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XXVI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

410px-Meister_des_Codex_Aureus_Epternacensis_001Codex aureus Echternach
Am 6,1-7; Sal 145; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Un ricco e un povero sono le due figure al centro della parabola di Luca. ‘Un tale’ ricco e un povero indicato, lui solo, con un nome, Lazzaro (El ‘azar, Dio ha aiutato). La prima parte della parabola è una provocazione forte a cogliere l’abisso tra la condizione del ricco che si dava a lauti banchetti e quella del povero, che, alla sua porta, aveva fame ed era desideroso di sfamarsi di quello che cadeva dalla tavola del ricco. Una contrapposizione che si capovolge nella condizione dopo la morte quando il ricco è raffigurato agli inferi tra i tormenti e il povero invece nel seno di Abramo. Un primo messaggio riguarda così il volto di Dio: Dio non tollera questa ingiustizia, per lui il povero, di cui nessuno si accorge e che soffre a causa dell’indifferenza è qualcuno che ha un nome. Il suo nome parla di Dio e dice la vicinanza di Dio che guarda al povero e si china su di lui.

Un muro di vetro separa il ricco dal povero, una barriera che non viene valicata: è questo il primo abisso indicato. Ma Dio non tollera tale abisso e l’abisso è raffigurato capovolto quando la distanza tra il ricco assetato e che pretende ancora di essere servito è rappresentata come incolmabile. La prima parte della parabola diviene così provocazione a rendersi conto delle situazioni scandalose che si danno per scontate. E’ una parola che non intende raffigurare l’aldilà, ma è rivolta al presente e provoca a rompere queste distanze. E’ parola forte che mira innanzitutto ad aprire gli occhi per rendersi conto dell’ingiustizia che nel presente viviamo. La grande colpa del ricco non è tanto ciò che fa, ma proprio il suo essere spensierato, il suo vivere in una condizione di indifferenza, preso dalla abbondanza di quanto ha e insensibile a chi non ha pur vicino a lui. La sua spensieratezza lo fa passare oltre senza guardare addirittura a chi sta soffrendo alla sua porta. E’ incapace di vedere, di accorgersi del povero davanti alla sua casa, e non gli fa problema la vicinanza scandalosa tra una sovrabbondanza di benessere che convive fianco a fianco con la miseria e il degrado.

Non sembra forse questa una sorta di fotografia della nostra società? La disuguaglianza che separa il Nord ricco dal Sud del mondo ma anche la separazione che fa convivere l’uno accanto all’altro diversi mondi nelle nostre città nei nostri quartieri, laddove diversi Sud si intersecano con diversi Nord, una disuguaglianza accettata come fatalità o non considerata perchè lo sguardo viene diretto altrove o perché nei cuori si innalzano muri di insensibilità. L’indifferenza e la paura sono le attitudini contagios e diffuse che spingono ad elevare barriere sempre più alte per non farsi provocare dalla presenza e dalla vicinanza di chi ci ricorda la povertà e la sofferenza. E’ presenza di persone, di sofferenze, di percorsi umani che esigono di essere innanzitutto guardati in faccia e farsi consapevolezza per superare l’abisso. Per avere il coraggio di valicare quell’abisso ed non vivere come quei “farisei che erano attaccati al denaro e si burlavano di lui”. Con le immagini popolari del ‘regno dei morti’ e del ‘seno di Abramo’ Gesù ricorda Dio che guarda ai suoi poveri e non li lascia abbandonati, ma anche pone in luce che il grande peccato è l’indifferenza, quella spensieratezza che impedisce di guardare all’altro, come Amos diceva: “guai agli spensierati di Sion, a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria”.

Ma c’è una seconda parte della parabola che ne costituisce il centro a cui tutto converge: un dialogo tra il ricco e Abramo e la ripetuta risposta al ricco che chiede di avvisare suoi fratelli: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”. Nella vivacità del dialogo tra gli inferi e Abramo, tutto converge su questo invito che riguarda il presente. Già ci sono le Scritture, Mosè e i profeti, già nel presente ci sono indicazioni per impostare la vita in modo da renderla una vita realizzata, già, senza bisogno di miracoli o di vicende eccezionali ci sono voci da ascoltare. Solamente tale ascolto fa uscire dalla bolla che chiude e separa e rende lontani. Può condurre ad una apertura degli occhi, ad accorgersi dell’altro, a non dimenticare i poveri. C’è una circolarità tra ascolto e vedere. Ascoltare Mosè e i profeti è indicazione che Dio sta parlando e indica la via di una vita riuscita in rapporti di giustizia e di accoglienza. Si può anche estendere questo riferimento a Mosè e ai profeti: in queste parole c’è un rinvio alla Scrittura ma è profezia anche il lamento di Lazzaro alle porte del ricco, è profezia la sofferenza dei poveri che non trovano risposta alla loro fame, è grido il lamento di una creazione sfruttata solamente per arricchire i più ricchi e che non viene vissuta come luogo di condivisione. L’ascolto dei profeti che non sono riconosciuti come tali perché non hanno un nome dovrebbe trovare spazio di accoglienza in chi cerca di far proprio il modo di guardare di Dio, di Dio che conosce i nomi dei suoi poveri. E’ quindi provocazione a camminare insieme, a rompere barriere di divisione tra le persone, ed è anche provocazione ad ascoltare quella Parola di Dio presente nelle parole umane di tutti coloro che sono in ricerca del senso della propria esistenza, di tutti coloro che non pretendono di essere giusti e che non vivono prigionieri della potenza o spensierati e indifferenti, ma sono affamati e bisognosi degli altri. L’ascolto che è capacità di accoglienza e custodia di parole diviene luogo in cui imparare a custodire gli altri, i loro desideri e speranze, la loro fame e sete, e a custodire la stessa creazione in tutti i suoi aspetti.

Due parole ascoltate recentemente mi hanno colpito e vorrei accostarle a questa lettura della pagina di Luca. Sono parole che ci parlano della nostra indifferenza di mondo ricco di fronte ai drammi di popoli segnati dalla povertà, e sono anche parole che ci ricordano di non rimanere indifferenti, indifferenti come ad Auschwitz e ignavi di fronte alle tragedie del nostro presente.

La prima è una parola di Francesco, vescovo di Roma, a Lampedusa nello scorso luglio, che ha richiamato all’indifferenza di fronte al dramma dei migranti poveri: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro. Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”.
La seconda è da un articolo di questi giorni di Francesca Paci (La Stampa 24.09.13) che invita a non dimenticare la sofferenza dei bambini della Siria – ma a questo si potrebbe aggiungere l’invito a non distogliere lo sguardo dalle guerre come quella nel Congo, o dalle oppressioni dei palestinesi nei territori occupati da Israele -: “Intrappolata in una guerra civile che si consuma davanti ai nostri occhi sempre più cinicamente abituati all’orrore, la Siria sta morendo. Muoiono gli uomini e le donne nelle città sotto assedio, muoiono quelli che attraversano la frontiera gonfiando un esodo senza precedenti che ha già oltrepassato quota due milioni di profughi, muoiono i bambini e con loro, con le migliaia di bare in miniatura, con le oltre 3900 scuole distrutte, con il pallone da gioco sostituito dal caricatore del kalashnikov, muore il futuro. Secondo l’ultimissimo rapporto di Save the Children, presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, almeno due milioni di piccoli siriani combattono ogni giorno un corpo a corpo invisibile con la fame. Solo nelle campagne alla periferia di Damasco uno su venti soffre di malnutrizione e il 14% è in condizioni gravi. (…) Nei suoi interventi in Siria e nei paesi confinanti, Libano, Giordania e Iraq, Save the Children ha finora raggiunto più di 600.000 persone, tra cui oltre 360.000 bambini, fornendo cibo, alloggio, vestiti, istruzione. Ma sembra un pozzo senza fondo. E l’emergenza corre più veloce degli aiuti che la tamponano appena. C’è un vecchio detto siriano, ricorda Desmond Tutu, che recita più o meno così “Anche un luogo angusto può contenere mille anime”. Il buco nero che è diventata la Siria ne contiene molte di più, grandi e piccolissime, e la difficoltà di accendere la luce non è una buona scusa per pretendere di non vederle”. Ancor oggi la grande omissione è quella di non vedere e siamo rinviati ad ascoltare Mosè e i profeti…

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3822Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

Ci sono tre tratti, tra altri, nella figura del samaritano. Gesù indica questo uomo, eretico e nemico, come colui che fatto esperienza di farsi prossimo e di scoprire la prossimità non in una teoria ma nell’incontro. Lo indica al dottore della legge che ‘si alzò per metterlo alla prova’ e di fronte alla domanda: ‘Che cosa devo fare per avere la vita eterna?’. Un primo tratto della vicenda del samaritano è il turbamento contrapposto al controllo ed alla programmazione che guidano i passi del sacerdote e del levita della parabola. Un secondo è il suo stile di passare ‘ad occhi aperti’: si tratta dello sguardo contrapposto a quello di chi ‘vide e passò oltre’. Un terzo tratto è la capacità di compassione concreta contrapposta all’indifferenza e all’amnesia.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

La figura del samaritano appare innanzitutto come il profilo di un uomo che ‘era in viaggio’. Tutto fa pensare che questo viaggio fosse stato programmato bene: era partito con una cavalcatura e non senza bagaglio, portava con sé olio e vino, aveva previsto la necessità di nutrimento durante il percorso. Recava con sé anche soldi che gli sarebbero stati utili per pagare le inevitabili spese durante un cammino lontano da casa. Tuttavia nel suo passare viene segnato da un profondo turbamento. Il passare accanto all’uomo derubato e colpito genera una interruzione profonda nel suo cammino. Tutto ciò che costituiva sicurezza e programmazione nel viaggiare viene ad un certo punto sopraffatto e turbato. E’ come se ad un certo punto per lui tutto avesse perduto la sua giusta collocazione in un ordine prestabilito. Tutto ciò che aveva e tutto ciò che costituiva il programma della sua vita subisce il soprassalto di una rivoluzione e si apre ad un nuovo utilizzo, diviene elemento utile per tutt’altra cosa. In modo inatteso, accogliendo l’appello di una sofferenza concreta. Così il tempo pensato per il viaggio diviene tempo speso per fermarsi e soccorrere l’uomo ferito al bordo della strada. L’olio e il vino trovano un utilizzo nuovo e diverso da quello programmato quando erano stati messi nella sacca da viaggio. La cavalcatura diviene il mezzo per condurre il ferito ad un luogo di cura. I soldi non vengono utilizzati per pagare l’ospitalità per sé, ma sono subito consegnati all’albergatore perché si prenda cura del ferito ed altri ancora gliene sono promessi in caso di necessità, fino ad un ritorno promesso. Il samaritano appare come un uomo che si lascia turbare e permette che nella sua vita i piani vengano scombinati a partire da un incontro inatteso e improgrammato. E’ l’incontro con l’uomo ferito, ma in questo incontro la sua vita si dimostra una vita disponibile e aperta. Accetta di perdere il controllo su di sè, sulla sua vita, a differenza degli altri due personaggi e accetta un cambiamento profondo mettendo in gioco in modo nuovo tutto ciò che  aveva pensato per altri piani, in altre direzioni.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

Il samaritano è un uomo capace di sguardo. Ciò che colpisce nella narrazione della parabola è l’insistenza sulla ripetizione di questo verbo: vedere. E’ detto sia del sacerdote, sia del levita: ‘vide e passò oltre…’ Il samaritano invece ‘vide e ne ebbe compassione’. Avviene un’interruzione di questa regola del passare oltre senza fermarsi. E’ quasi un’eco al fermarsi di Dio presso la tenda di Abramo: ‘non passare oltre senza fermarti dal tuo servo’.

Vorrei sostare a riflettere sul suo vedere perché sta lì la radice del movimento della compassione per l’altro. Si potrebbe dire che il samaritano non solo ha una capacità di vedere in senso fisico ma vive una spiritualità degli occhi aperti. Il suo vedere è lasciarsi toccare. E’ un eretico, è lontano dal mondo della religione di Gerusalemme e del tempio, eppure Gesù lo addita innanzitutto come figura di un uomo che sa vedere, che si lascia colpire dalla sofferenza altrui in modo da accorgersene e da lasciarsi prendere. Non la lascia passar via come spettacolo che non chiede coinvolgimento e appello ad una responsabilità. Contro la possibilità di vivere anche una vita religiosa ad occhi chiusi, incapace di cogliere che il volto di Dio si fa vicino nel volto dell’altro e nella sofferenza storica e concreta delle vittime, Gesù indica un uomo che vive il suo cammino, la sua vita, passando, ma con gli occhi aperti,  capaci di accogliere e così di ricordare la sofferenza e l’appello che ne deriva. Uno sguardo capace di lasciarsi ferire e di empatia.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

Gesù indica il samaritano come uomo che vive la compassione. Il soffrire con, insieme all’altro è movimento non della ragione ma delle viscere, di appartenenza comune. E’ slancio appassionato del pensare all’altro come qualcuno che appartiene, è indice di una sensibilità in cui non tutto è anestetizzato in considerazioni sull’impossibilità di risolvere i problemi del mondo, e nemmeno da facili alibi per non fermarsi e per motivare che ad altri spetta quel compito. Il samaritano, a differenza di chi passò oltre, gli si fece vicino. E’ uomo capace di vicinanza, di toccare le ferite, di prendere di peso il ferito entrando in quella prossimità che è scoperta dell’altro con i suoi bisogni e con le sue povertà come domanda e invocazione. Compassione in questa vicenda non è un senso generico di immedesimazione nella natura ma scelta di solidarietà storica e concreta di fronte ad una sofferenza concreta.

Mi sembra che questi tre momenti del profilo del samaritano sono per noi oggi una provocazione a scoprire l’essenziale del vangelo. Li riassumerei in tre atteggiamenti.

Il primo è la capacità di lasciarsi turbare e scompaginare i piani dalle chiamate di Dio che ci raggiungono attraverso gli incontri improgrammati e le vicende diverse dell’esistenza. Lasciarsi turbare è indice di una vita decentrata, in cui la scoperta che ciascuno in radice è donato può divenire fonte di una libertà da se stessi, dai programmi, dalle attese di altri per rispondere a quella chiamata che si rende presente nel volto dell’altro sofferente, oltre gli obblighi della legge e quelli religiosi. Si tratta di un problema di autorità: la parabola del samaritano ci dice che l’autorità di Dio si fa vicina nell’autorità di chi soffre. Aggiungerei anche un’altra osservazione: far proprio il percorso del samaritano deve forse passare attraverso l’interrogativo posto dal comportamento del sacerdote e del levita. Solamente chi si interroga sulle proprie resistenze e cambiare, solamente chi riconosce e guarda in faccia gli ostacoli autentici o costruiti che impediscono di fermarsi di fronte alle vittime e agli impoveriti può giungere a vivere il gesto del farsi prossimo.

Il secondo è il tratto di una spiritualità, od anche di una mistica degli occhi aperti. Si tratta di un cammino di credere con il volto rivolto al mondo, non distolto dalla storia. Nella sua recente visita a Lampedusa il vescovo di Roma Francesco ha parlato dell’incapacità di piangere. “Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi e in coloro che con l’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”. Ha usato l’espressione ‘globalizzazione dell’indifferenza’ per indicare l’attitudine che rende incapaci di lasciarsi provocare ad un cambiamento e ad una solidarietà con i feriti di oggi, lasciati ai bordi delle strade di un mondo dove tutti corrono nella ricerca di un profitto e di interessi e dove non si impara più a fermarsi riconoscendo i volti dei sofferenti. “Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. (…) Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non è affare nostro!”

La spiritualità degli occhi aperti, con il volto rivolto verso la storia è attitudine che contrasta l’amnesia anche di esperienze religiose che non si lasciano provocare dallo scandalo del male, della violenza e delle ingiustizie.

Il terzo è l’atteggiamento della compassione. La compassione è il contrario dell’amnesia e dell’incapacità di ricordo. Compassione è impegno a farsi carico dell’altro sofferente. Compassione è scelta e attuazione del prendersi cura in modi concerti e far sì che questa abbia continuità nel tempo… facendosi aiutare e rimanendo vicini.

“Questa mistica della con-passione è una mistica ‘radicata nella terra’ attraverso il contatto con gli altri che soffrono; contemporaneamente spesso essa non è altro che l’esperienza accettata di una ‘sofferenza per Dio’ non per calzare sopra le esperienze di dolore quotidiane, talora terribilmente profane, un’esperienza religiosa; non per aggiungere alle storie pubbliche di sofferenza del mondo alla fine anche un’esperienza religiosa privata, ma per riunire, in questa mistica della sofferenza per Dio, tutte le nostre esperienze di dolore che gridano al cielo, per strapparle all’abisso della disperazione e della dimenticanza e incoraggiarle ad una nuova prassi” (J.B.Metz, Memoria passionis, 156).

La domanda è anche sulla chiesa: “Nella propria liturgia essa non deve rappresentare alcuna forza politica, ma nella sua rappresentazione, deve rammentare quell’impotenza politica alla quale rimane obbligata nella sua rimemorazione di Dio intessuta di rimemorazione della sofferenza. Affinché la sua anamnesi cultuale della passione di Cristo non finisca in un mito avulso dalla storia, essa deve esercitarsi in una cultura anamnestica che miri alla storia di passione degli uomini e da lì conquisti gli orizzonti e le massime per il suo agire cristiano” (ibid. 192.)

Infine una domanda: la vicenda del samaritano è solamente indicazione per il maturare di una responsabilità personale di fronte all’altro? O forse, più in radice, è messaggio che provoca ad un modo di intendere la vita sociale e la prassi politica nella linea non di togliere la mezza vita che resta, ma nel ridare la mezza vita che manca, nel prendersi cura di gruppi di persone e popoli impoveriti, lasciati ai margini e dimenticati? Aiutandosi a tenere gli occhi aperti non come sforzo di uno solo, ma insieme?

Alessandro Cortesi op

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