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VI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

Jesús+cura+a+un+leproso+4.jpgLv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

Nel mondo antico il riferimento alla lebbra rinviava alle più diverse patologie dermatologiche. Fonte di timore soprattutto per i pericoli del contagio, la lebbra era definita nella Bibbia ‘primogenita della morte’ (Gb 18,13; cfr. Num 12,12). Così i lebbrosi erano particolarmente temuti e tenuti a distanza: non potevano entrare nelle città ma erano costretti a stare lontani ed isolati. La lebbra era anche connessa al religioso e considerata impurità. Era compito dei sacerdoti constatare tale malattia (Lev 13-14) e, nel caso di guarigione, accogliere il sacrificio richiesto quale ringraziamento (Lev 14,1-32).

La narrazione della guarigione di Naaman lebbroso e pagano, da parte del profeta Eliseo è indicata come un passaggio dalla morte alla vita, opera di Dio (2Re 5,7). E la guarigione dei lebbrosi è uno segni del tempo del messia (Mt 11,3-6).

Nel suo vangelo Marco narra l’incontro di Gesù con un lebbroso. Gesù si lascia avvicinare, lo tocca e gli parla. Entra a contatto con la sofferenza di quell’uomo, esprime la sua compassione e la sua libertà nel lasciarsi coinvolgere dal suo grido e dalla sua richiesta di aiuto.

Una variante del testo fa riferimento alla collera di Gesù davanti al male: ‘si turbò’ esprime la sua reazione di contrasto di fronte al male che disumanizza. Altre lezioni dicono ‘provò compassione’: è un sentimento di dolore profondo che investe il cuore (‘preso nelle viscere’). E’ ripresa del verbo indicante un sentimento di commozione tipicamente femminile usato per parlare del dolore di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).

Avvicinando il lebbroso Gesù tocca un impuro, va oltre la prescrizione di tenersi a distanza da questi malati. Ma facendo questo va al cuore della legge: restituisce quell’uomo alla sua umanità, gli riconosce dignità innanzitutto come persona. Lo avvicina al di là della sua malattia e nella sua sofferenza. Lo riconsegna alla relazione. Nel suo agire Gesù manifesta una pretesa e una autorità. Con le sue parole e i suoi gesti afferma che compimento della Legge è l’amore. E’ questo che suscita opposizione e rifiuto da parte di chi ha paura del venir meno di un sistema religioso. Da qui ha inizio un movimento di ostilità verso Gesù da parte delle autorità (cfr. Mc 3,6) che lo condurrà alla morte.

Nell’accostare il lebbroso Gesù compie gesti di vicinanza e guarigione. Come la mano stesa da Mosé sulle acque e il braccio potente di Dio nel percorso dell’esodo. Il suo toccare il lebbroso è segno del suo coinvolgimento. Non teme di entrare a contatto e di toccare un impuro. E’ sensibile alla sofferenza. Prende su di sé la condizione che tiene esclusi. Dona accoglienza e restituisce al futuro.

Gesù invita quell’uomo guarito a non dire nulla a nessuno, ma egli ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco qui presenta il profilo del discepolo come di chi ‘annuncia la parola’: nella sua vita ha accolto la liberazione da parte di Gesù, e si scopre restituito ad un rapporto nuovo con gli altri e con Dio.

La scena finale del racconto presenta un rovesciamento: ‘Gesù non poteva entrare più palesemente in città, ma stava fuori in luoghi deserti’ (1,45). Ora è Gesù costretto a stare fuori della città. Ha preso su di sé la condizione del lebbroso. Marco invita a guardare Gesù stesso come il servo sofferente, irriconoscibile ‘percosso da Dio e umiliato’ colui ‘di fronte al quale ci si copre la faccia’ (Is 53,3-4). Il suo volto non è quello del messia dominatore si identifica con quello di coloro che sono tenuti in disparte. E’ il servo che prende su di sé la condizione di esclusione e annuncia l’accoglienza senza limiti del Padre. Marco così richiama ad una sequela che sia memoria di questa vicinanza agli esclusi della storia.

Alessandro Cortesi op

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Intoccabili

Il 26 dicembre 2013 un bambino di due anni si ammala a Meliandou, un villaggio della Guinea nell’Africa occidentale. Da quella prima scintilla si diffonde come un fuoco tra la paglia la epidemia di Ebola una malattia il cui contagio passa attraverso il contatto.

“Raccontare cosa sia stata ‘Ebola non è facile. Per Medici senza Frontiere un impegno enorme, oltre ogni aspettativa, qualcosa che ha toccato picchi che nessuno poteva prevedere. Per me sono state tre missioni estenuanti, decine di colleghi e migliaia di pazienti morti. Chiunque l’abbia incontrata sulla propria strada , medici, infermieri, malati, amici che hanno perso qualcuno di caro, le ha dato una definizione diversa. L’ha raccontata in maniera diversa. Io non so ancora come parlarne. Non ho una frase a effetto che cominci con ‘l’Ebola è…’ e qualcosa a seguire , che possa davvero spiegare”.

Dalla missione di Roberto, il dottor Robi, è nato un libro scritto da Valerio La Martire, dal titolo Intoccabili. Un medico italiano nella più grande epidemia di Ebola della storia (ed. Marsilio 2017). I suoi racconti conducono a sorgere ciò che nessuna immaginazione poteva toccare riportando le esperienze vissute a Monrovia. “Toccava il fondo di un inferno da cui nessuno è uscito indenne, neanche quelli che ce l’hanno fatta” ha detto l’autore.

“Mi chiedevo se riuscissi a ritagliarti un po’ di tempo, diciamo un mesetto, sai con l’Ebola siamo messi maluccio, Sierra Leone o Liberia, ancora non so, le cose si stanno muovendo rapidamente. Ce la faresti? Ah, come al solito, partenza il prima possibile. Giorni, ore…”

Da questo invito accolto in una telefonata inattesa ad agosto 2014, mentre stava recandosi al mare dopo una giornata di lavoro in ambulatorio, inizia una progressiva immersione in una realtà di morte e di vita.

“Quando si parte per una missione, una piccola parte di noi rimane ancorata al pensiero del ritorno, alla sicurezza di casa, alla sensazione che alla fine si tornerà indietro, magari prima del previsto. Penso sia qualcosa che accomuni tutti gli operatori umanitari che decidono di andare dove c’è bisogno. Eppure, ogni volta che torniamo decidiamo di ripartire e quella voce che ci consiglia di restare a casa finisce sempre inascoltata”.

Il dottor Roberto parte per rimanere trenta giorni in una missione difficile e poi affrontare i ventun giorni di quarantena al rientro. Il rischio del contagio era alto all’inizio per la poca conoscenza delle procedure e alla fine del periodo per la disinvoltura con cui si svolgevano le procedure ormai apprese.

“’Roberto ben arrivato, io sono Jackson’. Allungai la mano per stringerla, lui mi sorrise e non alzò il braccio. No touch mission. Missione dove il contatto è proibito. Lo sapevo, mi era ben chiaro, eppure stringere la mano è un riflesso incondizionato, qualcosa che è difficile ricacciare indietro”. Roberto giunge al centro di Elwa 3. Al centro giungevano malati da ogni parte in preda ai sintomi della malattia.

“No touch mission, non potevo toccare gli altri, non potevo toccare me stesso. Non potevo toccare i pazienti, cosa diavolo potevo fare? Strizzai gli occhi per togliere il sudore che mi colava dalle ciglia”.

La missione viene descritta nei suoi aspetti drammatici. Sono descritte le scene di persone che si accalcano nella richiesta di aiuto, che si accasciano nell’agonia mentre arrivano al Centro, o muoiono sui sedili delle auto in cui sono state accompagnate. Sono anche ricordati con senso di pietà i momento in cui i medici in tuta accompagnavano coloro il cui test era risultato positivo alla zona ad alto rischio, là dove esausti avrebbero solo cercato un posto dove sdraiarsi per morire. “Ti rendi conto di non averli guardati negli occhi, di non aver detto niente mentre la loro malattia veniva confermata”.

Viene anche raccontato nel libro la sensazione provata da medici e operatori quando al momento del ritorno a casa hanno scoperto che le persone, gli amici avevano paura di loro e li tenevano a distanza. Senza toccarli.

Così Luca in una lettera in cui cerca di ricostruire gli inizi dell’epidemia scrive: “L’Ebola è una malattia che ti punisce. Punisce e rende una colpa l’amore. La prima donna, quel caso zero che ha portato oltre confine la tragedia era una persona come te, qualcuno che vuole curare gli altri. E si è ammalata ed è morta per farlo. E quelle che ha contagiato erano donne che le volevano bene, che le sono state vicine nella fine”.

Valerio La Martire ripercorre nel suo libro le vicende, i pensieri, le emozioni e le fatiche di tanti operatori sanitari che si sono resi disponibili a porsi tra il contagio e le vittime, per fermare l’epidemia, e sono riportate le testimonianze di Roberto Scaini medico di Rimini, Alessia Arcangeli infermiera di Roma, Luca Fontana logista di Lodi, Umberto Pellecchia antropologo toscano, Fanshen Lionetto, medico di Bergamo. Tutti impegnati con Medici senza Frontiere in missioni a cui hanno ripetutamente partecipato. Per stare vicini agli intoccabili del nostro tempo.

Così scrive Alessia: “Quello che facciamo tocca le persone che curiamo e quelli che hanno visto gli altri guarire, tocca chi collabora con noi e impara un lavoro, tocca chi si sente di aver partecipato a qualcosa di importante, tocca quelli che erano lontani e si sono fatti un’idea più vera di quello che succedeva dove eravamo, tocca chi non ce l’ha fatta , ma comunque ha avuto qualcuno che si è preso cura di lui quando stava morendo… Io c’ero quando si combatteva l’Ebola in Africa Occidentale io c’era quando cercavamo di salvare quelle persone. E non si fa il conto di quante ne salviamo, però mi piace pensare che qualcuno si è salvato proprio perché io ero lì e allora tutto assume un senso e penso che ripartirò ogni volta che sarò in grado di farlo”.

L’epidemia dal 2013 al 2016 ha contagiato 28.646 persone e ha toccato i territori di Guinea Sierra Leone e Liberia. Circa un terzo dei contagiati sono stati accolti in un Centro MSF. Di queste 2478 sono stati guariti nei Centri di Medici senza Frontiere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la fine ufficiale dell’epidemia il 9 giugno 2016.

Alessandro Cortesi op

V domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

guarigione suocera di Pietro - Mistra Grecia.jpg(Guarigione della suocera di Pietro – Mistra – Grecia)

Gb 7,1-7; Sal 146; 1Cor 9,16-23; Mc 1,29-39

La protesta di Giobbe é una inquietante domanda al cuore della Bibbia, sulla condizione umana e sul volto di Dio stesso. E’ provocazione che guarda in faccia la negatività della sofferenza, l’assurdità del dolore dell’innocente e la fatica di vivere: ‘Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non solo come quelli d’un mercenario?… I miei giorni… sono finiti senza speranza’.

Giobbe richiama il dramma dei sofferenti che contesta ogni facile risposta e rimane domanda aperta. Ogni teologia che pretenda di avere spiegazioni esaustive e tranquillizzanti è sfidata e provocata. La radicale contraddizione del vivere non può essere facilmente risolta in un semplice ragionamento consolatorio. C’è un paradosso del credere che si esprime nei termini del grido, della domanda rivolta a Dio e che rimane sospesa, della preghiera che rimane nell’attesa e non ottiene risposta.

Gesù, nella sua vicenda storica, è venuto a contatto in modo drammatico con il male e il dolore. Marco nel suo vangelo riporta vari incontri di Gesù con persone segnate dal male nelle sue diverse forme. Gesù è presentato in uno dei tratti propri della sua vita: si fa vicino e va incontro a persone malate e sofferenti, ed anche a chi è oppresso dal male in tanti modi: ‘Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”.

Tre scene compongono la pagina del vangelo, e sono situate nell’arco della giornata di Gesù a Cafarnao narrata nel primo capitolo, in tre luoghi diversi: la prima nella casa di Simone e di Andrea, la seconda davanti alla porta, all’esterno dopo il tramonto del sole, la terza al mattino quando era ancor buio, in un luogo deserto.

La prima scena è nella casa ed è  il racconto di una guarigione: la suocera di Simone è ammalata, a letto con la febbre. La descrizione è presentata in modo asciutto, con poche parole. Da un lato esse sono cariche di quel ricordo vivo di Gesù che si faceva incontro ai malati, al suo non aver paura, al suo sguardo che scorgeva in loro prima di tutto volti e persone da incontrare e accogliere. Gesù non aveva paura del contatto: il suo prendere per mano è gesto quotidiano e dice tenerezza e vicinanza.

Se queste parole delineano il riferimento alla memoria storica di Gesù nel contempo sono anche cariche di una lettura compiuta dopo la Pasqua nel ritornare a quello che Gesù faceva. Marco vede nell’incontro con Gesù della suocera di Pietro, nella quotidianità dei rapporti familiari, quasi un riassunto del percorso di ogni discepolo: ‘Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli’. I verbi utilizzati sono significativi. Così pure l’insistenza sull’avverbio ‘subito’ ripetuto con insistenza nel vangelo. Gesù si fa vicino alla suocera di Simone malata: l’incontro avviene perché gli parlarono di lei, si compie nel tessuto del quotidiano dei rapporti umani. Gesù si accosta e la rialza: è questo il verbo della risurrezione (‘risorgere’ si può anche dire ‘rialzarsi’) e si apre qui una fessura di luce.

Nel gesto del rialzare è visto ciò che si compie nella vita del discepolo che incontra Gesù. La forza di Gesù lo fa guarire e gli comunica vita, aprendolo ad un cammino. E’ il risorto che solleva tutti coloro che sono oppressi dal male e dalla morte. Gesù non è presentato come un guaritore o un taumaturgo che opera in modo sorprendente e fascinoso. Piuttosto la semplicità dei suoi gesti fa trasparire una comunicazione di vita, una corrente di partecipazione che ‘solleva’ la vita di chi lo incontra.

Marco conclude questa scena dicendo ‘la febbre la lascio ed ella li serviva’. Ed ancora qui può esserci il ricordo di chi serviva Gesù, quelle donne che lo seguirono tra i discepoli fino a Gerusalemme, fino al momento della croce (Mc 15,41). ma è anche una indicazione del profilo di tutti  coloro che hanno incontrato Gesù: chiamati ad attuare un servizio che si prolunga nel tempo che si fa storia. Porre la propria vita al servizio di tutti è il percorso del figlio dell’uomo (Mc 10,45): la suocera di Pietro, liberata dalla febbre nell’essere stata sollevata dal gesto di Gesù accostatosi a lei diviene paradigma, all’inizio del vangelo, del cammino che ogni discepolo sarà chiamato a compiere: essere liberato, dalla cecità, dal male, dalla morte per mettersi a servire, non solo per un momento, per lo spazio di un entusiasmo, ma come attitudine fondamentale della sua esistenza: ‘ella si mise a servirli’.

La seconda scena è ‘davanti alla porta’ dopo il tramonto del sole: ‘gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era davanti alla porta’. La vita di Gesù non fu estranea al contatto doloroso e confuso con i volti, le invocazioni, le storie di tanti segnati dal male, esponendosi alle piaghe presenti nella città. Cafarnao è luogo di incroci e di incontri, città del passaggio e delle diversità. Gesù si immerge e non fugge in questa umanità che si raccoglie. Entra e si fa resposnabile della città.

Di fronte alla ricerca di lui come guaritore e taumaturgo, Gesù ‘non permetteva ai demoni di parlare’. Chiede il silenzio sulla sua identità nel momento in cui più forte è la ricerca e l’esaltazione di lui da parte di una folla desiderosa di risposte immediate ai propri bisogni. E’ proprio di Marco accentuare in qual modo Gesù rifugga da una ricerca di utilità. Il suo silenzio rinvia ad una proposta, è segno di un percorso che Gesù esige per i suoi ma anche per chi legge il vangelo per liberarlo da false idee circa il Messia: solamente sotto la croce sarà un pagano, il centurione romano che dirà, senza essere zittito: ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Solo a conclusione della sua strada Gesù potrà essere riconosciuto da una voce umana nella sua identità di messia non della gloria ma che percorre la via del dono di sé e del servizio, il Figlio (cfr. Mc 1,9-11; 9,28).

Può essere riconosciuto solo da chi si mette a seguirlo sulla stessa via della croce. Egli ha preso su di sè la sofferenza rendendola luogo di rivelazione dell’amore del Padre e di salvezza per tutti. Sulla croce Gesù fa propria la sofferenza e la domanda lacerante di Giobbe e manifesta la solidarietà dell’amore fino alla fine.

La terza scena è posta in un luogo deserto: è la preghiera di Gesù, presentata come momento del rapporto intimo, unico con il Padre, ricerca di solitudine per non farsi prendere da tutto ciò che rischia d far dimenticare l’essenziale, per accogliere la missione affidatagli del Padre: ‘per questo sono venuto’. Il suo ‘venire’ ha origine nell’invio del Padre. Per questo nonostante tutti lo cerchino Gesù risponde ‘Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là’. Gesù è venuto per andare oltre e per farci passare oltre scoprendo che il suo annuncio va oltre ogni possibile chiusura e ogni irrigidimento entro i ristretti confini.

Alessandro Cortesi op

Pierre Claverie(Pierre Claverie)

Tenere la mano…

Il 26 gennaio u.s. papa Francesco ha autorizzato la beatificazione di 19 cristiani, uomini e donne, che hanno speso la loro vita in Algeria e sono stati uccisi negli anni della guerra civile che ha attraversato quel paese nel periodo tra il 1994 e il 1996.

Tra di essi ci sono i monaci della comunità di Tibhirine e Pierre Claverie, domenicano, vescovo di Orano. Sono essi le figure più conosciute di questi 19. Con loro vi sono altri uomini che hanno vissuto con umiltà nella preghiera e nel servizio e donne che hanno vissuto il loro darsi nella discrezione dell’impegno quotidiano. Ma la testimonianza è stata la medesima.

Sia dei monaci di Tibhirine sia di Pierre si conoscono gli scritti che hanno lasciato. Testimonianze che parlano della loro scelta, dell’interrogarsi su quanto stava accadendo, della scelta di rimanere accanto al popolo algerino nel tempo della violenza e del disorientamento come accanto ad un amico malato tenendogli la mano rimanendo vicino nel tempo della sofferenza.

Pierre Claverie ha speso la sua vita orientando tutte le sue forze all’incontro con l’altro. Lui stesso parla della sua giovinezza come di un periodo in cui aveva vissuto come in una bolla. Figlio di francesi che da generazioni risiedevano in terra d’Algeria così ricorda: “non eravamo razzisti, ma solamente indifferenti, ignorando la maggioranza degli abitanti di questa regione… Vissi circa vent’anni in quella che ora chiamo la ‘bolla coloniale’, senza vedere l’altro”. La sua analisi è lucida e così sintetizza l’atteggiamento suo e della comunità francese in terra algerina.

Da quando uscì dalla ‘bolla coloniale’ intese tutta la sua vita come via per approfondire il senso dell’incontro, abitato da una autentica ‘passione per l’altro’: entrato nell’Ordine domenicano e tornato in Algeria apprese la lingua araba per poter comunicare. Desiderava ‘imparare l’Algeria’.

Partecipò attivamente al camino della chiesa in Algeria, una chiesa in terra di Islam, che visse un profondo cambiamento di attitudine nel periodo che seguì alla indipendenza politica nel 1962. Una chiesa che aveva un numero esiguo di fedeli ma che intese la sua missione nel porsi al servizio del popolo algerino, nell’essere ‘una chiesa per i musulmani’.

“La parola chiave della mia fede oggi è dialogo; non per tattica né per opportunismo, ma perché il dialogo è costituivo della relazione di Dio con l’umanità e delle persone tra di loro”. Pierre non apprezzava un dialogo superficiale per interesse o convenienza, ma s’impegnò in un dialogo profondo e sincero. Autentico dialogo richiede il riconoscimento della singolarità dell’altro e disponibilità a lasciarsi arricchire dalla differenza, senza facili unanimismi. La sua passione stava nell’apprendere ciò che il suo prossimo, le persone algerine, i ricercatori, gli intellettuali e le persone indotte, quelle semplici e tutti  coloro che incontrava nel quotidiano, potevano insegnargli. Il calore del suo temperamento mediterraneo lo rendeva sensibile all’amicizia e desideroso di creare luoghi di incontro e di uno scambio che giungeva fino ad affrontare il dialogo sulla ricerca di Dio.

La passione della sua vita è stata quella dell’incontro. Mise i suoi doni al servizio dello sviluppo che seguì gli anni dell’indipendenza del Paese, ma rimase fedele anche negli anni in cui si fece strada la violenza e le forze di coloro che si opponevano a quella che egli definiva una ‘umanità plurale e non esclusiva’.

Oggi viviamo il diffondersi della paura in particolare nei confronti dei musulmani. Sono varie le ragioni talvolta anche comprensibili per questo timore, alimentato dalla violenza perpetrata dall’Islam politico, dal fondamentalismo che ha visto l’espandersi di Daesh ma oggi si vive anche l’intolleranza volgare ed il sospetto senza ragione.

La beatificazione di questi testimoni non ha il senso di affermare la presenza dei cristiani in una vicenda tragica di violenza che ha segnato la storia dell’Algeria negli anni ’90 ed ha visto decine di migliaia di morti. E’ piuttosto un segno per riconoscere la fedeltà di una chiesa che ha inteso la sua presenza anche nel tempo della violenza, come testimonianza di amicizia e fedeltà al popolo algerino.

Questi uomini e queste donne hanno cercato di scorgere la chiamata di Dio nella terra dell’altro. Una scelta di solidarietà sino alla fine in nome del vangelo. Hanno orientato la loro vita nella ricerca di un’umanità plurale in cui riconoscere l’altro come fratello.

L’importanza  del riconoscimento che è la beatificazione in questo momento storico non sta tanto nel fatto che questi cristiani furono uccisi, ma sta nel sottolineare l’orientamento che li ha guidati: essi decisero, nel tempo della prova, di rimanere solidali con il popolo algerino, partecipi delle sofferenze. Si sono spesi per il dialogo e per l’incontro anche nel buio e tra le difficoltà per non lsciare soli quei musulmani loro fratelli e sorelle nel tempo della prova, per camminare con essi nell’attesa di Dio.  Come accanto ad un amico malato “tenendogli la mano, e asciugando la sua fronte con un panno”: con queste parole Pierre parlò dopo l’uccisione dei monaci di Tibhirine. In un tempo di paura dell’altro la loro testimonianza è benedizione.

Alessandro Cortesi op

 

XIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

1302283682_st_-nikita_-serbia-048Sap 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7-15; Mc 5,21-43

Nel quadro della missione di Paolo una rilevante importanza ha il progetto della colletta da lui promossa e richiesta tra le comunità per recare aiuto alla comunità di Gerusalemme in difficoltà concrete. A Corinto era stato deciso di attuarla ma stentava ad essere effettuata: perciò Paolo invia Tito con altri per sollecitare a compiere quell’opera (2Cor 8,6).

L’occasione è motivo per presentare le ragioni di uno stile di rapporti per coloro che seguono Cristo. La situazione dell’altro, anche lontano, in difficoltà, è un appello a condividere, ciò che si è e quanto si ha. Paolo presenta l’esigenza evangelica di redistribuire i beni in favore di chi ha meno per fare uguaglianza e per prendersi cura.

Quest’opera generosa è prova della generosità di un amore fatto di premura. Avvertire l’urgenza del bisogno e delle attese degli altri è attitudine di cuori capaci di larghezza, non ristretti in orizzonti chiusi del proprio egoismo. Fino a dare anche oltre le proprie capacità come hanno fatto le chiese della Macedonia, senza calcoli, larghi oltre ogni paura di perdere. “Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza”.

La colletta è ben più che un gesto di elemosina. E’ far proprio il cammino di Cristo, è entrare in un’esperienza di gratuità. L’uguaglianza che si realizza costituisce così un’esperienza della grazia: ‘Da ricco che era si è fatto povero perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà…’.

Vivere tale solidarietà apre a scoprire che nel portare aiuto non si dà solamente ma si riceve e questa esperienza è grazia. C’è un dare da un lato ma c’è anche un ricevere: vi sono doni che giungono da altre ricchezze, di umanità, di vita, di relazione. E’ così lasciarsi coinvolgere nella stessa vita di Cristo che ha fatto della sua vita un dono per gli altri: è lui riferimento fondamentale e criterio delle scelte dei cristiani. Povertà è scelta di liberarsi da tutto ciò che appesantisce e pone ostacolo all’incontro: non è mai esperienza vissuta nella solitudine, ma evento di condivisione. Gesù ha scelto la via della debolezza e della privazione per poter partecipare la sua ricchezza, per poter fare comunione.

Marco presenta al capitolo 5 due miracoli di Gesù, intrecciati nella narrazione. Due segni del suo agire che porta guarigione e libera dalla morte. Al capitolo 4 Gesù era stato presentato come ‘più forte’ delle forze del male (il mare in tempesta) ora è presentato nel suo guarire nel portare liberazione. Al centro della narrazione sono due donne – la figlioletta di Giairo, capo della sinagoga, e la donna che soffriva da dodici anni di emorragie e il filo che collega le due scene è la questione della fede.

La donna che si accosta a Gesù da dietro, è indicata come una che ha perso tutto, quasi un riferimento dei tanti diseredati. Eppure inespressi nel suo cuore stanno nodi di sofferenza, di timore, di speranza. Il suo avvicinarsi è senza parole. Il suo farsi strada tra la folla, lei esclusa come impura, è spinto da una fiducia fondamentale che la fa andare avanti, e la porta a trasgredire la legge che impediva contatti per non trasmettere impurità. Quali le sue attese? Il poter essere riconosciuta, compresa, accolta nella sua sofferenza: intuiva che in Gesù poteva sperare nello sguardo di Dio vicino.

Gesù sente su di sé, proprio nel contatto, la forza dell’affidamento della donna. Il toccare Gesù da parte della donna è diverso dal premere della folla. Gesù non ha paura del contatto. La sua presenza dice che la santità di Dio non tiene lontani ed esclusi ma comunica vita e misericordia. Nel dialogo con la donna offre accoglienza piena a lei e a tutti coloro che sono senza nome. Riconosce un volto, davanti a lui: ‘Và la tua fede ti ha salvata’. Gesù dice così la forza di tale fiducia e ne riscontra la potenza: ‘la tua fede…’. C’è una forza impensabile racchiusa nella fede come accettazione dell’impotenza e affidamento radicale. Marco presenta Gesù come il volto umano, capace di compassione e tenerezza, in cui si rende presente e vicino Dio che salva, e conduce a cogliere la fede dei poveri come forza di salvezza.

La salvezza è un senso nuovo donato e scoperto nella vita: la guarigione ne è segno e indicazione. Passa nel contatto dei corpi: questa donna voleva toccare Gesù. Toccare è relazione. Nel vangelo è continua la disponibilità di Gesù, la sua ricerca del contatto diretto con le persone : toccava i malati, gli esclusi, si lasciava toccare da loro (Mc 1,41; 6,56; 7,33; 8,23-25; 10,13.16). In questo toccare, in una relazione che passa nella corporeità e nella concretezza, Gesù apre ad un riconoscimento e ad una liberazione. Libera dall’esclusione e dal disprezzo, apre a nuove relazioni. Nel silenzio dei suoi gesti, nelle sue parole è raccontato il volto di Dio che Gesù annuncia: un Dio che sta vicino agli esclusi e dice la possibilità di una storia diversa, di ospitalità aprendo a ciascuno un cammino nuovo.

Ancora la fede è tema al cuore dell’incontro con Giairo: egli si getta ai piedi di Gesù e ‘lo pregava con insistenza’ mentre la figlioletta stava per morire. ‘Vieni a posare le mani su di lei perché sia salva e viva’. Poi però tutto sembra ormai finito, la figlioletta è morta. Ma l’invito di Gesù è a ‘non temere, continua solo ad aver fede’.

Gesù si reca nella casa di Giairo, entra proprio lì dove la morte sembra avere posto la parola ultima e definitiva. Si fa incontro alla bambina ormai morta ma il suo modo di guardare alla piccola defunta è diverso: ‘Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta ma dorme’. Marco aveva indicato il ‘dormire’ di Gesù sulla barca durante la tempesta come rinvio alla sua morte. La morte non è parola ultima ma è un dormire che per la parola di Gesù si apre ad un ‘alzarsi’ nuovo. Gesù comunica la sua forza di vita: ‘Talità kum, Io ti dico alzati’: è invito che racchiude l’annuncio della risurrezione. La risurrezione è ‘alzarsi dalla condizione di morte’. La fede a cui Gesù aveva invitato Giairo è potenza di vita. C’è un alzarsi che è già in atto nella fede vissuta come fiducia nella vita.

Alla donna impaurita che aveva cercato di toccare il suo mantello, Gesù dice ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’. Fede non è l’esaltazione della folla, ma è incontro personale che si fa strada nella ricerca sofferta, nel cuore di chi consegna a lui la propria vita e cerca un contatto profondo, personale. Nell’alzare la figlia di Giairo, Gesù manifesta che il dono di salvezza è restituire alla vita in modo pieno fino a superare la morte stessa. Gesù non salva nonostante la morte. Il suo percorso di farsi povero lo ha condotto al rifiuto e alla morte: rifiutato e condannato, è risorto, ‘alzato’. Comunica la forza della risurrezione nel chiederci ‘continua ad avere fede’.

Due donne, capaci di dare vita, sono segnate dalla malattia e dalla morte. Gesù restituisce a queste due donne la capacità di dare vita. Ma in primo luogo accoglie la fede come apertura del cuore ad una vita oltre i limiti della malattia e della morte.

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Alcune riflessioni per noi oggi

La donna che si accosta a Gesù, da dietro, per toccare anche solo un lembo del suo mantello è donna che ha perso tutto: è volto senza nome e senza più nulla su cui contare. Gesù accoglie questa donna riconoscendo la sua fede. E’ indicazione di uno stile che dovrebbe ispirare cammini di chiesa. La domanda da porsi di fronte alle persone, prima di esprimere un qualsiasi giudizio: quante sofferenze nascoste sono racchiuse nel cuore? Quante parole non espresse cercano accoglienza in gesti che chiedono ascolto? Queste domande fanno passare da un accostamento superficiale e insensibile, ad una attitudine di compassione.

Gesù provoca ad uno stile capace di coltivare la compassione. Prima di ogni altra cosa la capacità di ascolto e accoglienza dei cammini umani. Gesù apre futuro a partire dalla condizione in cui la donna viveva, liberandola nel riconoscere che dentro di lei, la sua fede era motivo di salvezza. Non è questa forse la parola di vangelo che oggi dovremmo comunicare a chi incontriamo? E vivere così esperienza di chiesa come comunità che accoglie e dà spazi per guarire, per camminare, per essere restituiti alle relazioni e alla vita con speranza?

E’ fenomeno ormai dirompente la concentrazione e assorbimento dell’attenzione nell’uso dei mezzi tecnologici: smartphone, tablet, computer… Il tempo quotidiano è frammentato dal ricorrere di messaggi e notifiche, di richiami e continue sollecitazioni ad entrare in contatto con gli altri attraverso il mondo virtuale. Ma a questo grande sviluppo corrisponde una sorta di movimento di crescita dell’analfabetismo nella capacità delle relazioni reali. Una sorta di ignoranza della grammatica delle relazioni. nell’incapacità progressiva ad entrare in rapporti diretti, a faccia a faccia, dando il tempo dell’ascolto, della parola, del toccare l’altro nella condivisione di gesti, di parole, di esperienze. Forse oggi c’è da interrogarsi su come vivere un rapporto con la tecnologia che possa lasciar custodire la preziosità del contatto fisico, esperienziale Toccare è entrare a contatto, nel dare attenzione, nell’accettare l’altro. Toccare significa certamente un contatto diretto, un avvertire il contatto corporeo, ma anche un entrare dentro le situazioni, non rimanerne alla superficie, non trattare le vicende personali con la distrazione con cui si attua un click o si sfiora con le dita una schermata. Toccare può essere sinonimo di lasciarsi contaminare dalle realtà, un avvertire su di sé il peso della vita di chi soffre e un prendere nella propria vita la vita e le domande degli altri.

Jeb Bush, della stessa famiglia dei più famosi presidenti USA che tante tragedie hanno portato con scelte di guerre nei decenni scorsi, candidato alla presidenza Usa, ha affermato che la Chiesa deve occuparsi di anime, non di economia. Questa presa di posizione a fronte della critica all’attuale sistema economico suggerita nella enciclica ‘Laudato sì’ è occasione per sollecitare una riflessione sul rapporto tra messaggio del vangelo realtà umana in tutte le sue dimensioni.

Fare uguaglianza è la richiesta di Paolo alla comunità di Corinto. Fare uguaglianza è la grande sfida in un mondo che si scopre segnato dalla grande separazione e ingiustizia che genera disuguaglianze. Uguaglianza non è soppressione delle differenze: siamo oggi ben consapevoli dell’importanza di riconoscere le differenze, ma la disuguaglianza che è non avere punti di partenza uguali, che è mancanza di avere possibilità per esprimere la propria umanità è il grande dramma della separazione tra coloro che sono considerati uomini/donne e coloro che sono ritenuti esclusi, diversi perché non uomini/ non donne.

I gesti di Gesù toccano i corpi e lasciano coinvolgere la sua corporeità. La fede cristiana sorge dall’incarnazione, da un rapporto che non mantiene separate le dimensioni della vita umana. La salvezza come senso pieno della vita passa attraverso anche liberazioni storiche e nella lotta contro tutto ciò che tiene le persone oppresse. Il regno di Dio promesso non è solo dimensione dell’al di là, ma investe la premura per le concrete situazioni di impoverimento e per la giustizia nell’aldiqua. Investe perciò la dimensione politica. Il messaggio del vangelo non offre soluzioni pratiche concrete che sono sempre continuamente da ricercare in ogni tempo e luogo con intelligenza e fatica, ma dà criteri di fondo per orientare la vita.

In particolare è importante la critica e la visione proposta nella ‘Laudato sì’. E’ una critica radicale ad una società mondiale in cui la dimensione economica ha il primo posto e non considera che la vita umana insieme e nella relazione con il cosmo può compiersi solo tenendo insieme aspetti economici, ma anche aspetti sociali e spirituali che costituiscono la vita profonda delle persone. Da qui la provocazione a pensare in modo diverso la stessa economia e i rapporti sociali per percorrere vie alternative e diverse rispetto ad un modello di società ridotta a dimensione mercantile dove tutto – anche le vite umane, il lavoro e la natura – viene ridotto a merce.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

800px-CodexAureus_Cleansing_of_the_ten_lepers(miniatura dal Codex aureus Echternach – 1040 ca.)
2 Re 5,14-17 2; Sal 97; 1Tm 2,8-13; Lc 17,11-19

Guarigione di Naaman, re della Siria recatosi dal profeta Eliseo; guarigione di dieci lebbrosi, che nel cammino si ritrovano tutti guariti. Ci sono storie di percorsi e di guarigioni al centro delle letture. Ma anche una domanda che si apre sulla salvezza. Naaman scopre la presenza di Dio oltre i confini di terre e popoli; il lebbroso straniero, unico che ritorna indietro a ringraziare, nell’incontro con Gesù riceve l’annuncio: ‘la tua fede ti ha salvato’. Guarigione è evento che riporta salute, recupero di serenità e di vita. Un dono ricevuto che è segno di un cammino da compiere, in cui scoprire l’attitudine fondamentale di rendere grazie. La salvezza come incontro va oltre la guarigione ed è scoperta che la vita è visitata ed è in radice dono in cui ringraziare il Dio vicino.

La vicenda di Naaman può essere ripercorsa mettendo in luce alcuni passaggi del racconto: il re potente, straniero, riceve il suggerimento da una schiava deportata, di recarsi presso un profeta sconosciuto, un uomo di Dio in Israele. Non tutto proviene dal potere e dal denaro. Ricco e orgoglioso Naaman vive una profonda mancanza e sofferenza: è malato, e viene indirizzato a mettersi in cammino ad invocare guarigione. La sua sorpresa e la sua ritrosia sono grandi di fronte alla pochezza dei gesti che gli sono richiesti per trovare guarigione.

E dopo aver compiuto un gesto semplice, insignificante ed apparentemente infecondo, come il lavarsi nelle acque del Giordano, Naaman intende sdebitarsi. Ha percezione della ricchezza della salute recuperata, apre i suoi occhi davanti ad un dono inatteso, e vede la grandezza di un’esperienza a cui intende rispondere a suo modo, con quantità di beni e denaro, per coprire il dovuto, per non avere più nulla da dare, per ricambiare. In fondo pagare è modo per non mantenere legami, per saldare il conto dando il dovuto. La sua difficoltà di uomo potente e ricco sta nel riconoscere qualcosa nella sua vita che non può pagare e comprare, che non può mantenere senza avere bisogno di altri, e senza legarsi in una relazione.

Vuole così sdebitarsi ma di fronte a questa intenzione si scontra con il rifiuto del profeta che innanzitutto sposta l’attenzione sul vero protagonista della guarigione: è Dio stesso da ringraziare, non l’uomo di Dio, ma il ringraziare implica entrare in una logica diversa da quella del potere che compra e riversa denaro. Naaman vive così una scoperta che lo spaesa. Chiede così di poter portare una quantità della terra di Israele per poter lodare Dio anche nella sua terra. Naaman, straniero in Israele, povero nella sua malattia e ora guarito, scopre una sorta di ius soli: può anche lui godere di un diritto di stare su quel suolo, su quella terra portata nella sua, e da lì vivere la gratitudine che si esprime nella lode, nell’adorazione.

Viene così guidato a scoprire la gratuità della lode nel riconoscere la presenza di Dio che va oltre i confini. L’incontro con Dio non è rinchiuso solo ad una terra, ma può essere vissuto, in modi nuovi, anche in altre terre, in ogni terra, nell’attitudine della gratuità. E quei sacchi di terra portati da due muli sono quasi immagine di una terra nuova che attraversa i confini ed è la terra del gratuito, del dono che fa sorgere la gratitudine.

Anche la pagina di Luca parla di guarigione e di gratitudine. Dieci lebbrosi si fermano a distanza. La loro condizione era quella di chi doveva stare ai margini della vita sociale. I motivi sanitari di tale distanza si intrecciavano con una interpretazione religiosa della impurità che connotava la loro malattia. Doppiamente esclusi, perché malati in primo luogo e perché la loro condizione era letta come irregolarità dal punto di vista religioso e portatrice di impurità da non toccare. Malati quindi e considerati lontani da Dio.

Essi gridano il loro desiderio di guarigione e Gesù travalica le barriere poste dal sistema religioso. Si fa avvicinare e immediatamente supera quella distanza. Accoglie la loro richiesta, vede in loro innanzitutto persone e li pone in cammino, indica loro di recarsi dai sacerdoti, che devono confermare la guarigione avvenuta. Li invita a recarsi dai sacerdoti del tempio, luogo dell’incontro con Dio, reinserendoli nella condizione di chi è puro. E’ un primo grande gesto e annuncio: non sono lontani da Dio. I gesti di Gesù sono tutti testimonianza del Dio vicino che accoglie a sé e non vuole che nessuno vada perduto.

Ed essi partono, e si scoprono guariti nel cammino. E’ scoperta che la parola già realizza quello che essi scopriranno nel cammino. Vivono una profonda fiducia sulla parola, e nel cammino si ritrovano guariti. Ma uno solo, tra di essi, ritorna indietro per dire il suo grazie, per esprimere la gratitudine a Gesù. In questo gesto di ringraziamento Gesù legge l’apertura del suo cuore al dono e all’incontro che stanno al cuore della fede. Nel suo volto e nel suo grazie legge non solamente la vicenda di un guarito, ma l’esistenza di un salvato. Questo unico che è ritornato sui suoi passi non è giunto dai sacerdoti, non è arrivato al tempio, ma ha scoperto la presenza di Dio vicino nella parola e nel gesto di Gesù. Ha lasciato spazio a quella apertura di affidamento che sta al cuore di uomini e donne, sani e malati, lo spazio della fede come luogo dell’incontro con Dio. Il lebbroso tornato a ringraziare ha vissuto così un primo superamento dei confini del sistema religioso.

Ma c’è anche un secondo superamento che Luca introduce facendo notare come questo unico ritornato a rendere grazie era uno straniero. Era un samaritano e Gesù si accorge di questo: sono valicate e abbattute le barriere che dividono le appartenenze religiose e culturali. Gesù vede nel volto di questo straniero, guarito, capace di ringraziare, il volto di chi ha sperimentato la salvezza: ‘la tua fede ti ha salvato’. Salvezza non si limita ad essere guarigione in quanto salute, benessere fisico e psicologico e possibilità di vita. Salvezza è più in profondità, anche nella vita che si confronta con lo scandalo del male e della morte, la scoperta di un dono e di una relazione che dà un senso nuovo ad ogni gesto, ad ogni parola. La fede viene quindi presentata come relazione con Gesù e, attraverso di lui, con il Dio del dono e dell’accoglienza. E’ un modo nuovo di guardare la vita in cui il ringraziare è rimanere nello spazio di chi si riconosce di fronte ad un dono. E’ possibilità nuova di sperimentare la bellezza della gratuità e la piccolezza grande del ‘grazie’. Fede è accogliere e affidarsi in una relazione in cui la vita si illumina come dono e chiede di essere condivisa.

Per noi oggi penso che ci siano alcune provocazioni che giungono da queste letture.

Possiamo sostare sull’importanza di riconoscere il servizio della guarigione: è innanzitutto guarigione da tutte le distanze che separano le persone, e in particolare di chi, malato, averte più profondamente il peso della propria sofferenza e separazione. C’è una guarigione fisica da tutte le malattie che va cercata perseguita e accompagnata e, insieme e forse anche distinta da questa, una guarigione diversa, una guarigione più profonda, come esperienza di essere salvati, che porta a scoprire la propria vita visitata dall’amore di Dio che non abbandona mai, nemmeno nella malattia e nella morte.

Possiamo lasciarci interrogare dalle parole di Gesù ‘la tua fede ti ha salvato’: la fede è presentata come forza di salvezza della nostra vita, apertura ad un affidamento personale che passa attraverso il contatto con l’umanità di Gesù, con la sua vita (‘Ricordati di Gesù Cristo…’ è l’invito della seconda lettura. Siamo invitati a camminare sulla parola di Gesù e a lasciarci accogliere nel movimento di accoglienza di Gesù e del Padre.

Possiamo sostare sull’importanza della figura dello straniero come l’unico capace di ritornare indietro e riconoscere il luogo in cui Dio si rende presente, quel luogo che non è una terra, un tempio, ma l’umanità di Gesù. Viviamo in un tempo in cui l’incontro con lo straniero è esperienza storica di un incontro con Dio ‘altro e straniero’ che vuole aprirci a considerare come noi stessi siamo stranieri a noi stessi e chiamati a scoprire il suo autentico volto e il nostro nell’incontro con lo straniero.

Dobbiamo sempre imparare, di nuovo, a ringraziare, sia nei modi in cui viviamo la nostra preghiera, sia nella vita quotidiana, di fronte a tutti i piccoli segni che ci fanno toccare con mano la gratuità di doni spesso ricevuti senza accorgersene e di persone che senza riserve sanno vivere guardando alla felicità degli altri.

Alessandro Cortesi op

VI domenica del tempo ordinario Anno B – 2012

Lv 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

In Israele la lebbra era ‘primogenita della morte (Gb 18,13; cfr. Num 12,12). Giuseppe Flavio, storico contemporaneo di Gesù, parla così dei malati di lebbra: “I lebbrosi stavano sempre fuori della città; dal momento che non potevano incontrare nessuno, non erano in nulla diversi da un cadavere”. Il Talmud babilonese paragona così la guarigione di un lebbroso alla risurrezione. Coloro che erano colpiti da lebbra non potevano entrare a Gerusalemme né in città circondate da mura ma dovevano starsene segregati, vivendo isolatamente. Nel quadro di un sistema religioso che univa insieme malattia e peccato, la lebbra era quindi connessa al peccato ed era per questo considerata impurità, il marchio di una punizione di Dio, motivo di allontanamento da Dio. Per questo è compito dei sacerdoti in Israele constatare se una persona ha contratto tale malattia (Lev 13-14) e, nel caso di guarigione, l’atto da compiersi da parte del lebbroso guarito è un atto religioso, un sacrificio di espiazione (Lev 14,1-32). Il lebbroso prendeva su di sé non solo il peso di essere vittima del male che lo segnava nella carne e nel cuore, ma anche colpevole; vittima di una malattia considerata sorgente di impurità, da tener lontana per evitare il contagio. E colpevole in quanto alla malattia si associava il senso di disprezzo per una condizione di peccato, d’impurità.

Quando Giovanni dal carcere invia i suoi discepoli a Gesù per chiedergli di esprimere qualcosa sulla sua identità, Gesù non risponde definendo se stesso ma rinviando ai segni che compie. I segni sono quelli del regno di Dio che è giunto e si rende presente nel suo agire: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete. I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me” (Mt 11,3-6). I lebbrosi sono guariti… è uno dei segni a cui Gesù rinvia. Segni di una attesa di un intervento di Dio liberatore dal male che attraversava le pagine dei profeti. Segni di vita restituita in abbondanza a chi era ritenuti lontano da Dio ed escluso dal rapporto con lui a causa dell’impurità.

La pagina di Marco racconta attraversamenti di barriere e aperture di vita inattese che rompono schemi e chiusure religiose.

Il primo attraversamento è quello del lebbroso che osa farsi vicino: “venne da Gesù un lebbroso che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: ’se vuoi puoi purificarmi’”. E’ il lebbroso che dai luoghi deserti si fa vicino a Gesù. Possiamo scorgere in questo avvicinarsi la fiducia che la fama e i gesti  di Gesù ispiravano, giungendo sino a far muovere un ‘morto vivente’, un lebbroso nella sua condizione di persona senza volto e senza nome, da tener lontana come fantasma. E’ lui il primo ad oltrpassare barriere, e le barriere che scavalca sono quelle determinate da una religione che mantiene la separazione tra puro e impuro:  ‘Se vuoi puoi purificarmi’. La questione verte proprio sul confine tra puro e impuro, una separazione che segna fortemente gli ambiti religiosi. I puri e le cose pure devono evitare qualsiasi contatto con l’impurità per non farsi contaminare perché solo ciò che è puro può entrare a contatto con Dio. Il lebbroso chiede a Gesù nont anto di guarire ma di poter accedere ad un contatto con Dio.

E Gesù invece accetta la vicinanza del lebbroso, si lascia contaminare. E’ un secondo grande attraversamento: Gesù non ha paura di entrare a contatto con il male, ed anche con quanto è considerato impuro, non si tiene a distanza della malattia ripugnante, non teme il contagio. Il volto di Dio che Gesù annuncia non separa né emargina ma va incontro a chi è visto come impuro, rompendo le barriere di separazione. Davanti a lui scorge il volto di qualcuno da accogliere, da riconoscere come uomo, come un tu, con un volto, con un nome. Gesù non si tiene lontano ma s’immerge e immergendosi apre una comunicazione nuova. E annuncia il volto di Dio che accoglie.

Alcune lezioni in alcuni manoscritti di questo testo di Marco indicano un gesto di ira di Gesù: irato di fronte al male. Gesù di fronte al male non rimane indifferente. La presenza della malattia suscita in lui una reazione forte, di contrasto a tutto ciò che impoverisce l’uomo. Gesù reagisce a quel collegamento tra malattia e peccato che legge la malattia come conseguenza di una colpa. Il disegno di Dio è disegno di bene e di lotta contro il male.

Altre lezioni di questo testo indicano invece un verbo diverso e sttolineano così un sentimento di Gesù nei confronti del malato: “Ne ebbe compassione…”. Questa lezione sottolinea i sentimenti della cura, del coinvolgimento, della vicinanza di Gesù. Ne ebbe compassione: è verbo proprio di un sentire femminile, usato nel Primo Testamento per indicare le viscere di misericordia di Dio che soffre come donna che ama e che avverte nel suo utero i segni del suo legame con i figli. Così Gesù esprime nel suo accogliere il lebbroso il suo coinvolgimento. Quell’uomo, sfigurato per la malattia e soprattutto per la solitudine motivata dalla religione, diviene per Gesù un volto con cui entrare in contatto, da toccare.

E sta qui un altro attraversamento: “Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse…” toccare il lebbroso era occasione di contagio, ma anche motivo di trasgressione della legge. Gesù tocca – con il gesto dello stendere la mano che ricorda l’agire di Dio nella liberazione dell’esodo – e entra a contatto con l’impuro, lo guarda, gli rivolge la parola: ‘voglio che tu sia purificato’. Si fa vicino fino a toccare: oltrepassa così quella barriera di isolamento e di rifiuto in cui quell’uomo era relegato, lo apre ad essere riconosciuto come vicino. Il testo di Marco dice ‘ed egli fu purificato’. Gesù gli annuncia il volto di Dio che lo accoglie nella sua condizione di impurità. Gesù comunica questo accettando di entrare a contatto con il lebbroso impuro. La guarigione è sì guarigione dalla malattia ma più in profondità è accoglienza e riconoscimento perché quell’uomo da isolato e allontanato viene restituito a quella purità che non è una condizione sacrale di separatezza, ma è stare nella relazione, con Dio e con gli altri. E’ restituito a relazioni autentiche, ad esser riconosciuto come persona, alla vicinanza con un altro che l’ha accolto. Non è forse questa la più grande guarigione? Gesù invita il lebbroso a non dire nulla a nessuno. Ma il lebbroso si fa annunciatore: ‘iniziò ad annunciare molte cose e a diffondere la parola’ (Mc 1,45). Marco suggerisce che ‘annuncia la parola’ chi ha sperimentato nella sua vita una liberazione ed ha vissuto un incontro in cui si è scoperto accolto. La parola annunciata è la scoprta del volto di Dio che non pretende di essere accostato da chi è piuro, ma purifica facendosi Lui epr primo vicino.

Il quadro si conclude con una annotazione per certi aspetti enigmatica ma ricca di evocazioni: “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti”.

Gesù assume così, in questo finale della narrazione, i caratteri di quella lontananza e di quella separazione che erano gli obblighi dell’impuro e segnavano la condizione del lebbroso. Gesù si fa impuro; prende su di sè la condizione del lebbroso. Gesù è presentato da Marco come guaritore, capace di gesti taumaturgici, ma Marco è preoccupato anche di dirci che quel volto di Gesù guaritore ha i tratti di colui che ha preso su di sé le sofferenze degli altri. E’ così qui racchiuso un annuncio della passione, un’indicazione preziosa del volto di Gesù come servo che soffre, e prende su di sé la condizione degli impuri, dei peccatori, di coloro che sono tenuti lontani o ai margini. Gesù guarisce e manifesta quindi una potenza di vita, ma – ci dice Marco – è da ricordare che la sua potenza di vita è quella racchiusa nella debolezza del crocifisso, nella debolezza dell’amore che si dona. Il profilo più profondo di Gesù è quello di colui che serve, si fa debole e assume su di sé la sofferenza.  E’ Gesù ora il lebbroso che non può recarsi in città… e paradossalmente tutti venivano a lui da ogni parte.

Ci sono due movimenti che ci aprono profondi interrogativi: il primo è il movimento del lebbroso. Di fronte ad un mondo religioso che genera separazione e allontanamento quell’uomo ritrova energie per scavalcare barriere. Viviamo tempi segnati da paura e dall’indifferenza come forme di difesa dal male e dalla sfida dell’incontro con l’altro che ci pone in discussione. Accettiamo senza reagire isolamenti, esclusioni, emarginazioni giustificate anche da una religione che rende incapaci di incontrare e di accogliere. Non dovremo forse dare ascolto a chi chiede uno sguardo di attenzione e di compassione?

C’è poi il movimento di Gesù che non ha paura di lasciarsi avvicinare dall’impuro, e di toccarlo. Gesù vive uno stile di incontro, di libertà. Reagisce con forza al male e vive la vicinanza tenera verso chi soffre. Tutt’altro rispetto all’indifferenza di chi si tiene a distanza e ha paura di contagi, di mescolamenti, di contaminazioni. Gesù si lascia contaminare e accoglie la sfida dell’entrare in relazione con l’altro. rende vicino il volto di Dio che accolgie chi è impuro. Offre spazio di relazione: riconosce quel malato come un tu. Ci indica così – in contrasto con un modo di stare a distanza – che la più profonda guarigione è dare spazio all’altro nella propria vita, accoglierlo, lasciarsi coinvolgere non in modo retorico e superficiale, ma nella profondità della propria vita.

Alessandro Cortesi op

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