la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica di Pasqua – anno B – 2018

immagine TommasoAt 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli descrive lo stile di una vita comune radicata sul vangelo: la fede nel Cristo risorto genera una vita nuova. Da qui la condivisione dei beni, la fraternità e la testimonianza comune: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”. Il centro pulsante da cui sgorga la vita di questa comunità è la risurrezione di Gesù: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”.

“Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. Il IV vangelo presenta un itinerario del credere: Tommaso è testimone di questo itinerario e il suo profilo ritrae quello di ogni discepolo chiamato ad un cammino mai concluso. Tommaso è spinto infatti a passare da un rapporto con Gesù che esige evidenze, fondato sui segni ad un vedere nuovo al credere che si affida. E’ passaggio al credere in rapporto a Gesù risorto.

Gesù si dà ad incontrare vivente ai suoi discepoli dopo la sua morte: si presenta rompendo una condizione di chiusura e di paura. Nell’offrire una narrazione di tale esperienza il IV vangelo insiste su due aspetti: Gesù Risorto, che si presenta in mezzo a loro, portando pace e donando lo Spirito è il medesimo Gesù di prima, è colui che è passato attraverso la sofferenza e la morte. La condizione nuova di vita non elimina la passione e la morte: “…mostrò loro le mani e il costato”. Sulle mani e il costato stanno i segni delle ferite. Gesù accompagna ad incontrarlo nel tener conto di tutto il suo cammino.

Ora si presenta in una condizione nuova: è il medesimo ma la sua presenza non è più come quella di prima. Ora l’incontro con lui diviene possibile in un modo nuovo. Gesù accompagna ancora con pazienza al passaggio del credere: reca ai discepoli i suoi doni, la pace, lo Spirito. Fa sorgere una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che lui affida.

Gesù è quindi il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto, e fa entrare i suoi in una nuova comunione con lui.

E’ dato un nuovo dono, lo Spirito: sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: il IV vangelo suggerisce così che una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù è consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Lo Spirito è donato per continuare l’opera di Gesù di riconciliazione e perdono.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito quale dono della Pasqua. ‘come il Padre, così…’ non è indicazione di un esempio da imitare ma indica che solo radicandosi nella vita d Gesù si trova forza per poter essere testimoni: la missione del Padre è al centro e genera l’invio degli apostoli/inviati ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo.

“Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. In queste parole è racchiuso il senso dell’intero IV vangelo: un invito e aiuto per ‘continuare a credere’. Il percorso del credere è orientato ad avere la vita inserita nel dono della comunione del Padre e del Figlio.

Alessandro Cortesi op

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Papaveri

Ancora la primavera quest’anno è timida, raggelata da recenti nevicate e improvvisi sbalzi di temperature, da giornate di pioggia e vento che sbatacchiano le esili gemme e i fiori sbocciati quando la luce del sole è riuscita a bucare le nubi e la terra ha comunicato il calore accolto. A breve appariranno in luoghi spesso insoliti i papaveri. E si affacceranno sui cigli delle strade, nelle fessure dei muri a secco lungo i sentieri, nelle massicciate delle ferrovie, sfidando con una esile forza le folate d’aria, le intemperie, con i petali quasi di esile carta stropicciata.

I papaveri con il loor colore rosso fuoco sono un fragile ricordo e rinvio allo Spirito che soffia nella creazione. Sono richiamo al colore acceso che interrompe il verde come fiammella di fuoco vivo e si affaccia al primo ingiallire di campi di grano che maturano. Sono annuncio di pentecoste come soffio dello Spirito che comunica forza di vita.

Il Cristo dei papaveri è una raccolta di gemme poetiche di Christian Bobin, parole di un dialogo essenziale con il Tu vivente del risorto “novantanove scaglie scintillanti di luce. Scendono come balsamo sul cuore umano. Quasi iridescenti riflessi del nome di Dio. Baluginano lievemente sulla porta dell’anima. Lasciano a ciascuno di aprire l’intimità nascosta” (dall’Introduzione di F.G.Brambilla).

Ecco qui alcuni di questi lampi poetici in cui è suggerito uno sguardo a Cristo, nel dialogo, senza pretese di comprendere e spiegare ma nell’abbandono dello stupore. E’ paorla di poesia che si lascia colpire dall’inatteso, dal fragile, sul ciglio della via, lasciandosi prendere dal canto della debolezza, dall’esilità dei papaveri che parlano di gratuità in un mondo distratto e di ipocrisia:

Dio è tanto fragile quanto questi papaveri che gli uomini, per il loro profitto, vogliono strappare dalla terra (LXVI)

Quando ero invitato da qualche parte, io non entravo in casa: entravo negli occhi delle persone. Non vedevo il resto (XII)

Tu sei contagioso come il fuoco dei papaveri che tracciano una strada per il contrabbandiere nel sonno dorato del grano (XXXIX)

Ho visto un giorno un vecchio orologio fermo, ripartire da solo, e ho compreso, ho intuito che tu non smetterai di vivere con la mia morte (L)

E che i nostri cuori si aprano ogni giorno alla freschezza e allo sfavillio dei papaveri (LXIII)

A queste fragili macchie rosse, a queste lacrime di vita che nessuno provoca e che crescono tuttavia, imprevedibili, nel bel mezzo dei campi, nel bel mezzo dei giorni, dei nostri giorni (LXIV)

Poiché tu esisti, persino nei luoghi lontani, come quel rosso vivo nelle messi sobrie, intravisto da una strada tu li inquieti (LXV)

Nell’istante terribile in cui non c’è più niente da credere o da sperare – non più aria né porte – tu sorgi (LXXX)

Hanno fatto di te un’immagine, hanno fatto di te un idolo, hanno fatto di te una Chiesa. Io invece, faccio di te un papavero, il minuscolo stendardo dell’eterno, che fiorisce inaspettatamente e stupisce (XCIII). (da Christian Bobin, Il Cristo dei papaveri, La Scuola Morcelliana 2017)

Alessandro Cortesi op

Annunci

XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3832Is 66,10-14; Sal 65; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

“Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. La pagina di Luca presenta l’invio da parte di Gesù di settantadue discepoli. Al cap. 9 Luca aveva narrato l’invio dei dodici: “chiamò a sé i dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie. E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (9,1-2). L’invio dei settantadue è così accostato quasi in parallelo ed in continuità con quello dei dodici e ne allarga la prospettiva: non solamente le dodici tribù di Israele, racchiuse nel simbolo del numero dodici, sono l’ambito della missione, ma tutte le genti del mondo. Non solo i dodici ma tanti discepoli, tutti coloro che seguono Gesù sono chiamati al dono e al responsabilità di un invio, come testimoni del vangelo. C’è una urgenza ed un affidamento di comunicazione da compiere.

Anche il settantadue infatti è numero simbolico: richiama la convinzione che i popoli della terra fossero settantadue, come si ritrova al cap. 10 della Genesi dove si parla della discendenza dei figli di Noè, Sem Cam e Iafet. E’ quindi narrato il momento sorgivo di un invio – apostolo significa inviato – che coinvolge non solo i dodici ma tutti coloro che accolgono la chiamata di Gesù con uno sguardo aperto alla vita di tutti i popoli. Una dimensione universale, verso le genti che popolano tutta la terra. Ed è una missione ad ogni città e ad ogni casa. E’ missione ma è anche invio a scoprire che c’è già una fecondità in atto, il germogliare di una fioritura che non solo implica un dare ma un essere pronti a raccogliere: la messe è molta… Gesù invita così a scorgere come prima degli inviati vi sia un operare di una forza di vita e una fecondità dello Spirito nella storia, nei cuori, nel mondo dei popoli, in tutte le culture e ambiti della vita.

Le indicazioni per l’invio da parte di Gesù sono essenziali: l’invito a pregare, innanzitutto. L’annuncio del vangelo non è questione di strategie umane, ma si pone come condivisione della condizione di Gesù stesso, che si è fatto povero per arricchirci dela sua povertà (2Cor 8,9). L’andare a due a due, in una compagnia che è già di per se stessa annuncio del regno come condivisione, sostegno reciproco, cammino vissuto insieme; uno stile di chi va senza armi, senza strumenti di offesa dell’altro, nell’attitudine di chi non deve difendere strutture, privilegi o potere e si rende dipendente dagli altri. E’ scelta questa che riguarda il contenuto dell’annuncio stesso. I settantadue inoltre sono inviati ‘come agnelli in mezzo a lupi’, camminando in una condizione di precarietà. La povertà scelta come stile di cammino esprime l’affidamento al Signore e agli altri. Infine, ma al primo posto, la cura per la pace. Il primo saluto da portare è ‘pace a voi’, testimonianza di colui che è venuto a portare pace ai vicini e ai lontani (Ef 2,17).

Agli inviati infine è richiesto di maturare, anche nei momenti in cui si riscontrano i risultati della propria azione, la consapevolezza che tutto proviene dall’operare del Signore e che la gioia autentica sta nel sapersi in relazione con lui: ‘i vostri nomi sono scritti nei cieli’. La gioia deve appoggiarsi sulla fedeltà di colui che ha chiamato e non verrà meno alle sue promesse. In tal senso la missione si connota come seguire Gesù per lasciare spazio alla sua presenza in noi e negli altri.

Da questa pagina mi sembra possano emergere alcune considerazioni per la nostra vita: la prima riguarda l’attenzione alla casa.

‘In qualunque casa entriate…’. La casa è luogo della vita ordinaria, è il luogo familiare dove tutti vivono le esperienze fondamentali dell’esistenza. L’invio di Gesù non indica strategie di comunicazione o di conquista ma apre a cogliere come la dimensione della casa sia il primo degli spazi in cui vivere l’annuncio del regno. La casa è il luogo dell’incontro, del convivere e dell’accogliersi. Spesso quando si parla di annuncio del vangelo s’intende il ‘portare’ qualcosa da dare agli altri. Gesù indica uno stile diverso: entrare in una casa indica innanzitutto un ingresso per lasciarsi immergere nella vita delle persone, degli altri, della storia. Entrare in una casa è gesto che apre al rapporto e all’incontro. Significa scoprire di essere dipendenti da altri. Se l’ospitante è colui che in qualche modo ha qualcosa da offrire e rischia sempre di rimanere prigioniero della sua superiorità nell’offrire e nel donare, l’ospitato che riceve ospitalità vive l’esperienza della precarietà, e si trova innanzitutto nella condizione di accogliere e di dipendere.

Sta qui un grande capovolgimento nel pensare l’annuncio del regno. Il regno si fa presente in questa disponibilità fragile ad accogliere e nella reciprocità in cui l’inviato accetta di dipendere da altri, e vive la povertà come apertura a ricevere. Solamente in questo rapporto in cui non c’è attitudine di conquista, ma l’inermità del ricevere, si apre uno spazio per l’annuncio del vangelo. In questo senso Gaudium et spes parlava della chiesa come comunità in cammino nell’attitudine non solo di portare in attitudine umile la sua unica ricchezza che è il vangelo, ma di ricevere molto dal mondo e dalla società dalla cultura e dalla vita di ogni  persona, perché questa creazione viene da Dio e questa storia è la storia in cui sta crescendo il regno come dono di incontro con Dio.

‘Andate … lungo la strada’. La seconda riflessione riguarda la attenzione alla quotidianità in rapporto all’annuncio del regno. Nelle parole dell’invio missionario di Gesù l’annuncio del vangelo non ha nulla a che fare con le strategie per attrarre, con le grandi manifestazioni di visibilità e potere o con i tentativi di affascinare e attrarre secondo le logiche del marketing. Gesù non suggerisce una strategia delle grandi opere, indica un cammino, fatto di polvere e di volti, sulle strade. La testimonianza del vangelo non richiede operazioni complicate, ma trova il suo luogo nella quotidianità: sulla strada, nella casa, senza andare in cerca di esperienze eccezionali. Ciò implica anche spogliarsi di tutti gli appesantimenti accumulati che talvolta sembrano indispensabili per vivere il vangelo: strutture, organizzazioni, piani, strategie, programmi complessi in cui si perde di vista l’essenziale e non si riconosce più l’importanza delle esperienze e degli incontri di ogni giorno.

Sulla strada la testimonianza del regno non è solo parola, si esprime già in un andare in compagnia, può essere vissuta negli incontri feriali, ordinari. Lì l’annuncio del regno trova il suo spazio. Si tratta allora di saper scorgere quegli spazi in cui può essere aperta la porta della predicazione (Col 4,3), in cui lasciar spazio al regno già presente, che possa crescere… Lo sguardo di Gesù non è depresso e sconfortato, ma è attento alla possibilità di accoglienza del regno: ‘la messe è molta’.

Sulla strada e non appesantiti: Gesù chiede agli inviati di coltivare il senso della gratuità innanzitutto per un’opera che non è propria ma di Dio stesso, padrone della messe. Proviene dalla preghiera come suo momento sorgivo e sgorga nell’affidamento alla fedeltà di colui che ha chiamato ‘Rallegratevi piuttosto perché o vostri nomi sono scritti nei cieli…’ indipendentemente da successi o gratificazioni. Chiede una libertà da tutto ciò che può impedire l’esperienza dell’essere ospitati e dell’inermità: senza borsa, bisaccia né sandali. E’ uno stile di gratuità.

‘… prima dite: Pace a questa casa…’. A chi segue Gesù, a chi è inviato sta solamente il compito di portare una attitudine di pace: una pace che è attitudine non aggressiva, disarmata nell’andare, ed è anche rifiuto di usare la logica della contrapposizione violenta di fronte all’ostilità. Gesù rimprovera fortemente i suoi che gli chiedono di ‘mandare un fuoco dal cielo’ su chi li aveva respinti (Lc 9,55). Sono parole impegnative. Portare pace è pensare che solamente nell’inerme tessitura della pace si può contrastare ogni logica di guerra che inizia e cresce negli spazi della case e si allarga a dimensioni di rapporti di popoli.

Proprio in questi giorni un ministro del governo italiano per difendere l’acquisto di aerei che sono fortezze di attacco e comportano una spesa inconcepibile tanto più in questi tempi di crisi, ha detto: ‘per amare la pace bisogna armare la pace’. Trovo che quest’espressione costituisca proprio la negazione della logica evangelica: non può esistere una pace armata. Al cuore del vangelo, come momento ispiratore della missione sta invece un saluto di pace, che entra nelle case, che penetra nei rapporti umani, come riconoscimento dell’altro e offerta di una logica diversa di rapporti. E’ rifiuto radicale del metodo della violenza nella fiducia fondamentale che solo assumendo l’inermità di Gesù è possibile testimoniarlo. A tutti coloro che cercano di seguire Gesù, a coloro che si dicono cristiani anche oggi è chiesto in modo più urgente proprio questo: prima di dirsi tali, vivere una testimonianza disarmata di tessitura di rapporti di pace.

Alessandro Cortesi op

XV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Am 7,12-13; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

C’è un irriducibile scontro  presentato nella pagina di Amos. Il profeta è cacciato via dal sacerdote del santuario perché vada altrove a portare la sua parola perché “questo è il santuario del re e il tempio del regno”. Santuario e potere del re uniti come una sola cosa. In un abbraccio mortale. Chi detiene il potere o è ad esso legato non può sopportare la voce del profeta che ne svela le incoerenze e denuncia l’ingiustizia. Amos è profeta suo malgrado e nella sua risposta al sacerdote che gli impone di allontanarsi richiama ciò che sta al cuore della sua esistenza: la sua non è parola propria, egli non persegue interessi personali, ma gli è stata consegnata una chiamata e una parola che viene dal Signore.

In questo drammatico dialogo è evocato un capovolgimento: Betel era il luogo in cui Giacobbe aveva incontrato Dio quando pensava che Dio fosse lontano da lui. E aveva chiamato quel luogo, in quella notte di solitudine e di povertà, Bet-El, cioè ‘casa di Dio’ (Gen 28,19). Aveva là scoperto che Dio gli era vicino in modo inatteso, proprio quando era privato di tutto e aveva dietro di sè una terra da lasciare e davanti a sè un futuro incerto: povero e indifeso scopre il Dio vicino e fedele che non lo abbandona. Aveva lasciato una pietra a ricordo di quell’incontro. Ora quella pietra era divenuta un tempio, quel tempio un santuario alle dipendenze dal potere del re. Il sacerdote è ora preoccupato non delle indicazioni di Dio, ma di quelle del re. La casa di Dio è trasformata in casa di un potere che non sopporta la parola del profeta… Una forte provocazione connessa a tutta la profezia di Amos: Amos richiama ad un culto che non si colloca nel santuario, nell’ambito dei sacrifici, ma che si concretizza nel fare giustizia al povero, nel distribuire equamente le ricchezze, nel capovolgere logiche di sfruttamento. Tutto questo è insopportabile alle orecchie del potere e per questo Amos viene allontanato, ma la sua missione viene solo da Dio ed in questo egli manifesta la libertà del profeta.

Anche Gesù “chiamò a sé i dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”. Gesù invia i suoi. In questo gesto indica già uno stile: andare è un fatto importante. Chi va non rimane fermo, non si pone in una situazione stabilizzata; chi va è inviato ad incontrare, a stare dove ci si espone al rischio della relazione. Anzi la relazione sta come caratteristica di questo andare perché Gesù invia a due a due. Insieme. Come a dire che l’essere inviati da lui non è una questione di affermazione personale, ma è un andare nella relazione aperta e vive di uno scambio in un cammino compiuto al plurale, in un ‘noi’ che è luogo della comunicazione della presenza stessa di Gesù.

E nell’inviare Gesù non dà ai dodici indicazioni particolari sul tipo di insegnamento, o su questioni dottrinali. Ciò che richiede è centrato soprattutto sul loro modo di essere, sullo stile del loro andare: solo un bastone e i calzari, né pane, né sacca, né denaro, non due tuniche. Uno stile di sobrietà e di povertà: il messaggio che recano si comunica già e in primo luogo nel modo in cui vivono. Lo stile del loro andare è già vangelo, è già riferimento a Gesù, che ha vissuto da povero. Gesù non li invia a portare aiuto ai poveri, li fa andare assumendo la condizione del povero. Non si distingueranno per abilità di parola, ma per il potere sugli spiriti impuri, cioè per la capacità di liberare, per essere presenza di liberazione. Gesù costituisce testimoni, non preoccupati di andare contro qualcuno, ma tesi solo a dire con la voce della vita uno stile che è già vangelo.

Potremmo cogliere da queste pagine due forti indicazioni per noi nel nostro tempo.

La prima indicazione proviene dallo stile del profeta e dal compito del profeta. Viviamo un tempo di crisi economica e sociale in cui si ripropone, per uscire da essa, la stessa via di competizione, di esaltazione del mercato, di svalutazione dei diritti umani che sta all’origine della crisi. In questo tempo il compito dei profeti è quello di denunciare questa logica e la devastazione che sta producendo nelle società. Compito del profeta è affermare che la parola di Dio che riconosce dignità ai suoi figli è fonte di critica alle logiche del profitto e del mercato. La testimonianza del profeta è anche quella che di non aver paura di fronte alla reazione del sacerdote e del re, infastiditi dal suo disturbo. In questi giorni sono morti nel canale di Sicilia 54 migranti su un gommone alla deriva, provenienti da paesi dove c’è la guerra, morti per sete senza essere segnalati da alcuna imbarcazione e nell’indifferenza. Non si può rimanere indifferenti. Anche queste morti sono generate da una iniquità e dall’ingiustizia a livello globale. Testimonianza di profezia implica una critica ad un mondo fondato sul denaro e sulla ricerca di accumulo nell’indifferenza alla dignità degli esseri umani.

Una seconda indicazione per noi può venire dallo stile che Gesù chiede ai suoi, e che è stato lo stile stesso di Gesù. L’essenziale, l’andare sulla via senza appesantimenti di tutto ciò che impedisce l’incontro e non lascia spazio al vangelo. La bella notizia è per i poveri e può giungere solamente se c’è uno stile di condivisione e di povertà. Questo tratto di sobrietà del vivere, la ricerca dell’essenziale, la consapevolezza che ciò che conta non è la proclamazione teorica di valori generici ma l’effettiva coerenza nella vita di uno stile improntato alla semplicità, al distacco dalle ricchezze, è merce rara oggi, anche all’interno delle chiese. Gesù non dà indicazioni né di strategie di annuncio, né di strumenti da utilizzare per poter contare e neppure indica che la finalità dell’invio sta nell’accrescere il gruppo o in qualche altro genere di affermazione. E’ richiesta solo la testimonianza.

E’ questa una provocazione per  noi a vivere una testimonianza impostata alla scelta di nonviolenza che non usa mezzi forti, né ricerca la visibilità per imporsi, ma che segue la via di Gesù. Lo stile del nostro vivere, che attraversa le pieghe del quotidiano, il modo di usare i beni, il tratto nel rivolgersi all’altro è già parola eloquente: afferma, con il coinvolgimento della vita, che la nostra forza è la parola di Dio, e dice anche la fiducia non nei mezzi potenti del denaro, dei beni e del potere umani, ma nell’affidamento a Gesù e alla sua promessa. Ma c’è oggi attenzione a questo stile nei cammini di chiesa?

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno B 2012

Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

All’inizio, al primo apparire di Gesù, Marco, autore del primo vangelo, pone il suo gesto del seguire coloro che si mettevano in fila per andare a ricevere il battesimo da Giovanni, il profeta della conversione, dell’annuncio di un imminente passaggio a cui prepararsi.

Inizia in Galilea il cammino di Gesù e viene nel deserto da Giovanni. Sta qui una prima provocazione di questa pagina. L’inizio sta in un gesto di condivisione, di solidarietà. Gesù fa propria la scelta di Giovanni, che portava un messaggio accogliendo tutti superando le separazioni. Non i puri si recavano dal Battista ma anche coloro che erano considerati impuri, esclusi dalla salvezza. E Giovanni predica come voce nel deserto e attende: è rivolto a qualcuno che viene dopo.

Gesù si mette insieme ai peccatori: è un gesto scandaloso, che faceva difficoltà anche alle prime comunità cristiane che riconosceva in Gesù il messia. Marco invece proprio in questa scelta vede un tratto proprio del cammino e della scelta di Gesù. E’ un gesto che rivela il suo volto di messia. Non un messia religioso delle separazioni, ma un messia che fa propria la condizione di un popolo segnato dalle ferite, dalla fatica, dal peccato. Gesù è messia che si immerge in una condivisione di vita e di cammino: il suo battesimo prima di immersione nelle acque è immersione nella vita, nella condivisione.

Ma Marco evidenzia anche qualcos’altro: Gesù fu battezzato, fu immerso da Giovanni nel Giordano, nel fiume dei passaggi di libertà, di arrivo alla terra promessa. Dopo questa immersione ‘vide aprirsi i cieli’. Marco sottolinea un’esperienza propria di Gesù in quel momento. E’ lui che vide aprirsi i cieli, discendere una colomba. E’ lui che udì la voce. Marco sta qui ponendo in luce un momento del cammino umano di Gesù. Nel suo farsi discepolo del Battista, e nel suo condividere la tensione di tutti coloro che ascoltavano Giovanni c’è un momento decisivo nel cammino del profeta di Nazareth. Gesù si apre ad un’esperienza del Padre nella sua vita e ad un invio che lo apre a nuovi percorsi. Lo conduce ad una immersione che sarà a sua vita nel servizio: la sua morte sarà il battesimo che dice la sua condivisione fino alla fine in solidarietà con le moltitudini, con tutti.

Marco attua alla luce della Pasqua una lettura del percorso di Gesù nella sua vicenda storica e vi coglie un’esperienza particolare: è esperienza di comunione, con il Padre – la voce – con lo Spirito – la colomba -. Gesù si sperimenta riconosciuto come il Figlio amato. Ed emerge allora qualcosa dell’identità profonda di Gesù: il suo essere messia non ha i tratti della potenza e della affermazione, ma quella del profeta rifiutato. Per esprimerla Marco rinvia alla figura del servo oppresso che offre la sua vita in solidarietà con il suo popolo, a favore degli altri. Gesù vivrà l’immersione nella morte, il battesimo che apre al riemergere nella risurrezione. La voce riconosce che in questo immergersi Gesù rivela il volto di figlio in rapporto al Padre: è il Figlio amato che mostra con la sua vita la profondità del volto di Dio.

Marco così costruisce il suo vangelo entro un grande parallelismo: come nel momento del battesimo i cieli si squarciano e discende lo Spirito, così al momento della morte di Gesù – il battesimo ultimo – il velo del tempio si squarcia. E’ un lacerarsi che dice la rottura di barriere che separano il cielo dalla terra, l’umanità da Dio. Il volto che Gesù annuncia e presenta è il volto del Dio che si fa vicino, che apre possibilità di incontro e di comunione con Lui. In Gesù, uomo che viene da un paese sconosciuto della Galilea si rende presente il volto amante di Dio Padre, la forza tenera dello Spirito: Gesù dice che verso ogni uomo e donna c’è uno sguardo di tenerezza del Padre che in Lui ci ha pensati, amati e voluti come figli.

Prima ed ultima pagina del vangelo di Marco si corrispondono nel racconto della ‘via di Gesù di Nazareth’. Gesù è presentato come Messia con il titolo ‘Figlio di Dio’ che era il titolo del re (Sal 2). Il suo cammino è seguito nel suo inizio in Galilea – preparato dal Battista – e si conclude in Galilea (1,14; 15,41; 16,7). Si colloca tra una voce dal cielo che dichiara Gesù ‘Figlio diletto’ (1,11) e altre voci alla fine: quella del centurione pagano, che lo riconosce come Figlio di Dio (15,39) e quella di un messaggero dal cielo che ne annuncia la risurrezione (16,6).

Tra l’inizio in Galilea e il ritorno in Galilea e tra le due voci del cielo è raccontato il suo cammino umano, sono narrati i suoi gesti, le sue scelte. Marco così suggerisce che per giungere a scorgere il volto di Gesù nella sua profondità è importante seguirlo nel suo cammino di figlio, di servo che dà la sua vita.

Cosa può voler dire oggi per noi immergerci come Gesù nella solidarietà con le persone che vivono contraddizioni e fatica? Come vivere l’immersione come condivisione?

Cosa può significare vivere il battesimo non come ritualità, ma come chiamata nel quotidiano a seguire il cammino del figlio che si fa servo e fa della sua vita un dono?

Come comunicare la novità e la speranza che in Cristo le barriere sono abbattute e Dio si lascia incontrare nei poveri e nelle vittime?

Alessandro Cortesi op

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