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Immacolata Concezione – anno A – 2019

Cranach,_adamo_ed_eva,_uffizi-1(Lucas Cranach il vecchio, Adamo e Eva – 1528 – Uffizi)

Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

“Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. In queste poche parole, in un saluto, è racchiusa l’esperienza di Maria, donna capace di responsabilità e impegno perché segnata da un amore ricevuto e accolto.

“Rallegrati” non esprime riconoscimento di una sorta di grandezza o di virtù da parte di Maria: è piuttosto espressione di un amore immeritato che ha avvolto la sua vitae di cui lei si rende consapevole. E’ indicazione di un’esperienza di grazia che genera stupore e ringraziamento. Ed insieme senso di restituzione di tutto a Dio. La vita di Maria è posta nel segno di una gratuità che lei in modo adulto accoglie responsabilmente facendone orizzonte di sequela di Gesù e di servizio. Non nella logica dell’assoggettamento e di una femminilità vissuta nei termini di sottomissione e rassegnazione, ma con il coraggio proprio dei poveri di Jahwè che percorrono e accompagnano cammini di liberazione. Maria si scopre amata e per questo inviata ad essere testimone di un amore che guarda ai piccoli, che rovescia i potenti dai troni, che innalza gli umili, che ribalta una storia dominata dai violenti e dai prepotenti e inaugura una storia nuova. E’ l’amore di Dio.

Nel volto di Maria si può scorgere la bellezza di chi è amato da Dio e accoglie questo dono con senso di gratitudine e con creatività e decisione, facendosi terreno di accoglienza e dando spazio alla fecondità di questo amore. Una zolla di terra capace di dare spazio ad un seme di vita.

“Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo…” La nudità di Adamo nel giardino è il segno di uno stare di fronte nella sincerità e nella trasparenza. Di fronte al suo ‘tu’, Adam, l’umano fatto di terra, si scopre nudo, scoperto, capace di gioire della trasparenza di corpi che s’incontrano senza nascondimenti. La nudità esprime la bellezza dell’amore in cui proprio l’incontro dei corpi manifesta il desiderio di consegna del proprio io ad un ‘tu’ che sta di fronte, incontrato come presenza che accoglie vicina e diversa. E’ esperienza di trasparenza nell’intimità della vita. Nella loro nudità Adamo e Eva scoprono di potersi affidare reciprocamente e di poter consegnare l’un l’altra la propria fragilità senza paure, senza riserve. E’ la bellezza dell’amore che sulla terra è traccia ineludibile di Dio.

Tuttavia la nudità diviene un ostacolo, elemento che genera paura quando il rapporto s’incrina con falsità, sospetto e tradimento. Quando non è trasparente, quando si vuole nascondere qualcosa: nell’immagine di Adamo che di fronte a Dio ha paura perché si trova ad essere nudo sta racchiuso il messaggio su di una rottura del rapporto. E’ un atteggiamento di insincerità, tentativo di nascondere un sospetto. E’ ricerca di coprirsi e di mascherare nel trovarsi a disagio con la propria fragilità, nel voler nascondere una distanza ed una rottura.

Ad Adamo ed Eva, padre e madre dei viventi, nudi, narra Genesi, Dio procurerà delle tuniche di pelle per coprirsi: il Dio che vuole la vita e l’amore, nonostante l’insincerità dell’uomo, nonostante l’incapacità ad accogliere con fiducia il suo dono, apre cammini in cui poter recuperare sincerità e amore di fronte all’altro.

“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. C’è un disegno di benedizione sulla vita umana e sul cosmo. L’inno agli Efesini ricorda che c’è un sogno di Dio su ogni volto: ed è un sogno di benedizione, di partecipazione alla sua vita, di santità. Sta qui la radice per scorgere in ogni volto un luogo di benedizione e per chiedere al Signore di essere strumenti perché ogni persona possa scoprire questo sguardo di amore nel cuore della sua esistenza, nonostante ogni contraddizione, ogni abbandono, ogni sofferenza per non essere amati. In lui, in Cristo che si è dato per tutti, Dio ci ha scelti. Siamo inseriti in una corrente di sguardo benevolente e amoroso che solo fa sorgere vita e vita per altri.

Alessandro Cortesi op

viva-vittoria-bergamo-1024x768(le piazze di alcune città italiane sono state tappezzate nella giornata del 25 novembre con coperte multicolori per sensibilizzare contro la violenza di genere: qui una installazione a Bergamo)

Violenza, sfruttamento, individualismo

Leggendo i quotidiani degli ultimi giorni non si può non sostare con preoccupazione a fronte a due fenomeni che si presentano con drammatica evidenza: il dato sulla violenza contro le donne in Italia e il fenomeno dello sfruttamento del lavoro che continua e alimenta gli affari delle grandi marche della moda.

Sono novantacinque le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno. Nel 2018 le vittime sono state 142. Dal 2000 ad oggi sono state 3.230. Circa la metà per mano del proprio compagno o ex compagno, in un contesto quindi familiare. Manifestazioni di violenza si accompagnano a maltrattamenti, ad oppressioni e umiliazioni, a stalking, e sono condotte in modo trasversale senza differenze tra Nord centro e Sud Italia. Le vittime e gli aggressori provengono da tutte le classi sociali e dalle più diverse condizioni economiche. La rete dei centri anti-violenza, in una sua analisi comparando i dati Istat e quelli raccolti direttamente, ha evidenziato che la percentuale più alta delle forme di violenza subita dalle donne ascoltate presenta situazioni di violenza psicologica (73,6 per cento). Le denunce sono aumentate ma non sono sufficienti le misure di tutela. I Centri antiviolenza non hanno sostegni adeguati. Avanzamenti nella legislazione come la legge sullo stalking del 2009, e quella sul femminicidio del 2013 non hanno portato ad una decisa diminuzione della violenza.

Appare come il femminicidio sia una piaga in particolare del nostro Paese che denota non più una situazione di emergenza ma un fenomeno continuativo. La violenza esercitata sulle donne non può essere relegata ad una vicenda privata, ma assume una valenza sociale. L’intera società deve sentirsi interpellata e individuare misure per reagire e predisporre itinerari educativi. Alla base del fenomeno sta una idea malata di possesso dell’altro, la dipendenza da una comprensione androcentrica e patriarcale della vita, una comprensione narcisistica della personalità, l’incapacità di rispettare l’autonomia e la libertà dell’altro, il rifiuto di affrontare la fatica nel costruire giorno per giorno relazioni adulte. Le questioni in gioco sono l’educazione alla parità, al rispetto dell’altro, l’accettazione della differenza, la capacità di confronto e dialogo, soprattutto una comprensione nuova della propria identità in relazione e poi il superamento di visioni discriminatorie, di stereotipi e pregiudizi. La violenza sulle donne è uno dei versanti dell’affermarsi della violenza in un contesto in cui si esalta il ripiegamento su un proprio io incapace di guardare all’altro e di lasciarsi porre in discussione dalle diversità dell’altro.

Proprio in considerazione di tale questione di un ‘io’ incapace di aprirsi alla considerazione dell’altro da sé, Matteo Zuppi, cardinale di Bologna, osserva: “Oggi le appartenenze sono piuttosto digitali, comunque più individualistiche e frammentarie, condizionate da opportunità, affinità iniziali e non verificate, oppure contingenze. Cosa diventa un individualismo di questo genere se non crescono parimenti la responsabilità, la capacità di discernimento e di visione che sono possibili solo in un rapporto con il prossimo?”

Un egocentrismo che si connota come aspirazione senza limiti porta a drammatiche conseguenze nella vita sociale: “L’egocentrismo – io penso – ha pretese senza limite, perché il vero limite, che non riesco mai a superare da solo, sono io stesso: quell’io su cui punto tutte le mie risorse. L’egocentrismo ci persuade che staremo bene solo assecondando il nostro io, anche a costo di rovinare i rapporti con le persone più care. Così finiamo per scegliere la parte e non il tutto, lo spazio e non il tempo, la difesa delle cose piuttosto che la costruzione dei rapporti” (Matteo Maria Zuppi con Lorenzo Fazzini, Odierai il prossimo tuo. Perché abbiamo dimenticato la fraternità. Riflessioni sulle paure del tempo presente, Piemme 2019)

C’è anche un egocentrismo di un mondo che alimenta il suo produrre nello sfruttamento degli altri: “L’Italia fonda una parte rilevante della sua qualità manifatturiera sul lavoro schiavizzato in distretti industriali che, per tradizione ormai di oltre mezzo secolo, si occupano di realizzare in nero e in condizioni spesso disumane confezioni, cuciture, rifiniture, ma anche scarpe, abiti, cinture, prodotti dell’alta moda”. Così Roberto Saviano introduce un suo articolo in cui denuncia la situazione diffusa a nord al centro e al sud dello sfruttamento di lavoro schiavizzato che alimenta l’industria dell’alta moda, delle grandi marche che esportano in tutto il mondo (Quegli operai sfruttati nella fabbrica ‘grandi firme’, “La Repubblica” 18 novembre 2019) .

Dopo aver fatto riferimento a recenti situazioni concrete in cui sono stati scoperti lavoratori in nero che lavoravano in condizioni di sfruttamento per due/tre euro l’ora osserva: “Il lavoro italiano schiavizzato è stato totalmente rimosso dal dibattito pubblico sovranista perché andrebbe a smontare il suo principale cavallo di battaglia ideologico, svelando che non sono gli immigrati clandestini che arrivano in Italia a far abbassare il prezzo del lavoro e quindi a reintrodurre la schiavitù. Da più di cinquant’anni in molte zone del Meridione d’Italia (ma anche in Veneto) esiste un sistematico sfruttamento della manodopera di qualità da parte di tutto il sistema della moda, ma nonostante articoli, reportage, denunce e impegno dei sindacati, non si riesce in alcun modo a mutare la situazione”.

“la responsabilità di molte aziende dell’alta moda è totale: sono consapevoli — anche se legalmente al riparo — che la qualità della loro merce è frutto di condizioni di lavoro terribili e di uno sfruttamento costante. Solo da loro possono venire scelte in grado di cambiare questa situazione. Il populismo tace per convenienza, i riformisti temono di far scappare le aziende, quindi i salari, quindi i voti. Insomma, la solita verità italiana”.

Forme diverse di violenza e sfruttamento sono presenti in un contesto in cui sarebbe indispensabili maturare la consapevolezza della dignità di ogni volto perché in esso sta una benedizione originaria ed una chiamata fondamentale alla relazione.

Alessandro Cortesi op

Immacolata concezione della beata vergine Maria

DSCF4065Gen 3,9-20; Sal 97; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38
Una festa di Maria s’inserisce nel percorso dell’avvento di quest’anno. E’ festa che richiama al dono di grazia di Dio in Maria giovane donna ebrea, immersa nelle attese del suo popolo, e disponibile ad intendere la sua vita come la prima credente in Gesù che pure è accolto in lei. E’ la madre del salvatore, ma prima di tutto è colei che ha vissuto un’attesa esistenziale profonda aperta alla presenza di Dio nella sua vita: è ‘colei che ha creduto’ alle promesse di Dio e che per prima ha seguito Gesù sulla sua via. Con lei viviamo la fatica e la gioia del cammino della fede.

Luca nei primi due capitoli del suo vangelo organizza il materiale di cui disponeva nella struttura di un grande dittico: due parti, l’una all’altra speculare. Narra l’irrompere di Dio nella vita di Zaccaria, sacerdote a Gerusalemme e di Maria, giovane donna di una regione periferica e disprezzata della Palestina; poi le due nascite, di Giovanni e di Gesù, in parallelo e nella diversità; la circoncisione di Giovanni e quella di Gesù; il cantico di Maria e il Cantico di Zaccaria. Si tratta di un dittico che appare ‘sbilanciato’: ogni avvenimento della vita di Giovanni Battista è posto in rapporto alla vicenda di Gesù e dà risalto nella differenza alla novità di Gesù stesso. C’è anche un grande messaggio da cogliere che affonda le sue radici nel riferimento storico al rapporto tra il Battista e Gesù: non si può comprendere Gesù senza il Battista anche se Gesù poi si distanzia e vive un percorso nuovo rispetto a quello di Giovanni. Da Luca tutto questo è proiettato nel momento della nascita.

Lo squilibrio del dittico di Luca si fa evidente nel parallelismo delle annunciazioni: nell’annunciazione a Maria non si è più a Gerusalemme, in Giudea, ma in Galilea; non un uomo, un sacerdote, ma una donna, in attesa; non nel Tempio, ma nell’ambiente della quotidianità, della periferia.

Sei mesi dopo – cioè 180 giorni – dell’annuncio a Zaccaria nel tempio, Gabriele è messaggero di una chiamata di Dio a Maria, questa volta a Nàzaret. Nove mesi dopo – cioè 270 giorni dopo – Maria dà alla luce il figlio. Successivamente, dopo i quaranta giorni, che la Legge indica come tempo della purificazione (Lev 12,2-4), Gesù viene presentato al tempio, offerto come primogenito (Lc 2,22-24; Es 13,2). I sei mesi assommati ai nove e ai quaranta giorni costituiscono insieme 490 giorni (70 per sette): è un rinvio alla ‘profezia delle settanta settimane’ che nel libro di Daniele erano state annunciate per ‘ungere il santo dei santi’ (Dan 9,24). Luca vede quindi in questo percorso il compiersi della profezia relativa alla figura del messia atteso e lo sottolinea nell’espressione che viene ripetuta: ‘compiuti i giorni’. L’intera vicenda di Giovanni battista, il più grande dei profeti, sin dalla sua nascita è rivolta ad un compimento, espresso attraverso la simbologia della scansione del tempo. Questo tempo ha uno spessore nuovo, di compimento: è un ‘oggi’ di salvezza.

Di Maria, in questi due capitoli, si dice molto poco: è indicata quale parente di Elisabetta, quindi anch’essa collegata a discendenza sacerdotale, e promessa sposa di un uomo della casa di Davide (Lc 1, 27). Viene in tal modo unita, attraverso Giuseppe, alla casa regale ed introduce il messaggio che Gesù è quella discendenza vivente che compie la profezia di Natan a Davide (2 Sam 7, 5-16).

‘Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te’: Il saluto che l’angelo le rivolge ‘Chaire’ richiama un’espressione ordinaria nell’incontro, ma è anche richiamo ad una gioia profonda e si fa eco di pagine del Primo Testamento che parlano di donne, di attesa, di gioia per tutto il popolo.
L’invito ‘Rallegrati’ è rinvio ad un testo di Zaccaria: ‘Rallegrati grandemente, o figlia di Sion’, saluto rivolto a Gerusalemme. E’ un invito alla gioia come riflesso e accoglienza della gioia rinnovatrice di Dio: “Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Zac 2,14).

‘Rallegrati piena di grazia’ reca anche un’eco dell’episodio di Rut, la bisnonna di Davide che trovò grazia quando ebbe il coraggio di accostarsi a Booz nell’aia di notte (Rut 2,10-13). Ed è ricordo sottinteso alla regina Ester, altra figura di donna coraggiosa, che ‘trovò grazia’ davanti al re Assuero (Est 2,17). Il saluto introduce un contesto di nozze e di incontro. ‘Il Signore è con te’ è così citazione di Sofonia che ispira l’intera narrazione di questa pagina. Sofonia invitava il popolo a vivere una gioia particolare per l’intervento di Dio in mezzo al suo popolo, espresso nell’immagine della ‘figlia di Sion’, e la sua presenza nella storia come salvatore: “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,14-17). L’annuncio di Sofonia ‘Il Signore è in mezzo a te’ è ripreso da Luca e riferito al concepimento di Gesù: ‘egli è in mezzo a te’ si trasforma in ‘avrai nel grembo’.

Il saluto è accompagnato dall’espressione ‘piena di grazia’. Il verbo è utilizzato con il significato di ‘rendere grazioso’, cioè ‘trasformato mediante la grazia: l’espressione sottintende un’azione che proviene dalla libertà di Dio che si è attuata, e che permane. Non è solo un attributo, ‘piena di grazia’, ma un autentico ‘nome’ nuovo dato a Maria, la ‘graziosa’. Come nei racconti di chiamata ed invio, il nome nuovo è donato contemporaneamente all’invio per una missione. Ed è individuabile, nel dittico composto dalle due annunciazioni, ancora una opposizione: Zaccaria ed Elisabetta osservanti irreprensibili di tutte le leggi da un lato e dall’altro una situazione nuova e dirompente, determinata dall’azione di Dio che trasforma Maria con la potenza della sua grazia.

Luca indica inoltre alcune caratteristiche del figlio. Rilegge così e ri-narra in questa pagina la profezia che il profeta Natan presentò a Davide: anche Gesù, come lo stesso Davide, sarà ‘grande’ (2Sam 7,11). A lui è attribuito il titolo ‘figlio dell’Altissimo’ designazione di coloro che da Dio sono chiamati per compiti specifici (Sal 2,7; 29, 1; 82,6; 89,7) e del Messia (2Sam 7,16; Is 9,6). Gabriele fa riferimento anche alla ‘casa di Giacobbe’: questo termine indica le dieci tribù del nord, quell che stanno oltre i confini del regno di Davide. Gesù porterà ad un allargamento dei confini unendo quelli che erano stati nella storia di Israele i due regni divisi del sud e nord, Giuda e Israele, aprendo così ad un superamento di confini tra giudei e pagani. Il nome Gesù che gli viene assegnato prima della nascita indica ‘Dio salva’, ‘Dio è salvatore’.

Maria vive una disponibilità profonda. Nel suo volto Luca vede rispecchiarsi la condizione di chi è infecondo (‘non conosco uomo’), il popolo di Sion che è come sposa abbandonata. Maria è vista così come la nuova Gerusalemme che assume la condizione del peccato di Israele e vive una disponibilità radicale aprendo una nuova via all’umanità. Luca vede nel cammino di Maria riflettersi sin d’ora il medesimo cammino di Gesù che sarà abbandonato e prende su di sé la condizione del rifiutato.

Le parole dell’angelo: ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ rievocano l’immagine della tenda. Nel cammino dell’esodo Israele aveva fatto esperienza della presenza di Dio che camminava con il suo popolo nella nube al di sopra della tenda del convegno. La nube coprendo, riempiva la tenda con la ‘gloria di Dio’ e Mosè stesso non poteva entrare (Es 40,34-38). Ed era nube che accompagnava il cammino della liberazione.

Il figlio annunciato a Maria è quindi accostato alla presenza della gloria di Dio, presente in mezzo al cammino di un popolo e custodita nella Shekinah, luogo della presenza e dimora. Maria agli occhi di Luca è colei che accoglie e si fa dimora: non accoglie le tavole della legge, come la tenda nel deserto, ma la presenza stessa della Parola di Dio nella vita di Gesù.

Vivere questa festa di Maria oggi significa fare spazio in noi al dono di Dio che nella sua libertà ‘ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e irreprensibili dinanzi a sè’ e ‘ci ha scelti nel suo progetto gratuitamente per manifestare la potenza della sua salvezza in noi’ (cfr. Ef 1,4.11-12).

Suggerisco al termine di questa lettura due scritti: il primo di don Tonino Bello che aiuta a riconoscere in Maria una figura fondamentale dell’avvento come attesa. Il secondo del teologo Joseph Moingt. Esso sottolinea la dimensione del femminile nella chiesa da riscoprire oggi non solo con l’esaltazione del ‘genio femminile’ rivolto spesso alla ‘donna’ intesa in astratto ma nel vivere scelte che attuino un effettivo riconoscimento della presenza e della voce delle donne concrete con la loro specificità nella vita ecclesiale e nel confronto con i rpocessi in atto nella società contemporanea.

“Già il contrassegno iniziale con cui il pennello di Luca la identifica, è carico di attese: ‘promessa sposa di un uomo della casa di Davide’. Fidanzata, cioè. A nessuno sfugge a quale messe di speranze e di batticuori faccia allusione quella parola che ogni donna sperimenta come preludio di misteriose tenerezze. Prima ancora che nel vangelo venga pronunciato il suo nome, di Maria si dice che era fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe. In ascolto del frusciare dei suoi sandali, sul far della sera, quando, profumato di legni e di vernici, egli sarebbe venuto a parlarle dei suoi sogni. Ma anche nell’ultimo fotogramma con cui Maria si congeda dalle Scritture essa viene colta dall’obiettivo nell’atteggiamento dell’attesa. Lì, nel Cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito. In ascolto del frusciare della sua ala, sul fare del giorno, quando, profumato di unzioni e di santità, egli sarebbe disceso sulla Chiesa per additarle la sua missione di salvezza. Vergine in attesa, all’inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra così divina, cento altre attese struggenti. L’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L’attesa del giorno, l’unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L’attesa dell’«ora»: l’unica per la quale non avrebbe saputo frenare l’impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno. L’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.
(…) Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano.
(don Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni)

“… il riconoscimento effettivo dell’emancipazione della donna, nella Chiesa come nel mondo, è divenuto la condizione di possibilità dell’evangelizzazione del mondo; e, poiché la missione evangelica è la ragione d’essere della Chiesa, la nuova accoglienza che essa riserverà alla donna sarà il «simbolo» operante della sua presenza evangelica al mondo di oggi, il pegno della sua sopravvivenza. La donna non porta più corsetti: la Chiesa deve essa stessa emanciparsi dalla tradizione che la lega alle società patriarcali del passato per darsi, attraverso lo spazio che saprà fare alle donne, il diritto di sopravvivere in questo mondo nuovo. Introdurre nella Chiesa un po’ di femminilità, a condizione di darle uno spazio in cui possa risplendere, sarà versarvi quella parte di umanità ancora troppo ridotta o mascherata da un potere esclusivamente maschile e sacro, ovvero intollerante. (…)

Si tratta, prima di tutto, di rinnovare il terreno delle comunità cristiane, di instaurarvi libertà, alterità, uguaglianza, corresponsabilità, cogestione, di lasciarvi penetrare le preoccupazioni del mondo esterno, di rendere le sue celebrazioni più conviviali, a immagine dei primi pasti eucaristici in cui si condivideva il pane e i viveri sotto la presidenza benevola di un padre di famiglia; tutto ciò senza dimenticare il principio paolino di escludere tutto quanto esclude. Dentro una tale atmosfera rinnovata la condivisione del potere si presenterà sotto una nuova luce. Ci si ricorderà che il «presbiterato» dei primi secoli, il cui nome è stato reintrodotto, non aveva granché di sacerdotale, essendo allora il sacerdozio riservato al vescovo, e si sarà capaci di reinventarlo sciogliendo il tremendo rapporto tra potere, sesso maschile e sacro. Non si rischierà così di sconvolgere il potere monarchico sul quale la tradizione ha costruito l’organizzazione dell’istituzione ecclesiastica? Può darsi, ma perché averne timore in anticipo? Non è forse a proposito di una donna e per bocca di lei che fu profetizzato: ‘Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili’? Non si tratta di rovesciare alcunché, ma d’innalzare ciò che è in- giustamente abbassato. La donna e il futuro della Chiesa? La donna è e sarà il futuro della Chiesa” (Joseph Moingt, “Il Regno attualità” 4/2011 per il testo completo cfr. http://www.ilregno.it/it/rivista_articolo.php?RID=0&CODICE=50977; anche http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201102/110203moingt.pdf).

Alessandro Cortesi op

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