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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

cristo-con-discepoliSap 18,3.6-9; Ebr 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48

‘Non temere piccolo gregge, perché al Padre è piaciuto di darvi il suo regno’. In poche parole Luca descrive la comunità raccolta da Gesù: è una comunità piccola, invitata ad essere consapevole che la sua unica ricchezza è essere orientata al regno. Non deve ricercare una grandezza sua propria, e neppure la sua preoccupazione deve stare nel suo ingrandimento. E’ chiamata a stare nel rapporto col Padre e a non temere. La sua finalità sta nel testimoniare che il regno, un nuovo genere di rapporti in cui si scopre che Dio è vicino ed attuare uno stile di fraternità e condivisione, in cui i poveri e i piccoli sono al centro. Al cuore della vita sta un dono, il regno di Dio, che proviene dal Padre: la sua vicinanza agli ultimi che offe liberazione e salvezza. La cura e la bontà del Signore sono senza misura e ciò è sufficiente a nutrire la speranza e ad indicare il cammino della comunità. Non c’è bisogno di altre sicurezze terrene. La vita della comunità si situa in un orizzonte di gratitudine e di speranza: è dono da custodire nell’impegno.

Lo stile di vita della comunità trae da qui la sua motivazione e il suo orientamento. Non vivere nell’egoismo, ma nella condivisione, non nella ricerca di vantaggi, ma nel rendere grazie e nell’affidamento al Padre, non nella paura o nella lamentela ma nella gratitudine e nella libertà di essere testimoni. Dio non guarda alle cose grandi ma a quelle piccole.

‘fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché là dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore’. Aver scoperto il dono del regno comporta nel tempo un uso diverso dei beni, un rapporto nuovo con le cose, certamente lo scrollarsi di dosso l’ansia di un potere che deriva dal possesso e dall’avere.

Luca sottolinea poi come usare i beni. ‘State pronti’ è l’invito centrale. Perché essere pronti? Perché il ‘figlio dell’uomo’ – il Signore risorto indicato con questo titolo che invitava a pensare alla fine dei tempi – verrà. La vita dei credenti è segnata da una assenza ma è anche segnata da una attesa di incontrarlo. Gesù non è più presente come prima, ma tornerà. L’invocazione che risuonava nelle prime liturgie cristiane e continua ad essere ripetuta è: ‘Vieni Signore Gesù’.

Luca presenta a questo punto una breve parabola sul ritorno del padrone che torna dalle nozze. I servi sono chiamati ad attuare vigilanza. La vita cristiana richiede un atteggiamento di servizio, non di dominio, di attesa, con uno sguardo rivolto al di là dell’immediato.

Viene così delineata una tensione tra il presente e il futuro. Nell’attesa di un venire del Signore, è importante una azione nel presente per preparare e vivere sin d’ora l’impegno che a Lui fa riferimento. L’invito è a non esaurire le energie nella ricerca di cose che appesantiscono e distraggono dal senso profondo della vita. E viene qui posta la beatitudine per coloro che vigilano: ‘se giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro’. Il Signore verrà, ma in modo che non corrisponde a calcoli umani.

Luca descrive il profilo di coloro che seguono Cristo come amministratori: non sono né possessori né padroni, ma persone con un dono e un compito affidato. Persone chiamate ad una responsabilità libera: chiamati ad un servizio, nelle situazioni concrete, nel rispondere e farsi carico. Sta qui la tensione tra l’impegno nel presente e il futuro atteso – in contrasto ad ogni visione che divide città terrestre e città celeste. La fedeltà all’ultimo si attua e si svolge nel penultimo della vita e della storia.

‘State pronti’ ha allora per Luca una forte valenza di attenzione al tempo che ci è dato, alle occasioni, per non lasciarsi distogliere nella ricerca di ricchezze che rivelano la loro vacuità. Sembra anche suggerire che già in questo oggi, nel servizio, si incontra Cristo che ci viene incontro e che verrà. Egli ‘viene a noi incontro in ogni uomo e in ogni tempo’.

Alessandro Cortesi op

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Stare pronti contro la disumanità

Dopo l’approvazione in senato del cosiddetto decreto sicurezza bis che si connota come legge tesa a promuovere quel regime di disumanità che comprende il disinteressarsi dei migranti che fuggono da miseria guerre e persecuzioni e addirittura induce a punire chi intende offrire soccorrso in mare, il ministro dell’interno Salvini ha ringraziato per tale esito la beata Vergine Maria. Un atto che definire blasfemo è poco!

Riflette il volgare cinismo di chi costruisce il consenso sulla presentazione di una realtà costruita artificialmente e propagandata con fake news, sull’induzione del senso di paura per favorire il desiderio di un capo che ponga ordine e dia salvezza e denota una attitudine a porsi come paladino di una religione privata di contenuto e ridotta a strumento del progetto di conquista del potere in forme che forzano il diritto e non riconoscono limiti costituzionali. Anche questo gesto, pur periferico, può essere decodificato come un tassello di un percorso mirante alla costruzione di un regime portando dalla sua parte chi vive un sentimento religioso. Un regime che diviene dominio e non più essere amministratori in vista di un bene comune (che non è somma di interessi di gruppi).

Benché il fascismo sia un’esperienza storicamente situata e conclusa, la mentalità fascista e l’attitudine di intendere il potere secondo modalità di una sovranità di una parte del popolo senza regole e limitazioni, non riconoscendo i limiti ad un esercizio del potere all’interno di una costruzione democratica, e facendo venir meno libertà fondamentali, fino all’uso della violenza, è mentalità presente in tutte le epoche e su cui attuare – da credenti – quella obiezione fondamentale che Dietrich Bonhoeffer presentava nei confronti di Hitler che si andava affermando come astro politico nella Germania degli anni ’30, indicandolo come guida, capo (Führer) che era però divenuto seduttore (Verführer) del popolo tedesco. Una sorta di pifferaio che iniziava ad attirare dietro a sè tutto un popolo conducendolo alla rovina.

Così osserva Aldo Bodrato ne Il Foglio (mensile di cristiani torinesi – giu-lug 2019): “Salvini dunque crede nella Madonna, quanto e forse più che nel Figlio Gesù, detto il Cristo? Ci crede tanto quanto Bossi credeva nella divinità del Po. Alla Lega piace il rito, perché tranquillizza le coscienze, conferma il risaputo e si attaglia ai benpensanti, ben più della fede, delle opere di misericordia e delle speranze. Piace a molti curiali, chierici di diverso grado. Piace ai teologi di professione, protetti da seminaristiche corazze, ai vescovi cultori della religione di Stato e di ogni forma di totalitarismo, che compri il consenso della loro confessione religiosa concedendo privilegi economici, riconoscimento di autorità etica e diritto di interferenza legislativa. Fare di potere politico, potere economico, potere giudiziario, potere militare, potere culturale e potere religioso un tutt’uno, almeno nella forma vulgata di culo e camicia, è il sogno di ogni totalitarismo, anche del più secolarizzato. Infatti la cosiddetta «secolarizzazione» non si limita a negare l’esistenza del Dio del monoteismo cristiano, ma ripristina quel vuoto celeste che consente a ogni potente o aggregato di potenti di costruirsi un pantheon a proprio uso e consumo, compreso quello di un monoteismo imperiale o nazionale”.

L’uso di segni devozionali e invocazioni religiose totalmente separate da un impegno di vita teso all’ascolto del vangelo, costituiscono in tal senso un tassello di quel modo di staccare la chiesa stessa dalla sua chiamata fondamentale a testimoniare il vangelo e trasformarla in una forza condizionata per interesse e calcoli politici e legata in un abbraccio  mortale al potere mondano.

E’ su questa linea che a mio avviso il ‘piccolo gregge’ chiamato a testimoniare il regno di Dio dovrebbe reagire con chiarezza e forza denunciando la deriva di disumanità, come ha fatto Alex Zanotelli (Intervista di Adriana Pollice nel sito del Centro Studi Sereno Regis) che ha detto: “Il parlamento, che rappresenta la legalità, vota un provvedimento illegale. Non è mai successo di violare i diritti costituzionali fino al punto di dire «salvare vite è illegale». E infatti il provvedimento ha dentro di sé, nella parte dedicata agli scioperi, ulteriori norme per rendere più difficile dissentire. È uno strumento contro l’opposizione politica (…) Dobbiamo disobbedire, organizzare la resistenza civile anche pagando in prima persona, sull’esempio della capitana della Sea Watch 3 Carola Rackete, che ha sfidato il dispositivo organizzato dal Viminale per impedire lo sbarco dei naufraghi. Per fortuna ci sono ancora giudici che ci indicano quali sono i diritti fondamentali. Come la gip di Agrigento, Alessandra Vella, che ha chiarito che il dovere primario della capitana era portare i naufraghi in salvo. O il giudice di Trapani Piero Grillo, che ha ritenuto legittima la ribellione di due migranti al capitano del mercantile Vos Thalassa, che voleva riportarli in Libia. Giuseppe Dossetti avrebbe voluto inserire nella nostra Carta il seguente articolo: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Oggi ne avremmo avuto bisogno per salvare la nostra democrazia”.

O come don Luigi Ciotti presidente di Libera e Gruppo Abele che dopo la votazione sul decreto sicurezza bis ha dichiarato: “il grado di umanità del nostro Paese si è corrotto. La politica ha tradito la Costituzione, i sogni e gli ideali di chi l’ha pensata e scritta e delle convenzioni internazionali (…) Siamo davanti ad una scelta politica indegna per un Paese che vuole essere democratico non solo di nome ma di fatto un Paese civile. La politica esca dai tatticismi, dai giochi di potere e riduca le distanze sociali e si lasci guidare dai bisogni delle persone”.

Da rilevare anche le parole del card. Gualtiero Bassetti presidente della CEI, in un’intervista apparsa su L’Osservatore Romano 5 agosto 2019 a cura di Andrea Monda: “…si è andata affermando, in nome del “nemico esterno”, islamico o migrante, una cultura identitaria escludente, nella logica dell’amico/nemico. In entrambi i casi c’è una negazione della caritas, dell’humanitas, della pietas e dell’universalismo cattolico. Oggi più che mai, i cattolici devono avere “fede retta e speranza certa” come diceva san Francesco, senza mettersi in fila dietro i pifferai magici di turno. I falsi profeti ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Questa è la condizione e la sfida del cristiano di ogni tempo. I simboli religiosi valgono solo nel contesto di una fede vissuta, altrimenti sono una sterile ostentazione”.

In un tempo di falsi profeti e di pifferai capaci di affascinare masse con illusioni e falsità avere occhi aperti per denunciare le facili seduzioni e la blasfemia a fronte del vangelo di Gesù, che è buona notizia di accoglienza e di umanità, si deve accompagnare con un impegno di vigilanza contro la deriva della disumanità, a stare pronti in una resistenza che investe scelte e azioni nel quotidiano.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno A – 2014

buon-pastore_big(catacombe di Priscilla – buon pastore)

At 2,14-41; Sal 22; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10
L’immagine del pastore sta al centro del cap. 10 del IV vangelo. Il ‘non detto’ di questa pagina è il rinvio alla voce dei profeti. Essi avevano parole durissime e chiare contro lo scandalo dei pastori preoccupati solo di se stessi e incuranti dei loro compiti. Così ad esempio Ezechiele con un linguaggio che potrebbe essere applicato a situazioni attuali denuncia la sopraffazione, la ricerca del privilegio a scapito dei poveri, l’irresponsabilità e la superficialità da parte delle guide del popolo che sfruttano gli indifesi fino a soffocare la vita dei piccoli. I pastori sono i capi del popolo: “Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori. Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte , vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite ma le avete guidate con crudeltà e violenza” (Ez 34,1-4) E ancora in Geremia “Guai ai pastri che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo. Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; … radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e e le farò tornare ai lor opascoli; saranno fecond ee si moltiplicheranno”.

La pagina di Giovanni va quindi letta tenendo presente un rimprovero di fronte ai pastori, immagine riferita ai capi politici e religiosi del popolo che hanno tradito venendo meno al loro compito di guida e responsabilità, e hanno sfruttato e oppresso persone che dovevano invece aiutare e sostenere.

Gesù parla così del pastore che entra dalla porta del recinto delle pecore. Il ‘guardiano del recinto’, il Padre, lo lascia entrare. Gli altri, che entrano da altre parti sono ladri e briganti. Il rapporto di chi è autentico pastore con le pecore è fatto di conoscenza e di ascolto: ascoltando la sua voce egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori. E le fa uscire e dopo averle portate fuori cammina davanti. Indicazioni che esprimono uno stile di relazioni ben diverso da quelle instaurate da capi preoccupati di sfruttare e approfittarsi delle persone. Chiamare per nome, conoscere le persone come uniche e non come massa indistinta, offrire attenzione che genera ascolto, portare fuori da tutto ciò che imprigiona e chiude, camminare davanti per aprire percorsi di libertà dopo averle condotte tutte fuori, senza esclusioni …

Questa prima parte del discroso si conclude con una incomprensione che nasconde un rifiuto: “Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro”. Coloro che ascoltavano avevano compreso troppo bene che quel discorso era una accusa radicale e diretta contro il loro modo di intendere i rapporti e la vitacontrola loro estraneità e indifferenza rispetto alle sofferenze. Non capirono forse perché si resero conto troppo bene di essere destinatari di un’accusa che poneva in discussione un mondo di privilegi e di potere. Gesù li accusa di essere ladri e briganti: ladri perché sottraggono in modo indebito ciò che appartiene ad altri e briganti perché usano violenza. I capi farisei che ascoltavano comprendevano bene che questo discorso era rivolto loro e accoglierlo comportava un cambiamento di mentalità su cui fondavano la loro vita.

‘Io sono la porta delle pecore’. Nel IV vangelo ricorrono espressioni introdotte dalla formula ‘io sono’ e in tutti questi momenti Gesù esprime un tratto della sua identità e attua una rivelazione progressiva della sua persona e del Padre stesso. Il vocabolo usato per indicare la porta fa riferimento non alle porte di ingresso delle città, ma ad una porta stretta, una porta che poteva esssere attraversata quando tutte le altre erano chiuse, dopo il tramonto, e che costituiva un’apertura di uscita o di accoglienza nei casi di emergenza. La porta stretta diviene così riferimento alla morte e risurrezione di Gesù, quella porta che ha reso Gesù unico pastore: nel suo dare la vita per gli altri è divenuto autentico pastore che compie pienamente il compito che realizza la vita e la rende bella, cioè riuscita: ‘il bel pastore dà la vita per le sue pecore’. Il pastore che intende la sua vita non per sé ma per gli altri attua i tratti di una vita bella: compie la sua vita nel segno del dono. Se non c’è questo passaggio ad una vita nuova uscendo dalla rincorsa all’accaparramento con tutti i mezzi, dalla paura di perdere sicurezze e ricchezze, dall’ansia di accumulo di privilegi e dalla ricerca inesausta di affermazioni, non c’è pascolo e non c’è nemmeno vita.

Gesù si identifica con la porta che non rinchiude e opprime, ma apre ad un respiro di vita nella libertà: ‘se uno entra attraverso di me , sarà salvato, entrerà e uscirà e troverà pascolo’. ‘Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’. E’ una parola che rinvia non solo alla vita eterna, ma fa riferimento ad una pienezza di vita che inizia qui e respira di tutte le dimensioni della vita. La salvezza che Gesù è venuto a portare è cura per l’esistenza, per custodire il nome di ciascuno.

Il discorso si chiude con l’io sono legato al bel pastore. Il pastore che guida e si prende cura attua una vita bella. Opposto è il mercenario che ‘quando vede venire il lupo abbandona le pecore e fugge’. Gesù ha inteso la sua vita nella linea della solidarietà fino alla fine, per radunare e per far uscire.

DSCF9551Potremmo cogliere alcune sollecitazioni per la nostra vita.

Gesù critica i pastori che soffocano la vita del gregge. Pensiamo ai popoli soffocati dall’ingordigia di un benessere di alcune aree del mondo che genera oppressione e impoverimento per molti; pensiamo a popoli soffocati da politiche che hanno imposto un’austerità senza considerazione della vita reale delle persone, dei loro nomi, delle loro storie. Ma anche a livello ecclesiale sperimentiamo ilpermanere di un modello dominante di clericalismo per cui il ruolo di guida diviene un ruolo di potere, e molto spesso la preoccupazione di chi ha compiti di guida non è il servizio e l’ascolto dei piccoli, ma l’accordo con chi è più potente. La vita stessa delle comunità è talvolta più simile ad una società strutturata in gerarchie con membri di serie A e di serie B, ed esclusi piuttosto che un gregge chiamato a camminare, ad uscire seguendo l’unico pastore Gesù.
Pastore delle pecore è Gesù: unico pastore bello che ha compiuto la sua vita e la offre ‘perché abbiano la vita’. Ciascuna pecora è chiamata per nome, conosciuta in modo originale. Ogni persona ai suoi occhi è unica. Per ciascuna e ciascuno c’è una parola da ascoltare, diversa, unica, irripetibile per altri. Pastore e pecore allora non sono immagini del comando, ma immagini dell’incontro, della relazione dei volti, dei nomi. Scoprire Gesù pastore può significare l’uscita da ogni prospettiva di tipo clericale e del potere, in cui una casta di chierici si pone alla guida con atteggiamenti paternalistici e di superiorità.

In queste parole è da ritrovare un appello ad essere tutti pastori degli altri: non qualcuno posto in un gradino diverso e superiore ma situati in un comune cammino nel passare attraverso l’unica porta, la via seguita da Gesù, in lui, e in questo modo scoprire che siamo chiamati a prenderci cura degli altri.

“Egli chiama le sue pecore”. Egli le chiama ciascuna per nome: apre anche noi a scoprire l’importanza dei nomi, il cammino di fede non come appartenenza culturale o irregimentazione, ma come un incontro personale. Nessuno può sostituirsi al passaggio della conoscenza esistenziale interiroe personale entrando nel rapporto con Gesù. Comunicare vita agli altri è lasciare spazio a questo incontro che è cammino personale e interiore. Gesù è pastore che non rinchiude ma apre: “e le conduce fuori…” anche noi nel prenderci cura degli altri dovremmo tener presente questo movimento a condurre fuori, ad aprire spazi di ricerca , di libertà, non di oppressione e di dipendenza.
“Cammina davanti ad esse”. Gesù cammina sempre davanti. La sua presenza non può essere bloccata: sta oltre e ci chiede di stare nel cammino, di andare avanti, di andare oltre. Di scoprirlo in modi nuovi lasciando di essere ‘condotti fuori’ proprio da lui. Fuori, dove c’è aria aperta. Fuori da tutte le gabbie religiose o ideologiche, fuori da una vita comunitaria intesa come burocrazia o come organizzazione tesa ad una affermazione visibile e di potere. Perché c’è un unico pastore, verso lui siamo chiamati, e attraverso di lui siamo chiamati a passare. Passare continuamente. “Entrerà e uscirà e troverà pascolo…” E sarà un passare aprendosi alla scoperta che la sua presenza di pastore non è per rinchiudere, ma per aprire alla vita in tutte le sue dimensioni, oltre ogni misura: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza…”

Alessandro Cortesi op

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