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XXIV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0945Is 50,5-9a; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35.

“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza non mi sono tirato indietro”. Il servo di Jahwè, è figura centrale ed enigmatica al cuore del libro del Terzo Isaia profeta del tempo dell’esilio: La sua è testimonianza di chi ascolta e segue la chiamata di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Subisce disprezzo e persecuzione per la sua fedeltà al Signore e per questo subisce rifiuto e persecuzione. Nella sofferenza vive fino in fondo una fiducia senza riserve: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. La presenza vicina del Dio vicino gli dà la la forza per affrontare ingiustizia e violenza: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”. Il servo può essere identificato con la figura di qualche profeta, nella singolarità di una testimonianza che diviene esempio, ma può anche essere interpretato come figura che rinvia all’esperienza di tutto il popolo d’Israele. Racchiude infatti un riferimento collettivo, al popolo che nell’esilio vive la sofferenza ed è chiamato ad appoggiarsi a Dio che libera.

“Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). L’esperienza di fede appare connessa al rapporto con l’orfano, la vedova, e con il povero. Sono queste le persone a cui Dio guarda con benevolenza. Egli è chinato a liberare Israele nella condizione di debolezza e di schiavitù in Egitto. L’esperienza della liberazione da Dio diviene riferimento di cammino per tutto il popolo: farsi testimone della presenza liberatrice, attuare rapporti nuovi di giustizia. Vivere un rapporto autentico con Dio rinvia ad attuare rapporti di cura e solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero. Nella lettera di Giacomo un’esortazione ritorna con insistenza: “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?” i credenti sono chiamati a maturare un’attenzione particolare nei confronti dei poveri, e devono porre al centro della loro vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). Può esserci una fede morta perché privata di una traduzione nella prassi. Banco di prova della fede sta nella relazione con gli altri. Per Giacomo le ‘opere’ sono il germogliare di una fede che chiede di esprimersi in uno stile di rapporti e in una tensione di vita: l’insistenza sulla dimensione comunitaria della vita cristiana costituisce il nucleo del messaggio di questo testo. C’è insistenza su ambiti concreti della vita tra di essi l’uso dei beni e la solidarietà con i poveri contrastando una mentalità di accumulo e di indifferenza verso situazioni di ingiustizia.

A metà del vangelo di Marco emerge la domanda fondamentale che attraversa ogni pagina: chi è Gesù? Questa domanda è collocata in un preciso momento del vangelo: dopo gli entusiasmi provocati dai suoi gesti le folle restano deluse. Gesù non corrisponde alle attese di un messia politico e nazionalistico: non risponde ai desideri di soluzione immediata dei problemi o di ribaltamento politico e non asseconda una religiosità delle osservanze e del privilegio. Il suo agire si pone in una linea diversa. Ai suoi propone la strada del servire in modo concreto coinvolgendo tutta l’esistenza: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto di molti”. A questo punto le folle se ne vanno e Gesù ‘sulla strada’ interroga i discepoli per guidarli ad un incontro difficile e ed esigente: si scontra con la durezza di cuore che impedisce di fidarsi di lui. Solo lui può aprire gli occhi e guarire aprendo la strada a seguirlo. Solo la forza della risurrezione sarà il dono di una luce nuova e della scoperta che ‘egli vi precede in Galilea’.

‘Chi dice la gente che io sia?… E voi chi dite che io sia?’ Alla domanda Pietro risponde “Tu sei il Cristo, cioè il messia, ma il problema che si apre è quale tipo di messia? Gesù inizia a parlare ai suoi di un messia che segue la strada del servizio fino alla sofferenza per rimanere fedele all’annuncio della vicinanza di Dio che inaugura un mondo di rapporti nuovi. Ciò contrasta radicalmente con le preoccupazioni di chi intende mantenere un potere politico o religioso.

“E cominciò ad insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare”.

Probabilmente queste parole sono state così elaborate dall’evangelista dopo la vicenda della passione e della risurrezione, ma rivelano la direzione della sua vita. La proposta della sua via che Gesù presenta anche ai suoi come cammino da condividere non è quindi una prospettiva di affermazione e potere ma è quella del dono della vita nella fedeltà all’amore, e per rimanere fedele è disposto sino a morire vittima di una violenza ingiusta. Ciò genera la reazione di Pietro e il conseguente rimprovero di Gesù: ‘tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini’. Gesù richiama Pietro a stare dietro di lui, a mettersi nella posizione del discepolo che deve seguire: “Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.

La croce non è innanzitutto luogo del dolore come certa pietà della sofferenza ha portato ad intendere, ma luogo in cui si manifesta come l’amore è l’ultima parola. E’ il segno di una vita vissuta sino alla fine come dono di sé e servizio nell’amore.

Alessandro Cortesi op

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Identità e paure

Chi sono? chi siamo? è domanda che attraversa la vita e quando viene posta nella tensione a cercare di darvi un risposta definitiva si scontra con la dura smentita che la vita nei suoi mutamenti pone. Siamo gli stessi, ma mai i medesimi. Identità è storia e narrazione come ricorda Paul Ricoeur: c’è un nucleo di riferimento che fa riconoscere un ‘io’ davanti ad un altro. Questo nucleo è ciò che indichiamo con identità, eppure, nel medesimo tempo, questo ‘io’ non è mai il medesimo, ma nel rapporto stesso, nel tempo diviene altro. E’ così mutevole, esposto ad un dare e ricevere con l’ambiente, con il mondo in cui vive, con tutto ciò che entra nella vita e soprattutto nella relazione con gli altri. Anche assumere atteggiamenti di chiusura e di rifiuto a lasciarsi contaminare da altri è un modo in cui costruire la propria vita, una via per non rimanere identici. Ci si può chiudere e inaridire in un isolamento che poco alla volta intristisce la vita fino a scelte di discriminazione e di violenza oppure si può affrontare il rischio e l’avventura dell’incontro accogliendo la provocazione che l’irruzione dell’altro porta nell’esistenza. Ci si può lasciar continuamente cambiare dagli incontri, trasformare dalle relazioni, affrontando gli inevitabili conflitti come occasioni nel cammino. Le diverse situazioni possono divenire luoghi di crescita, di scoperta di aspetti inediti del vivere, di possibilità nuove.

L’identità ha bisogno di confini, di una casa dove riconoscersi e abitare. Ma come la casa può essere un luogo appartato e separato o spazio di incontro, di apertura e di vita, così nella vita il confine del proprio io può divenire soglia di attraversamento nella consapevolezza che non si esiste da soli, che il cammino è sempre comune e nessuno è un’isola. La vita può aprirsi a dimensioni di bellezza e di senso se si percepisce che il rapporto con l’altro è al cuore di ogni esistenza ed è continuamente chiamata. Chi bussa alle porte è volto che può portare l’inatteso in un cammino di umanizzazione.

Identità è quindi non un dato fisso e immobile, ma è storia, incontro e scoperta che c’è un passaggio continuo nello scorrere dei giorni. Vi sono radici da distinguere: alcune sono le radici capaci di fecondità e se alimentate portano frutti buoni. Altri sono influssi sono inquinanti che conducono ad appassire, a non far frutto. Aggrapparsi a radici senza scorgere la vita che essere devono far scorrere impedisce ogni crescita. E’ così per i singoli ed è così per i popoli.

In questi giorni il Parlamento Europeo ha votato per avviare la procedura che mette in stato d’accusa uno Stato membro, l’Ungheria, che ha condotto scelte che minacciano gravemente e in modo persistente i valori fondanti dell’Unione tra l’altro riguardo ai diritti delle persone appartenenti a minoranze e i diritti fondamentali dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

La relatrice di questa istanza è stata Judith Sargentini, deputata olandese dei Verdi, che nel Parlamento ha dichiarato: “Nella settimana in cui si discute lo stato dell’Unione, il Parlamento europeo invia un messaggio importante: difendiamo i diritti di tutti gli europei, compresi i cittadini ungheresi, e difendiamo i nostri valori europei. I leader europei devono ora assumersi le proprie responsabilità e smettere di guardare dall’esterno, poiché lo Stato di diritto viene distrutto in Ungheria. Per un’Unione costruita su democrazia, stato di diritto e diritti fondamentali, ciò è inaccettabile”. Judith Sargentini ha dietro di sé un percorso di impegno sociale e di militanza nel partito dei Verdi olandesi GroenLink. Ha ricevuto riconoscimenti per il suo impegno per il commercio equo e per il suo impegno a favore dei Paesi in via di sviluppo. Nel suo discorso al Parlamento europeo ha richiamato come le espressioni che rinviano ai diritti fondamentali non possono rimanere solo testi scritti su carta, ma devono essere tradotti in scelte che richiamano alla responsabilità di ciascuno ed esigono oggi scelte urgenti in Europa.

Vincere le paure non con la chiusura dei confini, non con la rivendicazione di pretese identità pure in opposizione all’altro è una sfida aperta. E’ sempre più urgente attuare scelte che affrontino la complessità di un mondo segnato da ingiustizie e indicare vie di costruzione di convivenza solidali: e c’è bisogno di persone che sappiano vivere in tal senso il servizio per il bene comune lasciandosi aprire le orecchie nell’ascolto dell’altro e della vita.

Alessandro Cortesi op

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Battesimo del Signore – anno C – 2016

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(mosaico – Ravenna – battistero degli ariani)

Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

“Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”

Giovanni il Battista presenta colui che deve venire come ‘il forte’ allo stesso modo in cui Isaia aveva parlato del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5); dicendo ‘viene uno che è più forte di me’ rievoca anche le espressioni del salmo rivolte al messia: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118) ripreso anche da Zaccaria ‘Ecco Sion, a te viene il tuo re…’ (Zac 9,9).

I quattro vangeli canonici riportano il battesimo al Giordano di Gesù, momento di svolta per la sua vita, per opera di Giovanni il battezzatore. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica per proporre un gesto di penitenza e di cambiamento di vita trovano motivazione nell’atmosfera di attesa di un messia liberatore del popolo e portatore di un rinnovamento religioso e di un regno di giustizia e di pace diffusa nell’ambiente d’Israele del I secolo.

Il fatto che Gesù si sia associato a questo gesto di purificazione genera interrogativo e scandalo per la prima comunità. Ma proprio per questo è tanto più importante sostare e coglierne la portata fondamentale nella vita di Gesù. Così viene ricordato sin dalla primitiva predicazione: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Questo gesto agli inizi dell’attività pubblica è letto da Luca come momento di manifestazione dell’identità e della missione di Gesù. Luca non narra il momeno dell’immersione. Aveva poi presentato la discesa dello Spirito, la sua unzione fin dall’annuncio a Maria. Il momento del battesimo è occasione per indicare il volto di Gesù che anticipa la manifestzione sul monte Tabor e sul monte Calvario. Per dire questo utilizza tre elementi: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo.

“Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’”.

Il cielo aperto è metafora di comunicazione fra Dio, il cui luogo è il cielo e la terra. E’ ripresa dell’invocazione del salmo ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. La colomba simbolo dello Spirito di Dio effuso sul messia rinvia alla profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2) La colomba era anche in qualche modo segno del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11) e questo rinvia ad un inizio della comunità e del popolo di Dio che segue il messia.

La voce divina echeggia il salmo 2,7, salmo dedicato al re quando saliva al trono: parla dell’intervento di Dio: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. Re e messia erano pensati come figli adottivi di Dio. Così Luca indica in Gesù il Figlio. La voce da cielo cita un testo di Isaia: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42).

Gesù ha il profilo del servo di Jahwè: in lui si attua la speranza di un messia che rinvia alla promessa a Davide (2Sam 7). Ma Gesù ha tatti del servo, segnato dalla sofferenza che offre se stesso: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito sopra di lui… ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri”.

Una voce dal cielo voce torna per tre volte nel vangelo di Luca: al momento del battesimo al Giordano, alla trasfigurazione ed infine al calvario, quando Gesù si rivolge al Padre e a lui si affida: lì Gesù si rivolge a Dio chimandolo ‘padre’, ora all’inizio del suo cammino è chiamato ‘figlio’.

Il Giordano luogo di lontananza da Gerusalemme e dal tempio, luogo del passaggio nel cammino verso la terra diviene il luogo in cui Gesù riceve l’invio per la sua missione ad essere il messia servo. Un momento di epifania: così lo legge Luca. Sarà un centurione romano proveniente dal mondo dei pagani a riconoscere sotto la croce che ‘ egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Le acque del Giordano, che non solo attraversano tutta la terra di Palestina dal nord fino al Mar Morto, ma attraversano anche i due Testamenti, sono le acque che si prolungano in quella immersione (battesimo) che costituisce il momento di inizio di un cammino che è di Gesù e insieme a lui anche di coloro che lo seguono.

Alessandro Cortesi op

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Acque

“Si è svegliato e ha sentito delle urla… In quel periodo però ci sono le berte. Le berte di prima mattina stridono… Ma lui aveva uno strano presentimento. Allora si è alzato, è andato a prua, ha preso in mano il timone della barca e si è diretto lentamente verso quelle strane grida. Sentiva le voci, e alcune sembravano umane. Gli sembrava di riconoscere delle parole.

“Appena ha albeggiato, ha visto delle macchie di colore in mare e si è accorto che erano corpi umani. Allora ha dato l’allarme. Sono riusciti a prenderne quarantacinque, poi si è fermato un latro peschereccio. E subito dopo siamo arrivati noi. Per loro era più difficile tirarli su perché avevano le murate alte, mentre io e Onder avevamo una barca da pesca molto più bassa e molto più piccola, di soli cinque metri e venti. Potevamo prenderli dall’acqua con più facilità. Ma non tantissimi, però, se no andavamo a fondo pure noi”.

E’ la testimonianza di Costantino, pescatore, originario della Puglia e trasferitosi a Lampedusa negli anni 70 e lì stabilitosi. E’ riportata nel racconto raccolto da Alessandro Leogrande nel suo libro ‘La frontiera’ (ed. Feltrinelli 2015) un anno dopo la strage di Lampedusa. Fu quello il naufragio avvenuto il 3 ottobre 2013: una barca caricata di migranti all’inverosimile, tutti stipati, proprio di fronte alle coste al largo dell’isola dei conigli, calò a picco per lo spostamento delle persone e la perdita del bilanciamento, mentre divampava un incendio. 368 furono i morti: 360 eritrei e 8 etiopi.

Il racconto ricostruisce il ricordo di quel momento e riporta, a un anno di distanza, parole e gesti degli eritrei sopravvissuti e dei loro compagni, fuggiti alla dittatura implacabile in un paese ridotto ad una caserma sotto un regime di violenza e controllo, tornati a Lampedusa per ricordare: “le onde sono alte, i fulmini cadono vicini alla costa. Il diluvio non scende a gocce, ma a secchiate fredde, sbattute dal vento. Eppure gli eritrei, che hanno cantato per tutta la durata del corteo e che hanno proseguito appena arrivati nei pressi della Porta quando lampi e tuoni si sono intensificati, continuano farlo, come se ci fosse ancora il sole. Rimangono imperturbabili, con i fiori in mano e lo sguardo puntato verso le onde, dentro le loro magliette nere su cui è scritto in bianco ‘Proteggere le persone, non i confini’. Cantano impassibili.”

Il 3 ottobre 2013 è data simbolo di una tragedia immane che è continuata come stillicidio implacabile, nel tempo e fino ad oggi continua in modo drammatico: una tragedia di acqua e di volti. Una schiera senza numero ha trovato nel mare la morte. Una tragedia di caduta e inabissamento nelle acque. Non sono mancate le mani robuste tese a tirare su corpi ritenuti senza vita e che hanno ripreso respiro. Ma sono piccola goccia. E’ la tragedia di questo tempo fatta di speranze e di tristezza, di morte e vita riassunte nel canto e nell’invocazione, nel senso di legame tra chi cammina ancora e chi non c’è più.

“Cantano e pregano per almeno mezz’ora mentre la pioggia picchia a secchiate e il vento diventa gelido… Non ho mai partecipato a niente di così intensamente religioso in tutta la mia vita. Non ho mai percepito, come in questo momento per certi versi assurdo, una tale tensione verso se stessi e gli altri, un tale stringersi intorno a un testo cantato e a delle persone che non ci sono più”.

Battesimo è immersione e uscita dalle acque, simbolo di novità e di rinnovamento. Battesimo è segno di acqua, ad indicare un dono, e la benedizione di Dio sulla vita. Le acque del mare sono divenute oggi luogo di morte e di esclusione. Quelle acque sono un confine di morte o di vita. Lì si possono attuare scelte di morte o di vita per far uscire, ma anche e prima di tutto per uscire dall’immobilità e dall’indifferenza, per vivere in modo diverso. E’ un cambiamento che non si risolve in un rito ma in un modo nuovo di intendere la vita. Capace di sentirsi legata ad altri.

Alessandro Cortesi op

Natale del Signore 2015

Natale essenziale

(Lc 2,1-14)

In questo Natale è sempre più faticoso scambiarsi auguri che non siano vuota retorica. Scambi entusiastici di ‘buone feste’ fanno emergere ancor più il contrasto tra una religiosità disincarnata e fondamentalmente indifferente verso le sorti degli altri, dei poveri, e la realtà fatta di emarginazione, di iniquità e privilegi, dove poggiano i nostri piedi. Tre pensieri si fanno strada a partire dall’ascolto della pagina del vangelo.

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“… per loro non c’era posto nell’alloggio”: è questa la condizione che Gesù ha condiviso con l’umanità ferita di chi non ha posto e non trova accoglienza: è nei volti di questa umanità che Gesù si fa incontrare oggi.

Il primo pensiero è per i bambini morti nel Mediterraneo nei viaggi dei migranti di quest’ultimo anno: le statistiche della Fondazione Migrantes parlano di oltre 700 bambini. Di ieri è la notizia ormai senza più eco di sette bambini morti nelle acque dell’Egeo per il rovesciamento di un gommone davanti all’isola di Leros. E’ la strage silenziosa a cui stiamo assistendo in questi anni che continuamente giunge davanti ai nostri occhi. Suscita reazioni immediate, emotive, passeggere ma non genera reazioni e movimenti di popolo e opinione che smuovano i governi a decisioni per trovare vie per offrire protezione e per dare diritto di asilo ai rifugiati. Viviamo una paralisi e un indurimento cinico delle società europee di fronte alla vita di uomini e donne privati della loro libertà e dei diritti umani e un’insensibilità a lasciarsi muovere e commuovere. Oltre 3600 è il freddo numero del conto dei morti di quest’anno in mare (3500 secondo fonti dell’UNHCR quelli del 2014), ma dietro alla contabilità senza voce ci sono storie talvolta lontane, ma talaltra troppo simili alle nostre e volti di uomini e donne che affrontano ogni rischio perché non c’è alternativa per loro. Un milione di persone in fuga da situazioni di dittature e violazione di diritti umani come Eritrea, Gambia, Sierra Leone e di guerre e violenze come Siria, Afghanistan, Irak, Somalia, Mali, Nigeria, Niger hanno raggiunto l’Europa via mare. Che cosa sta producendo il nostro modo di vivere? Come reagire di fronte a queste chiamate?

Fare memoria della nascita di Gesù è motivo per pensare oggi a tutti questi bambini, quelli morti e quelli che fanno parte della folla di coloro che si mettono in viaggio. Quel viaggio si ripete, così come l’esclusione. La nascita di Gesù ci dice che la salvezza giunge dai piccoli, dall’accoglienza del volto di un bambino fragile e messo da parte.image

Un secondo pensiero: “alcuni pastori … vegliavano tutta la notte … la gloria del Signore li avvolse di luce”.

Nella notte la luce di stelle avvolge i pastori. Nella notte di questo tempo c’è qualcosa che nasce ed illumina ed è linguaggio non di parole, ma del movimento del creato. Natale parla di fiorire della vita, di nascita. Nel buio una luce vince la notte. E’ il messaggio che proviene da una natura che vediamo deturpata e sfigurata dalle scelte umane ma anche portatrice di energie di vita, di luce che sorge. I cambiamenti climatici, il riscaldamento globale, il venir meno della biodiversità sono gli esiti sotto i nostri occhi di un modo di vivere che degrada la natura e insieme degrada soprattutto le popolazioni dei paesi poveri. Eppure l’energia della vita si riaffaccia ed è quasi grido di implorazione: il grido della terra, il gemito della terra nel suo fiorire è eco del gemito dei poveri. Natale è memoria di germogli, della forza della vita che nasce, pur dimenticata. Nella lettera Laudato si, di Francesco, alcune righe aiutano a scorgere un appello proveniente dalla stessa natura (n. 205): “eppure non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. A ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle”.

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Il germogliare della natura che reca in sé la forza della vita, il nascere di una vita nuova, fragile affidata alla attenzione e alla cura è domanda aperta. Lì dentro sta l’invito a riprendere coraggio per “far emergere il proprio disgusto e… intraprendere nuove strade verso la vera libertà” per trasformare l’economia, per cambiare stili di vita. La natura che nasce, i germogli, la luce che illumina ricordano questa dignità che può essere recuperata. Ma ciò implica coraggio per provare disgusto e apertura a cambiare.

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Un terzo pensiero “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Anche in questo periodo di Natale la scena del bambino in fasce in una mangiatoia è stato motivo di polemiche basate sulla rivendicazione di una identità culturale pensata contro l’altro. Il presepe sbandierato come tradizione di una religione identificata come dato culturale contro altre religioni, l’identità cristiana identificata con l’occidente in contrasto con l’Islam identificato con gruppi di fondamentalisti violenti. Altre polemiche di tipo diverso hanno contrapposto al presepe letto come segno identitario portatore di divisione e di intolleranza, una visione che tende ad eliminare i riferimenti religiosi dalla vita sociale, anziche accoglierli, mettendo in relazione le differenze in un mondo plurale. Il bambino avvolto in fasce deposto sulla mangiatoia è rinvio al volto del crocifisso, deposto nel sepolcro. Tutta la sua vita, e la sua nascita ne è simbolo sintetico, è stata spesa per rompere barriere, per accogliere e dare liberazione e riconoscimento tutti, senza distinzioni, scegliendo le vie dell’incontro, della mitezza, della nonviolenza. Il segno del bambino avvolto in fasce è segno scomodo e provocatorio, che rivoluziona tranquille certezze e sdolcinate tradizioni. Rinvia a scorgere nella fragilità di un essere che ha bisogno di cure il volto di un Dio che si ritrae e sceglie la debolezza. Natale è festa che destruttura le identità che si contrappongono e disprezzano l’altro. È chiamata ad un cambiamento radicale nello spogliarsi di tutto ciò che fa sentire ricchi, superiori, privilegiati, dominatori. E’ sfida all’accoglienza e a riconoscere che Dio si dà ad incontrare nei volti degli esclusi.

Alessandro Cortesi op

Bugiani cartoni 2(Pietro Bugiani, 1905-1992 – adorazione dei pastori, cartone, part.)

III domenica di Avvento – anno B – 2014

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“Lo Spirito del Signore Dio è su di me… mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati…”. E’ una parola di consolazione quella che caratterizza la prima lettura: il profeta è uomo di Dio, inviato a consolare chi è afflitto, ‘unto’ per portare una bella notizia a coloro che in tanti modi sono prigionieri, spinto ad annunciare che città desolate e in rovina saranno ricostruite. Il vangelo è così bella notizia di liberazione e di consolazione di chi è oppresso.

I capitoli 60-62 di Isaia sono una pagina paradossale: respirano di consolazione e di speranza fino alla gioia di fronte ad una terra desolata. Nello smarrimento che succede all’esilio il profeta allarga lo sguardo, spinge lontano i suoi occhi a scorgere oltre le macerie del presente. Non per una vaga illusione ma per richiamare ad una fede che ritrovi il suo putno di appoggio in Dio. La capacità creativa di Dio apre una novità di vita, una bella notizia impossibile all’uomo, che Dio solo può donare. E’ la visione della storia come cammino in cui è possibile un rapporto nuovo di popoli, in cui l’ingiustizia avrà fine, e vi sarà un rovesciamento dalla desolazione alla gioia. La terra potrà produrre germogli nuovi perché Dio ha il potere di far germogliare cose nuove nella storia. Potrà esserci un cammino condiviso di popoli che riconosceranno l’agire di Dio. Ma questo germoglio è già la parola e l’azione che opera liberazione e cura.

“Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. L’invito di Paolo alla comunità di Tessalonica fa riferimento all’immagine dello spegnimento di un lume. Basta un soffio per fare buio, per non lasciare che una luce, benché fioca, illumini la notte. La presenza dello Spirito nella nostra vita è come debole fiamma da custodire. Paolo indica una serie di atteggiamenti che segnano la vita dei credenti: l’attenzione e la responsabilità. E’ cura nel non soffocare l’agire dello Spirito. In tanti modi lo Spirito soffia, con chiamate diverse, nelle situazioni e negli incontri. C’è anche l’invito a lasciare spazio alla profezia, alle parole e testimonianze che riconducono al vangelo.

“Non lo sono… e io ho visto e ho testimoniato…” Giovanni Battista si presenta dicendo chi ‘non è…’: non è preoccupato di se stesso, non afferma una sua identità, appare totalmente disinteressato ad uno sguardo centrato su di sé. E’ invece teso al futuro, pronto a riconoscere la presenza di Gesù come messia. Il suo volto nel IV vangelo ha i tratti del testimone. E’ orientato ad altro, a dare e ad essere testimonianza. La sua vita sta in riferimento a Gesù indicato come ‘uno che non conoscete’ e che pure ‘sta in mezzo a voi’. La sua testimonianza apre cammini per riferirsi a Gesù come colui che non si conosce. E’ una voce che disorienta. Di se stesso Giovanni dice solamente di essere ‘voce’ e richiama l’invito del profeta Isaia: ‘rendete diritta la via del Signore’.

DSCF5387Alcune riflessioni per noi oggi

Restaurare le cità desolate

C’è un filo che lega la missione del profeta e la responsabilità di ognuno che cerca di imparare a credere e vivere fedeltà al vangelo. Missione del profeta non è avere gratificazioni, non è godere di costruzioni già fatte. Piuttosto è quella di annunciare che in una condizione di rovina, lì sta una chiamata ad essere riparatori di brecce, costruttori di case per abitarvi. Viviamo un tempo in cui forte è la percezione di macerie attorno a noi. Macerie di distruzioni causate dalle guerre, dalla violenza e dal disprezzo nei confronti del creato, dall’uso scriteriato delle risorse e dei beni comuni. Ma anche macerie morali e frantumazione sociale che generano senso di delusione e profonda desolazione interiore. C’è un appello alla fede anche nel nostro presente per offrire la nostra disponibilità a Colui che fa nuove tutte le cose. Il senso della gioia – tratto di questa liturgia di metà avvento – sorge dall’essere protesi a scorgere i germogli, a custodire tutto ciò che dice vita anche in situazioni di morte. E tutto ciò senza coltivare la pretesa di vedere i risultati di un lavoro e di un impegno che si basa solo sulla forza dello Spirito.

Dare spazio alla profezia

E’ questo l’invito della pagina di Paolo ai tessalonicesi. Coglierei da un’intervista a don Angelo Casati (‘Avvenire’ del 9 dicembre 2014) il suggerimento ad ascoltare oggi i profeti che sono sia persone di riferimento e guide capaci di indicare futuro di suscitare stupore nuovo, ma sono anche i piccoli ordinari maestri e maestre che possiamo incontrare nella vita quotidiana e che indicano il senso di un cammino.

“Sorriso, stupore: sono questi, oggi, i segni dei tempi? «Mi torna in mente il modo in cui il cardinale Carlo Maria Martini si riferiva al Concilio – risponde Casati –. Eravamo entusiasti, diceva, guardavamo al futuro, parlavamo al mondo. Ecco, è quello che sta accadendo adesso. C’è un’attesa di notizie buone che porta a riconoscere nel Vangelo la vera buona notizia per l’uomo. Questo passa per la figura di Papa Francesco, non c’è dubbio, ma poi travalica, va oltre. Si avverte nella Chiesa, nella società».

Quali sono stati per lei gli incontri più importanti? «Ho avuto molti compagni di strada e ho imparato a capire che ogni persona che mi si accosta può diventare per me pane per il cammino. Perché il cum-panis è colui che divide il pane con noi e che per noi si fa pane, appunto. (…) Il complimento più bello me lo fatto una bambina di neppure dodici anni. Si era sparsa la voce che stavo per lasciare la parrocchia di Lecco e lei mi ha fermato in una delle stradine che guardano sul lago. “Chi mi parlerà sottovoce di Dio?”, mi ha domandato. Ha espresso bene quello che ho sempre tentato di fare: cercare Dio non nella declamazione di una fede recitata, ma in una voce sottile, che sapesse farsi compagna di ciascuno »

Costruire la propria identità…

La costruzione dell’identità è oggi un tema che segna la vita personale e quella sociale. Nei giovani in ricerca di una identità da costruire, negli adulti in cerca di una identità smarrita, in uomini e donne spesso disorientati e senza identità perché senza riconoscimento da parte di alcuno. La domanda sul divenire se stessi, e l’interrogativo su cosa significa una identità collettiva stanno al cuore di percorsi diversi. C’è chi pensa l’identità come un dato stabilito e fissato, immutevole. C’è per contro chi percepisce la propria identità come una storia in cammino, dinamismo e relazione in cui il divenire se stessi è sempre in rapporto all’altro. Sono due grandi orientamenti che conducono a percorsi diversi e opposti nel modo di intendere la vita. Il Battista non solo sposta l’attenzione da sé all’altro – a colui che viene -, ma si lascia disorientare dalla presenza di Gesù che lui non conosceva e a cui si deve aprire in modo nuovo. Il problema del costruire la propria identità è suggerito come percorso di incontro con il ‘non conosciuto’. Troppo spesso pretendiamo di conoscere e sapere chi siamo, chi è l’altro, chi è Gesù, il messia, chi è Dio, magari solamente per definizioni teoriche o apprese senza un passaggio di esperienza e di coinvolgimento personale. Viviamo anche la pretesa di una chiesa che ama presentarsi come maestra, esperta in umanità, e non sa riconoscersi e scoprirsi povera anche di certezze, capace come Giovanni di dire ‘non sono il Cristo’ e di rinviare a lui come ‘non conosciuto’ che viene. Eugenio Montale nella sua poesia ‘Non chiederci la parola’ indicava un orizzonte profondamente umano: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Riconoscere ciò che non siamo è opera di verità, di decentramento. Aprirsi alla presenza di Gesù Cristo come il ‘non conosciuto’ che pure è ‘in mezzo a voi’, come cuore dell’esperienza umana, diviene possibilità di percorrere sentieri nuovi, di scorgere come lui ci raggiunge in un continuo venire nella storia, negli incontri. Come dice uno dei prefazi dell’avvento: “Ora Tu vieni incontro a noi in ogni uomo, donna e in ogni tempo…”

Alessandro Cortesi op

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