la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “incarnazione”

IV domenica di avvento – anno B – 2017

Pulpito-Duomo-di-Barga(Pulpito – Duomo di Barga)

2Sam 7,1-5.8-12.14.16; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

Natale è questione di casa e dell’abitare. L’abitare di Dio in mezzo all’umanità. La casa non di pietre ma di volti.

Davide (2Sam 7,12ss) è il re che aveva avuto il progetto di costruire un tempio a Dio. Natan uomo di Dio gli comunica però che il progetto di Dio è diverso: non sarà lui a costruire una casa a Dio ma sarà Dio stesso a costruire a lui un casato, gli dona una discendenza. La presenza di Dio non è racchiudbile in una costruzione, in un segno di grandezza e di splendore di pietre. si rende vicino nel volto di qualcuno, in una relazione, in un figlio. La casa ha un senso se è luogo di incontro, se reca la presenza di volti e presenze. Una casa per Dio non è questione di costruzioni di pietra o di idee, ma è questione di relazioni, di vita.

Natale è annuncio di un nome. La presenza del messia in Israele è attesa, è sguardo rivolto ad un salvatore e liberatore. La sua vita è in rapporto ad altri, al cammino di tutto un popolo chiamato ad incontrare Dio in un’alleanza che orienta al futuro. Tali attese erano espresse nelle figure del sacerdote e del re. Luca indica che Maria è legata alla discendenza sacerdotale (Lc 1,5) e accenna alle promesse fate al re Davide: “il Signore gli darà il trono di David, suo padre… e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,32-33). Gesù è così indicato come il messia, che compie queste promesse. Ha il volto del messia, presenza di liberazione e salvezza per i poveri.

Natale è anche storia di una donna: Maria è la ‘nuova Sion’. Nell’esodo una nube copriva la tenda. Questa seguiva lo spostarsi dell’accampamento nel deserto (Es 13,21) ed era segno della presenza vicina di Dio e ricordo dell’alleanza. Quella presenza trovò simbolo nel tempio, sulla collina di Sion. Luca rinvia all’immagine della nube per raccontare ciò che Dio ha operato nel venire di Gesù: lo Spirito santo agisce in Maria: “Lo Spirito santo verrà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; e perciò quello che nascerà santo sarà chiamato figlio di Dio” (Lc 1,35). Così a Pentecoste lo Spirito è donato alla comunità radunata. Maria è una tra i ‘poveri di JHWH’, partecipe del resto d’Israele che pone fiducia totalmente in Dio. In mezzo a questo popolo Dio si fa vicino nella vita di Gesù.

Sono così evocate le antiche parole del profeta: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele” (Sof 3,12-13). Il ‘resto santo d’Israele’ una piccola comunità di coloro che vivono con fiducia e umiltà davanti a Dio (cfr. Sof 2,3). Maria vive tutto ciò quale attitudine profonda. E’ una fiducia forte e tenera, che non s’impone e sa guardare oltre.

Prepararsi a Natale forse sta solo in questo, lasciare che lo Spirito susciti un cuore aperto per incontrare una presenza… Maria ha vissuto questa ricerca e questo affidamento. E’ la prima credente, è donna che si fa voce dei poveri: ‘ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili’…

Alessandro Cortesi op

IMG_2631.JPG

Concerto

Un brano musicale può offrire motivo di meditazione e di sosta nel Natale seguendo il linguaggio proprio della musica: il Magnificat in re maggiore BWV 243 di Johann Sebastian Bach (1685-1750).

Nel 1723 Bach era giunto a Lipsia con l’incarico di Kantor presso la Thomaskirche. La figura del Kantor costituiva uno dei ruoli rilevanti del sistema sociale e scolastico luterano. Il Kantor, spesso dotato di titoli universitari spettava una funzione di insegnamento di varie discipline da quelle scientifiche, a quelle umanistiche e al catechismo, oltre all’introduzione alla musica. Era inoltre direttore del coro della scuola. Il suo impegno prevedeva la composizione di una cantata ad ogni cerimonia festiva e insegnare canto e musica strumentale agli allievi della Thomasschule. Nel primo Natale che Bach trascorse a Lipsia preparò il Magnificat in re maggiore che rimase una delle sue opere maggiori.

E’ una cantata sacra per orchestra, con cinque solisti (due soprani, un contralto, un tenore e un basso) ed un coro a cinque voci. Il testo latino riprende il cantico di Maria del Vangelo di Luca (Lc 1, 46-55).

Maria ringrazia Dio perché ha compiuto “grandi cose”. Lei umile serva è stata guardata con benevolenza e ha potuto generare il Messia. Maria canta l’opera di Dio in rapporto al mistero dell’incarnazione. E si attua così una contrapposizione tra la sua piccolezza e la voce di ‘tutte le generazioni, che la chiameranno beata’. La lode è rivolta a Dio perché ha soccorso il suo popolo e ha mostrato il suo volto di misericordia.

La Cantata è suddivisa in dodici parti. L’inizio è segnato dalla lode Magnificat intonato dal coro. Tra gli strumenti dell’orchestra si distingue il suono squillante delle trombe. L’invocazione ripetuta esprime la lode al creatore ed ha un tono di solennità e di ampiezza nell’avvolgere ogni cosa.

Subito dopo fa seguito il brano Et exultavit spiritus meus in Deo salutari meo: violini e viole introducono il motivo dell’esultanza. E’ una melodia in cui il soprano solista modula le note della gioia nel cuore di Maria nei confronti di Dio fonte di salvezza, con l’accompagnamento dell’orchestra.

Il terzo movimento – Quia respexit humilitatem ancillae suae – è ancora interpretato dal soprano solista, con l’accompagnamento del suono dell’oboe e basso continuo. Senza interruzioni la cantata prosegue. Omnes Generationes. E’ questo momento corale, in cui in un coinvolgimento di tutte le voci il coro ripete e rimbalza il riferimento a tutti i popoli e a tutti i tempi che riconoscono in Maria la graziosa. Una contrapposizione emerge con forza: Maria umile serva verrà chiamata beata nella storia tutta.

Al riferimento all’umiltà di Maria segue il Quia fecit mihi magna qui potens est et sanctum nomen eius: è questa una parte intonata dal basso accompagnato dall’organo. La solennità del suono dell’organo imprime alle ‘grandi cose’ (magna) una sottolineatura propria con accento all’opera di Dio. E’ una voce maschile a cantare le grandi cose di Dio, evidenziando la forza divina e la santità del suo nome. Organo e basso concludono questa sezione.

Segue un delicato duetto tra contralto e tenore: è un passaggio accompagnato da violini e flauti in cui l’espressione Et misericordia a progenie in progenies timentibus eum viene ripresa in un continuo scambio nel rincorrersi delle voci e nel dialogo tra voci e strumenti.

Interviene poi il coro che sostenuto da trombe e timpani sottolinea l’agire del Signore con potenza Fecit potentiam in brachio suo, dispersit superbos mente cordis sui. Il ritmo è sostenuto, ritmato e rapido. Il cantico di Maria esprime l’agire di Dio che a partire dal passaggio del mar Rosso e in ogni cammino della liberazione ha spiegato la potenza del suo braccio, e ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore. L’intervento delle percussioni sottolinea tale agire che ribalta le pretese umane.

Segue un brano in cui la voce unica del tenore sottolinea il ribaltamento operato da Dio che ha deposto i potenti dai troni e ha esaltato gli umili: Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles. I violini insieme sottolineano lo stile di Dio che innalza gli umili. Un assolo di flauti e violoncello introduce il momento successivo. Il Magnificat continua in un dialogo condotto tra i suoni vellutati dei flauti e il contralto: si canta l’azione di Dio che guarda agli affamati e manda a mani vuote ricchi (Esurientes implevit bonis et divites dimittit inanes).

Segue una parte in cui il trio di due soprani e un contralto cantano la liberazione di Israele: Suscepit Israel puerum suum. Mentre intervengono gli oboi, è condotto un adagio intenso e meditativo. Basso e tenore si inseriscono a dialogare con le voci femminili con tutti e cinque i solisti coinvolti. Il tono è maestoso e grave nell’evidenziare la parola e la promessa di Dio ai padri: Sicut locutus est ad patres nostros Abraham et semini eius in saecula. E’ ricordata la promessa di Dio ai padri.

A conclusione con la partecipazione dell’intero corpo orchestrale, il coro esegue il Gloria Patri, gloria Filio gloria et Spiritui sancto, lode alla Trinità che termina nella ripresa dell’inizio. La melodia del Magnificat conduce a chiudere il percorso della lode con le parole sicut erat in principio et in saecula saeculorum fino all’ultima parola: un Amen solenne.

Alessandro Cortesi op

 

II domenica dopo Natale – anno B – 2015

DSCF5506Sir 24,1-4.8-12; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

“Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora…”

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…”

“Casa. L’ho già detto e lo ripeto: una casa per ogni famiglia. Non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode. Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato. Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto.

Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi.

Sapete che nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti. Questi insediamenti sono benedetti da una ricca cultura popolare, lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro! Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione. Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà”.

Due versetti delle letture di questa domenica accostati ad un brano del discorso di Francesco, vescovo di Roma, ai rappresentanti dei movimenti popolari riuniti a Roma il 28 ottobre 2014. In tale accostamento sta una provocazione ad intendere le pagine della Scrittura di questa domenica quale chiamata a scorgere come possiamo oggi fare casa insieme e accogliere la presenza di Dio che prende dimora e apre ad una storia in cui le case siano luoghi di condivisione: come possiamo rendere le nostre case luoghi di ospitalità viva e apert?

“Venne ad abitare… ha posto la sua tenda in mezzo a noi”: questa parola evoca il il segno della presenza nascosta di Dio, la dimora, l’arca dell’alleanza, segno di quella vicinanza del Dio incontrato vicino nel cammino dell’esodo.

Il dimorare in mezzo a noi di Gesù come parola e comunicazione del Padre, è l’annuncio al centro di queste letture.C’è infatti al centro un messaggio sulla dimora, e la dimora è la casa. Casa di Dio e case di uomini e donne: l’umanità di Gesù è dimora di chi si è reso solidale fino in fondo con la nostra storia umana.

Nella realtà delle case umane, nella diversità delle forme in cui l’abitare insieme prende concretezza alle diverse latitudini, dalle capanne agli appartamenti, dalle case di campagna a quelle delle città, dalle costruzioni di fango e pietra alle abitazioni di cemento e mattoni, dai ripari dei luoghi caldi a quelli di regioni segnate dal gelo, la casa è luogo della vita, dello stare insieme, delle relazioni: del mangiare insieme, del lavoro domestico, dell’amore, del riposo, del tempo quotidiano, del riparo da pericoli e intemperie, della parola scambiata e della condivisione del tempo e delle cose.

Viviamo oggi l’ingiustizia di non procurare una dimora dignitosa a tanti e di essere indifferenti verso chi non ha casa. Essere senza casa non è solamente essere privi di un tetto, ma significa molto di più: reca con sé l’essere relegati in un isolamento senza attenzione e senza cura. Mentre il vangelo ci parla di un Dio che si mette in relazione e vuole che tutti si sentano a casa come figli attesi e accolti. Come vivere una umanità che sia casa per altri?

Natale è scoperta che la presenza di Dio in mezzo a noi prende casa in una umanità fragile. Il bambino di Nazaret è appello a vivere l’incontro con Dio nell’incontro con l’umanità ferita e senza sostegno. E’ una via di sapienza da accogliere per cambiare le nostre vite. Per scoprire la bellezza di una casa e come nel quotidiano si apre la possibilità d’incontro con Dio. Non è un Dio lontano e inavvicinabile ma si è fatto vicino prendendo casa nella nostra umanità, e sta dentro la nostra vita. Questo significa una spiritualità dell’incarnazione: la carne, cioè la vita concreta di uomini e donne è luogo dell’incontro con Dio che ha preso casa tra di noi nella vita di Gesù.

Alessandro Cortesi op

DSCF5496

II domenica di Natale – anno A – 2014


2013-12-14 09.46.53Sir 24,1-4.8-12; Efes 1,3-18; Gv 1,1-18

Si può leggere il IV vangelo a partire dall’inizio o a partire dalla fine. Leggerlo a partire dalla fine significa accostarlo dopo aver percorso la vicenda di Gesù, il suo cammino umano presentata nel vangelo. E’ forse quello che ha fatto il redattore del Prologo (Gv 1,1-18): dopo aver ripercorso l’incontro con Gesù, ha posto come grande ingresso del vangelo questo inno per indicare le profondità del suo essere. Penso così che il prologo debba essere letto come pagina che sintetizza in un grande inno la meditazione sulla vicenda di Gesù, sul suo percorso umano. E’ uno sguardo profondo che a partire dalla vicenda di Gesù di Nazaret e legge il manifestarsi, in quella vicenda di carne, della sapienza di Dio, del suo disegno sulla storia.

Il prologo esprime così una intuizione decisiva: Dio nessuno l’ha mai visto, solamente il Figlio, lui ce lo ha raccontato, se ne è fatto l’esegeta. Gesù è così presentato come il figlio. La sua identià, come quella di ogni figlio, sta nella relazione, nel legame. Tutta la sua vita è stata vissuta nell’orizzonte di un legame fondante con il Padre, nell’intendere il suo cammino come invio a compiere la volontà del Padre e ad essere manifestazione nei suoi gesti dello stile stesso di Dio. Gesù nella sua vicenda umana è stato interprete ed ha manifestato il volto di Dio come amore che si dà fino alla fine. Nella sua vita, nei suoi gesti, parole, nel suo modo di formarsi una comunità di discepoli, nella sua morte possiamo cogliere il volto di Dio che nessuno ha mai visto. In Gesù Dio si è reso vicino. Così vicino da entrare nella carne, da far sua la storia e di farsi incontrare nella vicenda di un uomo.

L’autore del IV vangelo esprime questo dapprima raccontando la vicenda di Gesù e leggendola come grande segno: non solo i vari momenti del suo agire sono letti come ‘segni’, rinvio a qualcos’altro, al volto stesso di Dio di cui quei segni sono rivelatori. Gesù è grande rivelatore del Padre. Ma la sua stessa morte è alla fine il grande segno, l’unico segno che rimane, da leggere come punto di riferimento in cui scorgere il volto di Dio come Amore nel volto del crocifisso.

Nel grande inno iniziale Gesù è così presentato come il figlio che ha raccontato nella sua vita umana il volto di Dio. Non solo, in Gesù si manifesta una sapienza, un disegno che da sempre è presente in Dio stesso. Quella sapienza è una parola che sta al cuore dell’esistenza stessa di tutte le cose, è una presenza che sta dentro il dinamismo della vita: “tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini”. C’è in queste parole una provocazione ad ascoltare la vita e a cogliere nelle sue dimensioni profonde questa presenza ed il riferimento al disegno di Dio, che è sogno di Dio sulla storia. Un sogno e progetto che sta al principio e sta a fondamento di ogni esistenza. Una presenza non riservata ad alcuni ma a tutti coloro che cercano di andare al fondo della vita.

Quella parola è non solo all’inizio, ma è posta nelle profondità del cuore di ogni donna e uomo. E’ qusto un annuncio che amplia gli orizzonti e fa cogliere come l’incontro con la sapienza di Dio, con il suo progetto non è cosa riservata ad alcuni, non è dominio di chiese, ma sta nelle profondità dei cuori. E’ luce che brilla e nel profondo rimane e può essere indicata come la luce della coscienza, che nel profondo offre possibilità di aprire cammini, di inseguire il senso più autentico della vita umana : ‘Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo’. E’ luce nelle profondità delle esistenze ma anche luce che guida uomini e donne nei loro cammini di ricerca del vero del bene e del giusto, luce che illumina ogni percorso relgiioso dell’umanità ed ogni apertura a ciò che è autenticamente umano.

Questa parola e questa luce hanno a che fare con il ‘principio’. Non si tratta di un principio cronologico, ma di una dimensione che supera la storia. In Gesù si è manifestato il senso a cui tutta la storia umana tende. Dio in lui ha donato la sua parola. Nella vicenda di Gesù, nella debolezza della sua fragilità umana, nel suo essere uomo, Dio si è fatto conoscere a noi. In Gesù si fa visibile in gesti e scelte di vicinanza, cura e servizio quella sapienza che da sempre era presso Dio: nel suo accogliere le persone, nella sua condivisione, nel suo opprosi con la nonviolenza e il perdono a chi lo rifiutava e condannava. In lui si fa vicino quel sogno di Dio sulla storia, quella luce che è presente in ogni coscienza. Nel suo modo di vivere di Gesù c’è manifestazione di questa sapienza ed è una luce che nessuna tenebra può trattenere e nemmeno può vincere: “la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta”.

Gesù ha raccontato nella sua vita il volto di un Dio che non sta lontano e indifferente rispetto alla storia e ai percorsi umani ma fa sua la causa dell’uomo, e per essere incontrato chiede che lo si guardi nella fragilità della carne: la sua ‘gloria’ – lo ‘spessore’ del suo essere Dio – può essere incontrata e vista nella debolezza di una vita che si dona e si fa servizio. “E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità”.

In questa espressione ‘la Parola si è fatta carne’, non c’è solo il riconoscimento che nella vita di Gesù sta il rivelarsi di quella sapienza che è il senso della storia umana, ma c’è anche l’appello a riconoscere nella realtà umana, nella sua debolezza il luogo del farsi vicino di Dio. Il luogo del dimorare di Dio è la vita umana e nel volto dell’uomo vivente è da rintracciare la gloria di Dio. Qui sta un grande messaggio riguardo al rapporto tra Dio e l’umanità. Dio abbraccia e prende con sé l’umanità nel suo limite, nella sua fragilità. Si rende presente nei volti dell’umanità fragile e dimenticata, come si è reso visibile nel volto di un bambino.

A chi accoglie questo si apre l’esperienza della gratuità e di un modo nuovo di guardare la vita, perché ci si lascia illuminare da questa luce che è il senso profondo non solo dell’esistenza personale, ma di tutta la vicenda storica e cosmica. “Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia”. “A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio”.

Divenire figli è la possibilità aperta: è scoperta possibile nel riconoscimento di una fraternità che lega al di là di confini e seaprazioni. E’ mettersi in attenzione ad accogliere quella luce che è nel cuore di ognuno e cercare di camminare sui percorsi che essa suggerisce. E’ disponibità ad aprirsi così ad una inquietudine e ad una ricerca di Dio sempre al di là dei nostri piccoli schemi e delle nostre teologie e di un Dio da incontrare nella vita dei poveri: ‘la gloria di Dio è la vita del povero’ (Oscar Romero).

Viviamo oggi una duplice sfida: quella a vivere una attitudine di apertura e di ricerca e quella di scoprire come l’incontro con Dio passi attraverso la vita dei poveri.

Per la prima sfida penso sia da riflettere sulle parole di Papa Francesco che in questi giorni (3 gennaio 2014) parlando di Pietro Favre, gesuita ha avuto alcune espressioni riguardo all’esigenza di una inquietudine davanti a Dio sempre più grande dei nostri pensieri e l’importanza di avere un atteggiamento di inquietudine, di ricerca e di desiderio: “Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. E se il Dio delle sorprese non è al centro, la Compagnia si disorienta. Per questo, essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta. E questa è l’inquietudine della nostra voragine. Questa santa e bella inquietudine!
Ma, perché peccatori, possiamo chiederci se il nostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o se invece si è atrofizzato; se il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere insieme a tutto il popolo fedele di Dio. Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita, una inquietudine anche apostolica, non ci deve far stancare di annunciare il kerygma, di evangelizzare con coraggio. E’ l’inquietudine che ci prepara a ricevere il dono della fecondità apostolica. Senza inquietudine siamo sterili. E’ questa l’inquietudine che aveva Pietro Favre, uomo di grandi desideri”.

La sfida di vivere un rapporto con Dio che passi attraverso l’attenzione alla vita del povero è spesso ostacolato dal pensare che l’orizzonte della vita è quello del cielo non quello della terra: ma la Parola si è fatta carne, si è fatta schiavitù, povertà, e da qui sgorga l’indicazione che l’incontro con Dio si attua nel farsi carico della carne del povero. La cura del povero non è mezzo per giungere a parlargli di Dio ma è quanto richiede la scelta di Dio stesso di farsi incontrare nella debolezza e nella povertà della carne umana. Come nella parabola del giudizio finale di Matteo la domanda non è se si è parlato di Dio, ma se si è dato pane acqua, soccorso… Questo approccio de-centralizza la stessa chiesa da se stessa. Se la Parola si è fatta carne, allora tutto quello che è esperienza di chiesa dovrebe essere al servizio di questo movimento di farsi povero. Come Cristo da ricco che era si è fatto povero, così questo è il percorso per ogni credente e per ogni comunità. In ogni gesto di promozione umana sta un annuncio profondo del vangelo che è il vangelo dell’incarnazione, di un Dio solidale con l’umanità povera e fragile. Siamo posti di fronte ad un cambiamento di stile perché lo stile e la prassi di dono e di incontro esprimono in se stessi la fonte da cui provengono scelte e orientamenti e lasciano trasparire il senso profondo della vita umana, quel sogno di Dio di fraternità.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo