la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXV domenica tempo ordinario anno C – 2016

img_0537_2Am 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e dite: Quando sarà passato il novilunio e il sabato perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e … usando bilance false per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Il Signore lo giura: Certo, non dimenticherò mai le loro opere”

Amos coltivatore e pastore di Samaria (VIII secolo a.C.) fu chiamato a divenire profeta. La sua vita ne fu capovolta, in modo inatteso. Portare la parola di Dio, senza capacità, lo condusse a parlare di fronte ai potenti, agli spensierati, ad esprimere protesta di fronte all’ingiustizia. Di fronte ai poveri ridotti ad essere calpestati e ai ricchi assorbiti solo dalla mira del guadagno, la sua voce si fece eco di una parola di Dio come appello alla vita. Nei suoi testi richiama il volto di un Dio attento ai deboli e ai poveri. Avverte come ricchezza e denaro costituiscono idolatria, perché rendono indifferenti al grido del povero. Al punto che la vita di uomo viene valutata quanto un paio di sandali. Lo sdegno di Amos comunica la parola di Dio in quanto parola sull’umanità, sull’esperienza, forza di cambiamento e di nuovo modo di intendere la relazione.

La parabola di Gesù (Lc 16) si riferisce a situazioni del suo tempo: un amministratore rischia di perdere il suo posto e cerca in tutti i modi di conservarlo per prepararsi un futuro. Il racconto non è un elogio della sua disonestà. Il punto centrale sta infatti nel richiamare attenzione al fatto che ‘i figli di questo mondo’ mettono a frutto una incredibile capacità creativa per assicurarsi sicurezze e ricchezza. Di più sanno compiere scelte con furbizia e con prontezza. Gesù chiama ‘i figli della luce’ a comprendere che il presente è un momento in cui essere pronti, in cui non rimanere inerti, ma operare scelte mettendo al primo posto ciò che è più importante.

Richiama così ad un’alternativa radicale: o Dio o Mammona. O Dio o il piegarsi ad un altro assoluto nella vita. Non si può servire a due padroni così diversi. Mammona è termine derivante dall’ebraico ‘aman’ (da cui il nostro Amen): indica ciò che dà stabilità – economica, sociale culturale – e diviene sinonimo di ricchezza. La vita può risolversi nell’inchinarsi a Mammona oppure in un affidarsi che affronta il rischio, l’incertezza di affidarsi nel Dio che chiede la solidarietà e la condivisione. Luca presenta tale alternativa come una scelta tra due amori che non possono stare insieme. Essere fedeli a Dio che ascolta il grido del povero rinvia al modo di vivere il rapporto con le cose, con la ricchezza, ma soprattutto con i volti di chi è vittima dalla miseria e dall’ingiustizia.

Nella parabola la ricchezza è detta ‘disonesta’: non ogni ricchezza proviene da scelte disoneste, tuttavia la ricchezza è spesso collegata all’ingiustizia e genera situazioni di esclusione e oppressione. E’ spesso disonesto ciò che la ricchezza porta con sé, ossia l’illusione che la ricchezza stessa dia stabilità: in tal senso diventa ‘mammona’ a cui si assoggetta la vita perdendo di vista il suo autentico senso.

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Sfruttamento

In un articolo Oltre il caporalato, lo sfruttamento, nel sito Sbilanciamoci, Antonio Ciniero presenta un quadro della situazione del mondo agricolo segnata fortemente dallo sfruttamento soprattutto nel lavoro stagionale. In esso un ruolo centrale ha il caporalato:

“il modo in cui prende forma a livello territoriale cambia, esistono diversi modelli che vanno dal ‘semplice’ taglieggiamento delle paghe in cambio del servizio di trasporto e dell’ingaggio a forme di maggiore prepotenza e violenza, fino a quelle – in realtà non così diffuse come si penserebbe – riferibili alla riduzione in schiavitù”.

I caporali colmano vuoti istituzionali e sociali, perché con il loro agire fanno da ponte tra lavoratori e aziende e offrono – naturalmente approfittandosene e in termini di sfruttamento – possibilità di spostamento e di viaggio perché i lavoratori possano recarsi sui luoghi di lavoro.

“Il caporalato è dunque solo uno degli elementi, importante ma solo accessorio, che concorre al mantenimento del sistema di sfruttamento e sospensione dei diritti che conosce l’attuale configurazione del lavoro agricolo nelle campagne dell’Europa mediterranea. In tutti i paesi dell’Europa mediterranea aumentano i ghetti, le tendopoli e i campi temporanei. Si tratta non solo di luoghi che nascono, nel disinteresse istituzionale, ai margini delle società e dei diritti, ma anche di luoghi creati proprio dalle stesse istituzioni, tappe obbligate delle traiettorie del lavoro stagionale agricolo, che costringono la vita dei soggetti ad un’eterna provvisorietà e ad un’indefinita transitorietà. Siamo di fronte ad una vera e propria ‘lagherizzazione’di un numero sempre crescente di cittadini ridotti ad ‘umanità eccedente’ costretta ad uno stato di eccezione permanente all’interno di spazi abietti”.

In Puglia a Rignano Garganico, nei ghetti in provincia di Foggia, popolati di africani, in Campania, Calabria, a Rosarno e a Nardò, a Borgo Mezzanone, ghetto di bulgari in cui è presente un elevato numero di bambini, nell’Agro Pontino, al Sud ma anche al Nord, nel mondo del lavoro agricolo ancora oggi, vicino a noi, “un uomo è comprato per un paio di sandali”: un cassone di tre quintali di pomodori viene pagato 3,50 euro (A.Leogrande, Lo sfruttamento nei campi è la regola e non l’eccezione, “Internazionale” 28 agosto 2015). Sono le nuove forme di schiavitù che vedono le vittime soprattutto tra i migranti, sfruttati per garantire manodopera, concentrati in tendopoli in condizioni sociali e igieniche indescrivibili, le donne, vittime dello sfruttamento sessuale nelle campagne siciliane. Ma lo sfruttamento è senza limiti: nel suo libro Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato, ed. Imprimatur, Enrica Simonetti ha raccontato la vicenda di una donna italiana morta a quarantonove anni nel 2015 vittima di tale condizione. Nel rapporto Agromafie e caporalato, della Flai Cgil nel 2015, si riporta che circa quattrocentomila lavoratori italiani e stranieri sono vittime del caporalato in Italia.

Igiaba Scego, a partire dalla lettura del monumento al granduca di Toscana Ferdinando I, detto dei quattro mori, presso il porto di Livorno,  ricorda come quel monumento al granduca vide un completamento nel 1621 ad opera dello scultore Pietro Tacca: “Quattro schiavi ‘mori’ incatenati vennero messi ai piedi di Ferdinando. Con quell’immagine di uomini sottomessi e umiliati Livorno voleva dire al mondo che la sua ricchezza (e la sua stessa nascita) era dovuta alla tratta degli schiavi e allo sfruttamento del mare” (Il silenzio dell’Italia sulle schiavitù di ieri e di oggi, “Internazionale” 5 giugno 2016). E’ un riferimento artistico che rinvia alla tragica esperienza delle antiche e delle nuove schiavitù presenti ancora vicino a noi.

Aprire gli occhi su tale situazione è un primo passo per rendersi conto il peso dell’ingiustizia e di sofferenze umane che sono generate da un sistema economico iniquo. E’ anche presa di consapevolezza che i prodotti che giungono sulle nostre tavole portano dentro tale peso di iniquità. La protesta di Amos dovrebbe trovare eco per generare consapevolezza. La parola di Dio che egli portava è parola sulla vita umana, contro tutte le forme di idolatria che non sanno riconoscere nei volti umani la medesima dignità.

Alessandro Cortesi op

 

VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF4068Is 49,14-15; Sal 61; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34

Una donna che si commuove per il proprio figlio è immagine che parla di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. Per parlare di Dio nei testi biblici ritroviamo rinvii alle dimensioni umane più profonde. Così il volto di Dio non definibile, nemmeno pronunciabile da parola umana è descritto nel gesto del commuoversi di una donna e nella relazione che la lega al suo bambino. Una immagine che racchiude non solo il grande messaggio che Dio non si dimentica dei suoi figli, ma che ci riporta anche ad una fede liberata dalle complicazioni e centrata sulla dimensione profondamente umana che tocca il cuore. Una fede ridonata alla semplicità di scoprire la presenza di Dio vicina alla vita, dentro ad essa.

Nella vita umana sta nascosta la sua presenza. Il cammino verso Dio non è solo cammino di uscita ma a anche di sguardo alla realtà, al profondo dell’esperienza umana: non lontano ma al cuore di essa sta racchiuso un rinvio a Dio e si dona la stessa comunicazione di Lui che si rende vicino. Nel cuore della propria esperienza stanno le tracce del suo volto.

Dio non dimentica. Il Dio della Bibbia, dei profeti è un Dio capace di commuoversi, di sentire l’attaccamento dell’affetto e della passione. Questo annuncio di Isaia è uno squarcio sul volto di Dio appassionato che rimane fedele. Fedele nonostante ogni contraddizione e capace di riproporre la sua fedeltà nonostante il rifiuto e l’infedeltà. E’ la gratuità dell’amore che non ricerca un contraccambio, ma si offre nella gratuità del regalare sempre il suo ricordo e pensiero. Il volto di Dio ha i tratti di chi dona e attende e rimane fermo, paziente, e si commuove nonostante ogni distanza.

In un tempo che dimentica non solo la propria storia, ma dimentica l’altro, perché non lo vuole guardare e lo allontana da sé, il Dio annunciato da Isaia ha i tratti di un Dio che ricorda, personalmente, rivolto ad un tu, e non viene meno nel ricordare: ‘non ti dimenticherò mai’ è promessa per una fede che diviene allora legame personale, affidamento, accoglienza della speranza che proviene da chi non si dimentica di noi.

In un tempo in cui si sperimenta la distanza presa da tanti nei cofnronti di una fede che è diventata costruzione di un sitema lontano dalla vita queste paorle richiamano ad un ritrovare la semplicità di un credere testimoniato e proposto in modo umano, vivo, ricco di quell’amore che segna i rapporti.

Gesù nel discorso della montagna pone i discepoli di fronte ad una alternativa: “Non potete servire Dio e il denaro”. Presenta una signoria in cui un padrone indicato con il termine aramaico ‘mammona’, si pone in alternativa a Dio stesso nella vita dei discepoli. ‘Mammona’ può essere indicato come il denaro, la ricchezza, il possesso, la rincorsa all’accumulo. E’ da tener presente che Gesù non denuncia il denaro in se stesso come un male: non condivide le concezioni dualistiche di coloro che ritengono che vi siano cose malvage in se stesse, eppure scorge nella dinamica dell’attaccamento che il denaro genera una via di infedeltà a Dio stesso. Pone così in guardia dal servire il denaro. Vi sono realtà quali il denaro, il possesso, la ricchezza che nella vita sono elevate al ruolo di padroni assolute, idoli da seguire, a cui orientare ogni sforzo, a cui lasciare assoggettare l’esistenza. Questa dipendenza dal denaro e dalla ricerca di accaparrarsi beni rende la vita soggiogata e la pone sotto un altro padrone che non è Dio. Mammona è così un padrone che soffoca la vita, la rende inacpace di respiro, asservita. In questa alternativa Gesù coglie la grande sfida presente nell’esistenza dei discepoli. E’ questione di riferimento all’unico Signore che genera uno sguardo critico su ogni realtà che si pone come ‘padrone assoluto della vita’.

Una vita piena di cose, spesa nella tensione all’accumulo di beni ha i contorni di una vita affannata. Nel brano viene ripetuto sei volte un verbo che indica l’affannarsi (greco merimnao). Nel vangelo di Matteo ritorna il riferimento a questo nella spiegazione della parabola del seminatore, con riferimento alla situazione del seme seminato tra i rovi: “Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22). Affannarsi è cadere in preda alla ‘preoccupazione del mondo’ che toglie aria e respiro alla possibilità della Parola di crescere. Non solo. Una vita alla rincorsa di cose da possedere non sta nella pace ma sperimenta l’aggressività verso l’altro, l’invidia per superare chi è più ricco o la paura per difendere i possessi acquisiti. Gesù denuncia non solo la condizione di schiavitù dell’essere sottomesi all’idolatria delle cose da trattenere per sè, ma anche quell’idolatria che pone in uno stato di guerra e di ostilità permanente. Prima di divenire conflitto di popoli, quest’affanno che genera ostilità si annida nei cuori e mantiene schiavi. Gesù provoca a scegliere e ad intendere diversamente la vita: la sottomissione alla ricchezza rende ciechi di fronte ad ogni altra cosa, soprattutto rispetto alla sollecitudine per l’altro e per il Signore.

Gesù insiste tanto su questo sguardo liberato dall’affanno delle ricchezze per aprire strade di umanità e di pace. La logica del consumare e dell’avere è pervasiva: non si arresta mai, giunge a considerare merce tutte le cose, poi il lavoro e le stesse persone. E’ una logica che separa e costruisce barriere sempre più alte tra le persone, i popoli, tra chi ha e chi non ha, tra chi mantiene il potere e chi deve soggiacere.

L’invito di Gesù è: Non preoccupatevi. “Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardategli uccelli del cielo…”. E’ indicata la prospettiva di non lascirsi rinchiudere l’esistenza in un’ansia che la impoverisce e la rinchiude.

Gesù propone un cammino di liberazione dall’affanno che tarpa l’esistenza. A partire dalla sua esperienza di povero, Gesù parla di una vita liberata. E una vita liberata è capace di respiro, diviene capace di godere del dono inatteso, delle cose semplici, di essere ricchi non perché si possedono molte cose ma perché si ha bisogno di poco e si vive la dimensione più profonda dell’essere umano, l’affidamento. Una vita liberata dalla sudditanza e dalla schiavitù è una vita in cui si apre al possibilità di spazio per l’altro. “Da ricco che era si è fatto povero per voi povero, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà – dirà Paolo tratteggiando l’intero percorso di vita di Gesù e indicando in questo ‘la grazia del Signore nostro Gesù Cristo’ (2Cor 8,9).

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E’ questa libertà che conduce a guardare le cose, gli altri, la vita in modo nuovo. Fa passare da uno sguardo in cui tutto è solo funzionale ad una utilità o ad un guadagno, in cui tutto è quantificabile con un prezzo, ad uno sguardo che respira di gratuità. C’è un rapporto con le cose, con la natura, con la realtà attorno a noi da riscoprire e recuperare in modi nuovi, liberandosi dall’idolatria di mammona. Viviamo in una realtà non da usare ma da in primo luogo da accolgiere e contemplare: Gesù guardando i fiori del campo vi legge un segno che parla di Dio. Vi ritrova lì dentro una parola che orienta l’esistenza. Suggerisce così un nuovo rapporto con le cose che sorge da un cuore liberato.

C’ è un rapporto con gli altri come via dell’incontro con il volto di Dio: “cercate invece innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Cercare il regno di Dio e la sua giustizia si concretizza nel vivere una fiducia che si appoggia nella misericordia del Padre. Giustizia e misericordia sono due nozioni che si ricoprono e quasi di identificano, come ricordano le due beatitudini del discorso dela montagna: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno sazieti. Beati i miserirocordiosi perché troveranno misericordia (Mt 5,6-7). Sta qui il paradosso dell’annuncio di Gesù: una vita capace di scrollarsi di dosso l’affanno, che imprigiona e ripiega, si ritrova in modo nuovo e inatteso, sorprendentemente ricca, capace di vivere l’affidamento nell’oggi: ‘dacci oggi il nostro pane di questo giorno’ (Mt 6,11; con riferimento a Es 16,4: “Ecco io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno”) .

E’ l’apertura alla grande bellezza che è presente eppur nascosta nella nostra vita, nelle cose semplici, di ogni giorno, da scoprire come segno di un dono e invito alla libertà. Sono magari le medesime cose di chi ha poco, ma osservate con uno sguardo capace di gioire. C’è un profondo messaggio di superamento della lotta e del dominio verso una via diversa di pace in queste parole. Accogliere l’invito di Gesù ‘non affannatevi’ è percorso di liberazione da tutto ciò che fa stare nella logica del conflitto, della competizione, per aprirsi alla possibilità di una vita liberata da pesi inutili e da sudditanze che le impediscono di volare, come gli uccelli del cielo – simbolo di libertà dall’affanno – e di fiorire come i gigli del campo – segno della bellezza semplice che attrae e sa condividere -.

Alessandro Cortesi op

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