita un dare se stesso facendo diventare il nemico amico, lì c’è epifania di un amore che viene da Dio.  E apre il cuore e spalanca a percorsi nuovi e fa respirare aria fresca.

A Giaffa, il luogo della fuga del profeta Giona, Pietro ha una visione con l’invito di una voce celeste. Ed è raggiunto da alcuni inviati da parte di un centurione, un pagano di Cesarea, uomo pio e timorato di Dio. Questi eventi spingono Pietro a muoversi, a recarsi nella casa del pagano Cornelio. Inizia così un cammino nuovo per Pietro e per le chiese. La preoccupazione per la separazione dagli impuri, la cura per non contaminarsi, così forte nella concezione religiosa di Pietro, viene meno nel suo incontro con Cornelio che lo accoglie andandogli incontro. Pietro riconosce innanzitutto che c’è una comune umanità che lo lega a Cornelio: anch’io sono un uomo come te’.  Scopre che se anche ‘non è lecito che un ebreo stia con un pagano’ Dio in quell’occasione gli sta facendo intendere che non si deve evitare nessun uomo come impuro: anche i pagani, considerati impuri sono chiamati all’incontro con Cristo.

Nel suo discorso ci sono le linee del primo annuncio della fede cristiana dopo la Pasqua. Al centro sta la proclamazione di Gesù di Nazareth: egli è passato dovunque facendo del bene e guarendo… lo uccisero mettendolo in croce, ma Dio lo ha fatto risorgere il terzo giorno. Pietro ricorda anche che nel suo nome proviene per chiunque crede il perdono dei peccati.

Mentre Pietro parlava lo Spirito scende sui pagani. Il testo degli Atti insiste sulla presenza dello Spirito santo che caratterizza la vita delle prime comunità: dono della pasqua è il suo soffia che ‘non sai di dove viene  dove va’ eppure guida e chiama dall’interno delle vicende umane. E questo incontro di Pietro e Cornelio è una pagina centrale negli Atti degli apostoli, chiave di volta di tutto lo scritto. Una pagina che narra la novità dello Spirito. E’ lo Spirito che conduce a superare la separazione tra il puro e l’impuro. E’ lo Spirito che apre all’incontro. Le visioni stesse sono i suggerimenti dello Spirito che irrompono nella quotidianità. Luca intende dirci che nella vicenda quotidiana è all’opera lo Spirito santo, per vie non racchiudibili entro schemi prefissati, che comunicano l’inatteso del disegno di Dio. E’ all’opera e precede. Sta tra chi ancora non ne riconosce l’azione silenziosa e spinge i credenti ad aprirsi a modi più autentici di vivere la fede. A non ridurla a costruzione umana. Il discepolo è chi rimane in ascolto di ciò che lo Spirito suggerisce. E lo Spirito precede: è all’azione in Cornelio – pagano e al di fuori delle appartenenze religiose – e discende su di lui e su tuta la sua famiglia nel momento in cui la testimonianza di Pietro su Gesù è comunicata.

Questo episodio è sovente presentato come la vicenda della conversione di un pagano, Cornelio, che con tutta la sua famiglia accoglie l’annuncio di Gesù nella sua vita. La parola di Pietro non fa altro che confermare e riconoscere un’azione dello Spirito che scende sui pagani suscitando lo stupore degli ebrei. E Pietro dovrà giustificare tale sua scelta. Certamente qui è descritta l’esperienza della prima comunità cristiana, dell’adesione alla fede di credenti provenienti dal paganesimo. Un segno della portata universale dell’evento della pasqua come dono di vita e di liberazione per tutti, senza esclusioni e senza separazioni.

Ma l’episodio è anche il racconto di una conversione sempre da attuare nelle chiese. Racchiude infatti un messaggio profondo che la narrazione comunica: è il passaggio della conversione di Pietro. Pietro chiuso negli schemi dell’opposizione del puro e dell’impuro, proprio nell’andare incontro, nell’entrare nella casa dell’altro, nel superare la distanza e la diffidenza, scopre che lo Spirito agisce in modo creativo, e sempre precede. E’ lo Spirito che apre e invita a non rinchiudere la parola del vangelo entro i ristretti confini di una religione fatta di prescrizioni e di decreti.

Conversione di Cornelio, apertura dei giusti e dei pagani al dono del vangelo; conversione di Pietro, richiamo alla continua conversione da vivere nel dialogo e nel non considerare impuro quello che Dio ha reso puro con la morte e risurrezione di Gesù. Tra queste conversioni si situa il nostro cammino  anche oggi.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno B – 2012

2Cr 36,14-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

Un Dio che non si stanca. Un Dio paziente. Protagonista instancabile di una pazienza attiva, creativa. Sta qui il messaggio al cuore della prima lettura. “Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora”. In due avverbi ‘premurosamente’ e ‘incessantemente’ è racchiuso uno stile: la cura, la preoccupazione fatta di piccole attenzioni, e la continuità. Senza posa Dio ripropone la sua alleanza nonostante l’indifferenza, i rifiuti, la dimenticanza. Motivato solo dalla compassione, dalla vicinanza. Un Dio vicino e premuroso. Capace di creare occasioni nuove e di aprire nuove vie di libertà. Così dopo la dura esperienza dell’esilio chiama Ciro, l’imperatore pagano, e lo muove per aprire nuove vie ad Israele perché scopra la gioia del ritorno a Lui.

Alla sorgente di un percorso di fede non sta una costruzione umana, ci dice questa pagina, ma la gratuità e il farsi vicino di un Dio alla ricerca dell’uomo. C’è soprattutto la sua presenza amorevole e vicina. E il credere non è questione di altro se non di scoprire i segni della sua premura, le chiamate della sua compassione, e accogliere la sua presenza nella vita. Un’esperienza che si presta continuamente ad incomprensioni e al non riconoscere la gratuità del suo venire.

L’esperienza di Paolo che sta sullo sfondo della seconda lettura  è segnata da questa scoperta, a lui donata da Gesù Risorto. Il messaggio paolino passa alle comunità e ai suoi discepoli delle generazioni successive: “per grazia siete stati salvati mediante la fede”. Chi si apre a questa esperienza di gratuità viene trasformato e può iniziare a leggere e vivere la propria esistenza in modo nuovo. Un’esperienza che si rinnova ogni volta che un gesto, una parola, un tempo dedicato fanno risuonare l’eco della gratuità dell’amore di Gesù che si fa servizio concreto, e lascia spazio alla parola più alta dell’amore: ‘tu sei più importante di me’. Questa parola è stata la vita di Gesù. Ma allora ciò che conta è affidarsi, lasciarsi incontrare e cambiare da questo dono. L’autore della lettera agli Efesini parla di ‘opere buone ‘ non come fonte di vanto. Esse stesse sono dono di Dio. Dio le ha preparate perché in esse camminassimo. E’ una prospettiva nuova e su cui riflettere quest’orizzonte di opere buone come via su cui camminare. Non per fermarsi ad esse ma per scoprire l’orizzonte a cui questo cammino conduce: la grazia dell’incontro con Gesù che è dono. La fede come riferimento alla figura di Gesù di Nazaret prima e oltre ogni appartenenza ad un sistema religioso, di pensiero di cultura o di gruppo.

E’ questa anche l’esperienza a cui è chiamato Nicodemo. Nicodemo come tutti i personaggi nel IV vangelo è una sorta di paradigma. E’ l’esempio del maestro, di chi sa ed è preparato, del sapiente, che pure si lascia inquietare dalla parola e dalla libertà di Gesù. E va da lui di notte, avvolto in quel buio che è simbolo della sua chiusura e della sua incapacità nonostante il suo sapere, ma anche desideroso di parole che Gesù gli offre. A lui Gesù dice che è necessario rinascere, non come sforzo nostro, ma nell’accoglienza di un dono che viene dall’alto. Dall’alto e di nuovo. Non è opera nostra. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio: la sua premura è che nulla vada perduto. C’è una passione di Dio che è premura di salvezza, di vita per tutti. La vita eterna non quale dimensione futura, ma esperienza che inizia sin d’ora. Il riferimento è Gesù innalzato: un paradosso. L’innalzato sulla croce vive l’abbassamento più grande che si possa immaginare. Eppure nel suo essere innalzato può radunare attorno a sé, diviene luogo a cui guardare fisso, è centro di un radunarsi che coinvolge vicini e lontani, e si raccoglie attorno al volto di Dio mostrato come amore. Non per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato.

In che misura ci lasciamo toccare da queste parole: perché il mondo sia salvato? E’ questa la premura del Padre. E’ questo il dono di Gesù.

Credere in Gesù come adesione a lui che sulla croce ha mostrato il volto di Dio come amore che si dona fino alla fine è la grande questione della nostra vita.

Alessandro Cortesi op

1 gennaio 2012 – Maria ss. madre di Dio – Giornata mondiale della pace

Num 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

“Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

C’è una parola di benedizione al cuore di questa giornata dedicata alla preghiera per la pace e alla memoria di Maria. Una benedizione che racchiude anche il senso del tempo che trascorre, il passaggio da un anno civile ad uno nuovo. Nell’atto di benedire si racchiude la chiamata a stare nel tempo in un modo nuovo. Senza farsi travolgere dalle cose. Ma con capacità di sguardo al senso delle opere e dei giorni. Si può infatti subire il tempo che scorre come una maledizione, oppure assumere ogni momento come luogo di una benedizione: parola di bene da accogliere e da donare.

Benedire non è si esaurisce solamente nel ‘dire’, nel pronunciare una benedizione. Tanto meno può essere identificato con un gesto clericale, quello a cui siamo abituati e a cui spesso si pensa in rapporto a questa espressione, come se fosse qualcosa che dal di fuori si aggiunge alle cose. Benedire è piuttosto scoprire il bene che è presente già dentro nelle cose, gioire di un bene che è dono. Nella natura che ci è data, nei volti delle persone, nelle situazioni, nonostante tutte le contraddizioni. Certamente il male offusca il bene, lo contrasta ma non vince i semi di bene presenti nella vita, la radice di un bene che sta dentro e che se scoperta può aprire a duna fiducia fondamentale. Benedire non si connota allora come dare qualcosa dall’alto, ma può essere un modo di guardare alla realtà, un modo di ascoltare le vicende e le esistenze, e di starvi dentro e di incontrare gli altri con uno sguardo particolare, con quell’abbraccio benedicente che ripropone l’attesa e la speranza del padre misericordioso della parabola di Gesù.

E’ in questo senso una attitudine laica, non sacrale, tutt’altro dalla religiosità affettata di chi va in cerca di santoni e di ‘benedizioni’. E’ un modo di essere che può essere di tutti, uno stile del vivere che attraversa non tanto spazi e tempi separati, quelli del sacro, ma le case e le strade, i momenti quotidiani dell’esistenza e le diverse stagioni della vita. E’ così gesto – o meglio atteggiamento – possibile a tutti, che si esprime in sguardi, pensieri, parole, nel modo di ascoltare, di toccare, nell’attuare scelte, nell’agire, nel costruire, nell’incontrare. Benedire è uno stile di porsi di fronte a se stessi – accettandosi con pazienza e benevolenza – agli altri, alle cose, a Dio. In questo senso benedire è strettamente legato alla pace: “Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Benedire è espressione di un cuore nonviolento.

Dire il bene è innanzitutto scoprire che nella nostra vita c’è una radice di gratuità. Non tutto proviene dal calcolo, dalla compravendita, dalla misura di ricchezza o di efficienza. La nostra vita ha radice in un movimento di gratuità. La Bibbia legge tale gratuità come un piegarsi di Dio. C’è questo rinvio nelle parole della benedizione di Aronne: ‘Dio ti sia propizio’. Il suo essere propizio si attua come chinarsi di grazia. Dio si è curvato su di noi, e da questo atto creativo, nucleo prezioso al cuore delle cose e degli incontri, carico di benevolenza, può scaturire una novità. E’ la novità dello stupore di fronte ad un nascere possibile ad ogni istante, ad un inedito che si apre all’impossibile.

Leggiamo questa benedizione di Aronne nel tempo del Natale: Dio si è chinato guardando Maria, la serva del Signore e si è chinato su di noi nel Figlio che ci è dato. In Gesù, volto del Dio umanissimo, il Padre mostra il suo sguardo di benedizione verso l’umanità piegata da tanti pesi e dall’incapacità di liberarsi da tante forme di oppressioni. Gesù, diranno i suoi primi testimoni, è passato ‘facendo del bene’: il benedire riassume l’agire del profeta di Nazaret. E il benedire dovrebbe connotare il profilo di coloro che desiderano appartenere alla famiglia degli amici di Gesù.

Il ‘benedire’ di Dio che è il suo piegarsi e chinarsi su noi, genera possibilità di uno sguardo stupito che si fa risposta ad un bene ricevuto. E fa diventare benedizione per gli altri. E’ l’atteggiamento dei pastori che “tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”. I pastori sono l’esempio di chi, tenuto ai margini, in stato di esclusione e lontananza, espulso dalla cerchia dei religiosi e dei ‘puri’, ha mantenuto un cuore libero, capace di lasciarsi toccare dalla gratuità. Capace di apertura verso qualcosa di inedito e nuovo nella vita. I pastori non appartengono alla cerchia dei devoti delle benedizioni clericali che escludono e selezionano, ma sono i cantori di quel sussurrare il bene nella vita da parte del Dio che va in cerca di chi è perduto, che si fa vicino a chi pensa di essere lontano e non benedetto. Il Dio che si rivela nel volto del ‘maledetto’ sulla croce.

Augurare un buon anno, nell’orizzonte della fede è ben diverso dagli auguri illusori di spensieratezza. Talvolta questi rivelano un tentativo disperato di fuga momentanea dalla durezza dell’esistenza. Un tempo vissuto nell’orizzonte della benedizione è un tempo che può essere di gioia e di serenità, ma anche di dolore e di prova. Può essere un tempo che si scontra con la difficoltà inattesa, con la  malattia, con la morte. Ma ogni attimo ed ogni situazione, anche le più difficili a sostenere, possono divenire esperienza di benedizione. In ogni momento si può scoprire la luce del volto del Signore che si china sui suoi poveri e che ci raggiunge nella benedizione delle cose, nei piccoli segni di cura. Segni di un Dio che è presente nella nostra vita, senza far rumore. E in ogni momento si può vivere una risposta di benedizione che assume i  tratti della gratitudine, dell’impegno, della preghiera, della disponibilità, dell’abbandono. Così il nostro augurio può avere uno spessore nuovo: Il  Signore ti guardi e ti benedica… in tutto il tempo che ti è dato…

Alessandro Cortesi op

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